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martedì 29 ottobre 2019

Tempest In The Dark We Die

Il destino è stato crudele ma forse non casuale: le Black IPA erano nate come un divertissement, a partire da quell’ossimoro (Black-Pale) contenuto nel loro stesso nome, e in quanto nonsense hanno avuto vita relativamente breve.  La loro popolarità negli Stati Uniti, mercato che le ha inventate, è durata un lustro (2009-2014) obbligando in quegli anni praticamente ogni birrificio ad averne una nel proprio portfolio: oggi nessuno o quasi le vuole più. Potremmo considerare il 29 gennaio 2015 la data della morte delle Black IPA: quel giorno il birrificio americano Stone Brewing annunciò che a causa della scarse vendite la propria Sublimely Self Righteous Ale, Black IPA molto ben riuscita che per anni aveva dominato le classifiche del beer-rating, sarebbe andata in pensione. In teoria non sarebbe una grande perdita: dopo tutto per definizione le Black IPA dovevano essere in tutto e per tutto delle IPA, eccetto che per il colore e quindi inutili. Ma spesso i birrifici non riuscivano a realizzare completamente quella illusione ottica ed il risultato erano delle IPA ibride e piacevolmente complesse che presentavano accenni di caffè, torrefatto, cioccolato.  Beergeeks ed appassionati amavano discuterne davanti al bicchiere: era davvero una Black IPA? O una porter molto luppolata? Una Cascadian Dark Ale? 
Il birrificio scozzese Tempest, che abbiamo già incontrato in numerose occasioni, è attivo dal 2010 ed ha prodotto la sua prima Black IPA, In The Dark We Live, nel 2013: in Europa siamo sempre un po’ indietro rispetto agli USA e la richiesta per le Black IPA è andata scemando con qualche anno di ritardo. Alla Tempest non si sono però persi d’animo ed hanno cercato di rivitalizzare uno stile ormai decaduto: nel 2017 è infatti arrivata In The Dark We Live Fruit Edition, con aggiunta di ribes nero, more e lamponi neri e, da buoni testardi (scozzesi), nel maggio del 2019 hanno replicato.

La birra.
In The Dark We Live è/era una Black IPA già di suo piuttosto robusta (7.2%). Per la sorella maggiore In The Dark We Die in Scozia hanno alzato ulteriormente l’asticella portando l’ABV in doppia cifra (10%). La ricetta è stata solo leggermente modificata nei malti (Pale, Munich, Carafa, Caramalt) ed è stato effettuato un Double Dry Hopping stranamente non sbandierato in etichetta; i luppoli sono gli stessi della sorella minore, ovvero Mosaic, Columbus e Simcoe.  
Non è completamente nera ma poco ci manca; la schiuma è cremosa e compatta ed ha ottima ritenzione. L’aroma, pulito, ancora intenso e pungente, è resinoso e terroso, balsamico: a portare un po’ di luce nel buio ci sono accenni di frutti di bosco e di marmellata d’agrumi. Il mouthfeel è il vero punta di forza di questa potente Imperial Black IPA: molto morbido, quasi vellutato, un’inaspettata carezza che cerca d’ammansire una birra dura che picchia subito forte con il suo amaro resinoso e terroso. Caramello e frutti di bosco sono le deboli ma imprescindibili fondamenta che sorreggono una poderosa impalcatura amara dalla quale, nel finale, spunta anche qualche accenno di caffè e di cioccolato. L’alcool parte quasi in sordina per poi rivelare tutto il suo contenuto a fine corsa riscaldando il palato e potenziando le pungenti note pepate dei luppoli. 
In un periodo in cui spopolano le birre dolci (New England IPA, Pastry Stout) è un piacere tornare indietro nel tempo a quando i birrifici si sfidavano a colpi di IBU: non raggiunge vette elevate ma questa  In The Dark We Die di Tempest è una roccia la cui scalata regala grandi soddisfazioni. Pulita, precisa, potente: una birra per uomini duri, si diceva un tempo. La Old School non va più di moda ma è ancora capace di stupire: un po’ come quando tirate fuori dal ripostiglio uno dei giocattoli della vostra infanzia.
Formato 33 cl., alc. 10%, IBU 65, lotto 728, scad. 05/2020, prezzo indicativo 5.50-6.00 (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 23 gennaio 2019

Alchemist El Jefe

La bevuta di oggi è occasione di riflessione sulle mode alle quali la Craft Beer Revolution ci ha abituati; la  birra artigianale ha inventato nuovi stili/sotto-stili  ed ne ha riportato in vita alcuni che erano estinti, o quasi. Se prima il cambiamento era lento o quasi inesistente, oggi è fin troppo veloce. Prendiamo il fenomeno delle Cascadian Dark Ale o Black IPA, che per comodità vado ad accorpare. Nate verso la metà degli anni ’90 hanno poi vissuto il loro momento di gloria nel periodo 2009-2014 quando il loro successo aveva obbligato ogni birrificio o quasi a realizzarne una: mi riferisco agli Stati Uniti in primis, il nostro continente e la nostra nazione hanno come sempre seguito con qualche anno di ritardo. 
Nel 2009 la W’10 Pitch di Widmer Brothers fu la prima Black IPA ad ottenere una medaglia al Great American Beer Festival (GABF) nella categoria Out of Category-Traditionally Brewed Beer: l’anno successivo il GABF corse ai ripari introducendo per la prima volta la categoria American-Style Black Ale. Dopo un quinquennio le Black IPA hanno iniziato la loro parabola discendente ed oggi la maggior parte dei birrifici americani ha smesso di produrle. In verità non vi è mai stato un vero e proprio hype sulle Black IPA, credo che nessun beergeek abbia mai fatto ora di file davanti ad un birrificio per acquistarle. Ma erano altri tempi  e c'era meno isterismo:  fossero di moda oggi forse assisteremo alle stesse cose che circondano le Juicy / New England IPA. 
Del birrificio del Vermont The Alchemist vi avevo già parlato in più di un’occasione. E no, non è stata una Black IPA a renderlo famoso. E’ tuttavia curioso notare che le Black IPA sembrano essere nate proprio in Vermont; era il dicembre del 1994 e Greg Noonan, birraio del Vermont Pub & Brewery, aveva  creato la Blackwatch IPA. Qualcuno a quel tempo parlò  anche di “Vermont Porter”. La birra venne poi replicata l’anno successivo quando al Vermont Pub era arrivato come assistente birraio John Kimmich, poi fondatore di The Alchemist nel 2003. 
Quella birra fu ovviamente l’ispirazione per la prima Black IPA di The Alchemist, che non tardò  ad arrivare al brewpub; la moglie lo convinse a chiamarla come il loro gatto (El Jefe), grasso e grosso, una cui foto natalizia divenne anche l’ispirazione per l’etichetta. “La birra si è evoluta negli anni,racconta Johnall’inizio era quasi tutta basata sul Simcoe in quanto volevo che dominassero gli aghi di pino, reminiscenti del periodo natalizio nel quale la birra veniva prodotta. Da allora quasi ogni anno ho utilizzato diverse varietà di luppolo.  El Jefe non è completamente nera ma non è una Hoppy Porter; mi piace chiamarla Dark IPA”. Nel 2014 i protagonisti furono Simcoe & Galaxy, nel 2016 il Mosaic e nel 2017 Kimmich ha deciso di ritornare alle origini utilizzando solo Simcoe ma cambiando il mix di malti.

La birra.
Effettivamente non è nera ma poco ci manca: la schiuma è cremosa e compatta e mostra ottima persistenza. Non conosco i luppoli scelti per l’edizione 2018 di El Jefe ma da quanto ho nel bicchiere deduco che il Simcoe sia stato ancora una volta scelto come protagonista. Gli aghi di pino ed il resinoso creano un aroma quasi balsamico nel quale s’intravede qualche profumo terroso e di pompelmo; curiosamente i profumi sono molto più forti e definiti annusando il foro della lattina che il bicchiere. E’ una birra piuttosto semplice ma molto pulita e ben definita: l'impressione è d'incamminarsi in una foresta di conifere, anche al palato dominano gli aghi di pino e il resinoso, il cui amaro caratterizza la bevuta dall’inizio alla fine. In sottofondo qualche nota di caramello e di agrumi, nel finale qualche nota terrosa, qualche accenno di tostatura e persino una lontana suggestione di cioccolato. Una birra che mantiene fede al suo nome (Dark IPA) e agli standard qualitativi del birrificio del Vermont, pulizia e precisione e facilità di bevuta in primis. E' semplice, batte sempre sugli stessi tasti ma riesce ugualmente a non stancare il palato, a non risultare mai noiosa e a soddisfare in pieno la vostra voglia d'amaro. 
Formato 47,3 cl., alc. 7%, lotto e scadenza non riportati.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 10 gennaio 2017

Hammer Workpiece - Imperial Dark Ale

Ritorna sul blog un altro dei protagonisti in positivo dell’anno che ci ha appena salutato ovvero il birrificio Hammer - Italian Craft Beer di Villa d'Adda (BG) di proprietà della famiglia Brigati, titolare di un mollificio: è Fausto il membro della famiglia ad essere stato contagiato dalla passione per la buona birra e ad aver coinvolto nella costruzione di un birrificio anche il fratello Roberto ed il padre Angelo. 
In una superficie di 1300 metri quadrati, viene installato un impianto automatizzato da 20 hl. con sala cottura Flex-Bräu (EasyBrau), cinque fermentatori con serbatoi da 2500 litri ed una linea d'imbottigliamento a pressione isobarica. La scelta del birraio è caduta su Marco Valeriani, classe 1981, molto conosciuto tra i birrofili italiani per la sua precedente esperienza presso il Birrificio Menaresta ove ha realizzato alcune delle più interessanti IPA italiane (Verguenza e Due di Picche, ad esempio). 
Workpiece è il nome dato da Hammer ad una serie di birre occasionali/sperimentali che vengono prodotte di tanto in tanto. Workpiece in inglese è il pezzo grezzo da lavorare sul quale si abbatte il martello (Hammer) del fabbro o gli attrezzi del centro di lavoro che danno poi origine al pezzo finito. In quest’ottica sono state realizzate sino ad ora un’Imperial IPA, un’American Wheat , una Keller Pils,  una Session IPA e una Pacific IPA entrate poi in produzione regolare con il nuovo nome di Koral
L’ultima arrivata nella serie Workpiece è la Imperial Dark Ale, disponibile dallo scorso 28 ottobre 2016: secondo quanto dichiara il birrificio la birra è stata creata appositamente prima della realizzazione della imperial stout Daarbulah per verificare la capacità della sala cottura a reggere quantità enormi di malto. Potete chiamarla Imperial/Double Black IPA o Imperial Dark Ale, 8.7% ABV: la ricetta vede una “enorme quantità di malti scuri”, zucchero di canna ed un’abbondante luppolatura di Azacca, Citra, Simcoe e Amarillo.

La birra.
Poco più di due mesi di vita per una birra che colora il bicchiere di marrone scurissimo, quasi nero: la schiuma beige è cremosa e compatta e ha un’ottima persistenza. Pompelmo, qualche accenno tropicale di ananas e mango, aghi di pino e un lieve terroso formano un bouquet aromatico fresco e pulito, anche se non  tra i più intriganti che mi sia capitato di annusare.  L’abbondante luppolatura viene sostenuta al palato da leggerissime tostature e da un tocco caramellato: dopo un veloce passaggio di frutta tropicale che richiama l’aroma, la bevuta prende la strada dell’amaro e non l’abbandona più. Resina pungente, note terrose e di pompelmo completano un finale amaro molto intenso e potenziato da un discreto alcool warming, sino ad allora molto ben nascosto. La sensazione palatale, molto morbida e quasi delicata, è in sorprendente contrasto con l’intensità dell’amaro: ne risulta un mouthfeel gradevolissimo, con poche bollicine e una bella chiusura secca. 
Imperial Dark Ale o nella sostanza una birra che soddisfa chi ha voglia d’amaro: si punta dritto al sodo senza divagazioni, ornamenti o orpelli: ci sono pochi elementi in gioco ma molto ben disposti, con gli elevati standard di precisione e pulizia che contraddistinguono la produzione Hammer. 
Formato:  33 cl., alc. 8.7%, lotto 2608 del 10/2016, scad. 30/04/2017, prezzo indicativo 5.00/6.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 16 dicembre 2016

Bevog Rudeen Black IPA

Rieccoci a parlare di Bevog, birrificio in territorio austriaco (Bad Radkersburg) ma guidato dallo sloveno Vasja Golar che ha bypassato la lenta burocrazia del suo paese spostandosi a produrre a tre chilometri da casa  (Gornja Radgona) in Austria.  Dal 2013 Bevog ha visto una crescita costante che lo ha portato nel 2016 a produrre circa 7000 ettolitri con il suo impianto da 15 Hl. Occupato nell’impresa di famiglia nel campo dell’optoelettronica, Vasja venne illuminato “sulla via della birra” durante un viaggio di lavoro in Belgio: al ritorno, i primi esperimenti con l’homebrewing si trasformarono prima in un hobby quasi ossessivo e poi in un corso di formazione al VLB. 
I nomi delle birre (Baja, Deetz, Kramah, Ond, Tak..) secondo quanto dichiara Golar non significano assolutamente nulla ma corrispondono a quelli che avevo dato alle proprie birre nel corso degli esperimenti casalinghi.  Le etichette propongono invece delle strane creature a metà strada tra il mitologico, il fantastico ed il fumetto e sono realizzate dall’artista croato Filip Burburan, ispirato da alcuni scritti del nonno di  Golar, un poeta/scrittore abbastanza conosciuto a Gornja Radgona.
Doppio le ottime IPA realizzate nell'ambito della Who Cares Editions (Lumberjack IPA e Freezbee Beer Session IPA) vediamo il birrificio austro-sloveno alla prova con un'altra birra molto luppolata. 

La birra.
Inutile domandarsi che cosa significhi Rudeen e chi sia la mostruosa creatura-albero raffigurata in etichetta; meglio concentrarsi sulla sostanza, ovvero una robusta Black IPA (7.4%) che non è poi esattamente “black”. Il suo colore è un mogano scuro con riflessi rossastri; forma un buon cappello di schiuma beige, cremosa e compatta, molto persistente.
L'aroma è pulito ma non particolarmente intenso; il pompelmo viaggia al fianco di note terrose e torrefatte, guadagnandosi il minimo sindacale. Fortunatamente l'asticella si alza subito al palato: birra morbida, dal corpo medio e delicatamente carbonata che apre la danza con un solida base maltata nella quale convivono il dolce del caramello e le tostature; il fruttato è quello del pompelmo, in piccole dosi, con la bevuta rapida a prendere l'intensa strada dell'amaro terroso, leggermente torrefatto e soprattutto resinoso. L'orzo tostato e persino qualche suggestione di cioccolato impreziosiscono una birra nella quale l'alcool (7.4%) riscalda il giusto facendosi più presente nel retrogusto andandosi perfettamente a sposare con le pungenti note amare della resina.  Una Black IPA con pochi fronzoli e tanta sostanza, pulita, solida, ben fatta; un po' carente il naso, pronto riscatto in bocca dove mi sembra riuscito l'intento dichiarato del birraio, ovvero di abbracciare contemporaneamente tre (o due) categorie stilistiche: IPA, porter, stout.
Formato: 33 cl., alc. 7.4%, IBU 67, scad. 31/08/2017, prezzo indicativo 4.00/4.50 Euro.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 11 dicembre 2016

EastSide Brewing: SunnySide & SeraNera

Debutta oggi sul blog Eastside Brewing, birrificio di Latina fondato nel 2013 da cinque soci: Luciano Landolfi, Tommaso Marchionne, Alessio Maurizi, Cristiano Lucarini e Fabio Muzio. 
La storia di EastSide inizia con l'homebrewing o meglio dall'incontro di due homebrewers, Luciano e Tommaso, che uniscono le loro forze e iniziano a far assaggiare le proprie birre a parenti e conoscenti. Tra questi vi è Alessio, amico e compagno di squadra di Luciano a partire dalle giovanili della Virtus Basket Latina, già imprenditore nel settore delle energie rinnovabili: è lui a spronare i due homebrewer a passare nel mondo dei professionisti e così, dopo qualche tentennamento, nasce nel 2013 la beerfirm EastSide che si appoggia inizialmente agli impianti di Malto Vivo, a quel tempo guidato dal birraio Luigi Serpe. 
Il debutto avviene con la APA Soul Kiss, il cui riscontro positivo spinge i birrai a cimentarsi con altre due ricette, la IPA SunnySide a la Brown Ale Sweet Earth. La messa in funzione degli impianti propri arriva prima del previsto bruciando un po' la  tabella di marcia che i soci si erano prefissati dall'inizio: nel 2015 viene inaugurato il birrificio di Latina, sala cotte a 2 tini da 14 ettolitri con sei fermentatori da 30 HL e 2 da 15 HL. 
La produzione è oggi divisa tra sei birre disponibili tutto l'anno (SunnySide, Soul Kiss, SeraNera, Sweet Heart, Beeraway e Berenice) e quattro stagionali, se non erro al momento disponibili solo in fusto: Spring Break (American Wheat), l'estiva Six Heaven (American IPA con cocco tostato), l'autunnale Bimba Mia (Hoppy Saison con brettanomiceti) e l'invernale Fumo Lento (Smoked Baltic Porter). In aggiunta ci sono anche una decina di altre birre prodotte occasionalmente con l'intento di farle entrare un giorno in produzione più o meno regolare.
Devo innanzitutto ringraziare Luciano di EastSide che mi ha inviato da assaggiare le sei birre prodotte tutto l'anno, disponibili in formato 33 e 75 centilitri; quest'ultimo è pensato alla ristorazione, settore in cui il birrificio - nonostante la situazione nel nostro paese non sia  ancora molto incoraggiante - dice di credere moltissimo.
Prima di partire con gli assaggi non resta che citare le belle etichette realizzate da Roberto Terrinoni, ognuna delle quali racconta una breve storia per immagini collegata alla birra o alle passioni dei soci del birrificio. 

Le birre.
Partiamo dalla American IPA SunnySide, la cui etichetta richiama il (falso) mito delle IPA nate per essere inviate ai coloni inglesi ed il sole della West Coast, mentre il nome riguarda l'esposizione privilegiata alla luce del sole che nel corso dell'anno ha la città di Latina: lo sapevate? L'interpretazione West Coast avviene per mezzo di Citra, Simcoe, Columbus, Chinook e Mosaic.
Al solito la fotografia rende la birra più scura del reale: nel bicchiere è solare (oro antico) e leggermente velata; la bianca schiuma, non troppo generosa, è cremosa e compatta ed ha un'ottima persistenza. La bottiglia ha poche settimane di vita ed il naso trasmette freschi profumi di pompelmo e arancio, frutta tropicale (mango e ananas); in sottofondo qualche nota dank a completare un bouquet semplice ma elegante e pulito, dall'ottima intensità. Il percorso continua in linea retta al palato dove c'è un bel carattere fruttato a guidare le danze: sopratutto pompelmo, con frutta tropicale ad aggiungere preziosi dettagli. Presenza dei malti (lieve biscotto, cereale) molto leggera, ottima attenuazione e finale che spinge sull'amaro della resina e del pompelmo senza eccessi e mantenendo sempre un buon equilibrio. IPA pulita e facile da bere, alcool (7%) ben nascosto, corpo medio e poche bollicine a formare un mouthfeel morbido, molto gradevole.  Interpretazione stilistica scevra di caramello che rientra perfettamente nelle mie corde: profumi e gusto sono valorizzati al massimo dalla freschezza, ottima intensità, carattere fruttato dominante ma non cafone, davvero una bella bevuta.

Oscuriamo ora il bicchiere e passiamo alla Sera Nera, una Cascadian Dark Ale la cui etichetta rappresenta il momento ispiratore di uno scritto, nel caso specifico la ricetta di una birra, con le gocce d'inchiostro che rivelano la notte, la luna e le stelle. Il nome è un omaggio all'omonima canzone di Tiziano Ferro, nato a Latina. Cascadian Dark Ale quindi, stile che nei concorsi e in quasi tutte le guide agli stili (BJCP in primis) viene equiparato a quello delle Black IPA. In realtà ci sarebbero delle leggere differenze, come spiega Mitch Steele nel suo libro IPA: le Black IPA sono nate all'inizio degli anni 90 in Vermont, mentre qualche anno dopo sull'altra costa statunitense, in Oregon, delle birre scure abbondantemente luppolate presero il nome di Cascadian Dark Ale, come omaggio alle materie prime (luppolo) locali. Le Black IPA sarebbero sostanzialmente delle semplici IPA colorate di nero, con un carattere tostato quasi impercettibile; le CDA non sarebbero invece neppure nere ma di color marrone scuro e le tostature, benché non pronunciate come in una Stout/Porter luppolata, non dovrebbero essere completamente eclissate dalla luppolatura.
Cascade, Columbus, Chinook e Simcoe sono i luppoli utilizzati da EastSide in una birra che appare comunque di color nero, con un compatto e cremoso cappello di schiuma che rimane per lungo tempo nel bicchiere. L'intensità dell'aroma fa qualche passo indietro rispetto alla SunnySide ma è ugualmente pulito: pompelmo, caffè, tostature e note terrose convincono fianco a fianco rilegando in sottofondo qualche accenno di frutta tropicale. Il gusto riporta subito in alto l'asticella dell'intensità con una bevuta nella quale entrano in campo all'inizio caffè, orzo tostato e torrefatto, seguiti dal pompelmo e, in quantità minore, frutta tropicale; c'è un sottofondo torrefatto che entra ed esce delicatamente di scena più volte nel corso della bevuta, mentre nel finale amaro convivono note resinose, tostate e terrose, con il pompelmo che non disdegna di fare un capolino anche nel retrogusto. Anche qui c'è una bella intensità, una buona secchezza ed un ottimo livello di pulizia; poche bollicine, corpo medio, la sensazione palatale rimane ugualmente morbida e leggermente cremosa nonostante la ricetta prevede una piccola percentuale di segale; le poche settimane di questa bottiglia fanno il resto valorizzando la generosa luppolatura.
Due birre ben fatte e di ottimo livello, debutto convincete sul blog di un birrificio ancora giovane ma che sta lavorando davvero bene: teneteli d'occhio.
Nel dettaglio: 
SunnySide, formato 33 cl., alc. 7%, lotto 51 16, scad. 11/2017, prezzo indicativo 4.50 Euro
SeraNera, formato 33 cl., alc. 6.5%, lotto 48 16, scad. 11/2017, prezzo indicativo 4.50 Euro

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 11 febbraio 2016

HOMEBREWED! Francesco Baldini: American Pale Ale & Black IPA

Rieccoci a parlare di produzioni casalinghe in un nuovo appuntamento di Homebrewed! Oggi tocca a  Francesco Baldini dal 2011 homebrewer in quel di Imola contagiato dal “morbo” durante una cotta pubblica; seguono le prime produzioni da kit assieme a colleghi di lavoro e, da circa due anni, il passaggio all’E+G (Estratto + Grani, per i profani). A causa del poco tempo libero a disposizione la frequenza produttiva non è elevata, con circa 6-8 otto cotte realizzate nei mesi invernali in una pentola da 17 litri e equamente destinate al consumo personale e quello di amici e colleghi. 
Ringrazio da subito Francesco che ha voluto farmi assaggiare tre due birre, due delle quali ve le presento oggi:  non ci sono nomi o etichette realizzate al computer ma – hey! – dopotutto è la sostanza quella che conta. 
Partiamo da un’American Pale Ale realizzata con una parte di estratto liquido ed una di estratto secco; i malti sono Crystal, Carapils e Irish Moss, i luppoli Simcoe, Amarillo e Centennial con un dry-hopping di Nelson Sauvin. Il lievito è l’immancabile US-05. Il suo colore è ambrato velato, con riflessi oro antico; fine, cremosa e compatta la schiuma, ottima persistenza e ottimo aspetto complessivo. 
La bottiglia ha circa un mese di vita e l'aroma presenta un fresco bouquet di frutta tropicale (mango, papaia), pompelmo e i tipici profumi di uva bianca e litchi del Nelson Sauvin; la gradevolezza del mix è un po' disturbata da qualche nota meno piacevole che ricorda la cipolla. Al palato arriva con un corpo tra il medio e il leggero, è piacevolmente scorrevole e leggera anche a livello tattile, cosa che non ho riscontrato in altre birre prodotte in casa che invece soffrivano un po' di pesantezza; l'unico "appunto" che mi sento di fare riguarda le bollicine, la cui scarsezza toglie un po' di vitalità alla bevuta, soprattutto quando di coinvolto c'è un profilo di frutta tropicale. Personalmente ne avrei gradita qualcuna in più. Su una base maltata che richiama il biscotto e un po' il caramello, il gusto ripropone il dolce del mango e della polpa d'arancio ed il pompelmo; la chiusura è amara, della giusta intensità, con le note resinose che si mescolano a quelle del pompelmo. La birra è complessivamente gradevole e facile da bere, caratterizzata da un discreto livello di pulizia, fragranza e di eleganza, entrambe tuttavia migliorabili; gettate le solide basi, ora la sfida "professionale" sarebbe quella di limare e rifinire, ed è quella più complicata. Ma per il consumo tra le mura di casa, è una birra senza evidenti difetti o puzzette e ci si può tranquillamente accontentare.
La seconda birra è una Black IPA realizzata anch'essa con estratto liquido e malti Crystal, Carafa, Black, Special B e Carapils; lievito US-05, Citra e Simcoe i luppoli utilizzati anche in dry-hopping. Non è nera ma poco ci manca, ed è sormontata da una cremosissima e compatta schiuma color beige chiaro, dalla lunghissima persistenza.
Ottimo l'aspetto e piuttosto bene anche l'aroma, fresco e intenso, con una macedonia di frutta (mango, papaia, ananas, melone, pompelmo) che s'affianca ai sentori resinosi e ad una suggestione di fragola/lampone. Il benvenuto al palato è dato dal leggerissimo sottofondo di pane nero appena tostato, ovvero la base che sostiene l'ossatura dolce centrale che richiama il mango, l'ananas ed il pompelmo dell'aroma. Il corpo è medio e le bollicine sono nella qualità giusta: la birra scorre bene, è facile da bere e volendo cercare il pelo nell'uovo è un pochino slegata nel rapporto "acqua-sapori". La chiusura è  intensa ed ovviamente amara, caratterizzata sopratutto dalle note di resina con sfumature "zesty", un lieve terroso e appena un accenno di tostato. Questa Black IPA mi convince e mi piace anche per la sua fedeltà a questo stile-ossimoro: è una IPA di colore nero, senza avvicinarsi ad una porter/stout molto luppolata. Certo, anche qui pulizia e finezza sarebbero migliorabili ma l'intensità e la freschezza abbinate all'assenza di difetti rendono la bevuta semplice ma piacevole e - lo devo ammettere - molto migliore di alcune birre "professionali" che ho bevuto dall'inizio dell'anno.
Ringrazio di nuovo Francesco per avermi inviato le sue produzioni e gli dò appuntamento a fra qualche mese con la sua Imperial Stout; a voi invece che vi divertite a fare la birra in casa, ricordo che la rubrica è sempre aperta a tutti.
Di seguito i dettagli e la valutazione su scala BJCP:
American Pale Ale - formato 50 cl., alc. 5.3%, IBU 44, OG 1050, FG 1010, imbott. 29/12/2015.
Totale 32/50 (Aroma 7/12, Aspetto 3/3, Gusto 13/20, Mouthfeel 3/5, Impressione generale 6/10)

Black IPA - formato 50 cl., alc. 5.9%, IBU 72, OG 1060, FG 1015, imbott. 11/11/2015.
Totale 36/50 (Aroma 9/12, Aspetto 3/3, Gusto 15/20, Mouthfeel 4/5, Impressione generale 7/10)

lunedì 25 gennaio 2016

Põhjala Pesakond (Black IPA) & Pime Öö Imperial Stout

Secondo appuntamento con il birrificio estone Põhjala, uno dei protagonisti della piccola  “craft bier revolution” che sta lentamente cercando di svilupparsi anche nella piccola repubblica baltica; nato nel 2011 come beerfirm, dal 2014 è a tutti gli effetti un vero birrificio. La loro storia ve l'avevo riassunta qualche settimana fa bevendo la loro Virmalised IPA.  
Oggi passo in rassegna due birre entrambe "scure" ma completamente diverse tra di loro: una Black IPA quasi sessionabile ed una massiccia Imperial Stout.
Pesankond è il nome scelto per la prima birra; Google translator suggerisce "fidata, figliata" come significato ma in realtà si tratta di un popolare (?) fumetto estone per il cui ventesimo anniversario è stata realizzata questa birra. Il simpatico personaggio raffigurato in etichetta pronuncia "Black Forest IPA" in quanto la ricetta prevede l'utilizzo di mirtilli e di "punte" di abete rosso; non si tratta degli aghi di pino che vengono usati in alcune birre, ma dei cimali che precedono la formazione degli aghi stessi. Scopro casualmente che nel diciottesimo secolo negli Stati Uniti e nel Canada era abbastanza diffusa la produzione di una Spruce Beer, una bevanda realizzata con i cimali di conifera molto diversa dalle birre realizzate oggi aggiungendo alla normale ricetta un po' di aghi di pino. I malti sono Pale, Cara pale, Crystal 150, Black male e Carafa type 2 special, i luppoli Columbus, Chinook e Mosaic. 
Di colore ebano scuro, forma una testa di schiuma nocciola abbastanza fine e cremosa, dall'ottima persistenza. Bottiglia con circa due mesi e mezzo di vita e aroma ancora fresco e molto intenso: domina il dolce della frutta tropicale (mango e papaia), con un "contorno" di melone retato, fragola e mirtillo, mandarino, pompelmo rosa. Il bouquet è elegante, e caratterizzato da un ottimo livello di pulizia. La gradazione alcolica (5.4%) non è lontanissima dai parametri della sessionabilità ma al palato questa Black IPA rivela un'intensità sorprendente e che farebbe pensare a "palcoscenici" ben più importanti. L'inizio è dolce riproponendo ananas e mango che lasciano pian piano il posto ad una progressione amara che parte dalla scorza del pompelmo per poi evolvere in territori più intensi ricchi di resina e terrosi. I malti scuri - come vorrebbe l'illusione dello stile, una Black Pale Ale - si concentrano sul colore senza indulgere nel tostato e nel torrefatto, avvertibili in modo lieve solo quando la birra s'avvicina alla temperatura ambiente. Pulita e profumata, davvero ben fatta e bilanciata anche nel suo "essere amara" e - tocca ripetermi - grande intensità abbinata ad un'eccellente facilità di bevuta. Ottima.
Di ben altra caratura etilica è invece la Pime Öö, che tradotto dovrebbe voler dire "notte oscura"; è una poderosa imperial stout (13.6%) con un'etichetta che personalmente trovo splendida nel suo minimalismo: uno scenario lunare che al tempo stesso suggerisce le lunghe notti d'inverno nei paesi baltici, perfettamente rappresentate dal bianco della neve e dall'oscurità del cielo, immersi in un un profondo silenzio. La ricetta vuole malti Pale, Monaco, Special B, Crystal 300, Crystal 150, Crystal 200, Carafa type 2 special e  Chocolate, avena e Chocolate Rye (segale), due soli luppoli, Magnum, e Northern Brewer. 
Assolutamente nera, con una piccola ma cremosa schiuma beige scuro che svanisce piuttosto in fretta. L'aroma mi delude, e non poco: salsa di soia e carne avvolti da una forte presenza etilica sono un biglietto da visita tutt'altro che invitante; emerge in un secondo tempo anche una leggera affumicatura. Per fortuna le cose migliorano in bocca, a partire dalla sontuosa sensazione palatale: corpo medio-pieno, pochissime bollicine, consistenza densa e cremosa, masticatile, morbidissima. Il percorso al palato inizia con una lieve affumicatura seguita da una melassa molto dolce di caramello e toffee, vaniglia, tortino alla gianduia, liquirizia, cioccolato al latte e prugna disidratata. La presenza etilica è innegabile ma, considerata la mole, è sopportabile senza troppi sforzi; quella che invece per qualcuno potrà risultare "troppo" è la componente dolce, davvero spinta vicino al limite dell'eccesso. L'alcool cerca di asciugarla un po' riuscendoci solo in parte, mente il finale amaricante di caffè e tostature è davvero troppo timido per completare l'opera. Personalmente mi piacciono le imperial stout dolci, quasi le preferisco a quelle molto amare e "tostate", ma questa eccede anche il mio limite; benino il retrogusto etilico nel quale ritorna il lieve affumicato che aveva aperto le danze e s'intravede ancora un po' di caffè. Per contrastare un po' il dolce e accelerare la frequenza dei sorsi diventa quasi obbligatorio abbinarla ad una tavoletta di cioccolato fondente: ci fosse un po' più d'amaro (caffè e tostature) sarebbe davvero un'ottima rappresentante della "categoria" delle massicce imperial stout scandinave, ma in questa bottiglia l'eccessiva dolcezza la rende alla lunga un dessert in forma liquida difficile da sorseggiare.
Nel dettaglio: 
Pesakond Black IPA, formato 33 cl., alc. 5.4%, IBU 40, scad. 29/04/2016.
Pime Öö Imperial Stout, formato 33 cl., alc. 13.6%, IBU 60, lotto 040, scad. 22/12/2015.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 16 dicembre 2015

Lambrate Grateful Deaf Black Chili Rye IPA

Viene annunciato giusto qualche settimana fa l’arrivo di una novità, una delle tante, in casa Lambrate. Il birrificio di Milano realizza una birra assieme a Ken Fisher, birraio "zingaro" di Portland con il proprio progetto Grateful Deaf. Fisher, non udente (da qui il nome scelto:  "Deaf") non è nuovo a collaborazioni sulla nostra penisola: la prima nel 2011 fu la Hoppy Cat con Birra del Borgo, nel 2014 fu la  volta di Toccalmatto per la Hops Tripper.  
Il canovaccio è più o meno simile: se la prima collaborazione del 2011 era una Black IPA, anche per quelle successive si rimane in territorio “scuro” con abbondante uso di luppolo. Una India Brown Ale quella con Toccalmatto, ed una Black IPA con segale (1.5%) e peperoncino Habanero (Capsicum chinense 0,1%) per Lambrate. 
I ringraziamenti scritti sulla bella etichetta disegnata da Adam (?) sono anche rivolti al birrificio olandese Jopen che ha fornito il luppolo Zythos, prodotto dalla Hopunion statunitense; in verità non si tratta di un luppolo vero e proprio, ma di un “blend” in pellet di luppoli diversi creato nel 2012 appositamente per essere utilizzato come alternativa ad alcuni luppoli  (Citra, Centennial, Simcoe e Amarillo, leggo) per i quali vi potrebbe essere disponibilità sul mercato. 
Grateful Deaf Black Chili Rye IPA si veste di ebano scuro, anziché nero, con riflessi rubino: la schiuma, beige chiaro, è “croccante” e cremosa, compatta, dall’ottima persistenza. L’aroma è pulito e abbastanza fresco, anche se forse sarebbe lecito aspettarsi un po’ più d'intensità in una IPA che dovrebbe avere poche settimane di vita: pompelmo, mango e frutta tropicale, una suggestione di fragola e un’evidente presenza di tè verde che affianca quella del peperoncino. Il condizionale sulla freschezza della birra è d'obbligo: data di scadenza e lotto di produzione sembrerebbero invece indicare agosto. Niente da eccepire invece al palato: corpo medio, carbonatazione bassa ed una sensazione palatale morbida e a tratti quasi cremosa, nonostante l'utilizzo della segale. 
Se l'aroma si svolge questi tutto in territorio "IPA", al gusto compaiono per la prima volta elementi "scuri" come una leggera tostatura, una lieve presenza di pane nero a supporto di un'intensa componente fruttata fatta da pompelmo e frutta tropicale, un breve spiraglio di luce prima che il "buio" ritorni nel finale con un amaro terroso e vegetale, leggermente tostato. Ma il vero protagonista della chiusura è il peperoncino, che con il suo piccante riscalda esofago e palato, anestetizzandolo per qualche secondo prima di lasciare una scia che di nuovo mi ricorda il tè verde. L'alcool (7%) è molto ben nascosto e l'unica fonte di calore, peraltro utile in questi mesi freddi,  è l'Habanero. Il piccante c'è e si sente parecchio, non è solo una sfumatura tra le righe: tenetelo a mente prima di provarla. Il resto rispetta gli elevati standard qualitativi del birrificio milanese: ottima fattura e pulizia, facilità di bevuta, equilibrio.
Formato: 33 cl., alc. 7%, lotto 0LP0020415, scad. 20/08/2016, 5.00 Euro (beershop, Italia).


NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 18 settembre 2015

Brussels Beer Project Dark Sister

Ricordate il Brussels Beer Project del quale vi avevo parlato all’incirca un anno fa ? Due giovani intraprendenti homebrewers, Olivier da Brauwere e Sébastien Morvan , che hanno lanciato una beerfirm attraverso il crowfunding e che lasciano decidere ai social network quale birra mettere in produzione facendo assaggiare loro, nel corso di alcune degustazioni a Brussels, la migliore di quattro prototipi realizzati con le pentole in garage. La birra vincitrice (la IPA chiamata Delta) è stata poi commercializzata e prodotta presso gli impianti del birrificio Anders di Halen. A questa si sono poi aggiunte Grosse Bertha (una belgian hefeweizen), Dark Sister (Black IPA), Babylone (bitter), Cheeky Kamille (una Pale Ale aromatizzata alla camomilla),  Babeleir de Bretagne (Oyster Stout) e Babeleir de Saint-Jean (imperial porter al cioccolato). 
A fine 2014 è stata lanciata un’altra campagna di crowfunding che si è chiusa il 14 febbraio 2015: milleducento persone hanno versato 160 Euro a testa garantendosi in cambio 12 birre l’anno per il resto della loro vita. Le autorità della capitale belga hanno inoltre concesso le autorizzazioni necessarie alla costruzione del birrificio nei locali (500m²) in Rue Antoine Dansaert 188; siamo a circa 1,5 km distanza da Cantillon, tanto per darvi un’idea. Entro fine 2015 il centro di Brussels avrà dunque il suo terzo birrificio, dopo Cantillon e De la Senne. L’impianto sarà un Braukon dalla capacità di 10 ettolitri, con un l’obiettivo dichiarato di produrre 600.000 bottiglie l’anno effettuando circa duecento cotte. Per l’occasione Olivier da Brauwere e Sébastien Morvan hanno invitato a bordo del progetto anche  Antoine Dubois, birraio e biologo laureato all’Università di Lovanio. 
Parliamo ora di Dark Sister, la “sorella nera” della IPA Delta, la birra del debutto di Brussels Beer Project: le due condividono la stessa luppolatura  (Challenge, Smaragd e Citra) mentre per la versione scura vengono utilizzati malti Pale, Cara e Chocolate ed un lievito di tipo saison. Debutta ufficialmente il 6 febbraio 2014 al Via Via Cafè di Brussels; è anch'essa prodotta presso la Brouwerij Anders. 
All’aspetto è di color marrone scuro  con intensi riflessi bordeaux e una compatta testa di schiuma beige, fine e cremosa, molto persistente. Nonostante l’etichetta indichi che è stato utilizzato un lievito di tipo saison sono i luppoli a dominare in lungo ed in largo: il naso è pulito ed ancora fresco e regala la classica macedonia di frutta che si compone di lychee, ananas, melone retato, pompelmo e qualche sentore di fragola ed aghi di pino; per avvertire qualche cenno di “black” bisogna attendere che la birra si scaldi ed ecco in sottofondo la leggerissima presenza di tostature e di caffè.  Il gusto ricalca in fotocopia quanto anticipato all’aroma: la bevuta è ricca di frutta tropicale ed inizia dolce per poi virare progressivamente in un amaro che si sviluppa tra note resinose e terrose, presenti anche nell’intenso retrogusto. Pulizia ed equilibrio non mancano, e la bevuta è agile ed agevole, grazie ad un mouthfeel morbido e scorrevole al tempo stesso; il corpo è medio.  Anche al palato  le tostature sono (correttamente) molto in secondo piano,  avvertendosi solamente con un po’ di concentrazione e quando la birra si scalda. 
Non c’è ovviamente traccia di tradizione belga in questa “Dark Sister” che rimane comunque una degnissima rappresentante della categoria Black IPA, ovvero una IPA colorata di nero, senza sconfinare nel tostato e nel territorio delle stout/porter molto luppolate. Personalmente non è certamente quello che andrei a cercare da bere in territorio belga, ma se te la trovi al supermercato a due euro che fai..  non la provi ?
Formato: 33 cl., alc. 6.66%, IBU 45, scad. 23/06/2017, pagata 2.08 Euro (supermercato, Belgio).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 19 marzo 2015

Schlossbrauerei Au Hopfull Dark Ale

Risalgono al 1590 le prime testimonianze di un birrificio all’interno del castello di Au, nella regione tedesca dell’Hallertau, amata da tutti i birrofili in quanto è qui dove si concentra la maggior parte della produzione di luppolo tedesco. In quel periodo nel castello, di proprietà del barone Von Thurn, operava un birraio chiamato “Schweiger”. Dal 1846 la proprietà e nelle mani della famiglia Beck von Peccoz, oggi alla sesta generazione di discendenti con Michael Beck von Peccoz: il barone risiede ancora nel castello ed il birrificio è attualmente guidato dal birraio Stefan Ebensperger.
La produzione guarda ovviamente con grande rispetto alla tradizione tedesca, con Helles, Hefeweizen e Bock nelle loro varie declinazioni; l’intento dichiarato sul sito del birrificio è proprio quello di preservare la tradizione, con il motto  “nuovo non è necessariamente sinonimo di migliore” (dass "neu" keine unbedingte Gleichung mit "besser" eingeht). Ciò nonostante, nel 2013 il birrificio apre timidamente al moderno, che nella Germania attuale coincide quasi sempre con una replica degli stili americani , ovvero APA ed IPA. 
Nasce così la gamma Hopfull, proposta nel formato 33 cl:  arriva prima una Pale Ale, prodotta con luppoli dell’Hallertau, seguita di recente da una Dark Ale  (una sorta di Black IPA, forse?) anch’essa con luppolatura 100% tedesca.  Il bouquet viene formato da Polaris, Hallertauer Hersbrucker, Mandarina Bavaria e Saaz. 
Si presenta di color marrone scuro, con degli splendidi riflessi rosso borgogna: la schiuma beige chiaro è croccante, fine e cremosa, molto persistente. Al naso c’è una composizione che personalmente non trovo particolarmente ben assemblata e dove convivono note di pompelmo, accenni di frutta tropicale, pane nero, una leggerissima affumicatura. Anche il gusto è alquanto indeciso su quale direzione prendere, non brilla assolutamente di pulito e non è facilmente descrivibile. Su di un sottofondo leggermente terroso e di pane nero c’è qualche nota di polpa d’agrumi ed un qualcosa che potrebbe assomigliare al tropicale. “Potrebbe”, appunto.  Il risultato è complessivamente bevibile ma il mix non funziona e non è particolarmente gradevole, oltre che incomprensibile: quella che potrebbe sembrare un timido esempio di Black IPA (Ratebeer la classifica come Stoch Ale, e vabbeh..) chiude con un retrogusto leggermente amaro, tra il terroso ed il vegetale. 
Non mi resta che chiudere citando proprio quel motto inneggiante alla tradizione che viene riportato sul sito della Schlossbrauerei Au:  “nuovo non è necessariamente sinonimo di migliore”, e in questo caso mai parole furono più appropriate.
Formato: 33 cl., alc. 6.8%, IBU 51, scad.25/06/2015, pagata 2.10 Euro (beershop, Germania)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 24 dicembre 2014

Opperbacco Imperial Deep Underground

La bevuta di oggi è ideale continuazione di quella di un mesetto fa: Deep Underground, la porter molto luppolata di Opperbacco, realizzata in collaborazione con gli homebrewers Matteo “Iumbe” e  Loreto Lamolinara.
I primi assaggi della sua versione "imperiale" si possono fare lo scorso gennaio, durante l'edizione 2014 di Rhex Rimini, ovvero (ex Selezione Birra, ex Pianeta Birra e, a febbraio 2015, Beer Attraction. 
La ricetta è essenzialmente la stessa (malti pale ale, pilsner, chocolate, cristal wheat, avena, special b, black) con la stessa abbondante luppolatura (Summit e Dana) e in più l'aggiunta di caffè e liquirizia a fine bollitura. Anche l'etichetta non si discosta molto da quella della sorella minore, con la l'aggiunta della solita corona "imperiale" e chicchi di caffè.
Anch'essa nera, con una perfetta testa di schiuma beige cremosa e compatta, molto fine e molto persistente. L'aroma non è particolarmente intenso, ma è comunque molto pulito: in primo piano caffè e liquirizia, pompelmo, ed una lieve componente fruttata dolce a metà strada tra frutta tropicale e frutti di bosco. Ottima la sensazione palatale: birra morbida, quasi cremosa, con poche bollicine ed un corpo tra il medio ed il pieno. 
Il gusto mi appare invece un po' irrisolto tra malti e luppoli, indeciso su quale strada prendere: si parte dalle tostature e dal pane nero per poi virare sul dolce della polpa d'agrumi e (lievemente) della frutta tropicale; caffè, liquirizia e tostature rimangono molto in sottofondo. I luppoli dominano anche nel finale, ricco di vivaci note resinose, vegetali (menta?) e terrose, lasciando caffè e tostature di nuovo in sottofondo. 
Ripropone in parte l'enigma della sua sorella minore Deep Underground: troppo luppolo anche per una Imperial Hoppy Porter, questa volta il risultato s'avvicina di più a quello che potrebbe essere una Imperial Black Ipa.  La birra è solida e ben fatta, priva di difetti, l'alcool è molto ben nascosto ma - e qui è solo una questione di gusto personale  - non sono riuscito a capirla: ha la morbidezza e la cremosità (quasi) di un'impegnativa imperial stout, ma a questo punto il gusto abbondantemente luppolato meriterebbe forse una maggiore scorrevolezza. Tra le due sorelle, il mio "voto" va alla più elegante Deep Underground "normale".
Formato: 33 cl., alc. 9.5%, IBU 104, lotto 1014, scad. 03/2016, pagata 4.00 Euro.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 11 dicembre 2014

Founders Dark Penance

Novità 2014 in casa Founders, birrificio ubicato a Grand Rapids, nel Michigan, del quale vi ho descritto la settimana scorsa l’ottima Breakfast Stout. L’annuncio è dello scorso luglio:  una potente (8.9%) Imperial Black IPA sarà la birra stagionale disponibile da Ottobre a  Dicembre;  Dark Penance (la Penitenza Oscura) viene così ad affiancarsi alle altre IPA del birrificio che, in ordine di grandezza, sono la All Day Session IPA, la Centennial IPA, la Double Trouble e la Devil Dancer, oltre alla Red’s Rye IPA. 
Founders non ama affollare il mercato a colpi di one-shot e novità: ogni tanto rilascia delle produzioni occasionali/sperimentali in quella che ha chiamato la “Backstage Series”, ma  era dalla primavera del 2012, quando fu presentata la All Day IPA, che il birrificio non aggiungeva una nuova birra alla sua line-up regolare.  
La ricetta, secondo quanto racconta Dave Engbers, uno dei due fondatori del birrificio, ha avuto una gestazione di circa un anno ed include malti Crystal e Midnight Wheat, con una abbondantissima luppolatura (100 IBU) di Chinook e Centennial. 
Rilasciata sul mercato in americano in ottobre, Dark Penance è già arrivata in Italia a fine novembre, con un tempismo sorprendente che garantisce di avere una birra ancora molto fresca da bere; l’estate è già passata e quindi viene scongiurato anche il pericolo di veder soggiornare una birra molto luppolata in magazzini o depositi ad elevate temperature.   
Nera, quasi minacciosa nel bicchiere, con una testa di schiuma beige fine e cremosa, non molto generosa ma dalla buona persistenza.  L'aroma è pulitissimo ed ancora notevolmente fresco, per una birra che ha attraversato l'oceano: aghi di pino, pompelmo, mango e melone. In sottofondo qualche lievissimo sentore di frutti rossi di bosco e, quando la birra si scalda, di orzo tostato. Il colore nero trova corrispondenza in bocca solo in una lievissima presenza di pane nero, altrimenti la bevuta muove i suoi passi nel territorio di una muscolosa Double IPA: richiamo degli stessi frutti tropicali presenti nell'aroma, pompelmo ed un amaro resinoso, pepato che morde ai lati della bocca e che ben interagisce con il calore etilico. Birra pulitissima, muscolosa e potente, chiude con una bella progressione amara, resinosa e terrosa, con qualche leggera tostatura. Bandite le ruffianerie, la Penitenza Oscura di Founders è una solidissima Imperial IPA dal colore nero basata su pochi elementi magistralmente combinati tra di loro. 
Nella mia personale classifica di gradimento dello stile non raggiunge il livello della Stone Sublimely Self Righteous Ale, ma il livello è davvero molto alto. Si sorseggia con calma e con grande soddisfazione, ma cercatela e bevetela in fretta: è una birra molto muscolosa che non deve fare cantina, i suoi delicati  equilibri potrebbero presto essere messi in discussione.
Formato: 35.5. cl., alc. 8.9%, IBU 100, scad. 17/07/2015, pagata 4.50 Euro (beershop, Italia).

lunedì 24 novembre 2014

Elav Æresis

La sua ultima apparizione sul blog è datata settembre 2011: a quel tempo il Birrificio Indipendente Elav di Comun Nuovo (BG) aveva aperto solo da pochi mesi: la prima cotta di Grunge IPA era infatti datata Novembre 2010.  La produzione, su un impianto da 300 litri,  inizialmente destinata ad alimentare soprattutto gli altri due locali di proprietà di Antonio Terzi e Valentina Ardemagni  (il Clock Tower Pub di Treviglio e l’Osteria della Birra di Bergamo),  è poi rapidamente aumentata sino a raggiungere le 858 cotte ed i 300.000 litri del 2013. Il numero delle differenti birre prodotte è salito ad oltre una ventina.  La crescita sembra non conoscere soste, tanto che la previsione per fine 2014 parla di quasi 1300 cotte, quasi il doppio rispetto allo scorso anno; si è reso quindi inevitabilmente necessario ampliare la capacità produttiva, con un nuovo impianto da 2500 litri che è entrato in funzione da pochi mesi. Il vecchio impianto rimarrà comunque operativo e sarà destinato alle sperimentazioni.  
Ma non è l’unica novità di quest’anno: ad Aprile il birrificio ha infatti dato notizia della nascita della Società Agricola Elav, nella suggestiva cornice della Val d’Astino, ai piedi di Bergamo Alta e nel terreno che circonda il monastero di Astino. In questi due ettari è stato inaugurato un luppoleto  che occupa circa il 70% della superficie; in quel che resta vengono prodotte altre colture (frutti, erbe officinali) da utilizzare poi in alcune produzioni sperimentali:  lamponi, more, zucche, ad esempio.   
Le Elav assaggiate nel 2011, a pochi mesi dall’apertura, mi erano sembrate “coraggiose” (a quel tempo – sembra passato un lustro -  le IPA prodotte in Italia non erano ancora così numerose)  ed interessanti, anche se presentavano qualche asperità dovuta alla giovane età del birrificio. L’assaggio a distanza di tre anni mi offre l’occasione di vedere il percorso di crescita di Elav, che nel frattempo ha messo in bacheca anche importanti riconoscimenti. E’ il caso della Æresis  una Black Ale (la Black IPA della casa si chiama invece Humulus) prodotta se non erro dal 2012 e premiata con la medaglia di bronzo nella categoria Dark Ale alla Brussels Beer Challenge del 2012 e 2013; viene anche segnalata come “Grande Birra” sull’ultima Guida alle Birre d'Italia (2015) di Slow  Food.  La ricetta indica malti Pale, Crystal Scuro, Monaco Scuro, Black e  Special B, una luppolatura unicamente affidata al Mosaic e l'aggiunta di pepe nero indiano, scorza d'arancia amara e coriandolo.  
A questo punto devo necessariamente fare una piccola pausa;  la linea guida di questo blog è immutata da diversi anni: descrivere  (non mi piace neppure usare la parola "recensione", anche se poi si finisce inevitabilmente per esprimere un giudizio di gradimento su quello che si beve) quello che viene versato nel bicchiere, per fornire ad altri appassionati delle utili informazioni. E' quello che io cerco quando leggo altri blog che parlando di birre bevute. Finché la birra è buona, finché non ha evidenti problemi è tutto facile. Ma quando invece ti trovi nel bicchiere una birra venuta male, hai sempre il dubbio: è davvero il caso di parlarne o no? Dopotutto, non è il modo in cui il birraio ha voluto farla, e l'idea stessa di "artigianalità" ammette la possibilità che vi siano delle (sottili) differenze tra un lotto ed un altro. Perché allora parlare di una birra bevuta facendone una descrizione che non sarà di grosso aiuto a chi legge visto che, si spera, avrà una bassissima probabilità di incontrarla in quelle stesse condizioni? Per una questione di coerenza "editoriale" e, soprattutto, di onestà verso chi legge. 
Troppo facile parlare sempre bene di tutto e di tutti: di blog e di guide che lodano tutte le birre bevute ce ne sono in abbondanza. Io scelgo di raccontare quello che c'è nel bicchiere, nel bene e nel male.
E allora devo descrivere una bottiglia  (sfortunata, si dice di solito) di Æresis che non si presenta nel migliore dei modi: il colore è marrone scuro, molto torbido, con la schiuma che quasi fatica a comporsi. Occorre agitare a posteriori il bicchiere per formare un dito di una patina beige saponosa e grossolana, molto poco persistente. La bottiglia è ancora abbastanza giovane e dall'aroma, d'intensità davvero dimessa, si scorgono in sottofondo i freschi sentori di frutta tropicale e del pompelmo del Mosaic, coperti dall'orzo tostato e dal pepe. Di male in peggio al palato: la birra è completamente piatta, priva di qualsiasi bollicina. Il corpo è medio, ma la birra è slegatissima, con acqua e gusto che procedono parallelamente senza quasi mai incontrarsi. Si riesce a percepire qualche note di agrumi e di frutta tropicale, lievi tostature, con un finale piuttosto astringente con una leggera presenza di caffè, salsa di soia  e pepe. Torbido quanto il colore, neppure il gusto poco pulito riesce a risollevare una bevuta che ha nell'assenza di carbonazione il suo punto più dolente.
La tornerò ad assaggiare volentieri, se mi ricapiterà l'occasione; se qualcuno l'ha bevuta e ha voglia di raccontarmela, c'è lo spazio per i commenti sottostante. 
Formato: 33 cl., alc. 6%, IBU 53, lotto 120-14, scad. 23/09/2016, pagata 3.60 Euro (stand birrificio).

Nota: la descrizione della birra bevuta è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 13 ottobre 2014

Birrificio del Ducato Donkere Vader

Forse anche qualcuno di voi si sarà posto la domanda del perché una Black IPA abbia un nome fiammingo (Donkere Vader), quando lo stile di appartenenza non ha niente a che vedere con la cultura belga.   La risposta è semplice, in quanto la birra in questione nasce come una collaborazione con l’olandese Derek Walsh (beer-writer, birraio, consulente e giudice in diversi concorsi tra i quali anche la nostra Birra dell’Anno). Ce lo racconta direttamente Giovanni Campari sul sito del Birrificio del Ducato: “Derek è un giudice di birre di fama internazionale, ha una grande conoscenza ed un approccio molto analitico; ci conosciamo da diversi anni e il nome della birra è in un certo senso un riferimento a lui, il mio “padre oscuro”. Diversi anni fa mi propose di fare una birra insieme, il nostro obiettivo comune era quello di brassare una Black IPA che non fosse dominata dalle tostature dei malti (come purtroppo spesso si sentiva nella maggior parte degli esempi in commercio) per permettere ai luppoli di sprigionare tutta la loro freschezza in libertà.” 
Le prime cotte di Donkere Vader appaiono solo in fusto nella primavera del 2013: il suo debutto avviene all’evento Torbiere in Fermento di Corte Franca (Brescia), con una gradazione alcolica leggermente superiore a quella attuale (7% vs. 6%), ma è solo nel 2014 che entra ufficialmente nell’elenco delle birre prodotte (quasi) regolarmente. L’annuncio è quello di pochi mesi fa riguardante il restyling grafico e la riorganizzazione di tutta la linea produttiva del birrificio di Parma: all’interno della gamma “lo stile” trova posto anche questa Black IPA, disponibile da ottobre a dicembre. I luppoli utilizzati, se non ci sono stati cambiamenti rispetto alla versione che ha debuttato nel 2013, dovrebbero essere Athanum, Centennial, Spalter Select ed El Dorado. L’etichetta è perfettamente coerente con le altre “sorelle” di gamma, ma mette un po’ in disparte il profilo di  Darth Vader rispetto alla clip della spina. 
E' probabilmente la Black IPA più chiara che mi sia mai capitato di vedere: la precisa scelta di utilizzare una piccola quantità di malti torrefatti la rende di color marrone abbastanza scuro con riflessi ambrati; forma un ampio cappello di schiuma compatta e cremosa, beige chiaro, molto persistente. L'aspetto è bello ma, volendo essere pignoli, non è nera, e neppure "quasi" nera: chiamiamola "Brown IPA", allora ? La bottiglia è ancora fresca (un paio di mesi al massimo) e l'aroma non tradisce le aspettative. Immaginate di aprire in due un frutto e di ficcarci dentro il naso: la freschezza è quella. Parliamo di melone, ananas e lychee in primo piano, mentre bisogna attendere che la birra si scaldi un po' per far uscire un po' di mango, frutti di bosco (soprattutto lampone) e una leggerissima presenza di pane nero. In bocca c'è una carbonazione che personalmente reputo eccessiva, il corpo è medio e la consistenza è decisamente watery: da un lato la bevibilità ne beneficia, dall'altro avverto il bisogno di un pochino più di "consistenza". Anche perché la base di malto (pane nero) è solo da supporto ad un gusto che diventa subito molto dolce e fruttato, rispecchiando a grandi linee l'aroma, con il caramello quasi mescolato ad un generico"fruttato tropicale" pulito e molto gradevole. Stiamo tuttavia sempre parlando di una IPA: bene i profumi, d'accordo la frutta tropicale piaciona ma da una IPA mi aspetto un po' di muscoli e di vigore, un finale che deve lasciarmi almeno un po' di amaro. Dopo un bell'inizio intenso, questa Donkere Vader rallenta la sua corsa, andando solo a bilanciare il dolce con un amaro terroso e vegetale che non riesce però a diventare il protagonista conclusivo. La birra è ben fatta, fresca, profumata e pulita, e detto questo possiamo ricondurre il resto alla questione del gusto "personale": se siete per il dolce, gradirete senz'altro questa interpretazione di una Black IPA. Se invece cercate una buona dose di amaro (senza che dobbiate necessariamente asfaltarvi il palato), allora probabilmente resterete un po' insoddisfatti.
Formato: 33 cl, alc. 6%, lotto 188/14, scad. 08/2015, pagata 4.00 Euro (beershop, Italia)

mercoledì 1 ottobre 2014

Ruhstaller Capt.

Mettetevi comodi, oggi la storia da raccontare è un po' lunga. Sacramento, capoluogo della omonima contea nonché oggi capitale della California, fu fondata nel 1848 dagli svizzeri Samuel Brannan e John Augustus Sutter nel punto di confluenza dei fiumi Sacramento ed American. Il rapido sviluppo della città fu dovuto alla scoperta dell’oro in una miniera di proprietà di Sutter nella vicina Coloma che richiamò migliaia di persona in cerca di fortuna. Sacramento divenne rapidamente un importante porto fluviale per la distribuzione di merci, un centro agricolo e commerciale, un terminale per ferrovie, diligenze e trasporti fluviali, ed il capolinea occidentale della prima, mitica Ferrovia Transcontinentale. Ma non tutti sanno forse che Sacramento, alla fine del 1800, era anche la capitale della birra della West Coast americana, nonché la regione in cui si produceva la maggiore quantità di luppolo: vi operavano circa sedici birrifici e, soprattutto, un intraprendente capitano (onorario) svizzero: Frank Ruhstaller.  Trentacinquenne, sbarca alla metà del diciannovesimo secolo in America; giunto poi a Sacramento, diventa socio della Buffalo Brewery (allora era il maggior produttore di birra ad ovest del fiume Mississippi, ed esportava in Alaska, alle Hawaii ed in Sud America) e nel 1881 fonda il proprio birrificio, la Ruhstaller Brewery, che in breve tempo diventa uno dei marchi più popolari, grazie ad una Lager ed alla Gilt Edge Steam Beer. Qualche anno dopo Rusthaller mette in piedi anche la City Brewery. L’era dell’oro della birra a Sacramento termina negli anni 20 del secolo scorso, con il Proibizionismo: i birrifici chiudono o si mettono (come la citata Buffalo Brewery) a produrre bevande non alcoliche, i contadini convertono le proprie piantagioni di luppolo. La Buffalo Brewery, ad esempio, resiste sino agli inizi del 1970 per poi chiudere definitivamente. 
Oggi a Sacramento operano cinque brewpub e tre microbirrifici, secondo l’elenco di Ratebeer. La storia del Capitano Ruhstaller rivive oggi nel marchio riportato in vita nel novembre 2011 da  Jan-Erik D. Paino (per gli amici semplicemente “J.E.”);  nato a San Francisco nel 1972, laureato a Princeton in architettura con un passato dapprima nell’industria edile e poi nella Real Estate (proprietà immobiliari), si trova per in carico del suo capo (Kipp Blewett) a dover studiare la storia di Sacramento. La sua azienda aveva infatti appena terminato il Citizen Hotel, riconvertendo un vecchio edificio di Sacramento, con un ristorante annesso (Garage) che sposa in pieno la filosofia del Farm to Table, ovvero l’utilizzo di materie prime provenienti da produttori locali. Blewett aveva messo gli occhi sull’edificio del diciannovesimo secolo che un tempo ospitava la Ruhstaller Brewery, per ristrutturarlo e riconvertirlo in qualcosa di redditizio. 
J.E. Paino si ritrova così nella biblioteca di Sacramento a cercare informazioni storiche su Ruhstaller che potessero fornire idee allo studio del progetto immobiliare: si giunge così alla conclusione più logica, ossia  far rivivere a Sacramento l’ancora indimenticato marchio di birra Ruhstaller. Il vecchio stabile avrebbe potuto ospitare una taproom, un ristorante, un brewpub. Elemento determinante per la riuscita dell’operazione, secondo gli imprenditori, è la dimensione “locale”: la nuova Ruhstaller dovrà sottolineare il suo legame con Sacramento utilizzando solo materie locali. E qui nascono i primi problemi: in California non si coltiva molto orzo e, soprattutto, non ci sono malterie. Gli unici birrifici che hanno tentato di utilizzare orzo californiano (ad. es. la Thirsty Bear di San Francisco)  lo hanno dovuto acquistare ai confini con l’Oregon (Eatwell Farms, a Dixon) e poi spedirlo  altrove a farlo maltare, con un notevole aumento dei costi di produzione.  Paino decide di seguire la stessa strada, comprando l’orzo nel Klamath River Basin per poi mandarlo ad una malteria a Vancouver. Secondo problema, il luppolo: il proibizionismo aveva portato alla fine della coltivazione in California, spostandola negli stati di Washington, Idaho e Oregon. L’ultimo grande produttore di luppolo californiano, il Signorotti Hop Ranch di Sloughhouse, aveva chiuso nel 1985. Chiamato a bordo l’esperto birrario di Sacramento Eric Ryan (che ha da poco lasciato, sostituito al momento da tre ragazzi che si alternano a turno), l’avventura  Ruhstaller parte utilizzando luppoli non californiani.   
Qualche mese dopo, J.E. scoprirà che c’è ancora qualcuno che produce e commercializza luppolo, in California: sono le Hops-Meister Farms a Lake County, cento miglia da Sacramento, attiva dal 2007 e di proprietà della famiglia Kuchinski. Nasce allora la seconda birra di Ruhstaller, chiamata Hop Sac 2011 e prodotta utilizzando solamente materie prime Californiane, nonostante i luppoli delle Hops-Meister Farms costino il doppio di quelli reperibili altrove.
Il resto della storia è un racconto tipicamente americano, di sogni e di controsensi, di verità, di (forse) leggende, di orgoglio. Si dice che il primo cliente di Ruhstaller fu la Corti Brothers  un distributore di prodotti Gourmet, che ordina dieci cartoni di '1881' (una Red Ale) senza averla neppure assaggiata.  J.E. Paino chiede se quei dieci cartoni fossero il loro fabbisogno trimestrale, o annuale: “No, li vogliamo tutti adesso”, rispondono.  Dopo una settimana, Paino riceve un ordine per altri dodici cartoni; preoccupato, telefona subito a Corti: “Le birre che abbiamo appena mandato si sono rotte? Abbiamo sbagliato a consegnare?” . “No, - rispondono – le abbiamo già vendute tutte; ce ne servono delle altre”. Corti è un ottimo distributore della nuova Ruhstaller, ma c'è qualcosa che non lo convince; un giorno convoca nei propri uffici Paino per dirgli: "tu sei quello che scrive Ruhstaller e Sacramento sulle bottiglie. Ma non ti meriti di usare quel nome, se non usi luppoli coltivati qui vicino".  La sfida è lanciata: ricominciare a coltivare luppolo nei dintorni di Sacramento: dopo aver ricevuto molti rifiuti (incluso quello degli ultimi grandi coltivatori di luppolo californiano, la famiglia Signorotti), riesce a convincere la famiglia McNamara proprietaria delle Sierra Orchards, 50 chilometri ad est di Sacramento. Nonostante i McNamara non abbiano mai avuto nessuna esperienza con il luppolo, in tutta fretta viene messo in piedi un luppoleto che, ad agosto, consente di  realizzare la  Hop Sac 2012. 
Sarebbe una storia davvero molto bella, se non si dimenticasse un importante dettaglio: Ruhstaller non è un birrificio vero e proprio, non ha impianti. Si presenta come la birra di Sacramento, ma quasi tutte  le birre vengono poi concretamente realizzate alla Hermitage Brewing Co. di San Jose, quasi 200 chilometri a sud. Il progetto di mettere in piedi un proprio birrificio c'è, ma si parla del 2015, e non necessariamente a Sacramento, dove i prezzi non sono molto convenienti; più imminente è invece l'apertura di una taproom, adiacente ai locali di Sacramento dove attualmente ci sono gli uffici commerciali e dove vengono immagazzinate tutte le birre prodotte.
La maggior parte delle informazioni sopra riportate sono state prese da questo lungo ma interessante articolo. 
Tempo di bere, e di stappare una lattina di Capt., abbreviazione che identifica ovviamente "il capitano", Frank Ruhstaller. Si tratta di una Black IPA, lanciata a Novembre 2012, le cui materie prime sono orzo Metcalf e Copeland, luppoli  CTZ, Cascade, Centennial e Citra. Arriva in una bella lattina color argento  che porta attaccata una normale etichetta "da bottiglia". Il colore è marrone scurissimo, con riflessi rossastri ed una schiuma beige cremosa e compatta, molto persistente. Il naso è fresco e pulito, con una bella macedonia di frutta che include pompelmo e mango, papaya, melone retato, ananas, pesca gialla. C'è anche qualche sfumatura di aghi di pino e, solo a temperatura ambiente, leggeri sentori di pane nero e di tostature. L'impressione di bere una West Coast IPA "solamente" vestita di nero è evidente anche in bocca: se si eccettua un rapidissimo imbocco maltato di pane nero e terroso, tutta la bevuta è caratterizzata da dolce frutta tropicale (mango, ananas, pompelmo) e da un finale amaro - non molto intenso - con resina, pompelmo e qualche nota terrosa. Pulita e ben fatta, alcool (7.6%) praticamente non pervenuto, è una birra abbastanza ruffiana e piaciona, ricca di frutta dolce e fresca con l'amaro che sembra voler solamente portare equilibrio, più che marcare il territorio. Il risultato comunque è molto piacevole, con freschezza e fragranza che giocano un loro chiave nel rendere la bevuta vivace e gustosa. Il corpo è medio, con poche bollicine e un ottimo mouthfeel. 
Formato: 35.5 cl., alc. 7.6%, IBU 55. lotto e scadenza non riportati, pagata 2.95 Euro ($ 3.89, food store, USA).