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venerdì 17 febbraio 2017

Unibroue: Maudite & Trois Pistoles

Appuntamento numero tre  con il birrificio canadese Unibroue che vi avevo presentato giusto in questa occasione: è stato fondato nel 1990 da André Dion e Serge Racine che si sono poi avvalsi di alcuni consulenti belgi per la realizzazione delle ricette. Gino Vantieghem prima e Paul Arnott (un passato a Chimay) hanno contribuito a dare al birrificio quel DNA belga che il fondatore Dion voleva. Nel 2004 Unibroue venne acquistata dal birrificio canadese Sleeman il quale, due anni dopo, passò nelle mani giapponesi di Sapporo per 400 milioni di dollari. Il birraio è Jerry Vietz, in Unibroue dal 2003.  Dopo l’ottima tripel La Fin du Monde e la meno riuscita Don de Dieu, vediamo il birrificio canadese alla presa con altre due Belgian Strong Ales. 
Partiamo dalla Maudite, prodotta per la prima volta nel 1992 e definita una  “Strong amber-red ale”: il birrificio informa anche che si tratta della prima birra “forte” (qualsiasi cosa voglia dire questa parola) commercializzata nello stato del Quebec. Il nome prende spunto dalla popolare leggenda francese su di un nobile chiamato Gallery che amava cacciare e, causa di questa passione, non andava mai alla messa domenicale. Per questo peccato, fu condannato a volare in eterno nel cielo notturno, inseguito da cavalli e lupi. Quando i francesi arrivarono in Canada, le loro leggende si mescolarono a quelle degli indiani e la leggenda del cacciatore Gallery fu accostata a quella indiana della “canoa volante”. Otto boscaioli si trovavano ubriachi a trecento miglia di distanza da casa nel corso dell’ultima sera dell’anno: per tornare dalle proprie famiglie fecero un patto col diavolo in modo da far volare la propria canoa (Chasse-Galerie). L’unica condizione imposta dal demonio fu che i viaggiatori non dovevano né nominare il nome di Dio né toccare, con la canoa volante, nessuna delle croci poste sui campanili delle chiese. In caso contrario, il diavolo si sarebbe preso le loro anime: gli uomini iniziarono a vogare nell’aria, la canoa arrivò rapidamente a Montreal e furono in grado di festeggiare l’anno nuovo danzando e bevendo con i propri cari. Terminati i festeggiamenti, i boscaioli risalirono sulla canoa per rientrare sul luogo di lavoro prima del sorgere del sole: gli eccessi dell’alcool e una notte priva di luna resero molto difficile il viaggio di ritorno. La canoa attraversò una tempesta di neve, sfiorò la croce sul campanile di una chiesa e, spaventato, uno dei viaggiatori iniziò a bestemmiare il nome di Dio: terrorizzati dalla paura di perdere l’anima, gli occupanti persero il controllo della canoa che si schiantò contro un grosso pino.  Ci sono diversi finali della leggenda: il più comune racconta che gli uomini furono condannati a volare in eterno con la canoa all’inferno e ad apparire nel cielo terrestre ogni notte di capodanno. L’etichetta della birra è una riproduzione quasi fedele del dipinto di Henri Julien chiamato La Chasse-galerie (1906).

La birra.
Quasi limpida, di colore ambrato con riflessi oro antico: la schiuma ocra è cremosa e compatta ed ha una buona persistenza. Frutta secca (nocciola in primis), caramello, biscotto e zucchero candito disegnano un aroma piacevole e delicatamente speziato che viene però un po’ sporcato da qualche nota fenolica di plastica. Molto carbonata, al palato scorre vivace e senza intoppi, nascondendo abbastanza bene la sua gradazione alcolica (8%). Il gusto ripropone nel bene e nel male l’aroma: biscotto, caramello, zucchero candito, frutta secca e qualche passaggio fruttato che richiama l’uvetta.  L’attenuazione è ottima, c’è tuttavia una discreta astringenza che rovina un po’ il finale nel quale s’affaccia per un breve istante la mandorla amara. Un delicato tepore di frutta sotto spirito accompagna il retrogusto di una strong ale monotematica con qualche imprecisione di troppo che ne pregiudica un po’ la piacevolezza. Peccato. Il birrificio le dà un potenziale d’invecchiamento che va dai cinque agli otto anni.  

