Visualizzazione post con etichetta barley wine. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta barley wine. Mostra tutti i post

giovedì 17 dicembre 2020

DALLA CANTINA: O'Hanlons Thomas Hardy's Ale 2008

Per oltre un secolo l’imponente birrificio Eldridge Pope è stato l’edificio più importante di Dorchester e la ruota motrice dell’economia della città inglese. Nel 1837 Charles Eldridge, già proprietario dell’hotel Antelope aveva acquistato anche il piccolo birrificio Green Dragon, espandendone la produzione; la moglie Sarah guidò l’azienda alla morte del marito (1846) assieme al partner commerciale Samuel Mason, un altro produttore di birra.  Sarah Eldridge morì nel 1856 cedendo le sue quote al figliastro John Tizard e Mason si ritirò nel 1870 (si dice a seguito della morte del figlio in un incidente di lavoro nel birrificio) vendendo a Edwin Pope e al cugino Alfred. L’anno successivo, alla morte di Tizard,  la figliastra ed ereditiera Sarah Eldridge decise di vendere la sua quota alla famiglia Pope. Edwin Pope mise subito in atto un grande piano di espansione acquistando terreni adiacenti alla linea ferroviaria e commissionando all’architetto W.R. Crickmay un nuovo edificio, in stile vittoriano, che fu inaugurato nel 1881. La Eldridge Pope & Co. Limited divenne il più grande birrificio nonché datore di lavoro di tutta Dorchester;  lo stabile fu poi seriamente danneggiato da un incendio nel 1922 e la produzione interrotta sino al 1925.  
Le due guerre mondiali fecero scomparire dal mercato le birre dall’alta gradazione alcolica e anche quando il governo tolse le restrizioni, agli inizi degli anni ’50, furono davvero pochi i birrifici che ricominciarono a produrle. Tra questi vi fu proprio Eldridge Pope.   Michael Jackson riporta nella sua World Guide to Beer che nel 1967 alla Eldridge  trovarono per caso duemila bottiglie vuote di epoca vittoriana e si chiesero con che cosa avrebbe potuto riempirle. Proprio in quel periodo a Dorchester si stava organizzando un festival letterario che celebrava il quarantesimo anniversario della morte di Thomas Hardy, poeta e scrittore nato e vissuto a poche miglia di distanza il quale, nel suo racconto The Trumpet Major, aveva dedicato qualche riga alla birra locale: “era del colore più bello che l’occhio di un artista potesse desiderare per una birra: robusta e forte come un vulcano; piccante, senza essere pungente; luminosa come un tramonto d’autunno; dal sapore uniforme, ma, alla fine, piuttosto inebriante. Il popolo l’adorava, la gente per bene l’amava più del vino”. Cecil Pope, nipote di Alfred, chiese al birraio Denis Edwin Holliday di produrre una birra speciale per l’evento e Holliday rielaborò la ricetta del barley wine della casa chiamato Goldie  e lo mise ad invecchiare per sei mesi in botti ex-sherry che venivano ruotate quotidianamente. Il risultato finì poi in bottiglie chiuse da sughero, ceralacca  e chiamato Hardy Ale, birra celebrativa che venduta ad un prezzo che equivaleva a quello di dieci pinte di bitter. Nonostante il costo elevatissimo, quella che doveva essere una birra occasionale ottenne riscontri favorevolissimi convincendo il birrificio a replicarla nel 1974 e da allora una volta all’anno, diventando oggetto di culto degli appassionati che attendevano con ansia l’uscita del nuovo millesimo.
Gli anni ’90 furono caratterizzati da una serie di errate decisioni da parte del management di Eldridge Pope nel tentativo di risollevarsi da una difficile situazione finanziaria: la peggiore  fu probabilmente quella di separare gli assetti produttivi da quelli di vendita, ovvero la catena dei pub di proprietà, le cui spine finirono rapidamente in mano ad altri distributori. Alcune fonti riportano che nel 1996 il birrificio smise di produrre le proprie birre lavorando solamente per conto terzi. Nel 1997 il management del birrificio acquistò dai Pope il marchio, mentre impianti e sito produttivo rimasero in mano alla famiglia che lo aveva fondato: la nuova società fu rinominata Thomas Hardy Brewery & Packaging e l’anno successivo rilevò un altro birrificio a Burtonwood formando la Thomas Hardy Burtonwood. La produzione riprese ma, nonostante il nome scelto, tra le prime decisioni del management ci fu quella (1999)  di sospendere la Thomas Hardy’s Ale, ritenuta una birra troppo costosa da produrre. 
Nel 2003 la Thomas Hardy Brewery fece un offerta ai Pope di 8 milioni di sterline per acquistare il birrificio di Dorchester: la famiglia la rifiutò e preferì invece cedere il complesso alla Landworth Properties che aumentò immediatamente il contratto d’affitto costringendo di fatto la Thomas Hardy Brewery alla chiusura definitiva ed al licenziamento di 57 dipendenti, nel luglio dello stesso anno. L’anno successivo la famiglia Pope cedette per 40 milioni di sterline e 42 milioni di debiti tutti i pub ancora di proprietà all’imprenditore Michael Cannon, abilissimo a trasformarli nella catena Que Pasa Bar, poi rivenduta nel 2007 al gruppo Marston’s per 155 milioni di sterline.  Il vecchio birrificio Eldridge Pope rimase abbandonato sino alla trasformazione, completata nel 2013,  nel complesso chiamato Brewery Square che oggi accoglie negozi, ristoranti, cinema, appartamenti e un hotel. 
La scomparsa della Thomas Hardy’s Ale gettò subito nello sconforto gli appassionati, molti dei quali si trovavano negli Stati Uniti. E fu proprio grazie ad uno di loro che la birra riuscì a rinascere: una storia l’avete già sentita? E’ più o meno quello che accadde con la Extra Double Stout.  Questa volta il merito va attribuito a George Saxon, proprietario della la Phoenix Imports, Maryland, che dal 1986 importava in esclusiva sul suolo americano la preziosa birra, solitamente in bottiglie da 33 centilitri (in Inghilterra era più frequente il formato 18 o 25). Saxon rilevò la proprietà  del marchio e si mise a cercare un birrificio in Inghilterra che potesse ricominciare a produrla: la scelta cadde su O’Hanlon, un piccolo produttore nel Devon. Il 2003 fu la prima annata della nuova Thomas Hardy’s, ricreata in ogni dettaglio: etichetta, numero lotto e prefisso lettera identificativo, tappo e collo della bottiglia ricoperti da un lamina  dorata, piccolo medaglione ornamentale. La maggior parte degli appassionati fu soddisfatta ma non mancarono i sostenitori del “non è più la birra di una volta”: affermazione perlomeno prematura, visto che si tratta di una birra da bere dopo almeno tre anni di cantina, come suggerivano sin dall’inizio alla Eldridge Pope. 
La nuova avventura O’Hanlon non durò però molto, giusto il tempo di raccogliere qualche medaglia nei concorsi e di rimpolpare le cantine degli appassionati. Nel 2009 Liz O'Hanlon, direttore commerciale del birrificio, annunciava di aver gettato la spugna: “non è una decisione facile, ma non ne vale più la pena. Le vendite sono buone ma non giustificano gli sforzi che ci vogliono per produrla. A fare le nostre birre ci mettiamo due settimane; iniziamo invece a produrre la Thomas Hardy a gennaio e possiamo imbottigliarla solo in settembre. Dobbiamo poi incartare le bottiglie, numerarle ed appendere a mano i medaglioni al collo. Auguro ogni fortuna a Saxon, ma non credo sarà facile”. 
La stampa inglese di settore provò a sondare il terreno con due birrifici che già producevano riedizioni di birre storiche. Alla Marston’s dissero di poter prendere in considerazione l’ipotesi solo in caso di volumi superiori a 10.000 ettolitri all’anno. John Keeling di Fuller’s, che si era già preso a cuore le sorti della Gaze Pride Old Ale,  disse di sì, ma solo se gli fosse stato venduto anche il marchio: “non possiamo fare tutti quegli sforzi produttivi per una birra che non è neppure nostra”.
Per qualche anno non si venne a sapere nulla sul futuro della mitica Thomas Hardy’s Ale: fu necessario attendere l’agosto del 2012 quando a sorpresa,  i fratelli Vecchiato del colosso distributivo nazionale Interbrau, annunciavano di aver acquistato il marchio da Saxon. La notizia riempì d’orgoglio tutti gli appassionati italiani, ma per i Vecchiato la parte più difficile doveva ancora venire: trovare qualcuno affidabile in grado di produrla rispettando minuziosamente la ricetta originale. Riesumare un marchio dal pegidree così importante senza rispettarne la tradizione sarebbe stato un imperdonabile errore.  I Vecchiato si recarono  subito alla O'Hanlon alla ricerca di preziose informazioni ma i proprietari, che stavano vendendo il birrificio, non furono molto amichevoli e i birrai che avevano lavorato alla ricetta se n’erano già andati. Neppure le chiacchierate con alcuni vecchi dipendenti di Elrdige Pope furono molto utili. Decisero allora di sondare il terreno con uno dei loro partner commerciali, il birrificio Meantime, del quale Interbrau è importatore per l’Italia. Il birrario Alastair Hook era una garanzia ed era grande amico di Micheal Jackson: a lui il beerhunter lasciò in eredità la sua collezione personale di bottiglie, con ovviamente numerose annate di Thomas Hardy.
La nuova Thomas Hardy debuttò nel 2014 con una “Preview Edition” non destinata al commercio: verrà recapitata solo ad alcuni addetti ai lavori, giornalisti del settore e fatta assaggiare nelle fiere.  L’anno ufficiale del ritorno fu il 2015, proprio l’anno in cui Meantime veniva venduto all’industria (prima SAB Miller, poi Asahi). Alastair Hook fa ancora parte di Meantime e la Thomas Hardy, per quanto ne so, continua ad essere prodotta su quegli impianti.

