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mercoledì 23 dicembre 2020

DALLA CANTINA: De Dolle Drie Mussen 2015

I polder sono una fascia costiera al di sotto del livello dell'alta marea che è stata sottratta al mare da opere di bonifica; tramite dighe e canali, il terreno viene isolato e poi reso coltivabile. I primi esperimenti furono realizzati nel XII secolo intorno alla città di Bruges e furono poi perfezionati nei secoli successivi dagli olandesi che, all'epoca dei primi polder nel 1600, aspiravano l’acqua anche con l’aiuto di pompe idrovore azionate dai mulini a vento ed eliminavano poi il sale di cui era impregnato il terreno coltivando il cavolo cappuccio, ortaggio che ha grande capacità di assorbimento del sale. I polder furono anche usati per scopi militari; aprire le dighe per allagare rapidamente vasti aree di terreno era una tecnica usata per rallentare l’avanzata dell’esercito nemico. E’ quello che accadde in Belgio nel corso della prima guerra mondiale: lo scopo fu raggiunto, ma l’impossibilità di spostarsi originò una lunga guerra di trincea nella quale moltissimi soldati furono vittima del fango e degli elementi naturali avversi, ancor prima delle mitragliatrici e dei cannoni. 
Il polder Drie Mussen (“i tre passeri”) si trova in Belgio nella valle Handzame tra Diksmuide, Beerst e Vladslo: un’area agricola di 78 ettari per la quale a partire dal  2011 il governo fiammingo ha finanziato opere volte a recuperarne ed a preservarne la biodiversità: scavi di drenaggio, pulizia dei canali e delle d’acqua pozze per facilitare l’abbeveramento degli animali, piantumazione. Un progetto pilota, al quale lavorano agricoltori ed associazioni naturaliste, che ha già dato ottimi risultati: alcune specie di uccelli sono tornate a ripopolare i campi e gli agricoltori hanno notato grandi miglioramenti nella qualità dell’acqua e nel drenaggio dei prati nei periodi più umidi dell’anno.
E’ stato inoltre creato il “sentiero dei tre passeri” (Drie Mussenwandeling),   una bella camminata di quattro chilometri che dal Grote Mark di Diksmuide vi conduce al quartiere di Beerst-Keizerhoek dove si trova il caffè De Drie Musschen, l’accesso all’area del polder e un moderno ponte pedonale dal quale potete ammirare i campanili delle chiese di Diksmuide, Esen, Vladslo e Beerst.
Esen: agli appassionati di birra belga questa parola dovrebbe subito scaldare il cuore. E’ in questo piccolo paese delle fiandre che ha infatti sede il birrificio De Dolle. A gennaio 2015 per promuovere il turismo nell’area, la municipalità di Diksmuide ha voluto creare alcuni prodotti gastronomici a marchio Drie Mussen. Al caseificio biologico Dischhof è stato commissionato un formaggio (Drie Mussenkaas) prodotto con il latte del bestiame che pascola libero nella zona del polder. Al birrificio De Dolle, che si trova ai margini della zona, è invece toccato il compito di realizzare il suo abbinamento perfetto, la Drie Mussenbier. 

La birra.

Ricordo il mio stupore quando nell’estate del 2015 avvistai una bottiglia di Drie Mussen (8%) in un piccolo negozio di alimentari di Diksmuide. Non ne avevo mai sentito parlare e pensavo d’aver messo le mani su una specie di rarità, ma qualche ricerca in Internet mi fece poi tornare rapidamente con i piedi sulla terra. Sembra infatti essere una semplice rietichettatura della Arabier, anche se questo articolo del 2015  parla di una “versione speciale della Arabier”. Impossibile pretendere di conoscere la verità quando c’è di mezzo De Dolle; il “birraio pazzo” Kris Herteleer ha anche voluto trovare un curioso aneddoto da abbinare al nome. Come detto, De Drie Musschen è il nome di una locanda il cui proprietario aveva tre giovani figlie “così piccole e magre che avrebbero potuto volare via da dietro il bancone, proprio come tre passeri”.  
L’Arabier di De Dolle è una Belgian Strong Ale generosamente luppolata e dalla bevibilità assassina; non è ovviamente una birra da far invecchiare ma da bere fresca. Partendo dal presupposto che questa Drie Mussenbier sia solo un’Arabier mascherata, ho deciso volutamente di dimenticarla per cinque anni in cantina per togliermi la curiosità di vederne l’evoluzione.  
Il suo colore arancio velato è ovviamente un po’ più scuro rispetto a quello di una Arabier giovane; l’esuberante schiuma pannosa è quasi indissolubile e regala subito forti esteri fruttati, vagamente sciropposi, non facili da definire. Pensate a frutti di bosco, lamponi, ad una mela rossa matura, alla ciliegia sciroppata: bisogna attendere molti minuti che la schiuma collassi per sentire profumi più convenzionali che richiamano il biscottato, la frutta candita e quel magico profumo del lievito belga che per certi versi può ricordare alcuni champagne. Il timore che sia una birra terribilmente dolce ed ossidata svanisce fortunatamente al primo sorso: la bevuta è molto più armonica, bilanciata tra accenni di caramello e biscottati, pesca e albicocca candita, uvetta gialla e qualche nota vinosa che inizia a ricordare il marsalato. Ma la vera magia di questa Drie Mussen/ Arabier avviene nel finale, con un bel taglio acidulo a ripulire il dolce e un finale secchissimo, con punta amaricante di frutta secca a guscio che nuovamente suggerisce affinità con il mondo dello champagne. (Lo scenario descritto vi suona familiare? Qualche Stille Nacht con un paio d’anni sulle spalle, forse ?) 
La sua generosa luppolatura è scomparsa, l’alcool scalda con raziocinio e le bollicine non hanno l’aggressività tipica di una Arabier fresca: certo, il corpo mostra qualche lieve cedimento ma è una birra che si beve bene e che impressiona per la sua tenuta nel tempo. Non posso dire di preferirla ad una Arabier giovane, ma non ne farei un dramma se scoprissi di essermi dimenticato in cantina qualche bottiglia.
Per vostra informazione la Drie Mussen viene ancora prodotta con un'etichetta un po' meno amatoriale e un bicchiere - il classico Oerbier di De Dolle - serigrafato appropriatamente. 
Formato 33 cl., alc. 8%, scad. 05/2017, pagata 2,02 Euro (Belgio)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

