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giovedì 5 novembre 2020

Belching Beaver Peanut Butter Milk Stout

Si può dire di tutto tranne che Belching Beaver (il castoro che rutta)  non sia un nome originale. Siamo nel 2012 e la contea di San Diego, California, è il paradiso della Craft Beer Revolution americana: Stone, Alesmith, Green Flash, Alpine, Port Brewing, Ballast Point, tutti desiderano le IPA della West Coast. Come tanti altri, anche Thomas Vogel, Dave Mobley e Troy Smith si buttano nella mischia e aprono un birrificio: per essere originali, in una scena dominata dal luppolo, debuttano con una Milk Stout.   ”Siamo stati i primi a farne una a San Diegoricorda Vogel –  è andò subito molto bene. Molti altri birrifici ci hanno poi seguito”.
Thomas Vogel si divertiva a produrre birra e vino in casa sin dai tempi del college; lavorare con la birra era uno dei suoi obiettivi e venne assunto dalla Sublime Ale House, un ristorante di San Marcos con una bella carta di vini e birre artigianali. Tra i suoi clienti c’era anche il birrificio Coronado di San Diego, dove lavorava come birraio Troy Smith. Per lui nessuna esperienza di homebrewing, ma essere figliastro di Rick Chapman, fondatore e presidente di Coronado, aiuta: si fa le ossa direttamente sul campo. Vogel e Smith diventano amici, giocano spesso assieme a poker e frequentano regolarmente le taproom di Port Brewing e Lost Abbey a San Marcos: ridendo e scherzando, abbozzano l’idea di aprire un birrificio a Vista, contea di San Diego. A loro si unisce Dave Mobley, un architetto. I tre danno fondo ai loro risparmi e lanciano Belching Beaver con un impianto da 20 ettolitri.  Il nome?  In verità la storia alle sue spalle non è poi così interessante: “conoscevamo un tipo, che si occupava di marketing e che doveva diventare nostro socio; aveva già quel nome quel logo pronti. In mancanza d'altro, li abbiamo adottati. Non volevamo offendere nessuno, soltanto essere un po’ diversi. Ripensandoci potevamo fare forse altre scelte, ma ormai è troppo tardi per tornare indietro”. 
Dopo un paio d’anni è già tempo di espandersi con una seconda succursale location ad Ocean Beach, San Diego, seguita nel 2016 del brewpub con ristorante Tavern & Grill di Vista Village e dal nuovo sito produttivo ad Oceanside: un milione di dollari d’investimenti. La location originale di Vista viene trasformata nel Pub 980 e viene aperta anche una piccola taproom nella zona di North Park a San Diego. La produzione annuale passa dai 12.000 ettolitri del 2014 ai quasi 50.000 del 2016 ed è tutt’ora s stabile. A guidare le vendite ci sono la Phantom Bride IPA e quella Peanut Butter Milk Stout che andiamo ad assaggiare.

La birra.

Chi segue regolarmente il blog saprà che non sono un amante della deriva “pastry” che sta caratterizzando la scena della birra artigianale negli ultimi anni,  soprattutto quella americana. Ma la Peanut Butter Milk Stout di Belching Beaver ha debuttato in tempi non sospetti, quando il burro d’arachidi in una stout non era ancora la moda ma un’idea stravagante. Ricorda Smith:  “quando aprimmo non c’era nessuno nell’area di San Diego a fare una Milk Stout; oggi offriamo una selezione di birre scure che pochi birrifici in questa zona possono vantare. Aggiungemmo del burro d’arachidi ad un fusto della nostra Milk Stout e boom!, fu un successo”. 
La ricetta base della Milk Stout prevede malti Two-Row, Roasted Barley, Pale Chocolate, Caramel 60, avena, lattosio, luppoli Northern Brewer e Fuggles: per rendere la birra accessibile anche a chi ha allergie, sembra che venga usato un burro d’arachidi non proprio naturale. 
Si presenta di colore ebano scuro, la schiuma è piuttosto grossolana, scomposta e collassa rapidamente. Le tazze di burro d’arachidi della Reese/Hershey si possono comprare oramai abbastanza facilmente anche in Italia: chi le conosce le ritroverà nell’aroma di una birra che offre quanto promesso, ovvero soprattutto arachidi tostate. In sottofondo emergono deboli richiami di cioccolato al latte e di caramello.  Non c’è altro.  Caramello, cola e caffelatte (con molto poco caffè, in verità) formano una bevuta dolce che parte con buona intensità per poi assottigliarsi un po’ troppo e sfociare in un finale che stempera il dolce, porta equilibrio ma presenta qualche spunto acquoso di troppo. Per fortuna la birra torna a galla con un retrogusto di discreto livello dove riemergono le arachidi tostate, il cioccolato e qualche accenno di caffè. 
La Peanut Butter Milk Stout di Belching Beaver non è una pastry spinta all’estremo: il burro d’arachidi è protagonista ma la base milk stout è ancora riconoscibile. Il mouth è scorrevole ma se volete un po’ di cremosità dovete probabilmente optare per la sua versione nitro. Non è una birra che berrei regolarmente, ma un piacevole divertissement ogni tanto non fa male. 
Formato 35.5 cl., alc. 5.3%, IBU 30, lotto 05/07/2020, prezzo indicativo 4,50 euro (beershop)

lunedì 12 ottobre 2020

Against the Grain 35K Stout

Ritorna sul blog dopo un paio d’anni d’assenza il birrificio  Against the Grain di Louisville, Kentucky, fondato nel 2011 da Sam Cruz, Jerry Gnagy, Adam Watson e Andrew Ott; la loro storia la trovate qui.  Against the Grain ha poicompletato un piano di espansione da 1,7 milioni di dollari che ha portato all’apertura a febbraio 2015 del nuovo birrificio nel sobborgo di Portland, Louisville: 7000 ettolitri prodotti ogni anno nei 2000 metri quadrati di spazio. Con l’occasione sono anche arrivate (maggio 2015) le prime lattine.  Rimane ancora operativa la location originale Against The Grain Brewery and Smokehouse che si trova nel complesso commerciale adiacente allo stadio di baseball Slugger Field: 2100 ettolitri la capacità produttiva.  Nel luglio del 2017 il birrificio aveva annunciato la nascita di Against The Grain Europe per far crescere ulteriormente un mercato che aveva raggiunto il 20% del fatturato: il progetto era orientato a distribuire ai clienti birra fresca e ad un buon prezzo, due elementi difficilmente attuabili con l’importazione dagli Stati Uniti. Per l’occasione fu scelto il birrificio tedesco Vormann (Düsseldorf) dove sono state prodotte la Plus One APA e la Neoanderthal IPA, due etichette esclusive per il mercato europeo. Per evitare confronti qualitativi tra la produzione americana e quella europea Against The Grain ha volutamente scelto di non replicare nel nostro continente le birre del Kentucky.  La lezione di Stone Brewing Europe è stata appresa.  Non so se il progetto AtG Europe abbia avuto successo: dopo quelle due birre non mi risulta ne siano state realizzate altre. 
Nel frattempo negli Stati Uniti sono iniziate a circolare voci sulla vendita di AtG a qualche pesce grossoi rumors sono stati dissipati a luglio del 2019 quando è stato reso noto che il birrificio di Louisville aveva soltanto raggiunto un accordo con la Pabst Brewing per la distribuzione e la vendita delle proprie birre nello stato del Kentucky. Questo il comunicato ufficiale: “nel 2011, quando il birrificio fu fondato, concentrammo i nostri sforzi al di fuori del Kentucky perché la richiesta per la birra artigianale nel nostro stato era scarsa. Ora vogliamo tornare a casa ed espanderci in Kentucky è la nostra priorità. La partnership con la Pabst è valida solamente qui. Siamo nella fase 1 dell’accordo e stiamo usando la loro rete distributiva; vediamo come vanno le cose”.

La birra.

