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martedì 10 novembre 2020

Trillium Brewing Company: Dot Ave Double IPA, Vicinity Double IPA, Arnold Arboretum IPA, Double Dry Hopped Stillings Street IPA, Fort Point Pale Ale Galaxy Dry Hopped

Il birrificio Trillium apre i battenti a marzo del 2013 a Fort Point, ex distretto industriale di Boston, con l’intento di volersi ispirare ad altri birrifici agricoli del New England, il più famoso dei quali è ovviamente Hill Farmstead: l’ultima apertura di un birrificio a Boston risaliva al 1986.  A rompere la quiete brassicola della capitale del Massachusetts ci pensano Jean-Claude e Esther Tetreault, da poco sposi e genitori: Jean-Claude, prolifico homebrewer, sognava e progettava da tempo di aprire un birrificio anche se non esattamente a Boston.  Già nel 2009, sul suo blog personale si possono vedere nome e logo di quel birrificio casalingo destinato poi al successo commerciale: le prime bottiglie etichettate furono recapitate agli inviati al matrimonio. Jean-Claude è appassionato anche di botanica e sceglie il nome del fiore Trillium come simbolo di quello che vuole ottenere con le proprie birre“bellezza effimera, equilibrio, semplicità, senso di appartenenza”.
 Tetreault pensano inizialmente di stabilirsi in altre città del Massachusetts  ad alta densità birraria, come Chelsea o Everett, ma si presenta una bella occasione nel distretto di Fort Point a Boston; i locali al numero 369 di Congress Street vengono individuati già nel 2011 ma ci vogliono 14 mesi solo per ottenere tutti i permessi necessari, dalle autorità e dalla comunità di residenti, per iniziare i lavori di ristrutturazione e installare un impianto da 12 ettolitri: “e c’è gente di Boston che ci ha detto di essersi meravigliata del fatto che ci sia voluto così poco tempo”, ricorda Jean-ClaudeEsther ama le IPA di The Alchemist e di Port Brewing, Jean-Claude le saison di Jolly Pumpkin, Allagash e Hill Farmstead: Trillium debutta con la Farmhouse Ale (6.4%), l’American Wheat Adam, la Red Rye Ale Wakerobin, la Fort Point Pale Ale e la Porter Pot & Kettle. 
Nel frattempo i beergeeks americani hanno scoperto le NEIPA, le IPA del New England, e tutti vogliono berle: i birrifici che le producono sono piccoli, le lattine sono distribuite solo localmente e la scarsità dell’offerta fa impazzire la richiesta, alimentando scambi e mercato secondario.  il Vermont ha aperto la strada con The Alchemist, Hill Farmstead e Lawson's Finest Liquids, ma ora sono entrati in campo altri giocatori negli stati vicini. Nel Massachusetts ad esempio c’è l’astro nascente Tree House: al resto ci pensano i social network. Tetreault è bravo ad intercettare quella nicchia di mercato e le sue NEIPA diventano rapidamente famose: impegnato a gestire le file di beergeeks fuori dalla porta si dimentica di chiedere il rinnovo della propria licenza. O forse no. Fatto sta che le autorità di Boston dicono di non aver mai ricevuto nessuna richiesta e, al terzo sollecito privo di risposta, mandano la polizia. A novembre del 2014 la produzione di Trillium viene sospesa e i beergeerks si trovano improvvisamente fuori dalla porta del birrificio senza poter riempire i loro preziosi glowers. Alcuni di loro iniziano a mandare email di protesta alle autorità competenti e nel frattempo supportano l’amato birrificio acquistando tutto il merchandising disponibile. Dopo un mese le parti trovano un accordo e la birra riprende a scorrere. 
Non sarà l’unica macchia nella carriera del birrificio di Boston, che nel 2015 inaugura il nuovo sito produttivo con taproom di Canton, trenta chilometri a sud di Boston:  la produzione annua passa da 3.000 ad un potenziale di  40.000 ettolitri, la location di Fort Point viene destinata alla produzione di birre acide.  L’espansione di Trillium continua nel 2017 con l’apertura di un Beer Garden estivo al Rose Kennedy Greenway, sul Waterfront di Boston, che diviene operativo ogni estate. L’anno successivo i Tetreault annunciano di aver acquistato a North Stonington, Connecticut, il terreno dover far nascere quel birrificio agricolo che avevano immaginato sin dall’inizio, la Trillium Farm & Brewery: il progetto, ancora in costruzione, prevede la realizzazione di un birrificio, un ristorante ed un’azienda agricola in grado di rifornirlo. Alla fine dello stesso anno viene inaugurato a Boston un ristorante-brewpub su tre piani con impianto da dieci barili.
La bravura di Trillium è stata quella di essere riuscita a vendere quasi tutta la propria produzione in autonomia, senza distributori, con enormi margini di profitto: si stima che il 95% dei 21.000 ettolitri prodotti nel 2017, venduti direttamente al pubblico, abbiamo generato ricavi per oltre 20 milioni di dollari. Il passaparola e i social network ne hanno decretato il successo: nel 2016 Ratebeer celebrava Trillium come terzo miglior birrificio al mondo, includendo sei IPA, una DIPA e sei Pale Ale tra le migliori 15 birre al mondo delle rispettive categorie. Ma i social network hanno tirato fuori alcuni scheletri dall’armadio: nel novembre del 2018 un post anonimo sul forum di Beer Advocate di un dipendente denunciava pratiche scorrette ed illegali, in parte poi ammesse dai Tetreault con un comunicato ufficiale. Potete trovare i dettagli in questo articolo in italiano su Fermento Birra. Mentre i beergeeks continuavano a fare la fila fuori dal birrificio per comprare i 4 pack di Trillium a 22 dollari (un prezzo altissimo per gli standard statunitensi), i Tetreault non avevano concesso a molti dipendenti gli aumenti e i benefici promessi; molti di loro erano stati spostati da Fort Point al Beer Garden con uno stipendio ridotto da 8 a 5 dollari all’ora, per fare lo stesso lavoro.  Spacciavano come barricate delle birre che non avevano mai visto nessuna botte, riciclavano resti di birra ossidata e invendibile, mescolati a frutta, per i Beer Slushy, riempivano i growler da asporto quasi solo con la fondazza dei fermentatori.

Le birre.

E’ stata una grossa sorpresa vedere arrivare lattine di Trillium  nel nostro continente, tutte con più o meno un mese di vita sulle spalle. Occasione da non lasciarsi sfuggire per provare birre normalmente reperibili solo in loco o tramite scambio con altri appassionati. 

Dot Ave Double IPA: nel 2013 Trillium lanciava Congress Street, la prima di una serie di IPA single-hop chiamate con il nome delle strade del distretto di Fort Point; un’operazione analoga veniva fatta qualche anno dopo con le Double IPA, passando dalle strade ai più lunghi viali (Avenue). Tra queste vi è Dot Ave (8.2%), ovvero Dorchester Avenue, viale di Boston inaugurato nel 1805. La sua ricetta prevede malti American 2-row, frumento (White e Flaked), luppoli Nelson Sauvin e CTZ. Visivamente è un torbido succo d’arancia, la schiuma è abbastanza compatta ed ha buona ritenzione. Il dank è dominatore assoluto dell’aroma: netto e pulito, speziato  ed 
affiancato da qualche ricordo di aglio. Mouthfeel ottimo: soffice e cremoso, a tratti quasi impalpabile. Mango, melone e pesca sono il biglietto d’accesso ad una bevuta  che s’incanala subito sul dank e sul resinoso-vegetale, molto intenso. L’alcool è molto ben nascosto, la frutta tropicale riaffiora nel retrogusto a portate un po’ di sollievo in una birra che è in pratica una pianta di marijuana. Sorprendentemente amara, priva di spigoli e di hopburn, è ben fatta nel suo genere: ma se voglio una DIPA che picchia forte, per me niente batte la cara vecchia scuola West Coast. Prezzo al birrificio? 20 dollari per un 4 pack: più tasse, ovviamente.

Vicinity è un’altra Double IPA (8%) che fu prodotta in origine per il primo compleanno del Row 34, un oyster-bar con buona selezione di birre artigianali. La sua ricetta prevede malti Pilsner, Flaked Wheat, C-15, luppoli Galaxy, Citra e Columbus. Questa volta il succo di frutta è alla pesca, almeno nel look: schiuma biancastra, grossolana, poco persistente. Aroma splendido, ampio e pulito, ricco di suggestioni che variano all’innalzarsi della temperatura nel bicchiere: albicocca, ananas, papaia, frutti di bosco, arancia, pompelmo, mandarino, melone e potrei andare ancora avanti. Il mouthfeel è morbido ma non mi regala quella straordinaria sensazione della Dot Ave: il gusto purtroppo non riesce a replicare neppure la metà del giardino delle meraviglie aromatico. C’è quella generale sensazione “tropicale” di molte NEIPA dal profilo poco definito, un po’ di agrumi, un finale resinoso-vegetale pungente con un pizzico di hopburn.  Si beve bene ma il suo punto di forza è indubbiamente l’aroma: potrei sniffarla per ore. Anche questo 4 pack costa 20 dollari alla fonte.

Arnold Arboretum (7%): questa IPA deve il suo insolito nome all’omonimo centro di ricerca della Harvard University di Boston, famoso per la sua collezione di alberi e arbusti ornamentali provenienti dall'Asia. Il centro si trova all’interno di un complesso di parchi e corsi d’acqua chiamato Emerald Necklace, nome usato da Trillium per raggruppare un’altra serie di birre a tema. Malti American 2-Row, Flaked Wheat, C-15, luppoli Citra e Galaxy, 17 dollari il 4 pack. Nel bicchiere è di color oro antico, molto velato ma luminoso: schiuma compatta e persistente. L’aroma non è esplosivo ma è molto gradevole, pulito ed elegante: ananas, lychee, melone, mandarino, arancia. Al palato è “moderatamente juicy”: si avverte qualche tocco di panificato e biscottato, il dolce di mango e ananas a bilanciare un finale resinoso e pepato di buona intensità. Anche lei è più interessante e complessa al naso che in bocca, ma per lo meno riesce a mantenere lo stesso livello di pulizia e definizione. Bella IPA, ben fatta e facile da bere che però non mi provoca nessuna visione mistica.

Double Dry Hopped Stillings Street IPA (7,2%): versione amplificata (DDH) della Stillings, ovviamente dalla serie delle Street IPA. La compongono malti American 2-row,  White Wheat, destrine, destrosio, luppoli Columbus e Nelson Sauvin, quest’ultimo in doppia dose. Il colore di questo succo di frutta è a metà strada tra la pesca e l’arancia. Il Nelson si presenta subito con netti profumi di uva e kiwi, uvaspina; in secondo piano note dank, passion fruit, anana. Aroma particolare, intenso e pulito: a me piace molto, ma non se non amate il Nelson potreste non gradire. Il mouthfeel è soffice, leggermente chewy, estremamente appagante. La bevuta è molto succosa e ricalca l’aroma, con l’alternanza tra l’asprezza di  uva e kiwi (mi raccomando non sbucciatelo), passion fruit, ribes e uvaspina  e la dolcezza di mango e ananas. Molto secca, chiude con un breve tocco amaro resinoso-vegetale privo di hopburn. Per me è una birra molto ben riuscita, pulita ed intensa, priva di spigoli: la consiglierei però solo ai fans del Nelson.

Chiudiamo questa rassegna con la Fort Point Pale Ale (6.6%), una delle birre con le quali Trillium ha debuttato nel 2013; nel beer-rating è ancora stabilmente in cima alle classifiche della propria categoria. Il suo successo ne ha fatto proliferare una lunga serie di varianti che si differenziano per il metodo di luppolatura (DH, DDH)  e per il luppolo utilizzato. In Europa è arrivata la Galaxy Dry Hopped Fort Point: American 2-row Barley, White Wheat, C-15, maltodestrine, luppoli Columbus e ovviamente Galaxy.  American Pale Ale piuttosto esosa anche alla fonte: 15 dollari il 4 pack. In etichetta ci sono gli iconici lampioni Congress Street. Nel bicchiere è un torbido ma luminoso succo d’arancia, la schiuma è cremosa, compatta e piuttosto persistente. Il naso oscilla tra note zesty e di frutta tropicale, soprattutto mango e ananas: un aroma fresco e pulito ma migliorabile per quel che riguarda intensità e definizione. La sensazione palatale è ancora una volta perfetta: birra morbida e cremosa, leggermente chewy ma scorrevolissima. E del lotto è la birra di Trillium più simile ad una classica birra, ovvero quel juicy “moderato” che piace a me. Pane, qualche accenno biscottato, frutta tropicale dolce, un bel finale secco e zesty, leggermente resinoso-erbaceo. Una bella APA moderna, generosamente fruttata ma non estrema, intensa ma facilissima da bere, assolutamente priva di spigoli. Non è un mostro di precisione e definizione: appunto zelante ma necessario, visto il blasone del birrificio.

Nel dettaglio: 
Dot Ave Double IPA, 47,3cl., alc. 8.2%, lotto 06/10/2020, prezzo indicativo 13.00 Euro
Vicinity Double IPA, 47,3 cl., alc. 8%, lotto 23/09/2020, prezzo indicativo 14.00 Euro
Arnold Arboretum IPA, 47,3 cl., alc. 7%, lotto 21/09/2020, prezzo indicativo 12.00 Euro
DDH Stillings Street IPA, 47,3 cl., alc. 7.2%, lotto 09/10/2020, prezzo indicativo 13.00 Euro
Fort Point Pale Ale - Galaxy Dry Hopped, 47,3 cl., alc. 6.6%, lotto 05/10/2020, prezzo indicativo 11.00 Euro

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

venerdì 30 ottobre 2020

Pentrich Shine Like Millions IPA

Appassionati birrofili, homebrewers e ora birrai-imprenditori: la storia di Joe Noble e Ryan Cummings, entrambi classe 1990, è quella di tanti altri protagonisti della Craft Beer Revolution del Regno Unito.  Ai tempi dell’università i due amici si dilettavano in garage con un homebrewing che rapidamente si trasforma in una sorta di ossessione per la birra ed il beer-hunting: visite continue a beershop, richieste ad amici e conoscenti di portare loro qualsiasi  birra riuscissero a reperire nei loro viaggi all’estero. Le IPA americane di Bell’s, Stone e Dogfish Head che riescono a bere sono una rivelazione e una fonte d’ispirazione per le ricette sviluppate in garage. Nel 2009-2010 in Inghilterra ci sono ancora pochi birrifici artigianali che producono quelle birre ma Joe e Ryan hanno la fortuna di vivere nel Derbyshire, di trovarsi non troppo lontani da Thornbridge, uno dei pionieri, e crescono a pinte di Kipling e Jaipur.
Nel 2013 fondano Pentrich Brewing Company in un garage dell’omonimo villaggio, poche centinaia di abitanti, nella periferia di Derby.  Mentre sono alla ricerca di un impiantino da 150 litri è il destino ad aiutarli: nel corso di una battuta di beer-hunting al negozio Cotteridge Wines & Beer di Birmingham incontrano Michael James del birrificio Landlocked. I tre fanno amicizia e Mike sconsiglia fortemente l’acquisto di un impianto così piccolo, offrendo piuttosto loro la possibilità di utilizzare il suo kit, che si trova nel retro del pub Beehive Inn di Ripley: Joe e Ryan prelevano tutti i loro risparmi per acquistare un fermentatore da 1000 litri e piazzarlo alla Landlocked, dove vi resterà sino all’ottobre del 2015. Grazie anche al supporto finanziario di Kevin Sammons della Pub People Company LTD Joe e Noble ristrutturano un vecchio capannone nell’Asher Lane Industrial Park di Pentrich e, nella primavera del 2016, mettono in funzione il loro primo impianto da 6 barili, cessando di essere una beerfirm.
Pentrich si è fatto subito notare localmente per le sue birre prodotte soprattutto in cask, occasionalmente in fusto e pochissime bottiglie, procedendo al ritmo di tre birre alla settimana: IPA, Double IPA ma un occhio di riguardo anche per Bitter, Pale Ale e Porter.  Dall’autunno del 2019 è operativo il nuovo impianto Malrex da 15 barili e, a gennaio 2020, sono arrivate le prime lattine, un contenitore fondamentale per il successo.  Le lattine di Pentrich apparvero improvvisamente in vendita sul sito online di uno dei birrifici più alla moda della scena inglese, Neon Raptor:  “siamo amici ma non glielo abbiamo chiestodice Joe – fu una loro iniziativa che c’è stata di grande aiuto. In poche settimane passammo dall’essere un birrificio sconosciuto ad uno che era sulla bocca di tutti gli appassionati. E’ strano perché localmente noi siamo molto conosciuti per le nostre IPA e DOUBLE IPA torbide che mettiamo in cask; non abbiamo fatto altro che mettere quelle birre in lattina”.

La birra.

