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martedì 27 ottobre 2020

Ca' del Brado Nessun Dorma

Della “Cantina brassicola Ca’ del Brado” vi avevo parlato un paio di anni fa, a pochi mesi dall’inaugurazione avvenuta alla fine del 2016 a Pianoro (Bologna). In questi due anni i fondatori Mario Di Bacco, Luca Sartorelli, Andrea Marzocchi e Matteo d’Ulisse hanno fatto un bel percorso che ha portato visibilità e riconoscimenti da molti appassionati, non solo italiani. Tralasciando per un attimo la birra, le novità 2020 di Ca’ del Brado riguardano l’avvio di un programma di membership chiamato Al Zirqual, ovvero “il circolo”; a memoria  - ma potrei errare- credo sia il primo caso in Italia di una pratica commerciale abbastanza comune tra i birrifici artigianali statunitensi. 
Questo programma d’affiliazione, limitato a 180 membri, poteva essere sottoscritto sino al 30 giugno al costo di 80 euro. La tessera (annuale) vi dava il diritto di accedere ad una serie di benefici come uno sconto del 10% su acquisti online e presso la cantina, una bottiglia magnum di Carteria N.2, prodotta solo per i membri, una t-shirt, possibilità di partecipare con extra costo ad un evento-cena dedicato in cantina, accesso prioritario all’acquisto di bottiglie vintage e speciali sull’e-shop. La prima opportunità per i membri è scattata qualche settimana fa con la possibilità di acquistare Vintage 2017 di Pié Veloce Brux, Pié Veloce Lambicus e Anniversario.

La birra.
Nessun Dorma debutta nella primavera del 2017 ed è la prima Veille Saison di Cà del Brado: una saison “come quelle di una volta” o quasi, come quelle birre che venivano prodotte in Vallonia dai contadini fin verso l’inizio della primavera per essere poi consumate in estate – quando non era più possibile fare birra a causa delle alte temperature -  per dissetarsi nel corso delle lunghe giornate di lavoro. Parliamo del diciannovesimo secolo, quando l’acqua in estate l’acqua (non bollita) non era esattamente la fonte idrica più salubre a disposizione di un contadino.  Erano birre fatte in ambienti rurali con metodi produttivi che le esponevano inevitabilmente a contaminazioni batteriche e di lieviti selvaggi. 

Cà del Brado opta per un mosto realizzato con buona percentuale di frumento non maltato e avena, fermentazione in acciaio con Saccharomyces e successivo affinamento da sei ad otto mesi in in tonneaux e barriques che precedentemente contenevano vino, con contaminazione di brettanomiceti e batteri lattici. Al termine dell’affinamento il contenuto dei vari tini viene mescolato con una piccola percentuale della stessa birra giovane, “da poco entrata in cantina, per aggiungere freschezza, eleganza e corpo al carattere”. Nessun Dorma ha debuttato al Festival bolognese Birrai Eretici del maggio 2017. 
Come sempre sul sito della cantina è possibile sapere ulteriori dettagli produttivi partendo dal numero del lotto di produzione. Nello specifico parliamo del lotto 18013, imbottigliato nell’ottobre del 2018; per l’affinamento sono stati utilizzati cinque diversi tonneaux da 500 litri che avevano in precedenza ospitato vino Nebbiolo e Barbaresco. 
Il suo colore oro pallido è velato, la schiuma è generosa ed esuberante, un po’ scomposta, poco persistente. L’aroma è un mix bel riuscito di note funky e rustiche, richiami vinosi, di cantina  e di legno, limone, lime, ananas, spezie. Con un po’ più di bollicine sarebbe secondo me perfetta, ma non vorrei trovare per forza il pelo nell’uovo ad una birra che scorre con grande facilità e nasconde benissimo il suo tenore alcolico (6.4%). Il dolce della frutta a pasta gialla e dell’ananas è il delicato meccanismo che sostiene una birra  aspra di agrumi e piacevolmente acidula; l’uva bianca anticipa un finale vinoso e molto secco, a tratti legnoso. Rispetto all’aroma viene un po’ a mancare l’aspetto funky/rustico: in evidenza c’è piuttosto un bel frutto a colorare il bicchiere con le tonalità dell’estate, proprio quella che era la stagione delle (Veille) Saison. Birra rinfrescante, corroborante e dissetante ma anche versatile per abbinamenti gastronomici: non aspettate i mesi più caldi dell’anno per berla. Due anni in cantina, invecchiata benissimo, un altro ottimo prodotto marchiato Cà del Brado.
Formato 37,5cl., alc. 6.4%, IBU 10, lotto 18013, scad. 10/2023, prezzo indicativo 8,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

mercoledì 21 ottobre 2020

Almanac Sunshine and Opportunity - Barrel Aged

Di Almanac Beer Company vi avevo parlato nel 2014:  beerfirm fondata a San Francisco da Jesse Friedman e Damian Fagan, dopo essersi conosciuti nel 2007 ad un club di homebrewing si scoprono appassionati anche di cibo di qualità, di prodotti a Km 0 e di mercati contadini. Abbozzano qualche idea per iniziare assieme una professione:  un bar, un cafè o  un negozio per homebrew?  Meglio ancora un birrificio: in mancanza di capitali per dotarsi d’impianti propri i due optano per la soluzione low cost della beer firm.  
Dopo tre anni passati ad esercitarsi ed affinare le ricette nei rispettivi appartamenti, a cotte da venti litri per volta, nel 2010 i due sarebbero pronti per partire ma scoprono che il nome da loro scelto, Old Oak Beer Co.,  potrebbe infrangere qualche copyright; per evitare qualsiasi noia legale, decidono di cambiarlo in  Almanac Beer Co., corredato dal motto “Farm to Bottle” (dalla fattoria alla bottiglia) mutuato dalla filosofia del “Farm to Table”.   La scelta vuole mettere in risalto il legame con il territorio circostante che i due imprenditori intendono valorizzare: l’Almanacco è quello dell’agricoltore, della stagionalità delle colture: l’idea è di utilizzare frutti o altri ingredienti provenienti dalle fattorie della California settentrionale per produrre birre maturate in legno, destinate alla tavola ed agli abbinamenti gastronomici. A giugno 2011 arrivano le prime bottiglie della Summer 2010 Blackberry Ale, una birra acida realizzata con quattro diverse varietà di more provenienti dalla Sebastopol Berry Farm della contea di Sonoma ed invecchiata per undici mesi in botti di vino rosso.   Viene prodotta presso gli impianti della Drake’s di San Leandro, nella baia di San Francisco, mentre le altre birre saranno principalmente realizzate alla Hermitage Brewing Co. di San Jose. Nelle birre ci finiscono progressivamente moltissimi altri ingredienti provenienti da aziende agricole e da piccoli produttori californiani:  agrumi, uva, prugne, pesche, miele, cacao, vaniglia e finocchio, solo per citarne alcuni.  Almanac si specializza in birre acide affinate in legno e, anziché in un impianto di produzione, Friedman e Fagan preferiscono acquistare  un migliaio di botti e due tini di rovere da 4000 litri. Ma nel 2014 è anche arrivata la prima birra “normale” per Almanac: una India Pale Ale,  nonostante Friedman e Fagan si erano sempre dichiarati contrari a realizzare una birra che avrebbe avuto – a loro dire – troppa concorrenza.
Alla fine del  2016 Almanac inaugura la taproom  
nel Mission District di San Francisco: una dozzina di spine, 75 posti a sedere all’interno, altri 25 nel piccolo beer garden e cucina informale affidata al cuoco Chad Arnold. Ma il vero cambiamento arriva nel 2018 quando viene inaugurata la nuova sede ad Alameda in un ex hangar aeronautico del 1942 fatto ristrutturare dal birrificio ThirstyBear di San Francisco per ospitare il suo progetto Admiral Maltingsl’ultima malteria in California aveva chiuso i battenti un secolo prima. Almanac prende in affitto una parte del fabbricato – 3000  metri quadri – nel quale trovano posto gli impianti di produzione, una taproom e un beergarden. “Il nostro mercato di riferimento è diventato molto affollato - dichiarò Faganimprovvisamente quasi tutti I birrifici si sono messi a fare birre acide e i prezzi sono scesi. Il nostro modello d’impresa non sarebbe stato sostenibile a lungo”.
Almanac non è più una beerfirm, diventa birrificio ma dopo pochi mesi Jesse Friedman se ne va,  mantenendo le proprie quote societarie ma lasciando il ruolo di birraio a Phil Emerson. Le ragioni della separazione non sono mai state rese note. All’inizio del 2019 la taproom di San Francisco viene definitivamente chiusa.  

La birra.