La birra.

Nel 2008 ero già appassionato di birra, ma in modo diverso: ero solo curioso di bere qualsiasi cosa non avessi ancora provato, non sapevo esistesse la birra artigianale. Mi trovavo a Londra, ricordo ancora gli scaffali del supermercato Waitrose al piano interrato del centro commerciale Westfield: cercavo qualcuna di quelle bottiglie che avevo visto sulle guide e sugli atlanti generali della birra che si trovavano in libreria. La Bombardier di Wells, la Pedigree di Marstons, la Bass Pale Ale: non sapevo cosa fosse la Thomas Hardy’s Ale ma evidentemente quella curiosa bottiglia con il medaglione appeso al collo attirò la mia attenzione e la misi in valigia. Fu solo per caso che non la stappai appena tornato a casa: forse cercai qualche informazione e venni a sapere che era una birra mitologica, da mettere in cantina e da bere dopo molti anni. Meglio così. Noto ora che l’etichetta ha anche una piccola cornice in lingua italiana con ingredienti e data di scadenza.
In questi dodici anni ho resistito più volte alla tentazione di aprirla; avevo sempre la paura che fosse presto e che la birra potesse ulteriormente migliorare. Sono in parte stato facilitato dal peso della storia; raccontarla sul blog in modo appropriato significava sobbarcarsi un lavoro di ricerca lungo, impegnativo e quindi ho sempre rimandato. Non potevo tuttavia concludere la più che decennale avventura di Unabirralgiorno (iniziata proprio in quegli anni!) senza  la Thomas Hardy’s Ale.  
Il suo colore non è esattamente quel “tramonto d’autunno”  delle Strong Ales del Wessex decantate da Thomas Hardy: è ambrato molto carico e piuttosto torbido, la schiuma è comprensibilmente evanescente. L’aroma regala subito spiccate sensazioni di Porto e di Sherry: annoto anche mela al forno, ciliegia, frutti di bosco, uvetta, prugna, datteri e fichi disidratati. L’intensità è piuttosto buona, l’ossidazione è del tutto positiva: non si dovrebbe mai usare l’aggettivo “dolce” nel caso dell’aroma ma la sensazione che avverto è zuccherina, sciropposa, quasi una marmellata. Il corpo è ancora degno di nota, non ci sono grossi cedimenti dovuti all’età e le bollicine sono ancora ben percepibili.  La bevuta ripropone in maniera molto più educata e armonica l’aroma, senza quegli sbuffi sciropposi che vanno un po’ oltre le righe: s’avverte ancora una flebile componente maltata che richiama il caramello, la frutta sotto spirito è molto meno in evidenza e la sensazione è davvero di avere nel bicchiere un vino fortificato. E’ dolce ma ben attenuata, il tanto temuto cartone bagnato si avverte a fatica solo andandolo a cercare. L’alcool  (11.7%) dà il suo contributo senza mai andare oltre le righe: scalda il palato e scalda il cuore. Una birra invecchiata benissimo la cui bevuta è accompagnata da inevitabili emozioni derivanti da un viaggio indietro nel tempo, poco importa se questa non è una delle bottiglie di Eldridge Pope. 
Il bicchiere ormai vuoto è inevitabile sorgente di malinconia. Barley Wine? Old Ale? Semplicemente Thomas Hardy’s Ale.  Devo però essere sincero: nei miei ricordi e nel mio cuore non riesce però a scalfire la Harvest Ale di J.W. Leesvetta per me irraggiungibile. La producono ancora ogni anno e per comprarla non bisogna svenarsi su Ebay: in pochi la cercano… meglio così. Ne rimane di più per me.

Formato 27,5 cl., alc. 11.7%, , lotto 2008, scad. (italiana) 31/12/2016

lunedì 14 dicembre 2020

Lervig Paragon 2018

La birra di oggi è un ottimo esempio di riposizionamento del brand, processo attraverso il quale un prodotto viene immesso nuovamente nel mercato con una diversa identità e, in questo caso, in una diversa fascia di prezzo.  E’ dal 2011 che il birrificio norvegese Lervig produce annualmente il proprio Barley Wine invecchiato in botti di bourbon: la prima cotta di 800 litri fu effettuata dal birraio Mike Murphy su quell’impiantino pilota che era solito usare per i propri esperimenti. A partire dagli anni successivi il Barley Wine è stato realizzato con un blend di birra proveniente da diverse botti e un po’ di birra fresca: il millesimo in etichetta si riferisce sempre al momento in cui la birra viene messa ad invecchiare, quindi all’anno precedente alla messa in vendita.  
Venduto prima nella gamma Lervig Brewers Reserve, poi semplicemente come Barley Wine BA, a partire dall’edizione 2018 la stessa birra è stata rinominata Paragon. La ricetta è rimasta identica (malti Munich, Caramel e Chocolate, luppolo Styrian Goldings) il prezzo no:  se le annate pre-2019 erano vendute a circa 7-8  Euro, il costo della nuova Paragon è più che raddoppiato e l’ultima edizioni in alcuni beershop sfiora i 20 Euro. La “colpa” è in parte dell’art director Nanna Guldbæk:  a lei il compito di rivisitare non solo l’etichetta del Barley Wine ma creare un packaging speciale per una birra speciale, che viene venduta solamente una volta all’anno. Ecco arrivare l’immancabile (e fastidiosissima per quel che mi riguarda) ceralacca e una doppia scatola “bucata” a mo’ di emmental. Tutto molto bello per quel che riguarda l’estetica, ma basta a giustificare l’aumento di prezzo?  Ovviamente no, ma se la birra viene ugualmente venduta alla Lervig hanno fatto ovviamente la scelta giusta. 
Nel frattempo il birrificio di Stavanger ha inaugurato il Lervig Local,  una sorta di taproom che ha aperto le porte lo scorso agosto: una quarantina di spine che ospitano anche birrifici “amici” e una cucina aperta da colazione a cena.  La Guldbæk ha collaborato realizzando alcuni degli arredi e le maniglie delle spine.

La birra. 

Troppo buono per costare poco più di 20 euro al litro?  Sembra proprio di sì: il Barley Wine Paragon 2018, quindi messo in vendita nell’autunno del 2019, ha un colore ambrato molto carico che ricorda la classica tonaca di frate (“trappista”): la schiuma è modesta e poco persistente. Al naso emergono note di bourbon, belle note ossidative che richiamano porto e sherry, frutti di bosco, prugna e uvetta, legno, fruit cake: potente e intenso, per nulla scalfito da qualche lievissimo accenno di cartone bagnato. E’ un Barley Wine piuttosto viscoso, se confrontato con i canoni della tradizione anglosassone, che avvolge il palato in un caldo e morbido abbraccio. Il porto incontra il bourbon, c’è molta frutta sotto spirito (prugna, uvetta, fichi) e, in qualche passaggio, più di un accenno a vaniglia e creme brulée: la componente etilica ne asciuga magistralmente la dolcezza e prima del lungo abbraccio finale del bourbon c’è spazio per qualche nota di legno e tabacco. La mia impressione è che dimostri già più della sua età: quel cartone bagnato che oggi appena si nota non migliorerà col tempo e potrebbe rovinare quella che oggi è una splendida festa. Bottiglia in stato di grazia e già all’apice della sua evoluzione: se ne avete una in cantina io non esiterei a stapparla subito. 
Per quel che mi riguarda rappresenta la vetta della produzione Barrel Aged del birrificio norvegese. Barley Wine di classe, elegante, sontuoso e potente ma non difficile da sorseggiare, ideale compagno di una lunga serata con il bicchiere in mano: peccato che oggi ci vogliano 40-50 euro al litro per goderselo. 
Formato 33 cl., alc. 13.5%, lotto 13/08/2019, scad. 13/08/2029, pagata 14,00 euro (beershop) 