Passiamo ora alla Trois Pistoles, che il birrificio dichiara essere una “Abbey Style Strong Dark Ale”, prodotta a partire dal 1997. Anche qui ci sono di mezzo le leggende, in particolare quelle nate nei dintorni dell’omonimo paesino del Quebec, e anche qui ci sono diverse versioni della stessa storia. Quella che riguarda Trois Pistoles racconta di un vescovo desideroso di costruire una chiesa in un paese che ne era ancora sprovvisto: l'unico problema era far arrivare sul posto le pietre necessarie. Una notte gli apparve una donna ad annunciargli che sarebbe arrivato ad aiutarlo un cavallo, a condizione che non gli fossero mai levate le briglie: la mattina successiva il vescovo trovò effettivamente uno stallone nero ad aspettarlo fuori dalla propria casa. Consegnò il cavallo agli operai che iniziarono ad utilizzarlo: lo stallone trainava un'enorme carrozza piene di pietre senza fare nessuna fatica. Viaggio dopo viaggio furono aggiunte dagli uomini sempre più pietre ma l’animale continuava a trascinarle senza sforzi finché un giorno un operaio slegò per errore il cavallo, che scappò via. Il vescovo cercò di fermarlo facendo il segno della croce: apparvero tuoni, fiamme e il diavolo riportò il cavallo all’inferno, da dove proveniva.  La costruzione della chiesa fu interrotta e ancora oggi si può vedere che su di un muro della chiesa di  Trois Pistoles raffigurata in etichetta, manca un mattone.

La birra.
Quadrupel o Belgian Strong Dark Ale, lascio a voi scegliere il nome che preferite: classico colore tonaca di frate, schiuma cremosa e compatta, dall'ottima persistenza. Il naso parla di pera e mela, biscotto, zucchero candito, prugna, una delicata speziatura che richiama il coriandolo, zucchero candito: l'intensità è notevole ma gli esteri fruttati sono un po' "sparati" e fuori controllo. La sensazione palatale trova un ottimo equilibrio tra la vivacità conferitale dall'elevata carbonazione ed un "fondo" morbido che accarezza il palato. Con una corrispondenza quasi perfetta con l'aroma, il gusto parla di caramello e biscotto, uvetta, prugna sciroppata, pera e mela: dolce ma ben attenuata, priva di amaro, chiude con una punta d'astringenza. Il finale è caldo, etilico, ricco di frutta sotto spirito. Valgono più o meno le stesse considerazioni fatte per la Maudite: livello buono ma non eccelso, qualche imprecisione di troppo e, nel caso specifico, esteri un po' fuori controllo. 
Nel dettaglio:
Maudite, formato 34,1 cl., alc. 8%, IBU 22, lotto FH06151659Q.
Trois Pistoles, formato 34,1 cl.,   alc. 9%, IBU 15,5, lotto K14151749Q (ottobre 2015)

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 19 giugno 2016

Unibroue Don de Dieu

Secondo appuntamento con il birrificio canadese Unibroue che vi avevo presentato giusto un mesetto fa: è stato fondato nel 1990 da André Dion e Serge Racine che si sono poi avvalsi di alcuni consulenti belgi per la realizzazione delle ricette. Gino Vantieghem prima e Paul Arnott (un passato a Chimay) hanno contribuito a dare al birrificio quel DNA belga che il fondatore Dion voleva. Nel 2004 Unibroue venne acquistata dal birrificio canadese Sleeman il quale, due anni dopo, passò nelle mani giapponesi di Sapporo per 400 milioni di dollari. Il birraio è Jerry Vietz, in Unibroue dal 2003.
La Fin du Monde del mese scorso era una birra dedicata alla credenza europea che il mondo finisse in mezzo all'oceano atlantico, quando le Americhe non erano ancora state scoperte. Il nome della birra di oggi ha un'ispirazione simile: Don de Dieu ("il dono di Dio") era il nome del vascello capitanato dall'esploratore Samuel de Champlain, considerato il padre fondatore della "nuova Francia" altresì nota come Canada. Nel 1599 per conto del Re di Spagna si era recato in America Meridionale, mentre nel 1603 questa volta inviato dal Re di Francia, raggiunse le coste del Canada, un immenso territorio raggiunto per la prima volta da Giovani Caboto nel giugno del 1497; Samuel de Champlain, fondò nel 1605 Port Royal, nel luglio 1608 da Quebec City e nel 1611 Montreal. A lui dobbiamo la prima mappa dettagliata delle coste canadesi.

La birra.
Il birrificio la definisce una Triple wheat ale, che corrisponde ad una Belgian Strong Ale prodotta dal 1998 con una buona percentuale di frumento. Il suo colore, leggermente velato, è tra il dorato e l'arancio; forma un compatto cappello di schiuma bianca, cremosa e dalla buona persistenza. L'aroma mette in primo piano le note speziate del lievito (pepe, coriandolo) che introducono il dolce dello zucchero e della frutta candita; in sottofondo pane, cereali e crackers ma anche un pochino di mais cotto (DMS). Una sostenuta carbonazione rende la bevuta vivace, accompagnata da un corpo medio e da un'ottima scorrevolezza, se si considera la gradazione alcolica (9%); il gusto ricalca nel bene e nel male l'aroma, con le note di pane e biscotto, miele e frutta candita (arancia e pesca), e di nuovo mais cotto in sottofondo. In assenza completa d'amaro, l'equilibrio viene dall'ottima attenuazione del lievito e dall'acidità del frumento, ma c'è po' d'astringenza a rovinare la festa. L'alcool è ben nascosto, con un morbido tepore che si fa notare solamente nel retrogusto di frutta sotto spirito. La pulizia ci sarebbe anche, ma qualche difettuccio di troppo rende questa bottiglia di Don de Dieu poco memorabile, contrariamente alla Fin du Monde, che mi aveva davvero impressionato in positivo. Si riesce a bere, certo, ma con un po' di delusione.
Formato: 34,1 cl., alc. 9%, IBU 10.5, lotto J171510630.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 15 maggio 2016

Unibroue La Fin du Monde

André Dion e Serge Racine acquistano nel 1990 il 75% della Brasserie Massawippi di Lennoxville, Canada, che si trovava in difficoltà finanziarie arrivando poi al 100% l'anno successivo e creando contemporaneamente la società Unibroue. L'idea di Dion è di realizzare in Quebec quelle birre delle quali si era innamorato in Belgio: ad aiutarlo chiama come consulente il birraio fiammingo Gino Vantieghem per creare una linea di birre rifermentate in bottiglia. La prima nata è la Blanche de Chambly, una witbier che diventerà col tempo anche la Unibroue più popolare e venduta; il cantante e attore canadese Robert Charlebois se ne innamora e fa un'offerta per rilevare il birrificio, ma ottiene solamente un'importante quota societaria. Il suo investimento permette al birrificio di spostarsi nella nuova sede di Chambly, dove tutt'ora si  trova, e di iniziare un progressivo ma regolare piano di espansione. 
Nel 1999 al posto di Vantieghem arriva come consulente Paul Arnott, precedente collaboratore dei trappisti di Chimay. Nel 2003 viene assunto anche Jerry Vietz per iniziare la produzione di distillati, ma l'anno successivo la Unibroue viene acquistata dal birrificio canadese Sleeman, che si trova in Ontario. I birrofili francofoni del Quebec non sono entusiasti di sapere che il loro amato birrificio è ora di proprietà degli "odiati inglesi" dell'Ontario, ma la loro preoccupazione dura solo 24 mesi perché nell'ottobre del 2006 i giapponesi di Sapporo acquistano Sleeman per 400 milioni di dollari e quindi anche Unibroue. Nel frattempo il programma di distillati era stato soppresso e Jerry Vietz era stato nominato "head brewer", ruolo che ricopre ancora oggi. Sapporo è il più antico birrificio commerciale giapponese ancora attivo ed operante dal 1876, con oltre seicentomila ettolitri prodotti ogni anno; attualmente Unibroue ne produce invece 180.000.

La birra.
E' datato febbraio 1994 il debutto de La Fin du Monde: da allora  la tripel di Unibroue ha portato a casa una cinquantina di medaglie in svariati concorsi. Al di là del valore che questi premi hanno, si tratta della birra canadese più medaglietta in assoluto; secondo quanto dichiara il birraio Jerry Vietz viene prodotta utilizzando coriandolo e scorza d'arancia. Il nome fa riferimento al tempo in cui le Americhe erano ancora un territorio inesplorato dagli europei, i quali pensavano che il mondo finisse in mezzo all'oceano Atlantico.
Nel bicchiere è perfettamente dorata, leggermente velata e forma un generoso e compatto cappello di schiuma bianchissima e cremosa, dall'ottima persistenza. L'ottimo aspetto trova immediata corrispondenza nell'aroma, pulitissimo e di buona intensità: c'è una delicata speziatura (coriandolo, forse chiodo di garofano) che avvolge i canditi, la polpa d'arancia, le note di pane e di miele, il curaçao, la frutta secca ed un accenno di banana. I profumi sono vivaci e queste sensazioni si travasano immediatamente al palato, con una carbonazione sostenuta che caratterizza tutta la bevuta, rendendola vitale e scattante; il corpo è medio. Il gusto riparte del dolce del miele e dello zucchero candito, per poi attraversare la frutta sciroppata (pesca, albicocca) e quella candita, il tutto avvolto da una leggerissima speziatura che richiama l'aroma. Non c'è di fatto amaro, ma c'è un'impressionante attenuazione che asciuga il palato lasciandolo quasi fresco: sembra quasi un controsenso, ma è una birra dal tenore alcolico elevato (9%) nascosto in modo surreale, con il risultato di una facilità di bevuta quasi paragonabile ad una "session beer"; c'è solamente un velo di tepore etilico nel retrogusto  di frutta sotto spirito e candita. Grandissimo equilibrio, eleganza e pulizia ineccepibili, una tripel sorprendente dove ogni cosa è al posto giusto. Una pericolosa arma a disposizione di chi vuole farvi ubriacare: fatevi qualche bicchiere senza che ve ne sia rivelata la gradazione alcolica e arriverete davvero "alla fine del mondo".
Formato: 34,1 cl., alc. 9%, IBU 19, lotto F23150904Q B, imbott. 06/2015.

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.