Visualizzazione post con etichetta scotch ale. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta scotch ale. Mostra tutti i post

lunedì 11 maggio 2020

Dark Horse Scotty Karate Scotch Ale - Bourbon Barrel Aged 2016


Il birrificio del Michigan Dark Horse è transitato sul blog più di una volta: la distanza geografica non mi permette ovviamente di berlo con regolarità ma tutte le volte che sono riuscito a farlo non sono mai  rimasto deluso, soprattutto per quel che riguarda le birre “scure”. Nel 1997 Bob Morse ed il figlio Aaron avevano riconvertito una vecchia stazione di rifornimento in disuso prima in un brewppub dallo scarso successo e dopo tre anni in un microbirrificio: spente le cucine, il birraio Brian Wiggs affiancava l’ex-homebrewer Aaron e per Dark Horse era l’inizio del successo e delle difficoltà di non poter soddisfare la richiesta dei clienti.  Nel terreno di proprietà adiacente alla taproom la famiglia Morse aggiunse un piccolo capanno/negozio dove comprare il merchandising del birrificio, uno studio di tatuaggi ed un negozio di skateboard, tutti distrutti in un incendio (doloso, pare) nel 2010. Vennero ricostruiti in un paio di mesi e furono affiancati da un General Store dove acquistare caffè, gelati e biscotti e da un’officina per riparare le motociclette.  La famiglia Aaron aveva creato una specie di mini centro commerciale, piuttosto rustico, dove la gente poteva trascorrere un’intera giornata sorseggiando le birre ai tavoli del beer-garden ed assistere anche a qualche concerto. La taproom diventò una piccola comunità frequentata da bikers che avevano la propria tazza personale appesa al soffitto e nel 2014 il canale History Channel aveva persino messo in onda la prima puntata di un reality show ambientato all’interno del birrificio, chiamato Dark Horse Nation
Fin qui tutto bene: ma il mercato della birra artigianale negli Stati Uniti è estremamente dinamico e tutti i birrifici storici sono andati, chi più chi meno, in difficoltà. Alla Dark Horse non hanno mai voluto seguire le mode e hanno continuato a fare le solite birre che hanno evidentemente perso attrattiva verso i clienti: anche le prime lattine sono arrivate con molto ritardo. Questi fattori, oltre ad evidenti errori nel management, portarono all’impressionante crollo dei volumi (-59%) con il quale si concluse il 2018. Aaron disse che importanti lavori di ristrutturazione e di ampliamento avevano portato a frequenti interruzioni della produzione, ma tra i forum degli appassionati iniziarono a circolare le prime voci che parlavano di problemi finanziari e conseguenti difficoltà nel pagare i fornitori delle materie prime come causa principale dei bassi volumi prodotti. Le conferme arrivarono nel settembre del 2019 quando i documenti di una causa legale della Chemical Bank rivelarono che Dark Horse doveva 12.000 dollari di tasse alla contea di Marshall e, soprattutto, era in arretrato di 1,5 milioni di dollari nei pagamenti delle rate del mutuo firmato nel 2007. 
Agli Aaron non restava che fallire o trovare le necessarie risorse finanziarie che arrivarono dal birrificio Roak Brewing fondato nel 2015 da John Leone; le dichiarazioni ufficiali parlarono di una “fusione” tra i due birrifici ma ovviamente ad Aaron Morse fu concesso solo di avere una percentuale di minoranza di quella nuova società nata lo scorso  febbraio 2020 e chiamata Michigan Brewers Union. Per rilanciare il marchio Dark Horse John Leone ha recentemente reclutato Adam Lambert, uomo con esperienza ventennale nel Sales & Marketing di Virtue Cider, New Holland, Dogfish Head, Rogue Ales e SLO Brew; negli ultimi diciotto mesi aveva lavorato come Chief Revenue Officer per la BrewDog USA. Dark Horse e Roak avrebbero una capacità complessiva  di circa 50.000 ettolitri all’anno ciascuno ma la sfruttano per un quarto: “il primo obiettivo – dice Lambert – è di arrivare cumulativamente a circa 14.000 ettolitri l’anno e pian piano avvicinarci a quota 23.000. Abbiamo molta capacità produttiva che non sfruttiamo ma io non sono un mago; non è più come in passato, oggi non è facile crescere rapidamente. Dark Horse era un birrificio molto innovativo ma si è poi fermato, la priorità dev’essere quella di ricostruire l’immagine del marchio”.  Il primo passo sarà probabilmente l’abbandono delle storiche etichette fatte in casa dagli Aaron ed il completo restyling affidato allo studio Ebbing Branding & Design. Attualmente la taproom/ristorante è l’unica cosa rimasta  aperta del piccolo complesso commerciale che gli Aaron avevano creato a Marshall: bottega, tatuaggi e officina motociclette sono già stati chiusi.


La birra.
Scotty Karate è la potente (9.75%) Wee Heavy che Dark Horse ha dedicato al musicista e concittadino Scotty Karate, un “one man band” nato a Marshall: la ricetta di questa birra prevede una piccola percentuale di malto affumicato su legno di ciliegio. Nel 2016 per celebrarne il decimo compleanno veniva messa in vendita la sua versione Bourbon Barrel Aged: il suo debutto avvenne sabato 12 marzo alla taproom, 576 casse prodotte e un prezzo di vendita in loco di 16,99 dollari per il 4 pack o 100 dollari per la cassa da  24 bottiglie. 
Il suo splendido color ambrato è acceso da intensi riflessi rossasti; la schiuma è cremosa ma di dimensioni piuttosto modeste, così come la ritenzione. C’è un bel naso ricco e caldo di bourbon, uvetta e prugna disidratata, note di vaniglia e vino fortificato, melassa, caramello bruciato, ciliegia. Il mouthfeel conferma le impressioni positive: birra dal corpo pieno, morbida, avvolge tutto il palato in modo perfetto. La bevuta prosegue nella stessa direzione con  caramello, melassa e frutta sotto spirito, accenni biscottati, di vaniglia e vino fortificato: è una Wee Heavy dal contenuto alcolico ragguardevole (quasi 10%) ma si beve con una facilità impressionante. Alcool e bourbon sono dosati con grande maestria e si fanno sentire quasi solo alla fine del percorso. Gran bell’uso della botte che in questo caso non è protagonista ma va solo ad impreziosire quella che di per sé era già un’ottima base: gli anni in cantina l’hanno ammorbidita al punto giusto. 
Birra sensuale e suadente, pulita, elegante e pericolosa: il futuro del birrificio e del marchio Dark Horse è abbastanza incerto e bisognerà vedere quale direzione la nuova proprietà vorrà prendere. Sarebbe in ogni caso un peccato se ottime birre come questa e l'Imperial Stout Plead The 5th scomparissero per sempre.
Formato 35,5 cl., alc. 9,75%, IBU 26, lotto 03/2016, prezzo indicativo 7,00-8,00 euro (beershop)

lunedì 23 dicembre 2019

Hoopsbeer Hoops Scotch Ale

Hoopsbeer è una beerfirm abbastanza recente collegata al beershop online Birraebirre.it di Induno Olona, provincia di Varese. I due titolari Marcello Duranti e Massimo Zacchi non hanno però semplicemente voluto farsi produrre una birra per il loro negozio ma sono due homebrewers che hanno partecipato a vari concorsi e hanno adattato le loro ricette su grande scala utilizzando, al momento, gli impianti del birrificio Dulac di Galbiate. 
Come segnala il blog Malto Gradimento il nome scelto ed il colore bianco verde delle etichette sono un tributo alla squadra di calcio dei Celtic di Glasgow dei quali i due amici sono evidentemente tifosi: “hoops”, ovvero “i cerchiati”  è il modo in cui vengono chiamati i giocatori che dal 1903 indossano la maglia bianca a strisce orizzontali verdi. Al momento sono disponibili due birre,  una Scotch Ale chiamata Hoops e una Smoked Ale chiamata Jinky, un omaggio al famoso calciatore Jimmy Johnstone che segnò 129 reti nelle sue 515 presenza con il club di Glasgow. In futuro dovrebbero arrivare anche una Pale Ale ed una Brown Ale al sambuco. 


La birra.
Hoops è una scotch ale/wee heavy dal bel color ambrato impreziosito da intensi riflessi rubini, la schiuma è cremosa, compatta ed ha ottima persistenza. Aroma e gusto si basano sulla convivenza pacifica ed equilibrata di malti ed esteri fruttati, questi ultimi più evidenti all’aroma. Biscotto, caramello, uvetta e prugna, qualche accenno di ciliegia e un finale dall’amaro appena accennato della frutta secca a guscio; man mano che la birra si scalda emergono accenni di torrefatto, suggestioni di cioccolato. A dispetto della sua gradazione alcolica (8.4%)  Hoops si sorseggia senza nessuna difficoltà e l’alcool che emana solamente un delicato torpore in sottofondo: personalmente avrei gradito avvertirlo un po’ di più.  Wee heavy molto bilanciata e centrata, con tutti gli elementi in gioco ben disposti: pulizia e definizione sono ulteriormente migliorabili ma il livello generale è davvero buono. Ringrazio Hoopsbeer per avermela fatta assaggiare.
Formato 33 cl., alc. 8.4%, lotto 856, scad. 07/2021, prezzo indicativo 3.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 6 dicembre 2018

HOMEBREWED! Tommaso Mainardi - Drink Sleep Weepeat

Con frequenza ormai quasi quadrimestrale rieccoci a parlare di produzioni casalinghe nell’ambito della rubrica HOMEBREWED! Diamo oggi il benvenuto a Tommaso Mainardi, homebrewer operativo a Castelvetro sulle colline modenesi e attivo dal 2014. Il suo percorso inizia come quello di tanti con un kit da estratti per poi passare, dopo qualche anno all’e+g; da inizio 2017 il passaggio definitivo al metodo All Grain.  Nel caso di Tommaso la passione per la birra artigianale si è sviluppata in parallelo (e non prima) al proprio hobby: la sua produzione è di circa 8-10 birre all’anno mediante una pentola inox da 50 litri,  un frigorifero "da campeggio" da 46 litri per l'ammostamento  (single step) e  abbattimento dei  tempi con la tecnica del no-sparge. Per la fermentazione utilizza un frigo  controllato da termostato esterno. Nel suo giardino – come credo in quello di ogni homebrewer – c’è anche qualche piantina di luppolo. Tommaso mi ha inviato per l’assaggio una bottiglia di Wee Heavy / Strong Scotch Ale prodotta con la variante “malto torbato”; è la prima volta che si cimenta con questo stile. La ricetta, oltre al Peated, include malti Pale, Crystal, Biscuit e Roasted, lieveito Safale S-33 e luppolo Polaris in amaro. Nome ed etichetta creati ideati appositamente per l’apparizione sul blog: Drink, Sleep and Weepeat (7.2%).

La birra.
Dalla foto non si direbbe, ma nel bicchiere si presenta  di un bel color ambrato piuttosto carico ed illuminato da intense venature rossastre; la schiuma è fine, compatta ed ha una buona persistenza. L’aroma è abbastanza intenso e dominato dal torbato, la cui finezza lascia però un po’ a desiderare; note fenoliche ricordano la plastica bruciata e c’è più di un accenno di formaggio (affumicato). Le note maltate (biscotto e caramello) sono sovrastate dagli esteri fruttati che appaiono un po’ fuori controllo, con qualche eccesso di mela verde.
Le cose migliorano al palato, a partire da un mouthfeel morbido e poco carbonato che permette a questa Wee Heavy di scorrere con buona facilità nonostante la gradazione alcolica. Il gusto risulta maggiormente equilibrato dell’aroma, anche se personalmente cercherei di far risaltare maggiormente le note caramellate, biscottate e quel carattere “nutty” tipicamente anglosassone rispetto agli esteri (prugna, uvetta e anche un po’ di mela). Il torbato arriva soprattutto nel finale ma anche qui si porta dietro qualche leggera deriva di plastica bruciata; una breve parantesi amaricante, terrosa e leggermente tostata, anticipa il tiepido retrogusto di frutta sotto spirito. Si potrebbe dire “buona intensità ma non altrettanto controllo” in questa Scotch che necessita di diversi aggiustamenti; come primo tentativo con lo stile il risultato è comunque discreto e la birra si lascia bere senza grossi problemi.  Oltre a pulizia e definizione, migliorabili entrambi, c’è secondo me da lavorare soprattutto su lievito/esteri e sulla qualità del torbato; nella speranza che questi miei appunti siano utili a Tommaso per migliorare la propria birra. Nel frattempo un grazie per avermela fatta assaggiare e la solita  “pagellina” su scheda BJCP: 32/50 (Aroma 5/12, Aspetto 3/3, Gusto 13/20, Mouthfeel 4/5, impressione generale 7/10).
Formato 50 cl., alc. 7.2%, IBU 30, imbott. 07/10/2018.

lunedì 11 giugno 2018

Birrificio dell'Aspide: Belle Saison & Gairloch Scotch Ale


Il birrificio dell’Aspide nasce nel 2011 a Roccadaspide, in provincia di Salerno. Alla guida il birraio Vincenzo “Enzo” Serra: è lui stesso a raccontare come la sua avventura nella birra artigianale sia iniziata nel 2002, quando partecipava come espositore (formaggi) al Salone del Gusto. Vicino al proprio stand c’era quello della Real Ale Society con una bella selezione di Real Ales britanniche: birre completamente differenti da quelle industriali che aveva conosciuto sino ad allora. Da quell’incontro all’homebrewing il passo è breve e Serra inizia a fare la birra in casa al ritmo di venti litri al mese, quantità ben presto insufficiente a soddisfare le richieste provenienti da amici e conoscenti.  L’impianto “casalingo” viene lentamente potenziato, raggiunge la capacità di 300 litri e viene pian piano completato con tutti gli altri strumenti necessari: imbottigliatrice, mulino, frigorifero, fermentatori. C’è ormai tutto quello che serve per passare nel mondo dei professionisti. Manca solo la licenza, che arriva a luglio 2011: nell’attesa Serra si reca a Cracovia a seguire un corso di formazione in un birrificio polacco. 
E' l’animale simbolo di Roccadaspide a dare il nome al birrificio di Serra, ma il suo logo è invece un incrocio tra la vipera e il dragone di Cracovia, città d’origine della moglie del birraio, oltre che della sua formazione brassicola. Nel 2015 l’impianto è stato sostituito con uno da 7 ettolitri ma  il birraio ha voluto dare continuità al proprio metodo di lavoro rinunciando alla classica caldaia a vapore per mantenere la sala di cottura a fuoco vivo e i tini di fermentazione aperti: la produzione è attualmente di circa 400 ettolitri all’anno. La gamma dell’Aspide è composta da una serie di birre prodotte regolarmente (la Golden Ale Blonde, la Scotch Ale Gairloch, la Belgian Strong Ale Nirvana, la IPA Jurmanita e l’American Pale Ale Fenix, la Belle Saison) affiancate da altre etichette occasionali o stagionali.

Le birre.
Partiamo dalla Belle Saison, una farmhouse ale dedicata all’omonimo ceppo di lievito: non è tuttavia l’unico protagonista di una ricetta molto semplice che dovrebbe prevedere  malto pils, luppolo Hallertau Hersbrucker e, inizialmente, un ceppo di lievito autoctono prelevato dalla buccia di mela cotogna che cresce vicino al birrificio. Il lievito Belle Saison viene aggiunto in un secondo momento, dopo un paio di giorni. La birra ha conquistato il secondo posto nella categoria di riferimento all’ultima edizione di Birra dell’Anno 2018.
Nel bicchiere è solare: sul suo manto dorato, leggermente velato, si forma una generosa schiuma pannosa che è però piuttosto rapida nel dissiparsi. C'è un bel naso fresco e pulito, ricco di pepe e coriandolo, fiori bianchi, scorza d'arancia, zucchero candito e biscotto. Le bollicine non devono mai mancare in una saison ma in questo caso ce ne sono davvero troppe: bisogna avere un po' di pazienza per placare la loro aggressività. La bevuta mi sembra un po' meno espressiva rispetto al naso, anche se ne ripropone buona parte degli elementi. Crosta di pane, un tocco di miele, un rapido passaggio di frutta a pasta gialla, un accenno di pera prima di un finale abbastanza secco. C'è una discreta acidità che porta una ventata di fresco e riesce a contrastare un leggero residuo zuccherino che avvolge un po' il palato. Un amaro terroso, discreto e delicato, chiude un percorso che vede un ritorno dolce e maltato nel retrogusto. E' una saison piacevole e gradevole da bere che tuttavia trovo un po' troppo carente in quella che dovrebbe invece essere la sua caratteristica principale: essere ruspante, rustica, bucolica. 

E’ dedicata all’omonima cittadina costiera delle Highlands, la Scotch Ale della casa che si presenta di color ambrato piuttosto carico e velato con belle venature rosso rubino; la schiuma è compatta e cremosa ma non molto persistente. Al naso c’è una bella pulizia che permette d’apprezzare i profumi di ciliegia e prugna, caramello e biscotto, uvetta e mela. E' una Scotch Ale che vuole privilegiare la bevibilità e non ha nessun interesse nel mostrare anche il più piccolo accenno muscolare: la gradazione alcolica (7%) secondo me però necessiterebbe di un po’ di corpo in più. La bevuta prosegue nella stessa direzione dell’aroma e delinea un percorso pulito e abbastanza preciso che chiama in causa gli stessi elementi aggiungendo anche qualche nota di frutta secca a guscio. Il dolce viene bilanciato da una bella attenuazione e non c’è praticamente amaro: l’alcool è appena accennato e favorisce la facilità di bevuta e riscalda forse in maniera un po’ troppo timida.  Gli esteri fruttati sono molto in evidenza e personalmente avrei gradito maggior equilibrio con la componente maltata: è comunque una Scotch Ale ben fatta e piuttosto gradevole da bere, alla quale manca però un po’ di personalità.
Nel dettaglio:
Belle Saison, 75 cl., alc. 6,2%, lotto 2817, scad. 31/12/2018, prezzo indicativo 9.00 Euro (beershop)  Gairloch, 33 cl., alc. 7,0%, lotto 3117, scad. 11/10/2019, prezzo indicativo 4.50 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 5 giugno 2018

US Wee Heavy: Great Divide Claymore, Oskar Blues Old Chub & Dark Horse Scotty Karate


Oggi cambiamo un po’ la solita routine di Unabirralgiorno e vediamo tre differenti interpretazioni dello stesso stile: Wee Heavy o Strong Scotch Ales che dir si voglia. A questa “orizzontale” tutta americana partecipano due birrifici del Colorado (Great Divide e Oskar Blues) e uno del Michigan (Dark Horse). 

Procediamo in ordine crescente di gradazione alcolica partendo dalla Claymore (7.7%) Scotch Ale di Great Divide, birra che prende il nome dalla omonima spada a due mani usata dai guerrieri scozzesi tra Medioevo ed Età Moderna: ma al contrario della pesante arma, dicono, per berla avrete bisogno di solamente una mano. 
Nel bicchiere è di un bel color ebano scuro con accese venature rossastre, la schiuma è compatta e cremosa ed ha una discreta persistenza. Il suo percorso mostra perfetta corrispondenza tra aroma e gusto: biscotto, pane nero e caramello sono affiancati da esteri fruttati che richiamano prugna e uvetta. L’amaro è praticamente assente se si eccettua la quantità strettamene necessaria a bilanciare il dolce. Il percorso si conclude con una buona attenuazione e un leggero tepore etilico che riscalda il retrogusto di frutta sotto spirito. Poche bollicine rendono la bevuta scorrevole e morbida al palato: non c’è molta profondità, personalità o “cuore” in questa Claymore ma è comunque una birra che si beve con buona soddisfazione. Precisa, dolce ma ben bilanciata, pulita, facile da bere: la bottiglia in questione è “nata” ad ottobre 2016. 

Restiamo in Colorado e spostiamoci al birrificio Oskar Blues dove ci aspetta una lattina  (ovviamente) di Old Chub (8%): questo il nome per la Scottish Strong Ale della casa la cui ricetta prevede anche una piccolissima percentuale di malto affumicato. 
Il suo vestito è leggermente più scuro rispetto a quello della Claymore, così come le splendide venature color rubino. Il naso è caldo e avvolgente; toffee, biscotto, prugna e uvetta, ciliegia,  accenni di pane tostato e terrosi, tutti avvolti da una delicata presenza etilica. La bevuta procede nella stessa direzione senza divagazioni: è dolce ma ben bilanciata da un finale abbastanza secco e da un tocco amaricante che richiama il terroso e il tostato. Un morbido ma percepibile alcohol warming regala anche un lungo retrogusto che scalda cuore e anima e anche una suggestione di fumo. Un anno o poco più di vita per questa lattina di Oskar Blues che si sorseggia senza grosse difficoltà;  l’interpretazione dello stile mi sembra molto più convincente di quella di Great Divide, sia per intensità che per personalità. 

Il birrificio del Michigan Dark Horse dedica la propria Wee Heavy al musicista e concittadino Scotty Karate, un “one man band” nato a Marshall: anche la ricetta di questa birra prevede una piccola percentuale di malto affumicato su legno di ciliegio. Dark Horse non scherza e porta l’ABV all’estremità alta dei parametri dello stile: 9.75%. 
Un leggero gushing all’apertura fa temere il peggio ma si tratta solo di un eccesso di carbonazione: il suo colore è simile a quello della Old Chub ma già dall’aroma si può intuire che il livello si è innalzato. I profumi sono ricchi ed intensi, caldi e avvolgenti: volendo fare una critica gli esteri fruttati quasi annullano la percezione della componente maltata, ma il bouquet olfattivo è comunque molto gradevole. Ciliegia, fragola, fico, prugna e uvetta, mela al forno e frutti di bosco, melassa, accenni di vino marsalato che potrebbero essere dovuti all’età anagrafica della bottiglia (2015).  Ci sono ovviamente troppe bollicine al palato e bisogna avere la pazienza di lasciarle calmare per poter apprezzare la sensazione palatale morbida, quasi piena di questa birra. Al palato c’è un maggior equilibrio tra malti (biscotto e caramello) e quegli esteri protagonisti dell’aroma, l’alcool riscalda senza eccessi tutta la bevuta da capo a coda. E’ una Strong Scotch Ales molto intensa  il cui dolce viene bilanciato dall’alcool, da una buona secchezza e da una nota amaricante terrosa e leggermente tostata. Profondità e complessità non le mancano e si congeda lasciando una lunghissima scia etilica di frutta sotto spirito. 
Problema “bollicine” a parte, la Scotty Karate di Dark Horse vince a mani basse questa mini sfida; mi sembra una birra con un interessante potere d’invecchiamento: a tre anni dalla messa in bottiglia è ancora potente e mostra alcune belle note ossidative che la portano nel terreno dei vini marsalati.
Nel dettaglio:
Claymore Scotch Ale, 35.5 cl., alc. 7.7%, imbott. 18/10/2016, prezzo indicativo 4.50-5.00 euro
Old Chub, 35.5 cl., alc. 8.0%, IBU 25, imbott. 07/02/2017,  prezzo indicativo 5.00 euro
Scotty Karate Scotch Ale, 35.5 cl., alc. 9.8%, lotto KAR138, imbott. 30/10/2015 (?),prezzo indicativo 5.00 euro

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 23 marzo 2017

Founders Backwoods Bastard

Ci sono delle birre che fanno la fortuna di un birrificio, e la Dirty Bastard è una di quelle. Il birrificio Founders, aperto nel 1997 a Grand Rapids (Michigan) da Mike Stevens e Dave Engbers, non se la stava passando troppo bene: le birre prodotte non ottenevano grandi consensi e la  situazione finanziaria peggiorava di mese in mese. Non riuscivano più a pagare l'affitto, le rate del prestito e si trovavano con otto mesi di tasse arretrate: a giugno del 2001 la United Bank notificò  ai birrai sei giorni di tempo per rientrare di 550.000 dollari. Prima di dichiarare bancarotta, Stevens ed Engbers fecero un ultimo tentativo andando a parlare con Peter C. Cook, un famoso uomo d'affari e noto filantropo di Grand Rapids; dopo un paio di giorni i birrai ricevettero una telefonata da parte della banca ad annunciare che il signor Cook si era personalmente fatto garante del loro debito. 
Per invertire la rotta, Mike e Dave chiamarono a lavorare con loro il birraio Nate Walser (ex New Holland Brewing Co.) per rivoluzionare completamente l'offerta delle birre, sostituendo le birre semplici ed anonime prodotte sino ad allora con altre molto più robuste, complesse e impegnative.
"Le nostre birre erano buone ma non eccezionali – ricorda Engbers – facevamo birre che potessero piacere a tutti, ma erano esattamente le stesse birre prodotte da tutti gli altri birrifici del Michigan: una Pale Ale, una Amber Ale, una birra di frumento, una scura. Capimmo di dover iniziare a fare qualcosa di diverso. A quel tempo le IPA non erano così di moda, iniziammo a produrre la Centennial IPA e la gente al bancone ce la rimandava indietro dicendo di non riuscire a berla, era troppo amara. In quel periodo andavano forte le Amber Ales e così realizzammo una nuova birra molto maltata e alcolica per poterci risollevare dalla difficile situazione finanziaria. Pensammo al nome Fat Bastard, ma dopo esserci consultati con i legali scoprimmo che quel nome era già stato registrato da un produttore di vini. All’avvocato chiesi di verificare se il nome Dirty Bastard fosse disponibile, lui mi rispose che era una pazzia pensare di usare quel nome e io gli dissi: “non sappiamo neppure se tra qualche mese saremo ancora in attività, chi se ne frega”. Improvvisamente, invece che una Red Ale, una Porter ed una Pale Ale eravamo diventati quelli che producevano la Dirty Bastard, una bomba maltata con 8% di ABV. La gente iniziò a parlare di noi, aprirono siti come BeerAdvocate e RateBeer e noi partecipammo attivamente alle discussioni sui forum rispondendo alle persone: il successo della Dirty Bastrd ci convinse che quella era la direzione giusta da prendere: tutte le nostre birre diventarono più potenti e più complesse. Iniziammo a fare le birre che ci piacevano bere, non quelle che pensavamo sarebbero piaciute alle persone. Arrivarono la Breakfast Stout, la Curmudgeon e la Devil Dancer.” 
Tutte birre che ottennero uno straordinario successo e contribuirono in maniera decisiva a portare Founders tra i più grandi ed apprezzati produttori del Michigan e di tutta la scena craft statunitense: la moda delle IPA vide poi Founders protagonista prima con la Centennial IPA e poi con la All Day IPA, che oggi occupa la maggior parte della capacità produttiva del birrificio.

La birra.
Nel 2003 Founders presenta la versione barricata della Dirty Bastard: il nome scelto è Backwoods Bastard (il bastardo che vive in un luogo remoto, isolato, lontano da tutto) e la birra è accompagnata dalla solita bella etichetta disegnata da Grey Christian. Le botti trovano oggi posto nei sotterranei del birrificio, un’impressionante serie di corridoi e cunicoli lunga sei miglia che un tempo venivano utilizzati per estrarre il gesso e che Founders ha preso in affitto. Dai quattro barili ex-bourbon posseduti dal birrificio nel 2002 si è arrivati ai 4700 del 2014: l’aumento della quantità va purtroppo spesso a discapito della qualità e il discorso si può applicare anche a Founders. Le sue birre barrel-aged (KBS su tutte) non sono - dicono - più quelle di una volta ma sono accessibili a molte più persone.
La Backwoods Bastard è una produzione stagionale che arriva ogni anno nel mese di novembre; la gradazione alcolica sale all'8.5% della Dirty Bastard all'11.1%. Ciò nonostante, leggo su forum di appassionati americani che non è una birra che invecchia particolarmente bene e quindi stappiamo subito l'edizione 2016 che è arrivata anche in Europa.
Il suo colore è uno splendido ambrato carico, limpido ed impreziosito da intensissimi riflessi rosso rubino; la schiuma color crema è cremosa e compatta ed ha un'ottima persistenza. Al naso il bourbon accompagna i profumi di melassa, biscotto, uvetta, prugna e ciliegia; in secondo piano legno e vaniglia, suggestioni terrose e un filo di fumo. Al palato è davvero molto morbida, con un corpo quasi pieno e una carbonazione bassa: il palato viene avvolto da un liquido intenso che riscalda senza mai bruciare, con il bourbon protagonista assieme agli stessi elementi che hanno composto l'aroma. La bevuta è piuttosto dolce ma ben asciugata dall'alcool che viene aiutato dal lieve amaro finale, terroso e resinoso, dei luppoli. Il retrogusto è davvero lunghissimo e ricco di bourbon, legno e tanta frutta sotto spirito. Scotch Ale potente ma non difficile da sorseggiare, molto pulita e in grado di riscaldare perfettamente i gelidi inverni del Michigan: più che il contenitore (legno, vaniglia) è il suo contenuto (bourbon) a dare la caratterizzazione, con un risultato finale non eccellente ma sicuramente molto, molto buono.
Formato: 35.5 cl., alc. 11.1%, IBU 50, scad. 06/04/2017.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 1 dicembre 2016

Traquair House Ale

Traquair è un maniero nel piccolo paese di Innerleithen, 50 chilometri a sud di Edimburgo, Scozia. Pare che sia la casa ininterrottamente abitata  più antica di tutta la Scozia: le sue origini sono sconosciute, sebbene le prime prove certe dell'esistenza di un fabbricato in quel luogo risalgano al 1107. Nel castello trovava ovviamente spazio un birrificio che veniva utilizzato per le necessità domestiche e che fu utilizzato sino agli inizi del 1800.  
Gli impianti sono rimasti poi in disuso sino al 1965, quando Peter Maxwell Stuart, ventesimo Laird di Traquair ne scopre l’esistenza durante alcuni lavori di ristrutturazione: con l’aiuto di Sandy Hunter, a quel tempo del birrificio Belhaven, decide di riprendere la produzione.  Alla sua morte, nel 1990, gli succedono la moglie Flora e la figlia Catherine; nel 1997 Traquair diventa una società a responsabilità limitata. La produzione attuale si attesta intorno ai 600-700 barili l'anno, utilizzando ancora i vecchi tini di fermentazioni di quercia. Sono circa 6 le birre prodotte regolarmente, con qualche birra celebrativa prodotta occasionalmente. 
Negli ultimi ventotto anni la produzione di Traquair è stata affidata al birraio Ian Cameron che lo scorso febbraio è andato in pensione lasciando il posto a Frank Smith, da oltre vent’anni al suo fianco, e al suo nuovo assistente Ross Doherty.Cameron, perito elettronico, era stato assunto a Trauqair nel 1970 per fare lavori occasionali e poi definitivamente come giardiniere iniziando di tanto in tanto ad affiancare Lord Maxwell al birrificio arrivando ad occuparsene in toto a partire dal 1988.

La birra.
Traquair House Ale, letteralmente “la birra della casa” è stata la prima birra prodotta a Traquair nel 1965 e ancora oggi matura nei vecchi tini di quercia. Splendida nel bicchiere, di colore tonaca di frate con intense e limpide venature rosso rubino ed una compatta schiuma color crema dalla discreta persistenza. Caramello, ciliegia, pane nero e uvetta danno il benvenuto al naso, dolce e di buona intensità: più in secondo piano profumi di biscotto, crostata di prugna, lievi tostature. Il gusto prosegue nella stessa direzione alzando l’asticella dell’intensità: gli stessi elementi ritornano a formare una bevuta dolce ma bilanciata, facile e sorretta da un leggero alcool warning in sottofondo. Corpo medio e poche bollicine rendono il mouthfeel morbido mentre al palato  s’aggiungono lievi note di pane tostato e interessanti note di vino liquoroso e di legno; chiude con una buona attenuazione che asciuga bene il dolce ed un accenno d’amaro terroso. Morbido e delicatamente caldo, dolce di frutta sotto spirito è il retrogusto di una Scotch Ale (o Wee Heavy) ben fatta e soddisfacente, molto pulita, quasi un “piccolo liquore” da bersi in tutta tranquillità. Si trova ogni tanto anche nei supermercati ad un rapporto qualità prezzo da non lasciarsi sfuggire.
Formato: 33 cl., alc. 7.2%, lotto 2304, scad. 01/12/2018, pagata 2.70 Euro (supermercato, Italia)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 25 novembre 2016

Tennents India Pale Ale,Tennents Super & Tennents Scotch Ale

La storia del marchio Tennent risale al 1740 quando Hugh Tennent fonda a Glasgow la Drygate Brewery, rilevando il birrificio che produceva ininterrottamente dal 1556 sulle rive del ruscello Molendinar e rinominandolo Wellpark Brewery. I figli di Hugh, John and Robert, continuarono il business di famiglia con il nome di J&R Tennent facendolo diventare il più grande esportatore di birra in bottiglia del Regno Unito; l’ultimo membro della famiglia a possedere il birrificio fu Hugh, pronipote del fondatore, che lo guidò dal 1827 al 1855. Fu lui ad attrezzare il birrificio per la produzione di birre a bassa fermentazione ed iniziò a commercializzare la Tennents Lager: fu un incredibile successo ed ancora oggi la birra è la lager più venduta in Scozia, con all’incirca il 60% del mercato.  Nel 1963 la J&R Tennent fu acquisita dalla Charrington United Breweries di Londra che nel 1967 si unì alla Bass dando vita al Bass Charrington Group, a quel tempo il più grande produttore di tutto il Regno Unito. Nel 2000 il gruppo passò nelle mani di Interbrew, dal 2008 divenuta Anheuser-Busch InBev. 52 miliardi di dollari la cifra che Interbrew aveva sborsato per acquistare Anheuser-Busch: la necessità di ridurre il debito la porta ad elaborare un piano strategico di dismissione assets e marchi. Il  27 agosto 2009 AB-InBev cede per 180 milioni di sterline  il marchio Tennents e la Wellpark Brewery di Glasgow al gruppo irlandese C&C; l'accordo comprende anche la cessione dei diritti per la distribuzione dei marchi  Budweiser, Beck's e  Stella Artois in Irlanda e in Scozia. 
La Wellpark Brewery, dove ancora oggi vengono prodotte quasi tutte le Tennents, viene rinominata Tennent Caledonian; tra i marchi posseduti dal gruppo C&C di Dublino ricordo il sidro Magners, le birre Caledonia Best ed Heverlee. 
Ammetto di non aver mai bevuto in vita mia una Tennent: non per snobismo, semplicemente non mi è mai capitata l’occasione neppure quando la birra per me era solo quella industriale. Apprendo quindi ora con sorpresa che le Tennent non sono tutte uguali: una in particolare, la diffusissima Tennent’s Super, pare sia stata esclusa dal passaggio di consegne avvenuto nel 2009 tra AB-InBev e C&C; questo marchio è infatti rimasto di proprietà AB-InBev e, come riportato in etichetta, non viene prodotta in Scozia ma in Inghilterra.

Pongo quindi oggi rimedio alla mia mancanza recuperando terreno e stappandone ben tre. Partiamo dalla ultima nata in casa Tennent’s, e parliamo del birrificio scozzese. Tennent’s IPA, disponibile in Italia dallo scorso febbraio e realizzata per cavalcare la diffusione di quello stile che la craft beer revolution ha reso così popolare. Perfettamente limpida, ambrata, genera un cappello di schiuma biancastro compatto e molto persistente. L’etichetta recita “rich aroma” ma in verità il naso è quasi assente: profumi dolciastri di caramello, qualche accenno floreale e di “luppolo vecchio”. Il gusto recupera in intensità ma non in gradevolezza: la bevuta inizia e prosegue dolce di caramello e biscotto, toffee, esteri fruttati che richiamano quasi la ciliegia. Dalla dolcezza si passa bruscamente all’amaro, con una chiusura sgraziata e poco gradevole che mette insieme note terrose, erbacee e di frutta secca; la percezione dell’alcool rispecchia quanto dichiarato in etichetta (6.2%), il palato rimane sempre avvolto da una patina dolciastra che va a caratterizzare anche il retrogusto. Non è una birra disastrosa, alla fine forse è appena meglio di altre IPA industriali (Ceres, Poretti ?) ma se volete bere bene andate a cercare altrove. Inizia dolce, lieve intermezzo amaro, ritorna il dolce: questa in poche parole la descrizione della Tennent’s IPA.

Passiamo alla Tennent’s Super Strong Lager, una vera delizia per chi vuole ubriacarsi in fretta spendendo poco più di un euro per la bottiglia/lattina da 33 cl.  Come detto sopra, questa birra non è prodotta in Scozia dalla Tennent Caledonian ma è rimasta di proprietà AB-InBev. Nel bicchiere si presenta di color oro antico, perfettamente limpida e con un bel cappello di schiuma bianca, cremosa e dalla discreta persistenza. L’aroma, di discreta intensità, affianca qualche nota di cereale al dolce del caramello;  alcool, esteri fruttati, qualche leggera puzzetta da “colpo di luce”, forse granoturco/mais. Il peggio tuttavia deve ancora arrivare: il palato è invaso da una massa dolciastra ed alcolica di caramello/toffee, forse miele, con una chiusura amaricante terrosa appena accennata ma sufficiente da risultare terribilmente sgradevole. L’alcool si sente proprio tutto, senza nessuno sconto:  forse una delle birre peggiori (escludendo quelle difettate) che mi siano mai capitate nel bicchiere. Affrontabile a temperatura frigo, assolutamente improponibile appena s’avvicina alla temperatura ambiente: impossibile (per me) andare oltre un paio di sorsi.

Di livello indiscutibilmente superiore è invece la Tennents Scotch Ale: dimenticate AB-InBev, qui torniamo in Scozia. E’ di un bel color ambra carico, limpido ed accesso da intensi riflessi rosso rubino: la schiuma è leggermente "sporca", cremosa ed ha una discreta persistenza. L'aroma non è tuttavia la sua caratteristica principale: quasi assente, a fatica si scorgono profumi di caramello, ciliegia e frutti rossi dolci. Con poche bollicine al palato è morbida e scorre piuttosto bene, risultando forse un po' leggera per la propria gradazione alcolica (9%). Biscotto, caramello, frutta sotto spirito (ciliegia, prugna, uvetta) caratterizzano un gusto che non è particolarmente intenso ma ha tuttavia un senso compiuto e non risulta affatto sgradevole. L'intensità non è di certo elevata, l'alcool è morbido e ben amalgamato con i sapori, contrariamente alla Tennents Super: nel finale la componente etilica spinge sull'acceleratore risultando meno morbida ma risultando efficace nel asciugare un po' il dolce della birra. Costa circa il doppio rispetto alla Super ma se proprio volete bere una Tennents almeno mettete nel carrello della spesa questa.
Ricapitolando: assolutamente inutile la Tennents IPA, senza infamia e senza lode la Scotch Ale. Per quel che riguarda la Super, la bottiglia da me bevuta non la augurerei neppure al mio peggior nemico.

Nel dettaglio:
Tennent's India Pale Ale,  formato 33 cl., alc. 6,0%, lotto L6082, scad. 30/06/2017, 2.29 Euro.
Tennents Super, formato 33 cl., alc. 9,0% , lotto L6 100MK, scad. 01/10/2017, 1.29 Euro.
Tennents Scotch Ale,  formato 33 cl., alc. 9,0%, lotto L5279, scad.  31/01/2017, 2.09 Euro.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 6 maggio 2016

AleSmith Wee Heavy Scotch Ale

Non capita molto spesso di bere AleSmith, ma quando succede è sempre un’occasione da non lasciarsi sfuggire; oltretutto da qualche mese le bottiglie del birrificio californiano sono diventate più facili da reperire anche nel nostro paese/continente: tralasciando le birre luppolate, la cui importazione presenta sempre notevoli rischi,  la gamma AleSmith  propone alcuni stili dalla robusta gradazione alcolica che meglio si prestano al trasporto. 
Il birrificio californiano viene fondato nel 1995 dall’ex-homebrewer Skip Virgilio e Ted Newcomb, e poi acquistato nel 2002 da Peter Zien, altro ex-homebrewer ed appassionatissimo beer-hunter.  Dal 1995, anno in cui a San Diego esisteva solamente un altro produttore, Karl Strauss, AleSmith ha lentamente raddoppiato i volumi prodotti arrivando lentamente ai 15000 HL che rappresentavano il limite massimo consentito dagli impianti. Racconta Zien: “per 13 anni, dal 1995 a 2008, non abbiamo messo da parte un solo centesimo e io ho dovuto immettere 900.000 dollari per permettere al birrificio di sopravvivere; potevamo continuare per sempre a produrre 15000 HL fatturando quei 6 milioni di dollari l’anno che avrebbero garantito un sereno futuro per me e mia moglie, ma io voglio dare di più a tutte le 51 persone che lavorano per AleSmith che ci hanno permesso di arrivare dove siamo arrivati, e per  fare ciò era indispensabile crescere. Voglio essere in grado di aumentare il loro salario, garantire loro benefit e quote societarie in modo che, quando deciderò di ritirarmi,  possano diventare loro i proprietari”.  
Il birrificio ha appena completato un piano di espansione da 15 milioni di dollari con la realizzazione del nuovo stabilimento da 10.000 metri quadri in Empire Road (poi rinominata AleSmith Court dalla città di San Diego) a pochi isolati di distanza dallo storico capannone di Cabot Drive, dove è stato installato il nuovo impianto da 80HL con annessa tasting room; un elemento fondamentale per il birrificio che, ammette Zien “contribuisce all’incirca al 20% del nostro fatturato”. Con i nuovi impianti e un potenziale da 250.000 HL/anno arriveranno anche molte più birre nel formato da 35.5 cl., oltre alla già esistente .394 Pale Ale. 
Il vecchio stabilimento con impianto da 15hl è stato ceduto alla Stella Polly, una società fondata dallo stesso Zien: Stella e Polly sono i nomi dei figli di Mikkel Borg Bjergsø alias Mikkeller, alla quale Zien ha offerto la partnership per la gestione del vecchio birrificio, dal quale non voleva completamente separarsi e nel quale ha comunque mantenuto il suo ufficio. Nei prossimi mesi Zien cederà a Mikkeller altre quote della società sino ad arrivare al 50/50: con questa operazione la beerfirm danese ha finalmente inaugurato qualche settimana fa il suo primo birrificio Mikkeller San Diego, la cui produzione è supervisionata da Bill Batten, da dieci anni head brewer presso AleSmith.

La birra.
L’interpretazione piuttosto muscolosa di una Wee Heavy di AleSmith ha collezionato diverse medaglie d’oro al Great American Beer Festival, alla World Beer Cup e alla  San Diego International Beer Competition; se dal medagliere ci spostiamo al beer rating il popolo di Ratebeer la elegge come seconda miglior Scotch Ale al mondo, superata solo dalla sua versione invecchiata in botti di Bourbon. Lasciando da parte le mostrine, si presenta ugualmente splendida ed elegante nel bicchiere con la sua livrea ebano scuro vivacizzata da intense venature borgogna; forma due dita abbondanti di schiuma cremosa e abbastanza compatta, dalla buona persistenza. Il naso è ricco e avvolgente nella sua dolcezza di prugna disidratata, uvetta, fico, toffee, ciliegia sciroppata, frutta secca; la componente etilica è ben presente e regala un gradevole calore ad anticipare le sensazioni palatali. Un opulente profilo maltato è presente anche al palato, sorretto da un corpo quasi pieno abbinato a poche bollicine e ad una consistenza oleosa abbastanza scorrevole, considerata la gradazione alcolica. Non c'è in verità molta complessità in questa bottiglia, ma quel che c'è basta per rendere comunque la bevuta memorabile: prugna, uvetta e caramello/toffee costituiscono un carattere molto dolce al quale rispondono un accenno di cioccolato e di tostato, ma è soprattutto l'alcool ad asciugare la birra facendo così convivere potenza ed equilibrio. Il formato della bottiglia è generoso ma non ci vuole molto a sorseggiarla dopocena in solitudine, magari abbinandola a del cioccolato fondente: si congeda con un lungo e caldo retrogusto etilico di frutta e caramello, avvolto da un filo appena percepibile di fumo. Pulita, ricca e potente, molto ben eseguita: difficile chiedere di più da una Wee Heavy. 
Formato: 75 cl, alc. 10%, IBU 26, lotto non riportato, 22.00 Euro (beershop, Italia).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 18 febbraio 2016

Buskers Peacemaker

Nuovo appuntamento con Buskers, l’eclettico progetto “itinerante”  di Mirko Caretta (Bir&Fud, Roma) che dal 2011 realizza birre in giro per l’Italia; sul blog ne sono già transitate alcune. In questi cinque anni, secondo il database di Ratebeer, sono stati coinvolti gli impianti di Birra del Borgo (6 birre), Ducato (2), Bidu, Dada, Menaresta, Extraomnes, Birra Perugia, Foglie d’Erba, Free Lions, L’Olmaia, MC77, Opperbacco e La Casa di Cura con una birra a testa. 
Parliamo proprio di quest’ultima collaborazione realizzata a febbraio 2014 presso gli impianti a Senarica de “La Casa di Cura”, birrificio attivo dal 2013 e fondato dai soci  Luigi Recchiuti, Loreto Lamolinara, Alfredo Giugno e Tonino Ventilii: ve ne avevo parlato in questa occasione. Si tratta di una robusta Scotch Ale (Wee Heavy) prodotta con malto Maris Otter ed una piccola percentuale di torbato; impossibile non citare le solite splendide e fantasiose etichette di Buskers, realizzate al come di consueto dall’artista spagnolo Fidelius per l’occasione in collaborazione con Jezabel Nekranea. Nel bicchiere arriva con un colore che s’avvicina alla tonaca del frate, con venature ambrate e rossastre; da subito emerge il “problema” schiuma: non è gushing ma la schiuma è davvero difficile da controllare e riempie immediatamente il bicchiere obbligando ad una lunga attesa prima di poterlo completare correttamente. Al naso m’accoglie un inopportuno profumo di pera che ruba la scena a tutto il resto, almeno sino a quando la schiuma non collassa: in sottofondo frutta secca, biscotto, caramello. 
Molta schiuma è sovente sinonimo di elevata carbonazione e questa Peacemaker non fa eccezione, andando palesemente contro i dettami dello stile: il mouthfeel (corpo medio) anziché morbido risulta abbastanza ruvido e spigoloso, ostacolando inizialmente la percezione dei sapori. Ma anche dopo che le bollicine si sono calmate, la birra non splende di pulito e di eleganza; la base di biscotto e caramello/toffee è quella attesa, gli esteri al palato (prugna, datteri) sono più appropriati di quelli delll’aroma e la chiusura è amara quanto basta (frutta secca, lieve terroso) a rendere la bevuta complessivamente dolce ma bilanciata. C’è una buona secchezza ma anche una leggera astringenza finale, mentre quella sensazione di “relax” e di appagamento che vorresti provare con una robusta Scotch Ale tra le mani arriva molto (troppo) tardi, nel morbido retrogusto etilico di frutta sotto spirito. Bottiglia con qualche problemino irrisolto e  - onestamente – al di sotto degli standard delle altre Buskers bevute sino ad ora:  qui si beve discretamente, ma si deve pretendere di più.
Formato:  33 cl., alc. 7.2%, lotto 3415, scad. 07/2016, pagata 4.00 Euro.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 20 gennaio 2016

Lucky Brews Winternest

Nasce nel 2012 la beerfirm veneta Lucky Brews, con sede a Montecchio Maggiore (VI) e fondata da Samuele Gallico. Scherzosamente si autodefinisce “homebrewer dalla nascita” ma il suo percorso è quello che hanno intrapreso tanti altri giovani appassionati; dalle birre industriali ai primi esperimenti di homebrewing in kit, il passaggio all’All Grain, le vacanze a tema birrario e l’assidua partecipazione a festival ed eventi.  In Lucky Brews Samuele è affiancato da altri compagni d’avventura che vengono elencati sul sito ufficiale:  la beerfirm si definisce “raw but different”, stanca degli “articoli da brasseria e delle fighettate radical chic”  puntando invece a creare birre da ogni occasione, “dalla bettola al ristorante” ma  "spettacolari, profumate ed assuefacenti per ricordare al mondo che c’è un altro modo di vedere la birra artigianale". 
Cinque al momento le birre prodotte: Japa (American Pale Ale), Apollo (Blonde Ale), Whale (“hoppy white ale”), Winternest (Scotch Ale) e l’ultima nata Blackbeard (Brown Ale). Sono tutte realizzate presso gli impianti del vicino birrificio Birrone. 
La stagione in corso si presta ad una birra che riscaldi ed è dunque la Winternest che andiamo ad assaggiare; nasce ad ottobre 2013, con un etichetta realizzata dall’illustratore Hell Mariachi alias Mario Ferracina,  ormai collaboratore fisso della beerfirm. La ricetta prevede malti  Pils, CaraAroma, Special B,  Peated, Chocolate, Carafa III e  malto d’avena; i luppolo utilizzati sono Summit, Styrian Goldings e Fuggles, lievito Nottingham. 
Molto bella nel bicchiere, si veste di color mogano con intensi riflessi rosso porpora;  la schiuma ocra è cremosa e compatta, molto persistente. L’aroma non è molto intenso ma presenta comunque un bel bouquet di biscotto e caramello, frutta secca (nocciola), un accenno di uvetta e prugna e di cacao in polvere; i profumi sono avvolgenti e caldi, s’avverte al naso la carezza etilica accompagnata da una lieve nota torbata. 
L’inizio è davvero promettente ma non viene del tutto confermato al palato: c’è intensità ma la pulizia è sicuramente minore e, soprattutto, c’è una carbonatazione fine ma troppo elevata per lo stile che disturba un po’ quella che dovrebbe essere una bevuta morbida e rincuorante. La corrispondenza  con l’aroma è quasi totale, a partire dal dolce del biscotto e del caramello, dell’uvetta e della prugna disidratata che viene poi bilanciato dalle note amaricanti di frutta secca e dall’acidità dei malti scuri. L’equilibrio è buono mentre la facilità di bevuta è persino troppa e va a discapito di quella componente etilica che invece dovrebbe riscaldare e rendere la birra davvero adatta ai mesi più freddi dell’anno:  il timido tepore dispensato dal retrogusto dolce e caramellato non è ancora sufficiente. Birra che in un certo senso rispecchia il concetto di “raw” (grezzo, ruvido) che la beerfirm usa come slogan: il livello è abbastanza buono, ma per avere davvero una calda ed appagante Scotch Ale che t’abbraccia nei dopocena invernali c’è bisogno - oltre che un po' più di alcool warming -  di ottenere almeno lo stesso livello di pulizia e di finezza dell’aroma anche al gusto.
Formato: 33 cl., alc. 7.5%, IBU 25, scad. 04/02/2016.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 19 maggio 2015

Birra Perugia Ila Scotch Ale

Presentata ufficialmente lo scorso 27 febbraio al “Non C’Era” di Perugia, “Ila” è una delle novità 2015 di Birra Perugia: si tratta di una scotch ale prodotta in collaborazione con Samaroli, importante selezionatore di distillati operativo dal 1968 e primo operatore non britannico o scozzese ad intraprendere questa professione. In sostanza,  "seleziona campioni che gli giungono da tutte le più importanti distillerie; piccoli flaconi provenienti ognuno da una specifica botte; sceglie il barile e lo fa imbottigliare con etichetta propria".
Dalla collaborazione con Birra Perugia nasce Ila: il nome è una precisa indicazione di cosa aspettarsi nel bicchiere: siamo nel territorio dei Whisky torbati. La scotch ale è infatti finita in un single cask da 230 litri fornito da Samaroli ed utilizzato in precedenza per far maturare un Whisky Caol Ila del 1980. Questo prima botte è arrivata a Perugia nel settembre del 2014, e quindi la birra è stata affinata per circa 4/5 mesi. 
La distilleria Caol Ila, il cui nome in gaelico significa “il suono di Islay”, ovvero di quello stretto di mare sul quale s’affaccia la distilleria che separa Islay dall’isola di Jura, fu fondata  nel 1846 da Hector Henderson. La società ha subito numerosi cambi di proprietà: nel 1854 fu venduta a Norman Buchanan e  nel 1863 da questi alla Bulloch Lade & Co di Glasgow (il cui logo viene riportato sull’etichetta della birra)  poi autoliquidatasi nel 1920. La distilleria venne acquisita da un consorzio di imprenditori che la rifondarono chiamandola Caol Ila Distillery Company Ltd: nel 1930 la maggioranza delle azioni divennero di proprietà della Scottish Malt Distillers Ltd.  Nel 1972 i vecchi edifici furono completamente demoliti e ricostruiti in un paio di anni; la distilleria diventò poi parte del gruppo multiazionale Diageo (quello della Guinness, per intenderci, ma anche dei marchi Vodka Smirnoff, Johnnie Walker, e Moet &/Chandon, tanto per citare i più noti).
La ricetta della Ila Scotch Ale indica malti Maris Otter, Caramel e Crystal, luppoli Challenger ed East Kent Golding; è molto bella all’aspetto, di colore tonaca di frate impreziosito da intense nuances rosso borgogna: la schiuma ocra è fine e cremosa, compatta, con un'ottima persistenza. Al naso troviamo toffee e frutta secca, sentori legnosi e tornati, con una lievissima presenza iodata; bene la pulizia, un po' debole l'intensità, che invece sale drasticamente di livello al palato. Morbida in bocca, con poche bollicine e corpo medio, Ila ripresenta il caramello/toffee, la frutta secca e il biscotto, qualche accenno di uvetta. L'inizio dolce viene poi bilanciato dalle note legnose, solo lievemente astringenti, che portano ad un'equilibrata chiusura tannica. Il passaggio in botte, relativamente breve, non è risultato particolarmente invadente e le note torbate non coprono la birra ma ne costituiscono solamente un bell'arricchimento; idem per quel che riguarda il whisky la cui presenza, delicata e discreta, s'avverte solamente quando la birra raggiunge la temperatura ambiente. L'alcool è sempre sotto controllo, con il risultato di una birra che scalda quanto basta mantenendo una buona facilità di bevuta; l'intensità aumenta solo nel retrogusto, avvolgente e caldo di frutta sotto spirito, torbato e con una leggerissima nota marina.  
Ben fatta e bilanciata, è una birra abbastanza elegante che vedo sicuramente adatta per i dopocena autunnali o invernali; in assenza della stagione giusta, io ho approfittato dei temporali di una sera di maggio, con buona soddisfazione. La consiglierei anche a chi non ha molto familiarità con il torbato (o non lo ama particolarmente):  come già detto, la sua presenza molto discreta questa scotch ale potrebbe essere un'ottima via d'accesso che porti ad esplorare poi altre birre dalla caratterizzazione molto più importante.
Ringrazio il birrificio per avermi inviato la bottiglia da assaggiare, anticipando le mie intenzioni: ero curioso di provarla e l'avevo già messa sulla mia "wishlist".
Formato: 75 cl., alc. 8%, lotto 0415, scad. 08/2016.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 8 gennaio 2015

Glazen Toren Canaster Winterscotch

Le feste sono purtroppo già un ricordo ma c’è ancora tempo per qualche bevuta natalizia o per lo meno “invernale”:; dal Belgio, ecco la proposta invernale del birrificio De Glazen Toren, aperto nel 2004 da Jef Van De Steen, Dirk de Pauw e Mark De Neef  e che ha quindi festeggiato nell’anno appena concluso il suo decimo compleanno. Il birrificio della “torre di vetro”  si trova in un piccolo edificio, simile ad una casa, nel sobborgo Erpe-Mere di Aalst, una trentina di chilometri ad ovest di Bruxelles, nella strada (Glazentorenweg 11) dalla quale prende il nome. La commercializzazione partì ufficialmente nel giorno di San Martino del 2004, con tre birre: la Saison d’Erpe Mere,  la Tripel Ondineke e – visto il periodo – una scotch ale invernale chiamata Canaster.  Tuttora disponibile, se non erro, dall’11 novembre all’11 febbraio, deve il suo nome ad un sonetto (?) del folklorista e letterato Petrus Van Nuffel   che nel 1908 decantava una birra prodotta ad Aalst dal monastero dei Carmelitani: Men mogt hun bier wel roemen / Dat Canaster plagt te noemen  /  Het was drincken ende spijs / Selfs voor eene lange reps 
Bottiglia d a 75 cl. incartata, come tutta la produzione Glazen Toren: grafica natalizia con fiocchi di neve ed un’abbondante nevicata a ricoprire il tetto della casa-birrificio, con l’enorme bollitore all’interno che si tinge di rosso “festivo”. 
Molto bella anche la birra nel bicchiere, con delle intense sfumature che vanno dal rosso rubino al marrone scuro; la schiuma, beige, è cremosa e compatta ed ha una buona persistenza.  L’incontro con questa bottiglia di Canaster è piuttosto timido: naso chiuso, molto poco intenso, a fatica emergono i profumi della liquirizia, dell’amaretto e della frutta secca (mandorla, noce?), mentre man mano che la birra si scalda si fa sempre più evidente la presenza di mela verde. In bocca stupisce per la quasi assenza di bollicine: il corpo è medio, la consistenza è watery e la sensazione palatale non è purtroppo quella da “winter warmer”.  In bocca passano in rassegna liquirizia, toffee e biscotto, con lievi tostature ed una leggerissima presenza di prugna; la bevuta è però un po’ slegata e la bassissima carbonazione non l’aiuta certo a risollevarsi. Chiude con un’astringenza a tratti fastidiosa, ed un finale leggermente amaro di frutta secca. Resta da annotare una poco piacevole eccesso di mela verde anche al palato, soprattutto quando la birra si scalda. Esperienza poco positiva, purtroppo, e birra da ritrovare in condizioni migliori, magari al prossimo inverno. 
Formato: 75 cl., alc. 8.7%, lotto 25/10/2014, scad 25/10/2016, pagata 7.00 Euro (beershop, Italia).


NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio   

mercoledì 5 novembre 2014

Founders Dirty Bastard

Sono "solamente" cinque le birre di Founders disponibili tutto l'anno: All Day IPA, Centennial IPA, Pale Ale, Porter e Dirty Bastard. Tra di queste è attualmente l'ultima nata (2012) Session IPA ad occupare la maggior parte della produzione, seguita a poca distanza dalle storiche Centennial IPA e Dirty Bastard. Queste due vengono prodotte dal 2001, da quell'anno di svolta nel quale il birrificio del Michigan si era trovato sull'orlo del fallimento, come vi avevo raccontato in questa occasione
Da quest'anno le Founders godono di una buona distribuzione anche in Italia che le rende di facile reperibilità, in qualche caso forse anche maggiore di quella della madrepatria. Pensate ad esempio al fatto che alla Dirty Bastard non è stato dato il benestare per la commercializzazione dallo stato dell'Alabama a causa del nome ritenuto offensivo. Peccato che nello stesso stato americano fosse già in vendita un vino chiamato Fat Bastard: un diverso trattamento tra due bevande alcoliche al quale siamo abituati anche in Italia (accise). Nelle sale cinematografiche dell'Alabama era anche possibile vedere il film Inglourious Basterds (Bastardi Senza Gloria) di Quentin Tarantino, ma la Alcoholic Beverage Control Board reputava inammissibile la messa in vendita di una birra il cui nome conteneva la parola "bastard". Il legislatore aveva promesso nel 2013 di rivedere la propria posizione, ma non sono riuscito a sapere se ciò sia effettivamente avvenuto o no. 
Consoliamoci allora di poterla bere almeno in Italia: chi segue il blog con regolarità sa come non nutro grossa fiducia nella qualità delle birre che arrivano attraversando l'oceano. Troppo alto il rischio di trovarsi nel bicchiere una birra poco fresca; ma essendo questa Dirty Bastard una scotch ale e non la solita IPA, ho voluto ugualmente tentare la sorte in quanto lo stile meno luppolato dovrebbe meglio sopportare lo "stress" da viaggio e lo scorrere del tempo. Nel bicchiere sorprende per il suo insolito colore torbido (non molto amato dagli americani) che s'avvicina alla tonaca di frate; qualche riflesso rossastro, ed una piccola "testa" di schiuma beige, cremosa ma poco persistente. L'aroma è di buona intensità e pulizia, con una marcata dolcezza fatta di uvetta, fichi e datteri, melassa, biscotto al burro. Le cose vanno un po' meno bene in bocca, dove la dolcezza anticipata dall'aroma viene ulteriormente enfatizzata e corre sul filo della stucchevolezza; la birra ha un corpo medio ma risulta un po' slegata, con una carbonazione bassa che sembra quasi viaggiare su un binario parallelo rispetto alla consistenza oleosa. Offre note di biscotto e toffee, uvetta e prugna, ma anche una leggera ossidazione (cartone bagnato); l'alcool è ben nascosto, se si eccettua un lieve warming etilico finale, e la chiusura è leggermente amara (terra e frutta secca) nel tentativo - non completamente riuscito -  di bilanciare il dolce. I sapori sono poco fragranti e si coagulano in un insieme dolciastro che non regala grosse soddisfazioni: rimane la bella etichetta disegnata da Grey Christian e la voglia di tornarla ad assaggiare in condizioni migliori.
Formato: 35.5 cl., alc. 8.5%, IBU 50, scad. 19/01/2015, pagata 4.00 Euro (foodstore, Italia).

sabato 22 marzo 2014

Retorto Daughter of Autumn

Nasce nel 2011 a Podenzano, in provincia di Piacenza, il Birrificio Retorto; alla guida c'è il birraio Marcello Ceresa, laureato in Tecnologie Alimentari e con alle spalle un'importante esperienza al non molto distante  Birrificio Toccalmatto; lo aiutano il fratello Davide e la sorella Monica. Terminate le pratiche burocratiche, il birrificio debutta in società all'Italian Beer Festival di Roma del maggio 2012; una nuova realtà che si fa comunque trovare ben pronta, tanto che il popolo di Ratebeer lo nomina come miglior nuovo birrificio italiano del 2013.   La produzione parte con quattro birre, tutte ad alta fermentazione; l'ottima Morning Glory (American Pale Ale), Krakatoa (IPA), Latte Più (Blanche) e la scotch ale chiamata Daughter Of Autumn. Ben presto si aggiunge anche la Black Lullaby, una Belgian Dark Strong Ale che ottiene il premio come miglior birra del Ciba 2012.  Volontà dichiarata del birrificio è di produrre birre "non estreme, che rimangano comunque beverine"; purtroppo per ora sono disponibili solamente nel formato da 75 cl., una scelta analoga a quella del già citato birrificio Toccalmatto.
Veniamo dunque all'assaggio di questa "figlia dell'autunno", una birra che dunque richiama (anche per il colore) la fine dell'estate  ed i primi freddi, quindi in netto contrasto con l'arrivo anticipato della primavera che abbiamo vissuto in queste ultime settimane.
La veste è splendida, un bellissimo color tonaca di frate con sfumature ambrate e rossastre; la schiuma, beige, non è molto ampia, ha una bella trama fine ed è cremosa, con una discreta persistenza. L'aroma è semplice ma molto pulito e di buona intensità: spiccano sentori di toffee, tornati/affumicati, qualche nota fruttata di esteri. Anche se in etichetta si definisce una "scotch ale corposa e ben strutturata", il corpo di questa bottiglia è in realtà piuttosto leggero con una carbonazione abbastanza bassa. Nessuna sorpresa in bocca, dove il percorso continua nella stessa direzione intrapresa dall'aroma: ritroviamo caramello e toffee, note di biscotto, una bel profilo fruttato di uvetta e prugna, con una nota affumicata abbastanza lieve ma elegante. L'alcool è davvero molto ben nascosto, e ci si trova quasi a dubitare del contenuto dichiarato in etichetta (7.5%); è una scotch ale che si beve davvero benissimo, watery e morbida al tempo stesso, anche se personalmente avrei gradito un po' più di corpo. Finisce quasi abboccata, con una leggera nota amaricante di frutta secca (mandorla?); nel retrogusto, torbato,  c'è anche e finalmente un timido tepore etilico di frutta sotto spirito. Ben fatta e pulita, facilissima da bere al punto da sacrificare un po' struttura e presenza alcolica; la Daughter of Autumn non riscalderà molto il vostro autunno, ma è senz'altro un'ottima bevuta che si adatta anche alle stagioni meno fredde.
Formato: 75 cl., alc. 7.5%, lotto 13048, scad. 30/04/2015, pagata 8.50 Euro (beershop, Italia).

lunedì 28 marzo 2011

Mc Chouffe

All'aspetto è di colore ambrato carico, con riflessi rosso rubino, molto bello (la fotografia non rende onestamente giustizia). Schiuma ocra, cremosa e fine, media persistenza. Al naso frutti di bosco rossi, malto, toffee, spezie di lievito, miele e leggeri sentori legnosi. Di corpo medio, in bocca il gusto è prevalentemente dolce con toffee, note di malto tostato, lieviti belgi e frutta secca; molto secca, regala un bel finale che vira verso l'amaro, accompagnato da avvolgenti e calde note alcoliche e note legnose/terrose. Una buona birra che forse, nella bottiglia da noi degustata, ha un po' patito i maltrattamenti della grande distribuzione non rivelando a pieno le sue caratteristiche. Da riprovare in condizioni ottimali. Formato 75 cl., ABV 8%, lotto MC101203c1, scad. 12/2013, 5.27 €.


_____________
english summary:
Very nice and deep reddish amber color (sorry for the bad picture) with a creamy off-white head. Malty nose with toffee, red berries, honey, spices and some woody notes. Medium bodied, has fairly sweet taste of toffee, roasted malts, dried fruits and Belgian yeasts. Very dry mouthfeel. Finish turns to the bitter side with some nice earthy and warming alcohol notes. An interesting beer but the impression I have is that this bottle was not in the best possible conditions. 75 cl., 8% ABV, batch MC101203c1, bb. 12/2013, 5.27 €.