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venerdì 2 marzo 2018

DALLA CANTINA: Fuller's Brewer's Reserve No 4 Oak Aged Ale Armagnac 2012

Brewer's Reserve,  la riserva del birraio: lui è ovviamente John Keeling, mastro birraio del birrificio Fuller’s con sede a Chiswick, distretto meridionale di Londra. La Brewer's Reserve comprende oggi tutti gli invecchiamenti in botte fatti a partire dal 2006 quando la strong ale della casa, Golden Pride, fu messa ad invecchiare in cask che per trent’anni avevano ospitato whisky single malt. Cinquecento giorni dopo, nell’anno 2008, fu finalmente commercializzata la Brewer's Reserve No.1. Dopo due anni arrivò la Brewer's Reserve No.2: questa volta la Golden Pride venne messa ad invecchiare in barriques di Courvoisier Cognac; nel 2011 toccò di nuovo al whisky (Auchentoshan) dare vita, dopo 800 giorni d’invecchiamento, alla Brewer's Reserve No.3.  La Brewer's Reserve No.4 fu commercializzata nel 2012 (botti di Armagnac) e dopo una lunga attesa nel 2016 fu celebrato il decimo compleanno della Brewer's Reserve con l’edizione numero 5: un ritorno alle origini, ovvero whiskey single malt.
Da quanto ho capito queste Brewer's Reserve non sono mai state replicate e il birrificio mette in vendita le poche bottiglie rimaste sul proprio sito alla folle cifra di 100 sterline (!): un prezzo in linea con quello delle tante birre “barrel aged” americane ricercate dei beergeeks, peccato Fuller’s non sia un nome particolarmente attraente per i beergeeks. Avessi ricevuto un'offerta, l'avrei venduta a quel prezzo senza pensarci neppure un attimo.

La birra.
Come detto, arriva nel 2012 la Brewer's Reserve No.4 di Fullers e viene presentata al Great British Beer Festival; la birra ha passato un anno in botti (400 litri circa) che avevano precedentemente ospitato Armagnac Comte de Lauvia (da Eaux, regione area del  Bas-Armagnac). Per chi come me non ha molta familiarità, ricordo che l’Armagnac è il distillato più antico del quale sia stata trovata documentazione storica (1411); siamo in Guascogna, Francia meridionale, unica zona di produzione autorizzata ad utilizzare questo nome per il proprio distillato di vino. Sulla costa occidentale francese un altro disciplinare regola l’area di produzione geografica del Cognac: oltre alla zona, la differenza principale tra i due distillati di vino riguarda il tipo di alambicco utilizzato che determina un diverso ciclo di produzione.  Ho citato il Cognac (parente dell’Armagnac) non a caso: Michael Jackson aveva infatti definito “the Cognac of beers” la  Fuller’s Golden Pride, ovvero la birra con la quale sono state riempite le botti d’Armagnac. 7.80 sterline il prezzo di vendita consigliato da Fuller’s nel 2012:  100 quelle che invece vi vengono richieste oggi. 
Il suo colore è un bell’ambrato piuttosto carico e acceso da intense venature ramate: la schiuma è generosa, cremosa e abbastanza compatta ma la sua persistenza è soltanto discreta. A fare gli onori di casa c’è davvero un gran bell’aroma: intenso, pulito e caldo, ricco di ciliegia, mela al forno, uvetta, vino marsalato, caramello, legno.  L’ottimo biglietto da visita crea tuttavia delle aspettative elevate che il gusto non mantiene completamente: i primi sorsi denotano una certa debolezza ed un calo notevole d’intensità. Da Fuller’s non t’aspetti certo una birra viscosa ma il suo corpo è davvero troppo leggero per una birra che deve sorreggere una buona gradazione alcolica (8.5%) e un lungo passaggio in botte; la scorrevolezza ci guadagna, ma un po’ più di “sostanza” le avrebbe sicuramente giovato. A suo discapito i sei anni passati in bottiglia che avranno sicuramente influito un po’. Devo ammettere che al palato la Brewer's Reserve No.4 non è affatto una birra immediata, di quelle che "arrivano subito", ma sorso dopo sorso il palato s'abitua e riesce a godere di un panorama che ripropone in toto lo spettro aromatico, sebbene con minor intensità; parliamo quindi di ciliegia, uvetta e prugna, albicocca disidratata, caramello e marsala, il cui dolce viene poi bilanciato da un finale nel quale appare una leggera asprezza di frutta rossa. C’è un amaro terroso quasi impercettibile, l’alcool apporta un delicato tepore che riscalda ogni sorso: il palato si ritrova bello pulito per gustarsi il delicato retrogusto di uvetta, marsala, legno. 
Una bella bevuta questa Brewer's Reserve No.4 di Fuller’s: non ci sono quei fuochi d’artificio che (sbagliando) ormai chiediamo troppo spesso alle birre ma, dopo i primi sorsi titubanti, con la caratteristica flemma inglese dal bicchiere escono sono emozioni e soddisfazioni.
Formato 50 cl., alc. 8.5%, bottiglia nr. 27822, scad. 12/2022, pagata 13.50 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 18 marzo 2016

