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lunedì 13 luglio 2020

Bonavena Brewing: Knuckle Pils, Hook Vermont IPA & Ring IPA



All’apparenza potrebbe sembrare tutto nuovo, ma alle spalle del marchio/progetto Bonavena Brewing c’è uno dei produttori storici della scena italica nonché il primo in assoluto di quella campana: parliamo del birrificio Saint John’s, fondato nel 1999 a Faicchio (BN) da Mario Di Lunardo. Dopo quasi vent’anni d’attività con la linea  “La Birra Artigianale”. Di Lunardo ha voluto creare un marchio parallelo dal carattere moderno e con una bella identità visiva che si ricollega al mondo del pugilato ed in particolare alla figura dell’argentino Oscar Bonavena, peso massimo che negli anni ’70 era arrivato a sfidare il grande Mohammed Alì resistendo sino alla quindicesima ripresa, quando fu fermato dall’arbitro dopo essere andato al tappeto per la terza volta. Nel 1976, qualche mese dopo il ritiro, fu ucciso dal buttafuori di un bordello in Nevada: al suo funerale a Buenos Aires parteciparono 150.000 persone. 
Per sviluppare il progetto Bonavena viene reclutato Vincenzo Follino, homebrewer dall’esperienza decennale, attuale presidente dell’associazione Southern Homebrewers e personaggio noto a chi frequenta forum e gruppi Facebook dedicati alla birra. Follino ammette d’aver imparato prima a conoscere la birra e poi ad amarla: s’è interessato della fase produttiva durante i suoi studi di tecnologia alimentare  ed ha poi iniziato a berla per piacere a viaggiare per conoscerla sempre meglio ed a farla in casa. Oggi, in parallelo alla sua attività di medico nutrizionista a Monza, si reca nei fine settimana a Benevento per concentrare le cotte e gli infustamenti delle birre Bonavena; il debutto è avvenuto nella primavera del 2018 con l’American Pale Ale Match e la NEIPA Hook, seguite a stretto giro dalla Smooth Jab (Grisette), dalla So Clinch (Lichtenhainer) e dalla KO (American IPA). 
Non è stata – almeno per chi segue la scena -  affatto una sorpresa vederlo eletto miglior birraio emergente 2019 alla manifestazione di Birraio dell’Anno che si è tenuta lo scorso gennaio 2020 a Firenze: titolo, ricordo, riservato ai produttori  con meno di due anni di esperienza. Lo spin-off Bonavena è cresciuto molto in fretta ed oggi occupa già circa il 70% della produzione dell’impianto da 28 ettolitri di St. John, le cui birre (fusti e bottiglie rifermentate)  rimangono destinate sopratutto alla ristorazione. Bonavena va invece alla conquista dei pub e dei beershop: l’emergenza Covid-19 ha anticipato le tempistiche d’introduzione delle lattine (isobarico) che hanno affiancato i fusti. Poche le bottiglie: questo formato è stato utilizzato solamente per l’imperial stout e sarà, in futuro, la casa delle birre acide che stanno già prendendo forma nella bottaia.

Le birre.
Partiamo dalla Knuckle (le nocche della boxe a mani nude) una pils che vede l’utilizzo di un lievito della Franconia isolato e propagato dal fondo di una bottiglia  -  dicono -   della Mönchsambacher Lager. Dorata e velata, dalla candida testa di schiuma compatta e cremosa, regala profumi di erbacei, di pane e fiori, soprattutto camomilla, qualche suggestione fruttata. Pane, cereali fragranti e un tocco di miele caratterizzano una bevuta snella e leggermente rustica, correttamente carbonata, che si conclude abbastanza secca con un bel finale amaro erbaceo e delicatamente speziato. L’alcool (5%) è impercettibile in questa  birra semplice e pulita che evapora letteralmente dal bicchiere: uno dei migliori complimenti che si possono fare ad una pils. Ottima.

Hook (“il gancio”) è invece quella New England IPA che non può mancare nella gamma di qualsiasi birrificio che vuol stare al passo coi tempi: utilizza due diversi ceppi di lievito, American Ale e Vermont. Il protocollo prevede che sia opalescente e lei lo rispetta; il suo color arancio è comunque luminoso e la schiuma è compatta e abbastanza persistente. Al naso c’è un’intrigante e fresca macedonia composta da mandarino, mango, ananas, pompelmo e arancia, pesca percoca, litchi, persino qualche suggestione di fragola. Il corpo è leggermente chewy, masticabile, ma non ci sono particolari morbidezze: una “mancanza” compensata da una bevuta priva di quegli ruvidi spigoli che spesso le NEIPA si portano appresso. Il gusto non è complesso e definito come l’aroma ma è comunque una NEIPA succosa e fruttata che oscilla tra la frutta tropicale e gli agrumi: pulita e abbastanza educata, nasconde anche lei l’alcool (6.9%) con grande maestria e chiude il suo percorso con un amaro resinoso/vegetale di buona intensità e breve durata. Una NEIPA molto ben eseguita che diventerebbe eccezionale se replicasse anche al palato le meraviglie aromatiche.

Con la Ring (6.6%) ci spostiamo invece sulla costa ad ovest degli Stati Uniti, quella che fino a qualche anno fa, prima di essere spodestata dal New England, era considerata il nirvana della birra. Dorata ma forse un po’ troppo pallida per il sole della West Coast, utilizza luppoli El Dorado, Mosaic, Columbus e Citra per dare forma ad un bouquet ricco di pompelmo, cedro e limone, ananas, resina e qualche lontana reminiscenza dank. Al palato riesce a scorre bene anche se per quel che riguarda la sensazione tattile la trovo un pelino più pesante del dovuto. La bevuta si snoda attraverso pane e crackers, suggestioni tropicali e un profilo zesty che prelude ad un finale amaro resinoso, “amaro ma non troppo”. Una West Coast IPA rivisitata in chiave moderna che punta sulla facilità di bevuta e ci riesce sacrificando un po’ quel “kick”, quella “botta” d’amaro che avevano i classici della California; i nostalgici come me ne avvertiranno un po’ la mancanza, le giovani leve probabilmente apprezzeranno.
Due anni fa il debutto, birre già ben definite e di ottimo livello: Bonavena brucia le tappe e s'appresta  già a passare da emergente a "big" della scena birraria italica. 
Nel dettaglio:
Knuckle, formato 33 cl., alc. 5.0%, lotto 20/15, scad. 11/2020, prezzo indicativo 4,00 euro (beershop)
Hook, formato 33 cl., alc. 6.9%, lotto 20/12, scad. 09/2020, prezzo indicativo 5,00 euro (beershop)
Ring, formato 33 cl., alc. 6.6%, lotto 20/11, scad. 09/2020, prezzo indicativo 4,50 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

mercoledì 14 marzo 2018

Mukkeller Beach Boys Pils

Ritorna sul blog il birrificio Mukkeller, attivo dal 2010 a Porto Sant'Elpidio (Marche): l’avevamo già incontrato con la Double IPA Hattori Hanzo e con la doppelbock Devastator Mukkeller è Marco Raffaeli: "mukka" è il suo soprannome sin da bambino al quale lui ha voluto affiancare lo stile brassicolo da lui prediletto: le Kellerbier tedesche.  Il suo è un percorso che accomuna quello di molti birrai c che parte dalle prime birre da kit fatte in casa per "evolversi" nelle produzioni all-grain, passando dalle pentole ad un mini impianto professionale. I genitori vanno in pensione e cessano l’attività di famiglia: per Marco è il momento di diventare imprenditore di se stesso e, dopo alcuni stage presso microbirrifici italiani parte l’avventura Mukkeller. Nel birrificio “familiare” fa quasi tutto da solo con l’aiuto del fratello e del padre, che assieme a lui imbottigliano le prime cotte: la tradizione tedesca è quella che guida i primi passi ma ben presto arrivano anche i luppoli americani, il Belgio e l’Inghilterra.  
E Mukkeller ha svolto un bel percorso di crescita che gli ha portato numerosi riconoscimenti a Birra dell'Anno: poche settimane fa, nell’ultima edizione, ha conquistato il primo posto con la Mukkamannara nella categoria 28 (birre scure, alta fermentazione, alto grado alcolico di ispirazione belga), il  terzo con la Devastator nella categoria 7 (birre chiare, ambrate e scure, bassa fermentazione, alto grado alcolico di ispirazione tedesca) e con la Hattori Hanzo nella 13 (birre chiare e ambrate, alta fermentazione, alto grado alcolico, luppolate, di ispirazione angloamericana  - Double IPA), la menzione d’onore con la Nonnukka in categoria 4 (birre chiare e ambrate, alta fermentazione, basso grado alcolico di ispirazione anglosassone).

La birra.
La Beach Boys Pils nasce nell’ottobre del 2016 da una collaborazione con l’Old Spirit Authentic Football Pub, un locale a San San Benedetto del Tronto nel quale potete dissetarvi scegliendo fra tredici spine di cui due a pompa inglese e un centinaio di bottiglie; Mukkeller è ovviamente una presenza fissa.  Se non erro per questa West Coast Pilsner sono stati utilizzati luppoli americani Amarillo e Citra. 
Il suo colore è un bel dorato, leggermente velato e movimentato da riflessi quasi verdognoli; la bianca schiuma, cremosa e compatta, ha un’ottima persistenza.  L’aroma cerca di coniugare la delicatezza e la “nobiltà” di una Pils classica con l’esuberanza dei luppoli americani: il risultato è soddisfacente e non scade in eccessi cafoni,  anche se i luppoli dominano la scena oscurendo i malti:  pompelmo, cedro, limone e lime regalano freschezza e pulizia, un velo dolce di frutta tropicale passa in sottofondo.  La sensazione palatale è gradevole ma forse un pochino più ingombrante a livello tattile rispetto a quella che mi aspetterei di trovare in una Pils: la scorrevolezza non incontra problemi ma non è a livelli record.  Pane e crackers costituiscono il delicato supporto ad una generosa luppolatura che riporta subito il gusto sui binari dell’aroma: tanta scorza d’agrumi, bevuta molto secca e rinfrescante, un finale nel quale il livello d’amaro fa un ulteriore passo in avanti aggiungendo note vegetali, quasi resinose/balsamiche. La scia amaricante finale è piuttosto intensa e il palato ci mette un po’ a smaltirla: dopo tutto staremmo parlando di una variazione sul tema Pils e non di una cosiddetta IPL (India Pale Lager).  Pulizia e freschezza sono ad ottimi livelli e la birra è indubbiamente molto ben fatta: per il mio gusto personale abbasserei però un pochino il livello d’amaro, al fine di ottenere maggior equilibrio tra luppoli, malti e  - ultimo ma non meno importante - velocità di bevuta.
Formato 50 cl., alc. 5.3%, lotto 1804, scad. 06/2018, prezzo indicativo 5.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 15 marzo 2017

Zipfer: Meisterwerke 2016 Pils Calypso & Meisterwerke 2016 Pale Ale Calypso

Torniamo in Austria ad affrontare le birre “crafty”, ovvero prodotti industriali che emulano quelli artigianali cercando d’intrufolarsi nello stesso segmento di mercato, spesso a prezzi più competitivi. Vi avevo parlato qualche tempo fa dell’offerta di Stiegl, birrificio dai grandi numeri ma ancora in mano ad un famiglia, la Huemer-Kiener. 
Un altro dei grandi giocatori sul mercato domestico austriaco è il marchio Zipfer, birrificio fondato nel 1842 da Friedrich Hofmann nella città austriaca – ovviamente – chiamata Zipf; il birrificio non ebbe gran successo e nel 1858 fu acquistato a prezzo di “saldo” dal banchiere Franz Schaup. Questa famiglia lo controllò sino al 1970, riuscendo a sopravvivere ai disastri delle due guerre mondiali; in quell’anno avvenne la fusione con il brrificio Brau AG, già proprietario di diversi altri marchi austriaci. La Brau AG continuò ad accorparsi con altri birrifici cambiando nome ad ogni operazione:  la denominazione attuale Brau Union Österreich AG risale al 1993 quando avvenne la fusione con la Steirerbrau. La Brau Union venne fagocitata nel 2003 dal gruppo Heineken per 769 milioni di euro: si formò allora  il più grande produttore di birra dell'Europa centrale ed orientale, che oggi controlla il  60% del mercato austriaco (nove milioni di ettolitri circa) con sette siti produttivi e una quindicina di marchi tra i quali, oltre a quelli di Heineken, ci sono Edelweiss, Gösser, Kaiser, Puntigamer, Reininghaus, Schladminger, Schlossgold, Schwechater, Wieselburger e Zipfer: praticamente quasi tutto quello che trovate da bere nel locali dell'Austria! 
A settembre 2016 Zipfer annuncia la nascita di due ambiziose Meisterwerke, ovvero "capolavori": due birre prodotte in autunno con una varietà di luppolo appena raccolta, nel caso specifico l'americano Calypso, che viene utilizzata per il dry-hopping.

Le birre.
Partiamo con una Pils dorata e perfettamente limpida che forma un bel cappello di schiuma fine, bianca e cremosa, dalla buona persistenza. L'aroma non brilla per intensità o finezza ma è nel complesso pulito: profumi erbacei, qualche remoto ricordo d'agrumi, cereali ed una delicatissima speziatura. Bene la sensazione palatale, scorrevole e morbida: il "pericolo acquosità" che affligge molte birre industriali é scampato. Il gusto segue fedelmente l'aroma nel riproporre pane e cereali, un tocco di miele e di agrumi, un finale amaro erbaceo  delicatamente speziato dalla discreta intensità. Abbastanza secca, pulita e bilanciata, non regala molte emozioni ed è priva di quella fragranza che vorresti sempre trovare in una pils. Una pils scolastica e precisa con un lieve carattere agrumato conferitole dal luppolo americano; l'intensità complessiva è buona, direi quasi quasi una piacevole sorpresa per quello che è un prodotto industriale. 

L'American Pale Ale si presenta di un colore dorato un po' più carico e leggermente velato; la schiuma è generosa e perfettamente cremosa e compatta. Il naso predilige la delicatezza all'intensità,   purtroppo la freschezza lo ha già abbandonato: profumi floreali e di marmellata d'agrumi provano a replicare il bouquet dell'American Pale Ale per eccellenza, la Sierra Nevada. Anche questa Zipfer è piuttosto gradevole al palato: corpo e carbonazione nella media, mouthfeel morbido ma forse un pochino pesante a livello tattile. Caramello, biscotto e cereali formano una base maltata che rimane in secondo piano lasciando il palcoscenico al pompelmo. Anche qui c'è una buona intensità che non è tuttavia valorizzata dalla necessaria fragranza e freschezza: dopo tutto dovrebbero essere ormai sei i mesi passati dalla messa in bottiglia. Un po' deludente il finale, dove l'amaro vegetale e terroso, di modesta intensità, si mostra molto meno elegante di tutto quello che l'ha preceduto.
Nel complesso anche questa crafty industriale non è affatto disastrosa come alcuni prodotti simili che si trovano sugli scaffali dei supermercati italiani. L'intensità è tutto sommato buona, non ci sono ovviamente emozioni ma alla fine il prodotto risulta molto più godibile di alcune "vere" artigianali austriache che s'incontrano nella stessa sezione delle "craft biere" dei supermercati austriaci. Elemento che dovrebbe fare riflettere visto che la differenza di prezzo, al contrario di quanto avviene in Italia, non è così ampia rispetto ai prodotti dei microbirrifici. Tra le due Zipfer Meisterwerke la pils mi sembra comunque un gradino sopra rispetto all'American Pale Ale.

Nel dettaglio:
Pils Calypso, 33 cl., alc. 5.2%, IBU 33, lotto 374G2, scad. 06/2017, 1.39 Euro (supermercato, Austria)
Pale Ale Calypso, 33 cl., alc. 5.4%, IBU 35, lotto 372G2, scad. 06/2017, 1.39 Euro (supermercato, Austria)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 9 settembre 2016

Birrificio Italiano Delia

Dopo qualche mese d’assenza ritorna sul blog il Birrificio Italiano, uno dei “pionieri” della birra artigianale in Italia con il suo brewpub aperto a nel 1996 a Lurago Marinone (Como) da Agostino Arioli ed altri undici soci: qui trovate un breve riassunto.
Il “birri”, come viene comunemente chiamato da chi lo frequenta abitualmente, non sta mai fermo e lo scorso febbraio, a Beer Attraction,  ha annunciato l’inaugurazione del progetto Barbarrique (fermentazioni): "una nuova realtà situata al crocevia tra birra e vino; una terra di confine in cui i mondi si fondono per dare vita a bevande sfacciate, strafottenti, egotiste. La ventennale esperienza birraria di Agostino si unisce alla perizia degli enologi Matteo Marzari e Andrea Moser in birre che rubano alle vigne lo spirito selvatico, e alle cantine processi produttivi che spaziano dalla champagnizzazione agli invecchiamenti in legno, dalle creazioni con mosti ibridi alle fermentazioni spontanee". Barbarrique si trova a Trambileno (TN) molto più lontano da quella "stanza" attigua ma separata (per evitare contaminazioni) dagli impianti di Limido Comasco dove sino ad ora il Birrificio Italiano ha realizzato la propria linea di birre fermentate con brettanomiceti e gli invecchiamenti in botte.  
Noi facciamo invece un salto indietro al 2012, anno di debutto di Delia, una delle variazioni allo stile “Pils” che vede nella Tipopils la “bandiera” del Birrificio Italiano; una birra, leggo, che Agostino dedica a sua moglie e che ha persino svolto la funzione di bomboniera al suo matrimonio.
Per l'occasione viene utilizzata quella che a suo tempo era una varietà di luppolo tedesco ancora sperimentale  ad elevato contenuto di amaro (24% di alfa acidi). Nome in codice: 728, rinominato poi Polaris per la commercializzazione su grossa scala. Invece di utilizzare un luppolo dall’elevato potere amaricante per fare una IPA, Arioli sceglie la sfida meno ovvia e lo utilizza soprattutto per il dry-shopping di una birra a bassa fermentazione alla quale, avverte il birrificio, "non dovete cercare di appiopparle lo stile Pils"

La birra.
Il suo colore è un dorato piuttosto pallido, o giallo paglierino se preferite, velato: la schiuma è cremosa e bianchissima, molto compatta e dalla lunga persistenza. All’aspetto impeccabile corrisponde un naso molto fresco (la bottiglia dovrebbe avere un mese di vita circa) ed elegante: in apertura c’è in verità una leggera nota sulfurea che tuttavia dopo qualche minuto non si fa più sentire lasciando campo libero a profumi floreali (camomilla) e di pane, una leggerissima speziatura “da luppolo nobile”, delicate note erbacee e agrumate (cedro, limone), con suggestioni di lemongrass.  Il bouquet è molto ben bilanciato tra le varie componenti. 
Al palato ci trovo qualche bollicina in eccesso, ma per il resto il mouthfeel è molto gradevole per una session beer che ha il dovere di scorrere come se fosse acqua mostrando un'intensità davvero degna di nota. Pane e crackers, un tocco di miele, qualche accenno di ananas prima che la bevuta s'incanali in territorio agrumato, passando in rassegna limone, lime, cedro e pompelmo; nel finale s'intrecciano note zesty ed erbacee, dando forma ad una ottima session beer, indubbiamente più elegante che ruffiana e valorizzata dalla sua freschezza. Secchissima,  molto pulita, dall'elevatissimo potere rinfrescante e dissetante: c'è tutto quello di cui avete bisogno nei giorni più caldi dell'anno. Se cercate una birra estiva, Delia fa al caso vostro.
Formato: 33 cl., alc. 4.3%, lotto 916, scad. 22/12/2016, prezzo indicativo 4.50/5.00 Euro (beershop).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 11 luglio 2016

BrewDog: This. Is. Lager & Dead Pony Club

L’estate avanza e con lei il caldo e la voglia di birre leggere, rinfrescanti e dissetanti, da bere senza troppi pensieri. Ecco due proposte dagli scozzesi di BrewDog, entrambe disponibili nel pratico formato lattina che ben si presta al trasporto e al consumo all’aperto. 
Partiamo dalla This. Is. Lager., con quei “puntini” che vorrebbero indicare il suo voler essere la risposta definitiva alla domanda “come dovrebbe essere una lager”: “la nostra missione è ridare cuore ed anima ad uno stile che è stato per troppo tempo definito da una serie di birre inutili che non meritavano di appartenervi”, annunciano alla BrewDog. . Si tratta del terzo tentativo da parte del birrificio scozzese di realizzare una convincente alternativa alle lager e alle pilsner industriali che dominano gli scaffali dei supermercati: in precedenza c’era stata la 77 lager poi pensionata in favore della Fake Lager, arrivata a aprile 2013 e abbandonata dopo poco più di un anno. Il 2 settembre 2014 BrewDog annuncia la nascita della This. Is. Lager.,  comunicando anche che il giorno successivo tutti i BrewDog Bar del Regno Unito offriranno gratuitamente un 1/3 di pinta a chiunque la vorrà provare.  La ricetta dovrebbe prevedere malti Pilsner, Monaco, Cara e luppoli  luppoli Hallertauer Hersbrucker, Saaz e Columbus.
Il suo colore è giallo paglierino, praticamente limpido, sormontato da un bianchissimo cappello di schiuma cremosa ma un po’ scomposta, dalla buona persistenza. L’aroma evidenzia un buon livello di pulizia ed anche d’intensità, per quel che sono i parametri dello stile: miele, cereali e crackers sono accompagnati in sottofondo da leggeri profumi floreali (camomilla), erbacei e una delicata speziatura da luppolo nobile. La bevuta è ovviamente snella e scorrevole, delicatamente carbonata, senza mai sconfinare nell’acquoso. La semplicità dell’aroma viene riproposta al palato con una corrispondenza quasi perfetta: pane, crackers e miele costituiscono la delicata base maltata sulla quale s’appoggia l’abbondante luppolatura nella quale prevalgono le classiche componenti erbacee e speziate dei luppoli nobili, per un finale amaro di buona intensità completato da qualche accenno di scorza di limone. Finezza e pulizia, ovvero due dei tre capisaldi di una buona Pilsner, sono qui presenti in soddisfacente quantità; non è invece allo stesso livello il terzo elemento, la fragranza; qualche appunto lo devo anche rilevare sulla secchezza, che potrebbe essere migliore lasciando il palato più pulito alla fine di ogni sorso. Non vi ho trovato “quel cuore e quell’anima” che gli scozzesi intendono restituire allo stile con questa loro interpretazione, ma il  risultato è nel complesso soddisfacente a placare la sete in una calda giornata di sole, se non si hanno elevate pretese. 
Passiamo alla Dead Pony Club, che debutta in casa Brewdog alla fine del 2011;  si tratta di una birra ispirata dal successo delle cosiddette “Session IPA” e in particolare dalla All Day IPA di Founder’s.  Ma c’è dell’altro: troppo luppolata per essere una English Pale Ale, troppo poco alcolica (3.8%) per essere un’American Pale Ale.  Gli scozzesi coniano il termine di “Session Pale Ale” e pubblicano un sondaggio on-line invitando il popolo ad esprimere la propria preferenza su una serie di possibili nomi per questo loro “prototipo” di birra; tra le varie opzioni offerte (Brit Pop, Pale Ale, Fake Fix, 38 Automatic , Heist e Death Head Pony Club ) viene alla fine scelto il nome definitivo di Dead Pony Club; al di là di tutta questa teoria, la pratica intende realizzare una birra dal basso contenuto alcolico (3.8%)  ma dalla grande intensità di aromi e sapori. 
Ma poteva una semplice e innocua “Session Pale Ale” realizzata da un birrificio che ha sempre utilizzato la provocazione come strumento di marketing passare inosservata?  Certo che no, e questa  volta sotto accusa ci finiscono alcune frasi riportate sull’etichetta: “rip it up down empty streets” (“spaccala per le strade vuote”) e “drink fast, live fast” (“bevi in maniera spericolata, vivi in in maniera spericolata”). Questi incitamenti non piacciono all’Independent Complaints Panel (PCI)  del  Portman Group, un organismo creato nel 1989 che annovera tra i suoi membri alcuni dei principali produttori di alcolici (Carlsberg, Molson Coors, InBev, Diageo…)  e che ha stabilito nel 1996 un codice di condotta sui nomi, sulla pubblicità e sul confezionamento delle bevande alcoliche. Quelle frase sull’etichetta della Dead Pony Ale vengono considerate come un incitamento al consumo irresponsabile (“bevi in maniera spericolata”) e di comportamenti anti-sociali (lo spaccare la bottiglia per strada); con un comunicato del 28 aprile 2012  le etichette vengono messe al bando e BrewDog è costretta a modificarle, pur rilasciando un sarcastico comunicato stampa in cui sostanzialmente si scusa del fatto che “di quello che dice il Portman Group non c’è n’è mai fregato un cazzo”.
E la birra? Extra Pale, Cara e Crystal  i malti; Simcoe, Citra e Mosaic  i luppoli. Nel bicchiere è leggermente velata e di color ramato, con riflessi dorati; la schiuma cremosa biancastra è un po' grossolana ma ha una buona persistenza. Al naso abbonda la frutta tropicale matura: mango, passion fruit e pompelmo rosa disegnano un bouquet semplice ma dalla buona freschezza e pulizia, con ottima intensità. La partenza così ricca e golosa crea delle aspettative che i primi sorsi non sembrano mantenere: a partire dal mouthfeel, ovviamente leggero e snello, con poche bollicine ma dalla consistenza a tratti troppo acquosa ed un  po' sfuggente. I malti parlano di caramello e biscotto, ma loro presenza è molto leggera ed è subito incalzata dalla stessa dolce frutta tropicale presente nell'aroma. Fin qui le cose procedono bene, con un'ottima intensità a fronte di un contenuto alcolico contenuto, ma nel finale la birra viene un po' a mancare, spegnendosi di fatto e facendo un piccolo tuffo nell'acquosità; bisogna aspettare qualche istante per sentirla riemergere, nel retrogusto amaro e moderatamente intenso dove le note vegetali sono accompagnate da quelle zesty. Una discreta bevuta che ha diversi punti in comune con quella precedente: un po' avara di emozioni, buon livello di pulizia ma un po' carente per quel che riguarda la fragranza e la secchezza. Ruffiana quanto basta al naso, non conquista allo stesso modo al palato: si beve con discreta soddisfazione ma se penso a splendidi esempi di "session beer" che provengono dal Regno Unito il confronto con questa o questa o con la Hopehead di Dark Star risulta abbastanza impietoso. 
Nel dettaglio:
This.  Is.  Lager, formato 33 cl., alc. 4.7%, IBU 40, lotto 160118, scad. 05/03/2017, 2.90 Euro (foodstore, Italia)
Dead Pony Club, formato 33 cl., alc. 3.8%, IBU 40, lotto 160187, scad. 06/04//2017, 2.90 Euro (foodstore, Italia)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 2 marzo 2016

Rittmayer: Hallerndorfer Bitter 42 & Hallerndorfer Bitter 58

Che la Craft Bier stia prendendo lentamente piede anche in Germania è un dato di fatto inconfutabile; non solo spuntano nuovi microbirrifici o beerfirm, ma anche molti birrifici dalla storia pluricentenaria si stanno muovendo verso un mercato che evidentemente consente di recuperare con prodotti “premium” almeno una parte dei mancati introiti derivanti dal calo del consumo di birra che affligge il mercato tedesco da molti anni.  Sì perché le cosidde craft bier, quasi sempre vendute nel formato 33 centilitri, non costano ancora come in Italia ma hanno spesso prezzi che oscillano tra i 5 e i 9 euro al litro, ovvero tre, quattro, cinque volte tanto quelle di una classica birra tedesca: e non raccontateci che il prezzo più alto sia soltanto motivato dall’aumento del costo di produzione. Si tratta ovviamente di un prodotto premium che dev’essere commercializzato in una certa fascia di prezzo, punto. 
Tra i nomi storici ad avvicinarsi al segmento “craft” c’è stato Rittmayer, il birrificio più antico di tutto il comune di Forchheim; fondato dall’omonima famiglia nel 1422 nel sobborgo di Hallerndorf, venti chilometri a sud di Bamberga; qualche anno fa avevo assaggiato la loro Annual Reserve Edition 2012. Il birrificio oggi guidato da George Rittmayer ha ammodernato i propri impianti nel 2012 con una capacità di circa 25.000 ettolitri l'anno; accanto alle classiche birre tedesche ha lanciato il proprio segmento “kraftbier”  nel formato da 33 centilitri  etichettato in maniera essenziale ma in qualche modo moderna.  Nelle prossime settimane le passeremo in rassegna più o meno tutte. 
Partiamo dalla Bitter 42, il cui nome non fa riferimento alla categoria stilistica ma solamente al numero degli IBU.  Si tratta in realtà di una pils leggermente al di sopra “dei parametri d’amaro” che il BJCP prescrive per lo stile (da 22 a 40); niente di estremo, insomma. Quello che colpisce maggiormente è l’affermazione in etichetta, quel “die endgültige Antwort auf die Frage nach dem wahren Pils”  (più o meno “la risposta definitiva alla domanda su che cosa sia una vera Pils”) che suona ambizioso, se non arrogante. Non sono riuscito a reperire informazioni sui luppoli usati, presumo possa trattarsi del Tettnanger che viene usato dal birrificio nella maggior parte delle proprie ricette. 
Di colore oro antico, perfettamente limpida, viene sormontata da un compatto “cappello” di schiuma bianca, compatta e cremosa, dalla buona persistenza. Il naso è pulito e di discreta intensità, pur avendo perso un po’ di fragranza: profumi floreali e di miele affiancano le note erbacee e delicatamente speziate del luppolo. Al palato mancano un po’ di bollicine a rendere la bevuta vivace: c’è tutta via una buona intensità con crackers, mollica di pane e miele ad introdurre il dolce che progressivamente lascia spazio all’amato erbaceo e speziato della generosa luppolatura.  Complessivamente la bevuta non perde mai l’equilibrio, con le note maltate che ritornano anche nel finale, ma perde un po’ per strada quell’eleganza, quella delicatezza e quella finezza che dovrebbero invece rappresentare il DNA di una Pils, soprattutto se si autoproclama essere “la risposta definitiva al che cosa sia una vera Pils”. Il suo compito di dissetare e rinfrescare con gusto lo svolge ugualmente bene, sicuramente una maggiore fragranza/freschezza le avrebbe fatto guadagnare ulteriori punti. 
Con la Bitter 58 non solo si alza il livello di IBU ma si guarda anche al di fuori dei confini nazionali; oltre al Tettnanger ci sono anche Citra e Cascade. Il birrificio la descrive come un incontro tra un Extra Special Bitter inglese ed una Pils della Franconia (sic); cosa c’entrino Citra e Cascade con questi due stili, rimane un mistero. Dovrebbe tuttavia sempre trattarsi di una Pils, ovvero parliamo di bassa fermentazione. 
Il suo dorato è leggermente velato, mentre la schiuma è esente da pecche: bianca, fine e cremosa, non molto generosa ma ottima persistenza. Sentori floreali, di pompelmo, cedro e lime al naso, con una suggestione di frutta tropicale; l’intensità è discreta, mentre pulizia ed eleganza sono di buon livello. Chiusa la parentesi esotica dell’aroma il gusto si riporta in territori più tradizionali con pane, cereali e miele a formare la base dolce, mentre la frutta tropicale e gli agrumi s’intravedono appena. C’è un pochino di diacetile che lascia il palato un po' imburrato riducendo il potere rinfrescante di questa birra, e anche le bollicine potrebbero essere un po' più in evidenza, negli standard di una pils.  A dispetto di nome (bitter) e di IBU dichiarati l'amaro finale è abbastanza leggero e si sviluppa in territorio erbaceo e terroso, bilanciando di fatto la birra senza darle quella caratterizzazione presente nella Bitter 42. Diacetile a parte la birra si beve comunque senza difficoltà risultando gradevole: aroma esotico, gusto più convenzionale nel quale si sente invece la mancanza di quel carattere esotico necessario per mantenere coerenza con i profumi.
Nel dettaglio:
Bitter 42, formato 33 cl., alc. 5.5%, IBU 42, lotto 06:59 S, scad. 03/05/2016.
Bitter 58, formato 33 cl., alc. 5.8%, IBU 58, lotto 22:08 A, scad. 24/08/2016.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 1 febbraio 2016

Mahrs Bräu Pilsner

Risalgono al 1670 le prime notizie documentate sull’esistenza di un birrificio in quello che allora era Wunderburg, un piccolo subborgo di Bamberga. L’area ad est del fiume Regnitz, che giusto per darvi un punto di riferimento  dista un paio di chilometri dalla centrale Dominikanerstraße dove potete bere la famosa Schlenkerla, è oggi a tutti gli effetti parte di Bamberga; nel 1895 Johann Michel acquista la proprietà che si trova al numero 10 di Wunderburg e la corrispettiva “cantina” scavata nella roccia della vicina collina di Stephansberg. Il birrificio esistente, chiamato “Zum Brenner”, viene demolito nel 1908 per far posto alla costruzione in mattoni che potete vedere ancora oggi;  dopo gli inevitabili disagi provocati dalla seconda guerra mondiale, nel 1949 la produzione riparte. Nel 1957 Albert e William Michel ricevono il testimone da Johann e fondano la Mahr's Brau, che nel 1971 passa nelle mani Ingmar Michel, nipote di Johann e  promotore dell’opera di ammodernamento ed ampliamento del 1985. Se vi capita di visitare Bamberga, opzioni ovviamente consigliata dal sottoscritto, potete bere le Mahr’s direttamente alla Gaststube del birrificio, sempre in  Wunderburg 10, dove ovviamente troverete anche l’immancabile Biergarten ad attendervi, dalle 9 di mattina alle 23.30.  In alternativa, avete la Mahr’s Keller al 36 di Obere Stephansberg, all’interno di una delle caratteristiche case a graticcio.  
E mentre la più nota tra le produzioni di Mahr’s rimane ancora la Ungespundet Hefetrüb, una kellerbier non filtrata, oggi versiamo nel bicchiere la Pils della casa: 100% malto Pilsner, luppolatura di Hallertauer Tradition e Hallertauer Hersbrucker. Il primo è un luppolo creato dall’Hopfenforschungszentrum di Hüll e commercializzato per la prima volta nel 1991; fu ottenuto incrociando  Hallertau Mittelfruh , Saaz ed Hallertauer Gold allo scopo di creare una varietà più resistente ai parassiti e ai funghi (Verticillium) che affliggono i campi di luppolo. Il secondo prende invece il nome dall’omonimo distretto (Hersbruck) dell’Hallertau e si diffuse con successo a partire dagli anni ’70, anch’esso grazie alla sua maggior resistenza alle malattie. 
La German Pilsner di Mahr’s si presenta dorata e perfettamente limpida con un compatto cappello di schiuma bianca, fine e cremosa, dall’ottima persistenza. L’aroma è molto pulito, con una buona finezza che permette d’apprezzare i profumi di camomilla, miele millefiori, mollica di pane ed una delicata presenza erbacea. Parametri stilistici rispettati anche al gusto, che riprende in fotocopia l’aroma:  lo stile  - e lo ricordo per i meno esperti - è di quelli che non permettono distrazioni, non ci sono “smodate” quantità di luppolo a coprire eventuali imperfezioni o errori. Le note maltate (crackers, miele, pane e cereali) sono bilanciate dall’amaro erbaceo e leggermente speziato del luppolo "nobile", in un finale abbastanza secco che rinfresca e disseta. Il corpo leggero e un discreto livello di bollicine la rendono scorrevole senza mai essere sfuggente: non ci vogliono molti minuti a terminare questo mezzo litro di Pilsner che svolge il suo compito (dissetare e rinfrescare) con precisione e pulizia, equilibrio e, soprattutto, con un’ottima intensità di gusto ed una discreta fragranza. Il formato in bottiglia – si sa – non è quello ideale e neppure gli spostamenti giovano a queste delicatissime birre ma, in questo caso, anche accontentandosi si riesce ugualmente a godere. 
Formato: 50 cl., alc. 4.9%, scad. 24/03/2016.

NOTA: la descrizione della birre è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglie, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 11 novembre 2015

Discount vs Industriale: Finkbräu Pils, Grafenwalder Pils, Warsteiner Premium Verum e Ceres Top Pilsner

Si parla tanto, spesso e comunque non abbastanza dei prezzi (alti!) della cosiddetta “birra artigianale”:  non mi riferisco al consumo al pub, dove il delta costo tra una media “artigianale” e una industriale è minore. Mi riferisco in particolare al consumo in bottiglia casalingo: le “artigianali” che si trovano nei beershop, supermercati, enoteche e alimentari vari hanno un costo medio al litro che possiamo quasi moltiplicare quasi per cinque rispetto ad un’industriale. 
Ma per stavolta lasciamo fuori “l’artigianale” e parliamo delle  “birre del discount”: sono anche loro prodotti industriali, eppure costano sensibilmente meno (all’incirca la metà) dei noti marchi industriali. Avete sentito qualcuno lamentarsi che una lattina di Heineken al supermercato è cara perché costa il doppio di una birra discount? Ma questa differenza di prezzo è giustificata? Ci se ne accorge bevendole? 
Ho voluto fare una prova "quasi" alla cieca, mettendo a confronto due birre industriali e due “discount”  bevendole senza sapere che cosa ci fosse nel bicchiere; sono quattro Pils, o almeno questo è lo stile che i produttori dichiarano in etichetta. Le birre che ho scelto per questa prova sono le seguenti:  dal discount Finkbräu Pils e Grafenwalder Pils; dal supermercato Warsteiner Premium Verum e Ceres Top Pilsner. Tutte e tre, per meglio renderle irriconoscibili, in formato 50 cl. e con il “lato superiore” della lattina di color argento. Le descriverò inizialmente facendo riferimento solamente al numero del bicchiere dal quale bevuto.
Aspetto.
Sono tutte e quattro identiche, limpide e dorate;  forse la Nr.1 è appena un po’ più chiara.  Tutte mostrano un bel cappello di schiuma bianca, compatta e cremosa, dalla buona persistenza: la ritenzione delle birre Nr.1 e Nr.4 è leggermente migliore, con una patina bianca che rimane sempre in superficie. 
Aroma. 
Bicchiere nr.1:   avverto miele e cereali, crosta di pane, qualche sentore erbaceo. La fragranza non è certamente di casa, l’intensità non è granché ma per lo meno i profumi “giusti” ci sono. 
Bicchiere nr.2:  aroma assente, bisogna farla scaldare un po’ per far emergere un qualcosa dolciastro che mi ricorda un po’ il mais, ingrediente non citato sulla lattina. A temperatura ambiente mi sembra che ci sia anche un po’ di cartone bagnato. 
Bicchiere nr.3:  anche qui aroma nullo, con qualche lieve miglioramento a temperatura ambiente. Qualcosa di dolce simile al mais e ricordi di cereali che emergono quando la birra si scalda. 
Bicchiere nr.4: pochissima intensità, ma almeno qualcosa c'è. E' una generale sensazione dolce di pane, forse miele, nella quale non c’è ovviamente traccia di fragranza ed eleganza. 
Mouthfeel
Ovviamente leggere, watery e mediamente carbonate. Un DNA che le accomuna tutte, con la componente “acquosa” un troppo marcata nel bicchiere nr.2.
Gusto. 
Bicchiere nr.1: pane, cereali, accenno di miele. Non c’è una gran intensità ma – come per l’aroma -  ci sono quasi tutti i descrittori tipici dello stile. Si finisce nell’amaro erbaceo, non particolarmente elegante ma tollerabile; l'amaro è molto più evidente che negli altri bicchieri, ma all'alzarsi della temperatura aumenta anche la percezione della sua modesta eleganza/piacevolezza.  Meglio berla finché "fredda", in quanto risulta più bilanciata e più secca rispetto alle altre. 
Bicchiere nr.2:  quasi scarso, tendente al nullo. A birra fresca c’è una sensazione appena dolce che di nuovo mi ricorda quel mais non citato in etichetta e qualche suggestione di pane;  la chiusura amara è poco intensa ma riesce ugualmente ad essere poco gradevole. Riscaldandosi migliora un po’ la parte dolce (pane e miele) ma peggiora quella amara; la bocca rimane sempre impastata da una patina dolcina, con la birra che alla fine non risulta neppure particolarmente rinfrescante.
Bicchiere nr.3:  è una birra che rasenta l’acqua, in quanto all'assenza di sapori. Lievi accenni di pane e cereali, il solito timido finale erbaceo amaro un po’ sgraziato; nonostante la bassissima intensità riesce comunque a lasciare la bocca avvolta da una patina dolce poco rinfrescante. Anche riscaldandosi l’intensità non migliora di molto: aumenta un po’ la componente dolce, con il risultato che la nr.3 risulta essere la meno amara delle quattro; ma nonostante il basso livello d’amaro, quel poco che c’è è davvero poco elegante. 
Bicchiere nr.4:  rilevo pane, cereali, accenno di miele. L’intensità è bassina, e anche qui una patina dolce un po' appiccicosa rimane sul palato anche a fine bevuta, mentre ci vorrebbe un po’ più secchezza. L’amaro erbaceo finale è delicato ma ugualmente privo di eleganza e non esattamente gradevole; la sua bassa intensità lo rende comunque praticamente innocuo. 
Indoviniamo? 
Mi butto e abbino la Warsteiner Premium Verum al bicchiere nr. 1.  E’ senza dubbio la birra “meno peggio” delle quattro; non la andrei a cercare, ha tutte le caratteristiche dell’industriale inoffensiva e noiosa ma tutto sommato decente, benchè priva di  fragranza e/o freschezza. E’ pastorizzata, se non erro; ammetto di aver bevuto diverse volte la Warsteiner, in passato, ma era davvero tanto tempo fa. Il bicchiere nr.2 e nr. 3 mi sembrano molto simili, nella loro pochezza di gusto che rasenta l’acqua e in quell’amaro poco aggraziato che non ti lascia un piacevole ricordo anche di quel poco che c’è; mi gioco l’opzione discount su entrambe, ma non avendole mai bevute prima sarebbe inutile tentare di assegnare un numero a  Finkbräu Pils  o Grafenwalder. La nr.4 mi sembra un pochino meglio rispetto a queste due, per lo meno nell’intensità: scommetto sulla Ceres Top Pilsner, dopotutto c’è quel aggettivo “top” che mi fa pensare a qualcosa di qualità. 

Il verdetto.
Scarto le lattine numerate, ecco cosa c'era nei bicchieri.
Bicchiere nr.1  - Warsteiner Premium Verum
Bicchiere nr.2  - Finkbräu Pils
Bicchiere nr.3  - Ceres Top Pilsner
Bicchiere nr.4  - Grafenwalder Pils

E quindi?
Ho indovinato la Warsteiner, ma gli “avversari” erano forse troppo inferiori per non riuscirci; volendo guardare il prezzo, è anche la più cara del quartetto: 1.32 Euro (2,64 Euro/litro). 
La sorpresa in negativo è la Ceres Top Pilsner, quella "in positivo" (se così si può dire) è la  Grafenwalder che io avevo scambiato per la danese; prodotta dalla a me sconosciuta Frankfurter Brauhaus per una noto discount tedesco, si  difende con onore nei confronti della famosissima Ceres e, elemento da non sottovalutare, costa esattamente la metà  (0.59 invece di 1,19 Euro). 
Innocua, e quindi nulla da dichiarare, sulla Finkbräu: discount nel prezzo e anche nel gusto. Sicuramente meglio una Warsteiner, anche se costa più del doppio; prendete ovviamente la parola "meglio" con le dovute cautele. Stiamo sempre parlando di prodotti industriali alquanto anonimi e con molto poco gusto. 
Mi si perdoni infine il bicchiere fuori stile, ma era l'unico disponibile in quattro esemplari identici. 
In via eccezionale pubblico anche la classifica utilizzando la scala di punteggi BJCP: Warsteiner Premium Verum (26/50), Grafenwalder Pils  (23/50), Ceres Top Pilsner (20/50) , Finkbräu Pils (19/50).
Nel dettaglio:
Warsteiner Premium Verum, formato 50 cl., alc. 4.8%, lotto 04 A 17, scad.  05/08/2016, prezzo 1.32 Euro.
Finkbräu Pils, formato 50 cl.,  alc. 4,9%,  lotto A4 02:10, scad.  03/09/2016, prezzo 0.55 Euro.
Ceres Top Pilsner, formato 50 cl., alc. 4,6%, lotto H 0355, scad. 13/10/2016, prezzo 1.19 Euro.
Grafenwalder Pils, formato 50 cl., alc. 4,5%, lotto A4 02:40, scad. 20/08/2016, prezzo 0.59 Euro.


NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa lattina, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 10 agosto 2015

Wasosz Polka Pils

Ha una storia breve ma abbastanza movimentata quello che attualmente è noto come birrificio Wąsosz  (Browary Regionalne Wąsosz) di Konopiska, 230 chilometri a sud-ovest di Varsavia, non lontano al confine con la Repubblica Ceca. La fondazione è datata 1993 quando Jan Kowalski decide di trasformare la sua attività principale dal commercio di funghi alla produzione di birra; nasce così il birrifcio GAB (le prime tre lettere del nome della figlia, Gabrysi ovvero Gabriella); è interessante scoprire che il birrificio era specializzato nelle alte fermentazioni (leggo di una GAB Stout e un’amber ale chiamata Kama Sutra).  A partire dal 2008 Kowalski è alla ricerca di qualcuno disposto ad acquistare gli impianti, ma le richieste sono davvero scarse; nel 2010 il birrificio viene preso in affitto per sei mesi dal  birrificio Browar Konstancin, che viene a produrre la propria lager.  Nel 2011 la proprietà viene poi rilevata da un gruppo di imprenditori di Cracovia che vi cambiano il nome in Browar Południe  e continuano per la strada – maggiormente in voga – delle basse fermentazioni. La loro  Krakauer Stout; non era altro che una Schwarzbier. 
Nel 2014  Michal Olszewski e Maciej Grzywacz rilevano il birrificio, dandogli il nome della strada (Wąsosz) in cui si trovano gli stabili: Browary Regionalne Wąsosz. Michał Olszewski è proprietario del  Krajina Piva, un pub a Torùn che svolge anche distribuzione di birre all’ingrosso e forniture per locali nonché del beershop Piwex, nella stessa città; sua anche la beerfirm Browar Olimp.  Il ruolo di head brewer è stato affidato a Marcin Ostajewski .   
La produzione di Wąsosz   si divide attualmente un due linee: una moderna chiamata Piwoswasem  (“birra coi baffi”) che guarda agli stili americani  (American Lager, Wheat, IPA) e una “classica”  fatta di basse fermentazioni. Di emulazioni polacche di birre americane ne avete già viste un po’ sulle pagine del blog in questi ultimi mesi, con risultati più o meno riusciti; mi sembra quindi più interessante prendere in esame una bottiglia di Polka Pils che, come il nome suggerisce, si tratta di una Pils prodotta esclusivamente con luppoli polacchi, Marynka e Sybilla nello specifico; i malti sono Pilsner e Monaco. 
Il primo (Marynka) è assieme al Lublin il luppolo polacco più diffuso, utilizzato peraltro anche in alcune birre italiane come ad esempio la I-Pils di Vento Forte; si tratta di un luppolo coltivato nella zona di Lublin e imparentato in qualche modo con il nobile Saaz.  Più recente è invece la nascita dal Sybilla, elaborato dalla IUNG Polacca (l’istituto della scienza dell’agricoltura) incrociando il Lublin con lo  Styrian Golding. 
All’aspetto è dorata e leggermente velata e forma un bel cappello di schiuma bianca, fine e cremosa, dall’ottima persistenza. L’aroma non è molto intenso ma offre quello che si dovrebbe pretendere da una pils: pulizia, eleganza e soprattutto fragranza, in questo caso da parte dei malti (pane, miele e cereali). Un po’ evanescente in luppolo, con una presenza quasi impercettibile di sentori erbacei. Al palato il bevitore incontra l’essenziale, senza fronzoli o difetti, con un buon livello di pulizia: pane, crackers ed un accenno di miele per continuare in perfetta sintonia con l’aroma e chiudere con una nota amaricante erbacea, appena speziata. Una pils delicata e pulita, che fa esattamente quello che deve fare, ovvero rinfrescare e dissetare con gusto; i malti sono fragranti, c'è una bella secchezza finale e una chiusura amara di buona intensità che non perde mai di vista l'eleganza. Complice il caldo di questi giorni, il mezzo litro è sparito dal bicchiere con grande velocità; una buona interpretazione di uno stile tutt'altro che semplice da realizzare, nel quale il minimo errore viene subito smascherato.
Formato: 50 cl., alc. 4.1%, scad. 30/10/2015, pagata 4.00 Euro (beershop, Italia).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 14 aprile 2015

Schönramer Pils

Fino ad ora a della Private Landbrauerei Schönram, fondata da Jacob Köllerer nella omonima cittadina (Schönram) della Baviera meridionale, ho passato in rassegna solamente alcune produzioni in stile anglosassone, un po’ atipiche per un birrificio tedesco; rimediamo allora con una più classica Pils tedesca, tra l’altro fresca di medaglia d’oro ottenuta alla World Beer Cup 2014 nella Categoria 31, German-Style Pilsner, in mezzo ad altre 71 contendenti. 
Perfettamente dorata e limpida, forma un altrettanto impeccabile cappello di schiuma bianca, fine e compatta, cremosissima e molto persistente. Al naso, abbastanza pulito ma non particolarmente fragrante, ci sono sentori di miele e di fiori (soprattutto camomilla), crosta e mollica di pane, crackers, qualche note erbacea e con la delicata speziatura dei luppoli “nobili” (Spalter e Hallertauer Mittlefrüh nello specifico). 
Perfetta corrispondenza in bocca, per una birra che deve essere (e lo è) scorrevole e facile da bere, dal corpo leggero: forse ci sono un po’ troppo poche bollicine, almeno per il mio gusto. Ritornano pane e crackers, il leggero dolce del miele ed un finale amaro erbaceo dalla buona intensità che pecca però un po' di eleganza. 
Peccato anche per la lieve ma percepibile nota metallica che ogni tanto fa capolino sia alle narici che al palato.  Una pils dalla buona intensità che non mostra nessun segno di timidezza, neppure quando si tratta di pronunciare la parola amaro: le uniche pecche di questa bottiglia sono la scarsa fragranza (che possiamo scusare con una bottiglia in scadenza tra tre mesi) e la poca eleganza/finezza, che a pensarci bene sono però due caratteristiche fondamentali di uno stile così apparentemente semplice e "nudo".
Formato: 33 cl., alc. 5%, IBU 24, lotto 09:05, scad. 14/07/2015.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 4 febbraio 2015

AC/DC Beer

Birra e musica, un binomio molto comune e molto sfruttato commercialmente, sia dai birrifici che dall’industria musicale. In quest’ambito è necessario innanzitutto distinguere tra birre “ispirate dalla musica”, ossia prodotte di propria iniziativa dai birrifici, e birre commissionate dagli artisti (o da chi per loro) allo scopo di sfruttare il proprio nome. 
Nel primo caso non si può non citare il birrificio americano Dogfish Head e le sue numerose birre-tributo a musicisti viventi e non: Miles Davis, Robert Johnson,  Grateful Dead e Pearl Jam, solo per citarne alcune. Un altro famoso esempio viene dalla costa opposta degli Stati Uniti: per tutto il 2012, la californiana Lost Abbey commercializzò ogni mese una birra ispirata da una canzone che avesse “come argomento il paradiso o l’inferno”, come ad esempio Hell’s Bells degli AC/DC e Number of the Beast degli Iron Maiden.  Le bottiglie rimaste a fine anno furono poi raccolte in cinquecento valigette di alluminio (simile a quelle usate per il trasporto degli strumenti musicali); / tra chi aveva in precedenza acquistato le singole bottiglie direttamente al birrificio, furono sorteggiate cinquecento persone alle quali fu data la priorità di acquistare il “box set” (che includeva anche una tredicesima birra “bonus track”)  alla modica cifra di 450 dollari. Inutile dire che dopo qualche settimana le stesse valigette sono apparse su Ebay e altri siti a 750 dollari; e magari qualcuno le ha pure comprate. 
Meglio allora pensare a progetti meno ambiziosi, come ad esempio la Sgt. Pepper Farmhouse Ale  della Cambridge Brewing Company, chiaramente ispirata dall’omonimo disco dei Beatles, o  alla Smoke on the Water Porter   della Heavy Seas, un evidente tributo ai Deep Purple.  In Italia mi piace ricordare (se non altro per il gruppo coinvolto, i Joy Division) la Delta Red Disorder di Toccalmatto.    
Diverso è invece il caso alle birre commissionate direttamente dai gruppi musicali o da chi ne detiene i diritti di sfruttamento dell’immagine; gli introiti derivanti dalle vendite dei cd sono crollati, ed è necessario attingere a piene mani da tutto il resto per campare: concerti, reunion, merchandising e tante altre tristi operazioni commerciali.  L’Heavy Metal / Hard Rock è un genere (che non mi piace affatto, lo dichiaro apertamente) particolarmente avvezzo a queste operazioni. La Trooper, “birra ufficiale” degli Iron Maiden, è forse l’ultimo e più noto esempio. Prodotta dal birrificio inglese Robinson, pare abbia riscosso un ottimo successo e pare non sia neppure una birra così terribile: personalmente non ho ancora avuto la (s)fortuna di assaggiarla.   
Ma prima di loro ci sono stati gli Status Quo con la Piledriver, una bitter prodotta dalla Wychwood Brewery e i Motorhead che (oltre ad avere già commercializzato dei vini a loro nome) hanno realizzato la Bastards Lager (Krönleins Bryggeri, Svezia).   Aggiungo alla lista i Sepultura, che a dispetto del loro nome (vi aspettavate una imperial stout o una IPA asfalta palato?) hanno festeggiato il loro venticinquesimo anniversario con la “innocua” ma dissetante Sepultura Weizen  realizzata con la Cervejaria Bamberg. Ah, siamo in Brasile, non in Germania.  Kitsch ma bello il cofanetto, a forma di amplificatore, nel quale le bottiglie potevano essere acquistate. Chiudo questa mini-rassegna con la Destroyer dei Kiss (prodotta sempre dalla svedese Krönleins) che a dispetto del nome minaccioso è un’innocua pale lager e con quella che probabilmente è l’unica birra decente: la collaborazione tra Thornbridge e  Ed Cosens, chitarrista (ed homebrewer) della band The Reverend and the Makers. 
E veniamo alla birra di oggi, la AC/DC beer,   che è arrivata nel 2013 in Germania, Svizzera, Austria ed in altri paesi europei; al momento l’Italia ne sia rimasta esclusa. Il gruppo australiano credo non abbia bisogno di presentazioni anche a chi (come me) non piace la loro musica. Già titolari (con buon successo) di una linea di vini ed altre bevande  gli AC/DC hanno pensato d’incrementare il loro fatturato lanciando anche una birra al grido di “Australian Rock meets German beer”. Viene prodotta "secondo l’editto di purezza e secondo il manifesto Rock’n’Roll” (sic)  dalla Karlsberg Brauerei di Homburg (Germania), un nome che presenta una straordinaria assonanza con una nota multinazionale. E’ disponibile nel generoso fustino da cinque litri e nella lattina formato pinta (568 ml.) che ricalca la grafica del loro album più recente, “Rock or Bust”: premium lager secondo il comunicato stampa ufficiale, premium pilsner secondo quanto riportato in lattina. 
Dorata e limpidissima nel bicchiere, forma una compatta testa di schiuma bianchissima, cremosa e dalla buona persistenza. L’aroma è pulito, anche se non è certo un elogio all’eleganza ed alla fragranza: mollica di pane, cereali, qualche sentore di miele, floreale (camomilla) ed erbaceo. Tutto nella norma anche in bocca: birra scorrevolissima e facile da bere, leggera, discretamente carbonata, intensità del gusto piuttosto bassa. Di nuovo mollica di pane, cereali e miele, qualche fastidiosa nota metallica ed un finale amaro erbaceo non particolarmente elegante e gradevole. Il livello di amaro percepito è senz’altro superiore ad una lager “standard”, mentre la secchezza è indubbiamente inferiore a quella che m’aspetterei di trovare in una pils; il palato rimane un po’ appiccicoso, lievemente imburrato, ma sulla presenza di diacetile non metterei la mano sul fuoco. In sostanza non è troppo diversa da una delle tante anonime ed acquose lager/pils industriali: disseta, fa fare il ruttino (anche ai concerti!)  ma non regala nessuna particolare emozione o soddisfazione, se non per il portafoglio di chi l’ha ideata. Una pinta di marketing, una birra assolutamente superflua se non inutile, a meno che non l’acquistiate per la vostra collezione di lattine o di memorabilia AC/DC: a proposito.. prima che la butti nell’immondizia, interessa a qualcuno?   
Formato: 56,8 cl., alc. 5%, lotto L13K4 08:31, scad. 11/2015, pagata 1.44 Euro (supermercato, Germania).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

sabato 17 gennaio 2015

Maxlrainer Pils

Nuovo appuntamento con il birrificio bavarese Maxlrain, sito nel vistoso castello dell'omonima località che si trova a circa cinquanta chilometri a sud-est di Monaco.
Dopo Festbier, Schloss Trunk e Schwarzbier, ecco una classica Bavarian Pils, prodotta con luppoli provenienti dalla regione dell'Hallertau e malti bavaresi. Dorata pallida e limpida all'aspetto, forma una bella testa di bianchissima schiuma cremosa, fine e compatta, molto persistente. Lo stile non prevede ovviamente un'aroma particolarmente complesso, ma quella fragranza ed eleganza che invece ci si aspetterebbe di trovare risulta assente; bassa anche l'intensità dei sentori erbacei, di fiori secchi, miele e camomilla. Leggera e scorrevole al palato, poco carbonata, ripresenta caratteristiche pressoché identiche a quelle dell'aroma: pane e cereali, un accenno di miele ed una discreta secchezza che sopperisce alla mancanza di fragranza/freschezza. Non molto elegante il finale, con un amaro erbaceo un po' sgraziato che non lascia un bel ricordo di sé.
Birra che svolge la sua funzione primaria (dissetare e rinfrescare) senza infamia e senza lode. Chissà quante volte avrete sentito in giro il "mantra" della della birra tedesca definita "noiosa e poco emozionante"; lo stereotipo non corrisponde certamente  sempre al vero, ma in questo caso tocca annotare sul taccuino una bevuta accademica ma fredda, che non entusiasma e non fa venire voglia di avere di nuovo il bicchiere pieno, dopo che si è svuotato.
Formato: 33 cl., alc. 4.9%, lotto 08:39, scad. 29/06/2015, pagata 0.77 Euro (supermercato, Germania).


NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 6 ottobre 2014

Theresianer Premium Pils

Il secondo appuntamento con Theresianer  - Antica Birreria di Trieste 1766, presentatovi in questa occasione, è quello con la  Premium Pils. Ringrazio anche questa volta il birrificio per avermi inviato una bottiglia da assaggiare. Lo stile di riferimento è quello delle pils boeme, ed una ricetta che prevede malto Pilsener e luppoli "nobili" di provenienza boema (Saaz e Tettnang). 
Nel bicchiere si presenta di colore dorato, velato, con una solida "testa" di schiuma, compatta e cremosa, abbastanza fine, dalla buona persistenza. L'aroma è pulito e ancora abbastanza fresco, regalando dei gradevoli sentori di cereali e di mollica di pane, con qualche sfumatura floreale, di miele e di fieno. In sottofondo mi sembra anche di avvertire una leggerissima presenza di agrumi. Il gusto mantiene una corrispondenza pressoché perfetta, riproponendo pane, cereali e miele; la birra è leggera e gradevolmente carbonata, risultando molto scorrevole senza mai essere acquosa. Il finale è invece un po' timido, non c'è quella chiusura amara, delicatamente speziata ed erbacea di luppoli nobili, 
ripulente e dissetante, che ti aspetteresti da una pils da manuale.
Bene la pulizia, ancora di buon livello la fragranza: la birra è fatta bene, godibile e si beve con piacere, ma vale un po' il discorso fatto sulla India Pale Ale assaggiata qualche giorno fa, seppur in quantità minore. L'impressione è di una birra pensata per accontentare la maggior parte dei palati, quelli "assuefatti" al gusto delle birre industriali, che prediligono il dolce e che "temono" l'amaro: chiariamo, la differenza con un blando prodotto industriale c'è ed è evidente, ma si poteva/doveva osare di più per dare maggior personalità ad una birra che rientra in uno stile (al contrario delle IPA) tutto sommato abbastanza accessibile anche per tutti.
Formato: 75 cl., alc. 5%, lotto 14216 1132, scad. 03/05/2015.

giovedì 2 ottobre 2014

Birrificio Artigianale Veneziano Furia Bionda

Debutta sul blog anche il BAV - Birrificio Artigianale Veneziano, attivo dal 2010 a Maerne di Martellago (Venezia). Dalle informazioni che sono riuscito a recuperare nel 2012 il birrificio ha subito un cambio di gestione ed è passato in mano a tre soci Enrico Cornelli, Andrea Cecchin  e Nicola Favero mentre in sala di cottura ci sono il giovane birraio Rudy Liotto (classe 1990 ed homebrewer dall’età di 15 anni) ed il biotecnologo Marco Vescovi. La gamma di birre è sostanzialmente divisa in due: le Furie, un’eredità della precedente gestione, chiamate semplicemente con il loro colore, secondo una logica che mira ad un bevitore “poco” esperto:  Bionda, Rossa e Nera.  Da quanto leggo in giro queste birre non sono esattamente le "figlie predilette” degli attuali birrai, ma continuano comunque ad essere prodotte perché hanno una buona richiesta. Il nuovo corso del birrificio si esprime al meglio nella linea chiamata “Venexiana” , che parla un linguaggio un po’ più “evoluto”: IPA, Pilsner, Bitter, Pale Ale e Blanche. Nel 2013 il BAV un grosso risultato – tra la sorpresa degli appassaionati e degli addetti ai lavori – al concorso di Birra dell’Anno:  due medaglie d’oro. La Pilsner nella categoria “Chiare, bassa fermentazione, basso grado alcolico, Italian Lager” e la Bitter nella categoria “Ambrate, alta fermentazione, basso grado alcolico, d’ispirazione anglosassone”. Fino ad ora non mi era ancora capitata l’occasione di assaggiare il  Birrificio Artigianale Veneziano e quindi ringrazio Dario di www.iperdrink.it per avermi inviato una bottiglia di Furia Bionda da assaggiare. Suppongo che la ricetta abbia subito profonde modifiche nel corso del tempo, visto che su alcuni siti viene presentata come una “bionda” in stile belga, mentre la versione attuale è una classica Pils, anche se immagino non sia la stessa ricetta (della linea Venexiana) che ha ottenuto l'oro a Birra dell'Anno.   
All’aspetto è di un bel colore dorato, appena velato, e forma un cappello di schiuma bianca fine e compatta, cremosa, dalla buona persistenza. L’aroma apre con fiori (camomilla), una lieve speziatura reminescente di luppoli nobili, sentori erbacei, di crosta di pane, miele millefiori ed un leggerissima presenza di agrumi.  Discreta l’intensità, buona la pulizia.  Il percorso continua in linea retta al palato, con una leggera base maltata di pane e cereali, qualche accenno di miele e di agrumi, prima di una chiusura secca-ma-non-troppo, veloce, erbacea, che le dona un delicato amaro. Leggera e scorrevole, con la giusta carbonazione, ha un gusto pulito ed abbastanza fragrante e svolge con diligenza il suo compito di dissetare e rinfrescare. La difficile sfida del birraio alle prese con una Pils è sempre quella di riuscire a caratterizzare una birra semplicissima, praticamente nuda, senza ricorrere ad orpelli o fuochi d'artificio: se da un lato questa Furia Bionda è una birra accessibilissima anche ai palati meno esperti, dall'altro questa sua elevata fruibilità si traduce per un palato un po' più navigato in una birra fatta bene ma  un po' troppo timida e che non riesce a lasciare un grande ricordo di sè. Sono curioso a questo proposito di assaggiare alla prima occasione la sorella "pils" della linea Venexiana.
Formato: 33 cl., alc. 5.2%, lotto 232, scad. 07/2015 (la potete acquistare qui www.iperdrink.it)  

sabato 27 settembre 2014

Gilac Dorita

Il Birrificio Gilac non è certo uno degli ultimi arrivati sulla scena italiana; è attivo dal 2007, quindi in tempi ben lontani dall'esplosione demografica di birrifici che è avvenuta negli ultimi cinque anni. Lo fondano i coniugi Claudia Bidone (una tra le poche birraie in Italia), il marito Salvatore Sparacio ed il fratello di quest'ultimo, Vincenzo (musicista eclettico, insegnante e percussionista professionista) a Val della Torre (Torino); nel 2013 avviene il trasloco nella vicina (quindici chilometri) Rivoli, e per l'occasione viene anche completamente rinnovata la grafica dell'etichette, il sito internet ed il logo del birrificio, che abbandona la veste "agricola" ed il legame con il territorio (rappresentava, stilizzandola, l’infiorescenza della Euphorbia gibelliana, una pianta spontena che cresceva in Val Ceronda) per assumerne una più moderna, austera e pulita. Nel passato di Gilac c'è l'homebrewing, nel presente l'obiettivo di produrre birre semplici e di facile fruizione "senza scoraggiare il consumatore costringendolo a dover compiere uno sforzo cognitivo eccessivo per poter gustare una buona birra".  Al momento sono dieci le etichette prodotte, sei ad alta fermentazione e quattro a bassa. 
Nonostante sia attivo da sette anni, non mi era mai capitata l'occasione sino ad ora di trovare da qualche parte le produzioni di Gilac; ringrazio quindi Dario di www.iperdrink.it per avermi inviato una bottiglia di Dorita da assaggiare. Si tratta di una classica Pils, dal colore dorato opalescente con qualche sfumatura arancio; la schiuma, bianca, è fine, compatta, cremosa ed ha una buona persistenza.
L'aroma è pulito, con sentori floreali (soprattutto camomilla), di miele e di mollica di pane, cereali; in sottofondo si avverte una leggerissima speziatura (pepe), qualche traccia erbacea e, mi sembra, di agrumi. In bocca è corretta, con un corpo snello ed una carbonazione media: è watery e scorrevole come una Pils deve essere, anche se il gusto si rivela essere un po' meno intenso - e pulito -  dell'aroma. Dopo l'ingresso di cereali e di pane, c'è un lieve passaggio a vuoto, un po' troppo acquoso (a fatica emerge una nota di miele d'arancio e forse di agrumi), prima della chiusura delicatamente amara ed erbacea, forse un po' timida. E' una birra facilissima da bere, che mi sembra rispecchi bene la filosofia del birrificio di mirare a produrre birre semplici da bere senza sforzi: ma chi fa birra sa anche che la semplicità non è affatto semplice da raggiungere, se mi passate il gioco di parole. Le Pils sono tra le birre più difficili da fare, prive di paraventi o estremismi che possono aiutare a coprire eventuali difetti; questa Dorita viene un po' penalizzata da una bottiglia vicina alla data di scadenza, quando lo stile brassicolo imporrebbe un rapidissimo consumo. Va da sé che questa Pils ha perso buona parte di quella fragranza e freschezza che sono esse stesse un parametro fondamentale per una bevuta pienamente soddisfacente. Potrebbe comunque essere una buona "gateway beer" per chi ha il palato abituato ai prodotti industriali e necessita di qualcosa di qualità superiore che però non si allontani troppo da quello che è abituato a bere; i palati più allenati noteranno invece una discreta intensità e pulizia, ma intravedranno anche i necessari margini di miglioramento per quel che riguarda la personalità ed il carattere.
Formato: 33 cl., alc. 4.5%, lotto 96/13, scad. 10/2014 (la potete acquistare qui www.iperdrink.it)