Shine Like Millions è una IPA prodotta con Citra, Sabro e Simcoe. Molto velata ma comunque luminosa, il suo color arancio è quasi solare, la schiuma è compatta e mostra buona ritenzione. Al naso pulizia e intensità non mancano: arancia, mandarino, mango e papaia, albicocca, melone. E’ una IPA nata  alla fine di luglio che tuttavia all’aroma trasmette ancora freschezza. Il suo look è moderno/modaiolo ma il suo mouthfeel è abbastanza tradizionale:  non ci sono quegli ingombri che affliggono la maggior parte delle NEIPA e la scorrevolezza ci guadagna. Bella bevuta: pane, qualche accenno di cereale, frutta tropicale ed a pasta gialla sono il preambolo dolce ad un percorso che vira rapidamente sull’amaro e sfocia in un finale intenso ricco di pompelmo, note zesty e vegetali, erbacee. Non ci sono spigoli/hopburn, l’alcool è ben nascosto, la componente fruttata/juicy non è assolutamente portata all’estremo. Con le dovute proporzioni, questa IPA di Pentrich mi fa pensare un po’ alle birre di The Alchemist, ovvero ad una interpretazione moderna di una classica impalcatura West Coast. Dopo tre mesi ha inevitabilmente perso un po’ di esplosività ma si vede che nel bicchiere c’è una birra sensata ed intelligente, ben fatta e pulita. Birrificio da tenere  senz’altro d’occhio.
Formato 44 cl., alc. 6.8%,  lotto 29/07/2020, scad. 25/01/2021, prezzo indicativo 7,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

lunedì 26 ottobre 2020

Other Half Brewing: Triple Cream, DDH Half Citra + Galaxy, DDH Small Citra Everything, DDH Space Dream & DDH Small Green Everything


Dopo aver studiato Fermentation Science alla Oregon State University, Sam Richardson ha iniziato la sua carriera professionale lavorando come birraio prima al brewpub The Rake di Seattle e poi al birrificio Pyramid di Portland.  Mentre si trovava sulla costa ad est a far visita ai genitori della moglie, Richardson risponde ad un annuncio del birrificio Greenpoint Beer Works di Brooklyn che cercava un birraio, ed ottiene il posto trasferendosi con tutta la famiglia. Alla Greenpoint incontra Matt Monahan, un ex-cuoco stanco degli orari imposti dal mondo della ristorazione: era diventato padre e pensava che lavorando come birraio avrebbe potuto conciliare meglio lavoro e famiglia. I due diventano amici e utilizzano gli impianti della Greenpoint – birrificio che opera soprattutto per conto terzi - per produrre quattro birre destinate alle spine di un ristorante pop-up di Andrew Burman, un vecchio conoscente di Monahan. Le birre ottengono grande successo, la voce si sparge, Richardson e Monahan ricevono richieste da altri operatori di settore che vogliono delle birre per i loro locali. 
I due amici capiscono che ci sono delle opportunità e vorrebbero mettersi in proprio, ma il problema principale sono i costi della Grande Mela: ci mettono quasi due anni per trovare una location dal prezzo accettabile nel quartiere di Carroll Gardens, a Brooklyn, sotto ai piloni della Gowanus Expressway, grazie ad un annuncio su Craigslist“siamo stati fortunati – ricorda Monahan – questo spazio era completamente vuoto ed aveva quindi un costo accessibile. Abbiamo installato l’impianto, costruito una cella frigo e ricavato una piccola taproom dove c’era un piccolo ufficio”
Nel gennaio del 2014 Richardson, Monahan e Burman lasciano Greenpoint e lanciano il birrificio Other Half: “l’altra metà”, quella artigianale,  dell’industria. L’idea è di concentrarsi su IPA e birre luppolate, puntando tutto sulla loro freschezza: “abbiamo centinaia di clienti, bar e ristoranti che sono nel raggio di dieci chilometri a cui possiamo consegnare la birra in un’ora. Alla sera i pub possono attaccare il fusto di una birra che alla mattina era ancora nei nostri fermentatori”. Le birre di Richardson sono buone e la loro freschezza le valorizza al massimo: il debutto avviene con la Doug Cascadian Dark Ale (un omaggio al suo nord-ovest) , la Other Half IPA e una Imperial Stout.  Ricorda Richardson: “sono cresciuto sulla costa ad ovest e volevo quindi fare una West Coast IPA; quando iniziammo a New York c’erano molte IPA ma erano tutte abbastanza anonime e blande”. Ma il 2014 è anche l’anno in cui il New England spinge la California giù dal trono della Craft Beer: The Alchemist, Trillium e Tree House spodestano i grandi birrifici di San Diego e dintorni in cima alla lista dei desideri dei beergeeks. 
Richardson è attento ed è bravo ad intercettare quella fetta di mercato realizzando All Green Everything, probabilmente la prima New England IPA prodotta a New York“mi accorsi che la gente era interessata a quello stile e le nostre IPA un po’ già ci assomigliavano. Non ho mai detto di averle inventate io, ma siamo stati tra i primi a farle e siamo divenuti famosi per quelle”
Ma c’è un altro fattore determinantealla fine del 2014 viene approvato il Craft New York Act, una legge che consente ai birrifici di vendere direttamente al pubblico lattine e bottiglie senza essere obbligati a passare tramite un distributore. Per Other Half è una grande opportunità di incrementare i propri margini, e per i beergeeks newyorkesi di fare quello che i loro amici fanno in molti stati americani: gli appostamenti fuori dal birrificio nel giorno della messa in vendita delle birre.  Con pochissimo budget per marketing e pubblicità, Other Half si affida ai social media ed al passaparola tra gli appassionati; dopo due anni, all’inizio del 2017, il New York Times regala ad Other Half quella pubblicità che qualsiasi birrificio vorrebbe: un articolo che descrive la pazzia di centinaia di beergeeks disposti a sfidare il freddo e restare in fila undici ore per riuscire ad accaparrarsi qualche four pack di Green Diamonds o All Green Everything.  Nello stesso anno Other Half amplia la propria taproom per meglio accogliere le migliaia di persone (appassionati e curiosi) che nel weekend affollano Carroll Gardens;  il magazzino viene spostato in un altro edificio dello stesso isolato.
Nell’agosto del 2018 Richardson e soci annunciano 
di avere acquistato per  660.000 dollari gli edifici abbandonati del birrificio Nedloh a East Bloomfield, nei dintorni di Rochester, non lontano dalle rive del Lago Ontario.  Oltre ad aumentare la produzione portandola da 11.000 a 16.00 ettolitri, il nuovo birrificio doveva anche dare il via alla produzione di birre acide: per l’occasione viene reclutato Eric Salazar, birraio con esperienza ventennale alla New Belgium, Colorado, in cerca d’occupazione in quella zona. Ma dopo nove mesi Salazar è ancora con le mani in mano in quanto barili e foeders in legno non sono mai arrivati; i tre Other Half stanno infatti progettando l’apertura di altre succursali a Brooklyn e Washington e hanno deciso di posticipare la produzione di sour e wild ales.  Salazar se ne va mentre Monahan presenta la seconda location a Domino Park, Brooklyn, sotto al Ponte di Williamsburg; l’emergenza Covid-19 ne ha fatto slittare l’inaugurazione che dovrebbe avvenire proprio in queste settimane (ottobre 2020).   
Stesse tempistiche anche per Other Half Washington, D.C.: gli impianti del nuovo birrificio nella città natale di Burman e Monahan (2000 metri quadri) sono già operativi mentre la taproom con 900 posti a sedere e  beer garden da 800 metri quadri potrebbe essere riaperta in questi giorni. “Siamo entusiasti di poter aumentare la produzione delle nostre IPA  – ha detto Monahan – ma con questo impianto potremo anche produrre imperial stout e barley wine molto più potenti e anche molte basse fermentazioni”.

Le birre.

Buone notizie per gli appassionati europei: in ottobre una selezione di lattine è arrivata anche nel nostro continente, dopo poco più di un mese di viaggio.  L’aumentata capacità produttiva di Other Half e, immagino, un calo della domanda domestica dovuta al Covid lo hanno reso possibile. Vediamole rapidamente in ordine di ABV decrescente cercando di rispondere alla solita domanda: “is the hype real?”. Le birre sono state tutte prodotte sull’impianto di Brooklyn e non su quello di Rochester: per i beergeeks anche questo è un dettaglio importante.  
Partiamo dalla Double NEIPA Triple Cream (10%) il cui nome fa riferimento alla cremosità donatole dall’avena e al triplo dry-hopping. Citra, Eukanot, Khatu, Wai-Iti sono i luppoli utilizzati, mentre per l’ultimo dry-hopping sono stati usati Galaxy e Citra Lupulin in polvere. Visivamente simile ad un torbido succo di frutta all’albicocca, ha una bella schiuma cremosa e compatta. Mango, albicocca, pesca percoca e papaia formano una macedonia di frutta molto matura nella quale ci finisce anche qualche frammento di pompelmo. Il gusto è coerente, dolce ma non troppo, merito di una chiusura sorprendente secca che fa il miracolo in assenza pressochè totale di amaro. S’avverte giusto uno zic resinoso. Il corpo è quasi pieno, è una birra masticabile ma non particolarmente cremosa.  L’alcool si sente solamente a fine corsa ma il suo maggior pregio è la completa mancanza di quegli spigoli e di quelle incrinature (hop burn) che spesso affliggono il mondo delle NEIPA. Impalcatura ineccepibile, birra molto buona e pulita: nonostante questo le Double NEIPA raramente riescono ad emozionarmi e questa non fa eccezione. Colpa mia.

Passiamo alla DDH Citra + Galaxy, altra Imperial IPA (8.5%) dove imperversano Citra, Galaxy e luppolina di Citra. Visivamente identica alla sorella maggiore, ha un profilo aromatico abbastanza simile nel quale emergono pesca, albicocca, papaia e mango. Definizione e precisione potrebbero però essere migliori. Al palato si ha la sensazione di sorseggiare un succo di frutta tropicaleggiante, le bollicine sono un po’ più presenti del dovuto e quindi il mouthfeel NEIPA ne risulta un po’ penalizzato all’inizio. L’alcool è ben gestito ma è maggiormente in evidenza rispetto alla Triple Cream, soprattutto nel finale: chiude con un amaro resinoso/vegetale piuttosto educato, che non lascia nessun grattino. Double NEIPA ben fatta, di nuovo avara di emozioni e non impeccabile per quel che riguarda definizione e pulizia.

Continuiamo a percorre la scala ABV scendendo a 6.5% con la IPA Small Citra Everything; questa single-hop è di color arancio, torbido ma luminoso: anche in questo caso la schiuma è cremosa, compatta e molto persistente, cosa che non accade sempre nelle NEIPA.  E Citra sia: arancia, mandarino, pompelmo dominano un aroma nel quale avverto anche qualche nota di ananas. In questo caso la pulizia è maggiore dell’intensità e i profumi non sono esplosivi. Non si tratta tuttavia di un succo di frutta sfacciato: si riesce ancora a percepire l’elemento birra (pane, crackers) prima di un finale zesty, a tutta scorza d’agrumi. Sarebbe una birra piuttosto gradevole ma c’è una nota amara vegetale, piuttosto pesante, che non rientra esattamente nella mie corde. Questione di gusti. Non amo le IPA mono-Citra, in particolare per quel che riguarda l’amaro che quel luppolo impartisce: avesse un bel finale resinoso in stile West Coast guadagnerebbe un paio di punti.

Space Dream è invece una IPA (6%) nel quale il Galaxy è affiancato da lattosio ed avena per darle un mouthfeel lussureggiante: operazione riuscita solo in parte, la birra è solida e chewy ma non particolarmente morbida. Pesca, mango, ananas, arancia  e pompelmo sono affiancate da qualche suggestione di panna donata dal lattosio. Anche Space Dream mantiene le parvenze di una birra, dietro alla sembianze “Juicy”: non è una NEIPA estrema e sfacciata, peccato che il gusto sia meno definito e preciso rispetto all’aroma. Il testimone passa dalla frutta tropicale agli agrumi in un finale nel quale è protagonista il pompelmo, affiancato da una nota amara resinosa che non gratta e che lascia una scia abbastanza breve. Nessuna Madonna, ma senz’altro una bella bevuta.

Chiudiamo questa breve rassegna con Small Green Everything (4.8%), sorellina della più famosa Double IPA All Green Everything, una delle prime NEIPA prodotte da Other Half e una delle birre che hanno contribuito al suo successo. Il suo colore velato oscilla tra il dorato e l’arancio, mentre al naso c’è un bouquet abbastanza intenso e pulito composto da note dank, arancia, pompelmo e frutta tropicale. Pane e crackers, frutta tropicale dolce, finale amaro che oscilla tra zesty, dank e resinoso:  ci sono tutte le caratteristiche per una (Session) IPA moderna e l’esecuzione di Other Half è convincente. Alcool fantasma, grande facilità di bevuta, buona presenza palatale, finale secco, amaro educato ed abbastanza persistente. Potere della semplicità: se siete un po’ fuori moda e amate la birra che sa di birra, questa è senz’altro la Other Half che vi consiglierei di bere tra quelle arrivate in Europa.
Non mi soffermerei troppo sul  fattore prezzo. Vale la pena spendere 25 euro al litro per una IPA (4.8%)?  Ovviamente no, ma se siete beergeeks incalliti o grandi appassionati è un’occasione ghiotta per provare delle birre che potreste altrimenti bere solo a New York. Il viaggio vi costerebbe di più, e chissà quando potrete farlo.  Per chi invece ama soltanto bere una buona NEIPA, ci sono alternative altrettanto valide in Italia e in Europa: non vi bastano i già (tanti)  12-15 euro al litro ?

Nel dettaglio
Triple Cream, 47,3 cl., alc. 10%, lotto 03/09/2020,  prezzo indicativo 14,00 euro (beershop)
DDH Half Citra + Galaxy, 47,3 cl., alc. 8.5%, lotto 01/09/2020, prezzo indicativo 13,00 euro (beershop)
DDH  Small Citra Everything, 47.3 cl., alc. 6.5%, lotto 07/09/2020, prezzo indicativo 12,00 euro (beershop)
DDH Space Dream, 47.3 cl., alc. 6%, lotto 31/08/2020, prezzo indicativo 12,00 euro (beershop)
DDH Small Green Everything,  , 47.3 cl., alc. 4.8%, lotto 27/08/2020, prezzo indicativo 12,00 euro (beershop)


NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

venerdì 16 ottobre 2020

Track Brewing Co.: Track Half Dome Pale Ale & Paper Moon IPA


Torniamo a parlare di Track Brewing, birrificio di Manchester che avevamo incontrato per la prima volta un paio di anni fa.  La sua sede è in quel Piccadilly Beer Mile che cerca di replicare il più famoso Bermondsey Beer Mile di Londra, ovvero un chilometro di strada ad alta concentrazioni di birrifici  e pub sotto le arcate della ferrovia.  Partendo dalla stazione di Piccadilly passerete in rassegna Beer Nouveau, Chorlton Brewing Company, Manchester Brewing Company, Manchester Union Brewery, Alphabet Brewing Company, The Runaway Brewery, Blackjack Brewery, The Marble Arch, Cloudwater e Track Brewing. La maggior parte di loro è aperta solo il weekend, ma negli altri giorni la birra non manca grazie al Beatnikz Republic Bar, alla Port Street Beer House e alla Seven Brothers Beerhouse. 
Track fu fondato alla fine del 2014 da Sam Dyson: aveva fatto un po’ di  homebrewing ai tempi dell’università ma fu un lungo tour in bicicletta (7500 chilometri!) negli Stati Uniti, dall'Oregon al Colorado, passando per la California, a far scattare in lui la voglia di mettere in piedi un microbirrificio: “in ogni città, in ogni paese c’era un birrificio e – credetemi-  dopo un giorno passato a pedalare tutto quello che desideri è una birra fresca. Ho bevuto degli stili che neppure sapevo esistessero da birrifici a me sconosciuti come Russian River o New Belgium. Ma oltre alla birra mi colpì la gente che incontravo in quei posti, di ogni ceto sociale, tutti che bevevano assieme. Mi chiesi se posti come quelli esistessero nel Regno Unito. Avrei dovuto iniziare a  fare birra al ritorno dal mio viaggio negli USA ma non conoscevo nessuno nel mondo della birra. Così mi rimisi in sella e passai altri due anni in giro per Nuova Zelanda e Australia, Turchia, Sud America”.
Rientrato a Londra, Dyson scopre che le cose stanno cambiando anche nel Regno Unito: lavorava e alloggiava proprio nella zona di Bermondsey, viveva la rinascita brassicola londinese e iniziò a frequentare un corso sulla produzione per poi fare pratica alla Camden Brewery, anche se  ma “mi fu subito chiaro che non mi sarei mai potuto permettere di aprire un birrificio a Londra”La scelta cade sulla nativa Manchester, nei pressi della stazione ferroviaria di Piccadilly (5 Sheffield Street), sfruttando i prezzi contenuti e la temperatura costante nel corso dell'anno (15-18 gradi) che quei locali offrono.  Ad aiutarlo arriva dopo qualche anno il birraio Matt Dutton, fresco vincitore del National Homebrew Champion organizzato dal Brewdog bar di Manchester; del team fanno oggi parte anche Will Harris e Lewis Horne (ex Northern Monk) che si occupano delle birre acide e degli invecchiamenti in botte. 
Ma la birra che ha permesso a Track di spiccare il volo è la Pale Ale Sonoma (3.8%) che ancora oggi occupa il 50% della capacità produttiva. 
Il birrificio si è subito dotato di una piccola taproom che alla fine del 2018 è stata spostata per fare spazio agli impianti nel vicino complesso di Crusader Mill, con una bella vista sui tetti di Manchester; il contratto d’affitto di Track è però scaduto nel 2019 e non è stato rinnovato in quanto Crusader Mill è sottoposto ad una ristrutturazione edilizia. In soccorso sono arrivati gli amici di Cloudwater che hanno messo a disposizione loro un piccolo spazio all’interno del proprio edificio nel Piccadilly Trading Estate per permettere a Track di realizzare un  “pop-up taproom e beershop”.  Dyson sembra intenzionato a lanciare una campagna di crowdfunding per espandersi e trasferire definitivamente il proprio birrificio nel Piccadilly Trading Estate, proprio di fronte a Cloudwater.

Le birre.  