La prima birra in lattina di  Almanac risale alla primavera del 2016, grazie ad una collaborazione con il birrificio collaboration with Speakeasy di San Francisco: pilsner, due saison e una  IPA. Oggi anche le birre acide affinate in botte vengono commercializzate nello stesso formato, come ad esempio la Farmhouse Sour Ale chiamata Sunshine & Opportunity, riferimento alla California: terra “del sole e delle opportunità”. Questa Sour Ale viene prodotta con malti Admiral Pale, Aromatic, frumento, avena e viene poi invecchiata in botti di rovere con aggiunta di succo di pera e con un delicato dry-hopping di Citra, Sabro e Mosaic. Ne sono state realizzate anche una versione Lavender Honey Edition, con aggiunta di lavanda e miele, ed una colorata Rosé Edition con uva Merlot e ibisco.
Restiamo sulla Sunshine & Opportunity originale che si presenta di color dorato, quasi limpido e un generoso cappello di schiuma pannosa dall’ottima persistenza. Agrumi, pera, frutta tropicale, pepe bianco, lime, legno e un lieve carattere funky/rustico: l’interazione tra luppoli, lievito e botte funziona alla perfezione e regala un naso fresco, pulito, elegante e intenso. L’etichetta mette in evidenza lo slogan tart-refreshing-tropical e la birra mantiene le promesse: al palato è piacevolmente acidula, un tappeto dolce di tropicale e pera bilancia la secchezza e l’asprezza  degli agrumi. A fronte di una bella intensità non c’è tuttavia grande profondità e s’avverte qualche accenno legnoso solo nel finale. E’ una Sour Ale ruffiana e piaciona nella quale la frutta eclissa il funky: l’alcool (5.8%) è inesistente e la birra è assolutamente rinfrescante, perfetta per i mesi più caldi dell’anno. Sunshine & Opportunity, ovvero una Gently Sour fatta per piacere che coglie nel segno. 
Formato 47,3 cl., alc. 5.8%, lotto 29/01/2020, prezzo indicativo 9.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

mercoledì 23 settembre 2020

Yonder Fiona

Raramente mi è capitato di trovare così poche notizie/interviste in internet su di un birrificio che è invece piuttosto attivo sui propri social network. Parliamo di Yonder Brewing & Blending, operativo dal 2018 nella campagna del Somerset inglese e  nelle vicinanze di Mendip Hills, area di eccezionale bellezza naturale nonché di interesse archeologico. Ad una ventina di chilometri di distanza c’è la Cheddar Gorge e la misteriosa Glastonbury Tor. I fondatori Stuart Winstone e Jasper Tupman si sono conosciuti mentre lavoravano per un altro birrificio che si trova in zona, Wild Beer Co.:  qui hanno imparato ad amare le birre acide prodotte con diversi ceppi di lievito, selvaggi e non,  con ingredienti (anche troppo, aggiungo io) inusuali.  
Negli ultimi anni Wild Beer ha però ridotto la produzione di birre acide e sperimentali per concentrarsi maggiormente su quelle “normali” che assicurano un maggior successo commerciale.  Winstone e Tupman, insoddisfatti, decisero di lasciare il birrificio per fondare quella che definiscono una “Modern Farmhouse Brewery ispirata dal paesaggio circostante, dalla sua storia e dalle persone che ci vivono”.
Senza nessun investitore esterno e senza ricorrere al crowfunding Winstone e Tupman  fanno tutto con le risorse economiche che hanno a disposizione: le conoscenze fatte nel corso degli anni passati a lavorare alla Wild si rivelano fondamentali nel reperire sul mercato vari componenti di seconda mano che vengono poi da loro stessi assemblati in un impianto da sette ettolitri. Il conto della  spesa? 75.000 sterline. Disegnano le grafiche e imbottigliano a mano da soli: alla fine del 2019 sono già cinquanta le etichette prodotte. E’ solo nel 2020 che arrivano ad aiutarli il birraio Dave Williams, proveniente dalla Dawkins Ales di Bristol e ed il commerciale Lee Calnan. 
La produzione Yonder si concentra su quello che  Winstone e Tupman non potevano più fare alla Wild Beer: Farmhouse Ales prodotte a fermentazione mista, anche maturate in botte, con utilizzo di lieviti selvaggi, batteri e ingredienti che – per quanto possibile -  vengono raccolti nella campagna circostante. Le birre del debutto sono la Bees & Things & Flowers (Wild Witbier con miele e fiori di campo) e la Dunstans Exile (Belgian Pale Ale con erbe di campo) affiancate dalla Yonder Pils, una birra “defaticante” con aggiunta di fieno di prato. In rapida successione arrivano la Fermhouse, una Table Beer prodotta con lievito proprietario della casa e lievito kveik, la Vat Beets (imperial stout con cioccolato, vaniglia e brownies alla barbabietola). Dallo scorso gennaio Yonder ha anche iniziato ad inlattinare: a debuttare sono state le Raspberry Gose e la Rosehip, una saison alla rosa canina.
Per chi non ama “bere strano”  Yonder ha in serbo la  Subculture (Pale Ale a fermentazione mista), la Gander (Kveik IPA), la Coolbox (Session Helles, sic!), la Boogie (una bitter dalla luppolatura moderna) e la Acapella, una “heavyweight Pilsner” (5,5%) prodotta con luppoli inglesi che credo abbia sostituito la pilsner dell’esordio.

La birra.

Ammetto di aver avuto un rapporto abbastanza tormentato con le birre di Wild Ales: poca continuità e troppi alti e bassi nel loro vastissimo portfolio di etichette. Il fatto che in qualche modo Yonder voglia continuare quel percorso non mi rende molto tranquillo e quindi tento la sorte con una birra relativamente semplice: Fiona, farmhouse ale realizzata con il lievito proprietario della casa, luppoli e malti inglesi ed aggiunta di Matricaria Discoide, alias Camomilla Falsa. E' stata una produzione occasionale  nell’agosto del 2019. 
Nel bicchiere si presenta di color oro antico, leggermente velato: la schiuma è tanto copiosa quanto evanescente. Il naso è fresco, solare  e piuttosto ricco: ananas, pepe, coriandolo, camomilla e altri fiori, limone e lime, mela verde. Al palato è generosamente carbonata e scorre con facilità e vivacità. La bevuta è molto fruttata, ricca di ananas, limone e mela, con qualche vago ricordo di camomilla: oltre a questo non c’è invero una grande profondità e manca soprattutto quel carattere rustico che una farmhouse ale dovrebbe sempre avere. Nel finale appare qualche nota lattica e la bevuta si chiude con l’amaro corto e delicato della scorza  del limone. Il suo dovere lo fa comunque con successo: disseta e rinfresca grazie alla sua secchezza e alla sua acidità, con l’alcool (6.6%) che si fa timidamente sentire solo a fine corsa. 
Non è l’olimpo del sour, se mi passate la semplificazione, è più ruffiana che ruspante ma Fiona di Yonder è una birra che si lascia bere con piacere e che trovo particolarmente adatta ai  mesi più caldi dell’anno. Rapporto qualità prezzo appropriato, visto i tempi che corrono.
Formato 37,5 cl., alc. 6.6%, scad. 17/07/2021,  pagata 6,20 sterline (beershop)

mercoledì 20 maggio 2020

DALLA CANTINA: Toccalmatto Vecchio Bruno 2015


One-shot, collaborazioni, special editions: fino a qualche anno fa questo era il pane quotidiano del birrificio Toccalmatto, sempre pronto ad incalzare i bevitori con qualcosa di nuovo da provare. Nel 2017 il birrificio di Fidenza (PR) guidato da Bruno Carilli ha stretto una importante partnership con la beerfirm belga Caulier e da allora la propria strategia commerciale è cambiata . Fu lo stesso Carilli ad ammetterlo in un’intervista a Fermento Birra di quel periodo: “non puoi continuare ad inseguire un mercato schizofrenico, modaiolo, publican volubili. Vedo qualche birrificio seguire trend produttivi effimeri, fare birre modaiole, ma è una politica cieca che non paga, tutt’altro. Te lo dice uno che ha lanciato mode, che ha fatto molte one-shot, ma poi le birre che vendi sono altre, devi creare degli standard e puoi farlo anche con birre molto caratterizzate, solo che devi venderle”.  
Va bene divertirsi, va bene far parlare di sé ma alla fine del mese bisogna fatturare e l’impianto deve funzionare, soprattutto se di grosse dimensioni.  Meno varietà e più quantità, sembrerebbe essere questo l’unico modo per sopravvivere: “rimanere in una fascia intermedia a livello dimensionale è pericolosissimo. Il mercato è cambiato e sta cambiando. Noi ci siamo salvati perché abbiamo investito in maniera assennata e graduale. Arrivi però ad un certo punto che devi cambiare il mercato, la distribuzione, e da solo non puoi farcela. Secondo me chi produce tra i 1000 e i 7000hl annui rischia molto”. 
Tutti questi fattori hanno determinato il rinvio di quel Progetto Cantina che Toccalmatto aveva annunciato nel 2015 quando aveva appena inaugurato il nuovo impianto e voleva trasformare i locali adiacenti allo spaccio, che ospitavano l’impianto vecchio, in una “barricaia dove poter iniziare a fare delle birre acide con una forte impronta personale e italiana. Lo stabile sarà diviso in due aree (entrambe a temperatura controllata), una destinata alle Farmhouse Ales e l’altra a birre acide ispirate ai Lambic”.