Fuller’s 170th Anniversary Celebration Ale

Il 1845 è la data ufficiale della fondazione del birrificio Fuller, Smith and Turner, nel sito di Chiswick, Londra, dove si produce birra ininterrottamente dal 1645: dal 1816 vi operava la Griffin Brewery che, in cattive acque finanziarie, ottenne l’aiuto finanziario (1829) da parte di John Fuller che vi entrò come socio. Nel 1841 gli altri soci Griffin gettarono la spugna e Fuller, rimasto solo, continuò le operazioni con l’ingresso di Henry Smith e del birraio John Turner, formando così la  Fuller, Smith and Turner. 
Dal 1845 ad oggi sono trascorsi 171 anni e la storia brassicola di Londra ha attraversato alti e bassi; nel diciannovesimo secolo era la capitale mondiale della produzione di birra, ma alla fine del ventesimo secolo l’unico produttore rimasto in piedi era proprio Griffin/Fuller. Nel 2000 arrivarono Meantime a Greenwich, ma ci fu bisogno di attendere altri dieci anni per assistere alla rinascita brassicola di Londra grazie all’apertura di decine di microbirrifici, brewpub e pub devoti alla “craft beer”;  che questo poi si sia realizzato principalmente con la produzione di birre che cercano di replicare quelle realizzate negli Stati Uniti è un altro discorso. Fuller ha continuato ad andare dritto per la sua strada mostrandosi quasi impermeabile alle contaminazioni americane della “new wave londinese”: dico “quasi” perché ad esempio Fullers è  importatore ufficiale per il Regno Unito di Sierra Nevada. Ma anziché iniziare a sfornare decine di IPA ha preferito continuare a rovistare nel suo straordinario passato aggiungendo ogni tanto un nuovo tassello nella sua gamma delle splendide “Past Masters”. 
Lo scorso anno Fuller ha spento 170 candeline celebrandole con la 170th Anniversary Celebration Ale: sarebbe stato forse sin troppo banale festeggiarlo con una birra “importante” come una Imperial Stout o un Barley Wine magari affinato in botte, e invece alla Fuller hanno mantenuto la loro flemma realizzando una semplice Golden (Strong) Ale con malti Caragold e Pale Ale, frumento, avena ed una luppolatura di Goldings e Liberty: l’unica trasgressione che l’head brewer John Keeling si è concesso è stata la scorza d’arancia.

La birra.
Colorata d'oro e d'arancio, leggermente velata, forma nel bicchiere una bella testa di schiuma biancastra, fine e cremosa che tuttavia si dissolve abbastanza rapidamente. L'aroma offre puliti profumi di miele e canditi, soprattutto arancia, pesca ed albicocca sciroppata, marmellata d'arancia, un sottofondo biscottato; pulizia ed intensità ci sono, nel complesso il naso risulta però molto dolce, rischiando di sconfinare un po' nello stucchevole. Bene, anzi benissimo la sensazione palatale: carbonazione bassa, corpo medio, bevuta scorrevole ma morbida e quasi cremosa, grazie all'avena. Il gusto ricalca in fotocopia l'aroma con estremo rigore: base di biscotto, miele ed arancia candita compongono un quadro dolce ma molto più bilanciato dell'aroma, grazie ad un'ottima attenuazione e ad una leggera acidità che rende la frutta sciroppata quasi rinfrescante. La chiusura indulge per pochi istanti nell'amaro, tra note erbacee, di frutta secca e di scorza d'arancia amara: l'alcool (7%) rimane sempre in secondo piano ritagliandosi un po' più di spazio solo nel retrogusto.
La birra-anniversario di Fuller è molto pulita ed elegante, è ben eseguita ma non regala troppe emozioni: il packaging curato non basta a giustificare il prezzo premium; è una buona bevuta ma mi sarei aspettato un anniversario che restasse più impresso nella memoria di chi sceglie di celebrarlo insieme a questo pezzo di storia della Londra brassicola.
Formato: 50 cl., alc. 7%, scad. 12/2018, 9.99 Euro (foodstore, Germania)

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 22 febbraio 2015

Fuller's London Porter

Fu Reg Drury, mastro birraio alla Fuller's fino alla fine degli anni 90, a creare, tra altre, anche la London Porter; era esattamente il 1996 e a quel tempo, se non erro, la Griffin Brewery (ovvero Fuller's) era l'unico birrificio rimasto in vita a Londra. Oggi sono passati quasi vent'anni e in quello che era ormai diventato un deserto brassicolo, dominato dalle multinazionali, è tornata la vita; la capitale del Regno Unito ha saputo reinventarsi come solo lei sa fare, dando vita all'ennesima new wave, fedele al motto di Samuel Johnson: "when a man is tired of London, he is tired of life".
Londra è attualmente una delle migliori destinazioni brassicole al mondo dove possiate sognare di andare, e anche se la maggior parte dei birrofili arriva nella capitale attirata da The Kernel, Camden Town, Partizan o per passeggiare per le strade di Hackney (nel giro di pochi chilometri ci sono Pressure Drop, Redchurch, London Fields, Five Points, Howling Hops e Beavertown), la Fuller's è ancora lì, con le sue birre quasi impermeabili alle derive modaiole, capace anche lei di reinventarsi andando a ripescare dal suo immenso archivio storico (la serie The Past Masters) delle magnifiche birre.
Dopo la bitter London Pride, che rappresentava quasi un grido di orgoglio per essere ancora in piedi, in una Londra che stava sterminando tutte le fabbriche di birra, nel 1996 viene alla luce questa London Porter, per la quale Reg Drury trova l'ispirazione andando a rovistare in archivio e adattando in questo caso una ricetta che risale all'inizio del ventesimo secolo. 
Meno fortunata, secondo me, la scelta fatta da Fuller's nel 2013 di cambiare la forma delle bottiglie che ormai venivano utilizzate da diciannove anni: quelle nuove, più strette e leggermente più alte, con l'etichetta posizionata in alto anziché al centro, continuano a non piacermi.
Molto più convincente il suo contenuto, marrone scurissimo, ai margini del nero, e schiuma beige chiaro a trama fine, cremosa e dalla buona persistenza. Al naso c'è l'essenziale, quanto basta, ovvero pulizia ed eleganza: caffè, cioccolato al latte e amaro, orzo tostato, cenere; a temperature ambiente emergono anche leggere suggestioni di caramello, vaniglia, cuoio. Ottimo l'arrivo al palato: poche bollicine, corpo tra il medio ed il leggero, perfettamente in equilibrio tra la volontà di essere scorrevole e quella di non risultare troppo acquosa, lasciando una sensazione morbida che avvolge il palato. C'è grande intensità, nonostante la modesta gradazione alcolica (5.4%), fatta di caffè, tostature eleganti, cioccolato amaro: l'acidità del caffè è la sfumatura conclusiva che dà un po' di riposo al palato, permettendogli poi di assaporare il retrogusto, ugualmente intenso, fatto di raffinate tostature, cenere e caffè. Pulitissima e ben fatta, con un gusto ancora più "nudo" e semplice dell'aroma, all'insegna del "less is more"
Grazie alla cosiddetta "rivoluzione della birra artigianale" ci troviamo nel bicchiere dei prodotti che ci sorprendono, che sono complessi e difficili da descrivere, per i quali è a volte necessario utilizzare una dozzina di descrittori. Non si deve però mai commettere l'errore di "snobbare" la semplicità, perché un'ottima birra può essere anche (e soprattutto) una birra semplicissima da descrivere e da bere: e questa London Porter di Fuller's ne è un ottimo esempio.
Formato. 50 cl., alc. 5.4%, lotto 197 17:03, scad. 16/08/2015, pagata 3.07 Euro (foodstore, Germania).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 3 agosto 2014

Fuller's Frontier

L'Inghilterra, e Londra in particolare, sono in pieno fermento brassicolo; da qualche anno (dico 2010) si assiste ad una vera e propria rivoluzione di quella che viene chiamata "craft beer": nuovi birrifici, nuovi pub e nuovi locali dove bere aprono ad un ritmo elevato. Non ho dati alla mano per quantificare la quota di mercato che lentamente il segmento "craft" sta rosicchiando alle multinazionali ed ai grandi produttori, ma è innegabile che chi un tempo dominava il mercato dei pub e degli scaffali dei supermercati oggi dorme sonni (un po') meno tranquilli. Il "craft" tira, i grandi produttori hanno fiutato la possibilità di inserirsi in una fetta di mercato dove (almeno per loro) ci sarebbero margini ancora più elevati "spacciando" per "artigianale" quello che artigianale non è.
Non è questo il caso di Fuller's, che negli anni'90 era rimasto l'unico e l'ultimo birrificio ancora operante a Londra; alla Fuller's hanno insomma visto la caduta e la rinascita della Londra birraria dall'alto della loro impermeabilità alle mode. Invece che "inseguire" la tendenza dei luppoli americani o esotici, alla Fuller's hanno iniziato a rovistare nel proprio passato realizzando alcune delle loro birre meglio riuscite nella linea "Past Masters".
Solo di recente hanno fatto un passo verso la moda, commercializzando una "new wave craft lager" chiamata Frontier; i primi lotti "pilota", disponibili solo in fusto, escono a giugno 2013; la ricetta elaborata dall'head brewer Rob Topham disegna l'incontro tra malti "del vecchio continente" e luppoli "del nuovo mondo", ovvero l'America: quelli utilizzati dovrebbero essere Cascade, Liberty e Willamette. La risposta del pubblico è positiva, si parla di 300.000 pinte bevute ed ecco che a dicembre 2013 Frontier entra permanentemente nel portfolio di Fuller's e viene distribuita anche in bottiglia.
Filtrata ma non pastorizzata, arriva nel bicchiere dorata, solo lievemente velata, con un discreto cappello di schiuma biancastra, fine, cremosa e dalla buona persistenza. L'aroma è pulito ma non certo un tripudio di freschezza e di fragranza; sentori di miele e floreali (camomilla) si affiancano a quelli di cereali e di agrumi come arancia e mandarino. Al palato rivela un corpo tra il medio ed il leggero ma un livello di bollicine davvero troppo basso che, abbinata alla consistenza acquosa, la rende molto poco vivace. Il gusto segue il percorso tracciato dall'aroma, con note di pane e di crackers, miele ed agrumi, per una bevuta non particolarmente intensa dove il finale amaro erbaceo va a bilanciare la dolcezza dei malti.  Neppure il gusto è però fragrante, gli agrumi virano verso la marmellata, c'è qualche traccia burrosa. L'idea di fondo non sarebbe male, anche se il gusto non è particolarmente intenso, ma ciò che penalizza e che rende meno rinfrescante e scorrevole del dovuto questa "new wave lager" è la mancanza di fragranza e di freschezza. Per il resto è una birra "innocua" che ben si adatta a palati ancora abituati ai prodotti industriali; bisognerebbe averne a disposizione un esemplare fresco per dare un giudizio più corretto, ma l'impressione è che questa Frontier non risulterà particolarmente eccitante per chi invece naviga già da tempo nel mare della "craft beer".
Formato: 33 cl., alc. 4.5%, scad. 13/11/2014, pagata 2.09 Euro (supermercato, Italia).

martedì 4 marzo 2014

Fullers Vintage Ale 2010

Nel 1997 alla Fuller’s decidono di realizzare una birra speciale e commemorativa, prodotta in un numero limitato di bottiglie numerate.  La base di partenza è il barley wine Golden Pride, la cui ricetta viene rivisitata dal birraio di allora,  Reg Drury (andato in pensione nel 1999): non è pastorizzata ed è rifermentata in bottiglia. Da quell’anno, la Fuller’s Vintage Ale viene replicata puntualmente, arrivando nei negozi solitamente in autunno (Settembre-ottobre), in un’elegante scatola di cartone dove all’interno sono riportate, su di un fogliettino, informazioni su tutte le edizioni precedenti. 
La ricetta della Vintage Ale subisce delle leggere variazioni ogni anno che – leggo – sono principalmente dovute alla qualità delle materie prime (malti e luppoli) disponibili, ma non solo; nel 2000, ad esempio, ne è stata realizzata una versione “biologica”. Si tratta di una Old Ale (o di una English Strong Ale, a secondo dei classificatori) che ben si presta all’invecchiamento in cantina; lo stesso birraio John Keeling ammette di preferire bottiglie di circa quattro-cinque anni. La Fuller's dichiara in etichetta di essere obbligata per legge a mettere una data di scadenza, ma in realtà questa è una di quelle birre che dovrebbero piuttosto avere una data che indica "non bere prima di".
Al negozio adiacente al birrificio, a Chiswick, potete ancora acquistare diverse bottiglie di annate del passato; a dicembre 2013 venne anche commercializzato uno speciale cofanetto “4-pack” contenente le annate 2009, 2011, 2012 e 2013. Per chi fosse interessato, segnalo un’interessante reportage di una degustazione verticale che attraversa ben quindici anni.    
Ma ora passiamo alla bottiglia in questione,  edizione 2010. Centoventicinquemila bottiglie prodotte con malto Tipple, luppoli Golding, Target, ed ovviamente il ceppo di lievito proprietario. Etichetta minimale, ma dall'inappuntabile schema grafico su bella carta satinata; bel color ambrato con intensi riflessi rossastri, lievemente velato. Nonostante i quasi quattro anni d'età, la schiuma sembra ancora giovanissima, fine e compatta, cremosa e molto persistente. Il naso è complesso, con sentori di miele, pera, mela rossa, uva passa, caramello, marmellata d'arancia; c'è una leggera ossidazione che in questo caso è però gradevole, portando alla memoria un vino liquoroso/marsalato.  In bocca è morbida, con un corpo medio ed una carbonazione bassa; c'è un bellissimo percorso maltato, che inizia da note di biscotto, toffee, uva passa per passare a delicate note di vino liquoroso, forse di sherry. Il gusto è dolce, ma ben bilanciato da una chiusura discretamente asciutta ed una timida nota amaricante; finisce morbida e liquorosa, ricca di uvetta sotto spirito, con un bellissimo warming etilico che si protrae per diversi secondi. Dimostra ancora una bella vitalità nonostante i quasi quattro anni passati in cantina, con una lieve ossidazione molto gradevole che le dona una piacevole caratteristica di vino liquoroso; potete tranquillamente comprarla e dimenticarla in cantina per diversi anni, sembra capace di regalare grosse soddisfazioni a distanza di svariati anni.
Formato: 50 cl., alc. 8.5%, lotto 2010, bottiglia nr. 077738, scad. 12/2013, pagata 6.10 Euro (beershop, Inghilterra).

venerdì 5 aprile 2013

Fuller's India Pale Ale

Indubbiamente lo stile delle India Pale Ale è da considerarsi il protagonista della "rivoluzione mondiale della birra artigianale"; i principali attori che sono saliti sul palcoscenico sono stati i birrifici degli Stati Uniti, rinnovando questo stile grazie alle diverse proprietà aromatiche dei luppoli americani, spesso utilizzati in quantità molto elevate. Abbiamo volutamente detto "rinnovando" e non "innovando", in quanto i luppoli americani erano in passato già utilizzati anche dai birrifici inglesi; tuttavia è un dato di fatto che questo stile, nato in Inghilterra, è diventato il campo da gioco preferito dei birrai vogliosi di sperimentare con luppoli americani, oceanici, asiatici e ibridi appositamente creati dai coltivatori. La recente "craft beer revolution" che sta rivitalizzando il Regno Unito non è immune da questo fenomeno; i birrai britannici hanno da subito immesso sul mercato birre (IPA, Golden Ales e Pale Ales) molto poco "rispettose" della tradizione inglese, preferendo piuttosto rompere con il passato ed utilizzare luppoli americani o extraeuropei per caratterizzare i propri prodotti. Paradossalmente è oggi molto più difficile reperire in Inghilterra una IPA "tradizionale" (passateci l'utilizzo del termine, anche se criticabile) piuttosto che una IPA ispirata a quelle della West Coast USA. Tra le eccezioni c'è la Fuller's, storico birrificio londinese che ha saputo resistere alle intemperie economiche del passato e che oggi è ancora in piedi, ad osservare come un simbolico "padre" la new wave brassicola che sta attualmente rivitalizzando la capitale inglese. Ma Fuller's mantiene un profilo  produttivo abbastanza tradizionale, con pochissime concessioni alla modernità, preferendo piuttosto attingere al suo archivio storico del passato e riportare in vita vecchie ricette (Past Masters Series); così la loro India Pale Ale, creata in origine dal birraio Reg Drury, vede l'utilizzo esclusivo del luppolo E.K. Goldings. La birra, come racconta Zak Avery in questo interessante articolo, va ad ampliare l'offerta del birrificio ma non ottiene un grosso successo di vendite. La svolta avviene nel 2009 quando il Systembolaget svedese (il monopolio di stato unico rivenditore autorizzato di prodotti con volume alcolico superiore al 3.5%) organizza uno dei tanti "concorsi" per selezionare nuove IPA da offrire ai consumatori svedesi. Il "panel" d'assaggio, rigorosamente alla cieca, sceglie come vincitrice una versione leggermente diversa (per i luppoli utilizzati) della Fuller's IPA, chiamata Bengal Lancer ed ideata dal birraio John Keeling. La commessa che il Systembolaget offre è abbastanza interessante (l'acquisto di una produzione di 600 barili l'anno) ed ecco che la Fuller's accetta di metterla in produzione, offrendola anche sul mercato domestico, con grande successo. Sul sito ufficiale della Fuller's  non figura attualmente questa India Pale Ale (destinata evidentemente solamente ad alcuni mercati esteri) mentre c'è soltanto la Bengal Lancer. All'aspetto è di colore arancio/rame, velato; la schiuma è poco generosa, cremosa e dalla trama fine. L'aroma non è molto pronunciato: agrumi (arancio e pompelmo), qualche sentore metallico e terroso; domina la frutta ma è un profumo che ricorda più uno sciroppo che un frutto appena tagliato. La sensazione palatale è invece splendida: corpo medio, bassa carbonazione, texture molto morbida, quasi cremosa. Il percorso in bocca inizia con leggere note di biscotto, poi caramello e sopratutto gli stessi agrumi trovati al naso (arancio, pompelmo); deviazione finale in territorio amaro, prevalentemente terroso, con qualche leggera nota erbacea. IPA molto bilanciata e pulita, facilissima da bere, ben fatta e godibile, sicuramente meglio al palato che al naso, anche a causa di un aroma non più freschissimo. Formato: 50 cl., alc. 5.3%, LOTTO 017 11:37, scad. 17/01/2014, prezzo 3.80 Euro (supermercato, Italia).

domenica 14 ottobre 2012

Fullers Past Masters Double Stout

Nel dicembre del 2010 la Fuller’s annuncia con il nome Past Masters la riedizione di alcune ricette storiche, recuperate dai mastri birrari John Keeling e  Derek Prentice tra i libroni custoditi nell’archivio del birrificio. In questo caso specifico, la Double Stout si rifà ad una ricetta del 4 agosto 1893; i due birrai hanno collaborato con la malteria Simpson’s, fornitrice a quel periodo del malto Plumage Archer, sul quale la ricetta si basava, assieme a malti chocolate e brown. I luppoli sono Fuggles e Goldings, quest’ultimo usato per l’aroma nelle ultime fasi della bollitura ed utilizzato anche in dry hopping per i fusti (casks).  Per lo zucchero (fornito dalla Rugus Sugars) ed i lieviti, non più disponibili, i birrai hanno reperito delle alternative che si potessero avvicinare il più possibile a quelle originali. Nel bicchiere è davvero invitante; color ebano scurissimo, praticamente nero, con schiuma beige molto fine e cremosa, molto persistente. Naso complesso e molto pulito, è possibile apprezzare in sequenza frutti di bosco (soprattutto mirtilli), prugne, uvetta, cenere, malti torrefatti, leggera vaniglia e caffè. Davvero ottimo. Le aspettative non sono deluse in bocca, dove questa Double Stout arriva molto morbida, quasi cremosa, dal corpo pieno, scarsamente carbonata. C’è grande intensità e pulizia anche al gusto, dove continua il percorso intrapreso con l’aroma: mirtilli, note di torrefazione, cioccolato come preambolo ad un bel finale amaro, ricco di caffè, di torrefazione e leggermente affumicato. Man mano che la birra si scalda, emerge anche una gradevolissima nota etilica, di frutta sotto spirito (uvetta e prugne) che riscalda e rinfranca. Splendida stout, complessa e pulita, morbida, calda ed avvolgente ma al tempo stesso molto facile da bere. Bottiglia in stato di grazia, birra da comprare assolutamente. Formato: 50 cl., alc. 7.4%, lotto 109, scad. 19/04/2014, prezzo 4.20 Euro.

lunedì 7 marzo 2011

Fullers Golden Pride

Fu prodotta per la prima volta nel 1967 per rimpiazzare la strong ale di quel periodo che stava facendo registrare un notevole calo di vendite. La prima versione fu commercializzata da Fuller’s come un barley wine ed aveva una gradazione alcolica di 9%. Con il tempo poi la Golden Pride perse la denominazione di barley wine e l’ABV scese all’attuale 8.5%. Prodotta con luppoli target (per l’amaricatura), northdown e challenger (aroma). Nel bicchiere è di un splendido color ambrato carico, rubino, con una persistente schiuma ocra, fine e cremosa. Al naso sentori erbacei di luppolo si mescolano a frutta sotto spirito (arancia e ciliegie). Il corpo è sostenuto, medio-pieno, con bassa carbonatazione. In bocca si rivela il “passato” da barley wine, con un dominio dei malti pressappoco totale (biscotto, leggera tostatura), alcool e qualche note di frutta sotto spirito, Il retrogusto è liquoroso, abboccato, alcolico, e riscalda. Michael Jackson la definì “the Cognac of beers'. Ed è senz’altro un bel winter warmer da mezzo litro, che però si lascia bere bene. Scad. 08/2011, prezzo: 3.70 €.
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english summary:
Pours a lovely deep amber color with a creamy off-white head. Grassy hops, fruit (orange, cherries) and alcohol in the nose. Full-medium bodied, with low carbonation. Taste is malty (biscuit, some roasted notes) with fruit and some alcohol. Liquor-like aftertaste, bittersweet, with a warm smooth alcoholic finish. Michael Jackson named it “the cognac of beers”. A good winter warmer. 50 cl.bottle, b.b. 08/2011, 3.70 €

lunedì 31 gennaio 2011

Fullers London Pride

Storica brewery di Londra, la Fuller’s ha resistito alle numerose epidemie che avevano portato alla chiusura di (quasi) tutti i birrifici della capitale ed ora è ancora lì, in piedi, a godersi la nascita della new wave londinese, sulla quale vi consigliamo di leggere questo interessantissimo articolo: Inghilterra, terra natia di pale ales e di bitter, della cui categoria quesa London Pride ne è un buon esempio. Un classico nei pubs, alla spina, la versione in bottiglia è (purtroppo) pastorizzata ma ugualmente gustosa. Di color rame, con schiuma bianca appena ocra, mediamente persistente. Il naso è gradevole, con malto, note fruttate, una leggera tostatura e sentori erbacei. Snella e beverina come una session beer dovrebbe essere, ripropone in bocca l’elegante tostatura dei malti, un po’ di crosta di pane, ed un finale amaricante erbaceo secco che pulisce bene la bocca. Semplice, piacevole da bere. Pinta dopo pinta (o bottiglia dopo bottiglia), un gradevole supporto dissetante a lunghe conversazioni. Bottiglia da 33 cl., ABV 4.7%, 1.99 €.

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english summary:
Classic premium bitter from London Fuller's brewery. The bottled version is pasteurized, but still tasty. Copper color with a creamy off-white head. Malt, fruits, some roastedness and grass on the nose. This session brew has a light body and is medium carbonated; taste is of delicate roasted malt, bread, noble hops. A dry, bitter and grassy aftertaste will straight pull you towards the next sip. Simple, easy to drink and a good companion for long pubs conversation. 33 cl. bottle, 4.7% ABV, 1.99 €.