Visualizzazione post con etichetta wheat ale. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta wheat ale. Mostra tutti i post

giovedì 20 dicembre 2018

HOMEBREWED! Pine Verdi: America Works & Gaylord Porter


Ultimo appuntamento dell’anno con le birre fatte in casa e quindi con la rubrica HOMEBREWFED! Dalle colline fiorentine di Impruneta ecco Tommaso Righi, Nicola Mansuino e il loro birrificio casalingo Pine Verdi. Il perché del nome è presto spiegato: pini e pigne abbondano nella zona e le “pine” (come vengono chiamate in gergo) ricordano visivamente i coni di luppolo. 
Tommaso e Nicola acquistarono per curiosità nel 2008 un kit per fare la birra in casa e da allora non si sono più fermati al ritmo di 8-10 cotte l’anno; dai kit sono pian piano passati all'All Grain ed oggi producono (lascio a Tommaso la parola)  “circa 45/50lt di birra finita con un impianto a 3 pentole con mash automatizzato tramite Arduino e un'applicazione scritta in Java che effettua il monitoraggio delle temperature e l'accensione/spegnimento in automatico del fornello a gas (metano). La miscelazione viene effettuata elettricamente da un motorino da tergicristalli sul coperchio della pentola di mash e il fly sparge è eseguito tramite una piccola pompa da cantina. Riguardo al raffreddamento, abbiamo sostituito la serpentina di rame con uno scambiatore in controflusso in tubo autocostruito e gestiamo la fermentazione in un freezer a pozzetto controllato con da termostato esterno che si occupa di far partire il congelatore per far scendere la temperatura o una resistenza da terrario da 30W per aumentarla. Le temperature vengono registrate tramite un sistema di logging autocreato sempre con Arduino e poi riportate su un foglio Excel che con delle macro crea il grafico di fermentazione. Abbiamo anche autocostruito un agitatore magnetico che ci consente di effettuare degli starter di capacità superiori al litro, diciamo fino a 4/5 litri. Concludiamo imbottigliando con una riempitrice automatica Enolmatic".

Le birre.
Partiamo dall’Amercian Wheat Ale chiamata America Works (4.2%): malti pilsner e wheat, luppoli Centennial per amaro e Citra (Cryo) per aroma utilizzato negli ultimi 15 minuti, lievito  SafAle US-05. Nel bicchiere è di color giallo paglierino, opalescente; la generosa schiuma è cremosa e compatta e mostra ottima ritenzione.  Il naso è fresco e pulito: profumi floreali si mescolano a quelli di mandarino, bergamotto, lime e limone con un risultato gradevole e già di suo rinfrescante. Al palato è leggera ma non troppo: dal punto di vista tattile sembrerebbe una birra con qualche punto alcolico in più di quelli reali. La bevibilità non è comunque in discussione: è una session beer che scorre a grande velocità e che regala soddisfazioni. Crackers, pane e cereali, accenni dolci di pesca e frutta tropicale supportano a dovere un amaro zesty ed erbaceo di buona intensità ed eleganza; chiude molto secca, retrogusto di cereali e palato pulito e subito desideroso di un nuovo sorso. Le si perdona facilmente anche qualche leggero calo di tensione (leggi “acquoso”) perché complessivamente c’è una buona intensità a fronte di una gradazione alcolica modesta. Per me è una birra molto ben riuscita: c’è ancora spazio per migliorare la pulizia e anche l’espressività aromatica potrebbe essere un po’ più variegata (effetto Cryo?) ma siamo davvero ai dettagli. E’ una birra rinfrescante e dissetante che idealmente berrei ogni sera d’estate. Complimenti.  Questa la valutazione su scala BJCP: aroma 8/12, aspetto 3/3, gusto 16/20, mouthfeel 4/5, impressioni generali 8/10, totale 39/50.

Le cose non sono andate altrettanto bene per quel che riguarda la Gaylord Porter (5.8%), la cui ricetta prevede malti Maris Otter, Brown Malt, Pale Chocolate, avena in fiocchi, luppoli Perle ed East Kent Golding,  lievito: SafAle S-04. L’aspetto, mi tocca dirlo, è piuttosto bruttino: marrone chiaro, torbido, con riflessi quasi dorati:  la schiuma è generosa, abbastanza compatta ed ha un’ottima persistenza.  Pane nero, biscotto, accenni di tostature e di caffè compongono un aroma che ha buona intensità e un discreto livello di pulizia e finezza. I problemi arrivano al palato: la bevuta è slegata, poco pulita, fastidiosamente astringente, dall’intensità troppo dimessa e con qualche eccesso acquoso di troppo. Gli elementi giusti ci sarebbero; caramello, pane nero, delicate tostature e caffè, persino qualche suggestione di cioccolato che emerge quando la temperatura si avvicina a quella dell’ambiente. Emergono anche esteri (prugna e uvetta  -- per me benvenuti se ricordassero il “fruit cake”) che però non riescono ad amalgamarsi agli altri elementi. L’alcool è ben nascosto, non c’è quasi amaro, la bevuta chiude astringente e solo nel retrogusto arriva qualche suggestione terrosa e di caffè. Se mi fossi trovato davanti questa birra senza nessuna informazione avrei detto senza esitazioni “è una brown ale”, a partire dal colore. Il risultato è tutto sommato bevibile ma ci sono molte, tante cose da sistemare per poter parlare di una porter di nome e di fatto.  Questa comunque la valutazione su scala BJCP: aroma 7/12, aspetto 2/3, gusto 9/20, mouthfeel 3/5, impressioni generali 6/10, totale 27/50. 
Ringrazio Tommaso e Nicola per avermi fatto assaggiare le loro produzioni e spero che i miei appunti di bevuta possano essere utili per migliorare le ricette.

Nel dettaglio:
America Works, 50 cl., alc. 4.23%, prodotta  03/11/2018, imbottigliata 18/11/2018
Gaylord Porter, 50 cl., 5.84% ABV, prodotta  28/10/2018, imbottigliata 03/11/2018

martedì 30 maggio 2017

Eastside Brewing: Route 148 & Spring Break

Nuovo appuntamento con Eastside Brewing, birrificio laziale (Latina)  fondato nel 2013 da Luciano Landolfi, Tommaso Marchionne, Alessio Maurizi, Cristiano Lucarini e Fabio Muzio. La loro storia ve l’avevo raccontata dettagliatamente in questa occasione; il birraio è Luciano il quale riesce ancora a coniugare gli impegni in birrificio con il suo lavoro quotidiano altrove: nel concreto questo “stakanovismo” si traduce nel recarsi in birrificio alla sera e ogni weekend.  Dopo Sera Nera e Sunny Side, Soul Kiss e Sweet Earth, Bear Away e Bere Nice, tocca oggi a due birre particolarmente adatte ai mesi dell’anno in cui il caldo inizia a farsi sentire. 
Partiamo dalla Route 148, una delle ultime entrate nella categoria delle “birre classiche” che Eastside produce tutto l’anno: Blonde/Golden Ale nella predomina il luppolo americano Citra affiancato dallo sloveno Styrian Cardinal. Non aspettatevi tuttavia una bevuta luppolocentrica perché nelle intenzioni del birrificio questa è una sorta di birra “entry level”, semplice e da poter proporre a chiunque, magari anche a chi sino ad ora ha sempre bevuto le lager che si trovano sugli scaffali dei supermercati. Il nome scelto è un omaggio alla strada regionale 148 Pontina che collega Roma a Latina, con il Colosseo e la palude pontina che in etichetta sono simbolicamente uniti dalla stretta di due mani. 
Nel bicchiere è dorata e velata e forma una buona testa di schiuma bianca, cremosa e compatta, dalla buona persistenza: l’aroma è pulito e elegante, con delicati profumi di agrumi, miele millefiori, floreali, pane. Delicatamente carbonata, scorre con la facilità che una birra di questo tipo dovrebbe sempre avere: alla delicatezza dei malti (crackers, pane, un tocco di miele) fanno seguito gli agrumi e la pesca, mentre il finale delicatamente amaro e erbaceo è corto e secco in modo da lasciare il palato sempre ben pulito e già desideroso di un nuovo sorso. Una birra che fa delle semplicità (attenzione a non confondere con banalità)  e della facilità di bevuta il suo punto di forza senza però rinunciare all’intensità dei sapori: pulizia, eleganza e fragranza, a mio parere caratteristiche fondamentali in queste birre, ci sono.  Una (quasi) session beer che vi può stare accanto per tutta la serata facendovi silenziosa compagnia senza mai stancarvi.


Spring Break come il nome indica è invece una birra che arriva ogni anno assieme alla primavera: è un’American Wheat alla quale vengono aggiunti trenta chili di kumquat tagliati in pezzi e privati dei semi: dieci a fine bollitura e venti in dry hopping. Viene utilizzato un ceppo di lievito americano ma per rendere ben luppolata questa birra di frumento ci si avvale di luppoli continentali: Mandarina Bavaria, Hallertau Blanc e Huell Melon in uguali proporzioni sia in bollitura che in dry-hopping. In etichetta viene raffigurato il passaggio dal bianco e nero delle giornate invernali al verde della primavera.  
Il suo colore è dorato e sormontato da una generosa testa di schiuma bianca, compatta e cremosa, dall’ottima persistenza. Il naso non è particolarmente intenso ma evidenza un buon livello di pulizia nel quale spiccano ovviamente gli agrumi, con il kumquat (mandarino cinese, per i profani) in evidenza. L’accompagna qualche nota floreale, ma la scelta di un lievito neutro per valorizzare al massimo l’agrume secondo me penalizza un po’ la ricchezza e l’espressività dell’aroma. Vivaci bollicine accompagnano una birra che scorre senza nessun intoppo ricalcando il percorso aromatico: i malti non levano spazio a quegli agrumi che occupano la maggior parte della bevuta, mantenendo l’equilibrio che caratterizza tutte le produzioni del birrificio di Latina. Quella leggera acidità donata dal frumento che manca un po' al naso è invece fondamentale in bocca per aumentare il potere dissetante e rinfrescante di una birra che chiude con un amaro molto delicato e lievemente terroso. Pulita e ben fatta, Spring Break nasce con la primavera ma si adatta anche ai mesi successivi nei quali il caldo si fa maggiormente sentire: non a caso il birrificio la consiglia per accompagnare piatti di pesce, insalate estive e formaggi freschi come la mozzarella.
Ringrazio il birrificio per avermi inviato le due bottiglie da assaggiare.
Nel dettaglio:
Route 148, 75 cl., alc. 5%, IBU 12, lotto 06 17, scad. 03/2018, prezzo indicativo 10.00 Euro (beershop) 
Spring Break: 33 cl., alc. 5.2%, IBU 16, lotto 01 17, scad. 03/2018, prezzo indicativo 4.50 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 20 febbraio 2015

De Dochter van de Korenaar Crime Passionnel

De Dochter van de Korenaar, ovvero “la figlia della spiga”, uno dei birrifici dal nome più bizzarro, viene fondato nel 2007 da Ronald Mengerink con la moglie Monique de Baat a Baarle-Hertog, exclave  belga  (ma che comprende a sua volta alcuni mini-exclavi olandesi)  in territorio olandese del quale potete leggere qui le divertenti caratteristiche.  Ronald, olandese di nascita (Twente) ma residente in Belgio da quasi vent’anni, ricorda d’aver iniziato a produrre birra dall’età di sedici anni (oggi ne ha quarantacinque) “usando farina d'avena, luppolo selvatico e i lieviti del fornaio”, restando molto contento dei risultati ottenuti; a vent’anni risiede a Groningen (siamo alla metà degli anni ’80)  e  decide di abbandonare l’università per iniziare a vendere la sua birra, a nome Brouwerij De Noorderzon: non sono riuscito a capire se fosse solo un marchio o un vero e proprio microbirrificio casalingo. Un lotto sbagliato di cinquemila litri di birra ed il conseguente dissesto finanziario mettono fine alla sua avventura, costringendolo a ritirarsi per molti anni dalle  “scene”, come riporta il blog Dutch Beer Pages.
La passione mai sopita di fare birra si manifesta dopo qualche decennio, complice un viaggio negli Stati Uniti e l’assaggio della Flying Dog Snake Dog IPA; Ronald decide di vendere la propria casa (di vacanza?) in Bretagna e di tornare in pista, ristrutturandone una a Baarle-Hertog, che come detto è geograficamente in Olanda ma è Belgio;  una scelta strategica dovuta alla più favorevole legislazione belga nei confronti di un birrificio artigianale, ma non solo: la bandiera belga su un’etichetta di birra ha senz’altro maggior appeal commerciale di una olandese. 
Non è tuttavia il Belgio “classico” quello che Roland intende proporre: le sue birre guardano maggiormente nella direzione di birrifici più “moderni” e sperimentali come De Struise ed Alvinne, inclusi gli invecchiamenti in botte. Il nuovo birrificio prende piede nel 2007 nei piccoli locali di una casa di Baarle-Hertog (che ospita anche la tasting room ed il beershop), con il nome che s’ispira ad una frase pronunciata nel 1550 da Carlo V (sì, il Gouden Carolus della Het Anker) che dichiarò di preferire “il succo della figlia della spiga di grano a quello del sangue dei grappoli dell’uva”.  
I riconoscimenti non tardano ad arrivare, a partire dal quarto posto ottenuto dalla Embrasse nella classifica di gradimento popolare allo Zythos 2009; ben presto la capacità produttiva è insufficiente a tenere testa a tutta la domanda, attualmente suddivisa tra un 70% destinato al mercato locale ed un 30% che viene esportato nella maggior parte dell’Europa e negli Stati Uniti.   
Il debutto sul blog di De Dochter van de Korenaar avviene con la Crime Passionelle, definita come una “internatioanlly styled wheat IPA”: si tratta di una IPA prodotta con una percetuale di frumento e luppoli (suppongo) americani.   
Nel bicchiere è di colore ambra velato, con riflessi ramati: la schiuma avorio è compatta, cremosa ed ha un’ottima persistenza. In presenza di una IPA non posso esimermi dal raccontare la solita nenia: sono birre che vanno bevute fresche, freschissime, e questa Crime Passionnel non sembra esserlo. Scadenza 09/2015, nella migliore delle ipotesi (un anno di shelf life) si potrebbe pensare ad un lotto dello scorso settembre, ovvero sei mesi fa: saremmo al limite della (mia) soglia di tolleranza, ma i profumi sono quelli  di una birra un po’ più stagionata. Aroma dolce di caramello e marmellata d’agrumi, polpa di pompelmo, qualche sentore floreale e di frutta tropicale (mango e passion fruit); la pulizia e l’intensità ci sono, peccato per la scarsa fragranza. La bevuta, di conseguenza, risulta un po’ troppo spostata sul dolce del caramello e del biscotto, di mango e pesca, della marmellata d’agrumi. Non so quale percentuale di frumento sia stata utilizzata, ma sinceramente non ne ho avvertito la presenza; l'alcool (7.5%) porta un leggero tepore che accompagna tutta la bevuta, il cui dolce è contrastato dall’amaro vegetale ed un po’ resinoso. Il corpo è medio, le bollicine sono poche, con un mouthfeel morbido che tuttavia pregiudica un po’ la scorrevolezza; la birra (complice la poca freschezza e il molto dolce) risulta un po’ pesante, sebbene pulita ed intensa, e la bevuta potrebbe essere soddisfacente solo a chi ama IPA dolci e poco secche. Sarebbe senz’altro da riprovare in condizioni migliori, per meglio comprenderla ed apprezzarla. 
Formato: 33 cl., alc. 7.5%, scad. 09/2015, pagata 3.90 Euro (beershop, Italia)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

sabato 14 aprile 2012

Sudwerk Wright Flight

Abbiamo scoperto da poco questo interessante microbirrificio svizzero chiamato Sudwerk, con sede operativa a Pfäffikon, una trentina di chilometri ad est di Zurigo; l'apertura è molto recente (2010), sotto la guida di Gerry Farrell; birraio con esperienza ventennale arrivato da San Francisco per portare un po' della Craft Beer Revolution americana anche nel tranquillo territorio svizzero. Battono bandiere a strisce tutte e quattro le birre che attualmente compongono la gamma: due fisse e due stagionali, tra le quali c'è questa Wright Flight, un'american wheat ale disponibile solamente da Marzo a Settembre che rende omaggio ai fratelli Wright, considerati i primi ad aver fatto volare una macchina motorizzata con un pilota a bordo (era il 1903). Molto curata la parte grafica, con delle belle etichette ed accurate descrizioni, purtroppo solamente in tedesco; birrificio molto attivo anche commercialmente, visto che in soli due anni dalla fondazione è riuscito a stringere un accordo di distribuzione nei supermercati della Coop (Svizzera). Ma troverete abbastanza facilmente le loro birre anche nei beershop o nel reparto gastronomia di molti grandi magazzini a Zurigo. Passiamo alla birra, prodotta con lievito per wit/blanche belga e luppoli "nobili" (secondo la descrizione in etichetta) provenienti dall'Oregon. E' dorata, quasi limpida, con un cappello molto persistente di schiuma bianca, fine e cremosa. Purtroppo l'aroma è pressochè inesistente, se escludiamo qualche leggero sentore di cereali e di paglia. Le cattive impressioni vengono purtroppo confermate in bocca: birra molto leggera, mediamente carbonata, ma troppo acquosa anche per essere una rinfrescante ed estiva birra di frumento. Note di cereali, e di frumento, un po' di miele, dolce, totale assenza di luppoli; finisce velocissima, secca, lascia la bocca ben pulita ma vogliosa di un retrogusto che quasi non c'è, timidissimo, appena amaro. Fatichiamo dunque ad esprimere una qualsiasi opinione su una bottiglia che aver "sofferto" diversi maltrattamenti e che risulta molto povera di aromi e sapori. Acquistata in un beershop di Zurigo (Beer Planet Lowe, in Badenerstrasse 74) che vi consigliamo di evitare; la città svizzera non sarà famosa per il caldo tropicale (ha in media 3500 ore di sole l'anno), ma lasciare che il sole entri dalle ampie vetrine ad abbronzare diverse birre sugli scaffali è un vero delitto. Non era il caso di questa Wright Flight, ma chi ci assicura che sia stata per tutto il tempo nello scaffale sulla parete all'ombra ? Speriamo di rifarci presto con altre birre Sudwerk che abbiamo acquistato altrove. Formato: 50 cl., alc. 4.8%, scad. 06/10/2012, prezzo 4.13 Euro.

lunedì 1 agosto 2011

Gwiniz Du

“Gwiniz Du" significa “grano saraceno” in bretone, ovviamente utilizzato per la produzione di questa birra. Molto bella all’aspetto, di colore ambrato carico con riflessi rubini, appena velato. La schiuma è ocra, fine e cremosa, buona persistenza. Aroma molto poco pronunciato; a fatica emergono sentori di caramello ed una marcata mineralità. In bocca è leggera, e poco carbonata, ma con una interessante texture a tratti quasi cremosa; gusto di malto (biscotto), caramello, qualche nota metallica, con un po’ di amaro erbaceo a fine corsa. Lascia un retrogusto amaricante, abbastanza leggero, con una nota di rabarbaro. Su questa birra abbiamo trovato delle recensioni completamente differenti l’una dall’altra, forse a testimoniare una mancanza di consistenza tra i diversi lotti produttivi. Birra bevibile, discreta, una migliore pulizia in bocca le gioverebbe indiscutibilmente. Formato: 33 cl., alc. 5.4%, lotto GD137/138F1, scad. 17/05/2012, prezzo 2.40 €.
_______________
english summary:
Brewery: Brasserie Britt (Brasserie de Bretagne), France.
Appearance: beautiful deep amber/ruby color with a cream off-white head. Aroma: light caramel. Mouthfeel: light body, low carbonation, nice almost creamy texture. Taste: biscuit malty, caramel, grassy hops. Light metallic note and light bitter grassy aftertaste with a hint of rhubarb. Overall: drinkable and not unpleasant, taste not very clean. Bottle: 33 cl., 5.4% ABV, batch GD137/138F1, bb. 17/05/2012,, 2.40 €