La birra.

Proprio in quell’anno, esattamente a giugno 2015, veniva messa in vendita la Vecchio Bruno, che veniva presentata così:  “abbiamo pazientemente aspettato qualche anno, e finalmente è pronta. Ispirati alle Flemish Red e all’Aceto Balsamico Tradizionale, siamo partiti dalla Saba, il tradizionale mosto cotto emiliano, e l’abbiamo lasciata in botte a sviluppare la sua spiccata acidità acetica. Vogliamo pensare sia la capostipite dello stile Sour Emilian Red Ale”.  La bella etichetta è stata realizzata dal grafico Antonio Bravo: a lui il compito di raffigurare il Vecchio Bruno (traduzione storpiata di Oud Bruin) mentre si aggira furtivo tra le strade del centro storico di Parma. Un esperimento che credo non fu mai più ripetuto da allora e il sogno delle Sour Emilian Red Ale è stato riposto nel cassetto; andiamo comunque ad assaggiare una di quelle bottiglie che ho conservato per un lustro in cantina.

Alla vista predomina il color rubino con qualche nervatura ambrata: la schiuma è cremosa ma piuttosto rapida a scomparire. Anche il naso si tinge di tonalità rossastre: ciliegia, marasca, amarena cotta, aceto balsamico e frutti di bosco sono accompagnati da note legnose e ricordi di una umida e polverosa cantina. A cinque anni dalla messa in bottiglia la carbonazione è piuttosto vivace e la bevuta è ancora giovane e scattante:  il dolce di zucchero bruciato, mora e mirtillo, ciliegia sciroppata sono contrastati dall’asprezza dell’amarena e di altri frutti rossi, da sbuffi acetici (balsamici) che anticipano un finale vinoso, piuttosto secco, chiuso dall’amaro dei tannini del legno. E’ solo qui che questa birra rinfrescante presenta il conto della propria gradazione alcolica (7.5%): gran bella bevuta, complessa ma di facile fruizione, un’altalena tra dolce e aspro/acetico. A voler essere pignoli qualche passaggio è un po’ troppo brusco ma mi piace considerarlo un richiamo a quel carattere rustico e ruspante che in una Flanders Red autentica (e non addomesticata dal “progresso”  à la Rodenbach) ci dovrebbe sempre essere. La Vecchio Bruno è invecchiata benissimo e sono convinto che lo avrebbe potuto fare ancora per quale anno: peccato che Toccalmatto sia ora impegnato su altri fronti e abbia un po’ lasciato da parte le birre di nicchia come queste.

Formato 75 cl., alc. 7.5%, lotto 11079, scad. 31/12/2025, prezzo indicativo 16,00 euro (birrificio)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

martedì 28 aprile 2020

LoverBeer Nebiulin-a 2016


Del birrificio LoverBeer aperto a Marentino (To) nel 2009 da Valter Loverier vi ho parlato in più di un occasione e vi rimando a questo link se volete passare in rassegna tutte le birre che sono transitate sulle pagine del blog in questi anni. Passiamo subito alla sostanza, ovvero a quella Nebiulin-a che Loverier definisce una Sour Aged Fruit Ale: “volevo creare una birra che fosse un tributo alla birra del Belgio che amo di più: la geuze. Dopo aver collezionato tre annate di una base che amo definire Biére du Lambic ho pensato di “sposarla” con la frutta delle colline intorno a La Morra che servono per creare il prestigioso nettare del Piemonte”. 
Quello che trovate in ogni bottiglia è dunque un blend di tre annate diverse di una birra che fermenta in legno mediante inoculo di batteri lattici e lieviti selvaggi, tra cui brettanomiceti, al quale viene poi aggiunta uva Nebbiolo proveniente dall’Azienda Agricola Monfalletto di La Morra (Cuneo), di proprietà dal 1340 della famiglia Cordero di Montezemolo. L’azienda possiede attualmente 51 ettari di superficie vitata nel cuore delle Langhe che utilizza per produrre Barolo, Barbera, Nebbiolo, Dolcetto, Arneis e Chardonnay. 
Da quanto ho capito la prima edizione della Nebiulin-a è datata 2013 ma fu quasi  tutta destinata all’esportazione; a giugno del 2014 sono arrivate le prime bottiglie e i fusti anche sul territorio italiano. Il Belgio e le Langhe s'incontrano idealmente su di un'etichetta che ritrae la Grand Place d Bruxelles e il piccolo borgo collinare di La Morra sullo sfondo.



La birra.
Andiamo ad assaggiare una bottiglia di Nebiulin-a 2016: il millesimo si riferisce all'annata in cui è stata aggiunta l'uva al blend assemblato con birra prodotta negli anni 2013, 2014 e 2015. 
Si veste di un bel color ramato impreziosito da riflessi rosè e dorati; le poche bolle che si formano in superficie svaniscono alquanto rapidamente. All'aroma convivono con successo le note funky (legno, cantina, pelle di salame) con quelle fruttate di marasca, lampone, limone, qualche accenno di fragola e di ananas. Al palato ci sono pochissime bollicine: un elemento che purtroppo penalizza notevolmente la bevuta rendendola poco viva e meno fresca di quanto potrebbe essere. Con meno profondità, intensità e definizione si tenta di replicare il riuscito equilibrio aromatico: note lattiche, aspre (limone, marasca), lampone e un finale nel quale appaiono caldi accenni vinosi e di legno, ma la chiusura potrebbe essere ancora più secca.  Nel complesso è una buona bevuta che dà il meglio di sé nel profilo aromatico: una birra il cui elaborato processo produttivo si protrae per tre anni ed ha quindi un prezzo di vendita piuttosto elevato, sopra i quaranta euro al litro. Quando il biglietto è di primissima fascia si hanno elevate aspettative che in questo caso non vengono completamente soddisfatte. Tocca ripetere il classico "bene ma non benissimo".
Formato 37,5 cl., alc. 7.2%, lotto PNEB05-0217, scad. 12/2025, prezzo indicativo 15,00-17,00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 17 marzo 2020

Struise Ypres Reserva 2011


Ypres (frances), Yper (fiammingo), Ieper (olandese): questa cittadina belga nelle Fiandre Occidentali iniziò a prosperare nel dodicesimo secolo come centro per la produzione ed il commercio dei tessuti, grazie anche alla propria posizione strategica sulla strada che collegava Bruges a Lille e sul fiume Yser. I battelli lo risalivano per portare in città la lana dalla costa, dove venivano  allevate le pecore. Il suo coinvolgimento in numerose guerre (Francia, Inghilterra) e la peste nera del 1347 misero fine alla sua prosperità. 
Ypres tornò ad essere tristemente famosa nel corso della prima guerra mondiale. Nell’ottobre del 1914, nel tentativo di fermare la corsa delle truppe tedesche verso il mare,  l’esercito belga decise di inondare le campagne aprendo le chiuse marine di Nieuwpoort: Ypres divenne allora l’ultimo caposaldo dell’esercito inglese prima del fango e delle paludi e teatro di quattro devastanti battaglie. Le seconda battaglia di Ypres  (aprile-maggio 1915) divenne tristemente famosa per l’utilizzo di gas asfissianti a base di cloro: il gas mostarda, poi rinominato Iprite. Un tentativo tecnologico per sfuggire all’immobilità della trincea: il gas colpiva polmoni ed occhi causando problemi respiratori e cecità; essendo più denso dell'aria tendeva a raccogliersi sul fondo delle trincee, forzando gli occupanti ad abbandonarle. I sopravvissuti fuggirono in massa dalle trincee: anche l’esercito tedesco fu sorpreso dall’efficacia del gas e non disponeva di un numero di truppe sufficiente per sfruttare l’occasione. Il vento soffiava in favore dei tedeschi e quindi una vera e propria ritirata non sarebbe servita a molto: gli alleati decisero allora di avanzare usando come primitive maschere dei fazzoletti imbevuti di urina (l'ammoniaca in essa contenuta neutralizzava il cloro) e riuscirono a ripristinare il fronte. 
La terza battaglia di Ypres (luglio 1917) si svolse in un clima perennemente piovoso che ridusse l’intera zona ad un paesaggio lunare e spettrale; moltissimi soldati furono vittima del fango e degli elementi naturali avversi, ancor prima delle mitragliatrici e dei cannoni. L’ultima battaglia, quella che lasciò Ypres completamente distrutta, si svolse tra marzo ed aprile del 1918: le campagne circostanti ospitarono 170 cimiteri militati e ci vollero quarant’anni per ricostruirla completamente.


La birra.
Sono quindici i chilometri di strada che separano il birrificio De Struise da Ypres: alla cittadina teatro di sanguinose battaglie, la cui devastazione è raffigurata in etichetta, “gli struzzi” dedicano una FOB, acronimo che sta per Flemish Oud Bruin. La sua prima edizione (7% ABV, 2009) venne messa in vendita nel 2013 dopo due anni d’invecchiamento in botti di Borgogna e due in botti di bourbon (Wild Turkey). 
Io vi parlerò invece della Ypres Reserva 2011, commercializzata nel 2014 dopo quattro anni passati in botti ex-Bourgogne. Il suo vestito è di color ebano scuro accesso da profonde venature rosso rubino; la schiuma, cremosa e compatta, ha ottima persistenza. Al naso emergono note acetiche, di frutti rossi come ribes e marasca; c’è una bella controparte dolce che richiama l’aceto balsamico, la ciliegia sciroppata. Il bouquet si completa con accenni di vinosi, di legno e  di “cantina umida”.  Ottima e morbida la sensazione palatale: corpo medio, avvolgente, consistenza leggermente oleosa: è forse la Oud Bruin più densa (prendete questo aggettivo con le pinze) che mi sia mai capitato d’assaggiare. La bevuta parte dolce è ricca di ciliegia e frutti di bosco sciroppati, vino marsalato e aceto balsamico, mentre la controparte richiama di nuovo note acetiche, l’asprezza dei frutti rossi. Annoto anche delle suggestioni effimere di vaniglia e cioccolato, un bel carattere legnoso e una bella secchezza finale, accompagnato dal lieve amaro dei tannini.  Una birra quasi rinfrescante che sembra poi smentire sé stessa con retrogusto tiepido donato da un alcool che sino ad allora si era nascosto. 
E’ un bel percorso questa Ypres degli Struise: profondo, intenso, bilanciato: c’è inverso qualche spigolo acetico di troppo ma è un piccolo sacrificio che vale la pena fare.
Formato 33 cl., alc. 8%, IBU 20, lotto 692951132011, imbott. 09/2014, scad. 15/09/2019.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 13 settembre 2019

Lindemans Oude Gueuze Cuvée René Special Blend 2010

Risale al 1822 la fondazione del birrificio Lindemans: in quell’anno Joos Frans Lindemans sposa Françoise Josine Vandersmissen, figlia di un agricoltore, ed entra in possesso della fattoria chiamata Hof ter Kwade Wegen nei pressi di Vlezenbeek, venti chilometri a sud-ovest di Brussels. Notizie storiche riportano una produzione annuale di circa 500 ettolitri destinata per la maggior parte al consumo interno: come in tutte le fattorie a quel tempo la birrificazione avveniva nei mesi invernali quando c’era meno lavoro da fare sui settacinque ettari di terreno di proprietà.  A Joos Frans succede nel 1865 Joos Frans “Duc”  Lindemans e, nel 1901, Theofiel Martin Lindemans: sotto la sua guida l’azienda riduce progressivamente le attività agricole per concentrarsi maggiormente sulla produzione di lambic e faro che viene venduto a cafè ed a blenders. Nel 1930 il timone passa nelle mani del figlio Emiel Jozef al quale spetta il compito di affrontare le tragedie della seconda guerra mondiale: in quel periodo il birrificio riesce comunque ad effettuare una cotta al mese. 
Con la sua morte, avvenuta nel 1956, cessano anche le attività agricole e, sotto la guida di René e Nestor, negli anni ’70 Lindemans inizia ad operare come distributore di bevande all’ingrosso. La popolarità di lambic e geuze è tutt’altro che in crescita  e si cerca di rimediare al calo della domanda interna iniziando ad esportare:  per conquistare il mercato il birrificio inizia ad addolcire i propri prodotti  per andare incontro alle richieste dei consumatori. Emblematico è il caso della Lindemans Kriek, per la quale le ciliegie grotte di Schaerbeek vengono sostituite da un succo di ciliegia addolcito con un edulcorante artificiale, filtrato e pastorizzato. I nuovi lambic alla frutta riscuotono tuttavia grande successo facendo crescere l’export che arriva ad assorbire il 70% della produzione grazie alle richieste dei mercati statunitense, francese, tedesco e svizzero.  Nel 1992 terminano i lavori di costruzione del nuovo birrificio che dispone di circa 1200 barili della capacità di 600 litri nei quali far fermentare e maturare il lambic. 
Per convincere Lindemans a far qualche passo indietro c’è voluto l’intervento dell’importatore americano Merchant du Vin: è lui a convincere René Lindemans del potenziale mercato di gueuze e lambic alla frutta tradizionali e a far produrre nel 1994 il primo lotto della Gueuze Cuvée René.  Dal 2006 Lindemans è gestita dai cugini Dirk e Geert che nel 2013 hanno avviato un nuovo e ambizioso programma di espansione da 15 milioni di euro. 
Lindemans fa parte di H.O.R.A.L. (Alto Consiglio del Lambic Artigianale) che ha come scopo di salvaguardare la tradizione e l’autenticità del prodotto. Peccato che il lambic “autentico” sia solamente una piccola parte della produzione Lindemans: quello che viene etichettato come Gueuze è in realtà una versione pastorizzata, addolcita con la Stevia e fermentata in acciaio con i chips di legno in sostituzione delle botti.  Consiglio per i meno esperti? Lasciate perdere tutta quella produzione Lindemans che non abbia in etichetta la parola “Cuvée René”: sono solo queste le bottiglie che dovreste bere.

La birra.
Nell’aprile del 2015 Lindemans ha terminato il suo piano d’espansione inaugurando un nuovo magazzino di stoccaggio capace di contenere circa 170,000 ettolitri. I festeggiamenti sono culminati con la presentazione della Cuvée René Special Blend 2010, versione speciale della Oude Geuze Cuvée René assemblata con diversi lambic prodotti nel 2010 e imbottigliata nel 2014. Ne sono state prodotte 15.000 bottiglie da 75 centilitri. 
Bella etichetta serigrafata, disegnata da Charles Finkel,  bicchiere leggermente velato e colorato di oro antico: la schiuma biancastra è generosa e compatta ma alquanto spumeggiante e quindi rapida a scomparire. Gentilmente funky/rustico, questo Cuvée René Special Blend affianca al legno e alla cantina/sudore profumi più accessibili di limone e lime, mela verde, accenni di frutta a pasta gialla. Chiudete gli occhi e le parole “la gueuze è lo champagne del Belgio” vi si riveleranno nel pieno del loro significato.  Vibrante, vivace, spumeggiante (mi ripeto): a cinque anni dalla messa in bottiglia René sembra ancora un giovincello per il palato. La bevuta non raggiunge particolari vette espressive ma è di tutto rispetto: frutta a pasta gialla, ananas, accenni di frutta candita contrastano l’asprezza degli agrumi, mentre nel finale si è trasportati in cantina in compagnia di legno, vino, polvere. Un lievissimo tocco acetico non disturba una bevuta educata, quasi morbida e per questo accessibile anche a chi non ama le gueuze più dure e ruspanti. 
Il lambic aumenta di prezzo anno dopo anno? Diventa sempre più difficile reperire Cantillon e 3 Fonteinen? Questa bottiglia ma soprattutto la Cuvée René “normale” rappresentano un’alternativa dal rapporto prezzo assolutamente favorevole,
Formato 75 cl., alc. 6%, imbott. 06/2014, scad. 12/2024, pagata 9.45 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 27 agosto 2019

Ca' del Brado Piè Veloce Lambicus 2016

Della “Cantina brassicola Ca’ del Brado” vi avevo parlato un paio di anni fa, a pochi mesi dall’inaugurazione avvenuta alla fine del 2016 a Pianoro (Bologna). In questi due anni i fondatori Mario Di Bacco, Luca Sartorelli, Andrea Marzocchi e Matteo d’Ulisse hanno fatto un bel percorso che ha portato visibilità e riconoscimenti da molti appassionati, non solo italiani. Le loro birre sono distribuite anche all’estero e chi segue i gruppi di scambio avrà notato qualche timido interesse da parte degli appassionati stranieri: evento più unico che raro quando si parla di birra italiana.   Dal concorso Birra dell’Anno sono arrivate le prime medaglie, ovviamente nella categoria delle Sour Ales: argento nel 2018 per Piè Veloce Brux Cascade, argento nel 2019 per Anniversario 2018 e bronzo per Nessun Dorma.
Ricordo brevemente che Ca’ del Brado non dispone d’impianto produttivo ma si occupa della trasformazione del mosto di malto a birra: il primo viene prodotto su impianti terzi e viene poi fermentato e affinato/invecchiato all’interno delle varie botti posizionate nella cantina il cui numero è andato via via aumentando: ad oggi vi sono due foeders da 1000 litri, 23 tonneaux da 500 litri e 18 barriques da circa 225 litri.  Alle birre acide prodotte con lieviti tradizionali, selvaggi e batteri si sono poi aggiunte le birre stagionali alla frutta Cuvée de Mugnega (albicocche), Cuvée de Zrisa (ciliegie), Cuvée de Pesga (pesche) e due interpretazioni di Italian Grape Ale, Û baccarossa e Û baccabianca.
Cà del Brado ha poi festeggiato il proprio primo compleanno con la Pu’er, Sour Ale prodotta con aggiunta di tè cinese Pu’er e ha spento la seconda candelina con la Anniversario 2018 Dal Bosco, birra acida con infusione di strobili di cipresso e foglie di noce. 
 
La birra.
Facciamo un passo indietro e vediamo com’è invecchiata una delle due birre con le quali Cà del Brado ha debuttato alla fine del 2016. Parliamo della Piè Veloce Lambicus lotto 16004, imbottigliata il 10 dicembre di quell’anno. Si tratta di una Sour Ale il cui mosto è “realizzato con un’importante percentuale di cereali succedanei (frumento e segale) e mediante una luppolatura oculata di stampo inglese sia in amaro che in aroma. La fermentazione (effettuata fin dalla primaria con brettanomiceti Lambicus) e la maturazione (circa due mesi) avvengono direttamente in legno: prevalentemente all’interno di grandi botti che in passato ospitavano vino”.
Dorata, leggermente velata, forma un’esuberante testa di schiuma che sembra quasi indissolubile. L’aroma è un’intrigante mix di profumi floreali e spezie, note funky e selvagge di cuoio e pellame, sudore e cantina, terrose. C’è qualche accenno fenolico e un bel carattere fruttato che richiama pompelmo, ananas, frutta a pasta gialla ma anche pesca bianca: per un attimo avverto anche qualche suggestione di fragolina. Un biglietto da visita stupefacente. Le vivaci bollicine la rendono ruspante e rustica senza tuttavia farla risultare ruvida al palato. La bevuta è però meno interessante rispetto all’aroma: per aprirsi questa Piè Veloce Lambicus ha bisogna di scaldarsi un po’ ma così facendo perde gran parte del suo potere rinfrescante. I brettanomiceti apportano un carattere terroso dominante che viene parzialmente mitigato dall’acidità lattica e dall’asprezza degli agrumi. In sottofondo resta una patina dolce che richiama la frutta a pasta gialla e il miele. Il percorso si chiude con un finale legnoso e abbastanza secco nel quale tuttavia rimane sempre presente una patina dolce ed emerge un discreto tepore etilico a mettere in guardia chi ha il bicchiere in mano: dopotutto il contenuto alcolico in percentuale tocca quota 7.4.
In tre anni ha avuto una bella evoluzione questa bottiglia di Piè Veloce Lambicus: il naso è un piccolo capolavoro che non trova purtroppo esatta corrispondenza al palato, ma il livello complessivo rimane indiscutibilmente elevato. I ragazzi di Cà del Brado dimostrano di meritare il successo che stanno riscuotendo.
Formato 37,5 cl., alc. 7.4%, lotto 16004, scad. 10/12/2021, prezzo indicativo 7,00 euro (beershop)
 
NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia/lattina e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 23 luglio 2019

Hanssens Experimental Cassis 2015

Bartholomeus Hanssens, un tempo sindaco di Dworp (diciassette chilometri a sud di Brussels), iniziò a produrre lambic nel 1871 nei locali che ospitavano il birrificio Sint Antonius. Nel 1896 la produzione si trasferì in una casa di campagna nella Vroenenbosstraat a Dworp dove tutt'ora gli Hanssens risiedono. Non troverete però nessun impianto produttivo: fu l'invasione dell'esercito tedesco nel corso della prima guerra mondiale a farli sparire definitivamente. Il rame era un metallo molto prezioso ed utile per l'industria bellica, e tutti i macchinari furono sequestrati. Da allora la produzione non è più ripartita e gli Hanssens hanno iniziato ad acquistare lambic altrove per poi assemblarlo. Secondo quanto riporta il sito lambic.info, i fornitori furono Van Haelen a Beersel (chiuso nel 1957), Van Haelen-Coche a Uccle (chiuso nel 1968), La Fleur d’Or a Brussels (chiuso nel 1969), Timmermans a Itterbeek e  Winderickx a Dworp (chiuso nel 1969); attualmente Hanssens utilizza lambic proveniente da Lindemans, Girardin e Boon. 
Nel corso degli anni il testimone è passato da Bartholomeus al figlio Theo e, nel 1974, al nipote Jean: oggi alla guida c'è Sidy, figlia di Jean, assieme al marito John, che svolgono questo lavoro part -time parallelamente ad altre attività. Pochissimi investimenti, la stessa imbottigliatrice in funzione dal 1954, nessun sito internet; non è questo il Belgio che tutti amiamo? Il venerdì e il sabato potete acquistare le bottiglie direttamente dalla casa degli Hanssens che vi aprono le porte. Secondo quanto riporta Van Den Steen nel libro “Geuze & Kriek: The Secret of Lambic Beer (2012)”  Hanssens fu il primo produttore ad apporre in etichetta le denominazioni protette “Oude Geuze” e “Oude Kriek”.

La birra.
L’aggettivo “Experimental” non tragga in inganno: non si tratta di produzione occasionale o limitata. I due lambic con ribes nero (Experimental Cassis) e lampone (Experimental Raspberry) furono prodotti per la prima volta nel 2009  (dieci casse cadauna) su specifica richiesta dell’importatore americano ed entrarono poi a far parte stabilmente della gamma Janssens. 
Experimental Cassis si presenta con un bellissimo vestito rosso porpora; in superfice si forma un piccolo pizzo di bolle biancastre. A quattro anni dalla messa in bottiglia la componente fruttata è ovviamente scivolata in secondo piano e l’aroma è caratterizzato da aceto di mela, legno e dai classici “profumi” del lambic: in questo caso formaggio, sudore, solvente, un po’ di vomito.  Purtroppo la carbonazione non è particolarmente vivace e la bevuta ne risente perdendo un po’ di vitalità. Un’acidità molto marcata, a tratti tagliente, attraversa questo Experimental Cassis da cima a fondo: limone, lime, frutta aspra, legno e qualche ricordo sbiadito di ribes, accompagnato da una suggestione (o una speranza?) dolce di frutti di bosco. Molto secca, leggermente astringente, termina il suo percorso con una rapida transizione dal lattico all’aceto di mela e un delicato tepore etilico.  Un lambic per palati forti, come molti prodotti Hanssens: ma in questo caso lo sforzo necessario per sopportarne acidità d asprezza non è ricompensato dall’accesso a particolari complessità o profondità:  lasciarla in cantina si è rivelato probabilmente un errore. In una bottiglia fresca avrei perlomeno goduto della sua componente fruttata.
Formato 37,5 cl., alc. 6%, imbott. 03/2015, prezzo indicativo 10.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia/lattina e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 26 giugno 2019

DALLA CANTINA: HORALs Oude Geuze Mega Blend 2013

Il nome completo è Hoge Raad voor Ambachtelijke Lambikbieren, ma è più facile ricordarlo con l’acronimo H.O.R.A.L. Nel 1997  Armand Debelder di 3 Fonteinen riuscì a convincere altri produttori di lambic a formare un “Alto Consiglio del Lambic Artigianale”: Frank Boon, De Cam (a quel tempo in mano a Willem Van Herreweghen), De Troch, Lindemans e Timmermans. Lo scopo dell’associazione era quello di salvaguardare una tradizione che era  in lento e costante declino, promuovendone il consumo e proteggendone l’autenticità. 
Uno dei primi successi dell’associazione fu il conferimento del marchio TSG (Specialità Tradizionale Garantita) da parte della Comunità Europea: il riconoscimento avvenne nello stesso anno della fondazione dell’associazione anche se le pratiche erano state iniziate da Boon due anni prima. “Contrariamente ad altri riconoscimenti europei (DOP e IGP), il marchio STG garantisce solo la ricetta tipica o il metodo di produzione tradizionale (inteso nel senso che deve esistere da almeno 30 anni) di un determinato prodotto, ma senza un vincolo di appartenenza territoriale: ciò significa che il prodotto STG può essere preparato in un qualsiasi paese dell'Unione europea, a patto che la produzione rispetti il relativo disciplinare e sia certificata da un organismo di controllo accreditato”. 
Nell’ottobre dello stesso anno H.O.R.A.L. organizzò anche il primo Toer de Geuze, evento con cadenza biennale nel corso del quale i produttori e assemblatori dell’associazione aprono le porte delle loro cantine ai visitatori;  per l’occasione viene anche realizzato il Mega Blend,  Oude Geuze assemblata con il contributo di tutti i membri.  Negli anni seguenti anche Oud Beersel, Girardin, Hanssens, Mort Subite e Tilquin  si sono uniti all’associazione; dal 2015 la presidenza è passata da Armand Debelder e Frank Boon; nel 2018 3 Fonteinen e Girardin hanno abbandonato H.O.R.A.L. 
Tutto bene, quindi ? Non proprio. Sette dei nove membri dell’associazione vendono infatti regolarmente una o più birre (per cinque di loro si arriva al 50% della gamma) che non rientrano nel disciplinare STG, sia per il metodo di produzione che per gli ingredienti usati: mi riferisco a fermentazioni spontanee che non sono tali, all’utilizzo di edulcoranti o sciroppi di frutta,  pastorizzazione e filtrazione, fermentazioni in acciaio e chips di legno al posto delle botti. 
Sotto lo stesso ombrello, quello che dovrebbe preservare il metodo tradizionale, vi sono quindi anche produttori che utilizzano “scorciatoie” per ridurre i costi e massimizzare i profitti: le stesse scorciatoie che stavano portando, anni fa, alla scomparsa del vero lambic. E’ principalmente questo il motivo per il quale il produttore di lambic più famoso, Cantillon, non ha mai voluto prendere parte all’associazione: Jean Van Roy riconosce l’utilità dell’associazione H.O.R.A.L. ma non intende sedersi allo stesso tavolo con coloro che producono una percentuale a volte irrisoria (1%) di vero lambic tradizionale.

La birra.
Prodotta in occasione del nono Toer de Geuze, l’Oude Geuze Mega Blend 2013 venne assemblato con lambic giovani e vecchi di tre anni provenienti da 3 Fonteinen, Boon, De Cam, De Troch, Hanssens, Lindemans, Oud Beersel, Tilquin e Timmermans. L’imbottigliamento è avvenuto nell’ottobre del 2012 presso la Brouwerij Boon.
Dopo quasi sette anni il Mega Blend ha un ottimo aspetto: la schiuma è cremosa e compatta ed ha una buona persistenza, il colore è un luminoso oro carico, leggermente velato. Le classiche note  funky del lambic "stagionato" (cantina, legno, polvere, pelle di salame o vecchie carte da gioco, sudore) sono affiancate da una sorprendente freschezza fruttata: limone, ananas, uva, arancia candita, spunti vinosi. Un bouquet pulito, complesso, emozionante. Ancora perfettamente carbonata, la bevuta è molto morbida e non mi riferisco solamente alla sensazione tattile: c'è un bel carattere vinoso, che emerge soprattutto quando la temperatura si alza, c'è l'asprezza del pompelmo e del limone, dell'uva acerba. L'acidità lattica è piuttosto contenuta e quella butirrica (vomito, in parole povere) è fortunatamente appena percepibile. Il finale è secco con un lieve amaro caratterizzato da note legnose, zesty e terrose. Fresca, ancora giovane, dal grande potere rinfrescante e dissetante: l'alcool (7%) emerge solo se si lascia scaldare la bottiglia.
Splendido naso, complesso ed emozionante al quale fa seguito una bevuta di profondità e complessità inferiore ma ugualmente molto soddisfacente. In questo caso la scelta di tenerla qualche anno in cantina ha pagato: e l'impressione è che potesse ulteriormente migliorare.
Formato 75 cl., alc. 7%, bottiglia n. 26913, lotto 2303, scad.  29/10/2032, prezzo indicativo 13,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia/lattina e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

martedì 18 giugno 2019

LoverBeer Tre Ban 2016

L’estate è alle porte e le birre acide sono un alleato prezioso per difendersi dal caldo. Tra i birrifici in Italia che meglio si cimentano nello stile vi è senza dubbio Loverbeer, già ospitato sul blog in più di una occasione. A fondarlo Valter Loverier, ex tecnico progettista di un’azienda di telecomunicazioni con hobby per i rally e l’homebrewing. Per nostra fortuna è stato quest’ultimo a trasformarsi in professione. Sin dai giorni dell’homebrewing l’interesse di Valter sono i lieviti selvaggi e le fermentazioni spontanee: il suo primo esperimento è la BeerBrugna, ispirata dalle Kriek belghe e prodotta con un inoculo di lieviti (tra cui brettanomyces), batteri lattici  e l’aggiunta in macerazione di susine damaschine. La birra piace a Lorenzo “Kuaska” Dabove che nel 2005, in occasione del Brassin Public di Cantillon la porta con sé facendola assaggiare a Jean Van Roy, che gradisce. L’amicizia con Kuaska lo porta anche a contatto con Tomme Athur di Lost Abbey e Vinnie Ciliurzo di Russian River, finché  gli incoraggiamenti e gli apprezzamenti ricevuti lo convincono nel 2008 a lasciare il vecchio lavoro per aprire del proprio birrificio a Marentino, con fermentatori in legno di rovere e una bella batteria di barriques.  
Lo scorso anno Loverbeer ha quindi festeggiato il suo decimo compleanno e, per l’occasione, si è “regalato” due novità entrambe caratterizzate dal Cognac, distillato di vino bianco francese. La prima fu la Beerbera Riserva Bergnac, versione speciale della Beerbera (birra a fermentazione spontanea in legno che utilizza i lieviti naturalmente presenti sulle bucce degli acini di uva Barbera pigiata e diraspata) lasciata poi a maturare per sei mesi in botti di rovere e per altri dodici mesi in botti ex-Cognac. La seconda è invece chiamata Tre Ban.

La birra.
Tre Ban, anzi quattro… come i moschettieri: brettanomiceti, lactobacillus, pediococchi e saccaromiceti, sono questi lieviti selvaggi i protagonisti di una birra a fermentazione spontanea che viene poi lasciata maturare per 24 mesi in botti provenienti dalla regione del Cognac. Il millesimo riportato in etichetta (2016) si riferisce appunto al momento del travaso in queste botti. 
Il suo vestito è un bel color ambrato impreziosito da riflessi dorati e rossastri; in superficie si forma una piccola patina di schiuma che si dissolve molto rapidamente. Al naso emergono profumi di cantina e polvere, legno, cuoio, frutti aspri e acerbi (mela verde, uva), limone: c’è una bella componente vinosa e una nota acetica (mela) che fortunatamente non risulta fastidiosa. Purtroppo al palato ci sono poche bollicine e la bevuta viene privata di una buona dose di vitalità: la lieve dolcezza della frutta rossa sciroppata (soprattutto ciliegia) è l’unica divagazione di un gusto caratterizzato dall’aspro della frutta acerba e da delicati contrappunti acetici e lattici. Il passaggio in botte emerge soprattutto nel finale, quando legno e distillato contribuiscono ad un finale molto secco, dissetante, rinfrescante. Rustica e funky ma non priva di una certa eleganza, Tre Ban è una birra interessante e molto piacevole che tuttavia non riesce a raggiungere quei vertici espressivi (ed emotivi) toccati da altre birre a marchio Loverbeer. E quando il prezzo da pagare è di fascia alta, è giusto pretendere di più.
Formato 37,5 cl., alc. 6%, lotto PTBA01-0318, scad. 12/2025, prezzo indicativo 9,50-10,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia/lattina e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

martedì 7 maggio 2019

Monks Café Flemish Sour Red Ale

Del birrificio belga Van Steenberge vi avevo già parlato in questa occasione. Si trova ad Ertvelde, una quindicina di chilometri a nord di Gent: Piraat e Gulden Draak sono le due birre di maggior successo di un’azienda moderna ed automatizzata che dedica una buona parte della propria capacità a produrre per conto terzi. 
Le cose erano ovviamente diverse nel 1922 quando Paul Van Steenberge prese il comando del birrificio e lanciò una birra chiamata  Bios Vlaams Bourgondië, una Flemish  Red che a quel tempo veniva prodotta assemblando birra fresca con birra che era stata invecchiata in botte per un paio di anni. Col passare del tempo la popolarità dello stile è andata scemando e la Bios venne prodotta solo occasionalmente, quasi abbandonata: all’inizio degli anni 2000 fu un pub americano a salvarla dal definitivo oblio.
Facciamo un passo indietro al 1984 quando Tom Peters – un publican di Philadelphia -  si trovava in vacanza con la moglie in Europa: “eravamo diretti a Parigi ma il nostro volo low cost si fermò a Brussels e avevamo un paio d’ore per visitare la città prima di salire sul treno. Avevamo sete e ordinammo in una bar una Heineken, avevo sentito che in Europa era migliore di quella che arrivava in America. Ma dopo averla assaggiata dissi a moglie che faceva schifo come quella negli Stati Uniti. Il barista sentì il mio commento e poco dopo mi allungò un bicchiere di Duvel. Poi di Orval, poi di Chimay. Quando uscì dal bar non sentivo più le gambe: cambiammo i nostri programmi di viaggio e restammo qualche altro giorno a Brussels. Quel viaggio e quelle birre cambiarono la mia vita per sempre”.  
Rientrato a casa Tom inizia a reperire e ad assaggiare qualsiasi birra belga riesca a reperire dagli importatori e comincia a proporre qualche bottiglia di birra belga ai propri clienti che, lentamente, apprezzano. Nel 1997 si mette in proprio e assieme al socio Fergus Carey apre il pub Monk’s:  tante bottiglie, tre spine dedicate al Belgio e ai primi birrifici artigianali americani. A quel periodo la Craft Beer Revolution doveva ancora nascere. “Facevo  vedere ai clienti la bottiglia ed il bicchiere e dicevo loro: “se non ti piace non te la faccio pagare e me la bevo io.  Al tempo stesso li incuriosivo con le storie dei monasteri e dei birrifici che avevo visitato in Belgio.  Le prime bottiglie di Cantillon non furono però così facili da vendere” ammette Tom
In quegli anni anni il Monk’s Cafè di Philadelphia diventa una vera e propria mecca per birrofili e uno dei beer bar più noti agli appassionati americani.  Tom viene riconosciuto come esperto conoscitore di birra belga e gli viene affibbiato il soprannome di “The Belgian Beer Whisperer of Philadelphia”. Il sogno di (quasi) ogni pub è di avere la “propria” birra da offrire ai clienti; la birra del Monk’s non poteva altro che essere belga e nel 2002 Tom Peters convinse il birrificio Van Steenberge a tornare a produrre la Bios Vlaams Bourgondië rietichettandola come “Monks Cafè”.  Da allora viene prodotta una volta all’anno. Purtroppo il birrificio non utilizza più botti di legno quindi il blend tra birra giovane e vecchia viene fatto utilizzando tini in acciaio. La birra debutta il 23 marzo 2003 nel corso di una esosa serata ($100) presenziata da Michael Jackson. Non mi sto ovviamente riferendo al cantante. 

La birra.
Colore ebano scuro, intensi riflessi rosso rubino, schiuma cremosa e compatta: un ottimo biglietto da visita. Al naso ciliegia sciroppata, frutti di bosco, lieve aceto di mela, profumi floreali e di frutti rossi aspri che tuttavia non mettono in discussione la dominanza del “dolce” in un aroma pulito e intenso. Premesse che suggeriscono una Flemish Red  abbastanza docile ed addomesticata, poco spigolosa:  in effetti la bevuta è dolce, ricca di ciliegia, aceto balsamico, caramello e frutti di bosco che sfumano lentamente in un finale dall’acetico e dall’acidità lattica molto contenute. Il risultato è una birra secca, rinfrescante e dissetante, gradevole da bere ma poco profonda e un po’ patinata se vogliamo essere pignoli, priva di quel carattere rustico e ruspante che dovrebbe sempre avere una birra della tradizione. Nota di merito per quel che riguarda la sensazione palatale, davvero ottima: poche bollicine, bevuta morbida e delicata, quasi setosa, una carezza. Una facile introduzione al mondo dell’acido per i novizi, un piacevole divertissement per chi invece ha già dimestichezza con lo stile.
Formato 33 cl., alc. 5.5%, lotto 04HO, scad. 04/08/2018, pagata 1.95 Euro

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 14 novembre 2018

Jester King / Perennial Artisan Ale Enigmatic Taxa

Sono 1400 i chilometri che separano St. Louis, Missouri, da Austin, Texas: un viaggio attraverso le grandi pianure dell’Oklahoma che si svolge quasi tutto lungo la Interstate 44, una delle principali autostrade degli Stati Uniti centrali che core oggi su quello che sino al 1950 era parte della mitica Route 66. 
A St. Louis si trova Perennial Artisan Ales (qui gli incontri precedenti), birrificio fondato dal birriario Phil Wymore assieme alla moglie Emily, che dopo aver lavorato alla Grindstone (Columbia, Missouri), alla Goose Island ed alla Half Acre (Chicago) ha deciso di ritornare in Missouri per inaugurare il proprio birrificio, con l’intento dichiarato di “puntare ai beergeeks. Vogliamo fare birre per le quali la gente si entusiasmi”. Promesse mantenute, soprattutto se si guarda all’hype che aleggia attorno ad alcune delle loro imperial stout barricate. 
Altra “vecchia conoscenza” del blog è Jester King Craft Brewery, birrificio texano di Austin che ha aperto le porte nel 2010: a guidarlo i fratelli Jeffrey e Michael Stuffings. Dal 2013 Jester King ha deciso di focalizzarsi esclusivamente sulle fermentazioni miste e spontanee e, dal 2015, si definisce una vera e propria Farmhouse Brewery avendo acquistato altri 58 acri di terreno nei quali coltiva frutta e verdura.  Anche in Texas non sono immuni all’hype, con beergeeks che spesso si mettono pazientemente in fila per ore per acquistare bottiglie. 
Jester King e Perennial hanno in comune l’amore per la tradizione belga, anche se in Missouri l’hanno un po’ “trascurata” (virgolette d’obbligo) in favore delle imperial stout, stile che invece Jester King ha quasi completamente abbandonato, eccezion fatta per la Black Metal. Non poteva quindi che essere il Belgio il terreno sul quale confrontarsi ed incontrarsi per una collaborazione, chiamata Enigmatic Taxa, che è stata realizzata nel 2017; Stuffings di Jester King ammette di amare le Hommel Bier realizzata da Perennial, a sua volta ispirata dalla a noi più nota Poperings Hommelbier prodotta dal birrificio Van Eecke, una Belgian Ale generosamente luppolata con oli Brewer's Gold ed Hallertau raccolti nei vicini campi di Poperinge. Nella Hommel Bier di Perennial, birra con la quale il birrificio di St. Louis debuttò nel 2011, ci finirono però luppoli americani (Chinook, Columbus e, in dry-hopping, Simcoe, Cascade e Mt. Hood). Jester King ha invece intenzione di mettere in pratica quella che è una delle sue specialità: inoculo spontaneo di lieviti e fermentazioni in foudres di legno.

La birra.
L’acqua è quella proveniente direttamente dal pozzo del birrificio di Austin; i malti sono Abbey, Biscuit e Carafoam, i luppoli  Zythos, Cascade e Simcoe.  In una notte di febbraio 2017, Jester King e Perennial mettono a raffreddare il mosto nella coolship all’aria aperta aggiungendo scorza e succo di pompelmo fresco. La mattina successiva avviene il travaso in botti di legno:  nei foudres è stato lasciato il lievito utilizzato per fermentare la birra precedente, la brown ale Ol Oi. Dopo due mesi la birra è stata trasferita in tini d’acciaio per effettuare un dry-hopping di Cascade, Simcoe e un luppolo sperimentale della Oregon Hophouse chiamato X17; l’imbottigliamento è avvenuto il 15 maggio 2017 e la birra è stata poi fatta maturare per quattro mesi prima di essere messa in vendita, il 15 settembre alla tasting room del birrificio.  2700 bottiglie disponibili al costo di 14 dollari cadauna. 
Il suo colore è dorato antico, leggermente velato: leggero gushing, schiuma biancastra compatta e cremosa, praticamente indissolubile. Al naso pompelmo e limone sono accompagnati da note funky di legno, sudore, cantina e cuoio; man mano che la birra si scalda emergono in sottofondo piacevoli note di ananas e frutta a pasta gialla. Al palato le vivaci bollicine sono ammorbidite da accenni cremosi in sottofondo che non t’aspetteresti di trovare; il risultato è comunque azzeccatissimo. La bevuta è molto secca e caratterizzata dall’asprezza di pompelmo, limone, lime, mandarino e, in tono minore,  uvaspina e  mela verde; la componente rustica/funky si  snoda attraverso terra, cuoio, legno e cantina. Si chiude ovviamente con l’amaro della scorza d’agrumi ma c’è spazio anche per qualche tannino: è una birra estremamente rinfrescante e dissetante che, se lasciata riscaldare, regala anche qualche inatteso spunto vinoso.
Dietro ad un’apparente semplicità ci sono piccoli dettagli a creare una sorprendente complessità: non è il paradiso ma il risultato finale mi sembra di livello piuttosto alto.
Formato 75 cl., alc. 6.9%, 30 IBU, lotto 05/2017, prezzo indicativo 17.00-28.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 7 settembre 2018

Libertine Authentic SLO Wild Ale

Secondo appuntamento con il birrificio californiano Libertine, che vi avevo presentato dettagliatamente in questa occasione. Tyler Clark nel 2012 mette in funzione un piccolo impianto nel seminterrato del Libertine Pub  (a Morro Bay) che gestisce assieme alla moglie Shannon: il suo interesse sono le fermentazioni spontanee e quindi lascia il mosto per tutta la notte in vasche aperte a contatto con i lieviti ed i batteri naturalmente presenti nell’aria di una regione ricca di vigneti, mettendolo poi a maturare in botti di legno che arrivano dai vinicoltori della contea di San Luis Obispo o dal vicino birrificio Firestone Walker. 
Nel 2015 la capacità produttiva viene aumentata a 2000 barili all’anno grazie all’apertura di un secondo brewpub in centro a San Luis Obispo assieme ai soci Eric & Rodessa Newton: al ristorante troverete ad accogliervi ben 76 spine. Per replicare qui le birre fatte a Morro Bay, Clark "contamina" gli ambienti con i lieviti ed i batteri prelevati dal brewpub dove tutto era iniziato. Tutte le birre vengono poi trasportate via camion nella nuova sede di Santa Maria, 50 chilometri più a sud, inaugurata nel 2016: è qui che avvengono gli affinamenti in botte e il successivo imbottigliamento.  In attesa dell’apertura di una nuova “tasting room” a Buellton, cinquanta chilometri ancora più a sud verso Santa Barbara, Libertine ha di recente inaugurato altre due location: quella di Avela Beach, 12 spine affacciate su di una bella baia e il Libertine Coffee Bar downtown a San Luis Obispo, all’angolo tra la Broad e la Pacific Street. 

La birra.
Authenic SLO (San Luis Obispo) Wild Ale:  Tyler Clark si considera più un “blender” che un birraio e  “se dovessi scegliere una birra che meglio rappresenta Libertine e le nostre Wild Ales della costa centrale della California, sarebbe questa”. La birra viene assemblata selezionando le migliori diciotto tra le oltre quattrocento botti che popolano la cantina del birrificio californiano; si tratta solitamente di un blend di birre invecchiate uno, due e tre anni, con un risultato finale che presenta ovviamente delle lieve differenze da lotto a lotto. Nello specifico, andiamo a stappare il batch numero 2 che dovrebbe essere stato commercializzato nel 2016. 
Nel bicchiere è dorata e leggermente velata, mentre la schiuma cremosa è abbastanza compatta e mostra una discreta persistenza. Al naso c’è un bel mix di funky e frutta: pepe, fiori, paglia, legno, cuoio, limone e pompelmo, uva bianca e qualche accenno dolce di frutta tropicale. La bevuta è ruspante, vivacemente carbonata e, pur scorrendo bene, lascia una sensazione quasi “piena” al palato: crackers, un sottofondo dolce di frutta a pasta gialla, l’asprezza di agrumi, uvaspina, ribes e mela acerba, legno. La componente acetica è molto delicata e non provoca nessun disturbo mentre nel finale, piuttosto secco, affiora anche un delicato tepore etilico ad accompagnare note vinose e legnose. Birra di grande livello e carattere, complessa ma semplice da decifrare, elegante e rustica, molto pulita e definita, emozionante: si beve con enorme piacere e soddisfazione, senza nessun rimpianto per un prezzo da fascia alta (ma non troppo, considerando che ha attraversato l’oceano e considerando i prezzi ai quali si trovano oggi molte Wild Ales americane o europee).  Dopo l’ottima Central Coast Saison, l’asticella si alza ulteriormente: per chi ama questo genere di birre è un appuntamento da non mancare.
Formato 75 cl., alc. 6.2%, batch 2, scad. non riportata, prezzo indicativo 22.00-25.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

mercoledì 29 agosto 2018

Crooked Stave: St. Bretta (Gold Nugget Mandarin) 2015 & Vieille Artisanal 2015


Ritorna sul blog Crooked Stave, il birrificio della "doga piegata": il perché del nome è presto detto, mettere la birra dentro le botti è quello che al fondatore Chad Yakobson piace fare. La sua seconda passione sono i brettanomiceti, al punto d'aver dedicato a questi lieviti selvaggi la sua tesi di laurea all'International Centre for Brewing and Distilling dell'Università di Edimburgo, in Scozia. Ritornato a Fort Collins, Colorado,  Yakobson ha fondato Crooked Stave che ha debuttato come beerfirm a cavallo tra il 2010 ed il 2011, in attesa di riuscire a reperire i fondi necessari per installare i propri impianti.  Chad fa maturare la birra in botti e foeders situati in un magazzino nel quartiere industriale di Sunnyside, inaugurato a settembre 2012. L’anno successivo viene aperto la tap room chiamata The Source all’interno di una ex fabbrica di mattoni del 1880:  l’idea di era di riuscire a installare il proprio impianto all’interno di questo complesso già entro la fine del 2013 ma qualcosa è andato storto e i suoi piani per passare da beerfirm a produttore hanno subito un forte rallentamento. 
E’ solo a gennaio 2016 che Crooked Stave  ha potuto tagliare il nastro del proprio impianto da 25 ettolitri spostandosi a Denver; ad aiutare Chad ci sono il birraio Danny Oberle, suo compagno d’infanzia, il grafico Travis Olsen e il birraio Brian Grace, proveniente da un’interessante esperienza presso Jolly Pumpkin. Sono circa 3500 gli ettolitri prodotti ogni anno da Crooked Stave, la metà dei quali destinati al mercato del Colorado; in parallelo opera anche la Crooked Stave Artisans Beer Distributing, un’attività che si occupa di distribuire birra, sidri, vini ed alcolici in diversi stati americani. 
A giugno 2017 anche  Crooked Stave ha introdotto le lattine, formato ormai indispensabile se si vuole essere al passo coi tempi e non perdere quote di mercato: St. Bretta, Hop Savant e Colorado Wild Sage le tre birre brettate scelte per il debutto con una grafica rinnovata – ahimè – non per il meglio. Qualche settimana fa i Chad Yakobson ha annunciato l’apertura di una taproom a Fort Collins, dove Crooked Stave era nata e dove aveva sempre desiderato ritornare. I trecento metri quadrati all’interno dell’Exchange, nuovo polo commerciale al 612 della North College Avenue, ospiteranno una ventina di spine equamente divise tra acide e non. L’inaugurazione è prevista per la fine del 2018 e nei mesi successivi sarà anche messo in funzione un piccolo impianto produttivo.

Le birre.
Saint Bretta è una witbier fermentata al  100% con brettanomiceti; si tratta dell’evoluzione di una delle prime ricette di Crooked Stave, la witbier chiamata Wild Wild Brett Orange alla quale venivano aggiunte arancia rosse.  La St. Bretta diventa una birra stagionale, prodotta quattro volte all’anno e che in ogni stagione utilizza un agrume diverso.  In questa bottiglia di maggio 2015 è stato utilizzato il Gold Nugget, una recente varietà di mandarino sviluppata dalla University of California Riverside. 
Nel bicchiere è dorata e inquietantemente limpida, la schiuma è pannosa, compatta ed ha un’ottima persistenza. Nonostante i tre anni passati dalla messa in bottiglia l’aroma è ancora fresco e caratterizzato da profumi floreali, di mandarino e limone, ananas, cedro; in secondo piano c’è la componente “funky” che richiama soprattutto cuoio, legno e sudore. La bevuta è vivacemente carbonata e molto secca, dominata dall’asprezza di mandarino e lemongrass, ribes e uvaspina, mentre in sottofondo c’è un velo dolce a suggerire ananas e  cedro candito. E’ una birra piuttosto fruttata, pulitissima ed elegante che tuttavia non rinnega il suo carattere rustico; l’alcool (5.5%)  non è pervenuto, l’acidità è abbastanza contenuta e il finale amaro è, ovviamente, ricco di scorza d’agrume.  Una bella complessità che non preclude una grande facilità di bevuta: intensità, una sorprendente freschezza a tre anni di vita, difficile chiedere di più. Ottima, davvero.  

Proseguiamo con la Vieille Artisanal, sorella minore (4.2% ABV) della Surette Provision Saison; anch’essa fermentata con brettanomiceti e maturata in botti di legno, dove riceve un leggero dry-hopping. 
La sua limpidezza nel bicchiere è in antitesi al concetto di “Vieille Saison”, ma l’aroma fa già ritornare il sorriso con il suo mix di funk (cuoio/pelle, legno, paglia, sudore) e frutta: ananas, limone e pompelmo i primi a colpire i sensi. Al palato le manca un po’ di vitalità (bollicine) e la bevuta è meno rustica rispetto al naso; pane e cereali, l’asprezza di limone, lime ed uva acerba viene bilanciata dal dolce di ananas e frutta a pasta gialla. E’ una saison aspra, moderatamente acida, forse un po’ troppo patinata ma non priva di quel carattere ruspante che non dovrebbe mai mancarle: il percorso si chiude con il legno e con un amaro terroso che lascia il palato pulito e secco, subito avido di un nuovo sorso. Mi sembra meno compiuta/riuscita della St. Bretta ma anche la Vieille Artisanal di è una bevuta soddisfacente che rinfresca e disseta svolgendo il suo compito con grande efficacia Anche questa bottiglia ha tre anni di vita: non abbiate quindi timore di dimenticare in cantina qualche Crooked Stave.
Nel dettaglio:
St. Bretta (Gold Nugget Mandarin), 37.5 cl., alc. 5.5%, lotto 05/2015, prezzo indicativo 10,00 Euro (beershop)
Vieille Artisanal Saison, 37.5 cl., alc. 4.2%, lotto 04/2015, prezzo indicativo 8,00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio