UNA BIRRA AL GIORNO

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mercoledì 20 maggio 2020

DALLA CANTINA: Toccalmatto Vecchio Bruno 2015


One-shot, collaborazioni, special editions: fino a qualche anno fa questo era il pane quotidiano del birrificio Toccalmatto, sempre pronto ad incalzare i bevitori con qualcosa di nuovo da provare. Nel 2017 il birrificio di Fidenza (PR) guidato da Bruno Carilli ha stretto una importante partnership con la beerfirm belga Caulier e da allora la propria strategia commerciale è cambiata . Fu lo stesso Carilli ad ammetterlo in un’intervista a Fermento Birra di quel periodo: “non puoi continuare ad inseguire un mercato schizofrenico, modaiolo, publican volubili. Vedo qualche birrificio seguire trend produttivi effimeri, fare birre modaiole, ma è una politica cieca che non paga, tutt’altro. Te lo dice uno che ha lanciato mode, che ha fatto molte one-shot, ma poi le birre che vendi sono altre, devi creare degli standard e puoi farlo anche con birre molto caratterizzate, solo che devi venderle”.  
Va bene divertirsi, va bene far parlare di sé ma alla fine del mese bisogna fatturare e l’impianto deve funzionare, soprattutto se di grosse dimensioni.  Meno varietà e più quantità, sembrerebbe essere questo l’unico modo per sopravvivere: “rimanere in una fascia intermedia a livello dimensionale è pericolosissimo. Il mercato è cambiato e sta cambiando. Noi ci siamo salvati perché abbiamo investito in maniera assennata e graduale. Arrivi però ad un certo punto che devi cambiare il mercato, la distribuzione, e da solo non puoi farcela. Secondo me chi produce tra i 1000 e i 7000hl annui rischia molto”. 
Tutti questi fattori hanno determinato il rinvio di quel Progetto Cantina che Toccalmatto aveva annunciato nel 2015 quando aveva appena inaugurato il nuovo impianto e voleva trasformare i locali adiacenti allo spaccio, che ospitavano l’impianto vecchio, in una “barricaia dove poter iniziare a fare delle birre acide con una forte impronta personale e italiana. Lo stabile sarà diviso in due aree (entrambe a temperatura controllata), una destinata alle Farmhouse Ales e l’altra a birre acide ispirate ai Lambic”.


La birra.

Proprio in quell’anno, esattamente a giugno 2015, veniva messa in vendita la Vecchio Bruno, che veniva presentata così:  “abbiamo pazientemente aspettato qualche anno, e finalmente è pronta. Ispirati alle Flemish Red e all’Aceto Balsamico Tradizionale, siamo partiti dalla Saba, il tradizionale mosto cotto emiliano, e l’abbiamo lasciata in botte a sviluppare la sua spiccata acidità acetica. Vogliamo pensare sia la capostipite dello stile Sour Emilian Red Ale”.  La bella etichetta è stata realizzata dal grafico Antonio Bravo: a lui il compito di raffigurare il Vecchio Bruno (traduzione storpiata di Oud Bruin) mentre si aggira furtivo tra le strade del centro storico di Parma. Un esperimento che credo non fu mai più ripetuto da allora e il sogno delle Sour Emilian Red Ale è stato riposto nel cassetto; andiamo comunque ad assaggiare una di quelle bottiglie che ho conservato per un lustro in cantina.

Alla vista predomina il color rubino con qualche nervatura ambrata: la schiuma è cremosa ma piuttosto rapida a scomparire. Anche il naso si tinge di tonalità rossastre: ciliegia, marasca, amarena cotta, aceto balsamico e frutti di bosco sono accompagnati da note legnose e ricordi di una umida e polverosa cantina. A cinque anni dalla messa in bottiglia la carbonazione è piuttosto vivace e la bevuta è ancora giovane e scattante:  il dolce di zucchero bruciato, mora e mirtillo, ciliegia sciroppata sono contrastati dall’asprezza dell’amarena e di altri frutti rossi, da sbuffi acetici (balsamici) che anticipano un finale vinoso, piuttosto secco, chiuso dall’amaro dei tannini del legno. E’ solo qui che questa birra rinfrescante presenta il conto della propria gradazione alcolica (7.5%): gran bella bevuta, complessa ma di facile fruizione, un’altalena tra dolce e aspro/acetico. A voler essere pignoli qualche passaggio è un po’ troppo brusco ma mi piace considerarlo un richiamo a quel carattere rustico e ruspante che in una Flanders Red autentica (e non addomesticata dal “progresso”  à la Rodenbach) ci dovrebbe sempre essere. La Vecchio Bruno è invecchiata benissimo e sono convinto che lo avrebbe potuto fare ancora per quale anno: peccato che Toccalmatto sia ora impegnato su altri fronti e abbia un po’ lasciato da parte le birre di nicchia come queste.

Formato 75 cl., alc. 7.5%, lotto 11079, scad. 31/12/2025, prezzo indicativo 16,00 euro (birrificio)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio
By: UBAG - Una Birra Al Giorno. alle 21:44 Nessun commento:
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Categories: Birrificio Toccalmatto, DALLA CANTINA, Flanders red ale, italia, sour ale, sour Red/Brown

martedì 26 febbraio 2019

DALLA CANTINA: Toccalmatto Dudes 2011

One-shot, collaborazioni, special editions: fino a qualche anno fa questo era il pane quotidiano del birrificio Toccalmatto, sempre pronto ad incalzare i bevitori con qualcosa di nuovo da provare. Nel 2017 il birrificio guidato da Bruno Carilli ha stretto una importante partnership con la beerfirm belga Coulier e da allora la strategia commerciale è stata modificata. Fu lo stesso Carilli ad ammetterlo in un’intervista a Fermento Birra:  “non puoi continuare ad inseguire un mercato schizofrenico, modaiolo, publican volubili. Vedo qualche birrificio seguire trend produttivi effimeri, fare birre modaiole, ma è una politica cieca che non paga, tutt’altro. Te lo dice uno che ha lanciato mode, che ha fatto molte one-shot, ma poi le birre che vendi sono altre, devi creare degli standard e puoi farlo anche con birre molto caratterizzate, solo che devi venderle”. 
Va bene “divertirsi”, va bene far parlare di sé ma alla fine del mese bisogna fatturare e l’impianto deve funzionare, soprattutto se di “grosse” dimensioni:  “noi di Toccalmatto abbiamo già fatto un investimento importante due anni fa con l’acquisto del nuovo impianto, un investimento sostenibile attraverso un indebitamento non rischioso. Ma non basta. Sono necessarie risorse per assumere personale, soprattutto in ambito commerciale, oltre che per la comunicazione e per il marketing. Per fare lo scalino puoi vendere alla grande industria o puoi accordarti con i tuoi simili. Io ho preferito la seconda scelta”. 
Le birre Caulier vengono dunque prodotte oggi a Fidenza con l’obiettivo dichiarato di raggiungere 20.000 ettolitri l’anno entro 24 mesi.  In aggiunta a questi ci sono i volumi della gamma La Brassicola che Toccalmatto produce per una catena di discount italiani.  Meno varietà e più quantità. Sembrerebbe essere questo l’unico modo per sopravvivere: “rimanere in una fascia intermedia a livello dimensionale è pericolosissimo. Il mercato è cambiato e sta cambiando. Noi ci siamo salvati perché abbiamo investito in maniera assennata e graduale. Arrivi però ad un certo punto che devi cambiare il mercato, la distribuzione, e da solo non puoi farcela. Secondo me chi produce tra i 1000 e i 7000hl annui rischia molto”.

La birra.
Rimini, febbraio 2012:  la manifestazione oggi  nota come Beer Attraction  in quell’anno si chiamava Selezione Birra. Per l’occasione Toccalmatto presentò al pubblico la nuova linea di Barley Wine. Alla Dudes, versione base ”maturato in bottiglia per un minimo di 9 mesi”, vengono affiancate le varianti Salty Dog (invecchiata in botti ex- Caol Ila), Ombra (grappa) e Bedda Matri (Marsala). Qualche anno dopo arriverà anche Sugar Kane, invecchiata in botti ex-rum. 
Dalla cantina recupero quella che dovrebbe essere il primo lotto di Dudes, birra prodotta nel 2011 e messa poi in vendita l’anno successivo. Nel bicchiere è piuttosto torbida, di color ambrato con intense venature rossastre: la foto la rende molto più scura delle realtà. In superficie si forma una manciata di bolle grossolane che svaniscono immediatamente. L’aroma è un po’ stanco ma si porta dietro il cosiddetto “fascino dell’età”: prugna disidratata, frutti di bosco, cuoio, vino marsalato, accenni di ciliegia sciroppata, qualche frammento di cartone bagnato. L’assenza di schiuma è purtroppo indicatore di una birra  piatta: anche se un po’ indebolita dagli anni, la sensazione palatale è tuttavia ancora morbida e gradevole. Il gusto mostra buona corrispondenza con l’aroma: alla prugna disidratata e ai frutti di bosco s’aggiungono lievi note biscottate e caramellate prima che Dudes entri nel territorio dei vini marsalati per poi riposarsi su di una piccola poltrona di cuoio. E’ solo qui che l’alcool si fa finalmente notare in un finale lungo, caldo e avvolgente. 
I sette anni in cantina le hanno dunque fatto bene?  Indubbiamente è una birra che ha già intrapreso la parabola discendente:  leggere tracce di cartone bagnato ed ematiche spuntano fuori di tanto in tanto, c’è una lieve astringenza e mancano le bollicine. Il risultato è tuttavia ancora godibile e le connotazioni positive sono ancora dominanti rispetto a quelle negative. Toccalmatto dichiara che “può invecchiare decenni”, ma se ne avete ancora una bottiglia in cantina io non aspetterei molto ad aprirla, fossi in voi.
Formato 37,5 cl., alc. 12%, lotto 11018, scad. 04/2026, pagata 9.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.
By: UBAG - Una Birra Al Giorno. alle 22:09 Nessun commento:
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Categories: barley wine, Birrificio Toccalmatto, DALLA CANTINA, italia

lunedì 16 aprile 2018

L'artigianale al discount: La Brassicola La Bionda & La Brassicola La Rossa


Ero in qualche modo affezionato alla birra “Lucilla” che il birrificio Amarcord ha per molti anni prodotto per la catena di discount Eurospin: non tanto per la sua bontà (ahimè) ma per il fatto che “La Rossa” è stata per molti anni la pagina più visitata del blog, superata solo di recente dalla Ichnusa Non Filtrata.  Alla fine dello scorso gennaio l’azienda distributrice Target 2000 (sempre gruppo Amarcord) ha annunciato il commiato della gamma Lucilla dalla distribuzione Eurospin: chi l’ha amata (incluso gli homebrewers che tanto cercavano la sua bottiglia con tappo meccanico) non si lasci tuttavia prendere dalla sconforto, visto che un mese dopo è stato ufficializzato il ritorno delle Lucille presso un'altra catena di discount. 
Eurospin rinuncia alla birra artigianale? Certo che no, ma cambia partner: la “gara” per la produzione di una generica “birra bionda” e di una “birra rossa” viene vinta da altri. Per la distribuzione al centro-sud il birrificio Maltovivo produce oggi la Birra del Ponte con (cito le etichette) una Bionda - Golden Ale Style (5.2%) e una Rossa – Dark Belgian Ale Style (7.5%);  al nord la B.T. Srl di Fidenza (non ci vuole molto a ricondurre queste due iniziali al Birrificio Toccalmatto) crea il marchio La Brassicola. Il target richiesto è sempre quello: birre facili da bere e che costino poco. Per quel che riguarda La Brassicola il prezzo finale al cliente è di 2,29 Euro per una bottiglia da 50 cl., ovvero 4,58 euro al litro. Un leggero aumento (+15%) rispetto agli 1,99 Euro della Lucilla (3,98 al litro). 
Quando si parla di birra “artigianale” e discount la domanda da farsi è sempre la solita: è possibile bere bene spendendo poco?

Le birre.
Iniziamo con La Bionda (4.8%), prodotta “selezionando i migliori luppoli nobili europei, delicati ed aromatici, per creare una birra semplice e raffinata”: questo quanto riportato in etichetta. Lo stile non è dichiarato, la fermentazione è ad alta anche se si guarda alla tradizione tedesca, per farla breve una sorta di “Helles un po’ più luppolata”. 
L’aspetto è di colore dorato, leggermente velato, con una bella testa di candida schiuma cremosa e compatta, dalla buona persistenza. I profumi sono piuttosto delicati ma c’è una buona pulizia: pane e fiori, un tocco speziato, un leggero ricordo di agrumi. Al palato scorre senza intoppi grazie ad un corpo leggero e ad una carbonazione abbastanza contenuta. Il gusto è semplice quanto l’aroma, con un delicato profilo maltato (pane e miele), un accenno fruttato non ben definito e un finale amaro erbaceo di breve intensità e durata.  Non ci sono difetti ma non ci sono neppure emozioni in una birra abbastanza precisa alla quale manca però un po’ di quella secchezza che la renderebbe ancora più rinfrescante. Non c’è molto carattere, l’intensità è quella che è ma l’assenza di quei sapori sgradevoli che spesso si trovano nelle birre sugli scaffali del discount le permette di guadagnarsi ampiamente la sufficienza. Gli appassionati di birra artigianale non la troveranno particolarmente interessante, ma per salire di livello bisogna ovviamente mettere mano al portafogli e fare acquisti altrove. O pensavate davvero di bere una Toccalmatto ad un terzo del suo costo?

La Rossa (7%)  si autodefinisce “una birra per le grandi occasioni, compagna perfetta per la tavola, ideale per la pizza, ma i suoi ricchi aromi maltati sapranno accompagnare anche formaggi di media stagionatura e carni rosse”. Il suo colore è un bell’ambrato accesso da fiammate rossastre, mentre la schiuma ocra, cremosa e compatta, mostra un’ottima persistenza. L’ispirazione è belga ed è evidente sin dall’aroma: zucchero candito, caramello, spezie (cardamomo, coriandolo?), biscotto, frutta secca a guscio, persino qualche accenno di pasticceria. Intenso e molto pulito, una bella sorpresa. Purtroppo il gusto non mantiene le aspettative e si rivela molto meno pulito ed interessante:  la bevuta è dolce, guidata dall’accoppiata caramello-biscotto ed incalzata da note di prugna ed uvetta. L’alcool è abbastanza ben dosato anche se l’intensità complessiva della birra potrebbe essere migliore: c’è qualche problemino nel finale, con un amaro terroso un po’ sgraziato che non lascia un buon ricordo e rischia quasi (e sottolineo quasi) di scivolare nella plastica bruciata.  Parte davvero bene questa “birra rossa” ma è un peccato non ritrovare nel gusto tutte le belle premesse dell’aroma; il risultato è comunque sufficiente, ma valgono le stesse considerazioni (qualità-prezzo) fatte per la sorella bionda.  
Per quel che riguarda il classico abbinamento pizza-birra (doppio malto!) citato anche in etichetta, direi che La Rossa può essere una dignitosa alternativa a prodotti industriali (non da discount)  come questi che costano più o meno uguali. E per il confronto in casa Eurospin con l’ex Lucilla ?  Direi che La Brassicola rappresenta senz’altro un passo in avanti, anche se queste due bottiglie sono ancora giovani e non hanno ancora affrontato il caldo dell'estate e dei magazzini della grande distribuzione.
Nel dettaglio: 
La Bionda, formato 50 cl., alc. 4,8%, lotto 18003, scad. 30/01/2020, prezzo 2.29 Euro
La Rossa, formato 50 cl., alc. 7,0%, lotto 18004, scad. 31/01/2020, prezzo 2.29 Euro

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio
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Categories: belgian ale, birra discount, Birrificio Toccalmatto, golden/blonde ale, italia, La Brassicola

giovedì 28 settembre 2017

Toccalmatto Black Bretty

Tra le molte novità del 2014 di Toccalmatto, oltre a diverse one-shot e collaborazioni varie, c’è stata la nascita della linea sperimentale FreakLab Series: viene inaugurata  a settembre con l’uscita della Black Bretty. “La prima, rarissima e misteriosa release della serie sperimentale FreakLab. Non saprete altro”: questo il criptico messaggio con il quale viene annunciata sul blog del birrificio di Fidenza. Qualche mese dopo è arrivata una Smoked Porter seguita a dicembre dalla Belgian Ale chiamata Antani. 
Non so se la FreakLab Series non sia ancora attiva ma le novità in casa Toccalmatto non smettono di arrivare, soprattutto nella forma di one shot e collaborazioni; quella più interessante è però stata la joint-venture annunciata la scorsa estate assieme a Caulier, marchio-beerfirm di proprietà italiana che produce in Belgio e in Messico. Il birrificio di Fidenza produrrà le birre Caulier per il mercato italiano (si parla di circa 11.000 ettolitri/anno) mentre De Proef continuerà a soddisfare la domanda del nord-europa.