Qualche anno fa vi avevo parlato della 70K, imperial stout invecchiata in botti di bourbon che, assieme alla sorella “affumicata” Bo & Luke, è una delle produzioni più apprezzate del birrificio di Louisville. La 70K è stata sviluppata partendo da una robusta milk stout chiamata 35K, prodotta con lattosio, luppoli East Kent Goldings ed un ricco parterre di malti non rivelato: assaggiamola.  
Il suo vestito è prossimo al nero e  la schiuma, cremosa ma non molto compatta, ha una buona persistenza. Tostature, caffelatte, cioccolato al latte, accenni di panna/vaniglia, frutti di bosco: l’aroma è pulito, l’intensità è modesta. Non ci si può lamentare ma si può fare di meglio. Il lattosio dona al corpo oleosità e la bevuta risulta morbida pur non essendo particolarmente cremosa o setosa: si parte dal dolce del caramello e del caffelatte per poi iniziare una bella progressione amara ricca di torrefatto, caffè, cioccolato e una percepibile chiusura luppolata finale. E’ una milk stout pulita e bilanciata, nella quale dolce e amaro sono protagonisti dei due tempi di una partita abbastanza intensa e soddisfacente. Il lattosio stempera bene l’acidità  dei malti scuri, l’alcool la irrobustisce senza comprometterne la bevibilità. La 35K di Against the Grain è una buona milk stout che tuttavia non lascia un segno indelebile nei miei ricordi.
Formato 47,3 cl., alc.7%, scad. 04/03/2021, prezzo indicativo 7,00-8,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

lunedì 20 luglio 2020

Alder Beer Co.: Imbiss, Dorf & Deltacolt



Torniamo a parlare di Alder Beer Co., il birrificio inaugurato da Marco Valeriani a Seregno nell’ottobre del 2019: qualche mese fa avevamo passato in rassegna tre birre luppolate di stampo anglosassone mentre oggi assaggiamo altre tre birre nella quale sono invece i malti a guidare le danze. Le prime due si rifanno ala tradizione tedesca, coerentemente con quello che aveva annunciato Valeriani spiegando il nome Alder: “una parola inglese  che sembra un po’ tedesca e rispecchia le due filosofie produttive del birrificio: Lager e IPA, mondo tedesco e mondo anglofono”. 

La schwarzbier Imbiss (5.3%) ha debutatto lo scorso 9 aprile credo esclusivamente in lattina, visto che l’emergenza Covid-19 aveva chiuso tutti i locali ai quali sarebbero stati destinati eventuali fusti; è prodotta con malti tedeschi pils, Monaco e torrefatti, lievito lager e luppoli Mittelfruh, Tradition e Select.  Di color mogano forma una bella testa di schiuma cremosa e compatta: al naso emergono profumi di pumpernickel, pane nero, accenni di caffè e torrefatto, suggestioni di cioccolato e qualche estero fruttato. Al palato c’è grande scorrevolezza come vuole la tradizione tedesca anche se personalmente credo che un pochino di corpo in più non le farebbe male.  Accenni di caramello e cola, pane nero e cereali danno il via ad una bevuta che s’intensifica solo nel finale con l’arrivo dell’amaro del torrefatto e del cioccolato. Pulita e fragrante, Imbiss è una schwarzbier facile da bere alla quale tuttavia mi sembri manchi ancora un pochino d’intensità e carattere.

Dorf  (7%) è invece una bock “chiara” che ha anch’essa debuttato in pieno lockdown con una ricetta che prevede malti pils e speciali tedeschi, luppoli Saphir e Select, ceppo di lievito lager. Il suo color oro antico è leggermente velato, la schiuma è impeccabilmente cremosa e compatta, anche se la foto potrebbe ingannare. Pane, miele millefiori, accenni di biscotto e frutta secca compongono un aroma semplice, pulito e della buona intensità per lo stile: prefazione ad una bevuta delicatamente carbonata che si muove sullo stesso percorso senza deviazioni.  Dolce ma ben attenuata, riscalda il palato con un delicato alcool warming che ben sposa le note conclusive di panificato/cereale e frutta secca a guscio: bock elegante e morbida ma non priva di un leggero carattere rustico e ruspante a renderla vivace ed interessante. Per me è una birra molto ben riuscita.

Deltacolt (5.9%) è invece una delle quattro birre (Lewis Keller Pils, Rockfield IPA e Gretna APA) con le quali Alder aveva debuttato: una milk stout nella quale lattosio e fiocchi d’avena hanno il compito di garantire cremosità e morbidezza. Si presenta di color ebano scuro e con profumi di caffè, orzo tostato, pane nero, accenni di cioccolato e di latte/panna:  è l’odore della colazione, non molto intenso ma piuttosto pulito. Il mouthfeel è effettivamente cremoso ma ci sono un po' troppo bollicine, anche se fini, a disturbarlo.  Caffè e torrefatto sono i protagonisti di una stout ben bilanciata nella quale è  la dolcezza della panna (effetto lattosio) a contrastare le tostature. Un delicato tepore etilico avvolge poi il cioccolato in una bel finale che lascia felici e soddisfatti: intensità e facilità di bevuta vanno in questo caso a braccetto e nonostante qualche piccola imprecisione da limare questa lattina di Deltacolt è una milk stout di livello già alto.

Nel dettaglio:
Imbiss, 40 cl., alc. 5.3%, imbott. 07/04/2020, scad.  07/10/2020, prezzo indicativo 5.00 €
Dorf, 40 cl., alc. 7.0%, imbott. 20/04/2020, scad. 20/10/2020, prezzo indicativo 6.00 €
Deltacolt, 40 cl., als. 5.9%,  imbott. 01/04/2020, scad. 01/10/2020, prezzo indicativo 6.00 €

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

venerdì 25 ottobre 2019

Modern Times Black House Nitro

Gli esperti dicono che sia un birrificio perfetto per essere acquistato da una multinazionale, ma il fondatore Jacob McKean nel 2017 ha deciso di “vendere”  il 30% della propria azienda ai dipendenti, con la possibilità di aumentare la quota al 100%. Parliamo di Modern Times Beer (qui la storia), nato nel 2013 grazie ad un crowfunding da oltre un milione di dollari e ancora oggi uno dei birrifici più alla moda di San Diego (hipsters, nonché uno dei precursori del formato che oggi sembra essere imprescindibile, le lattine. 
Nell’anno del debutto il birrificio aveva prodotto quasi 3000 ettolitri, nel 2018 ha raggiunto quota 80.000.  Il Lomaland Fermentorium, la sede originale nel quartiere di Point Loma di San Diego, oggi è affiancata dalla succursale Flavordome che si trova nella zona di North Park. Proseguendo verso nord, ad Encinitas troverete il Far West Lounge, a Los Angeles il Dankness Dojo, a Santa Barbara l’Academy of Recreational Sciences e a Portland, in Oregon, il Belmont Fermentorium.  Ma il progetto più ambizioso è ancora in costruzione: parliamo del Leisuretown di Anheim, California,  proprio di fronte a Disneyland. Birrificio (9000 hl/anno), torrefazione, ristorante, ampio beer garden e piscina con bar annesso. Annunciato in pompa magna nel 2017 ha subito qualche ritardo ma  dovrebbe finalmente essere inaugurato entro la fine del 2019.

La birra.
Modern Times è birrificio e torrefazione ed è quindi perfettamente naturale che birra e caffè si siano incontrati più di una volta nei loro bicchieri.  Una delle poche birre che il birrificio di San Diego produce tutto l’anno è infatti la (ottima) stout al caffè Black House. Il suo successo ne ha inevitabilmente fatto nascere molteplici varianti: già nel 2014 alle spine di Point Loma era possibile assaggiare la sua versione nitro, ovvero al carboazoto. Nel 2016 la birra fu venduta per la prima volta anche in lattina impreziosita dall’aggiunta di due ulteriori ingredienti: cocco e cacao. Il caffè utilizzato è un blend di Etiopia Hambela (75%) e di Sumatra Mandheling (25%): la lista dei malti include 2 row, Crystal 60, Munich, Chocolate Pale, roasted barley, flaked barley, Midnight wheat, Carapils and Kiln coffee malt, avena, fiocchi d’orzo. 
L’apparenza è ovviamente la prima delle componente che il carboazoto deve valorizzare: versatela con vigore nel bicchiere per assistere a quella “fontana di birra al contrario” che le pubblicità della Guinness hanno reso celebre, giusto per darvi un’idea. Caffè e tostature sono protagoniste di un aroma molto pulito ed elegante che rispecchia gli elevati standard qualitativi delle produzioni Modern Times; in secondo piano cacao, tabacco, qualche nota terrosa. L’intensità non è particolarmente elevata ma a dieci mesi dalla messa in lattina non si possono pretendere miracoli. Al palato c’è quella cremosità, in questo caso molto soffice e quasi impalpabile, che si richiede ad una birra nitro:  una carezza di seta percorre effettivamente tutto il palato ma le bollicine sono quasi assenti, rendendo di fatto la birra quasi piatta.  E’ questo l’unico appunto che mi sento di fare ad una stout dal gusto intenso e dal contenuto alcolico (5.8%) inavvertibile: caffè e torrefatto sono in prima linea ma è nelle retrovie che si apprezza il bello di questa birra e sono questi dettagli a fare la differenza: cacao, cocco, fruit cake, acidità molto ben dosata, finale secco. La bevibilità è impressionante e nel finale caffè e cioccolato s’incontrano per un ultimo morbido abbraccio. Se come me avevate apprezzato la Black House “normale”  non potrete che amare anche la sua edonistica versione nitro, delizia per il palato e per le sue papille gustative.
Formato 47,3 cl., alc. 5.8%, IBU 30, lotto 04/01/2019, prezzo indicativo 6,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 6 settembre 2019