giovedì 17 dicembre 2020

DALLA CANTINA: O'Hanlons Thomas Hardy's Ale 2008

Per oltre un secolo l’imponente birrificio Eldridge Pope è stato l’edificio più importante di Dorchester e la ruota motrice dell’economia della città inglese. Nel 1837 Charles Eldridge, già proprietario dell’hotel Antelope aveva acquistato anche il piccolo birrificio Green Dragon, espandendone la produzione; la moglie Sarah guidò l’azienda alla morte del marito (1846) assieme al partner commerciale Samuel Mason, un altro produttore di birra.  Sarah Eldridge morì nel 1856 cedendo le sue quote al figliastro John Tizard e Mason si ritirò nel 1870 (si dice a seguito della morte del figlio in un incidente di lavoro nel birrificio) vendendo a Edwin Pope e al cugino Alfred. L’anno successivo, alla morte di Tizard,  la figliastra ed ereditiera Sarah Eldridge decise di vendere la sua quota alla famiglia Pope. Edwin Pope mise subito in atto un grande piano di espansione acquistando terreni adiacenti alla linea ferroviaria e commissionando all’architetto W.R. Crickmay un nuovo edificio, in stile vittoriano, che fu inaugurato nel 1881. La Eldridge Pope & Co. Limited divenne il più grande birrificio nonché datore di lavoro di tutta Dorchester;  lo stabile fu poi seriamente danneggiato da un incendio nel 1922 e la produzione interrotta sino al 1925.  
Le due guerre mondiali fecero scomparire dal mercato le birre dall’alta gradazione alcolica e anche quando il governo tolse le restrizioni, agli inizi degli anni ’50, furono davvero pochi i birrifici che ricominciarono a produrle. Tra questi vi fu proprio Eldridge Pope.   Michael Jackson riporta nella sua World Guide to Beer che nel 1967 alla Eldridge  trovarono per caso duemila bottiglie vuote di epoca vittoriana e si chiesero con che cosa avrebbe potuto riempirle. Proprio in quel periodo a Dorchester si stava organizzando un festival letterario che celebrava il quarantesimo anniversario della morte di Thomas Hardy, poeta e scrittore nato e vissuto a poche miglia di distanza il quale, nel suo racconto The Trumpet Major, aveva dedicato qualche riga alla birra locale: “era del colore più bello che l’occhio di un artista potesse desiderare per una birra: robusta e forte come un vulcano; piccante, senza essere pungente; luminosa come un tramonto d’autunno; dal sapore uniforme, ma, alla fine, piuttosto inebriante. Il popolo l’adorava, la gente per bene l’amava più del vino”. Cecil Pope, nipote di Alfred, chiese al birraio Denis Edwin Holliday di produrre una birra speciale per l’evento e Holliday rielaborò la ricetta del barley wine della casa chiamato Goldie  e lo mise ad invecchiare per sei mesi in botti ex-sherry che venivano ruotate quotidianamente. Il risultato finì poi in bottiglie chiuse da sughero, ceralacca  e chiamato Hardy Ale, birra celebrativa che venduta ad un prezzo che equivaleva a quello di dieci pinte di bitter. Nonostante il costo elevatissimo, quella che doveva essere una birra occasionale ottenne riscontri favorevolissimi convincendo il birrificio a replicarla nel 1974 e da allora una volta all’anno, diventando oggetto di culto degli appassionati che attendevano con ansia l’uscita del nuovo millesimo.
Gli anni ’90 furono caratterizzati da una serie di errate decisioni da parte del management di Eldridge Pope nel tentativo di risollevarsi da una difficile situazione finanziaria: la peggiore  fu probabilmente quella di separare gli assetti produttivi da quelli di vendita, ovvero la catena dei pub di proprietà, le cui spine finirono rapidamente in mano ad altri distributori. Alcune fonti riportano che nel 1996 il birrificio smise di produrre le proprie birre lavorando solamente per conto terzi. Nel 1997 il management del birrificio acquistò dai Pope il marchio, mentre impianti e sito produttivo rimasero in mano alla famiglia che lo aveva fondato: la nuova società fu rinominata Thomas Hardy Brewery & Packaging e l’anno successivo rilevò un altro birrificio a Burtonwood formando la Thomas Hardy Burtonwood. La produzione riprese ma, nonostante il nome scelto, tra le prime decisioni del management ci fu quella (1999)  di sospendere la Thomas Hardy’s Ale, ritenuta una birra troppo costosa da produrre. 
Nel 2003 la Thomas Hardy Brewery fece un offerta ai Pope di 8 milioni di sterline per acquistare il birrificio di Dorchester: la famiglia la rifiutò e preferì invece cedere il complesso alla Landworth Properties che aumentò immediatamente il contratto d’affitto costringendo di fatto la Thomas Hardy Brewery alla chiusura definitiva ed al licenziamento di 57 dipendenti, nel luglio dello stesso anno. L’anno successivo la famiglia Pope cedette per 40 milioni di sterline e 42 milioni di debiti tutti i pub ancora di proprietà all’imprenditore Michael Cannon, abilissimo a trasformarli nella catena Que Pasa Bar, poi rivenduta nel 2007 al gruppo Marston’s per 155 milioni di sterline.  Il vecchio birrificio Eldridge Pope rimase abbandonato sino alla trasformazione, completata nel 2013,  nel complesso chiamato Brewery Square che oggi accoglie negozi, ristoranti, cinema, appartamenti e un hotel. 
La scomparsa della Thomas Hardy’s Ale gettò subito nello sconforto gli appassionati, molti dei quali si trovavano negli Stati Uniti. E fu proprio grazie ad uno di loro che la birra riuscì a rinascere: una storia l’avete già sentita? E’ più o meno quello che accadde con la Extra Double Stout.  Questa volta il merito va attribuito a George Saxon, proprietario della la Phoenix Imports, Maryland, che dal 1986 importava in esclusiva sul suolo americano la preziosa birra, solitamente in bottiglie da 33 centilitri (in Inghilterra era più frequente il formato 18 o 25). Saxon rilevò la proprietà  del marchio e si mise a cercare un birrificio in Inghilterra che potesse ricominciare a produrla: la scelta cadde su O’Hanlon, un piccolo produttore nel Devon. Il 2003 fu la prima annata della nuova Thomas Hardy’s, ricreata in ogni dettaglio: etichetta, numero lotto e prefisso lettera identificativo, tappo e collo della bottiglia ricoperti da un lamina  dorata, piccolo medaglione ornamentale. La maggior parte degli appassionati fu soddisfatta ma non mancarono i sostenitori del “non è più la birra di una volta”: affermazione perlomeno prematura, visto che si tratta di una birra da bere dopo almeno tre anni di cantina, come suggerivano sin dall’inizio alla Eldridge Pope. 
La nuova avventura O’Hanlon non durò però molto, giusto il tempo di raccogliere qualche medaglia nei concorsi e di rimpolpare le cantine degli appassionati. Nel 2009 Liz O'Hanlon, direttore commerciale del birrificio, annunciava di aver gettato la spugna: “non è una decisione facile, ma non ne vale più la pena. Le vendite sono buone ma non giustificano gli sforzi che ci vogliono per produrla. A fare le nostre birre ci mettiamo due settimane; iniziamo invece a produrre la Thomas Hardy a gennaio e possiamo imbottigliarla solo in settembre. Dobbiamo poi incartare le bottiglie, numerarle ed appendere a mano i medaglioni al collo. Auguro ogni fortuna a Saxon, ma non credo sarà facile”. 
La stampa inglese di settore provò a sondare il terreno con due birrifici che già producevano riedizioni di birre storiche. Alla Marston’s dissero di poter prendere in considerazione l’ipotesi solo in caso di volumi superiori a 10.000 ettolitri all’anno. John Keeling di Fuller’s, che si era già preso a cuore le sorti della Gaze Pride Old Ale,  disse di sì, ma solo se gli fosse stato venduto anche il marchio: “non possiamo fare tutti quegli sforzi produttivi per una birra che non è neppure nostra”.
Per qualche anno non si venne a sapere nulla sul futuro della mitica Thomas Hardy’s Ale: fu necessario attendere l’agosto del 2012 quando a sorpresa,  i fratelli Vecchiato del colosso distributivo nazionale Interbrau, annunciavano di aver acquistato il marchio da Saxon. La notizia riempì d’orgoglio tutti gli appassionati italiani, ma per i Vecchiato la parte più difficile doveva ancora venire: trovare qualcuno affidabile in grado di produrla rispettando minuziosamente la ricetta originale. Riesumare un marchio dal pegidree così importante senza rispettarne la tradizione sarebbe stato un imperdonabile errore.  I Vecchiato si recarono  subito alla O'Hanlon alla ricerca di preziose informazioni ma i proprietari, che stavano vendendo il birrificio, non furono molto amichevoli e i birrai che avevano lavorato alla ricetta se n’erano già andati. Neppure le chiacchierate con alcuni vecchi dipendenti di Elrdige Pope furono molto utili. Decisero allora di sondare il terreno con uno dei loro partner commerciali, il birrificio Meantime, del quale Interbrau è importatore per l’Italia. Il birrario Alastair Hook era una garanzia ed era grande amico di Micheal Jackson: a lui il beerhunter lasciò in eredità la sua collezione personale di bottiglie, con ovviamente numerose annate di Thomas Hardy.
La nuova Thomas Hardy debuttò nel 2014 con una “Preview Edition” non destinata al commercio: verrà recapitata solo ad alcuni addetti ai lavori, giornalisti del settore e fatta assaggiare nelle fiere.  L’anno ufficiale del ritorno fu il 2015, proprio l’anno in cui Meantime veniva venduto all’industria (prima SAB Miller, poi Asahi). Alastair Hook fa ancora parte di Meantime e la Thomas Hardy, per quanto ne so, continua ad essere prodotta su quegli impianti.

La birra.

Nel 2008 ero già appassionato di birra, ma in modo diverso: ero solo curioso di bere qualsiasi cosa non avessi ancora provato, non sapevo esistesse la birra artigianale. Mi trovavo a Londra, ricordo ancora gli scaffali del supermercato Waitrose al piano interrato del centro commerciale Westfield: cercavo qualcuna di quelle bottiglie che avevo visto sulle guide e sugli atlanti generali della birra che si trovavano in libreria. La Bombardier di Wells, la Pedigree di Marstons, la Bass Pale Ale: non sapevo cosa fosse la Thomas Hardy’s Ale ma evidentemente quella curiosa bottiglia con il medaglione appeso al collo attirò la mia attenzione e la misi in valigia. Fu solo per caso che non la stappai appena tornato a casa: forse cercai qualche informazione e venni a sapere che era una birra mitologica, da mettere in cantina e da bere dopo molti anni. Meglio così. Noto ora che l’etichetta ha anche una piccola cornice in lingua italiana con ingredienti e data di scadenza.
In questi dodici anni ho resistito più volte alla tentazione di aprirla; avevo sempre la paura che fosse presto e che la birra potesse ulteriormente migliorare. Sono in parte stato facilitato dal peso della storia; raccontarla sul blog in modo appropriato significava sobbarcarsi un lavoro di ricerca lungo, impegnativo e quindi ho sempre rimandato. Non potevo tuttavia concludere la più che decennale avventura di Unabirralgiorno (iniziata proprio in quegli anni!) senza  la Thomas Hardy’s Ale.  
Il suo colore non è esattamente quel “tramonto d’autunno”  delle Strong Ales del Wessex decantate da Thomas Hardy: è ambrato molto carico e piuttosto torbido, la schiuma è comprensibilmente evanescente. L’aroma regala subito spiccate sensazioni di Porto e di Sherry: annoto anche mela al forno, ciliegia, frutti di bosco, uvetta, prugna, datteri e fichi disidratati. L’intensità è piuttosto buona, l’ossidazione è del tutto positiva: non si dovrebbe mai usare l’aggettivo “dolce” nel caso dell’aroma ma la sensazione che avverto è zuccherina, sciropposa, quasi una marmellata. Il corpo è ancora degno di nota, non ci sono grossi cedimenti dovuti all’età e le bollicine sono ancora ben percepibili.  La bevuta ripropone in maniera molto più educata e armonica l’aroma, senza quegli sbuffi sciropposi che vanno un po’ oltre le righe: s’avverte ancora una flebile componente maltata che richiama il caramello, la frutta sotto spirito è molto meno in evidenza e la sensazione è davvero di avere nel bicchiere un vino fortificato. E’ dolce ma ben attenuata, il tanto temuto cartone bagnato si avverte a fatica solo andandolo a cercare. L’alcool  (11.7%) dà il suo contributo senza mai andare oltre le righe: scalda il palato e scalda il cuore. Una birra invecchiata benissimo la cui bevuta è accompagnata da inevitabili emozioni derivanti da un viaggio indietro nel tempo, poco importa se questa non è una delle bottiglie di Eldridge Pope. 
Il bicchiere ormai vuoto è inevitabile sorgente di malinconia. Barley Wine? Old Ale? Semplicemente Thomas Hardy’s Ale.  Devo però essere sincero: nei miei ricordi e nel mio cuore non riesce però a scalfire la Harvest Ale di J.W. Leesvetta per me irraggiungibile. La producono ancora ogni anno e per comprarla non bisogna svenarsi su Ebay: in pochi la cercano… meglio così. Ne rimane di più per me.

Formato 27,5 cl., alc. 11.7%, , lotto 2008, scad. (italiana) 31/12/2016

martedì 1 dicembre 2020

DALLA CANTINA: Sierra Nevada Bigfoot Barley Wine 2015

Sono passati giusto quarant’anni da quel 21 novembre del 1980 in cui Ken Grossman, assieme al compagno di home-brewing Paul Camusi, produsse il suo primo lotto di Sierra Nevada Pale Ale, una birra destinata ad entrare nella storia e probabilmente la birra che ha maggiormente influenzato tutti quei birrai che hanno dato il via, dieci anni dopo, all’American Craft Beer Revolution. In quell’anno vi erano solamente 43 birrifici indipendenti in tutti gli Stati Uniti. 
Quel primo lotto non fu però soddisfacente e i due novelli birrai furono costretti a buttare via altre dieci cotte prima di ottenere quello che volevano. Grossman e Camusi avevano preso in prestito dalle rispettive famiglie 100.000 dollari e con quei soldi avevano assemblato un impianto da 14 ettolitri usando componenti di seconda mano. Sino ad allora Grossman aveva riparato biciclette, un’altra delle sua passioni, e faceva birra in casa: nel 1976 aveva aperto a Chico il piccolo Home Brew Shop dando lezioni ai novizi e tra i suoi clienti vi era anche Camusi. Nel primo anno di vita il birrificio Sierra Nevada produsse un migliaio di  ettolitri guadagnandosi lentamente un buon seguito locale, soprattutto tra gli studenti della Chico University: per un paio di anni Grossman e Camusi fecero tutto da soli, cercando di inventare quello che per i microbirrifici ancora non esisteva: canali di distribuzione, potenziali clienti non abituati a bere birre così amare e intense, accesso diretto alle materie prime, soprattutto ai luppoli della Yakima Valley. 
I primi dipendenti furono assunti nel 1983: Steve Dresler, birraio andato poi in pensione nel 2017 dopo 34 anni di attività e Steve Harrison, marketing e vendite: a lui il compito di far conoscere Sierra Nevada ma ci volle un colpo di fortuna per spiccare il volo. La catena di supermercati Safeway aveva un migliaio di punti vendita in tutti gli Stati Uniti: un loro dipendente andava spesso a trovare la figlia che studiava a Chico, fermandosi per una birra. Amava la Pale Ale, divenne amico di Grossman e portò le birre sugli scaffali del supermercato: alla Sierra Nevada arrivarono richieste da altri distributori e improvvisamente il problema, per Grossman e Camusi, non era come vendere la birra ma come soddisfare tutte le richieste. I soldi per espandersi non c’erano e le banche non davano nessun finanziamento ad un microbirrificio: era un business plan nel quale nessuno credeva. I due birrai lavoravano 12 ore al giorno, sette giorni su sette: Grossman prese un aereo e volò in Germania dove riuscì ad acquistare per 15.000 dollari l’impianto da 117 ettolitri di un birrificio fallito e lo spedì in California. Peccato che per metterlo davvero in funzione fossero necessari altri investimenti che sfioravano il milione di dollari: l’impianto resterà per molti anni inutilizzato in un magazzino, mentre Grossman con la saldatrice si costruiva da solo i nuovi fermentatori necessari per aumentare la prodzione. Nel 1987 Sierra Nevada produceva 14.000 ettolitri all’anno e distribuiva in sette stati: in quell’anno finalmente Grossman e Camusi riuscirono ad inaugurare l’impianto tedesco che avevano acquistato quattro anni prima. 
Il resto è una storia che parla di una crescita che per molti anni viaggia al ritmo del +50%, di ettolitri che diventano 117.000 (1993), 300.000 (1997) e 500.000 (1999).  Nel 1997 veniva inaugurato il nuovo impianto da 234 ettolitri e nel 1998 Grossman acquistava da Camusi il 50% delle quote societarie, diventando unico proprietario. Nel 2014 Sierra Nevada superava il milione di ettolitri venduti ed inaugurava un secondo sito produttivo in Nord Carolina. Nel 2015 la rivista Bloomberg aggiungeva Ken Grossman all’elenco dei “miliardari della birra”, ma  l’El Dorado della Craft Beer Revolution stava finendo, almeno per i “padri fondatori” del movimento: il craft non cresceva più esponenzialmente anno dopo anno e i birrifici artigianali che avevano investito milioni di dollari per espandersi vedevano le proprie quote di mercato rosicchiate da tanti piccoli produttori locali. Nel 2016 Sierra Nevada registrava un -6%, nel 2017 un -7% e riusciva ad invertire la tendenza solo nel 2019 (+5%), anno in cui il sessantacinquenne Grossman affidava il ruolo di amministratore delegato a Jeff White andandosi a sedere sulla poltrona presidenziale. Attualmente Sierra Nevada è il terzo produttore craft, dietro a Yuengling e Boston Beer Company, e il decimo produttore americano considerando anche i marchi industriali. 

La birra.

La prima birra prodotta da Sierra Nevada nel 1980 fu una Stout, seguita a ruota dalla Pale Ale. Nell’inverno del 1983 debuttò il possente Barley Wine (9.6%) chiamato Bigfoot che ottenne nel 1987 la medaglia d’oro al Great American Beer Festival. Grossmann e Camusi non pensavano ad una birra da invecchiamento; il loro approccio era lo stesso della Pale Ale, ovvero un’interpretazione americana, generosamente luppolata, della tradizione anglosassone. Bigfoot, prodotta con malti Two-row Pale e caramello, riceve un’abbondante luppolatura di Cascade, Centennial e Chinook e raggiunge quota 90 IBU: fresco, è un barley wine potente ed aggressivo, ricco di note resinose e di pompelmo, secondo i dettami della scuola West Coast.  La sua facile reperibilità e il suo ottimo rapporto qualità prezzo la resero rapidamente una birra da cantina per gli appassionati desiderosi di sperimentare gli effetti dell’invecchiamento. Ricorda il birraio Steve Dresler “a me piace particolarmente a cinque anni dalla messa in bottiglia. Non vale la pena andare oltre. Ma da tre a cinque anni è deliziosa!”.
Seguo le indicazioni di Dresler ed anche quelle contenute nel libro Vintage Beer di Patrick Dawson, lettura che consiglio a chiunque voglia provare di abbandonare qualche birra in cantina. 
Bigfoot 2015 si presenta nel bicchiere di color ambrato torbido: la schiuma ocra è cremosa, compatta ed ha buona ritenzione. Il naso è ricco di fichi disidratati, datteri, mela al forno, frutti di bosco, richiami al vino passito e a vini fortificati, soprattutto Sherry: l’aroma è intenso, pulito, “caldo” e avvolgente. Il mouthfeel è ancora ben solido e potente, non ci sono evidenti segni di cedimento dovuti all’età: in bocca è morbida nel suo percorso di caramello e biscotto, frutta sotto spirito. L’ossidazione regala belle sensazioni di vino fortificato mentre nel finale è ancora presente una generosa luppolatura resinosa, molto gradevole. Ed è questa la nota più positiva che devo sottolineare: i luppoli americani, contrariamente a quelli inglesi, invecchiano molto male e il loro resinoso spesso evolve in sensazioni poco gradevoli al palato.  Chi ha avuto occasione di assaggiare Barley Wine americani d’annata conosce bene quella sensazione. Bigfoot è invece una piacevole eccezione alla regola: a cinque anni dall’imbottigliamento presenta ancora un resinoso gradevole abbinandolo alle note ossidative di sherry e vino passito.
In questa bottiglia non c’è la classe la complessità dei migliori barley wine inglesi d’annata, ma è sicuramente una bella bevuta, ancora potente, sostenuta da un corpo solido e da un bel alcol warming. Tra i migliori vintage american barley wine che mi sia mai capitato di bere.
Formato 35.5 cl., alc. 9.6%, IBU 50, lotto 18/12/2015, pagata 5.00 euro (beershop)

mercoledì 25 novembre 2020

DALLA CANTINA: Gales Prize Old Ale 2000

I Gale erano una rinomata famiglia di Horndean vicino a Portsmouth, Hampshire: fornai, droghieri, mercanti di mais e di carbone. Nel 1847 la famiglia acquistò il pub Ship and Bell: a quel tempo era abbastanza comune che i pub producessero anche la birra che vendevano e George Gale, che lo gestiva, iniziò a farlo nel 1853. Nel 1896 un incendio distrusse completamente il pub  ma l’edificio fu prontamente ricostruito: la sua torre ancora oggi svetta sui tetti di Horndean. La ditta Gale and Co. nacque nel 1888, iniziò a  distribuire birra anche ad altri pub nei dintorni  e riuscì a superare le difficoltà derivanti dalle due guerre mondiali: negli anni 60 la produzione iniziò a crescere grazie al successo della HSB – Horndean Special Bitter –  che raggiunse il picco di vendite nel 1984. Da quel periodo i marchi del portafoglio Gale’s iniziarono un lento ma inesorabile declino e il birrificio aumentò anno dopo anno la produzione per conto terzi, iniziata nel 1997.  Ma dopo una decina d’anni di sforzi, alcuni soci chiesero di rientrare in possesso del proprio capitale e l’unica soluzione per i Gales fu vendere: si fece avanti Fuller’s, che nel 2005 rilevò il birrificio di Horndean per 92 milioni di sterline. Preoccupato, il CAMRA lanciò subito una campagna di sensibilizzazione nei confronti di Fuller’s: gli 80.000 ettolitri annuali prodotti a Horndean potevano facilmente essere trasferiti a Londra o, nella peggiore delle ipotesi, le birre sostituite dalle concorrenti prodotte da Fullers. Ed infatti alla fine di marzo 2006 gli impianti di Gale’s, la maggior parte dei quali risaliva agli anni ’80, furono definitivamente spenti. Pochi anni dopo tutto il birrificio ad eccezione della torre venne demolito e i terreni furono riconvertiti in zona residenziale.  Ma per gli appassionati c’era ancora qualche speranza: poco prima di chiudere i cancelli alla Gales fu prodotto un ultimo lotto di una birra iconica, la Prize Old Ale,  e venne poi portato a Londra con delle autocisterne.
La Prize Old Ale di Gale’s è un pezzo di storia che vale la pena raccontare, è un viaggio a ritroso al tempo di quelle Stock Ales maturate in tini di legno per mesi, a volte anche per anni, dove sviluppavano acidità lattica, inevitabile conseguenza della contaminazione batterica: era il gusto tipico delle birre del diciottesimo e del diciannovesimo secolo, che i bevitori apprezzavano.  Queste Old/Stock Ales (non è mia intenzione entrare nel dettaglio di eventuali differenze) potevano essere bevute anche da sole ma erano solitamente utilizzare per creare un blend con birre piè giovani: erano la base delle birre più popolari di quel periodo, le Porter e le Stout. 
Ci sono notizie contrastanti sulla storia della Prize Old Ale ma tutti gli storici sembrano concordare sul fatto che sia nata intorno al 1920 quando alla Gale’s arrivò un birraio dallo Yorkshire che intendeva replicare i fasti di quelle Strong Ales, in gergo “Stingo”,  che venivano prodotte da quelle parti, come per esempio alla Hammond Brewery.  La Prize Old Ale maturava in vasche di legno per un periodo variabile tra i sei ed i dodici mesi; John Keeling, lo storico birraio di Fuller’s, ricorda“non è lambic, ma ci assomiglia. Alla Gales fermentava in legno, era impossibile pulire perfettamente quelle vasche; si venne a creare un ambiente selvaggio e quei microrganismi diedero alla birra il suo carattere unico. Anche se veniva poi trasferita e messa ad invecchiare in tini di acciaio non perdeva quella flora batterica”. La ricetta originale pare indicasse malto Maris Otter, un tocco di Black, luppoli Fuggles e East Kent Goldings. Al momento della messa in bottiglia veniva aggiunto poi il lievito per la rifermentazione.  Nel 1971 quando fu fondato il CAMRA, la Gale Prize Old Ale era una delle ultime cinque birre rifermentate in bottiglie che ancora venivano prodotte nel Regno Unito. 

Negli anni che precedettero la vendita a Fullers la Prize Old Ale non fu certo un esempio di costanza produttiva. Scrive lo storico Martyn Connell: “a partire dall’inizio del ventunesimo secolo le cose iniziarono a peggiorare. Le bottiglie erano completamente piatte, la rifermentazione non era mai partita ed erano stucchevolmente dolci. Sembra che alla Gale’s imbottigliassero senza aggiungere zucchero o lievito, facendo affidamento solo sulle cellule di lievito che erano presenti della birra e sugli zuccheri rimasti dopo la fermentazione primaria. Evidentemente non funzionava, ma per anni nessuno alla Gales sembrò interessarsi al problema e continuarono in quel modo”. Come detto, nel 2006 la produzione passò alla Fuller’s che però esitò prima di mettere in circolazione il primo lotto, pronto nel 2007. Ancora Keeling: “amavo quella birra, ma replicarla sui nostri impianti fu una bella sfida. Non avevamo abbastanza posto per trasferire i fermentatori di legno della Gale’s, così facemmo un ultimo lotto a Horndean e lo portammo a Londra nei nostri fermentatori d’acciaio. Realizzammo poi due cotte sul nostro impianto nel 2007 e nel 2008, blendandole con quella di Gale’s e utilizzando il loro lievito che avevamo propagato alla Fuller’s. Il problema era che il nostro ufficio vendita la odiava, dicevano che era impossibile da vendere. Un prodotto in via d’estinzione, troppo acido per la maggior parte dei bevitori”.   I buoni intenti di Fuller’s non trovarono tuttavia quel riscontro commerciale necessario per continuarne la produzione e la Prize Old Ale uscì definitivamente di scena.
Facciamo un altro salto in avanti nel tempo al 2016, a Manchester: il girovago birraio James Kemp (oggi da BrewDog) del birrificio Marble aveva lavorato per un anno alla Fuller’s facendo amicizia con e con John Keeling. James amava le Flanders Red e le Oud Bruin belghe e sognava di poter un giorno replicare il loro “equivalente” anglosassone. Alla Fuller’s Keeling aveva ancora da smaltire parecchie bottiglie di Old Ale invendute e ne mandò un po’ a Kemp: i due si scambiarono idee sulla ricette e poi si diedero appuntamento a Manchester, adattando una ricetta originale del 1926. Malti Pale, Crystal e Chocolate, sciroppo di glucosio, luppoli Challenger e Goldings per amaro, Fuggles e Goldings per aroma. La Marble non disponeva di tini in legno e quindi la prima fermentazione “pulita” avvenne in acciaio, con inoculazione del lievito della Gale’s al momento del trasferimento in botti di legno. Per rendere forse più interessante la birra sul mercato attuale non furono usate botti neutre ma che avevano contenuti in precedenza Bourbon, Madeira, Barbera e Pinot Nero: l’idea originale era di creare un unico blend finale, ma il risultato ottenuto dalle singole botti fu ritenuto soddisfacente e ne furono quindi commercializzate quattro diverse edizioni.  

La birra.
Il destino non è mai stato gentile con le grandi birre storiche inglesi: dimenticate in patria, hanno spesso trovato una seconda vita negli Stati Uniti grazie (anche) all’opera divulgativa del defunto beer-hunter Michael Jackson e dell’importatore B-United. E’ il caso della meravigliosa Harvest Ale di JW Lees,  oggi ancora prodotta ma più facile da reperire in un Whole Foods americano che in un beershop inglese; o degli ultimi lotti di Thomas Hardy's Ale e Prize Old Ale prodotti prima delle rispettive chiusure, la maggior parte dei quali è finita dall’altra parte dell’oceano prima che esplodesse davvero la Craft Beer Revolution.  Sulle etichette trovate infatti il contenuto espresso in once fluide, anziché millilitri.  Ed è quello che è capitato a me: nel 2014 in un beershop di San Francisco mi sono imbattuto in una cesta piena di Prize Old Ale anno 2000 a prezzi di saldo: 3 dollari l’una. Non ho potuto resistere, consapevole  del rischio che poteva trattarsi di un imbevibile fondo di magazzino: ma del resto è lo stesso rischio che corre l’appassionato che tenta la fortuna acquistando qualche vintage su Ebay a prezzi moltiplicati almeno per dieci. E per stapparla ho voluto attendere altri sei anni per rispettare le opinabili indicazioni fornite dall’importatore B-United: “si dice che la Prize Old Ale dia il meglio di sé dopo 20 anni”.  Non ho ovviamente la certezza assoluta sul millesimo: l’anno 2000 è scritto con il pennarello sulla capsula di plastica che protegge il tappo di sughero. L'apertura è abbastanza difficoltosa e nonostante la cautela il sughero si rompe a metà nel collo; con molta pazienza riesco ad estrarre quel che rimane ma non ad evitare che qualche frammento finisca dentro la bottiglia. Devo versarla nel bicchiere aiutandomi con un infusore da te per filtrarla ed evitare di bere le "briciole" di sughero. La schiuma è assente, il colore è ambrato, piuttosto spento e torbido: nessuna sorpresa. Al naso l'ossidazione è evidente, nel bene e nel male: fortunatamente predominano i richiami al passito, ai vini marsalati e fortificati. Uvetta, datteri, caramello, mela al forno, albicocca disidratata: l'intensità è davvero degna di nota. In secondo piano avverto odori ematici, ferruginosi, un po' di cartone bagnato: mi sorprende la completa assenza della componente wild/selvaggia, fatta eccezione per qualche richiamo di plastica bruciata che potrei associare ai brettanomiceti. Al palato è ovviamente piatta e slegata ma c'è ancora un discreto corpo a regalare un mouthfeel ancora accettabile. 
La bevuta segue l'aroma ma con meno intensità: colpisce sopratutto il modo in cui l'alcool (9% al momento della messa in bottiglia, ora sicuramente maggiore) è inavvertibile. E' una birra che assume le sembianze di un vino passito un po' annacquato nel finale, se mi passate il paragone: datteri, uvetta, caramello, marsala e sherry, potrei spingermi oltre e chiamare in causa lo sciroppo d'acero. Anche in bocca spunta ogni tanto qualche lieve accenno di plastica e gomma bruciata: non è però questo a lasciarmi sorpreso, perplesso (eviterei l'aggettivo "deluso", visto l'anzianità della bottiglia). Piuttosto è la completa mancanza di acidità lattica che avrebbe dovuto rendere questa Old Ale unica nella sua continuità storica (confrontate ad esempio le impressioni di Angelo Ruggiero e Stefano Ricci, versione Fuller's). Chiude comunque piuttosto secca, ammiccando al legno e forse all'amaro dei tannini.  
Stappare una bottiglia che ha vent'anni sulle spalle significa privilegiare la curiosità e l'emozione, la parte conoscitiva e didattica alla piacevolezza della bevuta, benché questa bottiglia di Prize Old Ale sia ancora perfettamente bevibile. Posso comunque confermare che la Prize Old Ale è (era) un'ottima birra da invecchiamento, quasi indistruttibile, per come era prodotta alla Gale's. Ritornerà? I tentativi di riesumarla fatti negli ultimi anni non hanno avuto un grande successo al di fuori di una piccola nicchia fatta di appassionati, di vecchi nostalgici e forse di qualche occasionale curioso. Se anche voi siete tra questi e volete aggiungerla al vostro curriculum di bevute, qualche bottiglia è ancora reperibile su Ebay o nelle cantine di qualche locale: mettetevi alla ricerca, anche gli sforzi per trovarla fanno parte dell'esperienza  Gale's Prize Old Ale

Formato 27,5 cl., alc. 9%, IBU 53, anno 2000 (?), pagato 2,99 dollari (beershop) 

giovedì 19 novembre 2020

DALLA CANTINA: Cantillon Iris 2014

Iris, dea greca raffigurata come una fanciulla dotata di piedi veloci e grandi ali dorate, personificazione dell’arcobaleno e messaggera degli dei; la dea accompagnava sovente i defunti ai Campi Elisi e  da questa leggenda si diffuse l’abitudine dei greci di posare sulle tombe dei familiari dei fiori viola, dalle sfumature cromatiche simili all’arcobaleno. Il fiore iris secondo la mitologia greca rappresenta la speranza, la notizia positiva, il buon auspicio per il futuro e la possibilità di attraversare un periodo positivo dopo tante difficoltà.
Non è stata quindi causale la scelta fatta nel 1998 da Jean-Pierre Van Roy,  a quel tempo ancora al timone della Brasserie Cantillon, di chiamare una birra con questo nome prima di passare il testimone al figlio Jean. Il birrificio arrivava da un ventennio molto difficile, era riuscito a saldare i propri debiti solo nei primi anni ’90 e aveva ripreso ad investire. Come ci spiega Kuaska in un articolo per Fermento Birra: “per festeggiare i primi vent’anni di vita del Musée Bruxellois de la Gueuze volle presentare una birra originale che legasse il passato al futuro. Provava una forte nostalgia per una birra che aveva amato sin da ragazzo, la birra che incarnava lo spirito di Bruxelles, la sempre rimpianta Spéciale che vide la luce nella birreria fondata da Léon Aerts nel 1897 e chiusa nel 1963.  Nacque così una birra nuova che nella mente di Jean-Pierre doveva non solo ricordare, ma in un certo modo riprodurre la Spéciale Aerts, sempre seguendo la filosofia Cantillon della fermentazione spontanea. Ecco allora arrivare una birra inedita a fermentazione spontanea ma con l’utilizzo di solo malto Pale, senza nemmeno un grammo di frumento, con l’aggiunta di 50% di luppolo (Hallertau) fresco e di 50% di luppolo vecchio di tre anni (suranné).”
Il primo lotto di Iris fu prodotto nel 1996 e dopo due anni d’invecchiamento in legno venne luppolato a freddo per due settimane mediante un sacco di lino pieno di luppolo Saaz fresco. Al momento dell’imbottigliamento venne poi aggiunto liqueur d’éxpédition.  Ancora Kuaska: “la novità fu il ricorso al dry hopping con luppolo fresco (poi ribadito da Jean, a partire dalla Cuvée des Champions), che dona un ficcante retrogusto amaro, anticipando una tendenza e un cambiamento nel gusto del consumatore belga che si sarebbero in seguito rivelati travolgenti”.
Un secondo lotto di Iris fu prodotto nel 1998 e messo poi in vendita nel 2000: da allora è stata sempre prodotta una volta all’anno con un’etichetta che non è mai cambiata e che richiama i fiori che crescono nei prati di Brussels. Iris è anche l’unico prodotto Cantillon che non può essere chiamato lambic in quanto non rispetta il Regio Decreto del 31 marzo 1993 il quale stabilisce che per produrre lambic bisogna usare almeno il 30% di frumento non maltato.

La birra. 

I tappi di sughero non sono mai stati il punto di forza della maison Cantillon e anche questa bottiglia di Iris 2014 non fa eccezione. Nel corso degli anni un po’ di liquido è traspirato ed ha arrugginito l’interno del tappo metallico; il sughero si è poi spezzato al momento dell’apertura ma sono fortunatamente riuscito ad estrarre anche il pezzo rimato nel collo senza dover farlo cadere all’interno. Nonostante sia rimasta per cinque anni in cantina in posizione verticale, su tutto il fianco interno della bottiglia c’è un evidente striscia tipica degli invecchiamenti in posizione orizzontale.  
Il suo colore è un bell’ambrato, un po’ scarico e acceso da riflessi oro e arancio: la schiuma è cremosa, compatta ed ha ottima ritenzione. Al naso le note funky del lambic (cantina, muffa, legno) convivono con qualche accenno d’aceto di mela, note aspre di uva e limone: in secondo piano arrivano come per magia dolci ricordi di frutti di bosco, vino marsalato, suggestioni di zucchero a velo, forse vaniglia. A cinque anni dall’imbottigliamento è ancora vivacemente carbonata e vivace: il mouthfeel è ottimo, morbido, privo di quelle irrequietezze dei lambic, soprattutto giovani. La bevuta si snoda tra note vinose (dolci ed aspre), funky e legnose, limone, ricordi di aceto balsamico; nel finale, molto secco, arrivano note lattiche e s’avverte ancora netto – dopo più di un lustro - l’apporto amaricante del luppolo. Del resto stiamo parlando della Cantillon più luppolata. 
Bevuta complessa, intensa, ancora scattante e soprattutto non priva di emozioni, quelle che qualche sbuffo acetico qua e là non riesce a compromettere. In ultimo non posso esimermi dalle solite considerazioni sul prezzo, visto che parliamo di Cantillon.  Era il 2015 e la pagai neppure sette euro in Rue Ghede 56; in Italia le ultime bottiglie arrivate costavano dai 25 ai 30 euro; sul mercato secondario una bottiglia di Iris 2014 viene attualmente valutata intorno agli 80 euro.
Formato 75 cl., alc. 6%, IBU 45, lotto 11/2014, pagata 6,80 € (birrificio)  

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 20 maggio 2020

DALLA CANTINA: Toccalmatto Vecchio Bruno 2015


One-shot, collaborazioni, special editions: fino a qualche anno fa questo era il pane quotidiano del birrificio Toccalmatto, sempre pronto ad incalzare i bevitori con qualcosa di nuovo da provare. Nel 2017 il birrificio di Fidenza (PR) guidato da Bruno Carilli ha stretto una importante partnership con la beerfirm belga Caulier e da allora la propria strategia commerciale è cambiata . Fu lo stesso Carilli ad ammetterlo in un’intervista a Fermento Birra di quel periodo: “non puoi continuare ad inseguire un mercato schizofrenico, modaiolo, publican volubili. Vedo qualche birrificio seguire trend produttivi effimeri, fare birre modaiole, ma è una politica cieca che non paga, tutt’altro. Te lo dice uno che ha lanciato mode, che ha fatto molte one-shot, ma poi le birre che vendi sono altre, devi creare degli standard e puoi farlo anche con birre molto caratterizzate, solo che devi venderle”.  
Va bene divertirsi, va bene far parlare di sé ma alla fine del mese bisogna fatturare e l’impianto deve funzionare, soprattutto se di grosse dimensioni.  Meno varietà e più quantità, sembrerebbe essere questo l’unico modo per sopravvivere: “rimanere in una fascia intermedia a livello dimensionale è pericolosissimo. Il mercato è cambiato e sta cambiando. Noi ci siamo salvati perché abbiamo investito in maniera assennata e graduale. Arrivi però ad un certo punto che devi cambiare il mercato, la distribuzione, e da solo non puoi farcela. Secondo me chi produce tra i 1000 e i 7000hl annui rischia molto”. 
Tutti questi fattori hanno determinato il rinvio di quel Progetto Cantina che Toccalmatto aveva annunciato nel 2015 quando aveva appena inaugurato il nuovo impianto e voleva trasformare i locali adiacenti allo spaccio, che ospitavano l’impianto vecchio, in una “barricaia dove poter iniziare a fare delle birre acide con una forte impronta personale e italiana. Lo stabile sarà diviso in due aree (entrambe a temperatura controllata), una destinata alle Farmhouse Ales e l’altra a birre acide ispirate ai Lambic”.


La birra.

Proprio in quell’anno, esattamente a giugno 2015, veniva messa in vendita la Vecchio Bruno, che veniva presentata così:  “abbiamo pazientemente aspettato qualche anno, e finalmente è pronta. Ispirati alle Flemish Red e all’Aceto Balsamico Tradizionale, siamo partiti dalla Saba, il tradizionale mosto cotto emiliano, e l’abbiamo lasciata in botte a sviluppare la sua spiccata acidità acetica. Vogliamo pensare sia la capostipite dello stile Sour Emilian Red Ale”.  La bella etichetta è stata realizzata dal grafico Antonio Bravo: a lui il compito di raffigurare il Vecchio Bruno (traduzione storpiata di Oud Bruin) mentre si aggira furtivo tra le strade del centro storico di Parma. Un esperimento che credo non fu mai più ripetuto da allora e il sogno delle Sour Emilian Red Ale è stato riposto nel cassetto; andiamo comunque ad assaggiare una di quelle bottiglie che ho conservato per un lustro in cantina.

Alla vista predomina il color rubino con qualche nervatura ambrata: la schiuma è cremosa ma piuttosto rapida a scomparire. Anche il naso si tinge di tonalità rossastre: ciliegia, marasca, amarena cotta, aceto balsamico e frutti di bosco sono accompagnati da note legnose e ricordi di una umida e polverosa cantina. A cinque anni dalla messa in bottiglia la carbonazione è piuttosto vivace e la bevuta è ancora giovane e scattante:  il dolce di zucchero bruciato, mora e mirtillo, ciliegia sciroppata sono contrastati dall’asprezza dell’amarena e di altri frutti rossi, da sbuffi acetici (balsamici) che anticipano un finale vinoso, piuttosto secco, chiuso dall’amaro dei tannini del legno. E’ solo qui che questa birra rinfrescante presenta il conto della propria gradazione alcolica (7.5%): gran bella bevuta, complessa ma di facile fruizione, un’altalena tra dolce e aspro/acetico. A voler essere pignoli qualche passaggio è un po’ troppo brusco ma mi piace considerarlo un richiamo a quel carattere rustico e ruspante che in una Flanders Red autentica (e non addomesticata dal “progresso”  à la Rodenbach) ci dovrebbe sempre essere. La Vecchio Bruno è invecchiata benissimo e sono convinto che lo avrebbe potuto fare ancora per quale anno: peccato che Toccalmatto sia ora impegnato su altri fronti e abbia un po’ lasciato da parte le birre di nicchia come queste.

Formato 75 cl., alc. 7.5%, lotto 11079, scad. 31/12/2025, prezzo indicativo 16,00 euro (birrificio)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

martedì 5 maggio 2020

DALLA CANTINA: CREW Republic X 2.1 & X 2.2 Barley Wine


Sono passati già otto anni da quel 2012 in cui la beerfirm CREW Republic cercava di portare una ventata di novità lanciando virtualmente una granata luppolata su Monaco di Baviera, città dominata dalla tradizione e dai sei marchi industriali che si spartiscono ogni anno il ricco parterre dell’Oktoberfest. Ve ne avevo parlato per la prima volta nel 2014 e le birre di Crew non ci hanno poi messo molto ad arrivare anche in Italia e negli altri paesi europei. 
I due homebrewer, ma soprattutto giovani imprenditori Mario Hanel e Timm Schnigula si erano affidati per un po’ al birraio americano Richard Hodges per realizzare le proprie idee sugli impianti del birrificio Hohenthanner Schlossbrauerei ma sono stati rapidi a capire che lo status di beer-firm non sarebbe stato sostenibile per molto: poca birra disponibile ad elevati costi di produzione. Il colosso del luppolo Barth-Haas Group entrò in società con una quota minoritaria portando le risorse economiche necessarie per inaugurare nel 2015 il sito produttivo nel sobborgo di Unterschleissheim, una trentina di chilometri a nord dal centro di Monaco; nel 2017 è stata anche aperta la taproom, un po’ fuori mano per chi si trova in città ma raggiungibile da Marienplatz con una mezz’oretta di S1 seguita da una camminata a piedi di un chilometro e mezzo.  In un paio d’anni la produzione è raddoppiata arrivando a 10.000 ettolitri l’anno anche e soprattutto grazie ad un accordo distributivo con la Global Drinks Partnership (San Miguel, Estrella): le Crew arrivarono in molti bar e anche sugli scaffali della grande distribuzione tedesca (Rewe, Edeka). 
Ma Hanel e Schnigula hanno probabilmente coronato il loro sogno imprenditoriale nell’agosto del 2019 annunciando di aver ceduto una non specificata quota di minoranza (10%? 30%? 49%?) alla ZX Ventures di proprietà della multinazionale AB InBev; per il colosso belga, che già domina il mercato con i marchi Beck’s (nord) e Spaten/Franziskaner/Löwenbräu (Baviera), si trattava della prima acquisizione di un birrificio artigianale tedesco.  La “partnership”, come si dice sempre in questa prima fase, è divenuta operativa ad ottobre e Crew ha già iniziato un programma di espansione volto ad aumentare la capacità produttiva da 12.000 a 25.000 ettolitri. 
Crew Republic è stato indubbiamente un nome importante nella scena craft tedesca ed ha ispirato molti altri homebrewer/birrai/imprenditori: Drunken Sailor e Escalation 7:45 sono state tra le prime IPA e Double IPA tedesche a circolate a Monaco di Baviera. Quello che gli appassionati tedeschi rimproverano ad Hanel e Schnigula è di essersi ad un certo punto fermati pensando più a trovare dei partner commerciali che alla birra: del resto loro non sono mai stati birrai per professione. Nessuna NEIPA (per fortuna, qualcuno potrebbe dire), nessuna voglia di provare ad esempio a mettere in botte l’imperial stout della casa Roundhouse Kick. Pur dotato di un impianto proprio Crew non ha più voluto sperimentare e/o seguire le tendenze del mercato, cercando invece la sostenibilità dei volumi: come dargli torto?

La birra.
In verità esiste una linea sperimentale nella gamma di Crew Republic, ed è quella contrassegnata dalla lettera “X” che identifica birre prodotte stagionalmente o occasionalmente.  Ad inaugurarla nel 2013 fu il Barley Wine X 2.0 seguito dalla X 3.0 Sour Black (8.9%), dalla X 4.0 Witbier (4.4%) e dalla X 1.1 Wet Hop (5.8%): l’ultima arrivata (2020) è la  X 10.4 Dry Hopped Lager. Il Barley Wine è stato prodotto quasi ogni anno per poi entrare in produzione abituale con il nome Rest In Peace (10.1%). In cantina avevo ancora qualche bottiglia della versione X 2.1 e della X 2.2: entrambe sono state prodotte sugli impianti della Hohenthanner Schlossbrauerei. Da quanto ne so la ricetta non è mai cambiata: malti Pilsner e Crystal, luppoli Herkules, Fuggles ed East Kent Golding. Vediamo come hanno retto alla prova del tempo in una mini verticale. 
Il Barley Wine  X 2.1 (novembre 2014) è di un bel color ambrato, velato ma ancora luminoso: la schiuma è invece modesta e grossolana. Caramello, melassa, ciliegia, uvetta e datteri: un aroma piuttosto dolce al quale l’ossidazione aggiunge piacevoli note marsalate ma anche di cartone bagnato. Il mouthfeel non mostra invece segni di cedimento: è un barley wine ancora carbonato e ben presente in bocca. La bevuta ripropone la dolcezza del caramello, dell’uvetta e dei datteri; ci sono note biscottate, di vino marsalato e, anche qui, qualche segno meno gradevole lasciato dal tempo. Dolce ma mai stucchevole, chiude un percorso bilanciato grazie al tenore alcolico e ad un tocco amaricante vegetale-terroso, con qualche timido accenno di tostato.  Non c’è molta complessità o profondità in  quello che credo fosse in origine un barley wine molto luppolato, ma è comunque una bevuta piacevole che ha tuttavia superato il suo picco migliore.

La versione X 2.2 è arrivata pressappoco un anno dopo (dicembre 2015) ma ha curiosamente una data di scadenza (2017) inferiore a quella della sorella maggiore (2019). Evidentemente alla Crew non si fidavano della tenuta nel tempo di una birra che si è invece rivelata essere una bella sorpresa. 
Il suo colore ambrato è un po’ bruttino, piuttosto torbido e sporcato da piccole particelle di lievito in sospensione: la schiuma è invece compatta, cremosa e ha buona ritenzione. L'enorme differenza nel colore tra le due foto non inganni, è l'effetto della luce naturale e quella artificiale. L’aroma è ricco e marcatamente vinoso, con netti richiami ai passiti: albicocca disidratata, mela al forno, marmellata d’arancia, uvetta, ciliegia. Pulito, espressivo, intenso: un inizio col botto. Per accorgersi di qualche “frammento” di cartone bagnato bisogna davvero prestare molta attenzione. In bocca è sorprendentemente piena e morbida, oleosa, ancora potente nonostante i cinque anni passati dalla messa in bottiglia. Il gusto segue l’aroma ma non riesce a trasmettere le stesse emozioni e sensazioni positive, complice una minor ampiezza e profondità: caramello, uvetta, prugna, marmellata, vino passito. Nel finale l’amaro vegetale/terroso morde ancora un po’, l’alcool richiede attenzione ma non impegna più di tanto chi ha il bicchiere in mano. Bella sorpresa: un barley wine ancora potente e armonico, dal gran bel corpo e dal gran bel naso, se mi passate la comparazione anatomica. Una birra che in questo caso la cantina ha sicuramente valorizzato.

Nel dettaglio (i prezzi si riferiscono al momento dell'acquisto):
X 2.1 Barley Wine, formato 33 cl., alc. 9.8%, IBU 60, scad. 29/10/2019, pagata 2,58 €  (beershop)
X 2.2 Barley Wine, formato 33 cl., alc. 10,5%, IBU 65, scad. 16/12/2017, pagati 3,17 € (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 28 aprile 2020

LoverBeer Nebiulin-a 2016


Del birrificio LoverBeer aperto a Marentino (To) nel 2009 da Valter Loverier vi ho parlato in più di un occasione e vi rimando a questo link se volete passare in rassegna tutte le birre che sono transitate sulle pagine del blog in questi anni. Passiamo subito alla sostanza, ovvero a quella Nebiulin-a che Loverier definisce una Sour Aged Fruit Ale: “volevo creare una birra che fosse un tributo alla birra del Belgio che amo di più: la geuze. Dopo aver collezionato tre annate di una base che amo definire Biére du Lambic ho pensato di “sposarla” con la frutta delle colline intorno a La Morra che servono per creare il prestigioso nettare del Piemonte”. 
Quello che trovate in ogni bottiglia è dunque un blend di tre annate diverse di una birra che fermenta in legno mediante inoculo di batteri lattici e lieviti selvaggi, tra cui brettanomiceti, al quale viene poi aggiunta uva Nebbiolo proveniente dall’Azienda Agricola Monfalletto di La Morra (Cuneo), di proprietà dal 1340 della famiglia Cordero di Montezemolo. L’azienda possiede attualmente 51 ettari di superficie vitata nel cuore delle Langhe che utilizza per produrre Barolo, Barbera, Nebbiolo, Dolcetto, Arneis e Chardonnay. 
Da quanto ho capito la prima edizione della Nebiulin-a è datata 2013 ma fu quasi  tutta destinata all’esportazione; a giugno del 2014 sono arrivate le prime bottiglie e i fusti anche sul territorio italiano. Il Belgio e le Langhe s'incontrano idealmente su di un'etichetta che ritrae la Grand Place d Bruxelles e il piccolo borgo collinare di La Morra sullo sfondo.



La birra.
Andiamo ad assaggiare una bottiglia di Nebiulin-a 2016: il millesimo si riferisce all'annata in cui è stata aggiunta l'uva al blend assemblato con birra prodotta negli anni 2013, 2014 e 2015. 
Si veste di un bel color ramato impreziosito da riflessi rosè e dorati; le poche bolle che si formano in superficie svaniscono alquanto rapidamente. All'aroma convivono con successo le note funky (legno, cantina, pelle di salame) con quelle fruttate di marasca, lampone, limone, qualche accenno di fragola e di ananas. Al palato ci sono pochissime bollicine: un elemento che purtroppo penalizza notevolmente la bevuta rendendola poco viva e meno fresca di quanto potrebbe essere. Con meno profondità, intensità e definizione si tenta di replicare il riuscito equilibrio aromatico: note lattiche, aspre (limone, marasca), lampone e un finale nel quale appaiono caldi accenni vinosi e di legno, ma la chiusura potrebbe essere ancora più secca.  Nel complesso è una buona bevuta che dà il meglio di sé nel profilo aromatico: una birra il cui elaborato processo produttivo si protrae per tre anni ed ha quindi un prezzo di vendita piuttosto elevato, sopra i quaranta euro al litro. Quando il biglietto è di primissima fascia si hanno elevate aspettative che in questo caso non vengono completamente soddisfatte. Tocca ripetere il classico "bene ma non benissimo".
Formato 37,5 cl., alc. 7.2%, lotto PNEB05-0217, scad. 12/2025, prezzo indicativo 15,00-17,00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 20 aprile 2020

DALLA CANTINA: Evil Twin Freudian Slip 2014


Ve lo avevo già anticipato nell’autunno del 2018: Evil Twin non è più solamente una beerfirm ma anche un birrificio, da quando si sono aperte le porte dello stabilimento (15 barili) di Ridgewood, Queens, New York. L’impianto è stato acceso a gennaio del 2019 ma per gli appassionati la vera inaugurazione è quella che è avvenuta con molto  ritardo il 2 ottobre dello stesso anno: una taproom “informale e moderna”, luminosa e circondata dal vetro,  con 76 posti a sedere tra bancone e panchine da pic-nic, un patio esterno con  altre 185 sedute e food truck a rotazione. Qui potete vedere le immagini. 
L’impianto non soddisferà ovviamente tutto il fabbisogno di Evil Twin e la maggior parte delle birre che vengono distribuite in tutto il mondo continueranno ad essere prodotte altrove. Tuttavia il gemello cattivo Jarnit-Bjergso ritiene che “avere una taproom stia diventando sempre più importante in questo mercato competitivo; anni fa potevi aprire una qualsiasi taproom e la gente ci sarebbe venuta solo perché si trattava di un birrificio. Ora è diverso, devi renderla anche attraente per convincere la gente a venirci”.  Il costo dell’operazione è stato di circa quattro milioni di dollari, proveniente in parte dai guadagni ottenuti da Evil Twin e in parte da prestiti bancari. Jarnit e la moglie Maria hanno voluto seguire in prima persona ogni fase dei lavori: “sono ossessionato da Twin Peaks e quindi nella taproom riconoscerete alcuni elementi della serie, come ad esempio il bagno, il cocktail bar e cartello del Great Northern Hotel nella sala degli invecchiamenti in botte”.    
L’ex sala da ballo (o serra?), posseduta in precedenza da un altro immigrato danese, è stata completamente ristrutturata dagli architetti del Kushner Studios: oltre a sgabelli e panche ci sono spazi per la musica dal vivo, una sala per proiezioni cinematografiche ed altri eventi nel sotterraneo, un coffee shop operativo dalle 7 del mattino e anche uno “speakeasy bar”  dedicato ai cocktail: “non voglio che ci siano solo beer nerds seduti ad annusare le birredice Jarnit - ma che vengano anche famiglie e gente del posto che magari non ha mai sentito parlare di Evil Twin. Voglio che sia un luogo d’incontro. Ridgewood è una zona ancora in via di sviluppo e la cosa mi piace, è una sfida che accetto volentieri”.  
I beergeeks troveranno comunque pane per i loro denti: tra le venti spine non mancano pastry stout, milkshake IPA, sour alla frutta e – secondo il trend attuale -  lager e pilsner. I nomi delle birre del gemello cattivo sono sempre stati molto fantasiosi ma per la taproom di Evil Twin NYC Jarnit si è spinto ai limiti dell’assurdo:  “sono frasi che forse un newyorkese non direbbe mai, ma noi siamo in questa città e siamo fieri di esserci. Non prendiamoci però troppo sul serio e divertiamoci un po’”. Qualche esempio? Does This Subway Have Wifi? (Pale Ale),  Let’s Get Dinner In Times Square (DIPA), Your Apartment Is So Small. You Would Probably Find Something Larger For Less Money Outside of The City (NEIPA), Why Don’t We Just Take the Subway to JFK (NEIPA), It’s So Quiet and Peaceful Walking Across the Brooklyn Bridge (Pale Ale), THESE DRINKS ARE SO EXPENSIVE. DO I HAVE TO TIP?  (IPA), Scusa, Ma Parlo Solo Un Po' Di Macaroon Coconut (Pastry Stout), MY NEIGHBORHOOD HAS BEEN SO MUCH COOLER EVER SINCE THEY PUT IN ALL THE NEW CONDOS (Triple Milkshake IPA). Il maiuscolo non è un mio errore di trascrizione.

La birra.

Facciamo un salto indietro al 2014 quando Evil Twin era ancora solo una beerfirm: Freudian Slip, “il lapsus freudiano” è un American Barley Wine prodotto presso il birrificio Two Roads del Connecticut. Premetto che per me un Barley Wine è una birra da dopocena, da fine serata e quindi non sono un amante delle interpretazioni americane dello stile, molto luppolate ed aggressive: preferisco di gran lunga quelle inglesi. Il tempo dovrebbe comunque attenuare la componente amara di un American Barley Wine: ho quindi provato a dimenticare in cantina per un po’, per la precisione sei anni, questo Freudian Slip (10.3%). Vediamo che cosa è successo. 
Il suo vestito è di color ambrato, piuttosto opaco ma arricchito da intense venature rossastre; la schiuma è cremosa ed abbastanza compatta ma non ha molta ritenzione. Al naso note vegetali ed alcoliche si mescolano a quelle di caramello e melassa, uvetta e datteri, marmellata d’arancia ed arancia candita. Al palato nessun segno di cedimento: il mouthfeel è oleoso, la birra è ben carbonata e la bevuta è ancora potente. L’amaro resinoso/vegetale morde da subito e cresce ulteriormente d'intensità in un finale pepato e pungente; caramello, biscotto, uvetta ed altra frutta sotto spirito sono la componente dolce che si contrappone all'amaro senza velleità di protagonismo. L'alcool c'è e si sente, ma affrontarlo non è un problema; quello che piuttosto impressiona è la carica amara-luppolata che questo Barley Wine ha mantenuto dopo sei anni di cantina. Non oso immaginare come fosse fresco. 
Poche coccole da divano: birra dura e spigolosa che ha tuttavia un bell'incedere, anche se un po' monocorde. 

Formato: 35,5 cl., ala. 10.3, imbott. 12/05/2014, pagata 5,10 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 8 aprile 2020

Belgio, correva l'anno 2010: Chimay Bleue, Rochefort Trappistes 10, Liefmans Goudenband, Fantôme Saison 2010


Eccoci alla seconda parte dedicata al vintage belga; per chi si fosse perso la prima ecco il link. Oggi assaggiamo altre quattro birre che hanno passato dieci anni in cantina (per i più pignoli) al buio ad una temperatura variabile tra una media di 5-10 gradi in inverno e di 20 in estate, con qualche picco di 25 negli anni più torridi. Ricordo anche che il 90% della birra va bevuta fresca e che sono poche le birre che migliorano con il tempo. Gli effetti dell’ossidazione possono essere piacevoli o spiacevoli e spesso convivono: per quel che mi riguarda a parte rari casi considero l’invecchiamento così lungo una curiosità, non di certo una necessità. Un paio di anni invece su alcuni stili sono invece desiderabili e aiutano a smussare gli angoli e le irrequietezze della gioventù. Ma andiamo oltre e iniziamo a stappare.

Chimay Bleue (9%)
Da questa birra non mi aspettavo molto: nessun pregiudizio, in passato mi era già capitato di bere qualche bottiglia vecchia (anche se non così) ed il risultato era stato poco entusiasmante. E’ tuttavia una birra alla cui sono affezionato: quando la birra artigianale ancora non esisteva la Chimay Blu si teneva in serbo per qualche occasione speciale. Il suo colore è ambrato carico e piuttosto torbido; la schiuma è compatta ma poco persistente. Il naso è piuttosto ossidato e stanco: ciliegione, cartone bagnato, melassa, uvetta, datteri. La sensazione palatale non è invece male: il corpo non è particolarmente scarico e le bollicine sono ancora presenti. Anche il gusto si risolleva un po’: caramello e biscotto rispondono ancora presente, ci sono note liquorose e di vino marsalato, quasi una piacevole apparizione finale d’amaretto. L’alcool è ben dosato, il cartone ed il peso degli anni si fanno sentire ma la bottiglia non è un completo cadavere.  Coefficiente di resistenza all’invecchiamento: 6/10.

Rochefort Trappistes 10 (11,3%)
La sua sorella minore 8 non aveva fatto male e quindi mi aspetto ancora di più dalla “mitica” 10: la sua tonaca di frate è molto torbida, la schiuma cremosa ha una discreta persistenza. L’aroma rincuora: Porto, uvetta, prugna disidratata, frutti di bosco, mela. Non è molto intenso ma riesce già a riscaldare l’animo.  In bocca è ancora solida: carbonazione media, nessun cedimento strutturale e la bevuta è potente, reminiscente di Porto e vino liquoroso accompagnati da biscotto, caramello e frutta sotto spirito. Non è quel capolavoro che mi era capitato d’assaggiare al quinto anno, non c’è quella bellissima suggestione di cioccolato finale ma è ancora una birra che emoziona. Il cartone bagnato appena si sente. Un’alternativa economica ad una bottiglia di Porto? Una Roch 10 di dieci anni. Coefficiente di resistenza all’invecchiamento: 8/10.


Liefmans Goudenband (8%)
Lo ammetto: è la prima volta che bevo la Goudenband e non ho quindi nessun parametro di riferimento con una bottiglia giovane. Una mancanza imperdonabile la mia: quando si parla di Oud Bruin il nome Liefmans è un pezzo di storia fondamentale della tradizione belga. La famiglia fondatrice lo cedette nel 1974 e da quell’anno il birrificio cambiò più volte proprietario l’ultimo dei quali, la Riva di Dentergem, finì in bancarotta nel 2008. Il marchio Liefmans fu rilevato dalla Duvel-Moortgat. Non ho fonti esatte da citare ma per quel che ne so la Goudenband è pastorizzata e non ha quindi molto senso invecchiare una birra che è già “morta” alla nascita. Ma tant’è. Non fosse per la schiuma grossolana ed evanescente si direbbe infatti ancora perfetta: rosso rubino, acceso e luminoso, limpido. L’aroma parla di aceto di mela, tappo di sughero, ribes rosso: chiuso, “polveroso”, poco intenso e poco entusiasmante. Le poche bollicine e l’alcool fantasma la rendono pericolosamente facile da bere: non risulta tuttavia molto rinfrescante a causa della sua dolcezza.  Caramello, tanta ciliegia, prugna e frutti di bosco: per fortuna l’aceto di mela e l’asprezza del ribes seccano un po’ il finale e portano un po’ di equilibrio. Non trovo segni d’ossidazione al palato, probabile conferma di una pastorizzazione che ha quasi reso la birra immune al passaggio del tempo. Nel complesso la bevuta è gradevole ma fredda e plastica: nessuna emozione, nessun palpito. Coefficiente di resistenza all’invecchiamento: ND.

Fantôme Saison 2010 (8%)
La Saison dell’eclettico Dany Prignon non è per definizione una birra da invecchiare: vero, le Saison storicamente erano bières de provision ma si parlava di qualche mese, non certo di anni. Oltre a questo c’è da dire che la costanza produttiva non è mai stata (ultimamente è migliorato, lo ammetto) la caratteristica principale di Fantôme: il rischio è quello di mettere in cantina qualcosa d’imbevibile già in partenza. Mi sono comunque voluto togliere lo sfizio d’invecchiare una Saison dalla gradazione alcolica robusta ed il risultato è stato sorprendente. Nel bicchiere è luminosamente dorata, la schiuma è ancora pannosa e generosa anche se molto rapida nel dissiparsi. Al naso c’è ancora quella speziatura indefinita  (pepe? coriandolo?) del lievito di casa Fantôme accompagnato da pera, arancia, accenni di frutta a pasta gialla e di uva, il tutto in un contesto rustico e ruspante. Le bollicine sono ancora vivaci e il fantasmino bianco scorre in bocca che è un piacere. Miele, frutta a pasta gialle, mela verde, agrumi, uva bianca: si direbbe una Saison nata ieri non fosse per quel carattere vinoso (moscato d’annata?) che fa capolino a più riprese. Chiude secca e un po’ amara (terroso, lattico), lasciando con molti interrogativi chi ha il bicchiere in mano: possibile che dopo dieci anni questa Saison sia ancora così piena di vita?  Un piccolo miracolo, una splendida vecchietta e no. Coefficiente di resistenza all’invecchiamento: 9/10.

Considerazioni finali su queste altre quattro bottiglie: inutile invecchiare Goudenband e Chimay Bleue, per motivazioni diverse, una certezza la Rochefort 10 anche se l’avevo trovata migliore dopo “solo” cinque anni. Gli altri cinque potevo tranquillamente risparmiarglieli. Fantôme è la sorpresa che non t’aspetti: ho provato a metterne via una bottiglia quasi per gioco e il risultato è andato ben oltre le aspettative. La risposta alla domanda meglio fresca o dopo dieci anni è comunque facile: meglio fresca, una Fantôme in stato di grazia che odora di fragole alla panna è un’esperienza che non ha prezzo.

Nel dettaglio (i prezzi si riferiscono al momento dell'acquisto):
Chimay Bleue, 33 cl., alc. 9%, scad. 12/2015, pagata 2,50 € (supermercato)   34
Rochefort Trappistes 10, 33 cl., alc. 11,3%, scad. 26/05/2015, pagata 2,99 € (supermercato) 41
Liefmans Goudenband, 37.5 cl., alc. 8%, scad. 06/2020, pagata 3,19 € (drink store)  38
Fantôme Saison 2010, 75 cl., alc. 8%, scad. 12/2013, pagata 5,70 € (drink store) 42

lunedì 6 aprile 2020

Belgio, correva l'anno 2010: Rochefort Trappistes 8, St. Bernardus Abt 12, Struise Pannepot 2010, Cantillon Gueuze


Premessa: il 90% della birra va bevuta fresca ma se proprio volete provare a metterne qualcuna in cantina la tradizione belga è quella che forse meglio si presta agli esperimenti. Dark Strong Ales e Gueuze/Lambic possono regalare belle soddisfazioni anche dopo molti anni: alcune migliorano, altre diventano semplicemente diverse e non necessariamente più buone. Personalmente preferisco queste due categorie di birre con qualche anno sulle spalle ma sono gusti personali. Gli invecchiamenti più estremi meritano invece un discorso a parte: non c’è nessuna birra che meriti dieci anni d’attesa per poter essere bevuta al culmine del potenziale. Io la vedo come un gioco, un esperimento, un soddisfare la propria curiosità. 
Avevo in mente da un po’ di tempo stappare qualche birra belga dopo dieci anni dalla messa in bottiglia. L’emergenza Coronavirus ha reso un po’ più difficile accedere alla birra fresca e ho quindi sfruttato l’occasione per alleggerire un po’ la cantina. Ecco la prima parte del racconto delle bevute; visto che le birre “fresche” sono già comparse sul blog in altre occasioni mi limiterò alle note di degustazione rimandandovi al link originale per le informazioni più generali sulla birra stessa. Tutte le birre sono state conservate al buio ad una temperatura variabile tra una media di 5-10 gradi in inverno e di 20 in estate, con qualche picco di 25 negli anni più torridi.

Rochefort Trappistes 8 2010 (9.2%)
L’aspetto è molto bello per la sua età: tonaca di frate, riflessi rubino, schiuma ancora generosa, spumeggiante e compatta. Al naso sono svanite le spezie tipiche del lievito di casa Rochefort e dominano gli esteri fruttati, in verità un po’ sparati e molto sciropposi: mela, ciliegia, persino fragola e frutti di bosco. Al palato è ancora ben carbonata e non ci sono grossi cedimenti di corpo. La bevuta è molto più bilanciata rispetto all’aroma: biscotto, caramello, uvetta, datteri e ciliegia, bei richiami di Porto e, nel finale, di frutta secca a guscio. Qualche nota cartonata non rovina una birra che è invecchiata con dignità, soprattutto in bocca, e che si beve con piacere: l’alcool è ben nascosto e si fa sentire solo nel finale. Qui l'avevo bevuta dopo "solo" tre anni e m'aveva fatto un'ottima impressione.
Coefficiente di resistenza all’invecchiamento: 7/10.


St. Bernardus Abt 12 2010 (10%)
La più trappista tra le non trappiste (LINK) sembra essersi schiarita col tempo: ambrata, torbida, schiuma ancora sorprendentemente generosa e compatta. Tra le varie componenti il naso è quello che è invecchiato peggio: mela, pera, frutta secca, sciroppone di ciliegia, qualche nota di polvere/sughero gentilmente donatale dal tappo. Le bollicine sono ancora ben presenti ma il corpo mostra qualche segno di cedimento: caramello, uvetta, frutta secca e ciliegia disegnano una bevuta molto più equilibrata rispetto al l’aroma. L’ossidazione le ha portato dei piacevoli spunti di vino liquoroso ma anche un’astringenza finale cartonata poco gradevole: per fortuna si riprende in fretta con un piacevole retrogusto di prugna e uvetta sotto spirito. L’età non sembra averle donato molta saggezza/complessità: i tratti positivi e negativi si equivalgono anche se il naso è quello che ha “sofferto” di più. A quattro anni mi sembrava molto meglio.
Coefficiente di resistenza all’invecchiamento: 6/10. 

Struise Pannepot (10%)
L’etichetta indica il millesimo 2010 ma credo sia stata commercializzata l’anno successivo. Avrà quindi nove o dieci anni? Poco importa, i millesimi in casa Struise vanno sempre presi con le molle. Visivamente è quella che ha sofferto maggiormente: poca schiuma che scompare quasi subito, color ebano scuro. Ma che bel naso! Porto, marsala, melassa, frutti di bosco, prugna disidratata, marmellata di more, accenni di cioccolato. In bocca non ci sono grossi cedimenti: è ancora morbida, ben carbonata, dal corpo medio. Il gusto ricalca l’aroma con buona precisione: è una birra ricca di note marsalate e di vino fortificato, calda ed avvolgente. Annoto una lieve astringenza finale (bustina di tè/cartone) ma è un dettaglio che non rovina una bella festa. Sono forse gli Struise che oggi purtroppo non ci sono più e che procedono tra alti e bassi: difficile chiedere ad una Pannepot d’invecchiare e di emozionare meglio. Qui il confronto con un vintage di sei anni,
Coefficiente di resistenza all’invecchiamento: 8/10. 

Cantillon Gueuze 2010 (5%)
Quella che prevedevo essere la miglior bottiglia di questo lotto non ha deluso le aspettative. La Gueuze 100% Lambic Bio "base" di Cantillon si veste come una giovincella: oro antico, leggermente velato e schiuma generosa e compatta, dalla buona persistenza. Legno, polvere, cantina, pelle di salame, uvaspina, mela verde, limone, accenni di ananas e frutta a pasta gialla, qualche sbuffo acetico. Serve altro? Sfido chiunque ad indovinarne l’età in un assaggio alla cieca: bollicine ancora vivaci, corpo medio, nessun cedimento. La bevuta ricalca fedelmente l’aroma: la parte sour è sostenuta da un bel sottofondo dolce di ananas e frutta a pasta gialla, la componente acetica è fortunatamente molto contenuta. Chiude secca, funky e legnosa, con un delicato e morbido warming etilico: emozionante, profonda, complessa ma semplice da bere.
Coefficiente di resistenza all’invecchiamento: 9/10. 

Riassumendo: benissimo Cantillon, piacevole sorpresa Struise, niente di ché Rochefort e St. Bernardus. Tutte tranne forse Cantillon hanno già superato il loro picco e avrei potuto/dovuto berle qualche anno prima. Ma non è una grossa scoperta dire che gueuze e lambic giocano un campionato a parte: se sia valsa la pena aspettarla dieci anni, piuttosto che cinque, è una domanda alla quale non ho risposta.

Nel dettaglio (i prezzi si riferiscono al momento dell’acquisto)
Rochefort Trappistes 8, 33 cl., alc. 9,2%, scad. 22/07/2015, pagata 2.89 € (supermercato)
St. Bernardus Abt 12, 75 cl., alc. 10,5%, scad. 06/2015, pagata 5,60 € (drink store)
Struise Pannepot 2010, 33 cl., alc. 10%, lotto A, scad. 02/2016, pagata 3,20 € (beershop)
Cantillon Gueuze, alc. 5%, 75 cl., lotto  17/03/2010, scad. 12/2030, pagata 7,90 € (drink store)