martedì 1 dicembre 2020

DALLA CANTINA: Sierra Nevada Bigfoot Barley Wine 2015

Sono passati giusto quarant’anni da quel 21 novembre del 1980 in cui Ken Grossman, assieme al compagno di home-brewing Paul Camusi, produsse il suo primo lotto di Sierra Nevada Pale Ale, una birra destinata ad entrare nella storia e probabilmente la birra che ha maggiormente influenzato tutti quei birrai che hanno dato il via, dieci anni dopo, all’American Craft Beer Revolution. In quell’anno vi erano solamente 43 birrifici indipendenti in tutti gli Stati Uniti. 
Quel primo lotto non fu però soddisfacente e i due novelli birrai furono costretti a buttare via altre dieci cotte prima di ottenere quello che volevano. Grossman e Camusi avevano preso in prestito dalle rispettive famiglie 100.000 dollari e con quei soldi avevano assemblato un impianto da 14 ettolitri usando componenti di seconda mano. Sino ad allora Grossman aveva riparato biciclette, un’altra delle sua passioni, e faceva birra in casa: nel 1976 aveva aperto a Chico il piccolo Home Brew Shop dando lezioni ai novizi e tra i suoi clienti vi era anche Camusi. Nel primo anno di vita il birrificio Sierra Nevada produsse un migliaio di  ettolitri guadagnandosi lentamente un buon seguito locale, soprattutto tra gli studenti della Chico University: per un paio di anni Grossman e Camusi fecero tutto da soli, cercando di inventare quello che per i microbirrifici ancora non esisteva: canali di distribuzione, potenziali clienti non abituati a bere birre così amare e intense, accesso diretto alle materie prime, soprattutto ai luppoli della Yakima Valley. 
I primi dipendenti furono assunti nel 1983: Steve Dresler, birraio andato poi in pensione nel 2017 dopo 34 anni di attività e Steve Harrison, marketing e vendite: a lui il compito di far conoscere Sierra Nevada ma ci volle un colpo di fortuna per spiccare il volo. La catena di supermercati Safeway aveva un migliaio di punti vendita in tutti gli Stati Uniti: un loro dipendente andava spesso a trovare la figlia che studiava a Chico, fermandosi per una birra. Amava la Pale Ale, divenne amico di Grossman e portò le birre sugli scaffali del supermercato: alla Sierra Nevada arrivarono richieste da altri distributori e improvvisamente il problema, per Grossman e Camusi, non era come vendere la birra ma come soddisfare tutte le richieste. I soldi per espandersi non c’erano e le banche non davano nessun finanziamento ad un microbirrificio: era un business plan nel quale nessuno credeva. I due birrai lavoravano 12 ore al giorno, sette giorni su sette: Grossman prese un aereo e volò in Germania dove riuscì ad acquistare per 15.000 dollari l’impianto da 117 ettolitri di un birrificio fallito e lo spedì in California. Peccato che per metterlo davvero in funzione fossero necessari altri investimenti che sfioravano il milione di dollari: l’impianto resterà per molti anni inutilizzato in un magazzino, mentre Grossman con la saldatrice si costruiva da solo i nuovi fermentatori necessari per aumentare la prodzione. Nel 1987 Sierra Nevada produceva 14.000 ettolitri all’anno e distribuiva in sette stati: in quell’anno finalmente Grossman e Camusi riuscirono ad inaugurare l’impianto tedesco che avevano acquistato quattro anni prima. 
Il resto è una storia che parla di una crescita che per molti anni viaggia al ritmo del +50%, di ettolitri che diventano 117.000 (1993), 300.000 (1997) e 500.000 (1999).  Nel 1997 veniva inaugurato il nuovo impianto da 234 ettolitri e nel 1998 Grossman acquistava da Camusi il 50% delle quote societarie, diventando unico proprietario. Nel 2014 Sierra Nevada superava il milione di ettolitri venduti ed inaugurava un secondo sito produttivo in Nord Carolina. Nel 2015 la rivista Bloomberg aggiungeva Ken Grossman all’elenco dei “miliardari della birra”, ma  l’El Dorado della Craft Beer Revolution stava finendo, almeno per i “padri fondatori” del movimento: il craft non cresceva più esponenzialmente anno dopo anno e i birrifici artigianali che avevano investito milioni di dollari per espandersi vedevano le proprie quote di mercato rosicchiate da tanti piccoli produttori locali. Nel 2016 Sierra Nevada registrava un -6%, nel 2017 un -7% e riusciva ad invertire la tendenza solo nel 2019 (+5%), anno in cui il sessantacinquenne Grossman affidava il ruolo di amministratore delegato a Jeff White andandosi a sedere sulla poltrona presidenziale. Attualmente Sierra Nevada è il terzo produttore craft, dietro a Yuengling e Boston Beer Company, e il decimo produttore americano considerando anche i marchi industriali. 

La birra.

La prima birra prodotta da Sierra Nevada nel 1980 fu una Stout, seguita a ruota dalla Pale Ale. Nell’inverno del 1983 debuttò il possente Barley Wine (9.6%) chiamato Bigfoot che ottenne nel 1987 la medaglia d’oro al Great American Beer Festival. Grossmann e Camusi non pensavano ad una birra da invecchiamento; il loro approccio era lo stesso della Pale Ale, ovvero un’interpretazione americana, generosamente luppolata, della tradizione anglosassone. Bigfoot, prodotta con malti Two-row Pale e caramello, riceve un’abbondante luppolatura di Cascade, Centennial e Chinook e raggiunge quota 90 IBU: fresco, è un barley wine potente ed aggressivo, ricco di note resinose e di pompelmo, secondo i dettami della scuola West Coast.  La sua facile reperibilità e il suo ottimo rapporto qualità prezzo la resero rapidamente una birra da cantina per gli appassionati desiderosi di sperimentare gli effetti dell’invecchiamento. Ricorda il birraio Steve Dresler “a me piace particolarmente a cinque anni dalla messa in bottiglia. Non vale la pena andare oltre. Ma da tre a cinque anni è deliziosa!”.
Seguo le indicazioni di Dresler ed anche quelle contenute nel libro Vintage Beer di Patrick Dawson, lettura che consiglio a chiunque voglia provare di abbandonare qualche birra in cantina. 
Bigfoot 2015 si presenta nel bicchiere di color ambrato torbido: la schiuma ocra è cremosa, compatta ed ha buona ritenzione. Il naso è ricco di fichi disidratati, datteri, mela al forno, frutti di bosco, richiami al vino passito e a vini fortificati, soprattutto Sherry: l’aroma è intenso, pulito, “caldo” e avvolgente. Il mouthfeel è ancora ben solido e potente, non ci sono evidenti segni di cedimento dovuti all’età: in bocca è morbida nel suo percorso di caramello e biscotto, frutta sotto spirito. L’ossidazione regala belle sensazioni di vino fortificato mentre nel finale è ancora presente una generosa luppolatura resinosa, molto gradevole. Ed è questa la nota più positiva che devo sottolineare: i luppoli americani, contrariamente a quelli inglesi, invecchiano molto male e il loro resinoso spesso evolve in sensazioni poco gradevoli al palato.  Chi ha avuto occasione di assaggiare Barley Wine americani d’annata conosce bene quella sensazione. Bigfoot è invece una piacevole eccezione alla regola: a cinque anni dall’imbottigliamento presenta ancora un resinoso gradevole abbinandolo alle note ossidative di sherry e vino passito.
In questa bottiglia non c’è la classe la complessità dei migliori barley wine inglesi d’annata, ma è sicuramente una bella bevuta, ancora potente, sostenuta da un corpo solido e da un bel alcol warming. Tra i migliori vintage american barley wine che mi sia mai capitato di bere.
Formato 35.5 cl., alc. 9.6%, IBU 50, lotto 18/12/2015, pagata 5.00 euro (beershop)

martedì 5 maggio 2020

DALLA CANTINA: CREW Republic X 2.1 & X 2.2 Barley Wine


Sono passati già otto anni da quel 2012 in cui la beerfirm CREW Republic cercava di portare una ventata di novità lanciando virtualmente una granata luppolata su Monaco di Baviera, città dominata dalla tradizione e dai sei marchi industriali che si spartiscono ogni anno il ricco parterre dell’Oktoberfest. Ve ne avevo parlato per la prima volta nel 2014 e le birre di Crew non ci hanno poi messo molto ad arrivare anche in Italia e negli altri paesi europei. 
I due homebrewer, ma soprattutto giovani imprenditori Mario Hanel e Timm Schnigula si erano affidati per un po’ al birraio americano Richard Hodges per realizzare le proprie idee sugli impianti del birrificio Hohenthanner Schlossbrauerei ma sono stati rapidi a capire che lo status di beer-firm non sarebbe stato sostenibile per molto: poca birra disponibile ad elevati costi di produzione. Il colosso del luppolo Barth-Haas Group entrò in società con una quota minoritaria portando le risorse economiche necessarie per inaugurare nel 2015 il sito produttivo nel sobborgo di Unterschleissheim, una trentina di chilometri a nord dal centro di Monaco; nel 2017 è stata anche aperta la taproom, un po’ fuori mano per chi si trova in città ma raggiungibile da Marienplatz con una mezz’oretta di S1 seguita da una camminata a piedi di un chilometro e mezzo.  In un paio d’anni la produzione è raddoppiata arrivando a 10.000 ettolitri l’anno anche e soprattutto grazie ad un accordo distributivo con la Global Drinks Partnership (San Miguel, Estrella): le Crew arrivarono in molti bar e anche sugli scaffali della grande distribuzione tedesca (Rewe, Edeka). 
Ma Hanel e Schnigula hanno probabilmente coronato il loro sogno imprenditoriale nell’agosto del 2019 annunciando di aver ceduto una non specificata quota di minoranza (10%? 30%? 49%?) alla ZX Ventures di proprietà della multinazionale AB InBev; per il colosso belga, che già domina il mercato con i marchi Beck’s (nord) e Spaten/Franziskaner/Löwenbräu (Baviera), si trattava della prima acquisizione di un birrificio artigianale tedesco.  La “partnership”, come si dice sempre in questa prima fase, è divenuta operativa ad ottobre e Crew ha già iniziato un programma di espansione volto ad aumentare la capacità produttiva da 12.000 a 25.000 ettolitri. 
Crew Republic è stato indubbiamente un nome importante nella scena craft tedesca ed ha ispirato molti altri homebrewer/birrai/imprenditori: Drunken Sailor e Escalation 7:45 sono state tra le prime IPA e Double IPA tedesche a circolate a Monaco di Baviera. Quello che gli appassionati tedeschi rimproverano ad Hanel e Schnigula è di essersi ad un certo punto fermati pensando più a trovare dei partner commerciali che alla birra: del resto loro non sono mai stati birrai per professione. Nessuna NEIPA (per fortuna, qualcuno potrebbe dire), nessuna voglia di provare ad esempio a mettere in botte l’imperial stout della casa Roundhouse Kick. Pur dotato di un impianto proprio Crew non ha più voluto sperimentare e/o seguire le tendenze del mercato, cercando invece la sostenibilità dei volumi: come dargli torto?

