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lunedì 14 dicembre 2020

Lervig Paragon 2018

La birra di oggi è un ottimo esempio di riposizionamento del brand, processo attraverso il quale un prodotto viene immesso nuovamente nel mercato con una diversa identità e, in questo caso, in una diversa fascia di prezzo.  E’ dal 2011 che il birrificio norvegese Lervig produce annualmente il proprio Barley Wine invecchiato in botti di bourbon: la prima cotta di 800 litri fu effettuata dal birraio Mike Murphy su quell’impiantino pilota che era solito usare per i propri esperimenti. A partire dagli anni successivi il Barley Wine è stato realizzato con un blend di birra proveniente da diverse botti e un po’ di birra fresca: il millesimo in etichetta si riferisce sempre al momento in cui la birra viene messa ad invecchiare, quindi all’anno precedente alla messa in vendita.  
Venduto prima nella gamma Lervig Brewers Reserve, poi semplicemente come Barley Wine BA, a partire dall’edizione 2018 la stessa birra è stata rinominata Paragon. La ricetta è rimasta identica (malti Munich, Caramel e Chocolate, luppolo Styrian Goldings) il prezzo no:  se le annate pre-2019 erano vendute a circa 7-8  Euro, il costo della nuova Paragon è più che raddoppiato e l’ultima edizioni in alcuni beershop sfiora i 20 Euro. La “colpa” è in parte dell’art director Nanna Guldbæk:  a lei il compito di rivisitare non solo l’etichetta del Barley Wine ma creare un packaging speciale per una birra speciale, che viene venduta solamente una volta all’anno. Ecco arrivare l’immancabile (e fastidiosissima per quel che mi riguarda) ceralacca e una doppia scatola “bucata” a mo’ di emmental. Tutto molto bello per quel che riguarda l’estetica, ma basta a giustificare l’aumento di prezzo?  Ovviamente no, ma se la birra viene ugualmente venduta alla Lervig hanno fatto ovviamente la scelta giusta. 
Nel frattempo il birrificio di Stavanger ha inaugurato il Lervig Local,  una sorta di taproom che ha aperto le porte lo scorso agosto: una quarantina di spine che ospitano anche birrifici “amici” e una cucina aperta da colazione a cena.  La Guldbæk ha collaborato realizzando alcuni degli arredi e le maniglie delle spine.

La birra. 

Troppo buono per costare poco più di 20 euro al litro?  Sembra proprio di sì: il Barley Wine Paragon 2018, quindi messo in vendita nell’autunno del 2019, ha un colore ambrato molto carico che ricorda la classica tonaca di frate (“trappista”): la schiuma è modesta e poco persistente. Al naso emergono note di bourbon, belle note ossidative che richiamano porto e sherry, frutti di bosco, prugna e uvetta, legno, fruit cake: potente e intenso, per nulla scalfito da qualche lievissimo accenno di cartone bagnato. E’ un Barley Wine piuttosto viscoso, se confrontato con i canoni della tradizione anglosassone, che avvolge il palato in un caldo e morbido abbraccio. Il porto incontra il bourbon, c’è molta frutta sotto spirito (prugna, uvetta, fichi) e, in qualche passaggio, più di un accenno a vaniglia e creme brulée: la componente etilica ne asciuga magistralmente la dolcezza e prima del lungo abbraccio finale del bourbon c’è spazio per qualche nota di legno e tabacco. La mia impressione è che dimostri già più della sua età: quel cartone bagnato che oggi appena si nota non migliorerà col tempo e potrebbe rovinare quella che oggi è una splendida festa. Bottiglia in stato di grazia e già all’apice della sua evoluzione: se ne avete una in cantina io non esiterei a stapparla subito. 
Per quel che mi riguarda rappresenta la vetta della produzione Barrel Aged del birrificio norvegese. Barley Wine di classe, elegante, sontuoso e potente ma non difficile da sorseggiare, ideale compagno di una lunga serata con il bicchiere in mano: peccato che oggi ci vogliano 40-50 euro al litro per goderselo. 
Formato 33 cl., alc. 13.5%, lotto 13/08/2019, scad. 13/08/2029, pagata 14,00 euro (beershop) 

lunedì 18 maggio 2020

Lervig / Evil Twin Big Ass Money Stout 2


Qualche anno fa la birra artigianale era caratterizzata dalla moda dello  “strano”: si trattava di produrre birra aggiungendo gli ingredienti più improbabili e inusuali. Trovare burro d’arachidi, marshmallow, cocco o sciroppo d’acero in un birra non era più una notizia e ovviamente quando tutti “lo fanno strano” è necessario alzare l’asticella per farsi notare ed urlare più forte degli altri. Nelle birre iniziarono a finirci spaghetti, hot dog e hamburger, pancetta, aragoste, testicoli e cervelli di animali: ingredienti che hanno chiaramente esaurito in fretta il loro effetto sorpresa, forse neppure il tempo di una one-shot, e che oggi sono stati sostituiti dai più rassicuranti frutta e dolci (Milkshake IPA, Pastry Stout). 
Nel 2015 eravamo in pieno delirio dello strano e Lervig ed Evil Twin diedero il loro contributo alla causa: si trattava curiosamente di un birrificio norvegese guidato da un americano, Mike Murphy, e da una beerfirm americana fondata da un danese, Jeppe Jarnit-Bjergsø.  Murphy ricorda: “Jeppe è pazzo e l’idea era di fare qualcosa di stupido assieme. Mi chiese quale fosse la specialità gastronomica norvegese e io gli dissi che la gente mangiava moltissima pizza surgelata della Grandiosa. Cinque milioni di norvegesi mangiano circa 40 milioni di pizze surgelate all’anno. Lui mi chiese ‘ma che cos’altro hanno in abbondanza?’ e io gli dissi ‘i norvegesi hanno un sacco di soldi!’. La pizza surgelata non è terribile, ma se io avessi tutti quei soldi li spenderei in altre cose”. 
Pizza e soldi furono dunque per essere gli ingredienti scelti per fare un po’ di clamore attorno ad una delle tante potenti imperial stout (17.5%) che verrà prodotta in Norvegia sugli impianti di Lervig. La pizza nella birra a dire il vero non è una novità: nel 2006 ci aveva pensato Tom Seefurth della Pizza Beer Company a “inventare” la Mamma Mia! Pizza Beer; non ho invece trovato notizie sull’utilizzo dei soldi. Alla fine di ottobre 2014 in Norvegia si mise in produzione la Big Ass Money Stout: “ho utilizzato una Corona Norvegese per ogni litro, in totale 6.000 corone, circa 600 euro. Poi ho aggiunto un paio di pizze surgelate della Grandiosa al prosciutto e peperoni. L’obiettivo non era tanto quello di far sentire il gusto pizza ma di scherzare un po’ sulla cultura; anche se qualcuno si è sentito offeso credo di aver portato alla luce il “problema” della pizza surgelata che hanno i norvegesi. I luppoli si usano in  dry-hopping per ottenere profumi di luppolo fresco; ci chiedevamo se fosse accaduto lo stesso anche con i soldi e se si sarebbe sentito il loro odore”.

La birra.
La Big Ass Money Stout è stata poi replicata nel 2017 in Norvegia e poi nel 2018 negli Stati Uniti sugli impianti della Westbrook, birrificio al quale Evil Twin appalta quasi tutte le birre scure. La gradazione alcolica è variata leggermente di volta in volta: questa Big Ass Money Stout 2 del 2017 è  arrivata al 16%.

Nel bicchiere è completamente nera e la sua viscosità è evidente alla vista, non bisogna nemmeno assaggiarla; si forma poca schiuma che scompare quasi subito. Per fortuna non c’è traccia di pizza o soldi, i profumi sono quelli di una imperial stout massiccia  che ovviamente sacrifica un po’ la finezza: uvetta, prugna, dark fruits, note terrose, di tabacco e di cenere, melassa e liquirizia, più di un richiamo ai vini fortificati. Al palato è masticabile; corpo pieno, poche bollicine, densa e viscosa, morbida, altro non consente che il lento sorseggiare. La bevuta è tutt’altro che impervia: la gradazione alcolica è difficile da celare ma in questo caso è tenuta al guinzaglio con successo. C’è tanta frutta sotto spirito, melassa, liquirizia, fruit cake e un finale in crescendo nel quale ricordi di porto sono accompagnati da lievi accenni di cioccolato fondente, caffè e tostato. Non sono certo eleganza, precisione e finezza le doti da chiedere ad un pachiderma: la Big Ass Money Stout è una birra ingombrante ma soddisfacente, intensa, calda e suadente. Dietro alla fuffa del marketing c'è una sostanza piuttosto classica: imperial stout molto alcolica, tanta frutta sotto spirito, tostature e caffè che gioco forza rimangono confinate molto nello retrovie. Pensate alle grandi stout che produce Bruery o alla World Wide Stout di Dogfish: non le berreste tutti giorni ma occasionalmente ci si passa volentieri una serata assieme.
Formato 33 cl., alc. 16%, imbott. 04/04/2017, scad. 04/04/2027, prezzo indicartivo 8 euro

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 3 marzo 2020

Hoppin' Frog / Lervig Bourbon Barrel Aged Sippin' Into Darkness


Nel 2016 il birrificio dell’Ohio Hoppin' Frog, per il quale non ho mai nascosto il mio amore quasi incondizionato, ha festeggiato il suo decimo compleanno con un breve tour europeo che lo ha portato a collaborare con alcuni birrifici del nostro continente: i danesi della Dry &  Bitter per una Baltic Porter, la beerfirm To Øl (SS Stout),  gli inglesi di Siren (la piccante 5 Alarm) e i norvegesi di Lervig con la massiccia Sippin Into Darkness Imperial Stout. Ve ne avevo parlato in questa occasione
Si tratta di una birra ispirata al Chocolate Martini, un cocktail inventato da Rock Hudson ed Elizabeth Taylor quando si trovavano a Marfa (Texas) per le riprese del film “Il Gigante”. Correva l’anno 1955 e i due attori, che vivevano in villette adiacenti, diventarono amici e si ritrovavano spesso la sera a far tardi con un bicchiere in mano. “Eravamo così giovani – ricordava Hudson – potevamo mangiare e bere tutto quello che volevamo e non sentivamo mai il bisogno di dormire. Una sera inventammo il miglior drink che mi sia mai capitato di bere, un Martini al cioccolato fatto con vodka, sciroppo di cioccolato Hershey's e Kahlúa (un liquore messicano al gusto di caffè). Non so come siamo riusciti a sopravvivere.”  Anche se tecnicamente non era un Martini, la bevanda inventata quella sera divenne molto popolare a Hollywood ispirando poi la nascita di una serie di miscelati al cioccolato: moltissime le varianti che vengono oggi chiamate Chocolate Martini, quasi tutte basate su vodka e un liquore al cioccolato ai quali vengono poi aggiunti ingredienti a fantasia, come ad esempio vaniglia, menta, lamponi, panna.  
I birrai Mike Meyers (Lervig) e Fred Karm (Frog) si trovarono a Stavanger, Norvegia, per realizzare Sippin' into Darkness, una imperial stout con aggiunta di lattosio, fave di cacao e vaniglia: la birra (12%) prodotta sugli impianti di Lervig è arrivata nei negozi europei a luglio 2016, mentre la sorella americana (10%) prodotta in Ohio fu presentata a metà ottobre. Entrambe le versioni sono poi finite ad invecchiare in botti di bourbon ed il risultato è stato imbottigliato l’anno successivo; questa volta entrambe le birre hanno la stessa gradazione alcolica (12%). Visto che avevo in cantina una bottiglia di entrambe ho pensato di fare un confronto assaggiandole contemporaneamente per vedere similitudini e differenze: il risultato è stato abbastanza netto.

Le birre.
Non sono riuscito ad assaggiare la Sippin' into Darkness “base” prodotta da Hoppin Frog, ma quella di Lervig si spingeva pericolosamente in un territorio a me poco gradito, quello “pastry”, essendo dominata da vaniglia e cioccolato al latte. La sua versione barricata prosegue ovviamente in questa direzione. Il suo vestito è quasi nero e la schiuma si dissolve immediatamente: al naso dominano vaniglia e cioccolato al latte, oscurando praticamente ogni altro elemento. I profumi sono intensi ma poco eleganti: immaginate di scartare una merendina. Il corpo è pieno, le bollicine sono poche ma riescono comunque e dare fastidioso pizzico. La bevuta è fortunatamente un po’ più variegata: l’asse vaniglia-cioccolatte è parzialmente interrotto dalla frutta sotto spirito e nel finale arriva un po’ di bourbon ad “asciugare” una birra che a me risulta quasi stucchevole.  Non c’è tuttavia una gran profondità, la pulizia non è impeccabile  e l’effetto merendina è sempre dietro l’angolo. A qualcuno magari piacerà molto, ma una sorta di infuso alla vaniglia non è la birra che fa per me.


In Ohio sembrano pensarla come il sottoscritto e la versione Barrel Aged realizzata da Hoppin’ Frog è di tutt’altra pasta. Basta guardare come la birra si presenta nel bicchiere: nera, sormontata da una bella testa di schiuma cremosa e dalla buona persistenza. In evidenza al naso troviamo bourbon e i cosiddetti dark fruits (prugna, uva passa di Corinto, frutti di bosco): in secondo piano emergono cioccolato, tabacco, vaniglia, fico caramellato. L’intensità non è molto elevata ma questa “mancanza” è compensata da un bel livello di finezza ed eleganza. Splendido il mouthfeel: pieno, denso ed oleoso, la carbonazione è media ma non disturba affatto. In bocca Sippin' Into Darkness di Hoppin’ Frog è inizialmente ricca di melassa, dark fruits, liquirizia e cioccolato ma il bourbon prende progressivamente il comando delle operazioni portando l’equilibrio necessario in un’imperial stout nella quale torrefatto e caffè sono praticamente assenti. Nel retrogusto affiorano piacevoli ricordi di vaniglia e cioccolato.   Un’interpretazione completamente differente rispetto a quella di Lervig: qui è la componente birra a dominare lasciando il resto in secondo piano. Nel bicchiere c’è tutto il DNA delle imperial stout di Hoppin’ Frog: una birra potente e dura, ben marcata dal passaggio in botte. Il livello è piuttosto alto e la “gara” è vinta in partenza, per quel che mi riguarda.  
Decidete voi cosa preferite bere: se amate il genere pastry la versione di Lervig fa per voi, se invece avete voglia di bere una birra virate su quella prodotta negli Stati Uniti.
Nel dettaglio:
Lervig Sippin' Into Darkness Barrel Aged,  33 cl., alc. 12%, lotto 10/01/2018, scad. 10/01/2028,  9-10 Euro
Hoppin' Frog Sippin' into Darkness Bourbon Barrel-Aged, 65 cl., alc. 12%, lotto e scadenza non riportati, 19-20 euro

NOTA: Prezzi indicativi (beershop). La descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 10 aprile 2019

Lervig Galaxy Citra Flicker

Una Pale Ale generosamente luppolata con Galaxy e Citra: ci sono tutti gli ingredienti giusti per fare una birra moderna e di successo. E’ questa l’idea alla base della Galaxy Citra Flicker, una delle ultime nate (novembre 2018) in casa Lervig, birrificio norvegese e ospite quasi regolare sulle pagine del blog.  Una birra dal moderato contenuto alcolico (5.5%) che quasi si sovrappone alla sorella Lervig Easy (4.5%) la quale all’irrinunciabile Citra affiancava l’altrettanto moderno luppolo Mosaic. Come vedremo tra poco, il risultato non cambia molto ma non ha importanza: il mercato ha sempre sete di novità e i birrifici stanno al gioco. Una birra “nuova” ha sempre più fascino del “ritorno” di una già nota, anche se buonissima. E per un birrificio non è un grosso sforzo fare qualche leggero aggiustamento ad una ricetta già collaudata e sfornare una nuova etichetta capace di catturare lo sguardo dei consumatori.  
L’identità visiva è un aspetto che non va assolutamente sottovalutato se si ambisce ad una determinata fetta di mercato; alla Lervig lo sanno benissimo e hanno profondamente modificato le loro grafiche negli ultimi anni. Nel 2017 è stata assunta stabilmente la giovane designer danese Nanna Guldbæk.  “La cosa è nata quasi per caso – racconta il Mike Murphy di Lervig - ma ora ha preso il sopravvento; le agenzie grafiche tradizionali non hanno la necessaria flessibilità per seguire il mercato e ad esempio realizzare un nuova etichetta in poche settimane. Avevamo bisogno di un designer creativo come noi: Anna è perfetta perché è una bevitrice di birra e ha già lavorato nell’ambiente” . 
“Le mie illustrazioni sono fatte sia a mano che al computer e combinano diversi elementi e materiali che potete sentire al tatto” dice Nanna. “Non sono semplici etichette incollate sulle lattine: l’illustrazione si relaziona direttamente con l’alluminio della lattina, con chi la tiene tra le mani e con la birra che contiene. Sono questi gli aspetti che vorrei maggiormente sviluppare in futuro con Lervig”.  E l’etichetta della Galaxy Citra Flicker non fa eccezione: ruvida al tatto con il grigio sfocato a predominare richiamando il materiale della lattina stessa. In primo piano un alienato soggetto dal quale spuntano quattro braccia, indossare un visore per la realtà virtuale e armeggiare un rudimentale telecomando che non sembra funzionare molto bene. Davanti a lui un’inquietante marea grigia (uno schermo TV rotto?) sulla quale si scorgono due particelle: lievito? I due luppoli? Non lo sapremo mai.

La birra.
Rispetto alla Easy, la Galaxy Citra Flicker semplifica ulteriormente il parterre dei malti: soltanto Pilsner e Pale accompagnati da avena e frumento per adeguare il mouthfeel agli standard che la moda oggi richiede. 
Visivamente ricorda un torbido succo di arancia, la schiuma è ovviamente un po’ scomposta e mostra una discreta ritenzione. A tre mesi dalla messa in lattina l’aroma non è al massimo dell’intensità e dell’esplosività ma è comunque piuttosto gradevole. Tropicale e agrumi si dividono il palcoscenico a colpi di mango e arancia, passion fruit e pomplemo.  Non è una birra che cerca di battere il record di scorrevolezza: rispettare il protocollo Juicy / New England significa perseguire una sensazione palatale importante, morbida, leggermente “masticabile”. Si beve con facilità ma non a grande velocità: mettetelo in conto quando ordinate birre di questo genere. Il gusto recupera le lievi incertezze dell’aroma e regala una bevuta intensa e fruttata “con intelligenza”, senza eccessi. I tre mesi in lattina le hanno tolto un po’ di freschezza ma hanno anche smussato le spigolature che spesso questa interpretazione dello stile si porta dietro: c’è grande equilibrio ed anche pulizia ed eleganza, spesso note dolenti di queste birre, sono ad un livello soddisfacente. E allora largo alla sequenza di pane e crackers, mango, passion fruit e pesca prima di un finale molto secco nel quale la scorza d’agrumi è protagonista, affiancata da qualche nota erbacea/vegetale. Livello d’amaro molto basso in una birra intelligente e piuttosto ben fatta dal formato (mezzo litro) assolutamente appropriato. 
Formato 50 cl., alc. 5.5%, IBU 33, imbott. 17/01/2019, scad. 17/10/2019, prezzo indicativo 7.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 11 marzo 2019

DALLA CANTINA: Lervig Brewers Reserve Barley Wine Aged in Bourbon Barrels 2014

Dal 2013 il birrificio norvegese Lervig è stato una costante presenza sul blog: qui trovate tutte le birre stappate in questi anni.  Stavanger, capitale del petrolio norvegese, è oggi conosciuta dai beergeeks per l’eccellente lavoro svolto dal birraio Mike Murphy, chiamato nel 2010 a risollevare le sorti di un marchio che non stava riscuotendo grande successo. Lervig è uno dei più apprezzati produttori europei e la fredda Stavanger ha iniziato a scaldare i motori: dal 2014 anche lei ha il suo piccolo festival birrario, chiamato “What’s Brewing”. 
Ad organizzarlo furono James Goulding  e David Graham in collaborazione con l’agenzia media Melvær&Co: Goulding (oggi European Manager per i canadesi della Collective Arts Brewing) a quel tempo lavorava per la Lervig, di cui a tutt’oggi Graham è ancora head brewer.  Il birrificio non volle organizzarlo in prima persona ma diede il proprio benestare a James e David; Mike Murphy sfruttò la propria rete di conoscenze per portare in Norvegia alcuni amici birrai stranieri per la prima edizione del festival. 
Da allora il “What’s Brewing” festival di Stavanger è cresciuto ed ha da poco annunciato i partecipanti all’edizione 2019 che si terrà il 18 e 19 ottobre: Verdant, Siren, Left Handed Giant, Harbour e Cloudwater (UK), Whiplash e White Hag (Irlanda), Basqueland (Spagna), To Øl, Mikkeller e Æblerov (Danimarca), O/O Brewing, Stockholm Brewing, Stigbergets e Omnipollo (Svezia), Loverbeer e Cra/k (Italia), Fuerst-Wiacek e Mahrs Bräu (Germania), Põhjala (Estonia), Lervig e Yeastside (Norvegia), Cascade, Other Half, Lamplighter, Modern Times, Stillwater, Norway, Sand City e Bruery (USA), Coedo e Shiga Kogen (Giappone), Jing-A e Great Leap (Cina), Collective Arts e Malty (Canada).

La birra.
“Our Barley Wine is the most special beer we make”: così alla Lervig descrivono una birra prodotta solamente una volta all’anno. Nel 2011 fu fatta la prima cotta, 800 litri in tutto, sull’impiantino pilota che Mike Murphy utilizzava per i propri esperimenti.  Oggi il Barley Wine viene fatto assemblando una piccola percentuale di birra fresca con quella che riposa da almeno un anno in diverse botti ex-bourbon. La ricetta prevede malti Monaco, Caramello e Chocolate, luppolo Styrian Goldings. Il birrificio le dà una shelf life di dieci anni: andiamo a vedere come si trova il Barley Wine 2014 a metà del suo percorso, dopo cinque anni in cantina. 
Il suo vestito è colorato di ebano scuro, o tonaca di frate cappuccino se preferite: in superficie solamente un piccolo pizzo di bolle sul bordo del bicchiere. L’aroma è caldo e intenso: arrivano subito ricordi di porto e di vini fortificati, frutti di bosco scuri, prugna disidratata, ciliegia sotto spirito, melassa, bourbon, qualche nota legnosa.  Il mouthfeel mostra qualche cedimento dovuto all’età ma la sensazione palatale è ancora gradevole, leggermente oleosa: poche bollicine, corpo medio-pieno. La bevuta corrisponde in pieno con l’aroma: dolce, calda, ricca di melassa, caramello e tanta frutta sotto spirito: prugna, uvetta, ciliegia, frutti bosco. I ricordi di vino fortificato sbiadiscono lentamente lasciando posto ad un finale nel quale emergono bourbon, legno e qualche nota ossidativi meno piacevole. Il bilancio degli effetti del passare del tempo è comunque ancora ampiamente positivo. Il passaggio in botte non (r)aggiunge particolari complessità o vette espressive ma ciò andrebbe verificato anche in un esemplare più giovane. L’alcool riscalda e rincuora senza esagerare ma è ovviamente una birra capace di fare serata da sola: mettetevi comodi e gustatevela con calma, cogliendo le sue diverse sfumature man mano che la temperatura nel bicchiere si alza. Ha già passato il suo picco, ma regala ancora belle soddisfazioni.
Formato 33 cl., alc. 13%, IBU 40, lotto AR 2014, scad. 30/01/2024, pagata 7.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 6 novembre 2018

Lervig Toasted Maple Stout

E’ sempre un piacere ospitare sul blog il birrificio norvegese Lervig guidato dall’instancabile birraio americano Mike Murphy; qui trovate tutte le birre assaggiate negli anni scorsi. Nel 2017 Lervig aveva lanciato circa 35 nuove birre, una ogni 10 giorni, e la tendenza nel 2018 è leggermente in calo, visto che siamo  attualmente fermi a 22 : “facciamo tanti nuovi prodotti e il nostro ufficio vendite non riesce a tenere il passo – ci scherza sopra Mike  - Una birra nuova significa un codice a barre nuovo, un codice prodotto, un inserimento a sistema, un illustratore che faccia l’etichetta e informare chi deve poi venderla. Abbiamo lavorato sodo tutta l’estate ma ora stiamo rallentando perché il nostro confezionamento, ora che un dipendente tornato in Inghilterra, è ingolfato”. E ancora:  “un buon birraio deve lavorare sodo, avere passione ed essere fiero di quello che fa: deve sapere cosa gli piace in una birra e attenersi a quello.  Avere un buon palato è assolutamente necessario. Come uno chef, non è molto diverso. Alcuni birrai  sono bravi a fare le birre, altri sono bravi anche se non realizzano personalmente la birra perché sono bravi a comunicare la ricetta alla gente che lavora con loro. In teoria potrei farlo anch’io, e invece sono ancora qui. Se qualcosa si rompe, devo aggiustarla io. Sarei felice se riuscissi a trovare un altro Mike, così potrei fare un passo indietro. Mi sono sempre fatto il culo. Lunghe giornate, finchè non si finisce. Il nostro orario di lavoro è “finchè non si finisce”.  Fare birra non è un lavoro affascinante come si pensa: non è ammirare i tini luccicanti e pensare tutto il giorno alle ricette. La maggior parte consiste nel pulire, sollevare e spostare materiale chimico pericoloso, scaricare camion, avere a che fare con liquidi bollenti e Co2.  Io porto anche fuori la spazzatura.”

La birra.
Non è esattamente una novità 2018 ma poco ci manca: Toasted Maple (Imperial) Stout è arrivata in fusto nel dicembre del 2017, seguita a gennaio dalle lattine adornate dall’etichetta realizzata da Nanna Guldbæk, dal 2017 collaboratrice fissa di Lervig.  La ricetta prevede malti Pilsner, Chocolate e Caramalt, avena, luppolo Aurora, sciroppo d’acero, vaniglia e un tocco di lattosio; abbinamento consigliato da Lervig?  Pancakes. 
Si presenta vestita di nero e la sua piccola testa di schiuma cremosa è piuttosto rapida a dileguarsi. L’aroma restituisce quanto promesso dal nome della birra: sciroppo d’acero e vaniglia compongono un dessert abbastanza intenso ma poco raffinato. In sottofondo si scorgono profumi di cola, liquirizia, caramello. Al palato è leggermente oleosa ma la sua consistenza non è particolarmente impegnativa: meglio così, perché una coltre di catrame dolce sarebbe davvero difficile da digerire. Ammetto di non amare alla follia le “pastry stout”, nelle quali gli ingredienti aggiunti sovrastano completamente la birra anziché semplicemente arricchirla. E questa di Lervig non fa eccezione, sebbene non appaia completamente finta o artificiosa:  è sbilanciata sul dolce ma non è fuori controllo. E' tuttavia  una di quelle birre che dopo qualche sorso ti fanno venir voglia di staccare la spina e bere qualcos’altro.  Caramello, sciroppo d’acero e vaniglia annaffiano uvetta e prugna, l’alcool (12%) è nascosto bene e riscalda senza esagerare; quel poco d’amaro che c’è  proviene dal luppolo e non dalle tostature dei malti. Finezza ed eleganza non sono ovviamente la sua caratteristica principale, nel bicchiere non c’è una gran profondità ma se siete amanti del genere probabilmente l’apprezzerete perché non è affatto cattiva, anzi. Per tutti gli altri, il consiglio è di trovare qualcuno con cui almeno smezzare la lattina. 
Formato 33 cl., alc. 12%, IBU 55, lotto 08/01/2018, scad. 08/01/2023, prezzo indicativo 6.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 13 giugno 2018

Cervisiam S'Morbidly Obese

La beerfirm norvegese Cervisiam l’avevamo già incontrata a Natale: fondarla sono tre homebrewers, Pushkin Hama, Shea Martinson e Martin Borander.    Dopo alcuni anni passati a trafficare con le pentole in casa, all'inizio del 2013 installano nel garage di Martin, nella periferia di Oslo, un impianto Braumeister da cento litri. Con il nome di Brewmance partecipano a numerosi concorsi per homebrewer, vincendone alcuni: uno dei premi in palio è la possibilità di produrre una birra su di un impianto professionale e i tre ragazzi realizzano la loro Citrus Lager (aromatizzata con lemon grass e scorza d'arancia) alla Crow Bryggeri di Oslo. I mille litri che vanno esauriti in tre settimane sono la molla che fa scattare in loro la decisione di entrare nel mondo dei professionisti con la beerfirm Cervisiam. 
Inizialmente si appoggiano al birrificio Ego, cento chilometri a sud di Oslo, per poi spostarsi alla Arendals e alla Amundsen, dove viene tutt'oggi prodotta la maggior parte delle birre.  Anziché dotarsi d'impianti di proprietà, i Cervisiam hanno preferito concentrarsi su marketing e distribuzione e, soprattutto,  sull'apertura del locale Oculus a Oslo, un pub con venti spine la maggior parte delle quali riservate alle proprie birre e una buona selezione di bottiglie provenienti da tutto il mondo. 
IPA, Double IPA e Imperial Stout sono ancora gli stili prediletti da una certa fascia di consumatori e Cervisiam ha scelto di battere il chiodo finche è caldo: le “pastry stout”  (Omnipollo docet) vanno forte sul mercato scandinavo e ad Oslo non stanno con le mani in mano.

La birra.
All’interno del variegato mondo delle “pastry stout” si sta facendo lentamente strada la sub-categoria delle “s’more stout”. Si tratta di birre ispirate da  un dolce tradizionale di Stati Uniti e Canada nonché delizia di ogni campeggiatore: un marshmallow arrostito con uno stecchino su di un falò,  poi tolto e infilato dentro due graham crackers assieme ad un pezzetto di cioccolata.   Ne avevamo già assaggiata l’interpretazione liquida fatta dal birrificio Pipeworks, vediamo ora quella norvegese chiamata S'Morbidly Obese. 
All’aspetto è quasi nera, la schiuma è cremosa e compatta ed ha una (sorprendente) buona persistenza. Ammetto di essere un po’ prevenuto, di non amare alla follia questo tipo di birre e non andrò quindi a cercare in lei particolari finezze: i profumi ricordano un po’ quello di uno dei tanti snack industriali, ricchi di cioccolato al latte, marshmallow, toffee e caramella mou, biscotto. Mi viene in mente la barretta Mars, non fosse per una leggerissima nota affumicata che sconfina però un po’ nella plastica. Indubbiamente goduriosa è la sensazione palatale:  è una birra molto densa e viscosa, con poche bollicine, che avvolge il palato come fosse una tazza di cioccolata calda. Anche il gusto è un po’ artificioso ma  per il genere devo riconoscere d’aver visto ben di peggio. La bevuta è una piccola orgia di caramella mou, cioccolato al latte, biscotto e marshmallow, ma rimane tuttavia in sottofondo una parvenza di birra. L’alcool (10%) riscalda senza eccessi e nel finale c’è quell’amaro necessario (più luppolo che malti tostati) a bilanciare asciugando il dolce e a ripulire il palato. Nel retrogusto un po’ di frutta sotto spirito, cioccolato,  caramello e marshmallow. 
Se vi piace il genere, questa S'Morbidly Obese mi sembra proprio ben fatta e “finta “ quanto basta per divertire chi ha il bicchiere in mano: un giochino, uno scherzetto, una birra dessert, chiamatela come volete.  A tutti gli altri credo basteranno un paio di sorsi prima di dire “basta, grazie”.
Formato 33 cl., alc. 10%, lotto AB074?, scad. 21/08/2018, prezzo indicativo 6.00-7.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 22 maggio 2018

Lervig Easy

Lervig, birrificio norvegese con sede operativa Stavanger e guidato dal birraio Mike Murphy, è da anni una presenza quasi fissa sul blog e nei locali italiani: ma mettiamo per un attimo da parte la birra e concentriamoci sulla identità visiva. E’ interessante notare come sia cambiata negli anni la grafica di Lervig, inizialmente basata su personaggi (Johnny Low, Easy e Lucky Jack, Hoppy Joe..) in qualche modo collegati alla vocazione marinara di Stavanger, un tempo porto peschereccio, o sulla “stella” del logo aziendale
Per stare dietro alla moda è indispensabile flessibilità, velocità e capacità di adattamento: negli ultimi due anni Lervig ha abbracciato la tendenza delle New England IPA con etichette colorate e basate su semplici pattern geometrici, nascondendo quasi completamente quella “stella” che per anni era stata in primo piano. 
La vera rivoluzione è avvenuta tuttavia nel 2017 quando è stata assunta la giovane danese Nanna Guldbæk, attualmente ancora impegnata nell’ultimo anno di disegno industriale alla scuola di Kolding, in Danimarca. Nanna, che ha anche lavorato al Mikkeller Bar di Copenhagen, ha conosciuto Lervig in occasione del festival di Tallinn mentre era occupata allo stand di un altro birrificio; dopo alcune etichette di prova a è diventata all’inizio dell’estate una collaboratrice occasionale per poi essere assunta a tempo pieno. 
“La cosa è nata quasi per casoracconta Murphyma ora ha preso il sopravvento; le agenzie grafiche tradizionali non hanno la necessaria flessibilità per seguire il mercato e ad esempio realizzare un nuova etichetta in poche settimane. Avevamo bisogno di un designer creativo come noi: Anna è perfetta perché è una bevitrice di birra e ha già lavorato nell’ambiente. Nel 2017 abbiamo realizzato circa 35 nuove prodotti, incluse molte collaborazioni, e quest’anno sarà più o meno lo stesso!”
E’ quindi la Guldbæk, che confessa di amare birre come Lervig Barley wine o la imperial stout Sippin’ into Darkness (qui la vecchia e qui la nuova etichetta), ad aver creato il vestito a Perler for Svin, Passiontang, Hazy Days, Orange Velvet e Socks’n’sandals: è lei ad aver fatto nascere quei personaggi che oggi popolano le etichette, come gli “yeast men”  o gli “hop shark”:  al di là della grafica, oggi le nuove lattine di Lervig rappresentano anche un’esperienza fisica. “Le mie illustrazioni sono fatte sia a mano che al computer e combinano diversi elementi e materiali che potete sentire al tatto” dice Nanna. “Non sono semplici etichette incollate sulle lattine: l’illustrazione si relaziona direttamente con l’alluminio della lattina, con chi la tiene tra le mani e con la birra che contiene. Sono questi gli aspetti che vorrei maggiormente sviluppare in futuro con Lervig”. Vista, tatto, olfatto e gusto:  quattro dei cinque sensi sono coinvolti.

La birra.
L’etichetta della Easy di Lervig, disponibile in lattina dallo scorso febbraio, è un perfetto esempio di quanto espresso precedentemente. L’alluminio della lattina è riprodotto sull’etichetta e regala piacevoli effetti ottici sotto la luce; il contenuto è invece un’American Pale Ale “modaiola”, ovvero torbida e prodotta con abbondanti quantità di avena e frumento, oltre che malti Golden Promise e Munich Pilsner. I protagonisti sono però i luppoli Mosaic e Citra, ovviamente usati anche in DDH, imprescindibile acronimo che identifica il Double Dry Hopping. 
Perfettamente opalescente e simile ad un succo di frutta, forma nel bicchiere una testa di schiuma biancastra abbastanza scomposta e poco persistente. Non troverete molta finezza o eleganza nell’aroma ma è cosa da mettere in conto quando si parla di “Juicy/New England”: c’è tuttavia una buona intensità di mango e ananas, qualche ricordo di agrumi e il risultato è comunque gradevole. E’ un’American Pale Ale sulla soglia  della sessionabilità  (4.5%) ma il mouthfeel ricco di avena non permette comunque una bevuta rapida e agile: meglio sorseggiarla, anche se ad elevata frequenza. Nel bicchiere c’è una birra-succo di frutta molto intensa, rinfrescante e dissetante: mango e ananas guidano un percorso piuttosto semplice (o easy, per riprendere il nome) arricchito da qualche nota agrumata. Non c’è praticamente amaro, se si esclude un brevissimo momento di resina finale, lungo quanto un battito di ciglia. Anche al gusto valgono le stesse considerazione fatte in precedenza: eleganza e pulizia non sono i suoi punti di forza, caratteristiche probabilmente non fondamentali per chi cerca un torbido succo di frutta. Se amate lo stile il risultato è molto gradevole e ampiamente soddisfacente: difficilmente si sbaglia con Lervig.
Avrei solo una domanda da spedire in Norvegia: perché birre leggere come questa vengono proposte nella lattina da 33 e la maggior parte delle Double IPA in quella da 50 ?
Formato 33 cl., alc. 4.5%, IBU 30, lotto 15/03/2018, scad. 15/12/2018, prezzo indicativo 4.00-4.50 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 24 dicembre 2017

Cervisiam Krampus

La quinta birra di Natale 2017 coincide anche con il debutto sul blog della beerfirm norvegese Cervisiam: a fondarla sono tre homebrewers, Pushkin Hama, Shea Martinson e Martin Borander.    Dopo alcuni anni passati a trafficare con le pentole in casa, all'inizio del 2013 installano nel garage di Martin, nella periferia di Oslo, un impianto Braumeister da cento litri. Con il nome di Brewmance partecipano a numerosi concorsi per homebrewer, vincendone alcuni: uno dei premi in palio è la possibilità di produrre una birra su di un impianto professionale e i tre ragazzi realizzano la loro Citrus Lager (aromatizzata con lemon grass e scorza d'arancia) alla Crow Bryggeri di Oslo. I mille litri che vanno esauriti in tre settimane sono la molla che fa scattare in loro la decisione di entrare nel mondo dei professionisti con la beerfirm Cervisiam. Inizialmente si appoggiano al birrificio Ego, cento chilometri a sud di Oslo, per poi spostarsi alla Arendals e alla Amundsen, dove viene tutt'oggi prodotta la maggior parte delle birre. 
Anziché dotarsi d'impianti di proprietà, i Cervisiam hanno preferito concentrarsi su marketing e distribuzione e, sopratutto,  sull'apertura del locale Oculus a Oslo, un pub con venti spine la maggior parte delle quali riservate alle proprie birre e una buona selezione di bottiglie provenienti da tutto il mondo.

La birra.
IPA e Imperial Stout sono gli stili che Cervisiam frequenta maggiormente e quest'ultimo è anche quello scelto per l'offerta natalizia. Due le proposte: la Chocolate Salty Christmas Balls è una imperial stout con aggiunta di lattosio, sale, cannella, sciroppo d'acero e caramello, mentre la  ricetta della Krampus, che andiamo ad assaggiare, prevede aggiunta di lattosio, arancia, vaniglia e cioccolato.
Nel bicchiere non è nera ma poco ci manca, mentre la sua schiuma è molto cremosa, compatta e mostra un'ottima persistenza. Al naso domina invece un caffè che non è elencato tra gli ingredienti, e lo fa in maniera piuttosto elegante evocando i chicchi macinati; al suo fianco polvere di cacao, tabacco e vaniglia, tostature. La sensazione palatale è "festosa": corpo non ingombrante (medio-pieno), poche bollicine, consistenza vellutata, quasi soffice e quindi buona scorrevolezza, anche perché l'alcool (10%) si nasconde fin troppo bene. Vaniglia e caramello danno il via ad un'imperial stout piuttosto dolce che viene poi bilanciata dall'amaro del caffè e del cioccolato fondente, mentre in chiusura emerge anche una nota di tabacco e - sorpresa - di affumicato. Non c'è molta atmosfera natalizia in questa lattina ma la Krampus di Cervisiam è una birra ben fatta che dispensa un'aroma più amaro che dolce per poi ribaltare completamente le proporzioni in bocca: il naso rimane comunque più elegante e pulito del gusto, l'alcool si fa desiderare un po' troppo e arriva a riscaldare, molto debolmente, solo nel retrogusto. 
Formato: 33 cl., alc. 10%, lotto ?, scad. 20/08/2018, prezzo indicativo 6.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 19 dicembre 2017

Amundsen Super Santa

Diamo il via alle bevute del Natale 2017 recandoci virtualmente in Norvegia alla Amundsen Bryggeri operativa ad Oslo come brewpub dal 2011, periodo in cui la capitale non offriva molte gioie agli appassionati di birra. In pochi anni la Amundsen, parte del gruppo Aker`s Hus Kafedrift AS, ha visto una crescita rapidissima dei volumi vedendosi costretta a sostituire nel 2013 l'impianto da 5 ettolitri con uno da 10. Nel 2016, a seguito di un nuovo piano d’investimenti da 1,5 milioni di euro, è stato ordinato il nuovo impianto BrauKon da 42 ettolitri da posizionare nella nuova sede da 3500 metri quadrati di Bjørnerudveien 14, una quindicina di chilometri a sud di Oslo, che garantirà una potenza di fuoco da quasi un milione di ettolitri l’anno. Attualmente Amundsen ne produce circa 200.000 ed è tra i dieci maggiori produttori norvegesi. 
Rimane operativo il brewpub Amundsen Bryggeri & Spiseri che si trova in pieno centro e a poca distanza dal municipio:  troverete una ventina di spine, un centinaio di etichette in bottiglia e impianto di produzione a vista.  Il gruppo Akershus possiede anche il brewpub Nydalen Bryggeri og Spiseri, nella periferia settentrionale di Oslo, e una moltitudine di locali nella capitale: Beer Palace, Burger Joint, Café Skansen, Fellini, Jarmann Gastropub, Royal Gastropub, Underbar  e Brasserie Hansken. 
La produzione Amundsen, solo lattine e keykegs, ruota attorno ad una dozzina di birre disponibili tutto l’anno ed altrettante stagionali; tra queste ci sono anche le due birre dedicate al Natale, ovvero la Christmas Pudding (una “toffee milk stout”) e – da quest’anno -  la Super Santa che andiamo ad assaggiare.

La birra.
Una tradizione americana vuole che i bambini, la sera della vigilia di Natale, lascino vicino al camino un bicchiere di latte e alcuni biscotti per Babbo Natale e magari anche qualche carota per le sue renne; un piccolo dono di sostentamento per aiutare Santa in una notte che lo vede molto affaccendato. Alla Amundsen sostengono che Babbo Natale odi il latte e ami invece la birra: questa Super Santa è dunque una stout al caffè per dargli energia ad aiutarlo a portare a termine il suo lavoro. La gradazione alcolica è piuttosto contenuta (4.7%) forse anche per permettergli di essere in grado di continuare a guidare la propria slitta. Oltre a caffè e lattosio, la ricetta prevede malti  Pilsner, Caraaroma, Carafoam, Caraamber, Caramunich I, Carafa Special I, Carared, Chocolate, luppoli Magnum e Bramling Cross, lievito London Ale. Il birrificio la consiglia in abbinamento ad uno stupido maglione natalizio e ad un caminetto. 
Si presenta di colore ebano scuro e genera una bella testa di schiuma fine e compatta, molto cremosa, dalla buona persistenza.  Al naso tanto caffelatte, qualche suggestione di vaniglia, cioccolato al latte: pulizia e intensità ci sono, l’eleganza lascia un po’ a desiderare in quanto nel complesso l’aroma ricorda un po’ una merendina industriale. Ci si può comunque accontentare. Lattosio e avena vanno a formare una sensazione palate piuttosto morbida e questa Super Santa ha una presenza ricca e ben più ingombrante di quanto ci si aspetterebbe da una birra con una gradazione alcolica modesta. Le buone premesse vengono tuttavia profondamente deluse da un gusto che rappresenta una drastica caduta in verticale, soprattutto per quel che riguarda l’intensità. Una marcata acquosità attraversa una bevuta scialba e avara, esattamente opposta al suo aroma:  vaghe tracce di caffelatte e cioccolato al latte non riescono a rendere sufficiente una stout priva di off-flavors ma che inizia e finisce nell’acquoso. Un vero peccato, se il gusto avesse anche solo la metà dell’intensità dell’aroma sarebbe una divertente e festosa milk stout (con etichetta natalizia). 
Formato: 33 cl., alc. 4.7%, lotto AB068, scad. 28/07/2018, prezzo indicative 4.50 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 22 maggio 2017

