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giovedì 5 settembre 2019

Jester King Mad Meg Farmhouse Provision Ale

Birrificio, cucina, fattoria e sala per eventi: così si presenta al pubblico Jester King Craft Brewery, inaugurato nell’autunno del 2010 sulle colline di Austin, Texas, dai fratelli Jeffrey e Michael Stuffings. Li avevamo incontrati per la prima volta qui e oggi Jester King è tra i nomi più apprezzati dagli appassionati di birra artigianale in tutto il mondo. Fermentazioni spontanee e miste, utilizzo di acqua piovana e proveniente dal pozzo sottostante il birrificio, vasche di fermentazione aperte, utilizzo di prodotti raccolti direttamente nei ventitré ettari di terreno che circondano il birrificio: la filosofia produttiva di Jester è stata chiara sin dall’inizio, a partire dalla prima birra prodotta che fu chiamata Commercial Suicide: facciamo quello che piace bere a noi.  Il “suicidio commerciale” (una Farmhouse Milad Ale,. 2.9% ABV  fermentata in foeders di legno) era debuttare con una birra lontana anni luce dagli stili che andavano (e vanno tutt’ora) di moda nella craft beer americana. Del resto le loro muse ispiratrici sono sempre state il Belgio delle fermentazioni spontanee e Jolly Pumpkin, birrificio del Michigan. 
Il tempo ha dato ragione ai fratelli Stuffings che oggi si godono il loro successo e vedono le loro birre arrivare quasi in ogni angolo del mondo: la gente forma lunghe file al birrificio per accaparrarsi alcune delle bottiglie più ricercate, soprattutto le varianti di Atrial Rubicite, birra acida ai lamponi che matura in legno. Al Belgio Jester King rende tributo con la linea chiamata SPON, 100% fermentazioni spontanee che vengono poi solitamene assemblate in blend di tre anni: esattamente come accade con lambic e gueuze. I prezzi sono invece molto poco popolari: 25 dollari circa per una bottiglia da 37,5 centilitri al birrificio.
Partecipazioni a festival e collaborazioni sono ormai una consuetudine; per assaggiare un po’ di Jester King non è necessario recarsi in Texas anche se ovviamente la visita al birrificio e alla fattoria, con diversi tour guidati gratuiti che avvengono sabato e domenica pomeriggio, è assolutamente consigliata.

La birra.
Mad Meg, ovvero Margherita la Pazza: questa Farmhouse Provision Ale di Jester King deve  il proprio nome al dipinto Dulle Griet realizzato nel 1561 da Pieter Bruegel il Vecchio e conservato nel museo Museo Mayer van den Bergh di Anversa. Nel 2017 è stato sottoposto ad un restauro durato quasi due anni. Dulle Griet è una strega del folklore fiammingo “probabile personificazione dell’avarizia o alterazione popolaresca della figura di santa Margherita d’Antiochia, la santa che sconfisse il demonio semplicemente pregando. Bruegel la rappresenta al centro del dipinto, mentre si dirige armata di spada e con addosso un'armatura, verso la bocca antropomorfa dell'Inferno. Reca con sé un forziere sotto il braccio, due panieri e una sacca pieni di varie cianfrusaglie.  Attorno a lei, un paesaggio da incubo, che ricorda il pannello di destra del Giardino delle delizie di Bosch, quello raffigurante l'inferno. Rovine, combattimenti, strane navi, creature ibride mostruose popolano l'intera opera.  In mezzo al caos, avanza con impeto Greta, rappresentata come una donna magra e allampanata, ma dalle dimensioni sproporzionate e dallo sguardo allucinato. Si dirige verso l'inferno? Va a combattere contro il demonio? Molte sono le interpretazioni, ma spesso non siamo più in grado di comprendere il linguaggio, denso di riferimenti simbolici, allegorici e alchemici, parlato da questi dipinti. Difficile dare un'interpretazione adeguata di quest'opera. Sappiamo solo che in alcune farse popolari dell'epoca, la pazza Margherita personificava soprattutto la donna collerica che dà sfogo alla sua rabbia, una di quelle che, come dice un vecchio proverbio, “possono saccheggiare la soglia dell’inferno e tornare incolumi”.  Dulle Griet, una donna che dà sfogo alla sua rabbia: a qualcuno ricorda qualcosa?  
La ricetta della birra, che ha subito molte modifiche negli anni,  è invece molto più semplice del dipinto alla quale si ispira: quella attuale dovrebbe prevedere malto Pilsner francese, frumento, un tocco di Caramunich e Acidulato, luppolo Saaz della Repubblica Ceca e il “farmhouse yeast” della casa. Prodotta per la prima volta nel 2010 solo in fusto, Mad Meg è stata imbottiglia a partire dal 2012 ed è oggi prodotta con buona regolarità. 
Dalla cantina recupero una bottiglia lotto numero 16, nata a gennaio 2017. L’apertura presenta qualche problema: gushing lento ma inesorabile, bicchiere ricolmo di schiuma compatta e pannosa che non accenna a dissiparsi. Bisogna armarsi di pazienza e attendere qualche minuti per riuscire a comporre un bicchiere di birra. Il suo colore oscilla tra l’arancio ed il dorato, leggermente velato. L’aroma è caratterizzato da un carattere rustico/funky delicato, quasi educato: fiori, paglia, qualche accenno di sudore ma soprattutto scorza di limone, polpa d’arancia, frutta a pasta gialla. Il percorso continua al palato in modo perfettamente coerente:  s’aggiungono i malti (miele, biscotto e cereale) e un bel taglio acidulo/lattico stempera il dolce dell’albicocca e della pesca. Degno di nota è anche l’amaro che chiude il percorso: terroso, zesty, erbaceo, pepato, a tratti pungente. L’alcool dichiarato è avvertibile solo quasi a fine corsa ed è sorprendente avere nel bicchiere una birra da quasi 9 gradi così rinfrescante e dissetante, vivacemente carbonata. 
Jester King dichiara apertamente d’essersi ispirato alle produzioni della Brasserie Thiriez e alla Avec Les Bons Vœux della Brasserie Dupont. Difficile fare il confronto con la Dupont, molto diversa, ma in ogni caso l’esercizio di Jester King è molto ben riuscito: ottima bevibilità per una birra dall’alto contenuto alcolico che rischia di mandare al tappeto chi si trova col bicchiere in mano.
Formato 75 cl., alc. 8.9% IBU 25 (?), lotto 16, imbott. 23/01/2017, prezzo indicativo 16.00-25.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 14 novembre 2018

Jester King / Perennial Artisan Ale Enigmatic Taxa

Sono 1400 i chilometri che separano St. Louis, Missouri, da Austin, Texas: un viaggio attraverso le grandi pianure dell’Oklahoma che si svolge quasi tutto lungo la Interstate 44, una delle principali autostrade degli Stati Uniti centrali che core oggi su quello che sino al 1950 era parte della mitica Route 66. 
A St. Louis si trova Perennial Artisan Ales (qui gli incontri precedenti), birrificio fondato dal birriario Phil Wymore assieme alla moglie Emily, che dopo aver lavorato alla Grindstone (Columbia, Missouri), alla Goose Island ed alla Half Acre (Chicago) ha deciso di ritornare in Missouri per inaugurare il proprio birrificio, con l’intento dichiarato di “puntare ai beergeeks. Vogliamo fare birre per le quali la gente si entusiasmi”. Promesse mantenute, soprattutto se si guarda all’hype che aleggia attorno ad alcune delle loro imperial stout barricate. 
Altra “vecchia conoscenza” del blog è Jester King Craft Brewery, birrificio texano di Austin che ha aperto le porte nel 2010: a guidarlo i fratelli Jeffrey e Michael Stuffings. Dal 2013 Jester King ha deciso di focalizzarsi esclusivamente sulle fermentazioni miste e spontanee e, dal 2015, si definisce una vera e propria Farmhouse Brewery avendo acquistato altri 58 acri di terreno nei quali coltiva frutta e verdura.  Anche in Texas non sono immuni all’hype, con beergeeks che spesso si mettono pazientemente in fila per ore per acquistare bottiglie. 
Jester King e Perennial hanno in comune l’amore per la tradizione belga, anche se in Missouri l’hanno un po’ “trascurata” (virgolette d’obbligo) in favore delle imperial stout, stile che invece Jester King ha quasi completamente abbandonato, eccezion fatta per la Black Metal. Non poteva quindi che essere il Belgio il terreno sul quale confrontarsi ed incontrarsi per una collaborazione, chiamata Enigmatic Taxa, che è stata realizzata nel 2017; Stuffings di Jester King ammette di amare le Hommel Bier realizzata da Perennial, a sua volta ispirata dalla a noi più nota Poperings Hommelbier prodotta dal birrificio Van Eecke, una Belgian Ale generosamente luppolata con oli Brewer's Gold ed Hallertau raccolti nei vicini campi di Poperinge. Nella Hommel Bier di Perennial, birra con la quale il birrificio di St. Louis debuttò nel 2011, ci finirono però luppoli americani (Chinook, Columbus e, in dry-hopping, Simcoe, Cascade e Mt. Hood). Jester King ha invece intenzione di mettere in pratica quella che è una delle sue specialità: inoculo spontaneo di lieviti e fermentazioni in foudres di legno.

La birra.
L’acqua è quella proveniente direttamente dal pozzo del birrificio di Austin; i malti sono Abbey, Biscuit e Carafoam, i luppoli  Zythos, Cascade e Simcoe.  In una notte di febbraio 2017, Jester King e Perennial mettono a raffreddare il mosto nella coolship all’aria aperta aggiungendo scorza e succo di pompelmo fresco. La mattina successiva avviene il travaso in botti di legno:  nei foudres è stato lasciato il lievito utilizzato per fermentare la birra precedente, la brown ale Ol Oi. Dopo due mesi la birra è stata trasferita in tini d’acciaio per effettuare un dry-hopping di Cascade, Simcoe e un luppolo sperimentale della Oregon Hophouse chiamato X17; l’imbottigliamento è avvenuto il 15 maggio 2017 e la birra è stata poi fatta maturare per quattro mesi prima di essere messa in vendita, il 15 settembre alla tasting room del birrificio.  2700 bottiglie disponibili al costo di 14 dollari cadauna. 
Il suo colore è dorato antico, leggermente velato: leggero gushing, schiuma biancastra compatta e cremosa, praticamente indissolubile. Al naso pompelmo e limone sono accompagnati da note funky di legno, sudore, cantina e cuoio; man mano che la birra si scalda emergono in sottofondo piacevoli note di ananas e frutta a pasta gialla. Al palato le vivaci bollicine sono ammorbidite da accenni cremosi in sottofondo che non t’aspetteresti di trovare; il risultato è comunque azzeccatissimo. La bevuta è molto secca e caratterizzata dall’asprezza di pompelmo, limone, lime, mandarino e, in tono minore,  uvaspina e  mela verde; la componente rustica/funky si  snoda attraverso terra, cuoio, legno e cantina. Si chiude ovviamente con l’amaro della scorza d’agrumi ma c’è spazio anche per qualche tannino: è una birra estremamente rinfrescante e dissetante che, se lasciata riscaldare, regala anche qualche inatteso spunto vinoso.
Dietro ad un’apparente semplicità ci sono piccoli dettagli a creare una sorprendente complessità: non è il paradiso ma il risultato finale mi sembra di livello piuttosto alto.
Formato 75 cl., alc. 6.9%, 30 IBU, lotto 05/2017, prezzo indicativo 17.00-28.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 18 giugno 2018

Au Baron / Jester King Noblesse Oblige

La Brasserie Au Baron si trova in Francia a Gussignies (Nord-Passo di Calais) ma il confine con il Belgio è letteralmente a poche decine di metri. E’ qui che Alain Bailleux ha finalmente realizzato il sogno di famiglia, possedere un microbirrificio. Ci aveva già provato il padre Roger, impiegato prima presso il birrificio belga Cavenaile e poi in giro per il mondo come tecnico per una multinazionale: nel suo lavoro vedeva spesso piccoli birrifici chiudere dopo essere stati acquistati dai grandi marchi. 
Non è riuscito a concretizzare il suo sogno di aprirne uno, ma a quello ci ha pensato il figlio Alain. Diplomato in chimica, acquista una casa di campagna nel villaggio di Gussignies: a pochi metri di distanza c’è un’ estaminet, un café  chiamato Au Baron il cui proprietario, ormai anziano, vuole vendere. Nel 1973 avviene il passaggio di consegne ma c’è un problema: per mantenere i permessi e le licenze il locale non dev’essere chiuso e quindi per alcuni anni  Alain Bailleux alterna al suo lavoro di chimico a quello di “barista” nei weekend. Inizialmente ai clienti vengono servite solo bevande, poi anche qualche snack e i primi piatti caldi: nel 1982 decide di trasformare l’attività in un vero e proprio ristorante che, nel giugno del 1989, viene affiancato dal microbirrificio Brasserie Bailleux, in seguito rinominato Brasserie Au Baron. 
A quasi trent’anni dall’apertura non è cambiato molto a Gussignies: si continuano a produrre le stesse sette-otto birre (con piccoli aggiustamenti a seconda della reperibilità delle materie prime) e l’80% della produzione è destinata al mercato locale. Al birrificio lavorano quattro persone, al ristorante altre nove. Il carattere “autentico” e rustico delle birre di Bailleux non è sfuggito all’importatore americano Shelton Brothers che ha iniziato a distribuirle negli Stati Uniti e nel 2015 il birrificio ha aumentato la propria capacità portandola da 1700 e 2500 ettolitri l’anno. Il ristorante è aperto tutti i giorni escluso il martedì nei mesi di giugno, luglio e agosto; nei restanti mesi dell’anno solamente da venerdì’ a domenica. 
Ricordo ancora con grande piacere la saison/bière de garde della casa, chiamata Cuvée des Jonquilles, un oasi di pace tra numerose birre imbevibili incontrate nel corso di una vacanza nel nord della Francia di otto anni fa.

La birra.
La Brasserie Au Baron si mantiene ben lontano dalle mode, dal marketing e da tutto quello di artificioso che circonda oggi la birra “artigianale”. E’ quindi quasi una sorpresa scoprirlo protagonista di una collaborazione con i texani di Jester King, birrificio specializzato in farmhouse ales e lieviti selvaggi che ama la tradizione belga ma che, volente o nolente, deve sottostare alle tendenze del mercato americano e accogliere, di tanto in tanto, centinaia di persone che si mettono in fila per acquistare alcune delle birre più famose. 
Noblesse Oblige è il nome scelto per una saison/bière de garde (4.7%) la cui ricetta prevede malti Pilsner e Monaco, miele, luppoli Brewers Gold, Sorachi Ace, Cascade e Simcoe, questi ultimi tre portati evidentemente in dote dagli Stati Uniti.  La birra viene prodotta nel 2016. Il suo colore è dorato e movimentato da piccole particelle di lievito in sospensione; un leggero gushing movimenta un po’ lo stappo, mentre l’esuberante schiuma pannosa sembra non voler mai scomparire.  Il miele indicato tra gli ingredienti  si fa sentire subito al naso ed è accompagnato da un bel bouquet rustico: profumi floreali, di paglia, pane e cereali, accenni di frutta a pasta gialla e agrumi. Non c’è molta intensità ma l’aroma è molto gradevole.  Le bollicine sono un po’ troppo aggressive anche per una saison, ma basta aver un po’ di pazienza per godere di una bière de garde ruspante il cui gusto mostra una corrispondenza quasi perfetta con l’aroma. Pane e miele, lievi accenni di frutta a pasta gialla, una delicata speziatura e una virata amara finale abbastanza decisa, anche se breve: alla scorza di agrumi s’aggiungono note terrose. Tutta la bevuta è attraversata da una bella acidità  e il risultato una birra solare, scorrevolissima, secca, rinfrescante e dissetante.  Semplice ma autentica, rustica, con piacevoli imprecisioni ed ellissi che in questo caso rappresentano un valore aggiunto e non un difetto: ciò vale anche per il contributo dei luppoli americani a due anni della messa in bottiglia. Anche questo rientra nei parametri dello stile. Quando stappo una saison vorrei sempre trovarci dentro un pezzo di campagna, e qui non manca. 
Formato 75 cl., alco. 4.7%, scad. 31/12/2018, prezzo indicativo 9.00-10.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 14 giugno 2016

Amager/Jester King: Danish Metal

Eccoci ad un nuovo capitolo nella serie delle collaborazioni americane del birrificio danese Amager. Come sempre il fattore scatenante è la  CBC, ovvero la Copenhagen Beer Celebration, un evento che rende per un weekend all’anno la capitale danese uno dei luoghi più ambiti da beergeeks e che al tempo stesso porta in Danimarca numerosi birrai stranieri. 
Nonostante non sia Amager ad organizzare la CBC, nei giorni precedenti o posteriori all’evento alcuni birrifici si recano presso il birrificio danese, nei pressi dell’aeroporto di Copenhagen, per realizzare una birra collaborativa. Le birre vengono poi solitamente presentate a luglio, nel corso dell’American Day che si tiene ogni anno da Amager  il quattro di luglio, tra musica rockabilly ed esibizioni di Harley Davidson Nell’edizione 2014 fu il turno di  Orange Crush, una Session IPA realizzata con Cigar City, Todd - The Axe Man, un’American IPA con Surly Brewing, Shadow Pictures, una Double IPA assieme a Grassroots Brewing e Danish Metal realizzata con i texani di Jester King. 
Dopo aver già assaggiato le altre tre, è il momento di chiudere il cerchio con l’ultima rimasta.  L’idea di Morten Valentin Lundsbak, Jacob Storm (Amager),  Ron Extract e Garrett Crowell (rispettivamente uno dei fondatori e head brewer di Jester King)  è di mettere mano alla Imperial Stout  texana chiamata della Black Metal, della quale esistono già due versioni. Una prodotta con lievito farmhouse, assaggiata in questa occasione, ed una con English Yeast che Jester King ha smesso di produrre. La collaborazione punta a riesumare proprio questa birra, cambiandone leggermente gli ingredienti. Quella originale prevedeva malti Pale, Black, Chocolate, Caramalt, Carafa, Dark Crystal e orzo tostato,  luppoli Millennium ed East Kent Goldings;  quella elaborata assieme ad Amager parla invece di malti Maris Otter, Caramunich, Brown, Black, Chocolate, Carafa 3, Dark Crystal e orzo tostato; solo un luppolo utilizzato, il Polaris.

La birra.
Dal “Dark Metal” texano si passa quindi al “Danish Metal”, una birra che sfoggia anche un’etichetta meno minacciosa realizzata da Simon Hartvig Daugaard, fido collaboratore di Amager.
Il bicchiere si riempie subito di una cremosa ed esuberante schiuma color cappuccino che obbliga ad una lunga attesa prima di riuscire a comporre un bicchiere decente; è un’imperial stout assolutamente nera che regala profumi di caffè e tostature con accenni più dolci di fruit cake imbevuto di liquore e liquirizia. Intensità, eleganza e pulizia sono complessivamente buone ma non mandano in estasi chi avvicina il naso al bicchiere. L’irrequietezza della schiuma come c’era d’attendersi si manifesta purtroppo in una carbonazione eccessiva che mal si abbina con lo stile, disturbando parecchio la percezione dei sapori: il mouthfeel risulta troppo spigoloso, nonostante una consistenza oleosa che riesce a renderla bevibile senza ricorrere a quella masticazione che spesso le imperial stout scandinavi richiedono. Il gusto ripropone in toto l’aroma, con l’amaro del torrefatto e del caffè  bilanciato dal dolce di caramello e liquirizia; in sottofondo fa ogni tanto capolino un pochino di salsa di soia, mentre l’alcool (10%) non alza mai la testa più del dovuto irrobustendo e riscaldando la bevuta quanto basta. Gli elementi in gioco sono pochi e neppure disposti con quella maniacale pulizia/eleganza che sarebbe necessaria: chiude piuttosto amara di caffè e tostature che a tratti sconfinano un po' nel bruciato. Bottiglia solo discreta, davvero penalizzata da troppe bollicine, rimane la delusione per l'incontro di due birrifici che solitamente lavorano molto bene. 
Formato: 50 cl., alc. 10%, lotto 880, scad. 09/2019, 9.00 Euro (beershop, Italia).

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 12 agosto 2014

Jester King El Cedro

Credo che in un improbabile concorso di etichette di birra i texani di Jester King avrebbero grandi possibilità di arrivare in finale: ve li ho presentati in questa occasione, e dopo la bellissima Black Metal Imperial Stout ecco l'ugualmente splendida etichetta di El Cedro. Avevamo lasciato Jester King ad inizio 2013 impegnato a combattere contro la rigida legge  texana TABC (Texas Alcohol and Beverage Commission); la battaglia è stata vinta a giugno di quello stesso anno. Ai birrifici texani è ora permesso avere una "tasting room" e vendere direttamente ai clienti la birra da bere sul posto (in precedenza potevano solamente offrire assaggi gratuiti abbinati alla visita degli impianti), mentre a chi ottiene la licenza di "brewpub" è consentito vendere la birra non solo per il consumo sul posto ma anche da "asporto" direttamente ai clienti e ai distributori, per la vendita dentro e fuori dal Texas. Sino ad allora, un brewpub poteva esclusivamente vendere la propria birra a chi la beveva all'interno del proprio locale. Per chi vuole approfondire, segnalo questo articolo.
Ma torniamo alla bella etichetta di questa El Cedro, una "hoppy cedar-aged ale with brettanomyces"; più che di una etichetta si tratta quasi di un poster: avvolge tutta la bottiglia, da fronte a retro: liscia, lucida, impreziosita da dettagli "dorati", raffigura il mostruoso volto di un albero (di cedro?). Molto dettagliata la lista degli ingredienti: malti Two Row e Carapils, frumento biologico maltato, un bouquet di luppoli che, a seconda della disponibilità, include Millenium, Cascade, Columbus, Citra (anche in dry-hopping) e Simcoe, lievito di tipo farmhouse. Una volta pronta, la birra viene messa a maturare su delle spirali di legno di cedro spagnolo e quindi imbottigliata con l'aggiunta di brettanomiceti. Tanta roba, insomma, per una di quelle birre che ti fanno sempre dubitare su quale sia il momento giusto per berle: fresche, per godere della freschezza dei luppoli, o dopo qualche mese/anno, per far sì che emerga il lavoro dei brettanomiceti? Considerando che la birra viene dagli Stati Uniti, ho escluso per principio la prima opzione (sarebbe stato comunque troppo tardi) ed ho lasciato la bottiglia, prodotta a novembre 2012, per qualche mese in cantina.
Questa Belgian Strong Ale (o Framhouse Strong Ale) arriva nel bicchiere di colore arancio, opaco; la schiuma è bianca, cremosa e "croccante", dalle dimensioni generose e dalla ottima persistenza.  Il naso è complesso ed interessante, pur non essendo un elogio al pulito: il bouquet di profumi, che forse non vanno molto d'accordo tra loro, comprende acido lattico, vaniglia, limone, pesca, marmellata d'arancio, legno e terra umida, qualche sfumatura di lampone ed erbacea. Al palato rivela un corpo medio, una carbonazione abbastanza sostenuta ed una buona presenza che però non pregiudica la scorrevolezza della bevuta. Troviamo note di crackers, e di vaniglia, marmellata d'agrumi, bilanciate dall'amaro erbaceo e terroso; l'alcool (8%) è ben nascosto, e sono altri gli elementi a rendere questa El Cedro meno fruibile del previsto. Le note di legno e di vaniglia mettono un po' in ombra il resto della birra che, a dispetto del suo colore quasi solare, tende invece ad incupirsi con abbondanza di legnoso e di terroso. Il risultato pende di più verso il "sorseggiare" che il bere a grandi sorsi, e una lieve acidità non aiuta molto a stemperare una birra complessa ma soprattutto complicata da bere. Il prezzo tutt'altro che economico è altra benzina sul fuoco, e alla fine il pensiero va a quelle "farmhouse" belghe che costano un quinto e che non ti rendi nemmeno conto di bere tanto finiscono in fretta. Nei siti di beer-rating prende voti altissimi, e quindi: a) mi prendo umilmente la colpa di non aver capito questa birra; b) mi appello alla famosa "bottiglia sfortunata".
Formato: 75 cl., alc. 8%, lotto #1 nov. 2012, scad. 11/2015, pagata 20.00 Euro (beershop, Italia).

lunedì 28 gennaio 2013

Jester King Farmhouse Black Metal Imperial Stout

Ospitiamo oggi un nuovo birrificio, si tratta degli americani della Jester King Craft Brewery, fondato nell’autunno del 2010 ad Austin, in Texas. E’ giudato dal birraio Jeffrey Stuffings, aiutato dal fratello Michael e da Ron Extract. Un birrificio giovane che è però partito subito a tutta velocità cimentandosi in molti diversi stili: dalle fermentazioni spontanee agli invecchiamenti in botte, dalla Berliner Weisse alle Saison, passando per imperial stout (anche in versione sour) ed alcune collaborazioni con Mikkeller che hanno portato l'attesa risonanza nell’affollato panorama dei Beer Geeks. Non è comunque facile produrre birra in Texas, dove è ancora in vigore una severa ed ormai obsoleta regolamentazione (TABC - Texas Alcohol and Beverage Commission) sulla produzione e sulla somministrazione delle bevande alcoliche, con molti scheletri rimasti dall’epoca del proibizioismo. Ad un birrificio è ad esempio vietato vendere la birra direttamente ai consumatori finali; niente “tasting room” quindi, ma solo degustazioni gratuite abbinate al tour del birrificio. Ad un brewpub è invece concessa la somministrazione di birra a pagamento ai propri clienti, ma non è permessa la distribuzione commerciale al di fuori dei locali. Mentre i più numerosi produttori vinicoli Texani sono riusciti a far modificare la TABC, ed a farsi concedere il permesso di vendere direttamente il proprio prodotto, il numero più esiguo di birrifici non ha ancora trovato i giusti appigli per scardinare la diverse lobbies che al momento mantengono in vigore questa situazione che favorisce ovviamente chi distribuisce la birra nei confronti di chi la produce. Jester King sin dalla nascita ha iniziato la battaglia per modificare la TABC, ed i primi risultati stanno iniziando ad arrivare; nel 2011 un giudice ha obbligato la TABC a modificare alcuni dei suoi articoli, in particolare quello che vietava ai birrifici di comunicare al pubblico in quali negozi si possono trovare le proprie birre. Prima di questa modifica, la classica sezione sul sito internet del birrificio “where to buy” sarebbe stata illegale. Altre modifiche del 2011 hanno riguardato le informazioni da riportare sull’etichetta; in precedenza, potevano essere definite “birra” solamente quelle con un ABV compreso tra 0.5 e 5%; per le gradazioni alcoliche superiori  era necessario utilizzare la terminologia “ale” o “malt liquor”. Le conseguenze di questa legge erano che nessuno poteva far pubblicità in Texas includendo la parola “birra” di qualsiasi “birra” che avesse un ABV superiore al 5% ; allo stesso modo non era possibile per i commercianti e distributori Texani mettere in vendita nessuna bottiglia con ABV superiore al 5% la cui etichetta riportasse la parola “birra”. Per molti texani, insomma, l'unico modo di mettere le proprie mani su una bottiglia di craft beer  era andare a fare spesa oltre confine. Era senz'altro meno problematico acquistare un fucile. Da luglio 2011 i birrifici texani possono chiamare i loro prodotti con qualsiasi nome (beer, ale, malt beverage) indipendentemente dalla percentuale di alcool, purché questa sia riportata in etichetta. 
La produzione di Jester King viene principalmente imbottigliata (75 cl.) ed in quantità minore infustata; l’amore del birraio Jeffrey Stuffings per un certo tipo di musica è evidente dal nome e dalla etichetta di questa farmhouse ale, Farmhouse Black Metal. Si tratta di una imperial stout prodotta con acqua del pozzo del birrificio, malti Pale, Black, Chocolate, Caramalt, Carafa, Dark Crystal e orzo tostato; i luppoli sono Millennium ed East Kent Goldings, il lievito è farmhouse.
Il colore tiene fede al nome: assolutamente nera, splendida, con generoso cappello di schiuma color marrone chiaro: molto cremosa e molto persistente, come mostra la foto in calce al post.  Aroma elegante ed opulente: cioccolato amaro, orzo tostato, caffè, sentori di frutti di bosco (mirtilli); più nascosti troviamo un leggero affumicato e qualche sentore terroso, quasi umido. Ottime premesse, che il gusto non disattende: il corpo è medio-pieno, con una carbonazione abbastanza sostenuta per lo stile. C'è corrispondenza con il naso: caffè, cioccolato amaro, tostature, mirtilli; la texture è oleosa, con una leggera acidità a snellire la bevuta ed a ripulire il palato ad ogni sorso. Il finale è un ritorno all'inizio, con un intenso retrogusto amaro, molto persistente, carico di caffè, tostature, cenere e tabacco; l'alcool (9%) è molto ben nascosto per tutta la bevuta, regalando solamente nel retrogusto una piacevolissima nota di bourbon che riscalda ben sposandosi con una nota pepata, quasi piccante. Imperial Stout sontuosa, peccato per la carbonazione un po' troppo alta che la rende meno morbida in bocca di quello che potrebbe essere; molto soddisfacente ed appagante, liquido che arriva in Italia ad un prezzo molto poco economico ma che non fa rimpiangerne l'acquisto. Formato: 75 cl., alc. 9%, lotto e scadenza non riportati, prezzo 18.00 Euro (beershop, Italia).