Guinness Draught

Credo di non sbagliare nell’affermare che non esiste marchio di birra al mondo che abbia un legame più forte con la città e con la nazione dove è nato e viene prodotto: Guinness, Dublino, Irlanda. Era il 1759 quando Arthur Guinness lasciò al fratello il proprio birrificio a Leixlip per trasferirsi a Dublino e rilevare l’allora abbandonata St. James's Gate Brewery stipulando un contratto di locazione della durata di novemila anni al prezzo di 45 sterline all’anno: per espandersi l’azienda acquistò poi definitivamente il terreno ponendo così fine all’inusuale contratto d’affitto. 
Arthur Guinness II prese il comando alla morte del padre, avvenuta nel 1803, creando assieme ai fratelli Benjamin e  William Lunell la società “A. B. & W.L. Guinness & Co, brewers and flour miller”; nel 1886 la Guinness divenne una società per azioni e nel 1914 era il maggior produttore di birra nel Regno Unito: 3 milioni di ettolitri all’anno, più del doppio del suo più agguerrito concorrente, la Bass, con una quote di mercato superiore al 10%.. Nel 1986 Guinness acquistò gli scozzesi della Distillers Company, proprietari di marchi come Johnnie Walker, Buchanan's e Dewar's: un’operazione burrascosa condotta con mezzi fraudolenti che fecero salire artificialmente il valore delle azioni Guinness al fine di assicurarsi il controllo del gruppo Distillers.  Nel 1997 Guinness e Grand Metropolitan (distillerie, tabacco, hotel e catering) si accorparono per formare il grande gruppo multinazionale Diageo: birra (Harp Lager, Smithwick's, Kilkenny, Guinness) e distillati (qui un elenco abbastanza esaustivo)  e alimentari riuniti sotto un unico ombrello che, nel 2006, aveva una capitalizzazione di circa 40 miliardi di euro. 
Oggi si stima che vengano bevuti ogni giorno dieci milioni di bicchieri di Guinness nel mondo prodotti da cinque birrifici di proprietà (Irlanda, Malesia, Nigeria, Ghana e Camerun). Nonostante il 40% della produzione sia (sorprendentemente) bevuta in Africa è a Dublino dove ancora batte il cuore Guinness: la Guinness Storehouse è ancora l’attrazione più popolare di Dublino, con più di 1.700.000 visitatori all’anno. 
Per tutto il mondo la Guinness è la birra dell’Irlanda, che vi piaccia o no. Gli impianti produttivi non sono visitabili ma avrete comunque a che fare con il mondo Guinness in tutte le sue forme: dalle materie prime (virtuali) al processo produttivo (virtuale) sino agli indimenticabili annunci pubblicitari realizzati da John Gilroy tra il 1930 e il 1940: slogan, tucani, struzzi e pesci hanno contribuito in maniera determinante al successo mondiale del marchio. Al Gravity Bar dell’ultimo piano potete infine concedervi una pinta di Guinness ammirando dall’alto il modesto skyline di Dublino.  
Sembra strano, ma Guinness per Dublino non è solo birra: tra le altre cose la famiglia più ricca d’Irlanda finanziò nel 1860 il completo restauro della cattedrale di San Patrizio, che a quel tempo si trovava in condizioni disastrose e si temeva potesse crollare da un giorno all’altro. I giardini pubblici di St. Stephen’s Green, nel cuore di Dublino, erano divenuti proprietà privata nel 1663 ed erano quindi inaccessibili; nel 1877 Arthur Edward Guinness li acquistò per poi restituire in regalo alla città il suo parco. 

La birra.
Fu lanciata “solamente” negli anni ’60, ma la Draught è divenuta rapidamente la più popolare variante di Guinness al mondo.  Malto Pale Ale, 25-30% di orzo in fiocchi, 10% circa di malto tostato, sette varietà di luppolo: la troverete anche nelle versioni Cold o Extra Cold, che vi consiglierei ovviamente di evitare. La sua gradazione alcolica varia dal 4.1% al 4.3% a seconda del luogo in cui viene prodotta. 
Il suo fascino è tutto nel carboazoto e in quella pallina di plastica (widget) che si trova all’interno di ogni lattina: versandola con vigore nella pinta avrete alla vista una riproduzione perfetta di quello che avviene in un pub. Il bicchiere si colora quasi di bianco mentre una cascata “al contrario” di bollicine si solleva verso l’alto per formare una perfetta testa di schiuma, cremosissima e indissolubile, dalla precisione geometrica, quasi insopportabile. Dalla vetta si può solamente scendere e l’aroma della Guinness Draft non è dei più accattivanti: le tostature sono poco eleganti, qualche accenno di caffè e cioccolato non bastano a far dimenticare quelle lievi sensazioni di metallo e gomma bruciata. E al palato lo schema si ripropone: il sontuoso mouthfeel, cremoso e vellutato, riesce a far dimenticare qualche passaggio sfuggente che in una birra dal modesto contenuto alcolico (4.2%) si può anche tollerare. Caramello, tostature, caffè-quasi-caffelatte: finale amaro, nel quale le tostature sono affiancate dal terroso dei luppoli.  
La Guinness è un prodotto industriale e come tale va considerato: non cercate in lei brividi, intensità, emozioni. E’ tuttavia una buona introduzione al mondo delle stout. Io stesso ricordo ancora lo stupore davanti alla mia prima pinta di Guinness: facevo davvero fatica a comprendere quella bevanda quasi calda che sapeva di caffè, per me la birra era solo bionda o al massimo “rossa”. Non bisogna mai dimenticare quello che eravamo. 
In conclusione la Draught mi sembra ricalcare esattamente la Guinness Storehouse di Dublino, una visita virtuale ad un birrificio del quale non vi vengono mostrati gli impianti, neppure da un oblò di vetro. Tanta apparenza alla quale non corrisponde altrettanta sostanza. Volete bere una stout spendendo poco? Per questo la Guinness è  quasi perfetta.  Le lattine da mezzo litro si trovano di tanto in tanto in qualche discount a poco più di un euro: un rapporto qualità prezzo soddisfacente, devo ammetterlo. Volete bere una buona stout? Ci sono centinaia di alternative artigianali, ma preparatevi a spendere quasi cinque volte di più: a voi la scelta.
Formato 50 cl., alc, 4.2%, lotto 90346GH055, scad. 04/12/2019, prezzo indicativo 1,25 Euro (supermercato)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 28 febbraio 2019

Altotevere Breakfast Stout

Nasce nel novembre 2016 nella  Zona Industriale Altomare a San Giustino (PG) il birrificio Altotevere.  Al progetto partecipano Giuliano Nocentini, presidente del Gruppo Kemon (produzione di profumi e cosmetici) e il birraio Luca Tassinati, aiutato dalla collega Eleonora Manservigi. Se il nome Luca Tassinati non vi è nuovo, non vi sbagliate: fu lui a fondare nel 2013 la beerfirm ferrarese Monkey Beer che avevamo conosciuto in questa occasione.  Da quanto leggo il marchio Monkey Beer non verrà dismesso ma entrerà a far parte della gamma Altotevere. 
A San Giustino l’impianto da 12 ettolitri (1400 quelli che dovrebbero essere stati prodotti nel 2018) viene affiancato da quella che vuole essere molto più di una semplice taproom. C’è lo spazio per concerti e DJ set e soprattutto c’è una cucina che promette di utilizzare “il più possibile con ingredienti locali, freschi e da selezionatissimi fornitori”: spazio dunque a zuppe, taglieri di salumi e formaggi, hamburger e pizze gourmet. La carta delle birre abbraccia quasi tutte le scuole: anglosassone/americana, tedesca e belga.  Ecco la A-T Doppel (Heller Doppelbock), A-T Pils, Freezo (West Coast IPA con Citra, Simcoe e Mosaic),  Goldie (4.6% Belgian Hoppy Ale 4,6%  con scorza  d’arancia),  Joy (Blanche con scorza d’arancia e bergamotto, camomilla e coriandolo) e a sua versione potenziata Hangover Imperial Blanche 10,5%),  Noir (American Porter), Polly  (Belgian Hoppy Ale 4,6%) e Random (American Pale Ale che utilizza un mix di luppoli diverso a seconda delle disponibilità).  
E il 2019 è iniziato col botto; lo scorso gennaio il concorso Birraio dell’Anno organizzato da Fermento Birra ha incoronato Luca Tassinati come birraio emergente dell’anno 2018.

La birra.
Ha debuttato alla metà dello scorso gennaio la Breakfast Stout di Altotevere; una one-shot la cui ricette include caffè 100% arabica, vaniglia bourbon in baccelli e fave di cacao, lattosio e una buona percentuale di avena.  
Nel bicchiere si presenta di color ebano scuro, la cremosa schiuma che si forma in superfice ha modeste dimensioni e scarsa ritenzione. Il caffè domina un aroma pulito e intenso, abbastanza elegante: il profumo di una golosa nella quale potete trovare anche orzo tostato, tracce di cacao e di caffe latte. In sottofondo c’è qualche nota terrosa, quasi di sottobosco. La bevuta prosegue nella stessa direzione con buona intensità ma meno precisione: lattosio/vaniglia e caramello sono il trampolino per un bel tuffo nel caffè e nel torrefatto al quale fa seguito qualche piccola sorpresa di cacao. L’alcool è ben nascosto, l’acidità è molto contenuta ma questa Breakfast Stout si chiude un po’ bruscamente, allontanandosi un po’ troppo in fretta: lascia comunque un delicato retrogusto nel quale si ritrovano di nuovo caffè, cacao e vaniglia. Quello che tuttavia mi lascia maggiormente perplesso è il cosiddetto mouthfeel, o sensazione palatale che dir si voglia:  in una stout robusta (8%) dove ci finiscono lattosio e avena mi aspetterei morbidezza, cremosità, qualche coccola che invece in questa birra non trovo. Soprattutto in questo, ma non solo, ci sono ampi margini di miglioramento: nel complesso, comunque una buona bevuta.
Formato 33 cl., alc. 8%, IBU 15, scad. 09/01/2020, prezzo indicativo 5.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 8 gennaio 2019

Alefarm Solemn Cycle

Del birrificio Alefarm, uno degli astri nascenti della scena danese, vi avevo già parlato nel 2017: da allora sono già avvenuti grossi cambiamenti, a partire dall’addio del co-fondatore (e birraio) Andreas Skytt Larsen che qualche mese fa ha lasciato il comando all’amico e co-fondatore Kasper Tidemann, ora aiutato dalla moglie Britt van Slyck. E nel 2018 è avvenuto anche il trasferimento da  Køge a Greve, trenta chilometri a sud di Copenhagen, dove a maggio è entrato in funzione il nuovo impianto da 20 ettolitri che ha permesso di produrre circa 1400 ettolitri all’anno, buona parte dei quali destinati all’export. Un bel salto in avanti per un birrificio che aveva chiuso il 2017 a quota 120 distribuendo le proprie birre quasi solo in Danimarca. Il nuovo corso inaugurato da Tidemann ha dato priorità alle lattine e ha spostato momentaneamente il focus su IPA e DIPA, realizzate quasi ogni volta con un diverso mix di luppoli: in sei mesi sono già arrivate una cinquantina di diverse etichette (tutte ideate da Dan Johnstone, Brand Manager)  per soddisfare la voglia di novità di beergeeks ed appassionati.  Andreas Skytt Larsen aveva aperto Alefarm per produrre quasi esclusivamente piccoli lotti di saison/farmhouse ale con lieviti selvaggi e batteri: Tidemann promette che a breve il nuovo birrificio sarà operativo anche in questo ambito. A questo scopo è arrivato il birraio Joseph Freund che vanta esperienze presso Jolly Pumpkin e Monkish Brewing negli USA e  Beavertown in Inghilterra. Sempre da Beavertown è arrivato in agosto Mark Walewski: a lui il compito di sfornare continuamente variazioni sul tema APA, IPA, DIPA e dintorni, ovviamente torbide come vuole la moda. Nei progetti futuri di  Tidemann c’è l’apertura di una vera e propria taproom nel birrificio e il sogno di un Alefarm Bar in centro a Copenhagen.

La birra.
Alefarm non è molto prolifico per quel che riguarda le birre scure. In tre anni ne sono state prodotte solamente una manciata ma, assicura Tidemann, le cose stanno per cambiare; alla fine di ottobre 2018 è arrivata la prima stout dai nuovi impianti di Greve, chiamata Solemn Cycle (7.8%). La ricetta prevede aggiunta di lattosio, fiocchi d’avena e caffè brasiliano; nelle intenzioni questa sarà la prima di una serie di varianti con differenti ingredienti e futuri invecchiamenti in botte. 
Si presenta vestita di nero, la schiuma è cremosa e piuttosto persistente ma un po’ scomposta. Il caffè macinato, elegante e pulito, è indiscusso protagonista dell’aroma: in sottofondo c’è qualche nota di tabacco, orzo tostato, accenni di frutta sotto spirito.  Ottime promesse che non vengono tuttavia mantenute al palato, a partire da un mouthfeel un po’ insoddisfacente, addirittura sfuggente in alcuni passaggi nonostante l’utilizzo di avena e lattosio. Il gusto è meno pulito e preciso: il dolce di caramello e lattosio/cioccolatte preparano il terreno per l’arrivo delle tostature e del caffè, quest’ultimo meno evidente e definito rispetto all’aroma. I sapori sono un po’ slegati tra di loro e il finale, nel quale t’aspetteresti un bel carico di caffelatte, è addirittura calante. C’è anche spazio per qualche nota terrosa e di tabacco, mentre l’alcool è ben nascosto facilitando la velocità di bevuta: il risultato è godibile ma lascia parecchi rimpianti per quello che avrebbe potuto essere, partendo dall’aroma. La prima Milk Stout di Alefarm è discreta ma necessita di migliorare per quel che riguarda pulizia, rotondità e precisione.  
Formato 50 cl., alc. 7.8%, scad. 23/10/2019, prezzo indicativo 7.00-8.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 27 novembre 2018

Firestone Walker Velvet Merkin 2017

Velvet Merlin, Nitro Merlin e Velvet Merkin; chiudiamo il cerchio con la birra che ha dato origine a tutto. Nel 2004 il birrificio californiano Firestone Walker aveva lanciato la sua prima stout all’avena, elaborazione di una ricetta che il birraio Matt Brynildson aveva realizzato da homebrewer traendo ispirazione dal libro The Real Ale Almanac di Roger Protz. La birra, come prevede la prassi, venne “benestariata” dai proprietari Adam Firestone e David Walker che decisero di introdurla inizialmente come produzione autunnale disponibile solo alla taproom del birrificio: il nome scelto fu Velvet Merkin. Solo in seguito, quando la crescente  domanda dei clienti per birre “scure” ne permise la produzione su grande scala, venne decisa la messa in bottiglia: a quel punto il problema era nome.  Il termine “merkin” in inglese indica infatti una “mini parrucca" che viene utilizzata per coprire i genitali e che, al giorno d’oggi, viene utilizzata dall’industria cinematografica quando bisogna girare delle scene di nudo.  Per la distribuzione al grande pubblico la birra fu allora rinominata Velvet Merlin, un riferimento al mago Merlino ma anche al soprannome del birraio Brynildson: “inizialmente non ero contento, ma poi ho dovuto ammettere che potevano sorgere dei problemi a distribuire una birra chiamata Velvet Merkin. Dopo tutto la parola davvero importante nel nome è Velvet (velluto) in quanto descrive la consistenza che ho voluto dare a questa birra”. 
Scomparso dai radar, il nome Velvet Merkin è stato assegnato alla versione invecchiata in botti di bourbon della stessa birra: una variante che è sporadicamente apparsa per molti anni solo in fusto alla taproom del birrificio e che veniva principalmente utilizzata per formare l’Anniversary Ale (blend di birre barricate) con la quale ogni anno Firestone festeggia il proprio compleanno. Ciò non le ha comunque impedito di racimolare nel 2010 e nel 2011 due medaglie d’oro al Great American Beer Festival. 
E’ soltanto a settembre 2013 che Firestone Walker si decide ad imbottigliare la birra nell’ambito della Proprietor’s Reserve; questo l’annuncio del birraio Matt Brynildson: “sino ad ora si poteva assaggiare la Velvet Merkin solo in occasione di eventi speciali o alla nostra tasting room. Questa birra è diventata oggetto di culto e la gente ci perseguitava per averla. Quando si parla d’invecchiamenti in botte è facile orientarsi su birre dall’elevato contenuto alcolico, almeno 10%,  perché ciò favorisce la stabilità nel tempo della birra all’interno della botte. Ma col tempo siamo diventati sempre più bravi a gestire in botte anche birre dal contenuto alcolico più basso. L’alcool gioca un ruolo fondamentale nel carattere di una birra barricata, e se riesci ad abbassarlo tutti gli altri sapori emergono maggiormente. Nel caso della Velvet Merkin, nella birra di partenza dominano il caffè e il cioccolato fondente ma dopo un anno in botte emergono cioccolato al latte e vaniglia; per questo utilizziamo solamente botti ex-bourbon”. Per l’occasione vennero messe in vendita 3500 casse di bottiglie da 65 centilitri. Nel 2015 la terza edizione della Velvet Merkin vede una piccola modifica: “abbiamo aggiunto in botte una piccola percentuale di Milk Stout per arrotondare la sensazione palatale – dice Brynildson - E’ difficile da percepire, ma fa la differenza; avremmo potuto evitare di rivelare questo dettaglio, ma vogliamo essere trasparenti”. Anche nel 2015 furono commercializzate 3500 casse di bottiglie da 65 centilitri.

La birra. 
Non è ben chiaro quale percentuale di Firestone Walker sia rimasta in mano ai fondatori Adam e David dopo la “fusione” del 2015 con i belgi della Duvel Moortgat. L’aumentata capacità produttiva ha comunque permesso a noi europei di mettere le mani su birre un tempo inaccessibili per chi non si trovasse in California al momento della mesa in vendita. In Italia sono di recente arrivate bottiglie della edizione 2017 di Velvet Merkin, apparsa negli Stati Uniti nel settembre dello scorso anno nel nuovo e ridotto formato da 35,5 centilitri. La birra è stata invecchiata in varie botti di bourbon provenienti dalla distilleria Heaven Hill ed utilizzate per produrre marchi come Elijah Craig e Old Fitzgerald;  la ricetta (della Velvet Merlin) include malti Maris Otter, 2-Row Pale, Roast Barley, English Dark Caramel, Medium Caramel, Carafa  e avena (15%); l’unico luppolo utilizzato è il Fuggle coltivato negli Stati Uniti. 
Vestita di ebano scuro, forma un bel cappello di schiuma cremosa e compatta che mostra buona ritenzione. Il naso è pulito ma poco intenso; orzo tostato, caramello e caffè sono in primo piano e il contributo del passaggio in botte è un po’ sotto traccia. Si avvertono comunque sfumature di bourbon, legno, cocco tostato. Nonostante l’utilizzo dell’avena la sensazione palatale non è particolarmente cremosa e risulta meno morbida rispetto alla sorella non barrel-aged. Il carattere barricato è molto più evidente al palato dove il bourbon è subito protagonista e costringe al ruolo di semplice comparsa caramello, tostature, caffè, cioccolato. La chiusura  (legno e tannini) è abbastanza secca, il retrogusto di bourbon è caldo e avvolgente. Naso meno intenso ma più interessante e complesso di un gusto intenso che tuttavia risulta un po’ troppo monocorde:  la Velvet Merkin 2017 di Firestone Walker si sorseggia con piacere ma suscita qualche interrogativo, soprattutto perché il prezzo del biglietto è di prima fascia.
Formato 35.5 cl., alc. 8.5%, IBU 33, imbott. 21/08/2017, prezzo indicativo 12.00-20.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 31 ottobre 2018

B94 Santoronzo

B94: il numero non è ovviamente casuale, ma indicativo dell’anno in cui Raffaele Longo ha iniziato a produrre birra tra le mura domestiche e ad ottenere poi diversi riconoscimenti nei concorsi nazionali. Una passione che lo ha portato nel 2006 a lasciare un comodo posto in banca a Bologna per rientrare nella nativa Lecce ad inseguire il proprio sogno: il tempo di svolgere qualche corso di formazione e due anni dopo nasceva ufficialmente Birrificio B94, operativo in un primo periodo come beerfirm sugli impianti di Birranova. All’inizio del 2011 entrava finalmente in funzione l’impianto proprio, proveniente dal birrificio Almond e posizionato sulla Provinciale Lecce-Cavallino. 
Per l’occasione è stato anche effettuato un completo restyling dell’offerta con l’arrivo di quattro nuove birre: la weizen White Night, l’APA Warming Hop, la tripel  Santirene che utilizza di miele di timo locale e la stout al caffè Santoronzo. La gamma si completa con la blanche Bellacava, la bitter Terrarossa, la porter Porteresa,  la IGA Cassarmonica e la Malagrika, prodotta con confettura di mela cotogna. Capitolo a parte merita l’APA November Ray, protagonista di un contenzioso con la danese Royal Unibrew ed il proprio marchio Ceres: la grande N colorata di azzurro su sfondo nero della  Norden Gylden IPA era praticamente identica a quella della November Ray. Non è facile per un microbirrificio  far valere le proprie ragioni nei confronti di una multinazionale ma in questo caso Raffaele Longo ha avuto ragione dal Tribunale di Bari

La birra.
Lecce festeggia il proprio patrono Oronzo nei giorni del 24, 25 e 26 agosto in onore del suo martirio avvenuto durante le persecuzioni dei cristiani ordinate dall’imperatore romano Nerone; Sant'Oronzo, primo vescovo della città barocca,  divenne patrono di Lecce alla metà del diciassettesimo secolo quando, secondo la leggenda, liberò la propria città da una terribile pestilenza.  Al santo B94 dedica la propria stout al caffè prodotta con varietà arabica “Selezione Barocco” proveniente della torrefazione leccese Quarta Caffè; all’ultima edizione di Birra dell’Anno la Santoronzo ha ottenuto una medaglia d’argento nella categoria 30 - birre chiare, ambrate e scure, alta o bassa fermentazione, da basso ad alto grado alcolico con uso di caffè e/o cacao.
Si presenta vestita di color ebano scuro con una testa di schiuma cremosa e compatta dall’ottima persistenza. Di caffè al naso ce n’è veramente poco ed emergono soprattutto le tostature dell’orzo e qualche estero fruttato. L’intensità è modesta, pulizia e finezza dei profumi mostrano ampi margini di miglioramento. Al palato c’è una buona scorrevolezza ma anche qualche debolezza di troppo per una stout dalla gradazione alcolica robusta (7.2%): nonostante l’utilizzo d’avena non avverto particolare morbidezza. Caramello, liquirizia, uvetta, orzo tostato e qualche timida nota di caffè formano una bevuta molto bilanciata nella quale l’alcool è ben nascosto ma l’intensità dei sapori non è particolarmente elevata: si chiude con una lieve astringenza e un retrogusto corto di caffè zuccherato. Devo ammettere che mi delude un po’ questa Santoronzo di B94: intensità, pulizia e definizione lasciano a desiderare e l’elemento che dovrebbe caratterizzarla, ovvero il caffè, non spicca.  Una bottiglia che manca di personalità e che purtroppo scivola nell’anonimato.
Formato 33 cl., alc. 7.2%, IBU 18, lotto 0218, scad. 01/09/2019, prezzo indicativo 4.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 8 ottobre 2018

Reel Deel Say Nowt Stout

Continuiamo il nostro viaggio all’interno della Craft Beer Revoultion irlandese recandoci a Crossmolina, contea di Mayo: è qui che nel 2014 Marcus Robinson ha fondato la Reel Deel Brewery. Inglese di nascita, Robinson si trasferisce dallo Yorkshire in Irlanda nel 2007 assieme alla moglie Catherine, nata e cresciuta invece nella contea di Mayo: l’homebrewing è un hobby che praticava sin dai tempi della scuola superiore, alla metà degli anni ’80. L’idea di aprire un birrificio è una conseguenza della crisi dell’industria edilizia, ramo in cui operava, che colpisce l’Irlanda nel 2009: ci vogliono però quasi 5 anni prima di vedere in funzione il nuovo impianto da 16 ettolitri  della Reel Deel, birrificio che prende il nome dal fiume (Deel) che scorre nei dintorni. Il debutto avviene con la Irish Blond, una piccola rivoluzione locale: “fino a sei mesi fa in questa zona non si trovava nessuna birra artigianale. Ora i bar iniziano a tenere qualche bottiglia, proveniente principalmente da birrifici di Cork e Dublino; la mia speranza è che la gente voglia anche comprare qualche birra locale”. 
A Marcus e al birraio Paul Williams non interessa però seguire le mode: a testimoniarlo le sole sette etichette realizzate in quattro anni d’attività. L’unica concessione sono le grafiche delle bottiglie che ultimamente hanno subito un restyling per renderle moderne e in grado di competere sugli scaffali sempre più affolati di beershop e supermercati. Dallo scorso maggio Reel Deel è distribuito nella capitale Dublino e ha raggiunto poche settimane fa un accordo con la catena di supermercati Lidl nell’ambito di un progetto che mira alla valorizzazione e alla crescita di medie e piccole imprese irlandesi. E se non erro sono arrivate anche le prime lattine.

La birra.
“Is binn béal ina thost”  (letteralmente “una bocca silenziosa è dolce”) è un proverbio irlandese che potremmo tradurre come “il silenzio è d’oro”: questo il motto che Reel Deel ha scelto per la propria stout chiamata Say Nowt, prodotta con malti tostati irlandesi, frumento, luppolo Bramling Cross. 
Nel bicchiere si presenta di color ebano scuro con una generosa schiuma cremosa e compatta dalla buona persistenza. L’aroma è un ottimo biglietto da visita, pulito ed elegante:  profumi di cioccolato al latte, caffè, caramello brunito, qualche accenno di frutti di bosco. Qualche bollicina in eccesso disturba un po’ quello che è comunque un mouthfeel scorrevole e leggero, senza velleità cremose o morbide. Il gusto cerca di replicare l’aroma ma purtroppo non lo fa con la stessa pulizia e precisione: una generale sensazione di torrefatto e caffè scorre al palato senza lasciare un grande ricordo, di tanto in tanto fa capolino qualche traccia di cioccolato. C’è una buona secchezza, l’intensità è discreta con un sussulto finale nel quale l’amaro terroso del luppolo affianca quello delle tostature: spunta anche qualche nota di cenere, quasi di affumicato. Say Nowt Stout, discreta interpretazione dello stile che tuttavia mi ha lasciato un po' perplesso: ero rimasto maggiormente impressionato dalla Pale Ale Jack The Lad, una session beer fresca, secca e pulita, godibilissima, con un carattere gentilmente fruttato donatele dall’utilizzo del Citra. 
Formato 50 cl., alc. 4.8%, lotto BAT10, scad. 20/10/2018, pagata 3,70 euro (supermercato, Irlanda)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

venerdì 5 ottobre 2018

Firestone Walker Nitro Merlin Milk Stout

Della Velvet Merlin di Firestone Walker (Paso Robles, California) vi avevo parlato in questa occasione. Una stout all’avena che il birraio Matt Brynildson aveva ideato ispirandosi al The Real Ale Almanac di Roger Protz: la birra aveva superato il giudizio dei fondatori Adam Firestone e David Walker ed era stata lanciata come produzione autunnale disponibile solo alla taproom del birrificio: il nome scelto fu Velvet Merkin. L’aumento delle richieste da parte dei clienti ne permise qualche anno dopo anche la produzione su grande scala e la conseguente messa in bottiglia: c’era solo d’affrontare il problema del nome.  Il termine “merkin” in inglese indica infatti una  piccola parrucca per coprire i genitali  utilizzata soprattutto dall’industria cinematografica nelle scene di nudo.  La stout fu allora rinominata Velvet Merlin, con riferimento al mago Merlino ma anche al soprannome del birraio Brynildson: “inizialmente non ero contento, ma poi ho dovuto ammettere che potevano sorgere dei problemi a distribuire una birra chiamata Velvet Merkin. Dopo tutto la parola davvero importante nel nome è Velvet (velluto) in quanto descrive la consistenza che ho voluto dare a questa birra”.  
Il nome Velvet Merkin  è stato riesumato quando il birrificio ha deciso di far uscire una versione barricata della Velvet Merkin, leggermente modificata con aggiunta di lattosio. Nel 2016 il lattosio, assieme all’avena, è stato il protagonista della prima birra al carboazoto di Firestone: la Nitro Merlin, variante della Velvet Merlin, era sino alla fine dello scorso anno disponibile solamente in fusto.  A gennaio 2018 l’annuncio delle prime lattine: “volevamo replicare l’esperienza della spinatura al carboazato, dalla bellissima schiuma al mouthfeel cremoso. Abbiamo inizialmente pensato ad introdurre la solita pallina nella lattina ma il suo utilizzo comportava anche l’immissione di una percentuale di ossigeno che avrebbe influito negativamente sulla freschezza e sulla shelf life del prodotto. C’è voluto molto lavoro sulla linea di produzione delle lattine, ma siamo molto soddisfatti del risultato”. Alla Firestone hanno risolto il problema posizionando al termine della linea d’inlattinamento una macchina che immette alcune gocce di nitrogeno: immediatamente il nitrogeno liquido rilascia una componente gassosa che va a riempire la lattina occupando il vuoto che si crea tra il liquido ed il coperchio. 
L’esperienza nitro si completa con il “surge pour”: le istruzioni grafiche vi invitano a capovolgere la lattina per tre volte prima di stapparla e poi versarla con vigore in verticale al centro del bicchiere. In questo modo potete ammirare la risalita dal basso verso l’alto delle bollicine di nitrogeno che colorano momentaneamente la birra di bianco e vanno a poi a formare la cremosa schiuma.

La birra. 
Lattosio escluso, la ricetta della Nitro Merlin è la stessa della Velvet Merlin: malti Maris Otter, 2-Row Pale, Roast Barley, English Dark Caramel, Medium Caramel, Carafa  e avena (15%); l’unico luppolo utilizzato è il Fuggle (coltivato negli Stati Uniti). 
Il suo colore è un ebano scurissimo e forma un generoso cappello di schiuma cremosa e compatta, dall'ottima persistenza. Pulito ed elegante, l’aroma regala profumi di chicchi di caffè, orzo tostato e caffelatte; in secondo piano si scorgono note di cacao e tabacco, frutti di bosco. La sensazione palatale che è il fulcro delle birre al carboazoto è davvero gratificante: poche bollicine, consistenza morbida e vellutata, cremosissima. La bevuta è intensa e perfettamente bilanciata: si parte dal dolce di caramello, caffelatte e cioccolato al latte per poi arrivare all’amaro del caffè e delle tostature.  Chi non ama l’acidità portata dai malti scuri troverà qui un grande alleato nel lattosio, capace di addomesticare ogni spigolo e garantire un percorso liscio e morbido dall’inizio alla fine. Equilibrata, semplice, facilissima da bere, ogni cosa al posto giusto: livello davvero elevato per la  Nitro Merlin Milk Stout di Firestone Walker.
Formato 35.5 cl., alc. 5.5%, IBU 27, lotto 06/04/2018, prezzo indicativo 4.50-5.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

martedì 2 ottobre 2018

Hilltop Un Americano

Torna sul blog il birrificio Hilltop di Bassano Romano (Viterbo)  a pochi chilometri dal lago di Bracciano; il suo impianto s'accende nell'agosto 2014 ma in precedenza, nell'attesa della messa in funzione, le birre erano stato prodotte per un breve periodo presso impianti terzi. Il birrificio è gestito interamente dalla famiglia irlandese/inglese Gallagher-Deeks, residente in Italia da trent'anni: i genitori  Barry  ed Eithne si occupano della parte gestionale ed amministrativa lasciando libero in sala cottura il figlio Conor, la cui formazione passa dall'homebrewing al diploma all'Institute of Brewing & Distilling per terminare con un praticantato di quasi tre anni presso Birra del Borgo. Alle operazioni (grafica e critica, dicono) partecipano anche le sorelle Tess ed Aisling. E' su di un impianto da sei barili proveniente da Manchester che ha preso vita la Barry's Bitter, birra dell'esordio che viene realizzata con malti e luppoli inglesi; la seguono la American IPA chiamata Hop Hill, la Belgian Strong Ale ZenZero e la Golden Ale Bella Blonde. Il portfolio è stato poi arricchito da diverse collaborazioni, birre stagionali e occasionali: al momento il database di Untappd ne elenca trentasette. 
Hilltop ha radici irlandesi e una delle sue produzioni meglio riuscite è la Gallagher Stout che abbiamo assaggiato in questa occasione. Una birra che è stata utilizzata in seguito come base di partenza per piacevoli divagazioni come ad esempio la Americano, versione “corretta” con aggiunta di lattosio, caffè e sciroppo d’acero; la sua edizione 2.0 ha introdotto la variante caffè d’orzo, mentre è da poco arrivata la sorella “maggiore” e potenziata chiamata Un Americano. Stessi ingredienti dell’Americano ma contenuto alcolico in percentuale che sale da 5.5 a 7.3.

La birra.
Il suo vestito è prossimo al nero, la schiuma è cremosa, compatta ed ha un’ottima persistenza. Caffelatte, cioccolato al latte e orzo tostato sono al centro di un bouquet aromatico pulito ed elegante: in secondo piano si scorgono lo sciroppo d’acero, la frutta sotto spirito, un tocco di fumo/cenere.  La leggera morbidezza  donatale dal lattosio è un po’ disturbata da qualche bollicina di troppo:  la facilità di bevuta non è però in discussione e questa “Americano” procede bilanciata tra un inizio dolce di caramello e cioccolato al latte e un amaro nel quale si fanno strada caffè, tostature e qualche sfumatura di cenere/tabacco. Il lattosio riduce ai minimi termini l’acidità tipica dei malti scuri e, dopo una chiusura ricca di caffè, c’è un delicato strascico di caffelatte, cioccolato e sciroppo d’acero. Non fatevi ingannare dai descrittori: non siamo davanti ad una di quelle “finte” birre dessert che stanno purtroppo invadendo sempre di più il mercato. L’Americano di Hilltop è una birra in tutto è per tutto nella quale c’è pulizia, intensità ed equilibrio, l’alcool è perfettamente nascosto e manca solo un po’ più di definizione. Il livello rimane comunque alto, la colazione è servita e la giornata può iniziare nel migliore dei modi.
Formato 33 cl., alc. 7.3%, lotto 18006, scad. 01/02/2019, prezzo indicativo 5.50-6.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

giovedì 21 giugno 2018

Pinta / O'Hara's Lublin to Dublin 2017

Sono duemila i chilometri che separano Lublino (Polonia)  da Dublino  (Irlanda) ma basta una birra per accorciare le distanze. Lublin to Dublin è il nome scelto dal birrificio irlandese Carlow/O’Hara (qui la loro storia) e dalla beerfirm polacca Pinta (eccoli qui) per una collaborazione datata 2014 e ripetuta poi negli anni a seguire. 
Entrambi possono essere considerati come dei precursori della craft beer revolution nei loro rispettivi paesi: la famiglia O’Hara ha avuto il coraggio di fondare il microbirrificio nel 1996, in un periodo in cui il mercato era un deserto completamente dominato dalle multinazionali. Browar Pinta ha invece realizzato nel 2011 la prima IPA polacca (Atak Chmielu), birra “colpevole” di aver poi ispirato decine di altre beerfirm polacche a gettare quanto più luppolo possibile nei bicchieri.  
Non ho trovato notizie su come sia nato questo incontro ma non credo sia importante quanto il risultato: una Foreign Extra Stout (6.5%) prodotta con malti irlandesi, avena e luppoli polacchi, nello specifico  Marynka e Lubelski. Nel 2015, ovviamente sempre sugli impianti irlandesi di Carlow, viene invece realizzata una Robust Milk Stout (6%) con anice stellato e lattosio che s’aggiungono agli ingredienti già elencati.  La terza collaborazione datata 2016 vede invece un ritorno della Lublin to Dublin  Foreign Extra Stout ma con un ABV leggermente ritoccato al rialzo (7%).  Lo scorso anno è invece stata realizzata la Lublin to Dublin Rye Stout  (6.5%): malti inglesi ed irlandesi, malto di segale (20%), fiocchi di segale e i soliti luppoli polacchi Marynka and Lubelski. Proprio in queste settimane è stata infine commercializzata la nuova Lublin to Dublin 2018, una Turkish Coffee Stout che utilizza caffè appena macinato proveniente dalla Turchia.

La birra.
Irlanda e Polonia hanno entrambe una tradizione brassicola “scura”:  stout irlandesi e baltic porter polacche non hanno certo bisogno di presentazioni.  La Lublin to Dublin 2017 si presenta di un bel color ebano scuro sul quale si forma un’impeccabile testa di schiuma cremosa e compatta dalla buona persistenza.  L’aroma è pulito e abbastanza intenso: caffèlatte, orzo tostato e fondi di caffè sono i protagonisti su di un palcoscenico che ospita anche note terrose e di cenere. Al palato c’è un leggero eccesso di bollicine ma per il resto il mouthfeel è perfetto: è una stout morbida e quasi cremosa che tuttavia scorre senza nessun intoppo. Il gusto conferma quanto di positivo espresso al naso e disegna una bevuta intensa e ricca, molto pulita ed elegante: il caramello è l'unica controparte dolce ad una bevuta che s'incammina subito nel territorio scuro del torrefatto, del caffè e del terroso: accenni di cenere e di cioccolato amaro non modifica la palette dei colori di una stout "nera", precisa e definita. L'acidità dei malti scuri è solo accennata, i luppoli supportano le tostature ripulendo bene il palato e regalando un finale amaro abbastanza secco e delicatamente riscaldato dall'alcool.
Ogni cosa è al posto giusto in questa stout davvero ben fatta che si lascia bere con grande soddisfazione: una collaborazione ben riuscita che vale la pena d'andare a cercare.
Formato 50 cl., alc. 6.5%, lotto 7216, scad. 28/02/2019.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 8 giugno 2018

Pelican Tsunami Stout

Jeff Schons e Mary Jones, marito e moglie, sono cresciuti a Portland (Oregon) e provengono dal settore edile; all’inizio degli anni 90 lasciano la città per spostarsi sulla costa nella minuscola Pacific City, dove vivono un migliaio di persone. Aprono un ristorante (Fishes Seafood & Steaks) che non riscuote però molto successo: “è stata la nostra università nella quale abbiamo imparato tutto quello che non bisogna fare nel campo della ristorazione”, ammetteranno poi. A poche decine di metri dal loro ristorante, proprio sulla spiaggia di Pacific City, c’è un edificio ormai abbandonato da dieci anni ma con un’impagabile vista sull’oceano e sulla suggestiva Haystack Rock; nel 1995 un agente immobiliare li convince ad acquistarlo ma, la mattina dopo, la coppia sta già pensando ad un modo per cancellare il contratto appena firmato. E’ in quel momento di disperazione che Jeff ha una “visione”: trasformarlo in un birrificio sulla spiaggia. Qualche mese dopo lui e Mary visitano la Northwest Brewers Conference di Portland e appendono un annuncio su una bacheca: “birrificio sulla spiaggia a Pacific City cerca birraio”. 
A quella conferenza partecipa anche Darron Welch birraio “esule” in Wisconsin e desideroso di ritornare a casa in Oregon:  lavorava in un’azienda che costruiva organi a canne ed era stato inviato ad Appleton, Wisconsin, ad installarne uno. Darron aveva conosciuto la birra “buona” dopo gli studi universitari, nel periodo passato in Europa tra Germania e Ungheria; rientrato negli Stati Uniti aveva iniziato a farsela in casa per cercare di replicarla.  Mentre si trovava ad Appleton iniziò a lavorare nei weekend come aiuto birraio alla Appleton Brewing Company. Terminata la costruzione dell’organo, gli fu chiesto di restare a tempo pieno al birrificio ma dopo alcuni anni passati nel Wisconsin aveva nostalgia di casa.  Quell’annuncio di lavoro trovato alla Northwest Brewers Conference era esattamente quello che cercava. Nel settembre del 1995 Darron Welch viene nominato birrario (e successivamente anche azionista) del nuovo Pelican Pub and Brewery che apre le porte debuttando con una birra al frumento per competere la Hefeweizen della Widmer Brothers, a quel tempo una delle birre più popolari in Oregon. 
Dopo qualche anno di rodaggio la Pelican inizia a raccogliere i primi riconoscimenti che arrivano sotto forma di medaglie al Great American Beer Festival del 1998: bronzo per la Tsunami Stout e argento per la Brown Ale chiamata Doryman’s Dark, birra premiata poi con l’oro nell’anno seguente. In totale saranno ben 43 le medaglie vinte al GBAF dal 1998 ad oggi, incluse due vittore come miglior  “Small Brewpub of the Year” (2000 e 2005) e “Large Brewpub of the Year” (2006 e 2013). Nel 2003 viene completata una prima espansione del brewpub e nel 2013 viene inaugurata la nuova sede operativa nella vicina città di  Tillamook che consente di quadruplicare la produzione portandola da 4.000 a 18.000 ettolitri (2016). E’ qui dove oggi sono prodotte e imbottigliate la maggior parte delle birre; il brewpub di Pacific City è ancora funzionante e viene utilizzato per piccole produzioni stagionali o occasionali disponibili solamente in fusto. Lo scorso anno è stato inaugurato anche un secondo brewpub a Cannon Beach, 100 chilometri più a nord davanti al quale nell’Oceano Pacifico si trova curiosamente un’altra Haystack Rock.

La birra.
I concorsi hanno sempre una valenza relativa, ma sei medaglie al GABF (oro nel 2000 e 2006, argento nel 2004, bronzo nel 1998, 2010 e 2013) sono comunque un ottimo biglietto da visita: parliamo della Tsunami Export Stout, la cui ricetta prevede malti Pale, Chocolate e Black Patent, orzo tostato, orzo in fiocchi, luppoli Magnum e Willamette. 
Il suo aspetto è inappuntabile: color ebano scurissimo, prossimo al nero, schiuma cremosa e compatta dalla buona persistenza. Pulizia e finezza non mancano in un aroma moderatamente ricco di orzo tostato e caffè, nocciola, frutti di bosco; in secondo piano c’è anche qualche nota di cioccolato fondente. Al palato è leggermente vellutata ma la sua consistenza non è affatto ingombrante e le permettere un’ottima scorrevolezza. La bevuta è molto semplice e pulita: il dolce del caramello supporta l’amaro del caffe, del cioccolato fondente e delle eleganti tostature: nel finale le note terrose del luppolo affiancano l’amaro del torrefatto. L’alcool scalda in maniera delicata e questa Tsunami, al di là del roboante nome, è in realtà una stout molto bilanciata e facile da bere. 
Profumi eleganti, gusto intenso, precisione e definizione, semplicità: ogni cosa al posto giusto. Davvero una gran bella stout questa di Pelican.
Formato 35.5 cl., alc. 7.0%, IBU 45, lotto 08/02/2017, prezzo indicativo 5.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 16 maggio 2018

Birrificio Ventitré: Hirpinia Aria IPA & Hirpinia Luna Oatmeal Stout


Il Birrificio Ventitrè apre i battenti il 23 luglio 2015 a Grottaminarda, al centro della valle dell'Ufita, in provincia di Avellino; non è tuttavia solamente questo il motivo del nome scelto. Come il birrificio stesso precisa sul proprio sito, 23 litri è stato il volume della prima cotta prodotta tra le mura domestiche ai tempi dell’homebrewing e 23 è il numero civico di via Perugia dove sono ubicati gli impianti. Dietro al progetto ci sono quattro soci: Guido Annicchiarico Petruzzelli  e Clementina Totaro, Jacopo e Jenni: tutti ancora indaffarati in altre attività lavorative ma allo stesso tempo impegnati a portare avanti in parallelo il birrificio, che soddisfa la maggior parte del proprio fabbisogno energetico grazie ad un impianto fotovoltaico. 
Non sono riuscito a reperire in rete molte informazioni storiche sul birrificio e quindi passiamo ad elencare le birre che compongono attualmente la gamma: la witbier Urania, la oatmeal stout Urania, la pale ale Tamatea, la IPA Amarante, la strong ale Aura, il barley wine Ambrosia. 
Da qualche tempo Ventitrè ha anche realizzato una linea parallela, chiamata Hirpinia Birra Artigianale destinata alla grande distribuzione: non so se si tratti di una semplice rietichettatura delle stesse ricette o se queste siano state rivisitate per renderle più adatte alla conservazione sugli scaffali dei supermercati. Le ho incontrate in offerta ad un prezzo interessante e quindi perché non assaggiarle? 

Le birre.
Partiamo dall’American IPA chiamata Aria (7.5%): il suo colore è ambrato, leggermente velato e movimentato da venature color rame. La schiuma biancastra è cremosa e compatta e mostra un’ottima persistenza. L’aroma, poco intenso e poco pulito, regala davvero poche soddisfazioni:  ci sono note terrose e di tostatura, forse di biscotto: quei luppoli americani che vorrei annusare in un’American IPA non sono pervenuti. La pulizia non migliora neppure al gusto e la bevuta restituisce soprattutto il biscotto ed il caramello dei malti fino a quando la bevuta non prende una direzione amara (vegetale, terrosa) piuttosto sgraziata e intensa. Nel finale emergono delle leggere tostature, qualche sconfinamento nella gomma bruciata e una fastidiosa astringenza. L’alcool ben nascosto è onestamente l’unico pregio di una IPA grezza e poco pulita che rimpiango subito di non aver lasciato dove l’avevo trovata:  sullo scaffale del supermercato. 

Per fortuna le cosa migliorano con la oatmeal stout (6%) chiamata Luna: anche lei molto bella alla vista, nera con una compatta testa di schiuma color cappuccino dalla buona persistenza.  Al naso ci sono tostature, fondi di caffè, richiami al cioccolato fondente e alla liquirizia, qualche nota terrosa: l’eleganza e la finezza non sono le sue caratteristiche principali ma c’è una buona intensità. Al palato è abbastanza gradevole, anche se l’avena dichiarata in etichetta faceva sperare in una maggior morbidezza o cremosità. Il gusto si mostra coerente con aroma e colore: al dolce del caramello il compito di sostenere un intenso carattere torrefatto, i fondi di caffè e la liquirizia amara. Nel finale arriva anche un po’ di cioccolato ad ingentilire un po’ l’amaro (poco elegante, in verità) delle tostature.  C’è ampio spazio per migliorare (finezza, pulizia), c’è qualche passaggio slegato ed acquoso ma questa Luna nel complesso  si beve con discreta soddisfazione e buona facilità, visto che la gradazione alcolica è molto ben celata.

Nel dettaglio:
Aria American IPA, formato 33 cl., alc. 7.5%, lotto  012/2018, scad. 01/02/2019, pagata 2.45 euro (supermercato)
Luna Oatmeal Stout, formato 33 cl., alc. 6%, lotto 016/2018, scad. 01/02/2019, pagata 2.29 euro (supermercato)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 14 maggio 2018

Moor Stout

Ritorna sul blog il birrificio inglese Moor, fondato nel 1996 da Freddy Walker, chiuso nel 2005 e poi rilevato nel 2007 dall’attuale proprietario Justin Hawke, un californiano la cui formazione brassicola è passata attraverso quattro anni in Germania nell’esercito americano, viaggi in Inghilterra assieme al padre a bere Real Ales e l’homebrewing a San Francisco. Hawke ha lentamente sostituito le birre della precedente gestione con ricette più moderne che utilizzano spesso luppoli extra-europei.  Sino al 2014 il birrificio ha operato negli edifici di un ex caseificio sperduto nella campagna del Somerset: in quell’anno è avvenuto finalmente il trasloco a Bristol, nel sobborgo industriale di St. Phillips, dove ha trovato posto il nuovo impianto da 20 barili, la nuova linea per la produzione di lattine e anche la “Brewery Tap”, aperta dal mercoledì alla domenica. 
Moor è ormai presenza fissa anche nei beershop e nei locali italiani, con importazioni regolari. E proprio pensando all’Italia nacque nel 2014 la Stout: una birra  “senza pretesa, facile da bere, un classico. La birra artigianale a volte è un po’ sciocca; spesso vogliamo bere qualcosa che sia semplicemente godibile, non qualcosa di curioso che dobbiamo provare per poterla spuntare da una lista.  I nostri amici italiani ci hanno chiesto se avessimo preso in considerazione una richiesta così semplice. Niente capelli da unicorno, polvere solare o unghie di qualche personaggio famoso. Se volete pontificare fatelo, ma intanto bevete e godetevi  quello che avete nel bicchiere. Salute!”
Questo il modo in cui il birrificio inglese presenta la propria stout, oggi disponibile tutto l’anno anche per il mercato domestico: una birra per l’appunto semplicemente chiamata stout.

La birra.
Il suo vestito è di color ebano, prossimo al nero: la schiuma è generosa, cremosa e compatta e mostra un’ottima persistenza. L’aroma non è evidentemente il punto di forza di questa lattina: l’intensità è davvero bassa e si fatica per avvertire i profumi di orzo tostato e caffè, esteri che richiamano i frutti di bosco “scuri”.  Si tratta comunque dell’unico punto debole di una birra che mantiene quanto promesso: nessun fronzolo, buona da bere. E si parte proprio bene con una sensazione palatale piuttosto gradevole: è leggera ma non troppo, leggermente morbida. Scorre senza che tu te ne accorga ed è attraversata da una notevole intensità a fronte di un contenuto alcolico (5%) da (quasi) session beer. Il dolce del caramello bilancia con precisione l’amaro delle tostature, del caffè e della liquirizia, di tanto in tanto fa anche capolino qualche ricordo di cioccolato fondente.  Si chiude con una buona secchezza, una leggera acidità data dai malti scuri e un gradevole amaro dove il torrefatto incontra qualche nota luppolata terrosa.   
La stout di Moor è molto pulita e ben fatta, rispettosa della tradizione, elogio della semplicità: quelle birre che le moda e l’hype ovviamente ignorano ma che sarebbe deleterio se non esistessero. Una stout che vi rinfrescherà se la berrete leggermente refrigerata; lasciatele invece raggiungere la temperatura ambiente se volete avvertire un lieve tepore etilico, quella piccola carezza di conforto che personalmente vorrei sempre sentire quando ordino una stout.
Formato 33 cl., alc. 5%, lotto 809ST011, scad. 01/06/2018, prezzo indicativo 4.50-5.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.