Lervig SuperSonic

E’ arrivata un paio di mesi dopo la sorella minore Tasty Juice e in poco più di un mese è già annoverata tra le 50 migliori Double IPA al mondo grazie al giudizio di ben (!) cinquanta bevitori:  questo quanto elaborato dagli assurdi algoritmi di  Ratebeer, popolare sito di beer-rating. Meglio lasciare allora perdere le statistiche per passare alla sostanza: sto parlando della Supersonic, Double IPA (8.5%) prodotta da Lervig che continua il filone delle New England / Juicy IPA sul quale si muoveva la Tasty Juice alzando l’asticella dell’alcool da 6 ad 8.5%. 
Ecco come il birrificio di Stavanger guidato dal birraio Mike Murphy descriveva la nascita della sua prima New England IPA: “siamo tornati da un viaggio a Boston con l’ispirazione giusta per salire sul treno delle Juicy. La cosa divertente è la prima volta che ne abbiamo visto una abbiamo domandato se ci fossero stati dei problemi con il fusto…  ma poi: puro succo!  Il problema di queste birre è che devono essere bevute immediatamente, la freschezza è la loro essenza;  vi sentirete come se foste in un birrificio ad assaggiare una IPA direttamente dal fermentatore. Non compratela se non pensate di berla in fretta. L’abbiamo messa in lattina per meglio preservarne il carattere luppolato".  
Il birrificio la definisce una “more than double-hopped double IPA”: tanto, tantissimo Citra (ma forse non solo) per ottenere un impressionante intensità di frutta tropicale. C’è tutto quello che serve per navigare sull’hype: lo stile più in voga del momento (New England IPA), il formato più in voga del momento (lattine) con un’etichetta a sostituire la serigrafia, proprio come fanno la maggior parte dei birrifici del New England più amati dai beer-geeks.

La birra.
Nel bicchiere c’è un torbido succo di frutta arancione sul quale si forma una discreta testa di schiuma biancastra; compattezza e persistenza sono abbastanza dignitose per questo "sotto stile” di IPA che non fa dell’apparenza il suo punto di forza.  L’aroma è una bomba tropicale, un succo di frutta zuccherato nel quale domina l’ananas con il mango alle calcagna; potete poi divertirvi a scorgere la papaia, il frutto della passione e altri frutti esotici  anche se l’eleganza non è la caratteristica principale di un naso molto intenso, potente, ruffiano e abbastanza pulito. Il gusto è un po' meno sfacciato e, sopratutto, meno pulito: la bevuta ricalca l'aroma insistendo su ananas e mango, regalando di fatto quel succo di frutta che ci si aspetta quando si stappa una New England IPA. Impressionante è piuttosto il modo in cui l'alcool è nascosto: i gradi (8.5%) sono davvero inavvertibili e la birra scorrerebbe pericolosamente se non avesse quel raschiare, quel pizzicare in gola dell'amaro vegetale che arriva dopo ogni sorso e che, di fatto, rallenta drasticamente il ritmo di sorsata.  La situazione non è drammatica, la birra è ugualmente molto godibile ma negare questo piccolo intoppo sarebbe mentire: l'amaro è perlomeno breve e il retrogusto è di nuovo un tuffo nel succo tropicale.
Lattina con un mese scarso di vita alle spalle e birra molto fresca ma "supersonica" solo nell'aroma: quel pizzicore in gola è almeno per me un fattore di disturbo che fa restare la birra più del dovuto nel bicchiere e che, dopo la meraviglia dei primi sorsi, fa quasi venir voglia di bere qualcos'altro.
Formato: 50 cl., alc. 8.5%, imbott. 18/04/2017, scad. 18/10/2017, prezzo indicativo 7.00-8.00 Euro (beershop).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 21 marzo 2017

Lervig / Hoppin' Frog Sippin Into Darkness

Il 2016 si è rivelato ricco di collaborazioni per il birrificio dell’Ohio Hoppin' Frog,  fondato nel 2006 dal birraio  Fred Karm ad Akron; il birrificio esporta in Europa dal 2008 e ha voluto nuovamente collaborare, ripetendo l’esperienza del 2012, con alcuni birrifici del nostro continente.  L’Hoppin Frog 2016 European Collaboration Tour ha coinvolto i danesi della Dry &  Bitter per una Baltic Porter, la beerfirm To Øl (SS Stout),  gli inglesi di Siren (la piccante 5 Alarm) e i norvegesi di Lervig con la massiccia Sippin Into Darkness Imperial Stout. 
Secondo il libro di Tony Abou-Ganim “Vodka Distilled: The Modern Mixologist on Vodka and Vodka Cocktails”, il cocktail chiamato Chocolate Martini fu inventato da Rock Hudson ed Elizabeth Taylor quando si trovavano a Marfa (Texas) per le riprese del film “Il Gigante”: i due attori vivevano in due villette adiacenti, diventarono amici e si ritrovavano spesso la sera a far tardi con un bicchiere in mano. “Eravamo così giovani – ricordava Hudson – potevamo mangiare e bere tutto quello che volevamo e non sentivamo mai il bisogno di dormire. Una sera inventammo il miglior drink che mi sia mai capitato di bere, un Martini al cioccolato fatto con vodka, sciroppo di cioccolato Hershey's e Kahlúa (un liquore messicano al gusto di caffè). Non so come siamo riusciti a sopravvivere.”  Anche se tecnicamente non era un Martini, la bevanda inventata quella sera divenne molto popolare a Hollywood ispirando poi la nascita di una serie di miscelati al cioccolato: moltissime le varianti che vengono oggi chiamate Chocolate Martini, quasi tutte basate su vodka e un liquore al cioccolato ai quali vengono poi aggiunti ingredienti a fantasia, come ad esempio vaniglia, menta, lamponi, panna. 

La birra.
Questo cocktail è anche l’ispirazione presa dai birrifici Lervig (Norvegia) ed Hoppin Frog (USA) per una massiccia (12%) imperial stout collaborativa chiamata Sippin Into Darkness:  come mostra questo breve video-documentario, i due birrai Mike Meyers e Fred Karm si ritrovano a Stavanger, Norvegia per realizzare una ricetta che prevede anche avena, zucchero candito, lattosio, fave di cacao e vaniglia. La versione europea inizia a circolare a luglio 2016, in fusti ed in bottiglia da 33 centilitri; la ricetta viene poi replicata sugli impianti di Hoppin Frog e debutta sul mercato americano (fusti e bottiglia da 65 cl.) il 15 ottobre 2106 con una gradazione alcolica leggermente inferiore (10%). Alla taproom del birrificio dell’Ohio potevate acquistare le prime bottiglie al prezzo di 10.99 dollari più tasse, ovviamente. 
Nera, davvero impenetrabile, riempie il bicchiere con un denso liquido sormontato da un discreto cappello di schiuma, cremosa, compatta e dalla buona persistenza. Al naso cioccolato al latte, frutta secca, melassa e gianduia ma soprattutto tanta vaniglia: il dolce è davvero notevole, l’eleganza non è la caratteristica principale di un aroma che tuttavia riesce a non scivolare nell’artificiosità. In bocca è piena e poco carbonata, avvolgendo completamente il palato con una viscosità morbida che non sconfina nel catramoso o nel masticabile: sorseggiarla non è così complicato anche perché l’alcool (12%) è stato ben addomesticato. Il “problema” di questa birra – almeno per me – è che s’addentra troppo nell’amato/odiato territorio delle “birre-dessert”, se mi passate il termine. Hoppin Frog e Lervig producono entrambi ottime imperial stout, robuste, massiccie, dure, intense: B.O.R.I.S., D.O.R.I.S. e Konrad’s Stout sono davvero notevoli.  Sippin Into Darkness è ovviamente una birra che non vuole andare in quella direzione, ma perché non mantenere una di quelle basi ed aggiungere solo una leggera caratterizzazione? Qui la componente dessert (vaniglia, cioccolato al latte, caramello, biscotto) domina nettamente la birra con un risultato che s’avvicina pericolosamente allo stile Omnipollo.  Per fortuna non c’è quella sensazione di artificiosità così marcata ma è la classica birra che, dopo la “meraviglia” dei primi sorsi, inizia a stancarmi; l’amaro è quasi assente, caffè e tostature hanno solo il compito di bilanciare il dolce, aiutati dal luppolo che a fine corsa contribuisce a ripulire un po’ il palato. Il finale è piuttosto lungo, con il calore della frutta sotto spirito che avvolge vaniglia e caramello. 
Livello sicuramente alto se applicato al concetto di “birra-dessert”: se invece non amate particolarmente questo tipo di birre, pensateci bere prima di decidervi ad un acquisto che non è esattamente tra i più economici. Per me è un "ni".
Formato: 33 cl., alc. 12%, IBU 50, lotto e scadenza non riportati, prezzo indicativo 6.00/7.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

sabato 25 febbraio 2017

Lervig Tasty Juice

La moda della Juicy / Cloudy / New England IPA sta prendendo sempre più piede anche in Europa, com’era facile prevedere.  La Scandinavia sembra essere stata la regione più pronta ad accogliere la tendenza,  con l’Inghilterra a ruota, anche se non sono ancora riuscito a provare nessun esempio di Juicy IPA britannica. Qualche settimana fa avevamo testato le capacità del birrificio polacco Pinta, ma anche in Italia non mancano le interpretazioni di questo sotto stile modaiolo:  Vento Forte e Cr/ak sono i due birrifici che si sono maggiormente cimentati nell’emulazione di queste IPA nate nella regione statunitense del New England, ma sono sicuro che nel corso del 2017 ne vedremo arrivare molte altre. 
Ritorniamo alla Scandinavia: Stigbergets (Amazing Haze e GBG Beer Week 2016 le abbiamo già provate), Omnipollo e Brewski  - tutti svedesi - sono attualmente i produttori europei di New England IPA che si sono maggiormente avvicinati a quelle originali prodotte da Trillium e Tree House, giusto per fare i due nomi che animano i sogni dei beergeeks di tutto il mondo.
Per chi non avesse ancora del tutto chiaro cosa sia una Juicy IPA vi rimando a questo esaustivo articolo scritto da Stefano Ricci per Fermento Birra. Riassumendo: aspetto molto torbido, quasi fangoso, aroma sfacciatamente fruttato, grazie all’utilizzo di grandi quantità di luppolo in dry e late hopping. Sensazione palatale estremamente morbida e “chewy”, per dirla all’inglese: quasi masticabile. Il gusto è ovviamente figlio dell’aroma: nel bicchiere c'è un succo di frutta, malti quasi impercettibili, amaro molto contenuto. 
Dalla Scandinava, ma questa volta dalla Norvegia, è arrivata in questi giorni anche la New England IPA del birrificio Lervig guidato dall’eclettico Mike Murphy, del quale vi avevo raccontato in questa occasione. Ecco come il birrificio di Stavanger annuncia la nascita della Tasty Juice: “ce l’abbiamo fatta. Siamo tornati da un viaggio a Boston con l’ispirazione giusta per salire sul treno delle Juicy. La cosa divertente è la prima volta che ne abbiamo visto una abbiamo domandato se ci fossero stati dei problemi con il fusto…  ma poi: puro succo!  Il problema di queste birre è che devono essere bevute immediatamente, la freschezza è la loro essenza;  vi sentirete come se foste in un birrificio ad assaggiare una IPA direttamente dal fermentatore. Non compratela se non pensate di berla in fretta. L’abbiamo messa in lattina per meglio preservarne il carattere luppolato".

La birra.
Malto Golden Promise, frumento e avena, lievito Vermont Ale e tanto luppolo:  Mosaic, Exquinox e Citra, quest’ultimo utilizzato in doppio dry-hopping). In tutto, dicono, sono stati utilizzati più di 3 chilogrammi di luppolo per ettolitro di birra. 
L’aspetto è tutt’altro che invitante ma è da considerarsi una caratteristica di queste birre; quanto questo poi influisca su qualità e intensità di aromi e sapori, è tutto da scoprire. Il suo colore arancio è torbido e fangoso, la schiuma biancastra è un po’ grossolana e piuttosto rapida a scomparire. L'aroma è un trionfo di frutta, una ruffiana e piaciona macedonia di pompelmo, cedro e limone, con ananas e mango in sottofondo; frutta fresca, appena tagliata, qualche nota più dolce di canditi e una lieve presenza erbacea. Al palato è piuttosto morbida, con poche bollicine ed un mouthfeel molto gradevole: il gusto non fa passi indietro rispetto all'aroma: frutta in ogni dove, rispettando il mantra "juicy". Rispetto al naso qui è la frutta tropicale a mettere in secondo piano gli agrumi; bisogna impegnarsi ed oltrepassare la coltre di mango ed ananas per scovare in sottofondo le note maltate di crackers, c'è un delicato tepore etilico che accompagna il succo di frutta fino ad un finale moderatamente amaro (dank, erbaceo, zesty) che volendo essere pignoli raschia un po' in gola, unica  vera pecca di questa birra. Il contenuto alcolico è 6%, la bevibilità non è da record ma l'intensità è davvero straordinaria: pulizia ed eleganza, che mi dicono essere spesso carenti in queste New England IPA, qui sono ad un buon livello, anche se siamo lontani dall'eccellenza. 
Non avendo ancora mai assaggiato nessuna New England IPA americana non posso esprimermi sulla veridicità di questa interpretazione di Lervig; il livello è comunque molto alto. Se il genere vi piace, questa è senz'altro una birra/succo di frutta che non dovete perdervi: è stata messa in lattina poche settimane fa, quindi non esitate. 
Formato: 50 cl., alc. 6%, IBU 45, imbott. 31/01/2017, scad. 31/07/2018, prezzo indicativo 6.00/6.50 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 19 luglio 2016

Lervig Lucky Jack Grapefruit Edition

Una delle ultime tendenze mode nel mondo della craft beer è quella delle "Fruit IPA": sebbene l'aggiunta di frutta nella birra sia una tradizione abbastanza consolidata (pensate ai Lambic alla frutta, alle Radler o alle Berliner Weisse), pare che la prima IPA (commerciale) con aggiunta di frutta sia stata la Grapefruit Sculpin di Ballast Point che risale "solo" al 2013. In Europa siamo arrivati con qualche anno di ritardo, e al momento il "fulcro" produttivo di questa varietà di IPA sembra essere la Svezia: Brewski ne fa quasi un marchio di fabbrica e la beerfirm Omnipollo va anche oltre il semplice concetto di "Fruit IPA", spingendosi sull'estremo delle "Smoothie Beer" (sic!) dove oltre alla frutta viene aggiunto lattosio (e  anche vaniglia).
Dalla Scandinavia arriva pure il birrificio Lervig, fondato a Stavanger (Norvegia) nel 2005 ma degno d'interesse solo a partire dal 2010, quando in sala di cottura sbarca l'americano Mike Murphy e rivoluziona completamente la gamma produttiva, sino ad allora focalizzata su anonime lager. Ve ne avevo parlato qualche anno fa di ritorno dalla Norvegia.
L'opera prima del nuovo corso inaugurato da Murphy è l'American Pale Ale chiamata Lucky Jack, ad oggi diventata la flagship beer di Lervig; giusto quindi che fosse lei ad essere la prima "fruit IPA" (o APA, poco importa) realizzata dal birrificio di Stavanger, che attualmente esporta all'incirca il 30% del suo fatturato realizzato su un impianto da 25 ettolitri.  

La birra.
Ricetta ovviamente immutata rispetto alla Lucky Jack "normale", se si esclude l'aggiunta di scorza e succo di pompelmo rosa: Pilsner e Caramel i malti, Chinook, Citra ed Amarillo i luppoli.
All'aspetto è di colore arancio opalescente, con una schiuma bianca dalla discreta persistenza ma un po' grossolana e scomposta. Il naso, ça va sans dire, è dominato dal pompelmo rosa in lungo e in largo, con un tocco di arancio e di frutta tropicale molto in sottofondo. Il bouquet risulta un po' monotematico ma è comunque supportato da ottima intensità, pulizia e freschezza. Il percorso prosegue al palato in linea retta con una bevuta che, dopo un ingresso maltato (crackers) e un dolce passaggio tropicale (mango) ritorna saldamente in mano al pompelmo: prima la polpa, poi l'amaro della scorza che caratterizza in tutto e per tutto il finale ed il retrogusto. Molto bene secchezza e pulizia, bene ma senza impressionare  l'intensità, ottima fragranza. 
Mi fermo qui con la descrizione della birra che è oggettivamente ben costruita per dissetare con facilità senza domandare nessun sforzo a chi se la trova tra le mani. Riguardo alla piacevolezza, che rientra nei parametri del proprio gusto, la trovo personalmente troppo caratterizzata dal pompelmo: non è una Radler ma non siamo molto lontani, andando ben oltre la semplice "aromatizzazione al pompelmo", soprattutto al palato. Buona, per carità, ma troppa. Ammetto di non essere un grande fan di queste IPA/APA con aggiunta di frutta, ma se proprio ne devo bere una mi orienterei senza esitare troppo sulla High Wire di Magic Rock. 
Formato: 33 cl., alc. 4.7%, IBU 45, lotto KL 10:18, scad. 10/02/2017, 4.00 Euro (beershop, Italia).

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

sabato 2 aprile 2016

Lervig / Way: 3 Bean Stout

Sono quasi venti le ore di volo che separano Pinhais, comune dell'area metropolitana di Curitiba (Paraná, Brasile) e Stavanger, cittadina norvegese dove si trova il birrificio Lervig. 
Nel 2015 Alessandro Oliveira e Alejandro Winocur, fondatori nel 2010 del birrificio Way Beer, si recano in Norvegia per realizzare assieme a Mike Murphy, birraio di Lervig, una birra collaborativa. Il birrificio brasiliano mi è completamente sconosciuto ma ha già all'attivo collaborazioni anche con gli americani di Stillwater e di Arizona Wilderness; una quarantina le birre prodotte in sei anni di vita, la migliore della quale secondo gli utenti di Ratebeer è la Berliner Weisse Sour Me Not Caju, che si posiziona al quindicesimo posto tra le migliori birre prodotte in Brasile.
Mike Murphy e Alessandro Oliveira decidono di produrre una massiccia (13%) Imperial Stout utilizzando tre diverse "fave": cacao, vaniglia e tonka. Quest'ultima è il seme del frutto della Dipteris Odorata, una gigantesca pianta capace di superare i trenta metri in altezza ed i due metri di diametro al tronco; i frutti vengono raccolti e fatti essiccare per un anno, quando vengono poi estratti i semi contenuti all'interno. I maggiori produttori sono Venezuela, Guyana, Brasile e Nigeria; la fava di tonka è frequentemente usata in profumeria per il caratteristico odore di vaniglia e mandorla.

La birra.
L'etichetta non risulta particolarmente ispirata, limitandosi a raffigurare i loghi dei due birrifici; la ricetta della 3 Bean Stout, oltre alle fave citate, prevede malti Pale, Caramel e Roasted, mentre i luppoli utilizzati sono Aurora e  Hersbrucker.
Nel bicchiere è nera, impenetrabile alla luce e forma un modesto cappello di schiuma color cappuccino, cremosa e compatta, dalla discreta persistenza. L'aroma è molto intenso, anche nella componente etilica, e disegna una scenario dolce di cioccolato al latte, vaniglia e toffee al quale s'affiancano profumi di cannella e di biscotto allo zenzero, liquirizia e una lieve presenza di salsa di soia. L'opulenza è tanta ma l'eleganza e la finezza di vari elementi lasciano un po' a desiderare. D'impatto il mouthfeel, che rispetta la tradizione scandinava: si tratta di un liquido oleoso molto denso e morbido, quasi masticabile, dal corpo pieno e dalla bassa carbonazione. Anche qui c'è una grande ricchezza dolce di melassa, liquirizia, cioccolato al latte e gianduia, vaniglia: in sottofondo rimangono le spezie (cannella e zenzero) mentre l'alcool fa sentire la sua presenza per tutta la bevuta, senza arrivare mai a bruciare ma aiutando piuttosto a mitigare un po' il dolce. Nel finale emergono le tostature, il caffè ed il cacao amaro, ma il retrogusto ritorna nel territorio del dessert liquido sostenuto da un intenso calore etilico. Anche il gusto presenta gli stessi "vizi" dell'aroma: grande intensità ma pulizia ed eleganza ampiamente migliorabili; è un'imperial stout ricca ma piuttosto impegnativa anche solo  da sorseggiare. Il risultato è sicuramente positivo, anche se da cogliere in piccole dosi.
Formato: 33 cl., alc. 13%, IBU 30, lotto e scadenza non riportati.

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

sabato 12 marzo 2016

Nøgne Ø Red Horizon 3rd edition

Kjetil Jikiun, ex pilota di aerei diventato birraio co-fondatore nel 2002 del birrificio norvegese Nøgne Ø, non ha mai nascosto il suo amore per il Giappone. Nel 2010 Nøgne è stato il primo birrificio europeo a produrre saké ottenendo anche il riconoscimento della Japan Sake Brewers Association, un onore - leggo in rete - che non viene quasi mai concesso a chi produce fuori dal Giappone.  
Dopo un periodo di apprendistato alla Daimon Shuzo di Osaka, un famoso produttore giapponese, Jikiun lanciò in Norvegia tre tipi di sakè, uno dei quali prodotto con la tecnica di fermentazione "Yamahai"  che consiste nel lasciare che il riso bollito (qui importato da Hokkaido) produca spontaneamente una "pellicola" di batteri lattici. 
Kjetil Jikiun ha lasciato Nøgne nell'agosto 2015 dopo una serie di divergenze con i soci della Hansa Borg che lui stesso ha spiegato in questo sfogo, parlando di "mediocrità"; chissà se aveva immaginato questo scenario quando a novembre 2013 decise di vendere il 54% del capitale al secondo più grande birrificio norvegese che ha anche la licenza di produrre la Heineken per il mercato locale. Oggi Kjetil abita sull'isola di Creta dove ha fondato la Grapes and Gratification che, nei prossimi mesi, dovrebbe far debuttare oltre al vino anche la sua prima birra  chiamata "Σολο". 
Con il suo addio sono anche terminate la produzioni della serie "Horizon", birre molto costose e faticose da produrre che avevano riscosso grande successo ma che forse mal si sposavano con la visione commerciale di un birrificio controllato da una grande azienda. Oltre alle massicce imperial stout Dark Horizon, un altro degli esperimenti di Jikiun è rappresentato dalle tre Red Horizon: si tratta di birre che vengono fermentate con un ceppo di lievito di saké, per la precisione quello "numero 7" elaborato dai laboratori del birrificio giapponese Masumi, isolato per la prima volta nel 1946 e arrivando poi ad essere utilizzato dal 60% dei produttori di Saké giapponesi.
La prima Nøgne Red Horizon venne prodotta nel 2009 e commercializzata nel 2010, con un considerevole ABV del 17% che fu poi abbassato a 13.5% per la seconda edizione prodotta a fine 2011 e messa in vendita nel 2013; nello stesso mese dello stesso anno arrivò anche la Red Horizon numero 3, 12.5% ABV, lievito numero 9 di Masumi e fermentazione per 10 settimane a bassa temperatura. Ed è proprio questa la protagonista di oggi.

La birra.
Packaging molto curato come per tutte le Horizon, la bottiglia arriva in un elegante cilindro metallico ed è anche incartata, all'interno. Nel bicchiere non è invece bella quanto la sua confezione: colore ambrato scarico e un tentativo di schiuma biancastra che si dissolve quasi sul nascere. Il naso è abbastanza complesso e di non facile lettura: convivono cuoio e pellame, salmastro, riso bollito, uvetta e zucchero caramellato, marmellata d'arancia, dettagli di frutti rossi (fragola, lampone?) e note ossidative sia negative (cartone bagnato) che positive (vino liquoroso, porto); c'è anche un lieve sottofondo "vegetale" proveniente da quello che rimane della generosa luppolatura (100 gli IBU dichiarati) dopo oltre quattro anni. Al palato arriva invece calda e avvolgente, oleosa, con poche bollicine ed un corpo medio: l'inizio è dolce di caramello, biscotto, uvetta e prugna, marmellata d'arancia ed albicocca, frutta candita. In sottofondo una nota affumicata accompagna la bevuta dall'inizio alla fine, mentre l'ossidazione, come nell'aroma, porta in dote richiami di vino liquoroso. Attenuazione ed acidità contribuiscono a mantenere il livello del dolce nei limiti del consentito, non c'è amaro ma un retrogusto molto avvolgente che riscalda e rincuora a colpi di vino liquoroso, toffee e frutta sotto spirito. Birra piuttosto complessa che ci mette più di qualche minuto ad aprirsi nel bicchiere e a rivelarsi nella sua pienezza; i 25 cl. della bottiglia sono una quantità assolutamente appropriata da sorseggiare senza grossi sforzi in un dopocena invernale nel quale si ha bisogno di essere riscaldati e "coccolati".
Formato: 25 cl., alc. 12.5%, IBU 100, lotto 742, imbott. 20/12/2011, scad. 20/12/2016, 13.50 Euro (Vinmonopolet, Norvegia).

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.