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giovedì 12 marzo 2020

Nix Hallerbos

Della beerfirm Nix Beer vi avevo parlato un paio di anni fa: progetto dell’instancabile birraio Nicola Grande, in arte Nix, che dopo le esperienze con Birrificio Settimo e Birrificio Etnia è sceso in campo in prima persona mettendo il proprio soprannome e il proprio volto stilizzato sulle etichette. Nix Beer ha debuttato a maggio del 2017 con cinque etichette tutte ispirate alla tradizione belga, quella con cui Grande ha già dimostrato di sapersi destreggiare con successo: Xelles (hoppy blond ale), Dangar  (Belgian Pale Ale con luppoli australiani), Malle (tripel), Witwit (imperial witbier) e Hellerbos (quadrupel). Nel 2018 sono arrivate Streek (Spéciale Belge) , Volturno (Pils), Blazzatopp (American IPA) e il Barley Wine PhilMath; nel 2019 è toccato alla Session IPA Responsabilmente, alla Double IPA Imperial Danger e all’American IPA Baby Blues. In questi giorni ha debuttato invece la Dubbel chiamata Nixieland 
Ricordo che a Pavia (via Volturno 14) potete trovare tutte o quasi queste birre al piccolo ma accogliente locale Nix Beer: ad accompagnare le bevute una cucina semplice e informale che comprende toast, pucce e pizzette, taglieri d’affettati e altri prodotti tipici pugliesi, regione d’origine di Grande. Non manca neppure l’accompagnamento musicale dal vivo e alle spine vengono anche ospitate etichette di birrifici amici. 

La birra.
Il suo nome (Hallerbos) è quello della cosiddetta Foresta Blu  che si trova ad Halle, in un’area delle Fiandre al confine con la Vallonia, ad una mezz’ora da Bruxelles: deve la sua fama alla Hyacinthoides non-scripta, una sorta di campanula che in aprile sboccia e crea un suggestivo manto di colore blu che ricopre tutto il terreno. Il bosco offre diverse possibilità di escursioni a piedi e in bicicletta (ça va sans dire, siamo in Belgio); chi non riesce ad assistere alla fioritura può comunque ammirare faggi, querce, aceri e tigli. 
La Quadrupel di Nix si veste di un color piuttosto ambrato che a voler essere romantici ricorda il legno della foresta di Halle; ad oltre due anni dall’imbottigliamento la schiuma è ancora generosa, compatta e cremosa. Al naso emergono profumi di pera e amaretto, frutta secca a guscio, uvetta, caramello, una delicata speziatura, qualche accenno di mela. Pulito, caldo, intenso: un bel preambolo ad una bevuta dolce ricca di caramello, uvetta e prugna, spunti vinosi e liquorosi, frutta secca (nocciola), suggestioni di cioccolato che si fanno più concrete in un finale amaricante nel quale c’è anche qualche nota torrefatta. Simile alla fievole luce di una candela l’alcool (11.3%)  rimane pericolosamente sottotraccia per poi culminare in una lunga chiusura liquorosa, calda ed etilica, confortante per il corpo e per lo spirito. 
Gran bella Quadrupel quella di Nix: pulita, precisa, bel lavoro del lievito, morbida e – strano a dirsi – sin troppo facile da bere. Meglio autoimporsi la giusta lentezza necessaria per assaporarla e notare i suoi cambiamenti al variare della temperatura nel bicchiere. Questa bottiglia è tecnicamente scaduta ad ottobre 2019 ma il tempo non le ha fatto nulla di male, anzi.   Ringrazio il beershop on-line Ubeer
che mi inviò qualche anno fa la bottiglia d’assaggiare; per chi volesse provare un lotto più recente ecco un utile link all’acquisto diretto.
Formato 33 cl., alc. 11.3%, lotto 10817, scad. 28/10/2019,  5,00 Euro

NOTA: Prezzi indicativi (beershop). La descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 26 novembre 2018

DALLA CANTINA: Extraomnes Quadrupel 2018 vs 2013


Sembra ieri ma sono già passati otto anni. Correva l’anno 2010 e debuttava uno dei birrifici italiani più attesi al varco: Extraomnes capitanato dal sanguigno Luigi “Schigi” D'Amelio. Blond, Saison, Bruin e Tripel  le birre scelte per iniziare un percorso che vide, per le festività natalizie dello stesso anno, l’arrivo della Kerst “qui pensiamo di fermarci per un bel po’, ci concentreremo per migliorare sempre di più queste piuttosto che ad allungare la lista delle referenze”. Così dichiarava D’Amelio in un intervista a Cronache di Birra, ma a pochi mesi di distanza, nella primavera del 2011, fu presentata all’Italian Beer Festival di Milano una birra destinata a diventare in poco tempo uno dei grandi successi del birrificio di Marnate, Varese:  la Zest. Nello stesso anno arrivarono anche la imperial stout al caffè Donker e, a Natale, la prima Kerst Reserva. 
Facciamo ora un salto in avanti nel tempo, tralasciamo altre novità arrivando al 2013 quando il birrificio festeggiava la cotta numero 200. Le celebrazioni per la numero cento erano state affidate alla Hond.erd, ma questa volta a Marnate decisero di fare le cose più in grande andando a colmare un importante vuoto nella gamma di un birrificio che si rispecchia nella tradizione belga: quella delle grandi Belgian Strong Dark Ales, o Quadrupel che dir si voglia. Una birra celebrativa ma non solo, come riportava a suo tempo il blog Varesenews: “vogliamo che la Quadrupel entri nella produzione standard; ovviamente aspettiamo il responso del mercato ma da questa birra ci attendiamo molto”.  Così è stato oggi la Quadrupel è una presenza fissa anche alle spine dei due locali di Extraomnes:  il Bier & Cibo a  Castellanza (Varese) e l’ultimo nato a Savona.

La birra.
Come ogni Quadrupel che si rispetti anche quella di Extraomnes  dovrebbe essere una buona candidata per passare del tempo in cantina. Mesi, anni? A voi la decisione e la scelta di correre il rischio che ogni invecchiamento porta inevitabilmente con sé.  Ho voluto oggi mettere a confronto una delle prime bottiglie prodotte nel 2013 con una nata all’inizio di quest’anno. 
Partiamo con la Quadrupel 2018 (9.3%) che si presenta vestita con la classica tonaca di frate (cappuccino, per i pignoli) la cui torbidità è illuminata da bagliori rossastri; la schiuma non è particolarmente generosa ma è cremosa, compatta ed ha una discreta ritenzione. Il naso è ricco, dolce, piacevolmente complesso: uvetta e datteri, prugna,  pera, miele e biscotto, caramello e zucchero candito, qualche accenno di pasticceria, una delicata speziatura infusa dal lievito trappista. La bevuta è perfettamente coerente con l’aroma anche se risulta un po’ meno definita e seducente:   il dolce è ben attenuato e bilanciato da un lieve amaro finale nel quale convivono note di frutta secca a guscio e delicate tostature, il congedo è un morbido e caldo ricordo etilico di frutta sotto spirito. Gran bel naso, interessante e complesso,  bevuta che forse non mantiene tutte le aspettative ma che rimane di ottimo livello. Alcool abbastanza ben gestito ma piuttosto evidente in alcuni passaggi.

La Quadrupel 2013 è visivamente più torbida della 2018  ed è sporcata da piccolissime particelle di lievito in sospensione; la schiuma  fa molta fatica a formarsi e si dissolve molto rapidamente. Dopo cinque anni in cantina l’aroma non regala piacevoli note ossidative che portano alla mente vini marsalati e liquorosi: scomparse le spezie, sono protagonisti gli esteri fruttati (prugna, uvetta, fico), lo zucchero candito e il caramello. Il naso è gradevole ma per eleganza ed ampiezza dello spettro aromatico la mia preferenza va alla bottiglia più giovane. Al palato la birra risulta molto morbida e tutti gli elementi molto ben amalgamati tra di loro; l’alcool è meno in evidenza ma la bevuta è ancora potente e vigorosa. Dominano prugna e uvetta ma numerose sono le suggestioni di vino fortificato e liquorose; anche in questa bottiglia il dolce è molto ben attenuato e bilanciato da leggere tostature ed è un piacere abbandonarsi alla lunga scia etilica che accompagna ogni sorso. Questa “vecchietta” di cinque anni è ancora in ottima forma anche se più mansueta rispetto alla giovane nipote: ogni spigolo è stato smussato e per quel che mi riguarda vince il confronto. E’ davvero un piacere passare una serata assieme a lei, come ad ascoltare il racconto dei nonni su di un tempo che non c’è più ma che sembra essere sempre più affascinante di quello in cui viviamo oggi.
Il verdetto? Lasciate qualche anno in cantina questa Quadrupel e lei saprà ricompensarvi.
Nel dettaglio:
Quadrupel 2018, 33 cl., alc. 9,3%, lotto 015 18, scad. 01/01/2020 
Quadrupel 2013, 33 cl., alc. 9,3%, lotto 136 13, scad. 31/05/2016
Prezzo indicativo 4.00-5.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 21 febbraio 2018

DALLA CANTINA: Weyerbacher Blasphemy 2014

E’ Dan Weirback  a fondare la Weyerbacher Brewing Company nel 1995 nella città di Easton, Pennsylvania: il nome è ovviamente la leggera storpiatura del suo cognome di origine tedesca avvenuta nel corso del tempo dall’altra parte dell’oceano atlantico. Operoso homebrewer dalla metà degli anni ‘80 ed appassionato beer hunter, Daniel ha alle sue spalle un passato da co-titolare di un’azienda che si occupava di fare manutenzione alle piscine e un’altra che distribuiva snacks e patatine fritte in sacchetto.  Nel 1993 è alla ricerca di un nuovo business da intraprendere ed è una vacanza in Vermont assieme alla moglie Sue (e una sosta alla Long Trail Brewery) ad aiutarlo nella decisione: tempo due anni (e trecentomila dollari di finanziamenti) ed è già operativo ad Easton il birrificio Weyerbacher, con l’aiuto del partner Joseph T. Nanovic, oggi ancora tra gli azionisti di minoranza. 
Nel 1997, per “cercare di farci notare in mezzo a tutti quei  birrifici che facevano American Pale Ale cercando di imitare Sierra Nevada”, Weirback decide di alzare l’asticella concentrandosi sulla produzione di birre più alcoliche; si parte con una Raspberry Imperial Stout  - idea elaborata nel passato da homebrewer - seguita dall’(english) barley wine “Blithering Idiot” che diventerà in seguito una della birre più apprezzate del birrificio. Nel 2001 Weyerbacher trasloca in una nuova location di dimensioni pressoché identiche ma con una disposizione degli spazi molto più funzionali alla produzione di birra:  l’impianto è stato ingrandito già un paio di volte e sulla decisione di produrre soprattutto birre “dall’alto contenuto alcolico” non si è tornati più indietro: Dan si è recato spesso in Belgio a “studiare” le Strong Ales e le grandi birre trappiste per poi ritornare negli Stati Uniti a realizzare una Tripel chiamata Merry Monks e soprattutto la strong ale “Quad”,  che leggo essere stata la prima “Quadrupel” americana a finire in una bottiglia. 
Nel 2016 Weyerbacher ha superato i 23.000 ettolitri di birra prodotti e ha chiuso il 2017 sfiorando i 30.000: siamo tuttavia ancora lontani da saturare il potenziale effettivo da 70.000 ettolitri.

La birra.
Blasphemy è la versione barricata (bourbon) della Quad: debutta nel 2007 come produzione occasionale ed arriva tutt’ora sugli scaffali una volta l’anno, di solito in primavera. Sino al 2010 era filtrata e non rifermentata, venduta in bottiglie da 35,5 cl.; Weyerbacher non era completamente soddisfatto del risultato e nel 2011 optò per bottiglie da 75 cl con tappo a gabbietta, rifermentate.  Nello stesso anno ci fu un restyling dell’etichetta raffigurante un corvo nero su di uno sfondo blu. L’etichetta attuale, disegnata da  Richardson Comly, risale invece al 2013; non ho trovato informazioni sulla ricetta se non che viene utilizzato il luppolo Simcoe, ma non è certo lui il protagonista di questa strong ale d’ispirazione trappista.  
La bottiglia di oggi è invece nata nel 2014 e dopo quattro anni di cantina di presenta di color ambrato piuttosto carico o tonaca di frate cappuccino, tanto per restare in ambito monastico: la schiuma è cremosa e abbastanza compatta, con una buona persistenza se si considera gradazione alcolica ed invecchiamento. L’aroma è pulito e ancora piuttosto intenso: uvetta, prugna, ciliegia, fichi e datteri; è la frutta a dominare relegando in secondo piano il dolce del caramello, mentre il bouquet viene impreziosito da dettagli di legno e di vaniglia. La sensazione palatale è abbastanza rispettosa della tradizione belga: non ci sono ingombranti viscosità ad ostacolare lo scorrimento, il corpo è medio con una delicata carbonazione a renderla morbida e gradevole, l’alcool è abbastanza ben mascherato. La bevuta riparte dall’aroma in un percorso dolce e ricco di biscotto e caramello, frutta sotto spirito (uvetta, prugna, fico), vaniglia: a bilanciare c’è una sorprendente virata finale che chiama in causa l'asprezza di frutti rossi come ribes ed amarena. E’ un finale abbastanza secco che riesce ad asciugare il palato permettendolo di godere in tutta tranquillità di un retrogusto lungo, caldo e morbido nel quale s’incontrano di nuovo frutti dolci ed aspri, delicatamente inzuppati in un tocco di bourbon. 
Niente male questa Blasphemy di Weyerbacher: non c’è grossa profondità ma quello che arriva nel bicchiere è godibile e soddisfacente, anche se il carattere belga non è particolarmente evidente/espressivo, e mi riferisco in particolare alla birra “base” che finisce poi ad invecchiare in botte. Il paragone con la St. Bernardus Oak Aged non è del tutto appropriato (botti di calvados anziché bourbon) ma rende vagamente l’idea di come dovrebbe essere la birra base: chi le ha assaggiate entrambe, potrà capire. Considerando che si tratta di una birra barricata che arriva dagli Stai Uniti, questa Blasphemy  si trova comunque ad un ottimo rapporto qualità prezzo.
Formato 75 cl., alc. 11.8%, imbott. 08/05/2014, scadenza 08/05/2019, prezzo indicativo 12.00-14.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 14 dicembre 2017

Struise XXXX Quadrupel 2013

Birrificio De Struise e Quadrupel/Belgian Strong Dark Ale: un mondo piuttosto variegato e ambiguo che parte dalla serie delle PannepotPannepøt (Pannepeut) e arriva a quello delle St. Amatus e delle XXX o XXXX.  Meglio non farsi troppe domande e concentrarsi su quello che c’è nel bicchiere, spesso di ottima qualità. 
Nel 2012 gli Struise, che ancora producevano la maggior parte delle loro birre presso gli impianti della Deca di Oostvleteren, misero in commercio una quadrupel “scura”, chiamata appunto St. Amatus (10.5%) e una “chiara” che nelle loro intenzioni era chiamata XXX Quadrupel (12%). Il disegnatore grafico che stava assemblando l’etichetta pensò che la parola Quadrupel non andasse d’accordo con le tre X e, pensando in un errore, cambiò di sua iniziativa il nome in XXX Tripel e mandò tutto in stampa. Le prime bottiglie uscirono quindi con il nome XXX Tripel, e così si continuò sino ad esaurimento scorta etichette. 
Un'altra versione della storia  (perché quando si parla di birrai belgi non c’è niente di scontato) raccontata da Carlo Grootaert parla invece di una Quadrupel che sugli impianti della Deca risultò essere di colore più chiaro rispetto a quanto voluto: da qui la decisione di chiamarla XXX Tripel. Il nome fu cambiato in XXXX Quadrupel nel momento in cui gli Struise iniziarono a produrla sui propri impianti, rendendola più scura.
Per ricapitolare, XXX Tripel e XXXX Quadrupel (e XXX Rogge Tripel) sono la stessa identica birra "alla segale", anche nelle immancabili versioni barricate chiamate XXX Reserva, XXX Rye Quad Reserva, XXXX Quadrupel Reserva. Sino al 2013 le X sono state tre, a partire dal 2014 – bottiglie messe in commercio come “millesimo 2015” è stata aggiunta la quarta. Confusi? Meglio berci sopra.

La birra.
All’aspetto è di un ambrato piuttosto carico con intense venature rossastre ma un po’ sporcato da un’abbondante flocculazione; la schiuma è cremosa e compatta ma non particolarmente generosa o persistente. Il naso è dolce e caldo, ricco di caramello e biscotto, zucchero candito e uvetta, fico, prugna, qualche accenno di mela al forno. Il corpo di questa XXXX è medio ma dal punto di vista tattile risulta molto più viscosa e ingombrante di una classica Quadrupel/Belgian Dark Strong Ale belga: il risultato è morbido e avvolgente, molto gratificante per il palato. Con passo compassato, la bevuta procede sullo stesso percorso con uguale pulizia e intensità, l’alcool si fa sentire senza esagerare elargendo coccole ad ogni sorso. La bevuta è dolce ma termina con una secchezza quasi sorprendente che “asciuga” benissimo il palato , senza amaro. Il retrogusto è lungo e caldo, ricco di frutta sotto spirito. 
Una birra ancora molto potente e solida nonostante siano passati ormai quattro anni dalla messa in bottiglia: non c’è forse molta complessità o  profondità ma l’alcool è splendidamente amalgamato con i sapori, riuscendo a regalare qualche suggestione di vino fortificato. Un’ottima compagna con la quale passare una bella serata. 
Formato 33 cl., alc. 12%, IBU 41, lotto 100506142013, scad. 30/05/2019, prezzo indicativo 5.50-7.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 1 dicembre 2017

Lost Abbey Box Set: Track #8 (Number of the Beast)

Dell’ambizioso ed esoso Box Set del birrificio Lost Abbey ne avevamo già parlato in questa occasione: dodici birre ispirate da canzoni rock che parlano di paradiso e inferno, al ritmo di una per ogni mese del 2012, disponibili a fine anno anche in un lussuosa confezione contenente – per restare in tema musicale – anche una “birra bonus-track” e un depliant informativo a forma di vinile.  Le dodici birre vennero suddivise in tre sezioni. La prima, chiamata “Re-masters”, include nuove versioni barricate di alcuni classici di Lost Abbey; la sezione “Re-mixes” raggruppa i blend creati con altre birre Lost Abbey, mentre  le nuove birre create appositamente per questo progetto fanno parte della “Fresh Tracks”.  
Questo l’ordine delle birre uscite, a partire dal 21 gennaio 2012:  Track #01 – Runnin' With The Devil: parte della Frash Tracks e ispirata all’omonimo brani dei Van Halen) è una brown ale invecchiata tre mesi in botti di vino rosso con aggiunta di uve Cabernet Sauvignon e brettanomiceti.  Track #02 – Stairway to Heaven: ovviamente l’accompagnamento musicale sono i Led Zeppelin; la birra (Remixed Tracks) è un blend di Angel’s Share (60%), Cuvée de Tomme (20%) con aggiunta di pesche; per bilanciarne la dolcezza il blend si completa con  la Project X (20%), una birra a fermentazione selvaggia.  Track #03 – Hell's Bells: entrano in scena gli AC/DC per un blend acido (Remixed Tracks) di Mellow Yellow e Phunky Duck.  Track #04 – Sympathy for the Devil: Rolling Stones e blend (Remixed Tracks) di due botti di  Veritas 009 (sour ale) e due di Hot Rocks (stein/dunkel) invecchiata in botti di vino rosso con i brettanomiceti naturalmente presenti in esse.  Track #05 – Shout at the Devil: arrivano i Motley Crüe ad accompagnare la bevuta di un altro blend acido (Remixed Tracks) di Poppy e Framboise de Amorosa con ulteriore aggiunta di frutta e successiva maturazione in botti di quercia.  Track #06 – Highway to Hell: ritornano gli AC/DC per una birra nuova (Fresh Tracks) che consiste però in un blend di Serpent's Stout invecchiata in botti di brandy e di Angel’s Share (vintage 2009, botti di bourbon).  Track #07 – The Devil Inside: dal rock si passa a qualcosa di più leggero (INXS) per una versione (Remixed Track) di Veritas 006 prodotta con aggiunta di lamponi, ciliegie e scorza di mandarino. Track #08 – Number of the Beast: alla festa potevano mancare gli Iron Maiden? Tra le Fresh Tracks, ecco la Judgment Day che viene invecchiata in botti di bourbon con aggiunta di cannella e pepperoncino.  Track #09 – Knockin' on Heaven's Door: in teoria si dovrebbe chiamare in causa Bob Dylan, ma Tomme Arthur afferma di amare la cover dei Guns N'Roses. La Remixed Track è una versione “potenziata” della Cuvée de Tomme con aggiunta di ribes e brettanomiceti.  Track #10 – Bat out of Hell: arrivano i Meatloaf  ed una (Fresh Track) Serpent's Stout invecchiata in botti di bourbon con aggiunta di caffè e cacao poco prima della messa in bottiglia.  Track #11 – The Devil Went Down to Georgia: la (a me sconosciuta) Charlie Daniels Band suona una Remixed Track che consiste nella Angel’s Share invecchiata nove mesi in botti di Heaven Hill whiskey con aggiunta di pesche fresche e brettanomiceti.  Track #12 – Heaven and Hell: la chiusura è affidata ai Black Sabbath e ad una birra acida realizzata con un blend della Avant Garde, di una nuova Sour Brown Ale e della Gift ofthe Magi invecchiata in botti di rovere.  La bonus Track #13 (Message in a Bottle) che chiude la serie a dicembre 2012 vede scendere in campo i Police: si tratta di un barley wine invecchiato in botti di cognac con aggiunta di amarene e scorza d’arancia. 

La birra.
Number of the Beast, terzo album in studio per gli Iron Maiden, pubblicato nel 1982. E’ lui ad ispirare la Track numero 8 di Lost Abbey che, dopo la prima ed “esclusiva” edizione dell’agosto 2012, viene replicata anche a gennaio 2015. In concreto si tratta della quadrupel Judgement Day invecchiata in botti di ex-bourbon con aggiunta di cannella e peperoncino chili. La ricetta della Judgment Day dovrebbe includere malti Two Row, Medium e Dark English Crystal, Special B, Chocolate e  frumento; luppoli sono Challenger ed E.K. Golding.  Completano la ricetta il lievito proprietario e l'aggiunta nel mosto di destrosio ed uvetta. 
Nel bicchiere si presenta di un color ambrato carico e piuttosto torbido sul quale si forma un piccolo cappello di schiuma abbastanza grossolana e rapida nel dissolversi. L’aroma è intenso, caldo e avvolgente, ricco di bourbon e uvetta, prugna e ciliegia, frutti di bosco, vino fortificato; in sottofondo il peperoncino e qualche remota nota di cannella. Che si tratti di una “Quadrupel/Belgian Strong Dark Ale on steroids” è evidente dal primo sorso: siamo ben lontani dal mouthfeel di una Rochefort 10, per intenderci. La Track 8 è molto più viscosa e morbida, il suo passaggio accarezza e riscalda il palato con caramello e tanta uvetta, prugna e datteri, porto, bourbon: l’alcool è sempre ben presente ma non arriva mai a dare fastidio, asciuga il dolce e regala un lunghissimo retrogusto di bourbon e uvetta sotto spirito al termine del quale si manifesta anche il calore del peperoncino. 
Non è un mostro di complessità e di eleganza  ma è comunque una gran bella bevuta questa versione barricata della Judgment Day: potente, appagante, un po’ monotematica ma comunque una piacevolissima compagna che vi riscalderà sorso dopo sorso dal freddo dell’inverno. Il prezzo dello spettacolo è però piuttosto elevato e non del tutto giustificato.
Formato: 37,5 cl.,  alc. 13.7%, lotto 2015, prezzo indicativo 18.00-20.00 Euro (beershop).

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 23 ottobre 2017

Mikkeller Monks Elixir 2013 vs. To Øl Fuck Art - This is Advertising 2013

Il maestro (Mikkel Borg Bjergsø) e gli allievi (Tobias Emil Jensen e Tore Gynth):  un rapporto iniziato nel 2005 quando i due ragazzi, allora sedicenni, si ritrovarono Borg Bjergsø come insegnante di matematica e fisica e, previa autorizzazione, utilizzarono tutti insieme la cucina scolastica per fare i loro esperimenti di homebrewing. Borg Bjergsø in quello stesso anno lasciò la vita accademica per dedicarsi alla birra a tempo pieno aprendo la beerfirm Mikkeller: Jensen e Gynth lo seguirono con qualche anno di ritardo, nel 2010, con la beer firm To Øl che debuttò realizzando una birra collaborativa proprio con l’ex professore, la  Overall IIPA.
In questi sette anni le carriere delle due beerfirm hanno avuto un percorso simile, sebbene quella di Mikkeller sia cresciuta di più e più in fretta, guardando soprattutto al di fuori dei confini europei. Nel nostro continente entrambi hanno prodotto la maggioranza delle proprie birre in Belgio da De Proef, entrambi ora hanno un brewpub a Copenhagen (Warpigs per Mikkeller, BRUS per To Øl) e un webshop sul quale vendono merchandising, birre proprie e di birrifici “amici”, entrambi hanno iniziato ad utilizzare il formato lattina. Mikkeller e To Øl hanno poi diversi interessi in comune, tra i quali il Mikkeller & friends  (locale +  Bottle Shop)  a Copenhagen. Lo scorso anno Tobias Emil Jensen ha abbandonato To Øl per dedicarsi ad altri non specificati progetti. 

Le birre.
Che i sopracitati protagonisti amino il Belgio non è un segreto:  Mikkeller da sempre mette la Orval in cima alle sue preferenze e ha realizzato diverse birre ispirandosi a lei. To Øl ha lanciato qualche anno fa la serie “Fuck Art”  nella quale la tradizione belga viene rivisitata in chiave moderna. 
Mettiamo allora a confronto due di queste birre, entrambe prodotte in Belgio da De Proef nel 2013; due “quadrpuel” (o “belgian strong ales”, se preferite) che guardano a due classici trappisti senza tempo: Rochefort 10 e Westvleteren 12.  
Mikkeller propone la sua Monks Elixir (10%), rinominata per il mercato americano (e credo ormai anche per quello europeo) Monk’s Brew, con una differente etichetta. To Øl risponde con meno romanticismo cancellando qualsiasi legame con il mondo monastico: Fuck Art - This is Advertising (11.3%)  è il nome scelto.  Curioso come il contenuto alcolico delle loro due quadrupel – quasi a non volersi far concorrenza -  rifletta quello delle due grandi trappiste Westvleteren (10.2%) e Rochefort (11.3%). 
All’aspetto entrambe si vestono con la classica tonaca di frate, ma la To Øl è molto più torbida; la sua schiuma è perfettamente cremosa con compattezza e finezza superiori a quella di Mikkeller. L’aroma della Monks Elixir è pulito, ricco e complesso, molto intenso: pera, uvetta, datteri e fichi, accenni di ciliegia, amaretto, biscotto al burro, mela al forno e marzapane, una sorta di dessert leggermente speziato e bagnato nell’alcool.  La This is Advertising si muove sullo stesso percorso ma lo fa con minor pulizia e finezza, mettendo la componente etilica in primo piano: anche gli esteri fruttati (uvetta e datteri, pera) rimangono nelle retrovie lasciando spazio a zucchero candito e biscotto, spezie, marzapane.  Per quel che riguarda il mouthfeel è di nuovo la Monks Elixir a farsi preferire: corpo medio, bollicine ancora vivaci dopo quattro anni di cantina, e una buona scorrevolezza la palato; molto più “ingombrante“ risulta invece la quadrupel di To Øl, pastosa, a tratti al confine del masticabile.
Entrambe le birre danno comunque il meglio di sé al naso, offrendo un gusto molto meno espressivo e ricco: se la cava sicuramente meglio la Monks Elixir, dolce di caramello e biscotto, uvetta e  datteri, una delicata speziatura. Il dolce è ben asciugato dal alcool e da un'ottima attenuazione; termina con una lunga scia calda di frutta sotto spirito. This is Advertising gioca la sua partita sul canovaccio biscotto, caramello e pasticceria, zucchero candito, un tocco di spezie: non ci sono quasi esteri fruttati, la componente etilica è molto in evidenza e a tratti quasi brucia, rallentando la bevuta. Nel finale spunta anche una nota americante terrosa, completamente assente nella quadrupel di Mikkeller. 
La "sfida" viene vinta in scioltezza dalla Monks Elixir: il livello non è quello delle grandi trappiste ma si tratta di una quadrupel puilta e ben fatta che tiene sotto controllo la componente etilica mostrando almeno un paio di gradi in meno di quelli dichiarati. Delude l'interpretazione di To Øl, una bomba maltata e zuccherata, abbastanza ben attenuata ma assai poco caratterizzata dal lievito. L'alcool non viene supportato da un'adeguata complessità e la noia aleggia sul bordo del bicchiere. 
Nel dettaglio:
Monks Elixir, formato 33 cl., alc. 10%, scad. 22/11/2018
Fuck Art - This is Advertising, formato 33 cl., alc. 11.3%, scad. 17/04/2018

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 19 aprile 2017

Struise Blue Monk Special Reserve (Vintage 2013)

Mike Shatzel è uno dei protagonisti della scena craft di Buffalo, la seconda città più popolosa dello stato di New York: sin da bambino ha iniziato ad aiutare i propri genitori nei bar di proprietà della famiglia, dapprima come semplice lavapiatti. Nel 1998, terminati gli studi a San Diego, Shatzel ritorna a Buffalo per gestire il locale Cole’s: “dopo un paio d’anni arrivò un venditore a proporci la birra artigianale. Il primo fusto che ordinai fu la Sawtooth Ale di Left Hand e la settimana dopo mi portarono la  IPA di Harpoon: a quel tempo neppure sapevo che cosa fosse una IPA. Ma tutto iniziò davvero a prendere piede con la Sierra Nevada Pale Ale, della quale io stesso divenni un fan. Arrivarono anche le birre di Stone e gradualmente passammo da 18 a 24 e poi a 30 spine: mio padre ed i miei colleghi pensavano che io fossi impazzito, ma mi ero innamorato della craft beer. Nel 2007 andai con un amico ad Amsterdam a vedere i Black Crowesricorda - scoprimmo questo bar chiamato Gollem che aveva tutte le birre trappiste; m’innamorai dell’atmosfera di quel locale e mi venne subito voglia di aprirne uno simile a Buffalo. Ritornato negli Stati Uniti iniziai subito a cercare la location giusta, che trovai nel quartiere di Elmood;  venni a sapere che il proprietario era il padre di Kevin Brinkworth, un mio vecchio amico d’infanzia. Diventammo soci ed  inaugurammo nel 2010 il Blue Monk Cafè, focalizzato soprattutto sulla tradizione belga: il locale cambiò per sempre la scena di Buffalo, ne divenne un punto di riferimento, iniziammo ad ospitare numerosi birrai che arrivavano anche da molto lontano. Per quasi sei anni io e Kevin lo gestimmo con successo, eravamo amici da sempre ma come partner commerciali non eravamo molto compatibili".
Il 16 aprile 2016 il Blue Monk di Buffalo ha chiuso i battenti proprio a causa delle divergenze di vedute tra i sue soci: Mike spera di poterlo un giorno riaprire, magari dopo aver vinto la causa legale attualmente in atto per l’utilizzo del nome. Nel frattempo la famiglia Shatzel continua a gestire il ristorante Cole’s  a Buffalo e Mike, assieme ad alcuni soci, i locali Moor Pat nel sobborgo di Williamsville,  l’ABV - Allen Burger Venture ad Allentown e ha da poco inaugurato con il socio Rocco Termini il brewpub Thin Man Brewery nel quartiere di Elmood, a pochi isolati da dove un tempo si trovava il Blue Monk.

La birra.
Tutto questo che cosa c’entra con la bevuta di oggi?  Nel ottobre 2015 ad un festival organizzato in Florida da Shelton Brothers, importatore americano di molti birrifici belgi, Mike Shatzel incontra Urban Coutteau degli Struise. “Mi presentai per dirgli che le sue birre riscuotevano un ottimo successo nel mio locale - racconta Shatzel - e gli allungai un biglietto da visita del Blue Monk”.  “Fu come un’illuminazione – ricorda Urban -  su quel biglietto c’era la mano di un monaco, colorata di blu, che faceva il gesto dell’assoluzione. Io nel 2013 avevo fatto una birra che avevo chiamato Blue Monk e che da allora era ferma ad invecchiare in botti di vino rosso dello Château Haut Breton Larigaudière di Margaux, Francia. Di solito noi invecchiamo le birre per un anno, ma quella era ancora nelle botti perché non avevamo ancora trovato l’etichetta giusta. Feci una rapida ricerca in internet e rimasi ancora più sorpreso: Mike stava promuovendo da anni la birra belga di qualità, come un ambasciatore. Era troppo bello per essere vero, e gli chiesi se potevo usare il logo del suo locale come etichetta per la mia birra. Era come chiedere a qualcuno di prestarti il suo bene più prezioso, ma lui rispose subito di sì, che potevo fare quello che volevo. Tornato in Belgio, mostrai ai miei soci il biglietto da visita del Blue Monk e tutti furono d’accordo con me: Mike nominato ambasciatore degli Struise per l’anno 2016”. 
La Blue Monk degli Struise è una quadrupel (Sint Amatus?) che è stata prodotta ad ottobre 2013 ed imbottigliata nel gennaio 2016 dopo aver quindi passato poco più di due anni in botti di vino rosso.  I primi fusti sono disponibili per l’assaggio presso il birrificio degli Struise dagli ultimi mesi del 2015; le bottiglie arrivano a febbraio 2016 in Europa e qualche mese più tardi anche negli Stati Uniti. Per ironia della sorte, il locale Blue Monk di Buffalo ha già chiuso al momento del debutto ufficiale della birra sul territorio americano. 
Nel bicchiere si presenta di color ebano scuro con intensi riflessi rosso rubino; la schiuma, cremosa e abbastanza compatta, non è troppo generosa e abbastanza rapida nel dissolversi. Si parte da un aroma piuttosto complesso ed interessante: ci sono le caratteristiche di una quadrupel (uvetta, prugna, zucchero candito) alle quale s’affianca un netto carattere vinoso. In sottofondo un tocco d’affumicato, poi legno, tabacco, carne ed una remota suggestione di cioccolato. L’eleganza non è la caratteristica principale ma è comunque un bouquet aromatico piuttosto interessante e molto piacevole. La sensazione palatale è secondo me perfetta: corpo tra il medio e il pieno, poche bollicine, consistenza che trova un mirabile equilibrio tra morbidezza, presenza tattile e scorrevolezza tipica della tradizione belga. Al palato incontriamo biscotto, caramello, zucchero candito, prugna e uvetta; quella che sembrerebbe una quadrupel “normale” si porta però dietro un netto carattere vinoso, note di legno e di frutti di bosco, d’affumicato. L’alcool è presente e scalda senza mai andare oltre le righe, la chiusura è sorprendentemente secca e introduce un lunghissimo retrogusto caldo e vinoso, ricco di frutta sotto spirito e qualche accenno di tostatura (pane? Frutta secca?). 
Quadrupel ricca e complessa, avvolgente, appagante: il suo dolce è molto ben bilanciato dall’alcool, da una lieve asprezza vinosa e da una buona attenuazione. Più intensa che elegante, ma comunque un’ottima birra da sorseggiare in tutta tranquillità che personalmente colloco tra i lavori meglio riusciti che gli Struise hanno sformato negli ultimi anni. E ad un prezzo ancora affrontabile.
Nel dettaglio: formato 33 cl., lotto 12/10/2013, imbott. 15/01/2016, scad. 11/01/2029, prezzo indicativo 5,50-6,50 Euro (beershop).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 28 marzo 2017

St. Bernardus Abt 12 Oak Aged

01 dicembre 2014: la notizia è di quelle molto interessanti visto che proviene da un birrificio che non segue certamente la moda di rilasciare una nuova birra ogni mese o, peggio ancora, ogni settimana; l’unica concessione è una bottiglia Magnum della Abt 12 che ogni anno, dal 2012, viene offerta ai collezionisti con una diversa serigrafia . Parliamo ovviamente della St. Bernardus Brouwerij, da anni rigorosa nell’offrire un portfolio di birre quasi immutabile: Pater 6, Prior 8, Abt 12, Tripel, Wit, Christmas Ale, Extra 4, Watou Tripel e Grottenbier Bruin
A dicembre 2014 sulla propria pagina Facebook il birrificio annuncia che entro poche settimane saranno messe in vendita le prime bottiglie della Abt 12 invecchiata sei mesi in botti di Calvados; in contemporanea Marco Passarella, sales manager di St. Bernardus, mette in mostra le prime bottiglie presso la Horeca Expo di Gent. 
“L’ammiraglia” Abt 12 venne prodotta per la prima volta nel 1992, quando i monaci della vicina abbazia di St. Sixtus/Westvleteren decisero di riportare all’interno del monastero la produzione della birra che, dal 1946, era stata affidata alla St. Bernardus di Watou.  Terminato il contratto, il birrificio fondato da Evarist Deconinck ha continuato a produrre birra cambiando ovviamente i nomi ma - assicurano - lasciando pressoché immutate le ricette. Furono piuttosto i monaci a cambiare le loro birre, iniziando negli anni ’90 ad utilizzare un ceppo di lieviti proveniente dai fratelli trappisti di Westmalle; la data di nascita della Abt 12 di St. Bernardus sarebbe quindi da collocare intorno al 1946.

La birra.
Con una gradazione alcolica leggermente più alta  (11% anziché 10.5%) rispetto alla Abt 12 classica, la versione Oak Aged si presenta nel bicchiere di colore ambrato carico, tonaca di frate, con dei bei riflessi ramati; la schiuma biancastra è cremosa e compatta ed ha una buona persistenza. Al naso c’è grande pulizia ed una notevole intensità nella quale è subito evidente il passaggio in botte (calvados): la componente etilica è morbida e accompagna i profumi di uvetta e mela caramellata, pera, biscotto e zucchero candito, con in sottofondo accenni di legno e la delicata speziatura del lievito. Sin dal primo sorso quello che colpisce è l’incredibile attenuazione di questa birra e il modo in cui l’alcool è nascosto: davvero sorprendente, con una scorrevolezza e una facilità di bevuta ottima. Il gusto segue in fotocopia l’aroma, senza deviazioni: le caratteristiche della Abt 12 (spezie, biscotto, zucchero candito, uvetta e prugna) sono ben presenti ma è il passaggio in botte a condurre la bevuta in un territorio nuovo, molto godibile ed interessante. In sottofondo si scorgono la mela caramellata ed il legno. Il dolce è asciugato completamente da un finale secchissimo che ripulisce il palato e lo lascia libero d’assaporare un lungo retrogusto etilico, caldo di brandy e frutta sotto spirito. 
Il suo prezzo è ovviamente molto più alto di quello della Abt 12 classica ma è un biglietto che si paga volentieri: il risultato è una “quadrupel” potenziata nel modo migliore, ovvero senza eccessi, con il passaggio in botte che rafforza la birra base e l’arricchisce di altri elementi. Tutto questo avviene mascherando benissimo la componente etilica e riscaldando ugualmente il bevitore: non ricordo di averla mai vista in Italia ma se vi capita tra le mani vale senz’altro la pena assaggiarla.
Formato: 75 cl., alc. 11%, lotto A0A 12:47, scad. 16/02/2019, prezzo indicativo 12.00-17.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 22 marzo 2017

Inglorious Quad

I fratelli gemelli Erwin e Benny Van Aerschot sono avidi collezionisti di birre che, in occasione del loro trentesimo compleanno, a settembre 2012, ricevono in regalo dalle proprie mogli l’iscrizione ad un corso sull’homebrewing organizzato dal birrificio Alvinne, in Belgio. In poco tempo il garage di Erwin si trasforma in una sorta di birrificio casalingo pieno di pentole e fermentatori; un anno dopo iscrivono quasi per gioco la loro quinta ricetta alla Brouwland Biercompetitie, un concorso per homebrewers che regala al vincitore una cotta da 500 litri presso il birrificio Anders seguita dalla distribuzione delle bottiglie per tre mesi nei supermercati Delhaize.  E’ il giugno del 2014 e, sorprendentemente, la quadrupel prodotta dai Van Aerschot si aggiudica il primo premio tra i 146 partecipanti. 
Se siete assidui lettori del blog ricorderete un percorso identico fatto dai  Vliegende Paard Brouwers (concorso del 2011) e dai De Lustige Brouwers (2013): curiosamente anche questi homebrewers hanno vinto con una Quadrupel. 
Nell’ottobre dello stesso anno nasce la beerfirm Inglorious Brew Stars BVBA, che si appoggia agli impianti di Anders e sceglie il proprio nome ispirandosi al film Bastardi Senza Gloria (Inglourious Basterds) di Quentin Tarantino. La Quadrupel vincitrice del concorso, chiamata Inglorious Quad, viene affiancata nella primavera del 2015 dalla Belgian IPA chiamata Cum Laude, scelta come birra “ufficiale” dell’Università di Anversa, dove i gemelli  Van Aerschot avevano studiato. Nello stesso anno la Inglorious Quad vince una medaglia d’oro al Brussels Beer Challenge nella categoria 5 Strong Dark Ales. Nel febbraio 2016 esce la versione barricata della quadrupel (botti ex whisky della distilleria Belgian Owl) e, a maggio, una nuova IPA chiamata Amis Fleur #892 e realizzata in occasione della sfilata di carri floreali Bloemencorso di Loenhout.

La birra.
Quadrupel sorprendentemente scura nel bicchiere, si presenta di color ebano molto prossimo al nero, con una cremosa e compatta testa di schiuma che mostra una buona persistenza. L’aroma è invece molto più tradizionale; la delicata speziatura del lievito accompagna il dolce del caramello e del biscotto al burro, lo zucchero candito, la pera e l’uvetta. In sottofondo una leggerissima presenza di verdure cotte che tutta via non ne pregiudica la piacevolezza. Le sorprese ritornano al palato dove i primi sorsi evidenziano una presenza inattesa di tostature e di caffè che vengono pian piano fatte scivolare in secondo piano dagli altri elementi più convenzionale per questo “stile”: caramello, pera, uvetta e prugna. Il dolce ed il calore della frutta sotto spirito viene ben bilanciato da un finale generosamente luppolato, a tratti quasi “rinfrescante”, che ben ripulisce il palato in attesa del sorso successivo. Chiude il percorso con un pelo d’astringenza ed un retrogusto caldo di frutta sotto spirito e un accenno di caffè. 
Una Quadrupel/Belgian Strong Dark Ale godibile e abbastanza ben fatta che mantiene un’ottima bevibilità nonostante un contenuto alcolico (10,3%) abbastanza importante: qualche lieve imprecisione non pregiudica comunque una bevuta piacevole e intensa.
Formato: 33 cl., alc. 10.3%, scad. 12/02/2017, 1.90 Euro (drink store, Belgio)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 17 febbraio 2017

Unibroue: Maudite & Trois Pistoles

Appuntamento numero tre  con il birrificio canadese Unibroue che vi avevo presentato giusto in questa occasione: è stato fondato nel 1990 da André Dion e Serge Racine che si sono poi avvalsi di alcuni consulenti belgi per la realizzazione delle ricette. Gino Vantieghem prima e Paul Arnott (un passato a Chimay) hanno contribuito a dare al birrificio quel DNA belga che il fondatore Dion voleva. Nel 2004 Unibroue venne acquistata dal birrificio canadese Sleeman il quale, due anni dopo, passò nelle mani giapponesi di Sapporo per 400 milioni di dollari. Il birraio è Jerry Vietz, in Unibroue dal 2003.  Dopo l’ottima tripel La Fin du Monde e la meno riuscita Don de Dieu, vediamo il birrificio canadese alla presa con altre due Belgian Strong Ales. 
Partiamo dalla Maudite, prodotta per la prima volta nel 1992 e definita una  “Strong amber-red ale”: il birrificio informa anche che si tratta della prima birra “forte” (qualsiasi cosa voglia dire questa parola) commercializzata nello stato del Quebec. Il nome prende spunto dalla popolare leggenda francese su di un nobile chiamato Gallery che amava cacciare e, causa di questa passione, non andava mai alla messa domenicale. Per questo peccato, fu condannato a volare in eterno nel cielo notturno, inseguito da cavalli e lupi. Quando i francesi arrivarono in Canada, le loro leggende si mescolarono a quelle degli indiani e la leggenda del cacciatore Gallery fu accostata a quella indiana della “canoa volante”. Otto boscaioli si trovavano ubriachi a trecento miglia di distanza da casa nel corso dell’ultima sera dell’anno: per tornare dalle proprie famiglie fecero un patto col diavolo in modo da far volare la propria canoa (Chasse-Galerie). L’unica condizione imposta dal demonio fu che i viaggiatori non dovevano né nominare il nome di Dio né toccare, con la canoa volante, nessuna delle croci poste sui campanili delle chiese. In caso contrario, il diavolo si sarebbe preso le loro anime: gli uomini iniziarono a vogare nell’aria, la canoa arrivò rapidamente a Montreal e furono in grado di festeggiare l’anno nuovo danzando e bevendo con i propri cari. Terminati i festeggiamenti, i boscaioli risalirono sulla canoa per rientrare sul luogo di lavoro prima del sorgere del sole: gli eccessi dell’alcool e una notte priva di luna resero molto difficile il viaggio di ritorno. La canoa attraversò una tempesta di neve, sfiorò la croce sul campanile di una chiesa e, spaventato, uno dei viaggiatori iniziò a bestemmiare il nome di Dio: terrorizzati dalla paura di perdere l’anima, gli occupanti persero il controllo della canoa che si schiantò contro un grosso pino.  Ci sono diversi finali della leggenda: il più comune racconta che gli uomini furono condannati a volare in eterno con la canoa all’inferno e ad apparire nel cielo terrestre ogni notte di capodanno. L’etichetta della birra è una riproduzione quasi fedele del dipinto di Henri Julien chiamato La Chasse-galerie (1906).

La birra.
Quasi limpida, di colore ambrato con riflessi oro antico: la schiuma ocra è cremosa e compatta ed ha una buona persistenza. Frutta secca (nocciola in primis), caramello, biscotto e zucchero candito disegnano un aroma piacevole e delicatamente speziato che viene però un po’ sporcato da qualche nota fenolica di plastica. Molto carbonata, al palato scorre vivace e senza intoppi, nascondendo abbastanza bene la sua gradazione alcolica (8%). Il gusto ripropone nel bene e nel male l’aroma: biscotto, caramello, zucchero candito, frutta secca e qualche passaggio fruttato che richiama l’uvetta.  L’attenuazione è ottima, c’è tuttavia una discreta astringenza che rovina un po’ il finale nel quale s’affaccia per un breve istante la mandorla amara. Un delicato tepore di frutta sotto spirito accompagna il retrogusto di una strong ale monotematica con qualche imprecisione di troppo che ne pregiudica un po’ la piacevolezza. Peccato. Il birrificio le dà un potenziale d’invecchiamento che va dai cinque agli otto anni.  

Passiamo ora alla Trois Pistoles, che il birrificio dichiara essere una “Abbey Style Strong Dark Ale”, prodotta a partire dal 1997. Anche qui ci sono di mezzo le leggende, in particolare quelle nate nei dintorni dell’omonimo paesino del Quebec, e anche qui ci sono diverse versioni della stessa storia. Quella che riguarda Trois Pistoles racconta di un vescovo desideroso di costruire una chiesa in un paese che ne era ancora sprovvisto: l'unico problema era far arrivare sul posto le pietre necessarie. Una notte gli apparve una donna ad annunciargli che sarebbe arrivato ad aiutarlo un cavallo, a condizione che non gli fossero mai levate le briglie: la mattina successiva il vescovo trovò effettivamente uno stallone nero ad aspettarlo fuori dalla propria casa. Consegnò il cavallo agli operai che iniziarono ad utilizzarlo: lo stallone trainava un'enorme carrozza piene di pietre senza fare nessuna fatica. Viaggio dopo viaggio furono aggiunte dagli uomini sempre più pietre ma l’animale continuava a trascinarle senza sforzi finché un giorno un operaio slegò per errore il cavallo, che scappò via. Il vescovo cercò di fermarlo facendo il segno della croce: apparvero tuoni, fiamme e il diavolo riportò il cavallo all’inferno, da dove proveniva.  La costruzione della chiesa fu interrotta e ancora oggi si può vedere che su di un muro della chiesa di  Trois Pistoles raffigurata in etichetta, manca un mattone.

La birra.
Quadrupel o Belgian Strong Dark Ale, lascio a voi scegliere il nome che preferite: classico colore tonaca di frate, schiuma cremosa e compatta, dall'ottima persistenza. Il naso parla di pera e mela, biscotto, zucchero candito, prugna, una delicata speziatura che richiama il coriandolo, zucchero candito: l'intensità è notevole ma gli esteri fruttati sono un po' "sparati" e fuori controllo. La sensazione palatale trova un ottimo equilibrio tra la vivacità conferitale dall'elevata carbonazione ed un "fondo" morbido che accarezza il palato. Con una corrispondenza quasi perfetta con l'aroma, il gusto parla di caramello e biscotto, uvetta, prugna sciroppata, pera e mela: dolce ma ben attenuata, priva di amaro, chiude con una punta d'astringenza. Il finale è caldo, etilico, ricco di frutta sotto spirito. Valgono più o meno le stesse considerazioni fatte per la Maudite: livello buono ma non eccelso, qualche imprecisione di troppo e, nel caso specifico, esteri un po' fuori controllo. 
Nel dettaglio:
Maudite, formato 34,1 cl., alc. 8%, IBU 22, lotto FH06151659Q.
Trois Pistoles, formato 34,1 cl.,   alc. 9%, IBU 15,5, lotto K14151749Q (ottobre 2015)

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 22 gennaio 2017

Vleteren Bruin 12° Oak Barrel Aged

Risale all'ultimo ventennio del diciannovesimo secolo la fondazione del birrificio St. Antonius a Woesten, frazione di Vleteren, Fiandre Occidentali. Quasi completamente distrutto nel corso della prima guerra mondiale, come ma la maggior parte degli edifici di quella zona del Belgio, venne ricostruito nel 1919 e nel 1925 acquistato da Jozef Decaestecker. Il nome viene quindi modificato in Brouwerij Decaestecker e, dopo qualche anno, abbreviato semplicemente in Deca. 
Nel 1980 il birrificio fu acquistato da Georges Christiaens che lo ha guidato sino al 2013 anno in cui morì, all'età di ottantatre anni, in uno spaventoso incidente stradale sulla A19 nel quale, a causa della nebbia, furono coinvolti oltre 130 veicoli. Il testimone è quindi passato nelle mani del figlio Nicolas. 
La produzione di birra alla Deca era andata progressivamente diminuendo nel corso del tempo: sino alla metà degli anni '90 l'azienda operava principalmente come un magazzino distributore di bevande, producendo soprattutto bibite analcoliche. L'inversione di rotta si ha quando Christiaens decide di iniziare a produrre per conto terzi: dopo alcuni olandesi, sono Nino Bacelle e Guido Devos, ovvero il birrificio De Ranke, a stabilire la propria casa presso la Deca. Una decina di anni dopo furono altri due ex-homebrewers, Urbain Coutteau e Philippe Driessens, ovvero De Struise Brouwers, a rendere "famosi" gli impianti della Deca. 
Per quel che riguarda la produzione propria, il sito internet elenca solamente sei etichette ma sono molte di più secondo il database di Ratebeer; quelle più interessanti fanno parte del marchio Vleteren che omaggia il comune di provenienza. 

La birra.
Questa zona delle Fiandre Occidentali belghe è la terra delle grandi Strong Dark Ales: a cinque chilometri di distanza da Woesten, dove si trova la Deca, c'è il nuovo birrificio degli Struise; a sette l'abbazia di St. Sixtus/Westvleteren; a diciassette chilometri c'è Watou e la Brouwerij St Bernard e, qualche chilometro prima, la Brouwerij Vaneecke. Non è facile competere con le migliori rappresentanti al mondo di questa categoria stilistica, ma il birrificio Deca ci prova con la sua Vleteren 12 Bruin: quattro varietà di malto, due di luppolo ed un invecchiamento in botte che lascia qualche dubbio. Ratebeer parla di grandi foeders, mentre il birrificio dichiara in un incerto inglese "aged in oak barrels with Port": si tratta quindi di botti ex-porto, o una piccola quantità di porto viene immesso nelle botti assieme alla birra?
L'aspetto non è di certo il suo punto di forza: tonaca di frate, torbido, con intensi riflessi rossastri; più che una schiuma si forma una serie di bolle biancastre che aderiscono ai bordi del bicchiere. L'aroma è caldo ed avvolgente, anche se non brilla d'eleganza: c'è tanta frutta sotto spirito (uvetta, datteri, prugna, frutti di bosco) alla quale s'affiancano i profumi di zucchero candito, legno e vino liquoroso, porto. Poche bollicine al palato, corpo medio, una scorrevolezza che si può definire buona se si considera l'importante gradazione alcolica (12%). Il gusto prosegue in linea retta il percorso iniziato dall'aroma: caramello, accenni di biscotto e una spiccata dolcezza fatta di zucchero candito e tantissima frutta sotto spirito. Oltre a quella già presente nell'aroma, spunta anche la pera. L'alcool riscalda con vigore ma senza eccessi tutta la bevuta, aiutando ad asciugare una buona parte del dolce; il lavoro viene completato dal leggerissimo amaro dei tannini, che accompagnano a fine corsa le note legnose. Lunghissimo il retrogusto, molto dolce, morbido e caldo d'alcool.  
Una birra pulita e ben fatta che si sorseggia con piacere e con calma in un freddo dopocena invernale: un po' monodimensionale e non molto raffinata, regala soddisfazioni che non sono all'altezza di quelle date dalle Strong Dark Ales dei birrifici citati sopra. Ma se ci si accontenta, si riesce ugualmente a godere.
Formato: 33 cl., alc. 12%, lotto A, scad. 21/05/2018, prezzo 2.50 Euro (beershop, Belgio).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 2 dicembre 2016

De Lustige Brouwers Eden Quadrupel

De Lustige Brouwers, ovvero “i birrai felici”: nel 2012  Tom Segers ed un amico vedono in televisione un annuncio per il concorso  Brouwland Biercompetitie 2013 e decidono di parteciparvi iscrivendo la propria Quadrupel che si piazza al primo posto nella categoria “studenti”. Sei mesi dopo Segers ha già creato la propria beerfirm De Lustige Brouwers e venduto i 500 litri prodotti sugli impianti del birrificio Anders di Halen che costituivano il premio del concorso realizzandone poi ulteriori 2500. L'anno successivo è la Eden Blond a vincere un'altro concorso e ad entrare anch'essa in produzione sugli impianti della Anders; nel frattempo la Eden Quadrupel si rende disponibile anche in versione barricata in botti ex-cognac. 
Quest'anno altro concorso ed altra vittoria per Tom Segers: all''Innovation Beer Festival di Lovanio presenta una sorta di Belgian IPA prodotta con aggiunta di patate dolci che sbaraglia le altre 23 birre presenti. Anche il primo premio di questo concorso, organizzato dal birrificio Hof Ten Dormaal, consiste nell'opportunità di produrre 1000 litri di birra su impianto professionale: la cotta dovrebbe essere stata realizzata proprio nelle scorse settimane. In attesa di svelare il nome della sua IPA con patate dolci, Segers accarezza il sogno di riuscire presto ad aprire il proprio microbirrificio a Weelde, dove attualmente risiede.

La birra.
Nel bicchiere si presenta del classico color tonaca di frate, opaco; la generosa schiuma è cremosa e compatta e rivela un'ottima persistenza. Al naso c'è pulizia ed intensità: una delicata speziatura fa da collante tra i profumi di mela al forno, uvetta e datteri, zucchero candito, accenni di tostato. Corpo tra il medio e il pieno, sensazione palatale morbida e scorrevole con una presenza piuttosto contenuta di bollicine: il gusto mostra piena corrispondenza con l'aroma passando in rassegna biscotto, pane leggermente tostato, caramello, mela, uvetta, datteri e zucchero candito. Dolce ma ben attenuata, piacevolmente "movimentata" da una lieve speziatura, chiude con un breve passaggio amaricante nel quale s'intravedono accenni di tostato e, sorpresa, una suggestione di cioccolato: il retrogusto è dolce e tiepido di frutta sotto spirito e riscalda con garbo. Una sorpresa davvero positiva questa Eden Quadrupel: molto ben fatta, pulita e bilanciata, mette in evidenzia una bella espressività del lievito. Ogni sorso ne richiama subito un altro ed è facile sorseggiarla in tutta tranquillità. 
Formato 33 cl., alc. 9.6%, imbott. 08/2014, scad. 20/08/2017, pagata 1,85 Euro (drink store, Belgio)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

sabato 30 aprile 2016

Préaris Quadrupel

Di Vliegende Paard, il “il cavallo volante” di Andy Dewilde vi avevo già parlato in questa occasione: la beerfirm debutta nel 2011, dopo che la Prearis Quadrupel realizzata ai fornelli delle mura domestiche ottiene il primo posto al concorso nazionale per homebrewers “Brouwland Biercompetitie” la cui finale, alla quale partecipano un centinaio di birre, si tiene a Ghent. 
Sulle ali del successo, Dewilde commissiona il suo primo lotto all'immancabile De Proef, iniziandone la commercializzazione. Allo Zythos festival del 2012 Andy Dewilde incontra Christine Celis, figlia del celebre Pierre (Hoegaarden) e residente da una ventina d’anni in Texas; Christine rimane favorevolmente impressionata dalle Prearis e porta qualche bottiglia negli Stati Uniti, convincendo un importatore ad ordinare i primi 7 hl destinati al mercato statunitense. Nel 2013 Vliegende Paard viene proclamato da Ratebeer come il miglior nuovo “birrificio” belga, mentre nel 2014  la Prearis Quadrocinno  (la Quadrupel con aggiunta di caffè del Costa Rica) viene eletta dai 17.000 visitatori dello Zythos 2014 tra le tre migliori birre del festival. Purtroppo la bottiglia da me assaggiata qualche mese fa non ha confermato quelle impressioni positive; facciamo quindi un passo indietro e ritorniamo alle origini di Vliegende Paard, ovvero la Quadrupel del debutto. 

La birra.
Si presente del classico color tonaca di frate con belle venature rossastre; la schiuma ocra è fine e cremosa, compatta ed ha un'ottima persistenza. L'aroma abbastanza pulito e discretamente intenso, presenta profumi di frutta secca, caramello, ciliegia sciroppata e zucchero a velo; accanto al dolce c'è una lieve asprezza di ribes rosso e di prugna acerba. Al palato troviamo note di biscotto, zucchero candito e una lieve presenza di uvetta: l'alcool diventa quasi da subito il protagonista della bevuta, facendola procedere piuttosto lentamente. Il gusto è piuttosto semplice e la birra, benché ben attenuata, si trascina sorso dopo sorso avvolta da un patina di noia, nonostante l'alto numero di bollicine che le donano una discreta vivacità. Di positivo c'è un'ottima attenuazione, capace di asciugare il palato assieme ad una breve ma percepibile nota amaricante terrosa finale. E' una Quadrupel da sorseggiare che riscalda il corpo nelle fredde serate invernali: sicuramente meglio al naso che al palato, dove il lievito manca d'espressività e l'alcool, senza compagni di strada, rende la bevuta monotona e poco memorabile.
Formato: 33 cl., alc. 10%, IBU 50, lotto L1, scad. 10/07/2016, 1.95 Euro (drink store, Belgio)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 21 marzo 2016

Toccalmatto/Naparbier: St. Germanus Ghost Quadrupel

Aggiungiamo un altro episodio all’infinita saga delle collaborazioni del birrificio emiliano Toccalmatto; questa volta tocca agli spagnoli di NaparBier recarsi in visita a Fidenza per realizzare una Quadrupel speziata con cannella e chiodi di garofano. La collaborazione viene annunciata a settembre 2014 con le immagini di Bruno Carilli e Juan Rodriguez – birraio di Naparbier – vestiti da monaci. 
Ammetto di non conoscere il birrificio spagnolo, fondato nel 2009  da Juan Rodriguez e Josu Taniñe, homebrewers dal 2005 e vittime dell’ERE (Expediente de Regulaciòn de Empleo), procedimento che regola i licenziamenti di massa per ragioni economiche; aiutati dal birraio tedesco  Alex Schmid e da altri due soci  (Txerra Aiastui e José Javier Rodríguez) i due homebrewers lasciano il proprio precario lavoro per iniziare la produzione di birra. Nel 2012 il birrificio si trasferisce  a Noáin, Navarra; a gennaio 2013 entra in società anche il belga Sven Bosch, che nell’ottobre dello stesso anno apre a Barcellona il BierCab, uno dei bar più frequentati dai beer geeks catalani.   A settembre 2014 il primo upgrade” degli impianti, con una nuova sala cottura da 30hl,  che permette di produrre anche alcune birre per conto terzi (Evil Twin) e di collaborare con Alvinne, Beavertown, De Molen, Hanndbryggeriet, Nøgne Ø, Lervig, Mikkeller e To Øl. 
Un primo incontro Toccalmatto era giù avvenuto a febbraio 2014 con la realizzazione della “hoppy saison” chiamata Wild Lady; come detto, il favore viene ricambiato in autunno dello stesso anno quando a Fidenza viene creata una “Ghost Quadrupel”  ispirata  - suppongo scherzosamente - “dalle pie opere di San Germano da Verona”:  se lo conoscete, fatemelo sapere, io non ne ho trovato traccia alcuna.

La birra.
Introdotta dalla macabra ma bellissima etichetta realizzata dall’illustratore spagnolo Antonio Bravo, collaboratore abituale di Naparbier, la St. Germanus si presenta del classico color tonaca di frate tendente all’ebano scuro; la schiuma è cremosa ma un po’ grossolana e collassa nel bicchiere piuttosto rapidamente.  L’intensità e la pulizia dell’aroma permettono di descriverlo senza grossi sforzi: la scena è dominata dalla frutta sotto spirito (uvetta di Corinto, prugna, datteri) alla quale s’affiancano i profumi di zucchero candito, pera, biscotto e un accenno di cioccolato. Non avverto nessuna delle spezie dichiarate (cannella e chiodi di garofano), probabile effetto dei mesi passati in cantina. Liquirizia, zucchero candito, caramello e frutta sotto spirito costituiscono la spina dorsale del gusto di questa potente Belgian Strong Ale (11%) che si sorseggia con calma ma senza troppa difficoltà: il corpo oscilla tra il medio ed il pieno, con una consistenza oleosa che le permette di scorrere senza intoppi, favorita da una carbonazione bassa. La bevuta è piuttosto dolce ma è ben attenuata e parzialmente bilanciata da una carezza amara che si compone di frutta secca, cioccolato, caffè e lievi tostature. L'alcool si fa sentire senza arrivare mai a bruciare e lascia un finale caldo ed avvolgente, morbido, intriso di frutta sotto spirito, capace di regalare buona soddisfazione a chi ha il bicchiere in mano. 
Il livello è alto ma ancora abbastanza lontano da quello delle grandi trappiste alla quale dichiara di essersi ispirata, e mi riferisco in particolare all'espressività del lievito; un fattore da tenere in considerazione visto il prezzo, nemmeno lontanamente paragonabile a quello delle belghe.
Formato:  75 cl., alc. 11%, lotto 14071, scad. 15/09/2019, 12.00 Euro (birrificio)


NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 3 marzo 2016

Achel Extra Bruin

Risalgono al diciassettesimo secolo notizie sull’esistenza di un luogo di pregheria nel piccolo villaggio di Achel, nel Limburgo belga, a pochi chilometri dal confine olandese: la comunità di monaci eremiti venne però spazzata via dal vento della Rivoluzione Francese e fu solamente nel 1838  che l’abate della non lontana abbazia di Westmalle decise d’acquistare i ruderi del convento per ristrutturarlo affinché nel 1845 potessero insediarsi alcuni monaci provenienti da Merseel. La neonata comunità dell’Achelse Kluis (il rifugio di Achel)  praticò agricoltura, pastorizia e produzione di prodotti caseari, acquistando inizialmente all’esterno la birra destinata al proprio consumo; fu solo nel 1850 che venne autorizzata la costruzione di una malteria e di un birrificio all’interno dell’abbazia, con l’acqua che tramite una condotta sotterranea fu fatta arrivare dal torrente Tongelreep: nacque la Patersvaatje (12°P) una birra che secondo quanto si può ricostruire dalle vecchie “cartelle esattoriali” veniva realizzata una volta al mese. 
La produzione, destinata solo al consumo interno, fu interrotta con la prima guerra mondiale quando i tedeschi sequestrarono e smantellarono gli impianti in rame utilizzandoli come materia prima per l’industria bellica; la seconda guerra mondiale portò nuovamente all’esodo dei monaci che riuscirono a rientrare solo nel 1946, anno in cui iniziarono i restauri del monastero di Sint-Benedictusabdij de Achelse Kluis. Le risorse economiche non permisero la ricostruzione del birrificio e la comunità continuò a dedicarsi ad agricoltura e allevamento sino a quando le fu possibile; l’invecchiamento anagrafico dei monaci, che non riuscivano più a reggere i ritmi del lavoro nei campi, e la mancanza di giovani risorse che potessero sostituirli imposero di trovare fonti alternative di reddito. Si tornò a pensare alla birra e in assenza di impianti produttivi nel 1976 il “mitico” Pierre Celis fu incaricato di produrre laTrappistenbier De Achelse Kluis” poi rinominata “Sint Benedict - Trappisten Abdij”, una birra scura dal contenuto alcolico del 6.5%. Curioso come il “Kluis”  contenuto nel nome originale non si riferiva al monastero “Achelse Kluis” ma al nome del birrificio di Celis, ovvero la Brouwerij De Kluis, aperta nel 1966. Nel 1985 un incendio agli impianti di Celis decretò la fine della collaborazione, ed i monaci si rivolsero al birrificio Sterkens che produsse sino all’inizio degli anni ’90 la Kluyserbier (6.4% ABV) poi sostituita dalla “’t Paterke” realizzata sino al 1995 dalla Brouwerij De Teut di Neerpelt.  E’ soltanto nel 1998 che la produzione di birra ripartì dentro le mura del convento, grazie al mezzo milione di dollari ricavato dalla vendita di alcuni terreni circostanti; nacque così quello che allora era il più giovane birrificio trappista, la  Brouwerij der Trappistenabdij De Achelse Kluis, nel cui bar era possibile assaggiare le birre e dare una sbirciata agli impianti al di là di una parete di vetro.
Sino ad allora ai monaci di Achel era permesso bere una Westmalle Dubbel al giorno e a guidare i primi passi del birrificio viene chiamato proprio da Westmalle Padre Thomas che assieme al birraio Marc Knops redige le ricette per le prime tre birre di Achel, disponibili inizialmente solo in fusto: Blond 4, Bruin 5 e Blond 6. Con il tempo rimasero in vita solo la Blond 5 e la Bruin 6. In aiuto di Padre Thomas, le cui condizioni di salute non gli consentivano più di supervisionare la produzione, arriva da Rochefort nel 2001 Padre Antoine; assieme a Knops redigono le ricette di due birre più alcoliche per soddisfare la richiesta di un mercato che, oltre ai fusti, reclamava anche le bottiglie. Sulla base di una Tripel che Knops già produceva per la Corporazione dei Birrai della Grand Place di Bruxelles nasce la Achel Blond 8 e l’esperienza di Padre Antoine con le “scure” di Rochefort fa nascere la Achel Bruin 8. 
Nel 2002 Knops e Padre Antoine realizzano in occasione delle festività natalizie una potente Strong Dark Ale (9.5%) chiamata semplicemente Extra e decidendo poi – a furor di popolo bevitore – di metterla in produzione tutto l’anno. Inizialmente ci fu un po’ di confusione in quanto sembra che un distributore olandese avesse commercializzato il primo lotto di Extra cambiandole il nome nel poco monastico “De Drie Wijzen”, ovvero i tre saggi, con riferimento ai Re Magi; l’ultima nata in casa Achel è la Blond Extra (9.5%), che dal 2010 affianca la sorella “bruna”.  
La produzione è oggi completamente affidata allo stakanovista Marc Knops aiutato dal birraio Jordy Theeuwen, con la supervisione - requisito fondamentale per poter ricevere il logo di "birra trappista" - di Padre Jules, l’unico tra i sei monaci (60-80 anni di età) rimasti ad Achel ancora coinvolto nella produzione della birra; come i monaci di Westvleteren, anche quelli di Achel utilizzano lievito fresco che viene prelevato in giornata da Westmalle.
La Extra Bruin (9.5% ABV) di Achel dovrebbe condividere buona parte degli ingredienti delle altre sorelle scure minori, Bruin 5 ed 8, ma in quantità ovviamente maggiore: malti Pilsner e Dingemans Roost 900 (un Chocolate), zucchero caramellato, luppolo in coni Saaz acquistato da Westmalle.
La sua tonaca di frate è assolutamente inappuntabile e splendida, impreziosita da venature ambrate e rosso rubino; la schiuma è "golosa" e abbastanza compatta, molto cremosa, dalla buona persistenza. Il naso, pulitissimo, regala un dolce bouquet composto da mela, uvetta e prugna/datteri, zucchero candito, ciliegia, una delicata speziatura e qualche accenno di banana matura; in sottofondo frutti di bosco, sentori di vino liquoroso, caramello, frutta secca. Un caldo e morbido abbraccio avvolge subito il palato con note di biscotto, uvetta e prugna, frutti di bosco, caramello, zucchero candito, una lieve speziatura; a bilanciare il  dolce contribuiscono la sostenuta carbonazione, qualche sfumatura aspra di frutti rossi ed una delicata acidità; chiude con una lieve nota luppolata terrosa e qualche accenno di cioccolato e frutta secca, prima di coccolare il bevitore con un retrogusto caldo, delicatamente ricco di frutta sotto spirito.
Facile da leggere e assolutamente non impegnativa da bere, la generosa bottiglia (75 cl.) di Extra Bruin si può affrontare in solitudine nel corso di una soddisfacente serata; benché ottima, si colloca qualche gradino sotto le altre grandi trappiste Westvleteren 12 e Rochefort 10, ma questo  non può  essere assolutamente una scusa per non provarla.
Formato: 75 cl., alc. 9.5%, scad. 01/06/2017, 6.05 Euro (drink store, Belgio).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.