La birra.
Black Bretty inaugura quindi la FreakLab Series sperimentale di Toccalmatto, caratterizzata da grafiche monocromatiche, per poi entrare nella gamma Toccalmatto e dotarsi di una vera e propria etichetta. Birra e musica s’incontrano spesso nel mondo Toccalmatto e credo che anche in questo caso - visti gli indizi in etichetta -  il nome scelto sia un richiamo ad una canzone, quella Black Betty che gli afro-americani cantavano sul lavoro negli anni ’30 del secolo scorso.  Per quel che riguarda la birra parliamo di una strong/imperial porter (9.5%) prodotta con brettanomiceti ed aggiunta ciliegie. Il lotto di produzione in etichetta sembra rimandare all’annata 2013; la bottiglia è stata da me acquistata nel 2015 e ha riposato per un paio d’anni in cantina. 
All’aspetto risulta ”quasi nera” e forma una testa di schiuma di modeste dimensioni, con bolle un po’ grossolane ed una discreta persistenza. L’azione dei brettanomiceti è evidente al naso, che apre con richiami al cuoio e al formaggio, alla pelle di salame; al loro fianco troviamo profumi di ciliegia, prugna e, più in secondo piano carne, salsa di soia e qualche traccia volatile di solvente. Al palato si avverte già qualche segno dell’età: il corpo è medio ma la birra appare un po’ slegata in alcuni passaggi, con una bassa carbonazione che non riesce a restituirle un po' di energia. La bevuta è comunque un interessante caleidoscopio di sapori che a parole sembrerebbero respingersi tra di loro: tostature e caffè, cuoio, salsa di soia e carne, tabacco, l’asprezza dell’amarena, il dolce dell’uvetta e della prugna. C’è una discreta astringenza che rovina un po’ quello che vorrebbe essere un finale appagante fatto di lievi tostature, caffè e qualche spunto di cioccolato; l’alcool è piuttosto delicato e apporta solamente un lieve tepore a fine bevuta. 
Una imperial porter piuttosto complessa da sorseggiare con calma, non tanto perché la bevuta sia difficile o impegnativa ma perché ci sono davvero molti elementi, spesso dissonanti, che richiedono la dovuta attenzione. Il risultato è un po’ confuso e un po’ penalizzato da qualche segno del tempo, ma tutto sommato è una birra che si beve con soddisfazione e che induce a farsi delle domande su quello che c’è nel bicchiere. Che sia questo il vero significato del tanto abusato termine “birra da meditazione” ?
Formato: 75 cl., alc. 9.5%, lotto 13030, scad. 16/04/2023, pagata 10.00 Euro (birrificio)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.
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sabato 4 marzo 2017

Toccalmatto Bedda Matri (2013)

Toccalmatto è conosciuto soprattutto per il suo lavoro con i luppoli, ma la sua offerta di English Barley Wines è altrettanto interessante e già piuttosto diversificata. La versione base è chiamata è Dudes (12% ABV): secondo Microbirrifici.org sarebbe invecchiata nove mesi in botti di rovere, ma nel sito di Toccalmatto essa non compare tra le birre Barrel Aged.  Le sue varianti barricate includono passaggi in botti ex- grappa trentina (Ombra, 10%), ex-marsala siciliano (Bedda Matri, 12%),  rum Trinidad & Tobago (Sugar Kane, 12%) e whisky torbato  (Salty Dog, 12%). 
Vi è poi un ultimo barley wine realizzato in collaborazione con i birrifici Lambrate, Endorama, Montegioco, Orso Verde, Bi-Du e con i locali The Dome e Locanda Del Monaco: si chiama Chelabuna ed è dedicato alla memoria di Adriano “AdriMetal” Ventura, un appassionato di birra molto conosciuto nella comunità italiana che è purtroppo prematuramente scomparso nel 2016. Il ricavato della vendita delle bottiglie di Chelabuna viene devoluto a SIMBA, Associazione Italiana Sindrome e Malattia di Behçet.

La birra
Bedda Matri, la Bella Madre, la Madonna; questo il nome scelto da Bruno Carilli per il suo barley wine che riposa per ben due anni in botti di castagno che hanno in precedenza contenuto vino Marsala siciliano. Il birrificio la descrive come “una birra da meditazione, perfetto abbinamento di foie gras in torcione o terrina, servito con i classici accompagnamenti di frutta e verdura in composta; formaggi erborinati, o a pasta dura di lunga stagionatura, pasticceria secca”. Prodotta nel 2011, è stata imbottigliata e messa in vendita nel 2013. 
Nel bicchiere è torbida e di colore ambrato, con qualche intensa venatura rossastra: non si forma schiuma, solamente qualche grossolana bolla che scompare velocemente. Annusandola ad occhi chiusi sarebbe davvero difficile dire di avere tra le mani una birra, perché il naso si spinge senza indugi nel territorio dei vini liquorosi e passiti: prugna, fico e dattero disidratato, uva passa. In sottofondo profumi di legno e zucchero caramellato compongono un'aroma caldo ed avvolgente sostenuti da una nota etilica. La bevuta si muove sugli stessi passi, mantenendo una netta predominanza vinosa: altrettanto morbida e calda, ogni sorso è un confortante abbraccio ricco di frutta sotto spirito, uvetta, prugna, ciliegia, legno. L'alcool scalda senza andare mai oltre le righe e contribuisce, assieme ad una lieve acidità, a bilanciare il dolce di un barley wine davvero intenso, da gustare in tutta tranquillità sorso dopo sorso, con grande soddisfazione. 
Non so come fosse questa Bedda Matri appena nata, ma a quattro anni dalla messa in bottiglia c'è più vino (liquoroso) che birra nel bicchiere: il risultato è per certi versi estremo ma conquista ed appaga, con eleganza. 
Formato: 37.5 cl., alc. 12%. lotto 11805. scad. 09/2026, prezzo indicativo 13.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.
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lunedì 21 marzo 2016

Toccalmatto/Naparbier: St. Germanus Ghost Quadrupel

Aggiungiamo un altro episodio all’infinita saga delle collaborazioni del birrificio emiliano Toccalmatto; questa volta tocca agli spagnoli di NaparBier recarsi in visita a Fidenza per realizzare una Quadrupel speziata con cannella e chiodi di garofano. La collaborazione viene annunciata a settembre 2014 con le immagini di Bruno Carilli e Juan Rodriguez – birraio di Naparbier – vestiti da monaci. 
Ammetto di non conoscere il birrificio spagnolo, fondato nel 2009  da Juan Rodriguez e Josu Taniñe, homebrewers dal 2005 e vittime dell’ERE (Expediente de Regulaciòn de Empleo), procedimento che regola i licenziamenti di massa per ragioni economiche; aiutati dal birraio tedesco  Alex Schmid e da altri due soci  (Txerra Aiastui e José Javier Rodríguez) i due homebrewers lasciano il proprio precario lavoro per iniziare la produzione di birra. Nel 2012 il birrificio si trasferisce  a Noáin, Navarra; a gennaio 2013 entra in società anche il belga Sven Bosch, che nell’ottobre dello stesso anno apre a Barcellona il BierCab, uno dei bar più frequentati dai beer geeks catalani.   A settembre 2014 il primo “upgrade” degli impianti, con una nuova sala cottura da 30hl,  che permette di produrre anche alcune birre per conto terzi (Evil Twin) e di collaborare con Alvinne, Beavertown, De Molen, Hanndbryggeriet, Nøgne Ø, Lervig, Mikkeller e To Øl. 
Un primo incontro Toccalmatto era giù avvenuto a febbraio 2014 con la realizzazione della “hoppy saison” chiamata Wild Lady; come detto, il favore viene ricambiato in autunno dello stesso anno quando a Fidenza viene creata una “Ghost Quadrupel”  ispirata  - suppongo scherzosamente - “dalle pie opere di San Germano da Verona”:  se lo conoscete, fatemelo sapere, io non ne ho trovato traccia alcuna.

La birra.
Introdotta dalla macabra ma bellissima etichetta realizzata dall’illustratore spagnolo Antonio Bravo, collaboratore abituale di Naparbier, la St. Germanus si presenta del classico color tonaca di frate tendente all’ebano scuro; la schiuma è cremosa ma un po’ grossolana e collassa nel bicchiere piuttosto rapidamente.  L’intensità e la pulizia dell’aroma permettono di descriverlo senza grossi sforzi: la scena è dominata dalla frutta sotto spirito (uvetta di Corinto, prugna, datteri) alla quale s’affiancano i profumi di zucchero candito, pera, biscotto e un accenno di cioccolato. Non avverto nessuna delle spezie dichiarate (cannella e chiodi di garofano), probabile effetto dei mesi passati in cantina. Liquirizia, zucchero candito, caramello e frutta sotto spirito costituiscono la spina dorsale del gusto di questa potente Belgian Strong Ale (11%) che si sorseggia con calma ma senza troppa difficoltà: il corpo oscilla tra il medio ed il pieno, con una consistenza oleosa che le permette di scorrere senza intoppi, favorita da una carbonazione bassa. La bevuta è piuttosto dolce ma è ben attenuata e parzialmente bilanciata da una carezza amara che si compone di frutta secca, cioccolato, caffè e lievi tostature. L'alcool si fa sentire senza arrivare mai a bruciare e lascia un finale caldo ed avvolgente, morbido, intriso di frutta sotto spirito, capace di regalare buona soddisfazione a chi ha il bicchiere in mano. 
Il livello è alto ma ancora abbastanza lontano da quello delle grandi trappiste alla quale dichiara di essersi ispirata, e mi riferisco in particolare all'espressività del lievito; un fattore da tenere in considerazione visto il prezzo, nemmeno lontanamente paragonabile a quello delle belghe.
Formato:  75 cl., alc. 11%, lotto 14071, scad. 15/09/2019, 12.00 Euro (birrificio)


NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.
By: UBAG - Una Birra Al Giorno. alle 23:32 3 commenti:
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Categories: Birrificio Toccalmatto, italia, Naparbier, Quadrupel

mercoledì 4 novembre 2015

Toccalmatto Re Hop Fresh Hop

Non so se si possa già parlare di “moda” ma da qualche anno, in questi mesi, arrivano dai birrifici italiani sempre più birre prodotte con il luppolo appena raccolto, le cosiddette “Fresh Hop”, che vengono anche alternativamente chiamate “Harvest Hop” o “Wet Hop”: i tre termini sono praticamente equivalenti. Giusto ieri Cronache di Birra ha presentato una piccola carrellata di quelle che stanno arrivando nei pub proprio in questi giorni; anche in Italia si è da qualche anno iniziato a coltivare luppolo e c’è disponibilità di materia prima sufficiente a realizzare questo tipo di birre. 
Non esiste ovviamente una definizione categorica di “Fresh/Harvest/Wet Hop”, se non che i luppoli devono essere utilizzati entro pochissimi giorni (24/48 ore) dalla loro raccolta; i birrifici che si trovano vicino ai luppoleti sono fortunati e possono a volte utilizzare luppolo raccolto solamente qualche ora prima o, nei casi più estremi, qualche minuto prima! Le distanze tra i paesi europei non rappresentano comunque un ostacolo insormontabile a realizzare queste birre, se non quello “economico”: è infatti sufficiente recarsi con un furgone nelle zone di raccolta del luppolo per rientrare poi in Italia in giornata con dei luppoli freschi da poter utilizzare. In alternativa si può sempre ricorrere a costosi trasporti aerei come nel caso (estremo) di Sierra Nevada che realizza ogni anno la propria Southern Hemisphere Harvest con luppoli appena raccolti sul continente oceanico. 
Pare che il primo esempio di “Fresh Hop Ale” risalga al 1992 quando in Inghilterra il birraio  Trevor Holmes della  Wadworth Brewery  (Devizes, Wiltshire) ebbe l’idea di provare ad utilizzare del luppolo appena raccolto anziché quello secco; da allora, tutti gli anni, un addetto del birrificio si reca in una vicina fattoria alle 6 del mattino a prelevare il luppolo appena raccolto che viene utilizzato nel bollitore qualche ora più tardi. Gli americani avrebbero iniziato qualche anno più tardi: la prima (1996) dovrebbe essere stata  la ora defunta Yakima Brewery (sfruttando la sua posizione privilegiata a soli 50 chilometri da un campo di luppolo) imitata nello stesso anno da Sierra Nevada, che dovette però ricorrere a una spedizione urgente via aerea.  
Negli ultimi anni, soprattutto negli Stati Uniti, il fenomeno delle “fresh hop” beer è esploso, con festival ed eventi completamente dedicati alle birre prodotte con luppolo fresco.  Nella Yakima Valley si produce la maggior parte del luppolo statunitense; la raccolta avviene ogni anno all’inizio di settembre o dintorni, un periodo già estremamente frenetico nel quale vanno anche organizzate le spedizioni via aerea a quei birrifici che devono produrre le birre col luppolo fresco e devono riceverlo il giorno successivo alla raccolta. 
Per un birraio la sfida principale nel fare una birra utilizzando esclusivamente luppolo fresco consiste essenzialmente nelle scarse informazioni sulla materia prima, che arriva freschissima ma senza quelle precise indicazioni (alfa e beta-acidi,  olii essenziali,  etc)  necessarie per elaborare la ricetta. Ci si basa allora  sull’esperienza maturata con le birre realizzate gli anni precedenti, oppure testando i fiori di luppolo letteralmente “sulla pelle”, annusandoli, strofinandoli e cercando di capirne le caratteristiche tastandoli o "strizzandoli" con le dita. Non tutte le cosiddette “Fresh Hop” sono prodotte al 100% con luppolo fresco; spesso questi sono utilizzati solamente per il dry-hopping, abbassando notevolmente il rischio di fare una birra diversa da quanto voluta e sfruttando le proprietà aromatiche dei fiori raccolti da poche ore. 
Per "celebrare" la stagione della raccolta del luppolo 2015 ho scelto quest'anno la versione Fresh Hop della Re Hop di Toccalmatto, disponibile da qualche settimana e realizzata con Cascade fresco raccolto nell'Azienda Agricola Fre di Carrù (Cuneo). L'azienda (anche beerfirm) ha iniziato la coltivazione di luppolo cinque anni fa, rendendosi già protagonista della birra MeM, realizzata assieme a Baladin con il Cascade autoprodotto.
Non bevevo la Re Hop da qualche anno e la prima cosa che mi colpisce (in positivo) è la differenza nel colore con la bottiglia stappata nel 2012. Fortunatamente molto più chiara la versione attuale (malto pils), opportunamente "aggiornata" per restare al passo coi tempi. Perfettamente dorata e leggermente velata, forma un bel cappello di schiuma bianchissima, fine e cremosa, dall'ottima persistenza. Il mix di luppoli è stato modificato più volte nel corso degli anni; questa bottiglia viene prodotta con Cascade e Saaz. Siamo di fronte ad un'American Pale Ale e non ad bomba di luppolo; ci sta quindi che l'aroma non sia esplosivo, nonostante il luppolo fresco utilizzato, e che persegua piuttosto l'eleganza e la pulizia. In bell'evidenza c'è un bouquet che si compone di agrumi (cedro, mandarino, arancia, limone), frutta tropicale (ananas e mango), accenni di sentori vegetali e  "dank" che ricordano alla lontana la marijuana: birra in bottiglia da poche settimane, con fragranza e freschezza sugli scudi. Caratteristiche che si confermano anche al palato, in una birra delicata e molto bilanciata, che parte da una leggera base malata (crackers, miele) a supporto della generosa luppolatura che dispensa frutta tropicale (ananas) ma soprattutto agrumi, pian piano protagonisti della bevuta in un bel finale amaro e zesty (cedro, pompelmo, limone) con qualche breve sconfinamento in territorio resinoso e "dank". Grande pulizia al palato, birra ruffiana quanto basta che evapora dal bicchiere in tempi rapidissimi con l'aiuto di una carbonazione bassa (forse un po' troppo, per il mio gusto), un corpo leggero e un'ottima attenuazione a garantire un ottimo potere rinfrescante e dissetante. Formato da 33 decisamente insufficiente per questa "quasi" session beer che potreste tranquillamente bere serialmente senza mai stancarvi. Essendo una "fresh hop" va bevuta subito e non tra qualche mese: se volete assaggiarla cercatela prima che perda la sua stessa ragione di esistere.
Formato: 33 cl., alc. 5%, lotto 15049, scad. 25/09/2016, pagata 4.80 Euro (birrificio).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.
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giovedì 10 settembre 2015

Toccalmatto/Dugges Sweet Insanity

Si potrebbe dire “novità” Toccalmatto non fosse che le birre collaborative sono ormai all’ordine del giorno per il birrificio guidato da Bruno Carilli. Quella di oggi nasce dall’incontro con gli svedesi della Dugges Ale & Porterbryggeri, che abbiamo già incontrato in un paio di occasioni, qui e qui. 
Lo scorso febbraio 2015 (ma il lotto in etichetta fa pensare ad una produzione di dicembre 2014) Toccalmatto annuncia che gli svedesi si trovano in Italia la presentazione delle loro birre in alcuni locali italiani e per l’occasione si recano anche a Fidenza per realizzare una birra a quattro mani. Al già vasto portafoglio di Dugges s’aggiunge una nuova collaborazione a quelle già fatte con Stillwater, All In Brewing, Beerbibliotek, Crooked Moon, Kissmeyer, Nogne O, Amager e sicuramente ne avrò dimenticata qualcuna. 
La birra Toccalmatto/Dugges è destinata ad essere pronta per la tarda primavera e la scelta cade su una saison che viene arricchita da una generosa quantità di albicocche e chiamata Sweet Insanity; sulla provenienza delle albicocche ben al di fuori della loro stagione di raccolta, non ho informazioni. Sud America, probabilmente ? 
Nel bicchiere si presenta di color arancio opalescente con una modesta testa di schiuma biancastra, poco persistente.  Al naso c’è pulizia ed  una buona intensità composta per la maggior parte da frutta: oltre all’attesa albicocca avverto sentori di pesca gialla e di uva bianca, floreali, zuccherini e una leggera presenza nota lattica. 
Il percorso in bocca inizia con un buon equilibrio tra le note dolci (miele, pesca gialla, accenno di frutta tropicale) e quelle aspre di uva spina, albicocca acerba, limone; l’intensità di asprezza e acidità va poi aumentando nel corso della bevuta, rendendo questa saison secca  e particolarmente dissetante. Ne risulta una birra piuttosto "sour"  con un finale leggermente amaro e lattico che nel complesso mi ha un po’ ricordato diverse “farmhouse ales”  acide americane che vanno piuttosto di moda in questo periodo: Crooked Stave, Almanac, Prairie o Against the Grain, tanto per citare le prime che mi vengono in mente.  Qui non vi è però la stessa eleganza, ed anche la pulizia (da non confondere con il cosiddetto “carattere rustico”) al palato potrebbe essere migliore: abbonda invece la componente fruttata, l’alcool (7%) è nascosto davvero in maniera impressionante, la funzione “rinfrescante” è svolta in maniera eccellente. Una collaborazione interessante e abbastanza ben riuscita, benché forse non memorabile, che in un certo senso potrebbe costituire un'anteprima di un filone sul quale il birrificio emiliano ha dichiarato di volersi concentrare, destinando il suo vecchio birrificio proprio alle produzioni di "farmhouse ales" e agli affinamenti in botte.
Formato: 75 cl., alc. 7%, lotto 14092, scad, 01/12/2016, pagata 10.00 Euro (birrificio).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.
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giovedì 6 agosto 2015

Toccalmatto Zona Cesarini

Non la bevevo da un po’ di tempo, in precedenza l’avevo ospitata sul blog nel 2011 e la recente svolta “trentatré centilitri” del birrificio Toccalmatto mi ha fatto venire voglia di ritrovarla; è in un certo senso un esercizio divertente, quello di confrontare le note gustative di quattro anni fa. E’ la Zona Cesarini,  flagship beer del birrificio di Bruno Carilli ed un pezzo importante della giovane storia della cosiddetta “birra artigianale italiana”. 
Una birra che ha da poco compiuto cinque anni, essendo stata presentata sabato 5 giugno 2010 presso il Domus Birrae di Roma dove oltre a Carilli era  presente anche Alessio Gatti, a quel tempo birraio presso Toccalmatto. Oggi siamo ormai abituati all’utilizzo di luppoli asiatici (o “pacifici” che dir si voglia), ma a quel tempo non erano ancora così diffusi, se si esclude la moda del Nelson Sauvin che proprio in quel periodo aveva iniziato a contagiare diversi birrai.  Viene quindi definita una “Pacific IPA”  ispirandosi al calciatore Renato Cesarini, mezzala juventina degli anni trenta che realizzò diversi gol nei minuti finali di partita;  il novantesimo minuto della Zona Cesarini riguarda gli ultimissimi momenti della bollitura, nei quali vene utilizzato il 90% dei luppoli.  L’etichetta omaggiava invece il Giappone, paese d’origine del luppolo-novità che viene utilizzato: è il Sorachi Ace, accompagnato dal neozelandese Pacific Gem e da una miscela di altri luppoli provenienti anche da Stati Uniti (Citra) ed Australia. 
E’ lo stesso  “Allo” Gatti a ricordarla dopo qualche anno sulle pagine de Il Barbiere della Birra salvo poi smentire quanto scritto (“naturalmente non è vero niente”) qualche riga dopo: “il nome Zona Cesarini l'avevo già in mente in quei due mesi che ho lavorato per Leonardo (Birra del Borgo, nda) e ne avevo parlato anche con lui.. poi evidentemente non c'era stata occasione di produrla  (…)  Io avevo in mente una ipa tendenzialmente chiara dove il 9 era numero ricorrente. 9 gradi, 90 ibu, 90 minuti di bollitura e 90% di luppolo in whirpool e in dry hop, o qualcosa del genere. Parlandone con Bruno lui si era dimostrato entusiasta ma ovviamente aveva messo mano alla ricetta per renderla più appetibile, con ottimi risultati direi. In quei giorni erano arrivati a Toccalmatto diversi luppoli giapponesi e neozelandesi, ancora abbastanza sconosciuti in Italia, et voilà, ecco la Zona.  L'etichetta mi ricordo che era stata concepita sul banco dello spaccio ed eravamo presenti io, Bruno e Marcello, adesso Retorto, e per questo era uscita l'idea di mettere i tre aerei. La mia intenzione iniziale era quella di un'etichetta che ricordasse la rovesciata di Parola sulle figurine Panini ma l'idea non era passata”. 
L’etichetta 2015 ha subito un leggero re-styling: il sol levante è stato rimpicciolito e spostato più ad ovest, i raggi ingranditi, gli aerei da guerra spostati; è scomparsa la pianta di luppolo sulla destra, mentre l’onda verde è diventata più imponente e “giapponese”, con un chiaro riferimento ai dipinti di Katsushika Hokusai. 
Il colore della Zona Cesarini si trova tra il dorato e l’arancio, velato: la schiuma è bianca e cremosa, compatta, dall'ottima persistenza. Freschi ed eleganti  sono i profumi di frutta tropicale, con l’ananas in primo piano al quale s’affiancano i sentori del cocco caratteristici del luppolo Sorachi Ace; completano il bouquet mango, mandarino, pompelmo e un tocco di lime. Il bouquet olfattivo è davvero molto invitante, ma in bocca questa bottiglia di Zona è molto meno piaciona e ruffiana rispetto all’aroma: bollicine un po’ sottotono, malti (crackers, pane) e frutta tropicale (mango e ananas) leggermente accennati in una bevuta dove l’amaro resinoso (intenso ed elegante) si ritaglia si da subito un ruolo da protagonista che rilega un po’ in secondo piano il dolce fruttato. Rispetto a cinque anni fa, quando fu presentata, i luppoli giapponesi e neozelandesi non sono più una novita nel nostro paese ma la Zona Cesarini rimane comunque un punto di riferimento col quale confrontarsi.  La sua bevibilità è ottima, con alcool (6.6%) ben nascosto, grande scorrevolezza, intensità, pulizia ed una chiusura piuttosto secca; personalmente non la ritengo una birra da bevuta seriale, quando l'incontro una pinta è sufficiente per soddisfarmi completamente. Brindiamo allora con un paio di mesi di ritardo al primo lustro di Zona Cesarini, birra "flagship" di Toccalmatto che anche all'estero dimostrano di apprezzare, e non poco. 
Formato: 33 cl., alc. 6.6%, lotto 15016, scad. 05/05/2016, pagata 4.80 Euro (birrificio).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.
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domenica 19 luglio 2015

Toccalmatto Maciste Heroic Double IPA

Prende il nome dal personaggio del film italiano Cabiria (1914), l'ultima Double IPA di Toccalmatto: un uomo mitologico di straordinaria forza, del quale però non vi è nessuna traccia nella mitologia greca o romana.  Pare che l'invenzione del nome Maciste sia da attribuire a Gabriele D'Annunzio, ma non c'è accordo su questo punto; certo è che questo eroe forzuto ed atletico fu poi protagonista di moltissimi film italiani e  anche stranieri. 
Viene presentata in anteprima a Londra al Great British Beer Festival dell'agosto 2014 e il 31 dello stesso mese in contemporanea nei locali King Arthur di Ciampino e Birra+ di Roma. Il perché è presto spiegato: pare che l'idea di questa birra sia stata concepita in occasione del compleanno  di Bruno Carilli, patron di Toccalmatto, e Gianluca Spuntarelli, publican del King Arthur, con la collaborazione di Valerio Munzi del Birra+.
La ricetta prevede malti Pils e Carapils, ma soprattutto luppoli Simcoe, Chinook, Warrior, Amarillo e Centennial, quattro di questi utilizzati anche in dry hopping.
Nel bicchiere si presenta di colore dorato, velato, con una testa di schiuma bianca non troppo generosa ma cremosa e compatta, molto persistente. L'aroma è fresco e pulito, anche se il bouquet fruttato non è particolarmente intenso: passano in rassegna pompelmo, arancio e mandarino, con una leggera presenza di dolce tropicale, soprattutto ananas.
Le cose si fanno decisamente più coinvolgenti e intense al palato: ingresso di crosta di pane, il dolce del miele e della frutta tropicale (ananas, mango) danno un bell'equilibrio ad una bevuta nella quale l'intenso amaro resinoso diviene lentamente il protagonista. L'alcool non si nasconde, mostrando tutto il contenuto alcolico (8.5%) dichiarato in etichetta: è una Double IPA molto pulita e robusta che si beve con discreta facilità e che, soprattutto, si mantiene sempre bilanciata senza mai scivolare in derive troppo amare. Ottima la sensazione palatale, con il giusto livello di bollicine, un corpo medio, ed una discreta morbidezza. Chiude con una bella secchezza, lasciando una lunga scia amara nella quale le note leggermente pepate della resina s'incontrano con il calore etilico.
Penalizzata da un'aroma tutt'altro che esplosivo per una Double IPA che vanta "quattro dry hopping di luppoli americani in quantità incoscienti", Maciste prova la sua scalata all'olimpo delle migliori interpretazioni italiane senza tuttavia arrivarci, regalando comunque un'ottima bevuta, con l'alcool forse un po' troppo in evidenza, soddisfacente ma - almeno per quel che mi riguarda - piuttosto avara di emozioni.
Formato: 33 cl., alc. 8.5%, lotto 15017, scad. 19/05/2016, pagata 4.80 Euro (birrificio).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.
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lunedì 29 giugno 2015

Toccalmatto Skianto

Duemilaequindici ricco di novità, per il birrificio Toccalmatto di Fidenza: non solo nuove collaborazioni, come avvenuto nel 2014, ma soprattutto l'inaugurazione del nuovo stabilimento produttivo, che ha significato oltre ad una maggiora capacità produttiva anche il tanto atteso arrivo del formato 33, proprio quello che non troppi anni il "patron" Bruno Carilli dichiarava che non avrebbe mai fatto. Lo scarso successo della cosiddetta "birra artigianale" nei ristoranti e la buona diffusione nei bar, nei pub e nei beershop lo ha evidentemente convinto ad affiancare al classico formato da 75 anche quello più piccolo.  
Tra le prime 33 ad arrivare sul mercato c'è subito una novità, la prima Session IPA targata Toccalmatto, chiamata Skianto (Session e Carnazza) e palesemente dedicata al gruppo capitanato da Roberto "Freak" Antoni, che nel 1978 fece uscire la canzone "Io ti amo da matti", nella quale si inneggiava a "sesso e carnazza", contenuta nell’album chiamato MONO Tono.
Pronta strategicamente in tempo per fronteggiare l’imminente stagione estiva, per la propria “Session IPA” Toccalmatto sceglie una generosa luppolatura di Huell Melon e Equinox: se avete di recente provato la Duvel Tipel Hop 2015 che si trova in questo periodo sugli scaffali di qualche supermercato, troverete profumi familiari.
Sotto ad un bianchissima schiuma abbastanza persistente, il bicchiere si colora di dorato velato piuttosto pallido, quasi paglierino. Bottiglia molto fresca  ed aroma che sprigiona eleganti e pungenti sentori di agrumi gialli e verdi (lime, limone, cedro, limonata) che lasciano spazio solamente ad un tocco di ananas  in sottofondo. Leggerissima in bocca, con le giuste bollicine, ha un gusto che rispetta quasi in pieno i dettami di questo “nuovo” sotto-stile: base maltata (crackers) appena percepibile, tantissima frutta con abbondanza di agrumi che vanno a comporre una sorta di succo di frutta estremamente dissetante e un po’ ruffiano.
Nel caso della Skianto c’è coerenza con l’aroma (limone, lime, cedro e pompelmo) ed  una remota dolcezza (albicocca, ananas) a bilanciare l’intenso agrumato: il  finale è ovviamente zesty e secchissimo, amaro quanto basta. Una birra profumatissima volutamente portata all’estremo punto d’incontro tra birra ed un cocktail di frutta: pur con qualche lieve sconfinamento di troppo nell’acquoso, trova comunque un buon punto d’incontro tra intensità e necessità di essere leggera e scorrevole come l’acqua e portare quel necessario refrigerio nella stagione più calda dell’anno, evaporando rapidamente dal bicchiere.  Risultato che peraltro si può anche ottenere con una “normale” Golden Ale, ma se la moda di chi beve chiama “Session IPA”, per chi produce diventa necessario rispondere e stare al passo dei tempi.
Mantenuti in pieno gli elevati standard del birrificio di Fidenza: ottima pulizia, abbondante luppolatura comunque ben “pensata” (difficile qui parlare di equilibrio) e, purtroppo, fascia di prezzo: i quasi 15 Euro al litro sono palesemente all’opposto del concetto di “bevuta seriale” e fanno sì che la “sessione” sia abbastanza corta. Un problema che riguarda trasversalmente tutta la birra di “qualità” italiana, ma che forse trova in questa “session” di Toccalmatto la punta dell’iceberg: Session o Double IPA che sia, il prezzo rimane più o meno lo stesso. E' sempre difficile fare confronti con altri paesi e l’Italia non rende le cose facili ai nostri birrai, ma secondo me dovremmo utilizzare il termine “session” solo quando anche nel nostro paese avremmo delle birre come queste a dei prezzi simili.  Per adesso, limitiamoci al “poca ma buona”.
Formato: 33 cl., alc. 4.3%, lotto 15019, scad. 15/05/2016, pagata 4.80 Euro (birrificio).

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venerdì 10 aprile 2015

Toccalmatto FreakLab Series Smoked Porter


Tra le molte novità del 2014 di Toccalmatto, oltre a diverse one-shot e collaborazioni varie, c’è stata anche la nascita della linea  “sperimentale” FreakLab Series. Viene inaugurata  a settembre con l’uscita della Black Bretty, una Strong Porter rifermentata con brettanomiceti e con aggiunta di ciliegie selvatiche; qualche mese dopo, a novembre, arriva una Smoked Porter seguita a dicembre dalla Belgian Ale chiamata Antani. 
Le novità del birrificio di Bruno Carilli non sono comunque finite: lo scorso 9 Febbraio 2015 con l’ultima cotta di una saison alla segale chiamata The Final Countdown è stato dato l’addio al primo impianto produttivo e da poche settimane è stata inaugurata la nuova e più capiente sede produttiva. Con l’occasione Toccalmatto lancerà finalmente sul mercato anche le bottiglie formato 33, venendo così a colmare quella che secondo me era un’imperdonabile lacuna. 
Il progetto sperimentale FreakLab Series è volutamente “misterioso”, ed il birrificio si limita ad annunciare il nome della birra senza fornire nessun’altro tipo d’informazione. 
Mi allineo quindi alla linea del “top secret” e passo ad aprire la bottiglia di Smoked Porter. Non è la prima “affumicata” di Toccalmatto, che per molti anni ha prodotto la Fumé du Sanglier, una smoked beer affumicata  con legno di faggio che tuttavia non vedo al momento comparire tra le birre elencate sul rinnovato sito del birrificio. 
All’aspetto è di colore ebano scuro, con una piccola e poco promettente testa di schiuma che svanisce con l’effervescenza e la rapidità di quella di una cola, senza lasciare nessun pizzo attorno ai bordi del bicchiere. L’aroma è completamente dominato dall’affumicato che tuttavia lascia intravedere in sottofondo qualche sentore di orzo tostato; l’intensità è notevole, forse  un po’ meno l’eleganza del fumo che risulta piuttosto “grasso”, ricordando quello della pancetta e della carne affumicata. L’abito di questa Smoked Porter fa anche il monaco, perché il gusto purtroppo riflette l’aspetto non proprio invitante: birra molto slegata, quasi piatta, corpo leggero ed un’acquosità fin troppo marcata. Anche in bocca domina completamente l’affumicato, sbilanciando molto la bevuta e rilegando in un remoto angolino l’orzo tostato ed il caffè. Il percorso termina con l’acidità del caffè ma soprattutto con una fastidiosa astringenza ed una leggera nota di cartone bagnato. Bottiglia con evidenti problemi, mi tocca quindi registrare la prima delusione tra le tante Toccalmatto bevute in questi anni. 
Formato: 75 cl., alc. 6%, lotto 12010, scad. 06/12/2015, pagata 10,00 Euro (birrificio).

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giovedì 19 febbraio 2015

Toccalmatto / Nøgne Ø Tohki-shu

Nuova collaborazione Toccalmatto, birrificio attivissimo, negli ultimi diciotto mesi, su questo fronte: sulle pagine del blog sono già transitate Mamma Santissima,  Hops Tripper, Delta Red Disorder, Okie Matilde,  M.I.L.D.  Una delle ultime collaborazioni datate 2014 è quella con il birrificio norvegese Nøgne Ø; ma se dall’incontro vi aspettate qualcosa che abbia a che fare con la Scandinavia resterete delusi. Kjetil Jikiun, fondatore di Nøgne, ex pilota di aerei e appassionato di Giappone, è al momento ancora l’unico produttore europeo di Sake; alle sue spalle c’è anche un periodo come apprendista alla Daimon Shuzo di Osaka, un famoso produttore giapponese.  
Scartata l’ipotesi di realizzare una birra fermentata con lievito da Saké (esiste già la Red Horizon), Kjetil propone di utilizzare ugualmente ingredienti della tradizione nipponica, in particolare lo yuzu selvatico (mishoyuzu),  un agrume giapponese la cui pianta, da quanto leggo produce i primi frutti solo dopo diciotto anni di vita. 
L’idea non è però originalissima, bisogna ametterlo; in commercio esistono già numerose birre “allo yuzu”; se la più nota commercialmente è senz’altro la Iki Beer Yuzu, prodotta da De Proef e che potete trovare anche in alcuni supermercati italiani,  quella che è invece più conosciuta ai birrofili è la nuova Double IPA di BrewDog chiamata Konnichiwa Kitsune.  Giusto per citarne qualcun’altra, ecco la  Lips of Faith  Yuzu, una berliner weisse di New England (USA), la Orange Yuzu Glad I said Porter di Mikkeller, la Femme Fatale Yuzu IPA di Evil Twin, lo OWA Yuzu Lambic,  la Golden Yuzu di Samuel Adams e, per finire nella stessa categoria della birra di oggi, ecco la Yuzu's Saison di Elysian (USA), la Nest Yuzu Saison di Hitachino (Giappone), la Yuzu Saison di Pipeworks (USA). 
Bruno Carilli e Kjetil Jikiun partono dalla base si una Saison di Toccalmatto aggiungendo quindi yuzu selvatico e scorze di bergamotto; il risultato è una saison “invernale”, dal deciso contenuto alcolico (10.5%) e chiamata Tohki-shu, che in giapponese significa “bevanda alcolica per la stagione invernale”.   
Si presenta di un colore tra l’arancio carico e il dorato antico, abbastanza velato, e forma un piccolo cappello di schiuma avorio, cremosa e dalla buona persistenza.  Naso fresco,  molto intenso pulito che affianca agli agrumi (non ho ancora avuto l'occasione di annusare o assaggiare uno yuzu, qui è più simile a un limone che a un mandarino) dei sentori vegetali, quasi di erbe officinali: in sottofondo caramello, frutta gialla, qualche accenno di canditi. Il percorso continua in linea retta anche al palato, dove la Tohki-shu arriva con un ottimo mouthfeel, quasi cremoso, corpo medio-pieno e una discreta carbonatazione; biscotto e caramello,  sciroppo di agrumi (yuzu o limone, soprattutto), zucchero e canditi, con un bell’equilibrio tra dolce ed aspro. C’è un buon livello di secchezza se si considera l’elevato tenore alcolico, un leggero carattere rustico donato dal lievito ed un finale amaro di erbe officinali (ci sento quasi il rosmarino). Il gusto è in prevalenza sciropposo, con l’alcool molto ben nascosto a regalare un lieve calore di canditi e frutta sotto spirito solo nel retrogusto. 
Una birra-ossimoro (Saison invernale), la cui bevibilità non è ovviamente quella di una saison “estiva”  senza però richiedere molto impegno, nonostante l’importante contenuto alcolico. Il risultato è convincente, pulito e bilanciato, con un profilo aromatico e gustativo abbastanza particolare ma molto interessante e capace di regalare soddisfazione: un po’ troppo generoso il formato da 75 cl., ma per fortuna a casa Toccalmatto (che ha di recente inaugurato la nuova sede produttiva) stanno per nascere anche le “piccole”. 
Formato: 75 cl., alc. 10.5%, lotto 14074, scad. 23/09/2019, pagata 12.00 Euro (birrificio)  

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

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lunedì 12 gennaio 2015

Birra Perugia / Toccalmatto: Suburbia

Ritorna sulle pagine del blog Birra Perugia, presentatavi in questa occasione. Questa è la volta di Suburbia, una IPA realizzata assieme a  Birra Toccalmatto: è dedicata all’omonimo locale perugino (a Ponte San Giovanni), attivo tra il 1980 ed il 1986. 
Il circolo Suburbia nel suo breve periodo di vita (1980-1986) divenne un significativo punto di riferimento musicale non solo per Perugia: sul suo palco, oltre a numerose band locali, si esibirono anche alcuni artisti i cui nomi (Death in June, Killing Joke, Minimal Compact, Christian Death) faranno provare per lo meno un po’ di salutare nostalgia a chi a metà degli anni ’80 si vestiva di nero ed ascoltava post-punk/dark/new wave. Al locale perugino è stato anche dedicato un libro (“Quelli del Suburbia – Storia di un’amicizia e di un sogno londinese nella provincia umbra”) pubblicato nel 2009.
Potete divertirvi anche voi a riconoscere tutti i frammenti di foto, copertine e poster dell’epoca che costituiscono il collage in bianco e nero dell’etichetta: Clash, Sex Pistols, Joy Division, Siouxie & The Banshees, U2.  E se vi state chiedendo perché una simile birra sia nata da una collaborazione tra Birra Perugia e Toccalmatto, che si trova a Fidenza, la risposta è abbastanza semplice:  Bruno Carilli , fondatore di Toccalmattto, è di origini umbre ed oera tra quelli che frequentavano il Suburbia durante gli anni facoltà di Agraria a Perugia. 
Il tributo al locale  che veniva definito  “un sogno londinese nella periferia umbra degli anni ’80”  non poteva che guardare al Regno Unito: la scelta dei birrai è stata quella di una ricetta che utilizza un solo tipo di malto (Maris Otter) ed un solo luppolo inglese (East Kent Goldings). Una birra fatta con “tre accordi“ che a sua volta riflette la natura della musica post-punk, spesso basata su pochi (power) chords.     
Lasciate subito da parte le aspettative di trovarvi nel bicchiere la solita IPA ruffiana, tropicaleggiante e fruttatissima, come ormai ci ha abituato la moda. Suburbia tiene probabilmente fede al locale al quale è dedicata ed alla musica di quel periodo: pochi fronzoli ed orpelli, pochissime concessioni a quello "che va di moda". Te la trovi nel bicchiere di colore oro antico con riflessi ramati, mentre la schiuma, biancastra, è molto compatta, cremosa e molto persistente.  Nonostante il dichiarato dry-hopping, l’aroma non è molto pronunciato e un po’ sottotono: dominano le note vegetali, a tratti resinose, con qualche sfumatura di terriccio umido e, defilatissima, di marmellata d‘agrumi.  Molto gradevole la sensazione palatale, con un motuhfeel morbido e poche bollicine, corpo medio, quasi in contrasto con un gusto che, se si eccettua il rapido ingresso di biscotto ed una suggestione di caramello, vira subito sull’amaro senza fare sconti.  L’intensità che latitava un po’ al naso si manifesta invece in bocca nella forma di note vegetali e resinose, intensificandosi ulteriormente in un finale quasi balsamico che procede nella stessa direzione. Il risultato è – credo – una birra volutamente “dura”, capace di risvegliare un palato assopito da IPA ormai sempre più dolci e macedonie di frutta: un po’ come il postpunk intendeva risvegliare le orecchie assuefatte alla disco music degli anni ’70.  Suburbia probabilmente lascerà un po’ interdetto chi è ormai abituato al gusto dei luppoli americani, o a quelli oceanici, che hanno ormai monopolizzato le ricette delle moderne IPA;  qui c’è invece una buona ed intensa interpretazione – ormai sempre più difficile da trovare – di una India Pale Ale inglese, fedele allo slogan “I don't Care” (me ne frego) incarnato dalla rivoluzione post-punk. 
Doveroso ringraziamento finale a Birra Perugia per avermi inviato la bottiglia da assaggiare. 
Formato: 33 cl., alc.  6.2%, lotto 4014, scad. 10/2015.


NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio   
By: UBAG - Una Birra Al Giorno. alle 22:25 Nessun commento:
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giovedì 20 novembre 2014

Toccalmatto/The Monarchy Mamma Santissima

Continua il viaggio nelle collaborazioni Toccalmatto: dopo  Hops Tripper, Delta Red Disorder, Okie Matilde e  M.I.L.F, il birrificio di Bruno Carilli realizza una birra assieme a Sebastian Sauer di The Monarchy, una beer-firm tedesca che produce abitualmente alla Vormann Brauerei ed anche al brewpub Gasthaus-Brauerei Braustelle di Colonia che Sebastian dirige assieme a Peter Esser. 
Non è la prima collaborazione italiana di Sauer, attivo su vari fronti e titolare anche del marchio Freigeist Biercultur e in precedenza del defunto (dopo la fine della relazione con la fidanzata-partner) Monarchy Of Musselland; diventa quindi complicato rintracciarle tutte: mi vengono in mente la Frambozschella (assieme al Birrificio del Ducato) e la Lama Ding Dong (a marchio Freigeist, assieme al Birrificio Endorama).   
La birra realizzata con Toccalmatto, uscita all'inizio dell'estate, è un voluto omaggio alla Sicilia o, in termini più tecnici, una “mediterranean Porter” prodotta con uva passa, fichi e mandorle. Mammasantissima, un "titolo" che nel gergo della malavita si usa per indicare il capo supremo della camorra napoletana o della mafia siciliana. Ma il Mamma Santissima è anche Don Vincenzo Tramontano impersonificato da Mario Merola in un film a cavallo tra il gangster ed il melodrammatico del 1979.
Si presenta di colore ebano scurissimo, con una bella testa di schiuma beige, fine, cremosa, dalla buona persistenza. Il benvenuto è caldo, accogliente: naso vinoso, che ricorda un marsala, con uvetta, fichi e datteri. Più in secondo piano sentori di mela, mirtillo, fruit cake ed una leggerissima presenza di affumicato/cenere. Le gerariche vengono ribaltate in bocca, dove a predominare sono invece le tostature, il caffè ed il cioccolato amaro, con uvetta e prugna disidrata a completare. Mantiene le caratteristiche tipiche di una porter, ovvero un'ottima scorrevolezza ed una grande facilità di bevuta, grazie alle poche bollicine e ad un corpo medio. Chiude molto asciutta, con una secchezza quasi tannica, lasciando una gradevole scia amara fatta di fondi di caffè, tostature e frutta secca. Il risultato è un'interessante interpretazione di una porter, abbastanza amara come da tradizione Toccalmatto, che presenta delle interessanti sfumature vinose, soprattutto all'aroma. Pulita e molto godibile, era una one-shot e non so se sarà ripetuta, ma finché la trovate in circolazione avrete una buona compagna per una serata autunnale. 
Formato: 75 cl., alc. 7.4%, lotto 12105, scad. 09/01/2017, pagata 10.10 Euro (beershop, Italia).
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Categories: Birrificio Toccalmatto, italia, porter, The Monarchy

martedì 4 novembre 2014

Toccalmatto Hops Tripper

Continuano le novità in casa Toccalmatto: one shot, nuove birre, collaborazioni e il nuovo più capiente birrificio in costruzione: a Fidenza di certo non ci si annoia. Vi avevo presentato la settimana scorsa una delle ultime collaborazioni, ma eccone già un'altra: si tratta della Hops Tripper, una (India) Brown Ale prodotta con segale e abbondantemente luppolata con la varietà sperimentale HBC 342. Il partner scelto per questa birra è Ken Fisher, birraio "zingaro" di Portland e one man dietro al progetto Grateful Deaf. Fisher, non udente (da qui il nome scelto:  "Deaf") sarà noto ai bevitori più attenti per un'altra collaborazione italiana, avvenuta nel 2011: la Hoppy Cat con Birra del Borgo. Da homebrewer Fisher è oggi diventato un "gipsy brewer" aiutato dalla moglie Sherie Corbin: i due si sono sposati nel 2012 nel corso dell'Oregon Brewers Festival (!) celebrandolo a Green Dragon Pub di Portland, di proprietà della Rogue.
Anche questa, come la Delta Red Disorder, ha fatto le sue prime apparizioni alla fine di settembre al Borefts Beer Festival (Olanda) e  poi la settimana successiva all'EurHop di Roma.
L'etichetta richiama nei colori le sonorità psichedeliche dei Grateful Dead, ma la birra è invece di un colore molto più "pudico", un marrone che ricorda la tonaca dei frati, con dei brillanti ed intensi riflessi rossastri; la schiuma è beige chiaro, compatta e fine, dalla buona persistenza. Il benvenuto è fresco e pulito: pompelmo e molta frutta tropicale (mango e melone), frutti rossi (fragola?), toffee e, a temperatura ambiente, qualche suggestione di caffè. Morbida e gradevole in bocca, nonostante la presenza della "rustica " segale, con corpo medio ed un discreto ammontare di bollicine. Il gusto è inizialmente perfettamente in equilibrio tra le note terrose e leggermente tostate e quelle più dolci della frutta tropicale e del caramello; ad interrompere l'idilio, arriva una bella ondata amara, intensa, resinosa e leggermente pepata. Le gerarchie vengono quindi capovolte, e la bevuta prosegue sul versante amaro, intenso ma mai raschiante, che sfocia in un finale resinoso ed un po' tostato, con qualche lieve traccia di caffè. Il risultato è Hops Tripper, ovvero una brown ale nella quale sono soprattutto i luppoli e non i malti a guidare le danze. Alcool ben nascosto, intensità notevole, è una bevuta che regala buona soddisfazione: anche per questa vale lo stesso discorso fatto per la Delta Red Disorder: non aggiunge molto alla già ampia gamma proposta da Toccalmatto, ma il mercato richiede in questo momento sempre "la novità" ed ecco che, nel bene o nel male, anche chi produce si adegua. Finché il livello di one-shot e collaborazioni è questo, siamo tutti contenti.
Formato: 75 cl., alc. 6.9%, lotto 14067, scad. 09/09/2015, pagata 10.00 Euro (spaccio birrificio).
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Categories: Birrificio Toccalmatto, brown ale, italia

martedì 28 ottobre 2014

Toccalmatto Delta Red Disorder

“Quando la routine si farà sentire forte e le ambizioni saranno affondate / ed il rancore sarà grande ma le emozioni non cresceranno / cambieremo i nostri modi, prendendo direzioni diverse / allora l’amore, l’amore ci farà a pezzi di nuovo”. Sono queste le parole con le quali inizia la canzone Love Will Tear Us Apart,  brano dei Joy Division, gruppo post-punk “nato” a Salford, periferia di Manchester, nel 1976. Il brano più noto ed orecchiabile ma non necessariamente quello più riuscito del gruppo esce poche settimane dopo il suicidio del  proprio cantante, fine paroliere e leader carismatico Ian Curtis, avvenuto il 18 maggio del 1980.  Giovane sposo a soli diciannove anni e poi padre a ventitré, Curtis non riesce più a sopportare una vita che si era lentamente trasformata in un inferno nel tentativo di conciliare le responsabilità familiari con la carriera musicale. L’incontro con una giornalista belga provoca il naufragio del suo matrimonio, la sua esistenza è sempre più tormentata dai frequenti attacchi di quella epilessia che cerca inutilmente di tenere sotto controllo mediante l’assunzione quotidiana di farmaci che spesso finiscono mescolati all’alcool (amava la Carlsberg Special, ahimè). A pochi giorni dalla partenza del primo tour americano del gruppo,  Ian Curtis (non ancora ventiquattrenne)  viene trovato impiccato nella cucina della sua casa di Macclesfield, una quarantina di chilometri a sud di Manchester. Gli ultimi suoni che riecheggiano in quella casa sono quelli di The Idiot di Iggy Pop; le ultime immagini sullo schermo del televisore sono quelle del film La Ballata di Stroszek di Werner Herzog. E’ un film che narra di un altro suicidio, quello di Bruno Stroszek, un ex-alcolizzato che lascia una violenta Berlino in compagnia di un vecchio e di una prostituta per sfuggire dai suoi magnacci e per mettersi all’inseguimento del sogno americano; ma il “nuovo mondo” si rivelerà ancora più freddo ed inospitale di quello lasciato alle spalle:  emarginato dalle barriere linguistiche e culturali, vede la propria compagna tornare a prostituirsi per sbancare il lunario ed il proprio sogno di ricominciare a vivere che fallisce. “Control” è invece il film realizzato nel 2007 sulla vita di Ian Curtis e dei Joy Division dal fotografo e regista Anton Corbijn.    
Bene, tutto questo preambolo potrebbe essere una scusa per parlare di uno dei gruppi musicali protagonisti della mia adolescenza, ma in realtà mi serve solo per introdurre una recente produzione del birrificio emiliano Toccalmatto, ultimamente molto attivo per quel che riguarda collaborazioni, novità e produzioni (forse) “one shot”. Delta Red Disorder è il nome dato ad un “super hopped imperial red ale” che Toccalmatto produce  in collaborazione con gli organizzatori della Independent Manchester Beer Convention  e  Claudia Asch della Port Street Beer House di Manchester. E qui troviamo già due punti d’incontro: Manchester è il luogo di nascita dei Joy Division, “Disorder” è il brano che apre il disco di debutto Unknwon Pleasures, 1979, dalla splendida copertina realizzata da Peter Saville. Ma il punto di partenza è ovviamente quella scritta in etichetta “Hops will tear us part” che omaggia il celebre brano dei Joy Division. La birra ha fatto le sue prime apparizioni al Borefts Beer Festival (Olanda) e ovviamente all’IMBC di Manchester che si è tenuto dal 9 al 12 Ottobre.  
La luppolatura vede un blend di varietà americane e pacifiche con, tra gli altri, Chinook, Nuggett, Mosaic, Palisade e Southern cross. Nel bicchiere è di un bell'ambrato intenso, con riflessi rosso rubino; la schiuma color ocra è cremosa, fine e compatta ed ha un'ottima persistenza. L'aroma è fresco e pungente, con aghi di pino, frutti rossi (fragola) e tropicali (mango e melone retato), mela rossa; all'alzarsi della temperatura emergono anche sentori di toffee. Il gusto ripercorre in buona parte il percorso olfattivo, con un iniziale equilibrio tra caramello, toffee, biscotto e un leggero fruttato tropicale; il fulcro della bevuta è però rappresentato dalla lunga ed intensa progressione d'amaro che dapprima bilancia il dolce per poi divenire l'assoluto protagonista, resinoso, pungente e pepato, intenso ma non "raschiante". Non molto carbonata, con un corpo medio, questa Delta Red Disorder risulta molto morbida e gradevole al palato; chiude con un leggero warming etilico ed un lungo retrogusto quasi balsamico di resina, pino, frutta secca e qualche sfumatura di menta. Non so se sarà ripetuta e cosa aggiunga al già ampio portfolio di Bruno Carilli, ma si rivela comunque una bevuta intensa ed appagante, con un carattere muscoloso ed un po' ruvido che stride un po' con l'eleganza che caratterizza molte birre Toccalmatto. In piacevole controtendenza rispetto al trend attuale di addolcire e tropicalizzare molte birre, questa è una Imperial Red Ale che regala amaro a volontà: sarebbe fin troppo banale fare un paragone con l'amara esistenza descritta da Ian Curtis ed i Joy Division in quasi ognuna delle loro canzoni. Fate buon uso di questa bottiglia.
Formato: 75 cl., alc. 8.6%, lotto14063, scad. 29/08/2015, pagata 10.00 Euro (spaccio birrificio)
By: UBAG - Una Birra Al Giorno. alle 23:04 Nessun commento:
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