Dopo le ottime impressioni sulla IPA Loose Morals realizzata in collaborazione con Wylam, vediamo altre due produzioni Track partendo dalla Pale Ale Half Dome (5.3%): il nome è ovviamente un riferimento all’enorme roccia di granito nella Yosemite Valley, mentre il mix di luppoli include  Galaxy, Citra e Simcoe. Nel bicchiere è di color arancio pallido, piuttosto velato, mentre l’esuberante schiuma, parecchio scomposta, ha lunga ritenzione. Cedro, bergamotto, mandarino, limone, fiori: il bouquet dominato dagli agrumi è fresco e pulito, intenso, elegante.  Al palato l’intensità cala un po’ di tono ma non ci si può lamentare visto che  stiamo parlando di una birra dalla gradazione alcolica contenuta. Sono sempre gli  agrumi a guidare le danze di una bevuta molto zesty, secca e pulita, sorretta da un sottofondo dolce di agrumi canditi ed ananas. In alcuni passaggi c’è davvero il rischio dell’effetto “aranciata”, dovuto anche al fatto che questa Pale Ale è praticamente priva di amaro e nel finale si spegne: personalmente credo che un po’ di quel carattere terroso-lemongrass tipico della tradizione anglosassone le gioverebbe moltissimo. Ma il suo  problema principale è l’eccessiva carbonazione, annunciata da un leggero gushing: se avete la pazienza di aspettare che le bollicine si calmino, berrete una birra molto pulita e ben fatta.

Passiamo a Paper Moon, una nuova NEIPA (6%) che ha debuttato lo scorso luglio a ritmo di Mosaic, Citra e Vic Secret. Anche lei si presenta di color arancio pallido, piuttosto torbido, e una schiuma fin troppo generosa e molto persistente. Il suo biglietto da visita è un naso fresco ed intenso, fine, molto pulito: ananas, arancia, cedro, lychee, pesca, accenni dank e floreali. Anche Paper Moo paga il pegno di una carbonazione troppo elevata che compromette quella morbidezza palatale che una NEIPA dovrebbe  avere. E anche i sapori sono meno definiti e meno eccitanti rispetto ai fuochi d’artificio dei profumi: diamo un po’ di colpa alle bollicine in eccesso, ma il calo d’intensità da profumi a sapori è un problema che affligge molte NEIPA.  Un po’ di delusione c’è, ma la bevuta è comunque di buon livello, un succo di frutta molto gradevole che termina con un  finale resinoso cortissimo. Il suo potenziale è un po’ inespresso e  bisogna aver un po’ di pazienza ed aspettare che la carbonazione si calmi un po’. A parte questo difetti che le fanno perdere un paio di punti, nel bicchiere c’è una NEIPA dal grande aroma e – fattore di importanza fondamentale per me – priva di quegli spigoli e di quelle ruvidezze  (hop burn) che spesso rendono meno piacevole  del previsto la bevuta di queste birre alla moda.
Nel dettaglio: 
Half Dome, 44 cl., alc.5.3%, lotto 06/08/2020, scad. 06/12/2020, prezzo indicativo 6,00 euro (beershop)
Track Paper, 44 cl.,  alc. 6.o%, lotto 15/07/2020, scad. 15/11/2020, prezzo indicativo 6,50 euro (beershop)

 NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

venerdì 9 ottobre 2020

L' artigianale al discount: Blondie American Pale Ale & Indie India Pale Ale (Aldi)


La birra artigianale non è a buon mercato e questo è sempre stato uno dei principali ostacoli alla sua diffusione: alla spina le differenze tra artigianale e industriale sono molto meno evidenti, ma nei negozi e supermercati è difficile spiegare ad un consumatore occasionale perché dovrebbe pagare una bottiglia di artigianale da 33 quattro volte quello che costa un’industriale da 66. Per cercare di entrare nella grande distribuzione ed aumentare i volumi i birrifici artigianali hanno usato diverse strategie: c’è chi ha semplicemente proposto i propri prodotti rinunciando ad una fetta di margine e c’è chi invece ha realizzato delle etichette ad hoc, dal costo contenuto, nel quale il nome del birrificio veniva rilegato tra le note di coda. In questo senso i pionieri furono Birra del Borgo con la linea Trentatre e il Birrificio Del Ducato con le BIA  Birra Artigianale Italiana.  Correva l’anno 2010, sembra passato un secolo: guarda caso si tratta di due birrifici che hanno poi venduto all’industria e che oggi non possono essere più considerati artigianali: il loro percorso nella grande distribuzione continua, con etichette diverse e con il proprio marchio ben in evidenza
I discount non si sono certi lasciati sfuggire l’occasione: l’artigianale al discount è secondo me una bella sfida: si può bere decentemente spendendo poco?   Uno dei primi esempi (2009) fu la gamma Lucilla prodotta da Amarcord per Eurospin; il birrificio di Apecchio è stato per molti anni l’unico punto di riferimento: nel 2014 alla Lidl è arrivata la gamma Arcana, tutt’oggi ancora presente, assieme alla IPA – Italian Pale Ale che non vedo in giro da un po’ di tempo. Pian piano quasi ogni discount, come del resto ogni supermercato, ha avuto le sue birre artigianali:  il birrificio La Granda le ha portate sugli scaffali del Dpiù (2015), Amarcord (2016) ha piazzato nei Penny Market e negli In’s la NYC IPA e la Postina IPAcloni della Italian Pale Ale.  Più di recente (2018) Toccalmatto è riuscito a strappare ad Amarcord gli scaffali dell’Eurospin,  rimpiazzando le Lucilla con il marchio La Brassicola. Tutto questo vale per il nord Italia, è possibile che i discount abbiano trovato accordi con altri birrifici locali nelle altre zone del paese. E quelle che vi ho elencato sono probabilmente solo una parte delle opzioni disponibili: sicuramente me ne sarà sfuggita qualcuna. 
Nel 2018 il discount tedesco Aldi è sbarcato in Italia ed ha rapidamente espanso la sua rete, condizione necessaria per poter attuare quella che da sempre è stata la sua politica: una gamma di prodotti “private label” molto estesa che ha coinvolto anche la birra. A collaborare con Aldi è stata Birra Flea di Gualdo Tadino (PG): a lei l’onere e l’onore di realizzare un’APA ed una IPA che siano buone e che costino poco (1,99 € la bottiglia  da 33, a volte offerta in sconto anche a 1,29 €) alle quali viene data una shelf-life di due anni. Missione impossibile? Vediamo.

Le birre.

Partiamo dall’American Pale Ale chiamata Blondie (5%): l’etichetta inneggia all’estate, il suo color dorato tendente al rame, sporcato da numerose particelle di lievito in sospensione, un po’ meno. La schiuma biancastra è generosa ed ha ottima ritenzione. Immagino che l’aroma non sia l’aspetto sul quale il birrificio si sia concentrato nello studiare una  ricetta “low cost” e il risultato si vede: intensità ai minimi termini, avverto giusto qualche lontano ricordo di pompelmo e marmellata d’arancia. Al palato ci sono un po’ troppe bollicine, visto che stiamo parlando di un’American Pale Ale: la bevuta parte dal dolce del biscotto e del caramello, apre e chiude una parentesi agrumata, si congeda con un finale amaro tra l’erbaceo ed il terroso che non brilla per eleganza. Non ci sono grandi difetti e nel complesso c’è una buona intensità,  sebbene il risultato finale sia un po’ sgraziato e grezzo. Per 2 euro direi che Blondie sia un compromesso accettabile,  si beve e porta a casa una sufficienza rosicata: speravo in un piccolo miracolo, ma se voglio un’APA profumata, pulita e fragrante devo rivolgermi altrove.

Passiamo alla IPA Indie (6.4%) il cui look è un salto indietro nel tempo di qualche anno, alle classiche IPA italiane 1.0: ambrata, molto velata, indossa un bel cappello di schiuma ocra molto persistente. L’aroma è anche in questo caso latitante: caramello, marmellata d’arancia, un lieve nutty che fa un po’ UK, accenni di bubblegum. Pulizia e intensità latitano. Anche Indie è un po’ troppo carbonata e al palato mostra perfetta corrispondenza con l’aroma, anche se l’intensità è più elevata. E questo non è sempre un pregio. Si parte con l’accoppiata biscotto-caramello per poi virare piuttosto bruscamente sull’amaro sgraziato terroso, resinoso e vegetale di un’abbondante luppolatura. Ed è questo il vero problema di tutte le IPA  del discount: quando si calca la mano col luppolo, e lo si fa con materie prime di seconda (o terza) scelta per tagliare i costi, il risultato è sempre negativo. Ne risulta una IPA (d’ispirazione inglese?) per niente armoniosa e squilibrata che assilla il palato con un amaro invasivo, pesante e rozzo, obbligando a frequenti pause che ne limitano la bevibilità. Anche l’alcool alza la testa in un finale da tutto dimenticare. No, grazie.  
Nel dettaglio:
Blondie APA, formato 33 cl., alc. 5%, scad. 09/07/2022, prezzo 1,99 Euro (supermercato)  
Indie IPA, formato 33 cl., alc. 6.4%, scad. 22/06/2022, prezzo 1,99 Euro (supermercato)  

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

mercoledì 7 ottobre 2020

Blech.Brut: Tile 692 IPA & Coat 54 IPA

Per ogni appassionato di birra un viaggio in Franconia è un viaggio nella tradizione: birre immutabili, un patrimonio da preservare e da scoprire per la prima volta o da ritrovare, a seconda della vostra esperienza. Ma chi in Franconia ci è nato e ci vive potrebbe non avere le stesse opinioni positive sulla tradizione. E’ il caso di Benedikt Steger, giovane irrequieto che voleva studiare sociologia, poi Ingegneria dello sport e ha poi finito per scegliere la birra: dopo un periodo di tirocinio presso il birrificio Zehendner a Mönchsambach si reca a Berlino, città in perenne evoluzione e fermento, in cerca di novità. Ma nella Berlino del 2012 il fermento che interessa a Benedikt  - birrifici e birra – è ancora in fase embrionale e offre poche opportunità. Lui vola allora a Londra dove ottiene un lavoro alla London Fields Breweryuna delle prime ad installarsi nell’area di Hackney. Jules Whiteway l’aveva fondata nel 2011 dopo aver finito di scontare una condanna di dodici anni per traffico di cocaina a celebrities e cantanti. La libertà di Whiteway non durò molto: alla fine del 2014 fu nuovamente arrestato per evasione fiscale e il birrificio, dopo anni di agonia ed incertezza, fu rilevato dalla Carlsberg nel 2017. 
Per Benedikt è meglio cambiare aria e nel 2015 alcune conoscenze lo aiutano a trovare lavoro a Parigi dove lavora all’avvio del brewpub Paname: la capacità dell’impiantino è però insufficiente a soddisfare la richiesta dei clienti e Benedikt si mette alla ricerca di un birrificio dove appaltare le sue ricette. La soluzione è tornare a casa in Germania alla Old Factory, neonata costola del birrificio Cambdedicata proprio alla produzione per conto terzi: là Benedikt conosce il birraio Enzo Frauenschuh che è anche titolare della beerfirm FrauGruber  e che lo “sfida” a far qualcosa di simile. 
Benedikt torna a Bamberga e nel 2018, terminato il congedo di paternità, lancia il suo marchio Blech.Brut, nome suggeritogli da un amico a Berlino che voleva realizzare sculture con le lattine usate: il foglio di metallo (Blech) e l’arte (Art Brut). L’idea – non originalissima – è di affiancare l’arte alla birra affidando di volta in le etichette ad un illustratore differente. Le ricette sono realizzate alla Camba Old Factory, nonostante le possibilità sotto casa non manchino:  potrei produrle qui a Bamberga, ma sarebbe difficile usare le lattine. All’inizio non pensavo di usare questo contenitore ma ripensandoci la parte grafica viene maggiormente valorizzata; dopo tutto il mio è una specie di progetto artistico. Non escludo in futuro di estenderlo alle bottiglie e lanciare il marchio Glas.Brut.  Enzo di Camba è diventato un amico; mi fido di lui e anche se faccio io le birre ho bisogno di lui. Gundelfingen è a due ore e mezza da Bamberga e non posso essere là tutti i giorni”.
Il focus è ovviamente sui luppoli: “li amo e mi piace sperimentare con loro. A Bamberga si producono delle lager eccellenti, ma sono tutte molto simili. Non ne voglio parlar male, ma se vai via per un po’da Bamberga e poi torni… ti accorgi che nulla è cambiato e nulla cambierà per il prossimo secolo. Io voglio dimostrare che con le nuove varietà di luppolo tedesche si può far qualcosa di diverso”. Del resto la “mission” che compare sul sito internet di Blech.Brut parla chiaro: “togliere la polvere della tradizione. Ci vogliono volti nuovi per portare la birra alle nuove generazioni. Abbiamo l’ambizione di voler ampliare gli orizzonti dei bevitori della Franconia ed espandere il loro concetto di birra. Vogliamo offrire ai bevitori di Schlenkerla un’alternativa alla moda”.  Un birrificio proprio? “E’ presto, ci vogliono capitali a disposizione. Ma averne uno è lo scopo che dovrebbe avere ogni persona che s’imbarca in un progetto di questo tipo. Io avrei anche lo spazio a disposizione nella casa dei miei genitori, visto che sono nato in una fattoria. Prima o poi avrò il mio birrificio, anche se di piccole dimensioni”.

Le birre.

In quasi due anni d’attività Blech.Brut ha prodotto circa 25 etichette diverse, una al mese. Una Imperial Stout e 24 sfumature di luppolo: Pale Ale, Session IPA, IPA,  Double e Triple IPA, NEIPA. Vediamone un paio partendo dalla Tile 692, NEIPA (7.1%) nella quale sono protagonisti  Citra, Galaxy, El Dorado e gli sperimentali HBC 692 e BRU-1. Visivamente simile ad un succo di frutta presenta una schiuma cremosa, piuttosto compatta e che mostra buona ritenzione. Il naso fa pensare a frutti tropicali molto maturi (mango e papaia) ma c’è una netta sensazione di menta/mentolo a scombinare un po’ le carte in tavola:  intensità e pulizia ci sono ma il mix non è dei più azzeccati, per quel che mi riguarda. Il gusto prosegue il percorso in linea retta:  è una NEIPA piuttosto dolce, ricca di frutta tropicale e albicocca matura che cala il sipario su di un aroma vegetale di discreta intensità e durata che lascia qualche graffio in gola (hop burn). Nel complesso ha buona intensità ma anche al palato c’è qualche sapore insolito e difficile da definire: birra gradevole, se non avete aspettative elevate.

Coat 54  (6.7%) è un’altra NEIPA dal design minimalista e freddo ed un mix di luppoli che include HBC 630, Mosaic e Palisade. Il suo color arancio è torbido ma luminoso, la schiuma è cremosa ed ha una buona persistenza. Dovrebbe aver debuttato alla fine di luglio e dopo due mesi d vita l’aroma offre davvero poco, per quel che riguarda l’intensità: pesca, ananas e altri vaghi ricordi di frutta tropicale. La bevuta è fortunatamente più intensa pur non brillando per pulizia ed eleganza. Il risultato è un succhino di frutta -  un po’ confuso ma gradevole - nel quale mi sembrano spiccare albicocca e papaia. Rispetto alla Tile 692 presenta molti meno spigoli, probabilmente grazie ad un amaro finale molto corto e quasi impercettibile. Buona secchezza, alcool ben nascosto, bevibilità un po’ limitata dalla sua pesantezza tattile al palato: masticabile (chewy) ma poco morbida, come la sorella. Paga il pegno di un aroma sotto tono ma il suo principale problema è la noia: per il resto, si beve con piacere.
Nel dettaglio:
Brut Tile 692,  44 cl., alc. 7,1%, scad. 16/01/2021, prezzo indicativo 7,00 euro (beershop) 
Brut Coat 54, 44 cl., alc. 6.7%, scad. 16/01/2021, prezzo indicativo 7,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

lunedì 5 ottobre 2020

Deya Brewing Company: Magazine Cover Session IPA & Invoice Me For the Microphone IPA

Theo Freyne ha fondato il birrificio Deya nel 2015 a Cheltenham, contea inglese del Gloucestershire:  evoluzione naturale di un hobby che si era particolarmente intensificato nell’ultimo anno all’università di Edimburgo, dove stava studiando storia. Per rendersi meglio conto di cosa significhi fare il birraio, Theo passa qualche settimana a lavare i fusti e ad osservare le produzione al birrificio Theakston.  Tornato a Edimburgo, continua il suo percorso  di apprendimento con un Master of Brewing and Distilling all Heriot-Watt. Ma il Regno Unito inizia già a stargli stretto, Theo è affascinato dalla birra artigianale americana e si reca per tre mesi in Colorado, al birrificio Odell, a fare un po’ di  pratica “I mesi che ho passato negli Stati Uniti hanno innalzato di molto le mie aspettative per quel che riguarda la birra. Odell, Firestone Walker, Russian River: tutto quello che riuscivo a bere era di molto superiore a quello che c’era nel Regno Unito. Mi resi conto dell’importanza dei dettagli nel determinare la qualità della birra”. Analisi sensoriali, utilizzo efficace ed efficiente delle materie prime, visita ai produttori di luppolo nella Yakima Valley: “se avessi fatto un anno di pratica alla Thornbridge e alla BrewDog sarei forse diventato un birraio più bravo, ma alla Odell ho davvero capito come si può fare il salto di qualità”: A Freyne non interessano solamente le tecniche produttive ma anche il modello di business messo di molti birrifici americani: legge i libri di Sam Calagione e John Palmer, assaggia Tree House e Trillium, visita The Alchemist e Hill Farmstead, dove ottiene da Shaun Hill preziosi consigli su come migliorare l’aroma della birra. 
Rientrato a casa elabora sul proprio impianto casalingo la ricetta della Steady Rolling Man, un’American Pale Ale molto luppolata d’ispirazione New England.  Suo padre continua a raccontargli le meraviglie delle Real Ales anglosassoni in cask, ma a Theo interessa solo la birra americana. Ottiene da famigliari ed amici le risorse economiche necessarie per dare il via a Deya Brewing Company -  il nome è un omaggio a Deià, località sull’isola di Maiorca -  che debutta come beerfirm nell’attesa di arredare casa, uno spazio da 380 metri quadri a Cheltenham, con un impianto da 16 ettolitri di seconda mano proveniente da Arbor Ales.  Ad aiutarlo arriva Gareth Moore, un birraio che Theo ha incontrato nel corso di un breve periodo di pratica alla Gloucester Brewery.
A maggio del 2016 Deya inaugura l’impianto e la taproom, elemento che Theo reputa fondamentale per il successo e per le proprie finanze: è quello che ha appreso negli Stati Uniti.  E’ il periodo in cui nel Regno Unito scoppia la moda dell’haze, del juicy o del New England che dir si voglia: Cloudwater è in cima alla lista dei desideri di ogni beergeek inglese, Northern MonkVerdant e Wylam seguono a ruota ma è la Steady Rolling Man di Deya ad essere votata dal popolo di Untappd come la miglior Pale Ale prodotta nel Regno Unito. L’anno successivo Deya aggiunge tre fermentatori da 40 ettolitri che permettono di raddoppiare la capacità produttiva: arrivano i primi inviti ai festival alla moda, come la Mikkeller Beer Celebration Copenhagen e l’Hop City organizzato da Northern Monk. Arrivano le collaborazioni e le produzioni one-shot per assecondare la  sete di novità del mercato: Deya sforna una trentina di etichette nuove ogni anno caratterizzate dalle belle grafiche di  Thom “Trojanowski” Hobson. La taproom assorbe la maggior parte di quello che Deya riesce a produrre: il resto della birra viene distribuita in fusto e lattine, ma Freyne non è molto soddisfatto dei risultati del “mobile canning” e per tutto il 2017 si concentra quasi esclusivamente sui fusti.  Il suo primo investimento del 2018 è l’acquisto di una linea di inlattinamento accompagnata da altri quattro fermentatori che portano la capacità annuale a 3500 ettolitri. 
Nel 2019 Deya trasloca dall’altra parte della strada: contratto d’affitto decennale per uno spazio da 2000 metri quadri nel quale viene installato un nuovo impianto da quaranta ettolitri che permette di decuplicare la capacità produttiva portandola a 35.000 ettolitri l’anno.  Il costo dell’investimento non è stato reso noto ma le risorse sono state reperite tramite famigliari, amici e un 10% di quote societarie ceduti a terzi. Freyne continua a seguire il modello americano: ancora più spazio alla taproom, merchandising e beershop, negozio online: le vendite dirette al consumatore finale arrivano a generare il 50% dei guadagni.  L’emergenza Covid-19 ha costretto anche Deya a rivedere in parti i propri piani: chiusi taproom e bar per diversi mesi, la produzione di lattine è stata intensificata per la gioia di beershop e distributori nel Regno Unito e in alcuni paesi europei.

Le birre.

Partiamo da Magazine Cover, una Session IPA (4.2%) che ha debuttato lo scorso marzo e nella quale sono protagonisti Citra e Mosaic e, in etichetta, un inquietante Andy Warcroc. 
Il suo giallo paglierino è piuttosto opaco come vuole la moda, mentre la schiuma è un po’ scomposta ma ha buona persistenza.  A tre mesi dalla messa in lattina l’aroma non è particolarmente eccitante, l’intensità è scarsa ma quel che c’è è pulito e abbastanza elegante: mandarino, lime, cedro, litchi, note floreali. Va un po’ meglio al palato, dove crackers e cereali danno il via ad un bevuta nella quale un tocco dolce di ananas anticipa un finale zesty, secco e moderatamente amaro. Non è un mostro d’intensità ma svolge la sua funzione – rinfrescare e dissetare – piuttosto bene. Dal carattere un po’ timido è comunque una di quelle birre che potresti bere per tutta la sera senza mai stancarti. Tre mesi di vita non sono un’eternità, anche se c’è stato il caldo estivo di mezzo: mi piacerebbe riprovare una lattina un po’ più giovane.

La IPA Invoice Me For the Microphone (6.5%) viene invece prodotta sin dal 2018: anche qui si va sul sicuro con l’accoppiata Citra-Mosaic. Visivamente ricorda un succo di frutta all’arancia e gli agrumi dominano un naso pulito, intenso ed elegante nel quale c’è anche posto per qualche immancabile frutto tropicale.  Qualche bollicina in eccesso elimina alla partenza le intenzioni di costruire quel mouthfeel morbido e cremoso che ha contribuito alla notorietà del sottostile NEIPA. Fedele all’aroma la bevuta regala un percorso succoso e ricco di agrumi, intenso e privo di spigoli o inutili estremismi, bilanciato da qualche accenno di mango, pesca e ananas: una birra moderna nella quale equilibrio e bevibilità non sono sacrificate sull’altare della moda. Chiude secca con un bel finale zesty, educato e corto: un amaro contenuto che si porta dietro qualche scia vegetale e un leggerissimo hop burn (grattino) che emerge solo quando si scalda. Alcool molto ben celato, IPA pulita e ben fatta: conferma che Deya merita il successo che in patria sta avendo.
Nel dettaglio: 
Magazine Cover, 50 cl., alc. 4,2%, lotto 16/06/2020, scad. 16/12/2020, prezzo indicativo 7,00 euro (beershop)
Invoice Me For the Microphone, 50 cl., alc. 6,5%,lotto 30/07/2020, scad. 30/01/2021, prezzo indicativo 8,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

lunedì 7 settembre 2020

Finix Brewing: Lumberjack Lager & Grind NEIPA

Alto Adige e birra: per andare oltre la naturale l’associazione con la tradizione tedesca basta recarsi a Perca, nella splendida Val Pusteria.  E’ qui, in una stradina secondaria che porta ai campi sportivi di tennis e calcio, che l’americano Zacharias “Zeke” Maamouri-Cortez ha aperto nel 2015 il Riverside Gastropub. Zeke è nato nel Maine ed è arrivato in Alto Adige nel 2006, portato dall’amore per le montagne e per lo sci: si dilettava con l’homebrewing dai tempi del college ma in Südtirol mancavano spazi e materie prime per continuare. Si “consola” completando la scuola alberghiera a Bressanone per poi andare a farsi le ossa cucinando nelle cucine di diversi ristoranti tedeschi e italiani come lo stellato Schote di Nelson Müller ad Essen e il tri-stellato Rosa Alpina di Norbert Niederkofler in Val Badia.  Esperienze che si riveleranno fondamentali nel momento di inaugurare con la compagna Petra Töchterle il Riverside Gastropub e portare un pezzo degli Stati Uniti (BBQ ed Hamburger, per semplificare) in Südtirol: “volevo smarcarmi dall’offerta tradizionale di questo territorio.  Nel mio ristorante uno ci deve venire apposta, non ci si passa per caso. Se avessi servito canederli e cucina sudtirolese, la cosa non avrebbe funzionato. Ci sono tanti posti eccellenti in cui fermarsi prima di arrivare qui, e comunque non è quello che volevo fare. Neanche questa struttura, così moderna, si addice alla cucina tradizionale di questo territorio. Ci voleva qualcosa di nuovo per cui i clienti avrebbero scelto di recarsi precisamente qui, alla fine della strada, sulle rive del Rienzo e in questo locale dallo stile molto moderno. Ho proposto quello che io sono, la mia cultura e la cucina della mia tradizione”. 
Ma per completare il puzzle manca ancora un pezzo: la birra, quella autoprodotta.  Dal 2006 ad oggi le cose sono cambiate anche in Alto Adige, dove molti birrifici si sono uniti alla piccola rivoluzione della birra artigianale italiana.  Con il supporto di altri microproduttori, Zeke ha accesso alle materie prime e torna a produrre birra tra le mura domestiche.  Nel 2019 un garage adiacente al Gastropub viene ristrutturato e Zeke adatta ed assembla con le proprie mani i pezzi di un impianto da 3,5 ettolitri proveniente dal Nebraska: nasce Finix Brewing.  L’American Blond Ale Pamela e la berliner ai lamponi Circle Like A Square sono le birre del debutto affiancate da alcune versioni sperimentali di New England IPA destinate poi ad evolvere nella Grind, la NEIPA della casa, alla quale s’affiancano la Wildcatter Milk Stout e la Pilsner Lumberjack.
E negli Stati Uniti viene catapultato anche chi capita per caso sul loro sito ufficiale e non ha il tempo di buttare l’occhio sull’indirizzo: il sito è tutto in inglese, le birre sono offerte in lattina, hanno grafiche moderne, il webshop dispone già di merchandising come magliette e bicchieri. Siamo in Italia? 
La Craft Beer Revolution USA ha decretato il successo delle lattine sulle bottiglie e Finix si è già dotato di “mobile canning”, un sistema di inlattinamento itineranante che può quindi essere usato anche da altri birrifici.  Qualche settimana fa Finix ha infine inaugurato la propria Taproom nella zona pedonale di Brunico: dieci spine e tre frigoriferi che ospitano anche altri birrifici, con un posto di riguardo agli amici di Birra Del Bosco.

Le birre.

Finix vuole portale in Sudtirolo la Craft Beer americana ma paradossalmente gli Stati Uniti hanno (ri)scoperto da un po’ di tempo la tradizione tedesca: numerosi birrifici hanno infatti inserito tra le loro spine lager e pilsner.  Non è quindi una sorpresa che lo scorso maggio Finix abbia fatto debuttare Lumberjack (5%), una pilsner classica (luppoli Tettnanger e Hallertauer Mittelfruh) che promette però di avere un “american touch”. Il suo colore è dorato e leggermente velato, la schiuma è impeccabilmente candida, cremosa e compatta. I profumi di crosta di pane, miele, floreali, erbacei ed una delicata speziatura danno forma ad un aroma pulito ed abbastanza elegante: un bel biglietto da visita per un percorso che continua al palato senza divagazioni ma con qualche leggero calo d’intensità (acquoso) che poteva essere evitato. Discreta secchezza, buona pulizia ed un finale erbaceo che pulisce bene il palato: ma per avvertire l’american touch mi devo lasciar suggestionare da qualche impercettibile accenno agrumato. Una buona pils, piacevole e molto scorrevole, una birra entry level che potrebbe essere strategica nell’avvicinare molti bevitori locali avvezzi alla scuola tedesca. Si poteva però osare qualcosa in più.

La NEIPA Grind (7.5%) parla invece un linguaggio assolutamente contemporaneo, a partire dal suo color torbido che ricorda visivamente un succo di frutta. Al naso ci sono freschi ed intensi profumi tropicaleggianti, soprattutto di mango e di ananas, note resinose e dank ma anche qualche accenno al vegetale e al cipollotto che rovinano un po’ la festa. L’intensità e degna di nota mentre per quel che riguarda la pulizia ci sono ancora margini di miglioramento. Il mouthfeel è piuttosto gradevole, leggermente chewy come vuole la scuola del New England ma comunque scorrevole. La bevuta è ricca ed intensa, con frutta tropicale e pesca a definire una NEIPA intensa e ben bilanciata: c’è qualche spigolo nel percorso d’uscita, in quell’amaro vegetale e resinoso che gratta un po’ il palato e obbliga a dilungare un po’ il tempo d’attesa tra un sorso e l’altro.  L’alcool si fa sentire solo a fine corsa in questa NEIPA che non ha paura di essere amara mostrando determinazione ed un carattere un po’ scorbutico che avrebbe bisogno di qualche limatina.
Nel dettaglio: 
Lumberjack, 44 cl., alc. 5%, lotto 203515, scad. 05/2021, prezzo indicativo 5,00 euro (birrificio) 
Grind, 44 cl., alc. 7.5%, lotto 204424, scad.  02/2021, prezzo indicativo 5,00 euro (birrificio)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

lunedì 31 agosto 2020

Liquida: Loki IPA & Don Quisciotte West Coast IPA


Il Birrificio Liquida è uno degli ultimi arrivati nel panorama italiano ma dietro alle quinte vi sono delle vecchie conoscenze: Luca Tassinati, Christian Bertoni e Luca Drudi. Partiamo da Tassinati, homebrewer che esordì tra i professionisti nel 2013 con la beerfirm ferrarese Monkey Beer  e diventò poi alla fine del 2016 birraio del birrificio umbro Altotevere, col quale due anni dopo riuscì a conquistare il titolo di birraio emergente dell’anno 2018. Christian Bertoni e Luca Drudi sono invece due appassionati birrofili ed homebrewers che nell’autunno del 2016 inaugurarono a Forlì, assieme al socio  Lorenzo Gramellini, il locale BiFor, nel quale è ovviamente protagonista la birra artigianale: al locale è collegata l’omonima beerfirm che nel 2019 ottenne alla manifestazione Birra dell’Anno la medaglia d’argento nella propria categoria di riferimento con la Black IPA Icaro. 
Il birrificio Altotevere è stato uno dei protagonisti alle spine del BiFor e sugli impianti in Umbria venne prodotta anche qualche etichetta BiFor. Tra Tassinati, Bertoni e Drudi si creò un bel rapporto professionale e personale: il birraio ferrarese cullava da tempo il sogno di possedere un proprio birrificio e i due amici romagnoli decisero di aiutarlo a realizzarlo.  I tre soci fondano il Birrificio Liquida e Tassinati lascia Altotevere per dedicarsi al nuovo impianto che trova casa ad Ostellato, nella “bassa” ferrarese, posizionato a metà strada tra il capoluogo emiliano e la costa adriatica. Le vicissitudini legate al Covid-19 hanno fatto posticipare il debutto di Liquida, molto atteso dagli addetti ai lavori, allo scorso 17 Giugno 2020 ovviamente alle spine del BiFor.
Liquida, bel nome e belle grafiche realizzate a Forlì,  fa riferimento allo “stato della birra come corpo fluido, in evoluzione, in crescita, che conserva il proprio volume ma che tende a prendere la forma del recipiente in cui è posto”.    Si parte “a tutto luppolo” con le IPA Don Quisciotte, Loki e la sorella maggiore Sierra Tonante; in luglio sono poi arrivate la Ploner Pils, la Session IPA Chopper a la Tripel Caronte, in agosto la witbier In Bloom.

La birra.

Loki è una delle prima birre realizzare da Liquida ma non affezionatevi troppo: si tratta in realtà di una IPA (5.5%) la cui ricetta varia ad ogni lotto (“mutevole come la forma e il carattere dell’omonima divinità norrena) e si differenzia per un diverso mix di luppoli.  Nello specifico ci occupiamo della primissima cotta dello scorso giugno realizzata con Sabro, Amarillo e Mosaic. In commercio troverete già la Loki DDH IPA Citra/Simcoe /Sultana e la Loki Sabro/Amarillo/Mosaic. 
Si tratta di un’interpretazione West Coast ma a voler essere pignoli il suo colore dorato è un po’ troppo pallido: la schiuma è candida, compatta ed ha ottima ritenzione. Pane e crackers, profumi floreali, pompelmo, mandarino, arancia, cedro, qualche accenno alla frutta tropicale: l’aroma è pulito ed elegante, abbastanza intenso. La bevuta è secca, moderna e non modaiola, molto ben bilanciata tra malti (pane, crackers), frutta tropicale e quegli agrumi che diventano rapidamente protagonisti per essere poi affiancati da note resinose in un finale amaro di buona intensità e persistenza. Ottimo anche il mouthfeel, che avvolge il palato senza pregiudicare la scorrevolezza di una birra che nasconde benissimo l’alcool ed evapora dal bicchiere molto velocemente. IPA semplice ma efficace, pulita, elegante: ottima esecuzione.

Restiamo al sole della California perché anche l’IPA Don Quisciotte (6.6%) è d’ispirazione West Coast:  i protagonisti sono Mosaic, Columbus e Citra. In questo caso il suo colore è perfettamente centrato: tra il dorato e l’arancio con una testa di schiuma cremosa e compatta, dalla lunga persistenza. Pompelmo, accenni di frutta tropicale, note dank (per i meno esperti: pensate alla marijuana): l’aroma non è esplosivo ma quello che conta, ovvero pulizia ed eleganza, c’è. Anche la Don Quisciotte risulta molto gradevole al palato: corpo medio, giusta carbonazione, morbida e leggermente cremosa al “tatto”: pane, miele, qualche accenno di frutta tropicale e di pompelmo tracciano un percorso lineare che culmina in un bel finale amaro, dank e resinoso, lungo e intenso. Gran bella interpretazione di West Coast IPA: pulita, con gli attributi al punto giusto e dalla grande bevibilità. 
In un periodo in cui molti birrifici cercano di produrre dei torbidi succhi di frutta con risultati spesso discutibili è davvero un piacere trovare due IPA di ottimo livello ispirate alla cara vecchia West Coast e rinvigorite da un tocco moderno: un debutto assolutamente positivo quello di Liquida. Ma da vecchio brontolone voglio trovare lo stesso un difetto: perché non indicare in etichetta la data di confezionamento? 
Nel dettaglio:
Loki, 33 cl., alc. 5.5%. scadenza 14/06/2021, prezzo indicativo 4,50- 5,00 € (beershop)
Don Quisciotte, 33 cl., alc. 6.6%, scadenza 15/06/2021,  prezzo indicativo 4,50- 5,00 € (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio