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venerdì 29 novembre 2019

Eastside Baciami Ancora

Il birrificio Eastside di Latina è da qualche anno una presenza abbastanza ricorrente sul blog: qui trovate tutte le birre passate su queste pagine. Anche Eastside – da sempre attento alle tendenze birrarie -  è uno di tra i pochi birrifici italiani che hanno iniziato ad utilizzare il formato lattina 44 centilitri che sta ormai spopolando in tutta Europa. Il loro debutto è avvenuto a metà luglio, giusto in tempo per portarle in spiaggia nella borsa frigo, con l’American IPA Sunny Side seguita il mese successivo dalla Soul Kiss, l’American Pale Ale con la quale Eastside aveva debuttato. La gamma si è poi ampliata con la Double IPA Sun Stroke, l’imperial stout Baciami Ancora e l’ultima arrivata Dreamshake IPA. 
Torniamo all’estate scorsa: pare che lo staff Eastside sia rimasto particolarmente soddisfatto di una cena presso La Mangiatoia di Alassio, steakhouse che vanta anche una bella selezione di birre artigianali. Cena che si è conclusa con l’assaggio di qualche Bacio di Alassio, dolcetto tipico della località ligure inventato all’inizio del ‘900 da Pasquale Balzola. Ecco come la pasticceria ne ripercorre la storia: “agli albori del secolo scorso, in modo lento ma progressivo, gli italiani scoprirono, grazie all’ausilio dei nuovi mezzi di comunicazione, il piacere del Turismo e con esso la possibilità di recarsi nelle località balneari del Ponente Ligure per potersi immergere nelle nascenti “bagnature di mare” (così si chiamavano allora le attività marine) e trascorrere le vacanze estive. Ad Alassio, cittadina costiera dell’estremo ponente ligure, antico borgo marinaro e perla della riviera di ponente, gravitava in quell’epoca, così come accade oggi, tutto il bel mondo proveniente dalla Lombardia e Piemonte unitamente a vaste colonie di inglesi e tedeschi che apprezzavano un mare azzurro ed incontaminato unitamente ad una sabbia naturale pulitissima e ricca di quarzite, la cui ottima conducibilità di calore riusciva a curare dolori e reumatismi. Balzola Pasquale, fondatore della nostra azienda, dotato di fausto e geniale intuito, comprese la potenzialità economica che il nascente fenomeno turistico poteva rappresentare e decise di creare un prodotto dolciario con discrete qualità di conservazione che si potesse vendere alla stregua di un souvenir da regalare a parenti o amici al ritorno delle vacanze. Così fu e l’idea ebbe grande successo; sfruttando i semplici e allora poveri ingredienti che la natura avara di Liguria poteva fornire, nacquero i Baci di Alassio (da noi brevettati sin dal lontano 1919)”. 
La ricetta originale della Pasticceria Balzola prevede nocciole Piemonte IGP, zucchero, albume d’uovo, miele cacao, farina di frumento, burro e aromi per il guscio; copertura di cioccolato fondente, panna, burro di cacao, cacao in polvere e pasta di nocciole per il ripieno.

La birra.
Baciami Ancora è l’ultima imperial stout (10%) nata in casa Eastside ed è prodotta con aggiunta di farro, cacao, caffè, lattosio e Baci d’Alassio quest’ultimi usati in bollitura durante la realizzazione del mosto. Il suo vernissage non poteva che avvenire in Liguria: non ad Alassio, ma al Genova Beer Festival dello scorso 18 ottobre. 
Non è completamente nera ma poco ci manca: peccato per la schiuma, quasi inesistente e rapida nel dissolversi. L’aroma è pulito e gradevole ma d’intensità piuttosto modesta: caffè moka, tabacco, note terrose e torrefatte, cacao fondente.. La bevuta fa un netto balzo in avanti rispetto all’aroma, soprattutto per l’intensità: liquirizia, frutti di bosco, nocciola e vaniglia danno il via ad una imperial stout dolce che poi vira piuttosto velocemente sull’amaro del caffè, del cioccolato fondente, del torrefatto e del luppolo. Lascia una lunga scia morbida e moderatamente etilica nella quale caffè e cioccolato si “baciano ancora”.  Ed è un bacio nero abbastanza morbido al palato, leggermente viscoso ma non ingombrante: si sorseggia in tutta tranquillità e con piena soddisfazione.  Nonostante l’utilizzo di un pasticcino è (fortunatamente, aggiungo io) un’imperial stout che si mantiene assolutamente distante dal territorio pastry: è una birra che sa di birra, intensa, pulita e ben bilanciata tra le sue componenti. L’aroma ha un po’ il freno a mano tirato ma al palato c’è pieno riscatto: cercate ovviamente di berla fresca, caffè e cioccolato non migliorano col tempo.
Formato 44 cl., alc. 10%, lotto 42 19, scad. 08/2024, prezzo indicativo 8.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 21 gennaio 2019

Eastside / Rebel's / Vento Forte/ Hilltop / Ritual Lab Sleepless Night

Che vi piacciano o no, le collaborazioni tra birrifici sono uno dei regali che ci ha portato la Craft Beer Revolution.  Sono solo uno dei tanti strumenti di marketing che consentono con poco sforzo di soddisfare il mercato e la sua continua richiesta di novità? Sono utili occasioni di scambio di conoscenze di crescita reciproca tra birrai?  Sono momenti goliardici tra colleghi e amici? C’è sicuramente un po’ di tutto in un fenomeno che, con le dovute proporzioni, ricorda un po’ quello dei supergruppi musicali nato alla fine degli anni ’60.  Ricordate i Cream, i Blind Faith, il poker Crosby, Stills, Nash & Young o il trio Emerson, Lake & Palmer? Negli anni ’80  i supergruppi andarono via via scomparendo ma bisogna comunque annotare sul taccuino i Traveling Wilburys (Bob Dylan, George Harrison, Jeff Lynne della Electric Light Orchestra, Tom Petty e Roy Orbison), gli Asia, i The Firm, Mike and the Mechanics e soprattutto i due megagruppi “a progetto” Band Aid e USA for Africa. Del resto il legame tra musica e birra è più forte di quanto appaia: non si contano i nomi delle birre e le etichette ispirate al mondo della musica, o i gruppi musicali che per fare cassa hanno concesso il proprio nome ad una birra, con risultati spesso purtroppo imbarazzanti. 
Questo preambolo mi è servito per presentarvi una sorta di “supergruppo” di birrai laziali che si sono riuniti a Latina nell’autunno dello scorso anno per produrre una birra a dieci mani; Eastside, Rebel’s, Vento Forte, Hilltop e Ritual Lab. Il risultato della notte insonne passata a lavorare sulla birra è stato appunto chiamato Sleepless Night: o forse la notte insonne è quello che vi aspetta dopo averla bevuta. Si tratta di una imperial porter (9.5%) prodotta con chicchi di caffè tostati dalla torrefazione Rinaldi di Ciampino, macinati a mano e tenuti in infusione per una settimana; al momento del confezionamento è stato poi aggiunto estratto di vaniglia del Madagascar. Gli impianti utilizzati sono stati quelli del birrificio Eastside. Anche se la presentazione ufficiale è avvenuta lunedì 15 ottobre presso la Scurreria Beer and Bagel di Genova, i primi fusti sono stati svelati al pubblico in occasione del weekend del festival Eurhop (12-13-14 ottobre). 

La birra.
Non è nera come la notte ma poco ci manca; la schiuma è cremosa e compatta ma di dimensioni molto modeste e piuttosto rapida nel scomparire. Il caffè, in forma liquida e macinata, è protagonista indiscusso di un aroma che annovera anche profumi terrosi, di orzo tostato, tabacco e cioccolato fondente. Chiudendo gli occhi si riesce ad immaginare anche un brownie al caffè. Il corpo è tra il medio e il pieno, la consistenza è oleosa e piuttosto gradevole anche se qualche bollicina di troppo, benché fine, ne pregiudica un po’ la morbidezza. Chi ha voglia di fare serata o di concluderla con una imperial porter al caffè non resterà deluso: questa Sleepless Night regala una bevuta ricca di caffè e di torrefatto, sostenuti da un velo dolce di caramello e vaniglia. In secondo piano troviamo accenni di tabacco e liquirizia, cacao amaro. L’alcool si fa sentire soprattutto a fine corsa, chiudendo un percorso intenso nel quale la vaniglia riesce a bilanciare molto bene l’acidità del caffè e dei malti scuri. Una birra che fa serata, da sorseggiare in tutta tranquillità. I lettori regolari del blog ricorderanno come spesso mi sia “lamentato” del livello delle imperial stout/porter italiane, ancora troppo lontane dai migliori esemplari prodotti all’estero, Stati Uniti in primis. In questa Sleepless Night c’è ancora qualche imprecisione ma è davvero questione di dettagli:  per quel che riguarda pulizia, intensità e “mouthfeel”  la distanza tra Italia e Stati Uniti (passatemi la semplificazione) risulta notevolmente ridotta e, se amate il genere, vi consiglio di metterla sulla vostra wishlist. 
Formato 33 cl., alc. 9.5%, lotto 25 18, scad. 12/2021, prezzo indicativo 5.50-6.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 5 dicembre 2018

Eastside Fumo Lento

Le giornate si fanno sempre più corte e fredde, non c’è niente di meglio che concluderle versandosi nel bicchiere qualcosa che riscaldi e che ci faccia compagnia per quasi tutta la serata. Non è un caso che il consumo delle birre “scure” sia molto più elevato nei mesi più freddi dell’anno, soprattutto nelle loro versioni “robuste” o imperiali: Baltic Porter, ad esempio, il cui nome evoca già il freddo e un possibile rimedio. 
Birre scure dalla sostenuta gradazione alcolica erano prodotte nei paesi baltici da secoli ma fu Michael Jackson (il beerhunter, non il cantante… per i meno esperti in materia) a rivendicare la paternità di quella che, dice, è “una categoria nata dopo una serie di articoli che scrissi nel 1990, dopo un viaggio in Estonia“. Una quindicina di anni prima, nel libro World Guide to Beer del 1977, Jackson si limitava a raccontare che “le Porter prodotte in Polonia hanno corpo medio, sono potenti e forti con una gradazione alcolica di circa il 7.5%”. 
E’ noto che nel diciottesimo secolo l’Inghilterra era una potenza industriale e anche la birra era oggetto di commercio verso l’estero: i paesi scandinavi e baltici apprezzavano “in particolare birre di colore scuro, alcoliche e dolci”.  Una su tutte? Quella che il birrificio Barclay Perkins dedicò all’imperatrice di Russia Caterina la Grande: nacque la prima “Russian Imperial Stout”.  Ovviamente i birrai locali non rimasero con le mani in mano ed iniziarono ad imitare le birre provenienti dall’Inghilterra adattando le ricette per i lieviti a bassa fermentazione che utilizzavano abitualmente.

La birra.
Questo breve excursus storico ha lo scopo d'introdurre la Baltic Porter del birrificio di Latina Eastside, presenza abbastanza regolare sul blog. Fumo Lento ha debuttato a cavallo tra la fine del 2016 e l’inizio del 2017: la sua bella etichetta raffigura quei velieri che nel diciottesimo secolo salpavano dai porti inglesi verso i mari del Nord. Sotto di lui la “nebbia di mare” o, se preferite, il fumo “lento” di un sigaro al quale potete abbinare questa birra. La ricetta prevede il 50% di malto affumicato, malti Chocolate, Carafa 3 Special, Brown e luppolo Chinook sia in amaro che a fine bollitura. L’ispirazione? Probabilmente la Baltic Porter più amata dagli appassionati: quella del birrificio Alaskan.  
All’aspetto è di color ebano scuro, la schiuma è cremosa e compatta ed ha buona ritenzione.  Il legno affumicato è protagonista di un aroma ricco e pulito nel quale appaiono profumi di pane nero, orzo tostato, fondi di caffè, speck, qualche suggestione di cacao amaro. Al palato è morbida e poco carbonata, la scorrevolezza è ottima. Passano in rassegna dapprima caramello, pane nero, accenni biscottati e frutta sotto spirito, mentre nel finale s’intensificano tostature e caffè. Il fumo è più in secondo piano rispetto all’aroma ma – come in una sinfonia – entra ed esce di scena a più riprese dialogando con gli altri elementi. C’è anche spazio per suggestioni di cioccolato, l’alcool (7.5%) è molto ben dosato, il retrogusto abboccato è caldo, accomodante e invitante. Gran bella Baltic Porter questa di Eastside: pulita, definita, intensa, precisa e molto bilanciata. Scorre con pericolosa facilità ma sarebbe un vero peccato non gustarla con calma, sorso dopo sorso. Ogni cosa al posto giusto in una birra da non mancare se la trovate: per me una delle migliori produzioni del birrificio di Latina, che ringrazio per avermela fatta assaggiare. 
Formato 33 cl., alc. 7.5%, lotto 15 18, scad. 12/2020, prezzo indicativo 5.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

giovedì 25 ottobre 2018

Eastside Brewing: Sun Stroke (Vermont Edition) & Sour Side (Cherry Edition)


Ospito sempre con piacere sul blog Eastside, birrificio di Latina fondato nel 2013 da Luciano Landolfi, Alessio Maurizi, Cristiano Lucarini e Fabio Muzio: l’ultima apparizione risale allo scorso gennaio, occasione per tirare le somme di un 2017 ricco di novità. E non è che nei mesi successivi a Latina siano stati con le mani in mano, anzi: la craft beer impone oggi di non restare mai fermi e di offrire agli appassionati sempre qualcosa di nuovo da bere. Il 2018 ha quindi visto arrivare Personal Jesus (10% American Wheat Wine in collaborazione con Birrificio Italiano), Unconditional Love (6,7%  Wine Oaked & Dry Hopped American Sour Ale), Hang Loose (6,5% White IPA), Bill Kilgore (6.3% American IPA), Vato Loco (6.7% NEIPA con aggiunta di albicocca ed estratto di bacche di vaniglia), Tripla Doppia (11,5% tripel) e Mea Culpa (11% Belgian Strong Dark Ale). Ne avrò dimenticata qualcuna?

Le birre.
Sun Stroke è la Double IPA di casa East Side e la statua della libertà in etichetta omaggia la nazione che ha “inventato” questo stile: i luppoli utilizzati sono Citra, Cascade, Columbus e Galaxy. La bottiglia in mio possesso è però una “Vermont Edition”: parliamo quindi di una Double NEIPA, torbida e succosa, fermentata con il lievito che negli ultimi anni ha rivoluzionato lo stile. L’aspetto è in effetti simile ad un torbido succo di frutta, la schiuma è cremosa, abbastanza compatta e mostra un’ottima persistenza. Ananas, mango, papaia, pompelmo, mandarino e arancia danno un intenso e caloroso benvenuto; in sottofondo fa capolino anche qualche nota dank. Se consideriamo che le NEIPA non sono certo il palcoscenico ideale per esprimere pulizia e finezza, direi che il risultato è comunque piuttosto positivo.  La sensazione palatale è morbida e molto gradevole,  “chewy” quanto basta per mantenere comunque una buona scorrevolezza. Il gusto mi sembra un po’ meno definito dell’aroma ma c’è comunque tutto quel che serve per soddisfare chi ama il New England: mango e ananas, agrumi, un finale resinoso di buona intensità e durata. Il tanto temuto “grattino/effetto pellet” che spesso affligge queste birre è qui ridotto davvero ai minimi termini, c’è una buona secchezza e un’ottima intensità. Quest’ultima caratteristica riguarda anche l’alcool (8.5%) che si sente e non fa sconti, riscaldando ogni sorso: personalmente prediligo interpretazioni un po’ meno muscolari dello stile che favoriscono la facilità di bevuta, ma qui si rientra nei gusti personali.

Con la Sour Side andiamo invece in Germania: parliamo di Berliner Weisse, birra di frumento popolarissima nella Berlino del diciannovesimo secolo e poi decaduta al punto che nella capitale era rimasta solo la Berliner Kindl Brauerei a produrla.  Le sue caratteristiche sono l’impiego di una percentuale di frumento che varia tra il 25 ed il 50%, una bassa gradazione alcolica, una vivacissima carbonazione e, soprattutto, una spiccata acidità ottenuta mediante una seconda fermentazione in bottiglia aggiungendo lactobacilli.  La Craft Beer Revolution, come avvenuto in altri casi, ha saputo riportare in vita quello che l’industria e le grandi multinazionali erano quasi riuscite a sopprimere. Le Berliner Weisse godono oggi di una nuova vita: sono leggere, rinfrescanti e dissetanti, soprattutto se la loro tagliente acidità viene ammorbidita dall’aggiunta di frutta.  Nel caso della Sour Side, oltre ad una berliner “pura” ne è stata realizzata una aggiungendo pesca e albicocca ed una con le visciole; proprio in questi giorni ne sta arrivando una al lampone.  
Il suo colore rosato è davvero splendido, mentre la vivace schiuma leggermente sporcata di rosa è generosa ma abbastanza rapida nello svanire.  Le visciole dominano l’aroma ma sono in buona compagnia: profumi di frumento e impasto di pane, limone, fragoline. Scattante e snella, al palato scorre con velocità davvero impressionante e in breve tempo ci si ritrova con il bicchiere dimezzato; personalmente ci vedrei bene qualche bollicina in più. Nel bicchiere c’è l’asprezza delle visciole e di qualche altro frutto (limone, un tocco di mela), note di pane e frumento, qualche suggestione di fragolina, un’acidità lattica molto ben controllata. Il percorso si chiude con un veloce passaggio amaricante di nocciolo di visciola ma è soprattutto la grande secchezza a ripulire il palato, obbligandolo di fatto a desiderare subito un altro sorso. Bella (in questo caso l’aspetto estetico è davvero notevole), profumata, pulita e facile da bere: un valido alleato nelle giornate più calde dell’anno o un leggero e gustoso aperitivo.  A voi la scelta.
Ringrazio il birrificio per avermi inviato le birre da assaggiare. 

Nel dettaglio:
Sun Stroke (Vermont Edition), 33 cl., alc. 8.5%, lotto 49 18, scad. 01/10/2019, prezzo indicativo 5.00 euro
Sour Side (Cherry Edition), 33 cl., alc. 4.8%, lotto 30 18, scad. 01/07/2019,  prezzo indicativo 4.50 euro

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 18 gennaio 2018

Eastside Sleazy Way Imperial Stout

Ritorna sul blog Eastside, birrificio di Latina che abbiamo già incontrato in diverse occasioni. Fondato nel 2013 da Luciano Landolfi, Tommaso Marchionne, Alessio Maurizi, Cristiano Lucarini e Fabio Muzio, Eastside si è lasciato alle spalle un 2017 molto attivo e piuttosto ricco di novità e collaborazioni, per cercare di stare al passo con le mode. Tra le ultime arrivate ricordo, in ordine casuale,  Fata Morgana  (scotch ale / wee heavy), Terzo Grado (una massiccia triple IPA), Fade Away (double witbier), The Truth (IPA prodotta con luppolina), Pineapple Chunk (collaborazione con Kees, una NEIPA con ananas), Overdrive (collaborazione con Birrificio Mezzavia), Castle Bravo (NEIPA realizzata in esclusiva per i locali Artisan, Scurreria e La Belle Alliance), Sempre Visa (Pilsner), alcune variazioni sul tema Sour Side (berliner weisse alla frutta) e un’edizione speciale “juicy” della Six Heaven. Ne avrò sicuramente dimenticata qualcuna.  
Oggi facciamo però un passo indietro al 2016, quando Eastside realizza la sua prima imperial stout, uno stile del quale non ho mai trovato interpretazioni veramente soddisfacenti da parte di birrifici italiani, tranne poche eccezioni (qui e qui, ad esempio). 
Sleazy Way, termine che nello slang americano indica una modalità losca, sporca o poco corretta per raggiungere un risultato; nel nome è infatti racchiuso parte del processo produttivo di questa birra. L’intenzione è quella di simulare un passaggio in botte di whisky, utilizzando cubetti di rovere francese che sono stati lasciati a bagno nel distillato per qualche mese.  La scorrettezza è ovviamente segnalata in modo “ironico”, perché la pratica di utilizzare chips di legno è abbastanza frequente nel mondo della birra. Se pensiamo alle imperial stout, l’esempio più famoso è probabilmente quello della Yeti Oak Aged di Great Divide. 
Colgo l’occasione per aprire una parentesi e dare un avviso ai naviganti birrofili meno esperti: fate attenzione a quello che trovate scritto in etichetta! Oak Aged non significa Barrel Aged: pensateci bene prima di spendere cifre elevate per acquistare birre (americane) il cui prezzo non è sempre giustificato. Benché i cubi e le chips di legno “simulino” il passaggio in botte, per quanto ben realizzato il risultato finale non è assolutamente paragonabile a quello di un vero invecchiamento in botte. Le tempistiche e i costi di realizzazione, ovviamente inferiori, dovrebbero riflettersi sul costo finale del prodotto che dovrebbe essere minore rispetto a quello di una birra “barrel aged”.  Mi riferisco proprio al caso della Yeti Oak Aged, che non fa botte ma che mi capita spesso di vedere in vendita agli stessi prezzi, se non addirittura superiori, di birre invecchiate in botte.

La birra.
Torniamo in Italia con una bottiglia di Sleazy Way prodotta all’inizio del 2016. Il suo colore è un ebano piuttosto scuro che s'avvicina al nero, mentre la schiuma, cremosa e abbastanza compatta, rivela una buona persistenza. Al naso orzo tostato e caffè dominano la scena, in secondo piano accenni di legno affumicato e whisky, frutta sciroppata, carne. L'intensità, dopo due anni passati in bottiglia, è ancora buona mentre pulizia ed eleganza sono ampiamente migliorabili. Lo stesso si potrebbe dire del gusto: ci sono tutti gli elementi giusti ma non sono definiti con la dovuta precisione. Caramello, liquirizia, frutta sotto spirito e whisky danno il via ad una bevuta abbastanza dolce che vira poi, con un passaggio un po'  po' troppo brusco, verso un amaro intenso nel quale oltre al caffè e alle tostature c'è ancora il contributo dei luppoli. E' una imperial stout "dura" e tosta, maschia, sostenuta da un vigoroso ma non eccessivo tenore etilico che riscalda ogni sorso: più che il legno, è presente il distillato in cui l'elemento è stato immerso. Il risultato è nel complesso gradevole ma ancora lontano - problema endemico - dai migliori esempi che arrivano dagli Stati Uniti o dal nord Europa: mi riferisco a pulizia ed eleganza ma anche a quel mouthfeel che, sebbene morbido e leggermente oleoso, non riesce a regalare quella sensazione di pienezza, di cremosità e di "lussuria" che personalmente vorrei trovare quando decido di stappare una imperial stout dal contenuto alcolico (quasi)  in doppia cifra.
Formato 33 cl., alc. 9.5%, lotto 20 15, scad. 12/2021, prezzo indicativo 5.00-6.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 16 luglio 2017

Eastside Six Heaven (Juicy Edition)

Rieccoci a parlare di Eastside Brewing, birrificio laziale (Latina)  fondato nel 2013 da Luciano Landolfi, Tommaso Marchionne, Alessio Maurizi, Cristiano Lucarini e Fabio Muzio. La loro storia ve l’avevo raccontata dettagliatamente in questa occasione; il birraio è Luciano il quale riesce ancora a coniugare gli impegni in birrificio con il suo lavoro quotidiano altrove: nel concreto questo “stakanovismo” si traduce nel recarsi in birrificio alla sera e ogni weekend.  
La produzione del birrificio di Latina è suddivisa in tre macro aree: le "classiche", disponibili tutto l'anno, le "speciali" realizzate occasionalmente e quattro birre "stagionali" da quest'anno, per la prima volta, disponibili anche in bottiglia oltre che in fusto: tra queste vi avevo presentato non molto tempo fa la primaverile Spring Break che facciamo ovviamente seguire da quella estiva chiamata Six Heaven.
Il nome fa rifermento al sesto cielo del Paradiso dantesco, quello di Giovegovernato dalle Dominazioni: il cielo è sede delle anime di principi saggi e giusti, tra cui l'imperatore Traiano e Rifeo, che appaiono a Dante come luci che volano e cantano, formando lettere luminose che compongono la frase «Diligite iustitiam qui iudicatis terram» (cioè "amate la giustizia voi che giudicate il mondo"); al di là di questo è la noce di cocco raffigurata in etichetta ad indirizzarvi verso il contenuto della bottiglia.

La birra.
Si tratta infatti di una "Coconut IPA", prodotta nello specifico con 20 chili di cocco tostato e 30 in un dry hopping durato due settimane; il luppoli utilizzati sono Centennial, Citra, Mosaic e Amarillo, mentre il grist prevede un'elevata percentuale (30% circa) di frumento in fiocchi. Il lievito è  il Saccharomyces bruxellensis Trois. Realizzata per la prima volta nell'estate 2016, quest'anno viene riproposta in versione juicy per cavalcare un po' l'ultima tendenza in campo birrario. 
L'aspetto non è ovviamente il suo punto di forza: oltre alla torbidità tipica di questo sotto stile di IPA, gli oli rilasciati dal cocco non aiutano ovviamente la formazione della schiuma; le poche bolle scomposte che si formano scompaiono immediatamente. L'aroma è molto fresco  e pulito anche se non vi è quel paradiso tropicale che surfista e noce di cocco annunciano in etichetta. L'aroma mette sopratutto in evidenza il carattere dank (pensate più o meno alla marijuana) affiancato dagli agrumi, pompelmo in primis. Per il tropicale e il cocco tostato bisogna aspettare che la birra si scaldi molto. Al palato c'è invece una migliore distribuzione dei vari elementi: sono gli agrumi a guidare le danze (cedro, lime, pompelmo) ma c'è un sottofondo dolce di tropicale nettamente percepibile; il cocco tostato fa ogni tanto capolino entrando ed uscendo di scena, mentre l'amaro  resinoso chiude la bevuta con buona intensità e breve durata, permettendo il ritorno della frutta e del cocco tostato nel retrogusto. L'alcool (7%) è nascosto molto bene e c'è una bella secchezza ad assicurare un buon potere refrigerante contro la calura estiva; c'è anche un buon livello di eleganza, caratteristica che spesso manca in queste Juicy IPA. Il tanto temuto "effetto pellet" (quel "raschiare in gola" dell'amaro del luppolo) che spesso affligge queste IPA è qui quasi impercettibile e sovrastato dalla componente fruttata. Chiudo con una parola sul fondo della bottiglia: prestate attenzione nel versare la birra, perché più ne aggiungerete e più il cocco diventerà evidente ma, al tempo stesso,  incrementerete anche "l'effetto pellet".
Formato: 33 cl., alc. 7%, IBU 60, lotto 10 17, scad. 06/2018, prezzo indicativo 5.00-6.00 Euro (beershop).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.
David

martedì 30 maggio 2017

Eastside Brewing: Route 148 & Spring Break

Nuovo appuntamento con Eastside Brewing, birrificio laziale (Latina)  fondato nel 2013 da Luciano Landolfi, Tommaso Marchionne, Alessio Maurizi, Cristiano Lucarini e Fabio Muzio. La loro storia ve l’avevo raccontata dettagliatamente in questa occasione; il birraio è Luciano il quale riesce ancora a coniugare gli impegni in birrificio con il suo lavoro quotidiano altrove: nel concreto questo “stakanovismo” si traduce nel recarsi in birrificio alla sera e ogni weekend.  Dopo Sera Nera e Sunny Side, Soul Kiss e Sweet Earth, Bear Away e Bere Nice, tocca oggi a due birre particolarmente adatte ai mesi dell’anno in cui il caldo inizia a farsi sentire. 
Partiamo dalla Route 148, una delle ultime entrate nella categoria delle “birre classiche” che Eastside produce tutto l’anno: Blonde/Golden Ale nella predomina il luppolo americano Citra affiancato dallo sloveno Styrian Cardinal. Non aspettatevi tuttavia una bevuta luppolocentrica perché nelle intenzioni del birrificio questa è una sorta di birra “entry level”, semplice e da poter proporre a chiunque, magari anche a chi sino ad ora ha sempre bevuto le lager che si trovano sugli scaffali dei supermercati. Il nome scelto è un omaggio alla strada regionale 148 Pontina che collega Roma a Latina, con il Colosseo e la palude pontina che in etichetta sono simbolicamente uniti dalla stretta di due mani. 
Nel bicchiere è dorata e velata e forma una buona testa di schiuma bianca, cremosa e compatta, dalla buona persistenza: l’aroma è pulito e elegante, con delicati profumi di agrumi, miele millefiori, floreali, pane. Delicatamente carbonata, scorre con la facilità che una birra di questo tipo dovrebbe sempre avere: alla delicatezza dei malti (crackers, pane, un tocco di miele) fanno seguito gli agrumi e la pesca, mentre il finale delicatamente amaro e erbaceo è corto e secco in modo da lasciare il palato sempre ben pulito e già desideroso di un nuovo sorso. Una birra che fa delle semplicità (attenzione a non confondere con banalità)  e della facilità di bevuta il suo punto di forza senza però rinunciare all’intensità dei sapori: pulizia, eleganza e fragranza, a mio parere caratteristiche fondamentali in queste birre, ci sono.  Una (quasi) session beer che vi può stare accanto per tutta la serata facendovi silenziosa compagnia senza mai stancarvi.


Spring Break come il nome indica è invece una birra che arriva ogni anno assieme alla primavera: è un’American Wheat alla quale vengono aggiunti trenta chili di kumquat tagliati in pezzi e privati dei semi: dieci a fine bollitura e venti in dry hopping. Viene utilizzato un ceppo di lievito americano ma per rendere ben luppolata questa birra di frumento ci si avvale di luppoli continentali: Mandarina Bavaria, Hallertau Blanc e Huell Melon in uguali proporzioni sia in bollitura che in dry-hopping. In etichetta viene raffigurato il passaggio dal bianco e nero delle giornate invernali al verde della primavera.  
Il suo colore è dorato e sormontato da una generosa testa di schiuma bianca, compatta e cremosa, dall’ottima persistenza. Il naso non è particolarmente intenso ma evidenza un buon livello di pulizia nel quale spiccano ovviamente gli agrumi, con il kumquat (mandarino cinese, per i profani) in evidenza. L’accompagna qualche nota floreale, ma la scelta di un lievito neutro per valorizzare al massimo l’agrume secondo me penalizza un po’ la ricchezza e l’espressività dell’aroma. Vivaci bollicine accompagnano una birra che scorre senza nessun intoppo ricalcando il percorso aromatico: i malti non levano spazio a quegli agrumi che occupano la maggior parte della bevuta, mantenendo l’equilibrio che caratterizza tutte le produzioni del birrificio di Latina. Quella leggera acidità donata dal frumento che manca un po' al naso è invece fondamentale in bocca per aumentare il potere dissetante e rinfrescante di una birra che chiude con un amaro molto delicato e lievemente terroso. Pulita e ben fatta, Spring Break nasce con la primavera ma si adatta anche ai mesi successivi nei quali il caldo si fa maggiormente sentire: non a caso il birrificio la consiglia per accompagnare piatti di pesce, insalate estive e formaggi freschi come la mozzarella.
Ringrazio il birrificio per avermi inviato le due bottiglie da assaggiare.
Nel dettaglio:
Route 148, 75 cl., alc. 5%, IBU 12, lotto 06 17, scad. 03/2018, prezzo indicativo 10.00 Euro (beershop) 
Spring Break: 33 cl., alc. 5.2%, IBU 16, lotto 01 17, scad. 03/2018, prezzo indicativo 4.50 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 4 aprile 2017

Ritual LAB / Eastside: Mango Split

Lo scorso febbraio ha visto l’uscita di una birra collaborativa tra due belle realtà della scena brassicola del Lazio che già ho ospitato sul blog in diverse occasioni. Parliamo di Ritual Lab (Formello) e  Eastside Brewing (Latina), entrambi partiti come beerfirm ma diventati birrifici nel 2015 con l’inaugurazione degli impianti di proprietà.
Se non erro per Eastside si tratta della prima birra collaborativa in assoluto con un birrificio: la  Berliner Weisse chiamata Badside (2016) era infatti nata assieme ai ragazzi di Brewing Bad. Ritual Lab aveva invece realizzato nel 2016 l’affumicata Mr. Peat  con il birrificio romano Rebel’s; collaborazione replicata poche settimane fa, questa volta in quel di Formello, per dare vita ad una Imperial Pils. 
L’idea alla quale pensano inizialmente Ritual Lab e Eastside è una India Pale Lager, ma il trend della IPA alla frutta e della cosiddette “Juicy IPA” ha alla fine la meglio. L’ispirazione viene in un certo senso dal  lavoro del birrificio svedese Brewski, apprezzato ospite nell’ultima edizione romana del festival Eurhop dell'ottobre 2016 dove si è anche tenuto un animato laboratorio sulle Juicy IPA.
Il mango (quaranta chili di purea per 25 ettolitri di birra) è il frutto utilizzato per caratterizzare una Double IPA la cui ricetta prevede anche lattosio (4%), fiocchi di avena e di frumento nel tentativo di rendere il mouthfeel morbido e cremoso. Mi dicono poi che alcuni "problemi" dovuti all'utilizzo della frutta hanno fatto sì che il risultato finale non fosse una Juicy IPA torbida e "fangosa" come era nelle intenzioni dei birrai ma "solamente" una Double IPA alla frutta.
Molto poco collaborativa è invece l'etichetta, 100% Ritual Lab: si tratta dell'opera Mangante realizzata da Robert Figlia, ormai fidato collaboratore del birrificio di Formello. Un mango sezionato o, capovolgendo l'etichetta, una delle teste dei manichini di Giorgio De Chirico? Il vernissage dell'opera Mango Split viene organizzato il 24 febbraio alle spine del  Ma Che Siete Venuti A Fa' di Roma. 

La birra.
Il suo colore è dorato e velato, mentre si forma una discreta testa di schiuma bianca abbastanza compatta e dalla buona persistenza. Il naso è pulito, ancora fresco e un bel cocktail di frutta tropicale dolce ed elegante dà il benvenuto a chi tiene il bicchiere tra le mani: mango, ananas, pompelmo e melone retato, con un bel equilibrio tra i vari elementi. Al palato la birra è morbida e gradevole, delicatamente carbonata: non percepisco tuttavia quella particolare o accentuata cremosità che avrebbero dovuto conferirgli il lattosio e l'avena. Poco male, perché la bevuta scorre ugualmente con grande facilità nonostante il contenuto alcolico "pericoloso" (8%). La base maltata, leggermente biscottata, sostiene l'impalcatura di una Double IPA che mette ovviamente la frutta in primo piano. L'utilizzo del mango è tuttavia molto discreto e rientra perfettamente nelle mie preferenze, dato che ammetto di non stravedere per le IPA alla frutta; il mango c'è ma è solo uno dei protagonisti, accanto all'ananas, alla frutta  tropicale e agli agrumi. Il gusto non è juicy ma è estremamente succoso, intenso ed elegante: ad un delicato amaro resinoso il compito di chiudere un percorso molto soddisfacente nel quale fa capolino anche un delicato tepore etilico.
Double IPA molto pulita e bilanciata con un uso molto intelligente della frutta: senza saperlo, difficile indovinare che il gusto di mango sia dato dall'utilizzo del vero frutto e non dai luppoli. E questo per me è un bonus. Una collaborazione molto ben riuscita, provatela ora prima che invecchi in barba  alla poco lungimirante data di scadenza posta a ben 18 mesi (!).
Formato: 33 cl., alc. 8%, L01, scad. 09/2018, prezzo indicativo 5.50-6.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 12 marzo 2017

Eastside Brewing: Bear Away & Bere Nice

Nuovo appuntamento con Eastside Brewing, birrificio laziale (Latina)  fondato nel 2013 da Luciano Landolfi, Tommaso Marchionne, Alessio Maurizi, Cristiano Lucarini e Fabio Muzio. La loro storia ve l’avevo raccontata dettagliatamente in questa occasione; il birraio è Luciano il quale riesce ancora a coniugare gli impegni in birrificio con il suo lavoro quotidiano altrove: nel concreto questo “stakanovismo” si traduce nel recarsi in birrificio alla sera e ogni weekend. 
Dopo Sera Nera e Sunny Side, Soul Kiss e Sweet Earth è il momento di assaggiare le ultime due birre delle sei che vengono regolarmente prodotte tutto l’anno; allo “zoccolo duro” se ne affiancano poi  quattro stagionali, al momento disponibili solo in fusto. 

Partiamo dalla Bear Away, una california common prodotta con luppoli Northern Brewer ed una piccola percentuale di Cascade. Ammetto la mia scarsa familiarità con uno stile che, per chi non lo conoscesse, invito ad approfondire su questa pagina.  Il nome “Bear Away”  fa riferimento alla manovra nautica che si fa quando la barca arriva in boa mure a dritta, poggia e subito dopo vengono issati Spinnaker e tangone, rimanendo sempre mure a dritta: il doppiaggio della boa rappresenta idealmente il passaggio di Eastside da beerfirm a birrificio, avvenuto nel 2015.
L'etichetta raffigurante una mappa ed un faro rimandano sempre alla nautica, mentre le palme richiamano idealmente la California, dove le prime Steam Beer vennero prodotte alla metà del diciannovesimo secolo. Il suo colore è ambrato scarico con riflessi oro antico e forma un buon cappello di schiuma ocra, cremosa e compatta dall'ottima persistenza. Al naso fragranti profumi di pane, biscotto e caramello vengono affiancati da quelli di prugna e ciliegia, frutta secca: aroma semplice ma pulito, non privo di una certa eleganza. Il gusto segue fedelmente l'aroma evidenziando una base maltata con crosta di pane, biscotto, caramello e qualche accenno di miele ad accompagnare le note di frutta; il corpo medio e le poche bollicine conferiscono una sensazione palatale morbida e una scorrevolezza di tutto rispetto. Chiude con un delicato alcool warning e un amaro che ospita frutta secca, mandorla amara, quasi impercettibili tostature: birra pulita, ben bilanciata e con un profilo di malti molto fragrante.

La Witbier di casa Eastside si chiama invece Bere Nice, gioco di parole italo-anglosassone che allude al "bere bene". L'etichetta mi dicono essere una dedica d'amore alla moglie di uno dei soci del birrificio: tra i luppoli e gli agrumi c'è anche un riferimento alla celebre fotografia Le violon d’Ingres di Man Ray, la donna violoncello. L'interpretazione di una witbier secondo Eastside prevede una generosa luppolatura di Citra, Equinox e Mandarina Bavaria e una speziatura "quasi" classica: coriandolo, arancia amara, bergamotto e scorza di limone.
Nel bicchiere si presenta del classico color paglierino sormontato da un generoso cappello di cremosa schiuma bianca, compatta e dall'ottima persistenza. La generosa luppolatura genera un'aroma intenso e pulito, ancora piuttosto fresco, ricco di agrumi: arancia, bergamotto, cedro e scorza di limone; in sottofondo si scorgono pesca bianca, profumi floreali, un delicato tocco di coriandolo e di cereali. Al palato scorre senza intoppi come una "session beer" dovrebbe sempre fare: corpo medio-leggero, forse le manca qualche bollicina in più ma è un dettaglio che passa in secondo piano rispetto ad un'intensità davvero notevole. Il gusto segue fedelmente l'aroma riproponendo un profilo ricco di agrumi bilanciato da lievi suggestioni di frutta tropicale ed una spolverata di coriandolo e cerale: chiude con un bell'amaro dalla discreta intensità ricco di scorza d'agrumi e qualche nota erbacea. Witbier atipica e molto luppolata ma assolutamente convincente quella pensata da Eastside: i tratti caratteristici dello stile ci sono, ma rimangono in sottofondo ad accompagnare il profumato bouquet dei luppoli utilizzati che è il vero protagonista, sia al naso che al palato. Ottimo livello di pulizia con una gradevole acidità a renderla rinfrescante ed un'intensità davvero sorprendente se si considera la gradazione alcolica. Birra molto ben riuscita, con personalità e carattere.

Nel dettaglio:
Bear Away, 33 cl., alc. 5.8%, IBU 24, lotto 33 16, scad. 09/2017, prezzo indicativo 4.50 Euro.
Bere Nice, 75 cl., alc. 4.6%, IBU 14, lotto 46 16, scad. 11/2017, prezzo indicativo 10 Euro.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 16 gennaio 2017

Eastside Brewing: Soul Kiss & Sweet Earth

Torniamo ad accogliere sul blog Eastside Brewing, birrificio laziale (Latina)  fondato nel 2013 da Luciano Landolfi, Tommaso Marchionne, Alessio Maurizi, Cristiano Lucarini e Fabio Muzio. La loro storia ve l’avevo raccontata dettagliatamente in quell’occasione; il birraio è Luciano il quale riesce ancora a coniugare gli impegni in birrificio con il suo lavoro quotidiano altrove: nel concreto questo “stakanovismo” si traduce nel recarsi in birrificio alla sera e ogni weekend. 
Dopo  Sunny Side e Sera Nera passiamo oggi in rassegna altre due birre disponibili tutto l’anno: si tratta dell’American Pale Ale Soul Kiss, la birra con la quale Eastside debuttò nel 2013 e l’(American) Brown Ale Sweet Earth. Entrambe disponibili oltre che in fusto anche nel formato 33 e 75 centilitri accompagnate dalle belle etichette realizzate da  Roberto Terrinoni, ognuna delle quali racconta una breve storia per immagini collegata alla birra, al territorio o alle passioni dei soci del birrificio.  Prima di stappare, un ringraziamento al birrificio che mi ha inviato queste birre da assaggiare.

Le birre.
Partiamo quindi dalla Soul Kiss, classica American Pale Ale che vede come protagonista il Cascade, ovvero il luppolo che ha caratterizzato l’inizio della Craft Beer Revolution americana; qui viene affiancato dal più moderno Citra, luppolo sviluppato nel 2007  e diventato in pochi anni molto popolare. L’etichetta rappresenta il bacio o, se preferite, l'unione tra il cielo e la terra che colorano il volto dei due amanti.  
Il suo colore è ramato, con riflessi dorati ed una lieve velatura: bianca, cremosa e compatta, la schiuma ha un’ottima persistenza. L’aroma è un omaggio al Cascade e ai suoi inconfondibili profumi del pompelmo e floreali: qui vengono affiancati in secondo piano da quelli di frutta tropicale (mango, ananas) e di aghi di pino/resina, in un contesto pulito ed elegante, dalla buona intensità.  Il percorso continua  al palato senza deviazioni: la base maltata, biscotto e lieve caramello, non è invadente e consente ai luppoli di esprimersi senza impedimenti. Il pompelmo è sempre sugli scudi, poi qualche intermezzo di frutta tropicale prima di un bel finale amaro nel quale domina la resina, con un’intensità che punge senza eccedere in estremismi.  La bottiglia in questione, nata lo scorso novembre, mostra ancora un ottimo livello di freschezza che consente d’apprezzare la pulizia e l’eleganza di un’American Pale Ale facile da bere e sempre bilanciata, anche nel retrogusto, dove l’amaro della resina viene ingentilito da accenni dolci che richiamano caramello e frutta tropicale. Un’interpretazione classica dello stile lontana da ruffianerie contemporanee e spremute di frutta: gradevole e morbida al palato, carbonazione medio-bassa, una birra che non stanca e che ti può accompagnare per tutta la serata pinta dopo pinta.

Passiamo all’American Brown Ale chiamata Sweet Earth, la cui etichetta parla di un frammento di storia del territorio, quello che riguarda la bonifica delle paludi dell'Agro Pontino; si dice infatti che i contadini, dopo aver ricevuto gli appezzamenti di terra, avessero l’abitudine di “assaggiarla” per valutarne la qualità. Ecco la “dolce terra”, protagonista di una birra che ha il suo stesso colore e che vede anche l’utilizzo di una piccola percentuale di malto torbato, altro elemento collegato alla terra. L’unico luppolo utilizzato in questa ricetta è il Summit. 
Il suo colore "terroso" è impreziosito da riflessi ambrati e rossastri e sormontato da una cremosa e compatta testa di schiuma. Al naso un bouquet molto interessante nel quale trovano spazio profumi di pane nero e biscotto, le delicate tostature del pane e, in secondo piano, gli esteri fruttati (mirtillo); man mano che la birra s’avvicina alla temperatura ambiente emergono accenni di caffè e un lievissimo affumicato. La sensazione palatale è ottima, in un compromesso molto ben riuscito tra scorrevolezza e morbidezza: poche le bollicine. Caramello, biscotto e pane leggermente tostato caratterizzano una bevuta facile che tuttavia nasconde una bella complessità fatta di suggestioni di caffè e cioccolato, un filo di fumo. Chiude con una buona secchezza e un amaro elegante, di un'intensità adeguata a non saturare mai il palato, nel quale s'incontrano note resinose, terrose ed una leggera tostatura.  Brown Ale davvero ben fatta e molto pulita, probabilmente la produzione Eastside che maggiormente mi ha colpito tra quelle bevute sino ad ora; una grande facilità di bevuta s'abbina ad una notevole intensità in una birra davvero molto riuscita. Lo stile non è molto frequentato dai birrai italiani ed è un vero peccato, soprattutto quando nascono interpretazioni molto convincenti come quella di Eastside.
Nel dettaglio:
Soul Kiss, formato 75 cl., alc. 5.5%, lotto 5016, scad. 11/2017, prezzo indicativo 10,00 Euro
Sweet Earth, formato 75 cl., alc. 6%, loyal 4016, scad. 10/2017, prezzo indicativo 10,00 Euro

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 11 dicembre 2016

EastSide Brewing: SunnySide & SeraNera

Debutta oggi sul blog Eastside Brewing, birrificio di Latina fondato nel 2013 da cinque soci: Luciano Landolfi, Tommaso Marchionne, Alessio Maurizi, Cristiano Lucarini e Fabio Muzio. 
La storia di EastSide inizia con l'homebrewing o meglio dall'incontro di due homebrewers, Luciano e Tommaso, che uniscono le loro forze e iniziano a far assaggiare le proprie birre a parenti e conoscenti. Tra questi vi è Alessio, amico e compagno di squadra di Luciano a partire dalle giovanili della Virtus Basket Latina, già imprenditore nel settore delle energie rinnovabili: è lui a spronare i due homebrewer a passare nel mondo dei professionisti e così, dopo qualche tentennamento, nasce nel 2013 la beerfirm EastSide che si appoggia inizialmente agli impianti di Malto Vivo, a quel tempo guidato dal birraio Luigi Serpe. 
Il debutto avviene con la APA Soul Kiss, il cui riscontro positivo spinge i birrai a cimentarsi con altre due ricette, la IPA SunnySide a la Brown Ale Sweet Earth. La messa in funzione degli impianti propri arriva prima del previsto bruciando un po' la  tabella di marcia che i soci si erano prefissati dall'inizio: nel 2015 viene inaugurato il birrificio di Latina, sala cotte a 2 tini da 14 ettolitri con sei fermentatori da 30 HL e 2 da 15 HL. 
La produzione è oggi divisa tra sei birre disponibili tutto l'anno (SunnySide, Soul Kiss, SeraNera, Sweet Heart, Beeraway e Berenice) e quattro stagionali, se non erro al momento disponibili solo in fusto: Spring Break (American Wheat), l'estiva Six Heaven (American IPA con cocco tostato), l'autunnale Bimba Mia (Hoppy Saison con brettanomiceti) e l'invernale Fumo Lento (Smoked Baltic Porter). In aggiunta ci sono anche una decina di altre birre prodotte occasionalmente con l'intento di farle entrare un giorno in produzione più o meno regolare.
Devo innanzitutto ringraziare Luciano di EastSide che mi ha inviato da assaggiare le sei birre prodotte tutto l'anno, disponibili in formato 33 e 75 centilitri; quest'ultimo è pensato alla ristorazione, settore in cui il birrificio - nonostante la situazione nel nostro paese non sia  ancora molto incoraggiante - dice di credere moltissimo.
Prima di partire con gli assaggi non resta che citare le belle etichette realizzate da Roberto Terrinoni, ognuna delle quali racconta una breve storia per immagini collegata alla birra o alle passioni dei soci del birrificio. 

Le birre.
Partiamo dalla American IPA SunnySide, la cui etichetta richiama il (falso) mito delle IPA nate per essere inviate ai coloni inglesi ed il sole della West Coast, mentre il nome riguarda l'esposizione privilegiata alla luce del sole che nel corso dell'anno ha la città di Latina: lo sapevate? L'interpretazione West Coast avviene per mezzo di Citra, Simcoe, Columbus, Chinook e Mosaic.
Al solito la fotografia rende la birra più scura del reale: nel bicchiere è solare (oro antico) e leggermente velata; la bianca schiuma, non troppo generosa, è cremosa e compatta ed ha un'ottima persistenza. La bottiglia ha poche settimane di vita ed il naso trasmette freschi profumi di pompelmo e arancio, frutta tropicale (mango e ananas); in sottofondo qualche nota dank a completare un bouquet semplice ma elegante e pulito, dall'ottima intensità. Il percorso continua in linea retta al palato dove c'è un bel carattere fruttato a guidare le danze: sopratutto pompelmo, con frutta tropicale ad aggiungere preziosi dettagli. Presenza dei malti (lieve biscotto, cereale) molto leggera, ottima attenuazione e finale che spinge sull'amaro della resina e del pompelmo senza eccessi e mantenendo sempre un buon equilibrio. IPA pulita e facile da bere, alcool (7%) ben nascosto, corpo medio e poche bollicine a formare un mouthfeel morbido, molto gradevole.  Interpretazione stilistica scevra di caramello che rientra perfettamente nelle mie corde: profumi e gusto sono valorizzati al massimo dalla freschezza, ottima intensità, carattere fruttato dominante ma non cafone, davvero una bella bevuta.

Oscuriamo ora il bicchiere e passiamo alla Sera Nera, una Cascadian Dark Ale la cui etichetta rappresenta il momento ispiratore di uno scritto, nel caso specifico la ricetta di una birra, con le gocce d'inchiostro che rivelano la notte, la luna e le stelle. Il nome è un omaggio all'omonima canzone di Tiziano Ferro, nato a Latina. Cascadian Dark Ale quindi, stile che nei concorsi e in quasi tutte le guide agli stili (BJCP in primis) viene equiparato a quello delle Black IPA. In realtà ci sarebbero delle leggere differenze, come spiega Mitch Steele nel suo libro IPA: le Black IPA sono nate all'inizio degli anni 90 in Vermont, mentre qualche anno dopo sull'altra costa statunitense, in Oregon, delle birre scure abbondantemente luppolate presero il nome di Cascadian Dark Ale, come omaggio alle materie prime (luppolo) locali. Le Black IPA sarebbero sostanzialmente delle semplici IPA colorate di nero, con un carattere tostato quasi impercettibile; le CDA non sarebbero invece neppure nere ma di color marrone scuro e le tostature, benché non pronunciate come in una Stout/Porter luppolata, non dovrebbero essere completamente eclissate dalla luppolatura.
Cascade, Columbus, Chinook e Simcoe sono i luppoli utilizzati da EastSide in una birra che appare comunque di color nero, con un compatto e cremoso cappello di schiuma che rimane per lungo tempo nel bicchiere. L'intensità dell'aroma fa qualche passo indietro rispetto alla SunnySide ma è ugualmente pulito: pompelmo, caffè, tostature e note terrose convincono fianco a fianco rilegando in sottofondo qualche accenno di frutta tropicale. Il gusto riporta subito in alto l'asticella dell'intensità con una bevuta nella quale entrano in campo all'inizio caffè, orzo tostato e torrefatto, seguiti dal pompelmo e, in quantità minore, frutta tropicale; c'è un sottofondo torrefatto che entra ed esce delicatamente di scena più volte nel corso della bevuta, mentre nel finale amaro convivono note resinose, tostate e terrose, con il pompelmo che non disdegna di fare un capolino anche nel retrogusto. Anche qui c'è una bella intensità, una buona secchezza ed un ottimo livello di pulizia; poche bollicine, corpo medio, la sensazione palatale rimane ugualmente morbida e leggermente cremosa nonostante la ricetta prevede una piccola percentuale di segale; le poche settimane di questa bottiglia fanno il resto valorizzando la generosa luppolatura.
Due birre ben fatte e di ottimo livello, debutto convincete sul blog di un birrificio ancora giovane ma che sta lavorando davvero bene: teneteli d'occhio.
Nel dettaglio: 
SunnySide, formato 33 cl., alc. 7%, lotto 51 16, scad. 11/2017, prezzo indicativo 4.50 Euro
SeraNera, formato 33 cl., alc. 6.5%, lotto 48 16, scad. 11/2017, prezzo indicativo 4.50 Euro

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.