La birra.
In verità esiste una linea sperimentale nella gamma di Crew Republic, ed è quella contrassegnata dalla lettera “X” che identifica birre prodotte stagionalmente o occasionalmente.  Ad inaugurarla nel 2013 fu il Barley Wine X 2.0 seguito dalla X 3.0 Sour Black (8.9%), dalla X 4.0 Witbier (4.4%) e dalla X 1.1 Wet Hop (5.8%): l’ultima arrivata (2020) è la  X 10.4 Dry Hopped Lager. Il Barley Wine è stato prodotto quasi ogni anno per poi entrare in produzione abituale con il nome Rest In Peace (10.1%). In cantina avevo ancora qualche bottiglia della versione X 2.1 e della X 2.2: entrambe sono state prodotte sugli impianti della Hohenthanner Schlossbrauerei. Da quanto ne so la ricetta non è mai cambiata: malti Pilsner e Crystal, luppoli Herkules, Fuggles ed East Kent Golding. Vediamo come hanno retto alla prova del tempo in una mini verticale. 
Il Barley Wine  X 2.1 (novembre 2014) è di un bel color ambrato, velato ma ancora luminoso: la schiuma è invece modesta e grossolana. Caramello, melassa, ciliegia, uvetta e datteri: un aroma piuttosto dolce al quale l’ossidazione aggiunge piacevoli note marsalate ma anche di cartone bagnato. Il mouthfeel non mostra invece segni di cedimento: è un barley wine ancora carbonato e ben presente in bocca. La bevuta ripropone la dolcezza del caramello, dell’uvetta e dei datteri; ci sono note biscottate, di vino marsalato e, anche qui, qualche segno meno gradevole lasciato dal tempo. Dolce ma mai stucchevole, chiude un percorso bilanciato grazie al tenore alcolico e ad un tocco amaricante vegetale-terroso, con qualche timido accenno di tostato.  Non c’è molta complessità o profondità in  quello che credo fosse in origine un barley wine molto luppolato, ma è comunque una bevuta piacevole che ha tuttavia superato il suo picco migliore.

La versione X 2.2 è arrivata pressappoco un anno dopo (dicembre 2015) ma ha curiosamente una data di scadenza (2017) inferiore a quella della sorella maggiore (2019). Evidentemente alla Crew non si fidavano della tenuta nel tempo di una birra che si è invece rivelata essere una bella sorpresa. 
Il suo colore ambrato è un po’ bruttino, piuttosto torbido e sporcato da piccole particelle di lievito in sospensione: la schiuma è invece compatta, cremosa e ha buona ritenzione. L'enorme differenza nel colore tra le due foto non inganni, è l'effetto della luce naturale e quella artificiale. L’aroma è ricco e marcatamente vinoso, con netti richiami ai passiti: albicocca disidratata, mela al forno, marmellata d’arancia, uvetta, ciliegia. Pulito, espressivo, intenso: un inizio col botto. Per accorgersi di qualche “frammento” di cartone bagnato bisogna davvero prestare molta attenzione. In bocca è sorprendentemente piena e morbida, oleosa, ancora potente nonostante i cinque anni passati dalla messa in bottiglia. Il gusto segue l’aroma ma non riesce a trasmettere le stesse emozioni e sensazioni positive, complice una minor ampiezza e profondità: caramello, uvetta, prugna, marmellata, vino passito. Nel finale l’amaro vegetale/terroso morde ancora un po’, l’alcool richiede attenzione ma non impegna più di tanto chi ha il bicchiere in mano. Bella sorpresa: un barley wine ancora potente e armonico, dal gran bel corpo e dal gran bel naso, se mi passate la comparazione anatomica. Una birra che in questo caso la cantina ha sicuramente valorizzato.

Nel dettaglio (i prezzi si riferiscono al momento dell'acquisto):
X 2.1 Barley Wine, formato 33 cl., alc. 9.8%, IBU 60, scad. 29/10/2019, pagata 2,58 €  (beershop)
X 2.2 Barley Wine, formato 33 cl., alc. 10,5%, IBU 65, scad. 16/12/2017, pagati 3,17 € (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 20 aprile 2020

DALLA CANTINA: Evil Twin Freudian Slip 2014


Ve lo avevo già anticipato nell’autunno del 2018: Evil Twin non è più solamente una beerfirm ma anche un birrificio, da quando si sono aperte le porte dello stabilimento (15 barili) di Ridgewood, Queens, New York. L’impianto è stato acceso a gennaio del 2019 ma per gli appassionati la vera inaugurazione è quella che è avvenuta con molto  ritardo il 2 ottobre dello stesso anno: una taproom “informale e moderna”, luminosa e circondata dal vetro,  con 76 posti a sedere tra bancone e panchine da pic-nic, un patio esterno con  altre 185 sedute e food truck a rotazione. Qui potete vedere le immagini. 
L’impianto non soddisferà ovviamente tutto il fabbisogno di Evil Twin e la maggior parte delle birre che vengono distribuite in tutto il mondo continueranno ad essere prodotte altrove. Tuttavia il gemello cattivo Jarnit-Bjergso ritiene che “avere una taproom stia diventando sempre più importante in questo mercato competitivo; anni fa potevi aprire una qualsiasi taproom e la gente ci sarebbe venuta solo perché si trattava di un birrificio. Ora è diverso, devi renderla anche attraente per convincere la gente a venirci”.  Il costo dell’operazione è stato di circa quattro milioni di dollari, proveniente in parte dai guadagni ottenuti da Evil Twin e in parte da prestiti bancari. Jarnit e la moglie Maria hanno voluto seguire in prima persona ogni fase dei lavori: “sono ossessionato da Twin Peaks e quindi nella taproom riconoscerete alcuni elementi della serie, come ad esempio il bagno, il cocktail bar e cartello del Great Northern Hotel nella sala degli invecchiamenti in botte”.    
L’ex sala da ballo (o serra?), posseduta in precedenza da un altro immigrato danese, è stata completamente ristrutturata dagli architetti del Kushner Studios: oltre a sgabelli e panche ci sono spazi per la musica dal vivo, una sala per proiezioni cinematografiche ed altri eventi nel sotterraneo, un coffee shop operativo dalle 7 del mattino e anche uno “speakeasy bar”  dedicato ai cocktail: “non voglio che ci siano solo beer nerds seduti ad annusare le birredice Jarnit - ma che vengano anche famiglie e gente del posto che magari non ha mai sentito parlare di Evil Twin. Voglio che sia un luogo d’incontro. Ridgewood è una zona ancora in via di sviluppo e la cosa mi piace, è una sfida che accetto volentieri”.  
I beergeeks troveranno comunque pane per i loro denti: tra le venti spine non mancano pastry stout, milkshake IPA, sour alla frutta e – secondo il trend attuale -  lager e pilsner. I nomi delle birre del gemello cattivo sono sempre stati molto fantasiosi ma per la taproom di Evil Twin NYC Jarnit si è spinto ai limiti dell’assurdo:  “sono frasi che forse un newyorkese non direbbe mai, ma noi siamo in questa città e siamo fieri di esserci. Non prendiamoci però troppo sul serio e divertiamoci un po’”. Qualche esempio? Does This Subway Have Wifi? (Pale Ale),  Let’s Get Dinner In Times Square (DIPA), Your Apartment Is So Small. You Would Probably Find Something Larger For Less Money Outside of The City (NEIPA), Why Don’t We Just Take the Subway to JFK (NEIPA), It’s So Quiet and Peaceful Walking Across the Brooklyn Bridge (Pale Ale), THESE DRINKS ARE SO EXPENSIVE. DO I HAVE TO TIP?  (IPA), Scusa, Ma Parlo Solo Un Po' Di Macaroon Coconut (Pastry Stout), MY NEIGHBORHOOD HAS BEEN SO MUCH COOLER EVER SINCE THEY PUT IN ALL THE NEW CONDOS (Triple Milkshake IPA). Il maiuscolo non è un mio errore di trascrizione.

La birra.

Facciamo un salto indietro al 2014 quando Evil Twin era ancora solo una beerfirm: Freudian Slip, “il lapsus freudiano” è un American Barley Wine prodotto presso il birrificio Two Roads del Connecticut. Premetto che per me un Barley Wine è una birra da dopocena, da fine serata e quindi non sono un amante delle interpretazioni americane dello stile, molto luppolate ed aggressive: preferisco di gran lunga quelle inglesi. Il tempo dovrebbe comunque attenuare la componente amara di un American Barley Wine: ho quindi provato a dimenticare in cantina per un po’, per la precisione sei anni, questo Freudian Slip (10.3%). Vediamo che cosa è successo. 
Il suo vestito è di color ambrato, piuttosto opaco ma arricchito da intense venature rossastre; la schiuma è cremosa ed abbastanza compatta ma non ha molta ritenzione. Al naso note vegetali ed alcoliche si mescolano a quelle di caramello e melassa, uvetta e datteri, marmellata d’arancia ed arancia candita. Al palato nessun segno di cedimento: il mouthfeel è oleoso, la birra è ben carbonata e la bevuta è ancora potente. L’amaro resinoso/vegetale morde da subito e cresce ulteriormente d'intensità in un finale pepato e pungente; caramello, biscotto, uvetta ed altra frutta sotto spirito sono la componente dolce che si contrappone all'amaro senza velleità di protagonismo. L'alcool c'è e si sente, ma affrontarlo non è un problema; quello che piuttosto impressiona è la carica amara-luppolata che questo Barley Wine ha mantenuto dopo sei anni di cantina. Non oso immaginare come fosse fresco. 
Poche coccole da divano: birra dura e spigolosa che ha tuttavia un bell'incedere, anche se un po' monocorde. 

Formato: 35,5 cl., ala. 10.3, imbott. 12/05/2014, pagata 5,10 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 31 marzo 2020

DALLA CANTINA: Brewfist La Trinidad El Vasco 2015


Non ci avevo fatto caso ma l’ultima apparizione sul blog di Brewfist è datata 2014. Non che sia un fatto voluto, è semplicemente capitato: del resto la scena della craft beer è sempre più affollata, bisogna dar spazio un po' a tutti e la ragion d'essere di unabirralgiorno è presentare sempre qualcosa di nuovo. Non avrebbe molto senso postare la stessa birra ogni anno o ogni tre mesi: per questo i birrifici operativi da un po' di tempo (2010, nel caso di Brewfist) sono maggiormente penalizzati rispetto ai nuovi arrivati. Il birrificio lodigiano non è neppure particolarmente fecondo se parliamo di novità: in dieci anni d'attività ha prodotto una settantina di diverse etichette. Numeri che molti birrifici alla moda (tristemente) raggiungono in un anno o poco più. Scelte strategiche, ovviamente. Del resto il cuore pulsante di Brewfist è la  bella taproom Terminal 1, ora proprio adiacente al birrificio, con una ventina di spine per dissetarsi e accompagnare taglieri, primi, fritti, secondi di carne e pesce.
Ma dal suo ultimo passaggio sul blog di novità ce ne sono state molte: sopratutto il bel programma dedicato agli invecchiamenti in botte che sta diventando sempre più ricco. Tralasciando la primogenita Spaghetti Western (11.1%),  Imperial Stout invecchiata in botti di grappa che fu seguita dalla Madame Galaxie (7%), saison invecchiata in botti di Chardonnay, oggi l'offerta Barrel Aged  di Brewfist include la "trinità" dei Barley Wine El Pedro (13.8%, un anno in botti di Pedro Ximenez), El Vasco  (11.7%, un anno in botti di Porto) ed El Fernando (14.4%, lievito Saison ed un anno in botti di Porto); la saison al farro Lady Peach (5.9%), passaggio in botte Chardonnay con aggiunta di polpa di pesca nelle ultime settimane precedenti all’imbottigliamento; Sentenza (9.4%), Imperial Stout con fermentazione acetica in botti ex-grappa; Dr Ray (10%) blend di Porter invecchiata in botti di Nebbiolo e fresca con aggiunta di bacche di vaniglia; The Pilgrim (14.4%) Barley Wine con lievito Saison invecchiato un anno in botti di Marsala. Chiudiamo la rapida carrellata con le tre Imperial Stout La Leggenda: Sam (12%) invecchiata in botti di rum giamaicano, Victor (12%) rum Martinica, Elijah (12%) Bourbon. 

La birra. 
Malto Maris Otter e luppolo East Kent Golding: la ricetta del Barley Wine El Vasco (11.7%) è la più classica e la più semplice possibile. Del resto la magia dovrebbe arrivare dall'invecchiamento per un anno in botti che avevano in precedenza ospitato Porto.  Dalla cantina, risorsa ormai abituale in questo periodo di emergenza Coronavirus, stappo quella che dovrebbe essere una bottiglia del primo lotto prodotto: correva l'anno 2015. 
Nel bicchiere si presenta di color ambrato piuttosto torbido, mentre la schiuma dopo cinque anni di cantina impressiona per compattezza e generosità. L'aroma è intenso e caldo, zuccherino, ricco di porto, uvetta, prugna e frutti di bosco: in secondo piano accenni di legno e di mela. La sensazione palatale è perfetta, sembra una birra nata da pochi mesi: nessun cedimento, corpo medio-pieno, morbida e avvolgente. Al palato domina il Porto portandosi dietro uvetta, prugna, ciliegia e frutti di bosco: ma sul palco c'è anche posto per biscotto e caramello, mela al forno. La bevuta è piuttosto dolce ma il tutto viene contrastato da una leggera acidità e dalla componente etilica che riesce ad "asciugare" bene la componente zuccherina. Il percorso termina con una suggestione amara (radice o tannini?) ed una lunghissima scia di Porto, elemento che la caratterizza in lungo e in largo. El Vasco è una birra che scalda molto senza mai arrivare a bruciare. Impressionante il modo in cui ha retto al tempo: qualche lievissimo segno di cedimento al naso ma al palato è potente, pulita, sontuosa. Una compagna ideale d'una fredda serata d'inverno. 
Formato 33 cl., alc. 11.7%, lotto 6185, scad. 12/2025, prezzo indicativo 7.00-9.00 euro (beershop) 

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 25 febbraio 2020

De Molen / Bakunin: Terpenije & Trud (Patience & Labour) Barley Wine

Da febbraio 2019 De Molen non è più un birrificio artigianale: il gruppo Bavaria (Swinkels) ne ha rilevato il 100% dopo che nel 2015 si era già impossessata del 35% tramite una società di distribuzione controllata nella quale partecipava anche il birrificio di De Koningshoeven (La Trappe). In quell’occasione pare che le azioni fossero state acquistate da tanti azionisti minoritari di De Molen, senza nessun investimento diretto nel birrificio: Bavaria aveva solamente ottenuto il diritto di distribuzione in esclusiva per tutto il BeNeLux. Come però avviene in questi casi l’entrata in gioco di una multinazionale è solo il primo passo verso l’acquisizione della maggioranza: chi ha voglia può leggere il comunicato ufficiale di De Molen nel quale viene ovviamente ribadito che non cambierà assolutamente nulla, che non ci saranno compromessi sulla qualità e che le persone resteranno al loro posto continuando a gestire in piena autonomia il birrificio. 
Chissà cosa accadrà al Borefts Festival che ogni anno De Molen organizza dal 2009 e che era diventato uno dei punti fermi nel nostro continente? Sarà ignorato dalla maggior parte dei birrifici artigianali?  L’edizione 2019 che si è tenuta a settembre, quindi dopo l’annuncio della vendita, è andata comunque sold out ed ha visto la partecipazione di questi birrifici.   
Facciamo un passo indietro all’edizione 2016 quando tra gli invitati al festival vi era anche il birrificio russo Bakunin, fondato nel 2013 a San Pietroburgo da Alexander Romanenko, proprietario del Café Bakunin, dall’homebrewer Yury Mitin  e dal birraio professionista Vladimir Naumkin. Da quanto ho capito dopo aver iniziato come beerfirm Bakunin si è ora dotato d’impianti propri ma ha soprattutto aperto tre locali le cui spine e i cui scaffali ospitano anche altri birrifici russi ed esteri: Bakunin Café (bar e beershop) il Rockets & Bishops Bar (birra e burgers) il Kiosk Bar  (Bottle Shop & Taproom). Oltre a partecipare al Borefts 2016 i russi realizzarono in Olanda una birra collaborativa con Menno Oliver di De Molen: per l’occasione nacque Terpenije & Trud (Patience & Labour) un vigoroso barley wine (10.6%) prodotto con malti Pils e Caramello, luppoli Saaz, Apollo e Premiant ed aggiunta di uvetta ad albicocche disidratate in fermentazione.  L’idea era quella di produrre un barley wine “fruttato”: al “juicy barley wine” fortunatamente non ci siamo (ancora) arrivati.

La birra.
Nel bicchiere si presenta di color ambrato carico con riflessi arancio, la schiuma è poco generosa, grossolana, scomposta e svanisce piuttosto rapidamente. Caramello, biscotto, uvetta, albicocca disidratata, mela al forno, qualche lieve traccia di solvente e di cartone bagnato: l’aroma è piuttosto intenso ma non è esattamente entusiasmante.  Niente da dire sul mouthfeel, invece: corpo medio-pieno, poche bollicine, consistenza morbida ed oleosa. La bevuta è davvero molto, troppo dolce e ricca di uvetta, miele e caramello: ma quando il naufragio sembra inevitabile ecco arrivare un po’ d’asprezza dall’albicocca e un po’ d’alcool a riportare la nave in acque più tranquille e la birra si riesce a bere con discreta soddisfazione anche se, citandone il nome, ci vuole un po’ di “pazienza e duro lavoro”. Vi sono ampi margini di miglioramento per quel che riguarda pulizia e finezza in questo barley wine un po’ grossolano, sbilanciato, sgraziato che mostra già qualche nota ossidativa precoce, a soli due anni dalla messa in bottiglia.
Formato 33 cl., alc. 10.6%, IBU 32, imbott. 13/04/2018, scad. 13/04/2023, prezzo indicativo 5,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa lattina e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 20 febbraio 2020

HOMEBREWED! Old Fashion Beers: Goes to Goslar, Point Break Saison & Blood Red Wine


Dopo una lunga assenza torniamo a parlare di birra fatte in casa con la rubrica HOMEBREWED!  Sul blog ritorna Andrea Di Grancio e il suo birrificio casalingo chiamato “Old Fashion Beers”, localizzato ad Empoli:  tre anni fa l’incontro fortuito con la birra artigianale che ha per sempre cambiato la sua percezione di questa bevanda. E’ stato l’inizio di un viaggio alla scoperta di stili e tradizioni brassicole, al quale si è presto affiancata la voglia di provare a fare la birra in casa districandosi tra pentoloni e fermentatori di plastica. 
A maggio 2018 mi aveva fatto assaggiare una Bitter ed un’American IPA che trovate qui; ad un paio d’anni di distanza Andrea è ancora attivissimo e mi ha mandato altre tre bottiglie. Vediamole: come sempre accade per le produzioni casalinghe aggiungo anche un ipotetico punteggio su scala BJCP.

Partiamo dalla Goes to Goslar: come il nome fa intuire si tratta di una Gose (3.8%) prodotta con malti Pilsner e Wheat Pale, fiocchi d’avena, luppoli Target ed East Kent Golding, lievito Voss Kveik#1, coriandolo e sale dell’Himalaya al momento dell’imbottigliamento. Si presenta di color paglierino, leggermente velata, schiuma cremosa e compatta, buona persistenza. L’aroma è fragrante, fresco, pulito e abbastanza intenso: pane, cereali, fiori bianchi, accenni di limone e mandarino, una delicata mineralità abbinata ad un pizzico di coriandolo. Al palato è leggera e scorrevolissima, vivacemente carbonata. La bevuta è ben bilanciata tra la dolcezza e l’asprezza della mela verde e del limone; la chiusura è secca e il finale delicatamente zesty. Una Gose pulita e precisa, molto in stile, caratterizzata da un uso molto razionale di sale e coriandolo; il risultato è assolutamente convincente e la birra evapora in pochi minuti. Segnale assolutamente positivo. C’è forse qualche lieve accenno acquoso di troppo a fine corsa ma è un dettaglio perdonabile in una birra così leggera. Per me è pronta per essere venduta commercialmente: le manca solo l’etichetta.
Aroma 9/12, Aspetto 3/3, Gusto 16/20, Mouthfeel 4/5, Impressione generale 8/10: totale 40/50

Point Break è invece una Saison (6.3%)  la cui ricetta prevede Pilsner e Wheat Pale, farro, luppoli Magnum e EastWell Golding, quest’utlimo autocoltivato.; il lievito è  WLP590 French Saison. Il suo aspetto è inappuntabile: dorata, schiuma generosa, pannosa, lunga ritenzione.  Fiori, banana, coriandolo, chiodi di garofano formano un bouquet discretamente pulito e non molto raffinato. In bocca le bollicine sono troppe anche per una Saison e tendono a mascherare quei sapori che già di loro non sono particolarmente intensi: pane, deboli accenni di miele e frutta a pasta gialla, un amaro finale terroso e zesty/curaçao di breve durata. C’è ancora molto da lavorare su questa ricetta: troppa banana, fenoli un po’ invadenti, carbonazione aggressiva, lieve astringenza e soprattutto bassa intensità. Per farla uscire un po’ dal guscio bisogna arrivare a temperatura ambiente ma in questo caso si annulla il suo potere rinfrescante. Bisognerebbe far risaltare maggiormente la componente fruttata, limitando la banana e bilanciarne il dolce con una leggera acidità: senza dimenticare quel carattere rustico che in una Saison non dovrebbe mancare mai.  Saison al farro? Per me è questa la massima espressione alla quale qualsiasi altra produzione dovrebbe cercare di avvicinarsi.
Aroma 5/12, Aspetto 3/3, Gusto 10/20, Mouthfeel 3/5, Impressione generale 6/10: totale 27/50

Passiamo a Blood Red Wine, Barley Wine (8.4%) con aggiunta di castagne affumicate, malti Maris Otter, Castagne, CaraPils, Crystal 240, Special B e CaraRed, luppolo Magnum, lievito US05. Anche questa è una birra molto bella da vedere, anche se la fotografia non le rende giustizia: ambrata con accesi riflessi rossastri, schiuma cremosa e compatta. L’aroma regala profumi di marmellata d’arancia e d’albicocca, caramello e biscotto: intensità e pulizia ci sono, peccato per l’affumicato che ricorda la plastica bruciata. Il mouthfeel è molto buono; barley wine dal corpo medio, delicatamente carbonato, morbido. La bevuta è coerente con l’aroma delineando una birra abbastanza pulita e intensa, dal profilo ovviamente dolce caratterizzato da biscotto, caramello, uvetta e prugna disidratata, marmellata d’albicocca. L’alcool si fa sentire ma non disturba, in chiusura c’è un breve passaggio amaricante terroso ma anche una leggera astinenza. Dedico un paragrafo a parte alla castagna affumicata: personalmente bandirei per legge l’uso della castagna nella birra, ma in questo caso il mezzo vuole soprattutto veicolare il carattere affumicato. Purtroppo è un fumo che a me continua a ricordare la gomma e la plastica bruciata e quindi lo trovo piuttosto penalizzante per la base di un Barley Wine che sarebbe invece abbastanza ben fatto. Per quel che mi riguarda tenterei altre soluzioni per affumicare la birra.
Aroma 6/12, Aspetto 3/3, Gusto 12/20, Mouthfeel 4/5, Impressione generale 6/10: totale 31/50

Concludendo: benissimo la Gose, da rivedere la Saison, via le castagne dal Barley Wine  😉.  Ringrazio di nuovo Andrea per avermi fatto assaggiare le birre e spero che le mie indicazioni possano essergli utili per migliorare le ricette.

lunedì 10 febbraio 2020

DALLA CANTINA: Birrificio del Ducato La Prima Luna 2012

E’ un po’ sparito dal mio radar ma non per questo bisogna dimenticare la rilevanza che il Birrificio del Ducato, fondato nel 2007 da Giovanni Campari e Manuel Piccoli, ha avuto nella scena della birra artigianale italiana. Sono trascorsi “solamente” tredici anni ma di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia: dai numerosi riconoscimenti per la keller Via Emilia, la birra-simbolo del birrificio, al lancio della  gamma BIA: era una delle prime volte che la birra artigianale s’affacciava sugli scaffali dei supermercati italiani ad un prezzo contenuto.
In tutto questo tempo le etichette sono cambiate, la forma delle bottiglie si è allungata per poi tornare alla panciuta forma con le quali il birrificio aveva debuttato.  Nel 2010 il Ducato si espandeva acquistando un secondo sito produttivo a Fiorenzuola che affiancava quello storico di Roncole Verdi (PR), oggi esclusivamente dedicato alla realizzazione di birre acide e agli affinamenti in botte. Nel 2015 l’impianto principale veniva trasferito nella nuova sede di Soragna e il sito di Fiorenzuola veniva dismesso: nello stesso anno il Ducato lanciava l’ambizioso The Italian Job, pub londinese dedicato al craft italiano che negli anni a venire avrebbe inaugurato altre succursali. Oggi a Londra ve ne sono quattro: Notting Hill, Hackney, Chiswick  e  Mercato Metropolitano.
Nell’estate del 2017 Campari e soci furono costretti – con molte polemiche - a rendere pubblica un’operazione che era avvenuta alla fine del 2016: la cessione del 35% delle quote societarie ai belgi della Duvel Moortgat. “Si cede una quota di minoranza, al fine di poter ottenere le risorse necessarie da destinare al birrificio Del Ducato” recitava il comunicato stampa: ma come quasi sempre accade in questi casi, gli investimenti di un pesce grosso sono solo il preambolo alla cessione della maggioranza, avvenuta di fatto nella primavera del 2018. Oggi Duvel possiede il 70% del Ducato che non può più definirsi “artigianale”, anche se la gestione operativa continua ad essere seguita da Campari e Piccoli; dall’arrivo dei belgi la produzione annua è salita da 5000 e 9000 ettolitri e qualche bottiglia è tornata sugli scaffali della grande distribuzione con la linea “Parma Vecchia”: Lager, Amber e IPA. 

La birra.
Qualche anno fa avevamo assaggiato L’Ultima Luna, potente Barley Wine invecchiato almento 18 mesi in botti che avevano in precedenza contenuto Amarone della Valpolicella. Per produrla è stato ovviamente necessario un Barley Wine “fresco”, ricetta che nelle intenzioni di Campari doveva servire esclusivamente per quello scopo, ma “durante la maturazione de L’Ultima Luna in serbatoio, prima di andare in botte, ci siamo accorti di come fosse già interessante e quali margini di evoluzioni avrebbe potuto avere la birra anche senza l’invecchiamento nel legno. Fu così che decidemmo di imbottigliare La Prima Luna, utilizzando la stessa base de L’Ultima Luna. Naturalmente un barley wine di questo calibro ha bisogno di molto tempo in bottiglia per armonizzarsi, è per questo che iniziamo a far uscire le bottiglie dopo almeno 10 mesi di affinamento. Il risultato è una birra meno complessa de L’Ultima Luna, in cui non si avverte l’influenza della botte e del vino che essa conteneva, le ossidazioni poi sono appena accennate (mentre nell’altro caso sono esasperate) ma la birra è molto più coerente allo stile e regala grandi soddisfazioni agli amanti del genere”.
Prima e Ultima Luna non sono inserite tra la gamma in attuale produzione, almeno stando a quanto riporta il sito ufficiale del birrificio. Andiamo allora a vedere come ha retto alla prova del tempo una bottiglia del 2012. La sua vesta è splendida, di color rubino intenso: in superficie si forma una piccola coltre di bolle che  svanisce molto rapidamente. Ciliegia, frutti di bosco, mela al forno, uvetta e datteri, melassa, note ossidative che richiamano lo sherry: dalle premesse si direbbe che abbiamo di fronte una vecchietta ancora arzilla e in forma. Anche la sensazione palatale è positiva: c’è qualche cedimento dovuto all’età, nulla di grave, e le bollicine sono ancora presenti. La bevuta ripropone l’aroma con intensità e buona pulizia dando forma ad un Barley Wine caldo ad accogliente, ricco di ciliegia, uvetta e frutti di bosco, spunti vinosi.  Un filo quasi invisibile di cartone bagnato è forse l’unica avvisaglia negativa dell’età, mentre una lieve acidità e un tocco amaricante finale di frutta secca a guscio riescono a bilanciarne la dolcezza. L’alcool si fa sentire senza eccessi in un lungo finale che riporta alla memoria i grandi vini fortificati: è invecchiata davvero bene questa bottiglia di La Prima Luna. Non raggiunge profondità eccelse ma si beve davvero con grande soddisfazione: se ne avete anche voi ancora una bottiglia del 2012 direi che è il momento di aprirla.
Formato 33 cl., alc. 12%, lotto  L011 12, scad. 01/12/2022, pagata 8,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa lattina e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 19 marzo 2019

DALLA CANTINA: Elav Progressive Barley Wine 2014

Dopo un’assenza di cinque anni ritorna sul blog il birrificio bergamasco Elav, fondato nel 2010 da Antonio Terzi e Valentina Ardemagni. Vediamo quanto di nuovo è avvenuto dal 2014 ad oggi: in quell’anno Elav metteva in funzione il nuovo impianto da 2,5 ettolitri a cotta seguito a ruota dalla nascita della Società Agricola Elav nel territorio che circonda il Monastero Vallombrosano ai piedi di Bergamo Alta. Due ettari di terreno  nella Val d’Astino sul quale si coltivano luppolo, erbe officinali e frutti rossi anche destinati alla produzione di birra. 
Sugli stessi campi si trova la Cascina Elav, “succursale” estiva del birrificio aperta da fine maggio a settembre: ristorante, pizzeria, pub e una corte all’aperto dove vengono ospitati eventi culturali, laboratori, seminari, spettacoli, concerti, mercati, corsi e workshop. Nei mesi più freddi dell’anno, ma non solo, potete dissetarvi allo storico Clock Tower Pub di Treviglio o all’ Elav Kitchen & Beer,  inaugurato a Bergamo Alta a gennaio 2018. Se state invece partendo per una vacanza troverete la Beerstrotheque Elav all’aeroporto di Orio al Serio, precursore italiano di un fenomeno che sta lentamente iniziando a prendere piede in molti aeroporti nel mondo: finalmente si possono ingannare i tempi d’attesa tra un volo e l’altro dissetandosi con birre di qualità e non con i soliti anonimi prodotti industriali. Abitate a Bergamo? Elav in collaborazione con Winelivery vi consegnerà a domicilio con bicicletta elettrica la vostra birra preferita in mezz’ora. Ogni giorno potete scegliere tra sei diverse birre che vi verranno recapitate a casa in appositi contenitori pressurizzati che promettono di preservare al meglio la qualità del prodotto. Il prezzo? Lo stesso di una pinta al bancone, ovvero sei euro per mezzo litro. 

La birra.
Dalle innovazioni commerciali passiamo a quelle nel bicchiere. Il barley wine di casa Elav si chiama Progressive non a caso: lievito american ale, solo due malti (pils e pale) e un luppolo esotico (Sorachi Ace), ma il birrificio assicura che questa birra “vi stupirà per la sua complessità e la sua spiccata personalità”. Alla prova dei fatti una bottiglia del 2014: i cinque anni in cantina le avranno fatto bene? 
Nel bicchiere si presenta di un color ambrato opaco ma ancora vivace e luminoso: la schiuma biancastra è cremosa ma di dimensioni piuttosto modeste e poco persistente. Il naso sorprende subito per pulizia, espressività e complessità: frutta secca a guscio, uvetta e datteri, mela, ciliegia, albicocca disidratata, toffee, accenni di vino marsalato. Aroma caldo, liquoroso e sensuale: si creano grandi aspettative che il gusto fortunatamente non delude. La bevuta è un liquore ricco di frutta sotto spirito la cui dolcezza viene stemperata da una leggera asprezza vinosa e da un’acidità quasi rinfrescante che, a cinque anni dalla messa in bottiglia, appare stupefacente. Il finale, anticipato da una punta amara di frutta secca, è caldo e ricco di nuovi rimandi ai vini liquorosi.  Sono quegli effetti positivi dell’ossidazione che vorresti sempre trovare in queste birre. Gran bella sorpresa questo barley wine di Elav, un piccolo gioiello tutto da scoprire: bilanciato nella sua dolcezza, morbido al tatto ed amalgamato tra tutte le sue componenti, scalda (11%) senza bruciare regalando sorprese ad ogni sorso. A cinque anni d’età è ancora in splendida forma e mostra di poter andare ancora avanti nel tempo: peccato non averne qualche altra bottiglia in cantina. Non mi sembra godere di notorietà tra gli appassionati, ma per quello che trovo in questo bicchiere la meriterebbe.
Formato 33 cl., alc. 11%, IBU 65, imbott. 14/05/2014, scad.  14/05/2034, prezzo indicativo 6,00 euro.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 11 marzo 2019

DALLA CANTINA: Lervig Brewers Reserve Barley Wine Aged in Bourbon Barrels 2014

Dal 2013 il birrificio norvegese Lervig è stato una costante presenza sul blog: qui trovate tutte le birre stappate in questi anni.  Stavanger, capitale del petrolio norvegese, è oggi conosciuta dai beergeeks per l’eccellente lavoro svolto dal birraio Mike Murphy, chiamato nel 2010 a risollevare le sorti di un marchio che non stava riscuotendo grande successo. Lervig è uno dei più apprezzati produttori europei e la fredda Stavanger ha iniziato a scaldare i motori: dal 2014 anche lei ha il suo piccolo festival birrario, chiamato “What’s Brewing”. 
Ad organizzarlo furono James Goulding  e David Graham in collaborazione con l’agenzia media Melvær&Co: Goulding (oggi European Manager per i canadesi della Collective Arts Brewing) a quel tempo lavorava per la Lervig, di cui a tutt’oggi Graham è ancora head brewer.  Il birrificio non volle organizzarlo in prima persona ma diede il proprio benestare a James e David; Mike Murphy sfruttò la propria rete di conoscenze per portare in Norvegia alcuni amici birrai stranieri per la prima edizione del festival. 
Da allora il “What’s Brewing” festival di Stavanger è cresciuto ed ha da poco annunciato i partecipanti all’edizione 2019 che si terrà il 18 e 19 ottobre: Verdant, Siren, Left Handed Giant, Harbour e Cloudwater (UK), Whiplash e White Hag (Irlanda), Basqueland (Spagna), To Øl, Mikkeller e Æblerov (Danimarca), O/O Brewing, Stockholm Brewing, Stigbergets e Omnipollo (Svezia), Loverbeer e Cra/k (Italia), Fuerst-Wiacek e Mahrs Bräu (Germania), Põhjala (Estonia), Lervig e Yeastside (Norvegia), Cascade, Other Half, Lamplighter, Modern Times, Stillwater, Norway, Sand City e Bruery (USA), Coedo e Shiga Kogen (Giappone), Jing-A e Great Leap (Cina), Collective Arts e Malty (Canada).

La birra.
“Our Barley Wine is the most special beer we make”: così alla Lervig descrivono una birra prodotta solamente una volta all’anno. Nel 2011 fu fatta la prima cotta, 800 litri in tutto, sull’impiantino pilota che Mike Murphy utilizzava per i propri esperimenti.  Oggi il Barley Wine viene fatto assemblando una piccola percentuale di birra fresca con quella che riposa da almeno un anno in diverse botti ex-bourbon. La ricetta prevede malti Monaco, Caramello e Chocolate, luppolo Styrian Goldings. Il birrificio le dà una shelf life di dieci anni: andiamo a vedere come si trova il Barley Wine 2014 a metà del suo percorso, dopo cinque anni in cantina. 
Il suo vestito è colorato di ebano scuro, o tonaca di frate cappuccino se preferite: in superficie solamente un piccolo pizzo di bolle sul bordo del bicchiere. L’aroma è caldo e intenso: arrivano subito ricordi di porto e di vini fortificati, frutti di bosco scuri, prugna disidratata, ciliegia sotto spirito, melassa, bourbon, qualche nota legnosa.  Il mouthfeel mostra qualche cedimento dovuto all’età ma la sensazione palatale è ancora gradevole, leggermente oleosa: poche bollicine, corpo medio-pieno. La bevuta corrisponde in pieno con l’aroma: dolce, calda, ricca di melassa, caramello e tanta frutta sotto spirito: prugna, uvetta, ciliegia, frutti bosco. I ricordi di vino fortificato sbiadiscono lentamente lasciando posto ad un finale nel quale emergono bourbon, legno e qualche nota ossidativi meno piacevole. Il bilancio degli effetti del passare del tempo è comunque ancora ampiamente positivo. Il passaggio in botte non (r)aggiunge particolari complessità o vette espressive ma ciò andrebbe verificato anche in un esemplare più giovane. L’alcool riscalda e rincuora senza esagerare ma è ovviamente una birra capace di fare serata da sola: mettetevi comodi e gustatevela con calma, cogliendo le sue diverse sfumature man mano che la temperatura nel bicchiere si alza. Ha già passato il suo picco, ma regala ancora belle soddisfazioni.
Formato 33 cl., alc. 13%, IBU 40, lotto AR 2014, scad. 30/01/2024, pagata 7.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 26 febbraio 2019

DALLA CANTINA: Toccalmatto Dudes 2011

One-shot, collaborazioni, special editions: fino a qualche anno fa questo era il pane quotidiano del birrificio Toccalmatto, sempre pronto ad incalzare i bevitori con qualcosa di nuovo da provare. Nel 2017 il birrificio guidato da Bruno Carilli ha stretto una importante partnership con la beerfirm belga Coulier e da allora la strategia commerciale è stata modificata. Fu lo stesso Carilli ad ammetterlo in un’intervista a Fermento Birra:  “non puoi continuare ad inseguire un mercato schizofrenico, modaiolo, publican volubili. Vedo qualche birrificio seguire trend produttivi effimeri, fare birre modaiole, ma è una politica cieca che non paga, tutt’altro. Te lo dice uno che ha lanciato mode, che ha fatto molte one-shot, ma poi le birre che vendi sono altre, devi creare degli standard e puoi farlo anche con birre molto caratterizzate, solo che devi venderle”
Va bene “divertirsi”, va bene far parlare di sé ma alla fine del mese bisogna fatturare e l’impianto deve funzionare, soprattutto se di “grosse” dimensioni:  “noi di Toccalmatto abbiamo già fatto un investimento importante due anni fa con l’acquisto del nuovo impianto, un investimento sostenibile attraverso un indebitamento non rischioso. Ma non basta. Sono necessarie risorse per assumere personale, soprattutto in ambito commerciale, oltre che per la comunicazione e per il marketing. Per fare lo scalino puoi vendere alla grande industria o puoi accordarti con i tuoi simili. Io ho preferito la seconda scelta”. 
Le birre Caulier vengono dunque prodotte oggi a Fidenza con l’obiettivo dichiarato di raggiungere 20.000 ettolitri l’anno entro 24 mesi.  In aggiunta a questi ci sono i volumi della gamma La Brassicola che Toccalmatto produce per una catena di discount italiani.  Meno varietà e più quantità. Sembrerebbe essere questo l’unico modo per sopravvivere: “rimanere in una fascia intermedia a livello dimensionale è pericolosissimo. Il mercato è cambiato e sta cambiando. Noi ci siamo salvati perché abbiamo investito in maniera assennata e graduale. Arrivi però ad un certo punto che devi cambiare il mercato, la distribuzione, e da solo non puoi farcela. Secondo me chi produce tra i 1000 e i 7000hl annui rischia molto”.

La birra.
Rimini, febbraio 2012:  la manifestazione oggi  nota come Beer Attraction  in quell’anno si chiamava Selezione Birra. Per l’occasione Toccalmatto presentò al pubblico la nuova linea di Barley Wine. Alla Dudes, versione base ”maturato in bottiglia per un minimo di 9 mesi”, vengono affiancate le varianti Salty Dog (invecchiata in botti ex- Caol Ila), Ombra (grappa) e Bedda Matri (Marsala). Qualche anno dopo arriverà anche Sugar Kane, invecchiata in botti ex-rum. 
Dalla cantina recupero quella che dovrebbe essere il primo lotto di Dudes, birra prodotta nel 2011 e messa poi in vendita l’anno successivo. Nel bicchiere è piuttosto torbida, di color ambrato con intense venature rossastre: la foto la rende molto più scura delle realtà. In superficie si forma una manciata di bolle grossolane che svaniscono immediatamente. L’aroma è un po’ stanco ma si porta dietro il cosiddetto “fascino dell’età”: prugna disidratata, frutti di bosco, cuoio, vino marsalato, accenni di ciliegia sciroppata, qualche frammento di cartone bagnato. L’assenza di schiuma è purtroppo indicatore di una birra  piatta: anche se un po’ indebolita dagli anni, la sensazione palatale è tuttavia ancora morbida e gradevole. Il gusto mostra buona corrispondenza con l’aroma: alla prugna disidratata e ai frutti di bosco s’aggiungono lievi note biscottate e caramellate prima che Dudes entri nel territorio dei vini marsalati per poi riposarsi su di una piccola poltrona di cuoio. E’ solo qui che l’alcool si fa finalmente notare in un finale lungo, caldo e avvolgente. 
I sette anni in cantina le hanno dunque fatto bene?  Indubbiamente è una birra che ha già intrapreso la parabola discendente:  leggere tracce di cartone bagnato ed ematiche spuntano fuori di tanto in tanto, c’è una lieve astringenza e mancano le bollicine. Il risultato è tuttavia ancora godibile e le connotazioni positive sono ancora dominanti rispetto a quelle negative. Toccalmatto dichiara che “può invecchiare decenni”, ma se ne avete ancora una bottiglia in cantina io non aspetterei molto ad aprirla, fossi in voi.
Formato 37,5 cl., alc. 12%, lotto 11018, scad. 04/2026, pagata 9.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 20 febbraio 2019

DALLA CANTINA: Deschutes Mirror Mirror Barley Wine 2014

Sono passati 31 anni da quando nel 1988 Gary Fish aprì con la moglie il Deschutes brewpub a Bend, Oregon: 368 gli ettolitri prodotti nei primi 12 mesi di vita, cresciuti esponenzialmente a 91.000 dopo dieci anni e 216.000 dopo venti. Il tutto grazie a numerose espansioni, all’apertura di un secondo brewpub a Portland (2008) e di uno sulla costa ad Est a Roanoke  (impianto da 22 ettoltri) che doveva costituire l’anteprima di un progetto ben più ambizioso da 95 milioni di dollari che prevedeva la costruzione di un secondo birrificio nella stessa città della Virginia, 180.000 ettolitri all’anno di capacità. Il progetto è stato tuttavia temporaneamente congelato nell’attesa di capire meglio gli sviluppi del mercato della craft beer. Il birrificio di Bend ha infatti attualmente una capacità di 684.000 ettolitri l’anno ma ne produce poco più di 470.000: nonostante questo Deschutes rimane il decimo maggior produttore craft americano, posizionandosi al numero venti se allarghiamo la classifica anche alla birra industriale.  
Nel 2018 anche Deschutes ha introdotto le lattine, formato ormai indispensabile per competere nel mercato craft, ma ha anche annunciato dolorosi tagli al 10% del personale. Gary Fish rimane ancora il maggior azionista del birrificio ma, come altri fondatori di birrifici artigianali americani divenuti molto grandi,  ha ceduto il ruolo di CEO e presidente a Michael LaLonde;  le restanti quote societarie sono state offerte ai dipendenti. 
Tutte o quasi le birre di Deschutes hanno riferimenti a luoghi geografici che si trovano nei dintorni di Bend:  la Pale Ale Mirror Pond, ad esempio, è dedicata ad un piccolo laghetto formato dal fiume Deschutes. Mirror Pond è stata anche la ricetta di partenza per la prima birra della Reserve Series, birre prodotte occasionalmente, stagionalmente o solamente una volta l’anno nel formato da 65 centilitri. Ad inaugurarla fu nel 2006 il barley wine Mirror Mirror, versione “raddoppiata” (dicono alla Deschues) della Mirror Pond Pale Ale. Si tratta di un blend di birra fresca e della stessa birra invecchiata per dieci mesi in botti che avevano contenuto vino Pinot Noir, Tempranillo e Malbec.
Mirror Mirror è stata poi replicata nell’aprile 2009 e nell’aprile del 2014. Rispettando la cadenza quinquennale nel 2019 è prevista l’uscita di un nuovo barley wine che dovrebbe essere questa volta chiamato Black Mirror; i dettagli non sono ancora stati resi noti.

La birra.
Dalla cantina recupero una bottiglia di Mirror Mirror millesimo 2014: la ricetta prevede malti Pale, Victory, Crystal, Maris Otter e Cara-Pils, luppoli Millennium e Cascade. Per chi volesse provare a replicarla in casa, ecco qui la “versione per homebrewing”. 
Come per molte birre della Reserve Series, Deschutes indica in etichetta la  data dopo la quale sarebbe meglio stappare a birra, in questo caso febbraio 2015. Si chiede quindi ai clienti di tenerla in cantina per quasi un anno per poterla apprezzare al meglio.
A quasi  cinque anni dalla messa in bottiglia Mirror Mirror ha perso un po’ di brillantezza e il suo color ambrato carico risulta piuttosto spento e opaco: la schiuma è invece ancora generosa e compatta, rivelando ottima ritenzione. Al naso c’è una buona complessità fatta di caramello, uvetta e datteri, ciliegia, fragola, mela cotogna, frutta secca a guscio e biscotto; l’ossidazione ha avuto fortunatamente sviluppi positivi, in questo caso regala ricordi di vini passiti e marsalati. Quello che impressiona maggiormente la sensazione palatale: nessun segno di cedimento, mouthfeel cremoso, morbido ed avvolgente, corpo tra il medio ed il pieno.  La bevuta inizia  dolce di caramello e biscotto, uvetta e datteri, ricalcando di fatto l’aroma per poi rivelare gli effetti del passaggio in botte; note vinose e di legno, una lieve asprezza ed una bella secchezza arrivano a portare equilibrio. Il finale è piuttosto lungo e riscalda senza bruciare: una scia etilica vinosa, avvolgente e morbida. Davvero una bella bevuta questo barley wine di Deschutes: pulito, intenso, bilanciato, ancora pieno di vita. Capace di regalare emozioni e probabilmente di poter resistere in cantina ancora per qualche altro anno. 
Formato 65 cl., alc. 11.2%, IBU 53, imbott. 04/2014, 24/02/2015, pagata 17,00 dollari (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio