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mercoledì 10 giugno 2020

Põhjala Cellar Series - Öö XO


Se siete alla ricerca di imperial stout/porter barricate e non, il birrificio estone  Põhjala è un punto di riferimento ormai imprescindibile nel panorama europeo. Ne è uno dei produttori più prolifici e avrà senz’altro qualcosa che possa soddisfare le proprie voglie: lo abbiamo ospitato sul blog in svariate occasioni.  La sua Cellar Series,  dedicata agli invecchiamenti in botte, annovera ormai una cinquantina di etichette: tante, forse troppe. Ma è un dazio che non si può evitare di pagare ad un mercato che è sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo da bere. 
Prendiamo ad esempio Öö (traduzione: la notte) che è l’imperial baltic porter (10.5%) della casa. La versione base è affiancata dalle varianti  al ribes nero  (Öö Cassis) e da quelle barricate Öö Bowmore  (cask di whisky Bowmore), Öö Rye Whiskey Reserve e Öö XO (Cognac). Attenzione a non confondere la notte (Öö) con la notte oscura (Pime Öö,) o con la notte bianca (Valge Öö): si parla sempre di notte e di oscurità, ma dalla bassa fermentazione (baltic porter) si passa alla alta (imperial stout).  Ad ogni modo è sempre utile avere qualche “notte” di Põhjala in cantina da poter stappare quando se ne ha voglia: il rapporto qualità prezzo è sicuramente soddisfacente. 
Per il turisti della birra ricordo la bella taproom che il birrificio ha inaugurato alla fine del 2018 nel quartiere Kalamaja di Tallinn; 24 spine Põhjala e qualche ospite, cucina gestita dallo Chef Michael Holman specializzata in barbecue texano, beer e merchandising shop, visite guidate giornalieri agli impianti, sauna a noleggio.

La birra.
Oggi parliamo della Öö XO, imperial baltic porter invecchiata per qualche mese in botti ex-cognac che ha debuttato nell’estate del 2016. La ricetta della Öö base (10.5%) prevede malti Pale ale, Munich, Carafa II Special, Special B, Chocolate e Crystal 300, zucchero Demerara, luppoli  Magnum e  Northern brewer.  
La Öö XO ha una gradazione alcolica leggermente superiore (11.5%) e si presenta effettivamente scura come la notte, anche se non completamente nera; compattezza e persistenza della schiuma sono notevoli. Il suo biglietto da visita è un aroma coinvolgente e caldo: il distillato accompagna un filo di fumo e di cenere, cioccolato, frutta sotto spirito, frutti di bosco, tostature. Nessun elemento prevale sull’altro ma vanno tutti a comporre un boquet dalla discreta intensità. Al palato è morbida, quasi delicata e dalla consistenza leggermente setosa.  La bevuta si mantiene coerente con l’aroma: tanta frutta sotto spirito, melassa e liquirizia, la delicata presenza del distillato, preziosi dettagli di cioccolato, vino fortificato, caffè e torrefatto. Un accenno di tabacco e un filo di fumo chiudono un percorso pulito e bilanciato. Non c’è quell’eccesso di dolce che sovente affligge le birre scure di Põhjala: tutto è al posto giusto, il passaggio in botte non sovrasta la birra ma contribuisce solo a valorizzarla, l’alcool è sempre sotto controllo. Tra le migliori della Cellar Series del birrificio estone, secondo me leggermente superiore anche alla già ottima Pime Öö PX.
Formato 33 cl., alc. 11,5%, IBU 60, lotto 405, scad. 14/03/2020, prezzo indicativo 8.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

venerdì 4 ottobre 2019

Ritual LAB / De Moersleutel Four Brothers

Il birrificio laziale Ritual Lab è una presenza abbastanza regolare sul blog dal 2016 ad oggi: il suo percorso sta proseguendo a gonfie vele grazie al nuovo impianto Easybräu-Velo da 25 ettolitri che è entrato in funzione proprio quest’anno. L’incremento di capacità produttiva ha permesso di raggiungere nuovi mercati all’estero, soprattutto nell’Europa settentrionale; per quel che riguarda i riconoscimenti, il birraio Giovanni Faenza dopo aver ottenuto nel 2018 l’incoronazione come Birraio Emergente del 2017 si è classificato al secondo posto tra i ”big” nell’edizione 2018-2019 nella kermesse fiorentina organizzata da Fermento Birra. 
E tra le novità non possono certamente mancare le collaborazioni, da sempre uno dei motori trainanti dell’economica della craft beer. L’ultima arrivata in ordine cronologico (giugno 2019) è una Baltic Porter chiamata Four Brothers realizzata assieme agli olandesi di De Moersleutel, birrificio che abbiamo già incontrato in un paio di occasioni. Quello della famiglia Zomerdijk è un business di famiglia che si è espanso alla fine del 2018 con l’inaugurazione del nuovo sito produttivo ad Alkmaar. Il padre Sjaak ha dato il via all’attività ma sono stati i quattro giovani figli Pim, Tom, Rob e Max (Four Brothers), tutti nati tra il 1990 e il 1998, a portarlo al successo. Sono loro a seguire le mode e a dare ai beergeeks quello che vogliono: IPA e Imperial Stout, possibilmente in lattina, al ritmo incessante di una novità dietro l’altra. 
Cosa aspettarsi dall’incontro tra Ritual Lab e De Moersleutel? Una IPA? Una Imperial Stout?  Quasi: una Baltic Porter adornata dalla splendida etichetta realizzata da Pierluigi Bellacci, artista classe 1948 con alle spalle diverse esposizioni personali in Italia ed in Europa.  Parlare di etichetta come opera d’arte non è affatto un azzardo, in questo caso.

La birra.
Si presenta vestita quasi di nero con una cremosa e compatta testa di schiuma che ha ottima ritenzione. Orzo e pane tostato, caffè e qualche estero fruttato danno forma ad un aroma pulito e discretamente intenso: in secondo piano emerge anche qualche nota di tabacco e cenere.  Al palato i parametri stilistici non prevedono particolari asperità e questa Four Brothers li rispetta: corpo medio, morbida, carbonazione contenuta. Caramello e frutta sotto spirito (prugna, frutti di bosco) iniziano un percorso dolce che vira presto verso l’amaro dell’orzo e del pane tostato, del caffè e del cacao. Amaro che s’intensifica ulteriormente nel finale quando il torrefatto viene rafforzato dall’apporto del luppolo.  Il risultato finale si spinge probabilmente un po’ troppo nel territorio delle imperial stout ma poco importa, qui non siamo ad un concorso: è una Baltic Porter molto ben riuscita, precisa, pulita e facile da bere grazie ad un contenuto alcolico (7%) ben mascherato.  Perfetta per l’autunno che tarda ad arrivare, ma non solo.
Formato 33 cl., alc. 7%, IBU 40, lotto e scadenza non leggibili, prezzo indicativo 6.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 2 aprile 2019

Lost And Grounded Running with Spectres

Alejando “Alex” Troncoso è nato in Guatemala, è cresciuto negli Stati Uniti ed ha vissuto in una decina di paesi prima di mettere le radici a Bristol, Regno Unito: l’unica certezza che ha sempre avuto è quella di voler fare il birraio. E lo ha fatto tra le mura di casa, poi temporaneamente in Australia, poi in Colorado e quindi  di nuovo in Australia, ormai trentenne: “dopo una quarantina di rifiuti ottenni un lavoro a Melbourne, al birrificio Stockade. Era da sette anni che cercavo di essere assunto come birraio e loro mi chiesero di lavorare quasi esclusivamente alla produzione di una crema di liquore”. La tortura dura solo sei mesi, perché riceve una chiamata dal birrificio Little Creatures di Fremantle, a “soli” 3500 chilometri di distanza, che gli offre un posto da “vero” birraio anche se per Alex ciò significa dover guadagnare di meno.  La felicità dura otto anni nel corso dei quali passa da semplice birraio al ruolo di “director of brewing” supervisionando anche l’installazione di un nuovo impianto: il birrificio aumenta la produzione annuale da 10.000 a 100.000 ettolitri. Nel 2012  Little Creatures viene acquistato dalla giapponese Kirin (che già ne possedeva il 25%)  e per Alex e la fidanzata Annie Clements è tempo di un nuovo trasloco. Destinazione Londra, dove Camden Town sta cercando un nuovo “head brewer” : vi resterà per quasi tre anni, andandosene sei mesi prima che il birrificio finisse nella mani della multinazionale AB-InBev. 
Per Alex era arrivato il momento di mettere in pratica il progetto che aveva sempre sognato: un birrificio tutto suo. “Pensavamo di andare a Liverpool, ma un giorno passammo per Bristol che ci ricordò un po’ l’Australia – tutti erano abbastanza rilassati. Non avevamo mai avuto neppure una casa tutta nostra e ora dovevamo investire tutti i nostri risparmi in un birrificio. La cosa ci spaventava un po’: per fortuna ci aiutarono un po’ delle persone che avevano lavorato con me alla Little Creatures, in particolare il fondatore Howard Cearns”. A luglio 2016 accende i motori il birrificio Lost and Grounded Brewers, impianto da 25hl fornito dalla tedesca Krones: a Bristol c’è entusiasmo per l’arrivo dell’ex-birraio di Camden Town, ma Alex Troncoso sorprende un po’ tutti con una gamma di cinque birre che non prevede nessuno degli stili maggiormente richiesti dal pubblico: IPA, APA, DIPA. Ci sono invece  la Keller Pils “Hop Bitter Lager Beer’”, la Lager molto luppolata  “Running with Sceptres”, la saison “Hop-Hand Fallacy”, la Red Ale “No Rest for Dancer” e la Tripel “Apophenia”.  Gli amanti del luppolo non si preoccupino: IPA e DIPA sono comunque arrivate in un secondo momento. Alle etichette – strumento di marketing ormai essenziale nell’affollato mercato della craft beer -  lavorano i designer Alexia Tucker e Sam Davis; in birrificio operano i birrai Marc Muraz-Dulaurier (ex Mad Hatter), Mikey Harvey (ex Hop and Berry) e Matt Thompson (ex Celt Beers).

La birra.
Produzione destinata ai mesi più freddi dell’anno, la (Hoppy) Baltic Porter  Running with Spectres (6.8%) viene prodotta con malti Pilsner, Cara, Crystal, Brown, Chocolate, Roast e luppoli Magnum, Premiant e Columbus. 
Il suo colore è un bel marrone con intense venature rossastre: la schuma è generosa, cremosa e compatta ed ho un’ottima persistenza. Al naso c’è pulizia ed un buon livello d’intensità: pane nero, frutta secca a guscio, caramello, caffè ed esteri fruttati che richiamano i frutti di bosco “scuri”. Al palato è morbida, scorre con buona facilità nascondendo bene l’alcool. La bevuta inizia con il dolce di caramello, cola, frutta sotto spirito e termina con un amaro piuttosto intenso nel quale trovano posto note terrose e torrefatte, di frutta secca a guscio e di caffè. Intensità ed equilibrio non mancano in questa Baltic Porter di Lost And Grounded: c’è ancora qualcosa da sistemare ma il livello è piuttosto buono.  Dopo Moor, Arbor, Bristol Beer Factory, Wiper and True e Left Handed Giant un altro birrificio da tenere d’occhio nella vivace Bristol.
Formato 44 cl., alc. 6.8%, scad. 23/10/2019, prezzo indicative 6.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 5 dicembre 2018

Eastside Fumo Lento

Le giornate si fanno sempre più corte e fredde, non c’è niente di meglio che concluderle versandosi nel bicchiere qualcosa che riscaldi e che ci faccia compagnia per quasi tutta la serata. Non è un caso che il consumo delle birre “scure” sia molto più elevato nei mesi più freddi dell’anno, soprattutto nelle loro versioni “robuste” o imperiali: Baltic Porter, ad esempio, il cui nome evoca già il freddo e un possibile rimedio. 
Birre scure dalla sostenuta gradazione alcolica erano prodotte nei paesi baltici da secoli ma fu Michael Jackson (il beerhunter, non il cantante… per i meno esperti in materia) a rivendicare la paternità di quella che, dice, è “una categoria nata dopo una serie di articoli che scrissi nel 1990, dopo un viaggio in Estonia“. Una quindicina di anni prima, nel libro World Guide to Beer del 1977, Jackson si limitava a raccontare che “le Porter prodotte in Polonia hanno corpo medio, sono potenti e forti con una gradazione alcolica di circa il 7.5%”. 
E’ noto che nel diciottesimo secolo l’Inghilterra era una potenza industriale e anche la birra era oggetto di commercio verso l’estero: i paesi scandinavi e baltici apprezzavano “in particolare birre di colore scuro, alcoliche e dolci”.  Una su tutte? Quella che il birrificio Barclay Perkins dedicò all’imperatrice di Russia Caterina la Grande: nacque la prima “Russian Imperial Stout”.  Ovviamente i birrai locali non rimasero con le mani in mano ed iniziarono ad imitare le birre provenienti dall’Inghilterra adattando le ricette per i lieviti a bassa fermentazione che utilizzavano abitualmente.

La birra.
Questo breve excursus storico ha lo scopo d'introdurre la Baltic Porter del birrificio di Latina Eastside, presenza abbastanza regolare sul blog. Fumo Lento ha debuttato a cavallo tra la fine del 2016 e l’inizio del 2017: la sua bella etichetta raffigura quei velieri che nel diciottesimo secolo salpavano dai porti inglesi verso i mari del Nord. Sotto di lui la “nebbia di mare” o, se preferite, il fumo “lento” di un sigaro al quale potete abbinare questa birra. La ricetta prevede il 50% di malto affumicato, malti Chocolate, Carafa 3 Special, Brown e luppolo Chinook sia in amaro che a fine bollitura. L’ispirazione? Probabilmente la Baltic Porter più amata dagli appassionati: quella del birrificio Alaskan.  
All’aspetto è di color ebano scuro, la schiuma è cremosa e compatta ed ha buona ritenzione.  Il legno affumicato è protagonista di un aroma ricco e pulito nel quale appaiono profumi di pane nero, orzo tostato, fondi di caffè, speck, qualche suggestione di cacao amaro. Al palato è morbida e poco carbonata, la scorrevolezza è ottima. Passano in rassegna dapprima caramello, pane nero, accenni biscottati e frutta sotto spirito, mentre nel finale s’intensificano tostature e caffè. Il fumo è più in secondo piano rispetto all’aroma ma – come in una sinfonia – entra ed esce di scena a più riprese dialogando con gli altri elementi. C’è anche spazio per suggestioni di cioccolato, l’alcool (7.5%) è molto ben dosato, il retrogusto abboccato è caldo, accomodante e invitante. Gran bella Baltic Porter questa di Eastside: pulita, definita, intensa, precisa e molto bilanciata. Scorre con pericolosa facilità ma sarebbe un vero peccato non gustarla con calma, sorso dopo sorso. Ogni cosa al posto giusto in una birra da non mancare se la trovate: per me una delle migliori produzioni del birrificio di Latina, che ringrazio per avermela fatta assaggiare. 
Formato 33 cl., alc. 7.5%, lotto 15 18, scad. 12/2020, prezzo indicativo 5.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

giovedì 8 novembre 2018

Mastino Teodorico Baltic Porter

Debutta sul blog solamente oggi, con colpevole ritardo, il birrificio veronese Mastino che è in attività dal dicembre del 2007:  lo fondano i fratelli  Oreste e Mauro Salaorni, entrambi ex-homebrewers,  in un piccolo locale di cinquanta metri quadrati adiacente alla pizzeria di famiglia, “La Fonte” a Mezzane di Sotto. Il nome scelto, in onore della dinastia governò la città di Verona per oltre un secolo, è Birrificio Artigianale Scaligero - Mastino II° e anche le prime birre prodotte riportano i nomi di alcuni componenti di quella importante famiglia: l’impianto Brew Tech da 250 litri è in funzione di giorno mentre la sera i due fratelli operano dietro al bancone della pizzeria dove le birre vengono servite ai tavoli. 
Nel 2013  la sede si sposta una decina di chilometri più a valle, in un ampio capannone della zona industriale di San Martino Buon Albergo, dove viene posizionato il nuovo impianto da 30 ettolitri, con maturato orizzontali Ma il cambiamento più radicale arriva due anni più tardi, nel 2015:  Oreste lascia la società lasciando Mauro a gestire la produzione assieme al nuovo socio Christian Superbi che si occupa della parte commerciale.  Per l’occasione avviene anche il completo restyling della gamma, del logo e delle etichette: arrivano la Helles Cangrande, la Amber Lager Monaco, la Blanche Altaluna, la Pils 1291 e la Ipa Hop.E, affiancate da altre birre stagionali e occasionali. L’aumentata capacità produttiva impone d’adottare nuove strategie produttive e distributive per collocare i circa 2000 ettolitri che vengono attualmente imbottigliati ed infustati: “fino al 2015racconta Mauro - abbiamo prodotto birre molto ricercate, che fondamentalmente piacessero soprattutto a noi. Poi abbiamo cominciato a produrre birre più classiche, ma ben fatte. E riuscirci non è affatto facile”. Ma i riconoscimenti non tardano ad arrivare: quarto posto all’edizione 2017 di Birraio dell’Anno, medaglia d’oro nella sua categoria alla Pils 1291 a Birra dell’Anno 2017 e alcune “menzioni d’onore” all’edizione 2018.

La birra.
A Teodorico, re ostrogoto che a lungo risiedette a Verona, il birrificio Mastino dedica la propria Baltic Porter, prodotta con il metodo della decozione e con aggiunta di melata di bosco di produzione locale, luppoli  Magnum e Mittelfrueh: non rivelato il parterre dei malti. 
Il suo colore è un bell’ebano impreziosito da venature rossastre, quasi limpido: la schiuma, cremosa e compatta, ha un’ottima ritenzione. Toffee, pan di spagna, pane nero, miele, uvetta e prugna danno forma ad un aroma caldo e avvolgente, pulito e intenso. La sensazione palatale è morbida e la bevuta non presenta difficoltà, anche se il tenore alcolico è abbastanza elevato (9%). Il gusto ripropone gli stessi elementi dell’aroma ma lo fa con meno precisione: la bevuta è comunque piacevole nonostante i singoli elementi non emergano in maniera definita. Al dolce di miele, toffee e della frutta sotto spirito si contrappone un amaro delicato terroso e di frutta secca a guscio, leggermente tostato al punto da offrire qualche suggestione di caffè. L’alcool rimane in sottofondo riscaldando con giudizio ogni sorso ed è un piacere passare l’intera serata in compagnia di Teodorico. Il livello è buono, con maggior pulizia e definizione in bocca si farebbe davvero un grosso salto in avanti. 
Formato 33 cl., alc. 9%, IBU 27, lotto 1011-17A3 , scad, 15/04/2020, prezzo indicativo 4.00 euro

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 27 maggio 2018

Põhjala Talveöö

Põhjala, birrificio estone attivo dal nel 2011 come beerfirm e  dal 2014 come birrificio, sta ottenendo sempre più successo e il mezzo milione di ettolitri attualmente prodotto sarà presto incrementato dalla messa in funzione del nuovo impianto di Kalamaja, quartiere periferico di Tallinn: un ambizioso piano d’espansione da quattro milioni di euro lanciato dai fondatori Enn Parel e Peter Keek, assieme ad altri soci. 
“Põhjala  no solo IPA”, potremmo dire: sono le birre “scure”, che nel nostro paese non hanno una grande diffusione, ad aver maggiormente contribuito all’affermazione del birrificio guidato in sala cottura da Chris Pilkington ed il suo team di birrai;  il mercato del nord europa, nel quale Põhjala è molto attivo, ama stout e porter, meglio se in versione “imperial” o affinate in botte e,  ça va sans dire, le baltic porter delle quali i paesi affacciati sul mar Baltico ne sono stati la culla. 
Sono quattro le (imperial) baltic porter prodotte da Põhjala e note con il nome di Öö: la versione base (10.5%) l’avevamo assaggiata in questa occasione, all’appello mancano la sua versione invecchiata in botti di Cognac (Öö XO, 13.9%), la sua variazione al ribes nero chiamata Öö Cassis (10.5%) e la
la più “leggera” Talveöö (9%, con aggiunta di cocco, vaniglia e cardamomo). Stappiamola.

La birra.
"Notte d'inverno", questo il significato di Talveöö. La sua ricetta elenca malti Pale, Monaco, Carafa 2 Special, Cara Pale, Chocolate, Cara 150, avena in fiocchi, zucchero Demerara, luppoli Magnum e Northern Brewer, cocco tostato, baccelli di vaniglia e semi di cardamomo. Il suo colore è prossimo al nero, mentre la schiuma è cremosa, compatta ed ha una buona persistenza. Al naso pane nero, vaniglia e cioccolato al latte, cocco, un po' di effetto bounty: a dominare è però inaspettatamente il cardamomo. Chi conosce le "birre scure" di Põhjala sa come a volte siano un po' troppo sbilanciate sul dolce: non è il caso di questa Talveöö. Pane nero, caramello e vaniglia, cioccolato al latte, cocco e prugna definiscono una bevuta dolce, movimentata dal cardamomo e che sfuma gradatamente nell'orzo tostato, con qualche accenno di caffè. C'è quasi equilibrio ma non c'è quella pulizia e quella definizione che vorresti trovare in una baltic porter che è invece un po' "sporcata" e confusa dagli ingredienti aggiunti. Poche bollicine attraversano una birra molto morbida al palato, quasi vellutata, dal corpo medio. C'è una leggera astringenza finale, l'alcool (9%) è ben nascosto e regala solo un delicato tepore a fine corsa.
La "notte d'inverno" di Põhjala è una buona e soddisfacente bevuta, discretamente speziata: non è esente da imprecisioni, ma il bilancio è comunque positivo.
Formato 33 cl., alc. 9%, IBU 40, lotto 499, scad. 27/08/2018, prezzo indicativo 5.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 8 aprile 2018

Jopen / Browar Stu Mostów: Polished Black Gold

Continuano ad aumentare incessantemente il numero delle collaborazioni tra birrifici "artigianali": quella di oggi vede un insolito incontro tra Olanda e Polonia.
Ad Haarlem si trova il birrificio Jopen, nome col quale nel quattordicesimo secolo erano chiamati quei barili di birra che dalla città dei Paesi Bassi venivano esportati all'estero. A quel tempo Haarlem era la seconda più grande città olandese ed il maggior centro di produzione della birra; nel 1994 un gruppo di appassionati birrofili locali (Stichting Haarlems Biergenootschap) vogliono far rivivere i fasti di quella tradizione e recuperano dall'archivio cittadino due ricette risalenti al 1407 e al 1501. Jopen è il nome dato a quelle birre che vengono prodotte in Belgio sugli impianti della Halve Maan. Nel 1996 un gruppo d'imprenditori locali forma la Jopen BV, una beerfirm che inizia a produrre con regolarità appoggiandosi prima agli impianti di La Trappe e poi del birrificio belga Van Steenberge. Il passaggio di status a birrificio avviene nel 2010 quando termina il restauro della vecchia Jacobskerk, una chiesa nel centro di Haarlem (Vestestraat 1) convertita a brewpub con ristorante annesso, ancora oggi operativo nonostante la maggior parte delle birre siano prodotte nel nuovo e moderno stabilimento che si trova in un quartiere industriale periferico. Qui (Emrikweg 21) è anche operativa la taproom chiamata Jopen Proeflokaal Waarderpolder; un terzo luogo dove potete bere le birre di Jopen è nella vicina Hoofddorp dove è stato inaugurato (Hoofdweg 774) un secondo brewpub, anch'esso all'interno di una ex-chiesa ristrutturata.
Ci sono molte meno informazioni disponibili sul birrificio polacco Stu Mostów (ovvero "cento ponti") inaugurato nel settembre 2014 a Breslavia. I fondatori sono Arleta e Grzegorz Ziemian, una coppia che dopo aver lavorato all'estero per diversi anni nel settore bancario ha fatto ritorno in patria per ristrutturare una vecchia sala cinematografica e aprire un birrificio. La tradizione polacca è contaminata dalla craft beer revolution americana, paese dove Grzegorz ha lavorato per tredici anni; l'impianto è un Braukon da quaranta ettolitri. 

La birra. 
"Oro nero" é  a quanto pare il nome con cui le Baltic Porter vengono chiamate in Polonia; questo il nome scelto da Jopen e Stu Mostów per una robusta (9.2%) birra che utilizza luppoli polacchi Lunga e Sybilla.  Nel bicchiere è prossima al nero con una perfetta testa di schiuma cremosa e compatta, dall'ottima persistenza. Ad un bell'aspetto corrisponde un naso che mostra una complessità e pulizia: pane nero, biscotto, frutta secca a guscio, prugna e ciliegia. In secondo piano accenni terrosi e di cioccolato. La sensazione palatale è davvero ottima, una carezza vellutata, poche bollicine, corpo medio: il gusto non delude le aspettative e propone con buona pulizia e intensità una bevuta molto ben bilanciata. Caramello, biscotto, pane nero, prugna e uvetta definiscono un percorso dolce che viene poi bilanciato da un finale amaro nel quale trovano posto le note terrose e speziate di luppolo e segale, accenni di caffè e leggere tostature. Davvero una bella sorpresa questa Polished Black Gold: una baltic porter ben fatta e bilanciata, dall'ottimo mouthfeel e facile da bere a dispetto di una gradazione alcolica che apporta un po' di calore solo nel finale. Birra molto ben riuscita, promossa senza indugi.
Formato: 33 cl., alc. 9.2%, lotto 17369/14, scad. 23/10/2019.

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

martedì 16 gennaio 2018

Põhjala Öö Cassis

Põhjala, birrificio estone attivo dal nel 2011 come beerfirm e  dal 2014 come birrificio, sta ottenendo sempre più successo e il mezzo milione di ettolitri attualmente prodotto sarà presto incrementato dalla messa in funzione del nuovo impianto di Kalamaja, quartiere periferico di Tallinn: un ambizioso piano d’espansione da quattro milioni di euro lanciato dai fondatori Enn Parel e Peter Keek, assieme ad altri soci. 
“Põhjala  no solo IPA”, potremmo dire: sono le birre “scure”, che nel nostro paese non hanno una grande diffusione, ad aver maggiormente contribuito all’affermazione del birrificio guidato in sala cottura da Chris Pilkington ed il suo team di birrai;  il mercato del nord europa, nel quale Põhjala è molto attivo, ama stout e porter, meglio se in versione “imperial” o affinate in botte e,  ça va sans dire, le baltic porter delle quali i paesi affacciati sul mar Baltico ne sono stati la culla. 
Sono quattro le (imperial) baltic porter prodotte da Põhjala e note con il nome di Öö: la versione base (10.5%) l’avevamo assaggiata in questa occasione, all’appello mancano la sua versione invecchiata in botti di Cognac (Öö XO, 13.9%), la più “leggera” Talveöö (9%, con aggiunta di cocco, vaniglia e cardamomo) e la sua variazione al riber nero chiamata Öö Cassis (10.5%): vediamola.

La birra.
La sua ricetta è identica alla Öö base, fatta eccezione per l’aggiunta delle bacche; quindi malti Pale ale, Monaco, Carafa II Special, Special B, Chocolate, Crystal 300 e zucchero  Demerara, luppoli Magnum e  Northern Brewer. All’aspetto si presenta quasi nera e forma un discreto cappello di schiuma cremosa e abbastanza compatta, dalla buona persistenza. 
Il naso è dolce e, sebbene pulizia ed eleganza non siano le sue caratteristiche principali, regala comunque un gradevole bouquet composto da pane nero, ribes nero, pane tostato, prugna e uvetta. Al palato è morbida e leggermente viscosa: poche bollicine e corpo tra il medio ed il pieno avvolgono il palato senza ricoprirlo di quella guaina catramosa che spesso caratterizza la produzioni del nord Europa. Il primo sorso è davvero soddisfacente: una baltic porter “on steroids” nella quale al dolce quasi sciropposo di ribes, prugna, uvetta, caramello e melassa, cerca di contrapporsi un finale leggermente amaro di pane tostato e ricordi di caffè. Sottolineo il primo sorso perché è quello di cui conservo il miglior ricordo: continuando la bevuta, la componente dolce sciropposa tende inevitabilmente a saturare il palato sino al (mio) punto di non ritorno.  Non è una birra fatta male, ma deve piacervi (e molto) il dolce: l’alcool riscalda in maniera educata e cerca, per quanto può, di mitigarlo e “asciugarlo”. E la bevuta non sarebbe neppure troppo difficile se paragonata alla gradazione alcolica (10.5%) ma il sorseggiare è inevitabilmente rallentato dal dolce. Finezza e pulizia non sono certo le sue caratteristiche principali, il risultato è una baltic porter molto ricca ma grossolana, per me da prendere in piccole dosi. O almeno affiancateci una tavoletta di cioccolato fondente e soddisfate il vostro fabbisogno calorico quotidiano.
Formato 33 cl., alc. 10.5%, IBU 60, lotto 357, scad. 13/12/2017, prezzo indicativo 4.00-5.00 Euro (beershop).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 7 novembre 2017

The Bruery The Grade 2016

Il birrificio californiano The Bruery fu uno dei primi ad attivare un programma di membership:  i soci che vi aderiscono hanno la certezza di poter mettere le mani su di un determinato numero di birre difficilmente reperibili,  mentre il birrificio ottiene un pagamento “anticipato” vendendo della birra che deve ancora produrre. Il successo ha spinto Patrick Rue, fondatore di Bruery, ad ampliare l’offerta creando nuovi club sempre più esclusivi (ed esosi per chi vi prende parte).  Vediamoli  a partire da quello “basico”, ovvero la Preservation Society che ad un costo variabile a trimestre di 50-70 dollari  (a seconda delle birre e dall’opzione spedizione in California o ritiro di persona) vi garantisce tre birre con un prezzo scontato del 10% rispetto a quello di listino: l’offerta include ogni volta mesi una birra invecchiata in botte di bourbon, una acida e invecchiata in botte, una sperimentale. Potrete inoltre partecipare a vendite speciali che avvengono ogni tanto e accedere alla “tap list speciale” riservata ai membri presso le tap rooms del birrificio. 
L’asticella si alza accedendo alla Reserve Society: 295 dollari all’anno vi garantiscono per il 2018 l’equivalente di un valore commerciale di 370 dollari di birre e merchandising. Potete scegliere il pacchetto dedicato alle birre “barrel aged & sour” (14 bottiglie), a quello solo “barrel aged” (12 bottiglie) o a quello solo “sour” (25 bottiglie di Bruery Terreaux). Avrete un 15% di sconto su qualsiasi altro ordine fatto sul sito on-line del birrificio e alle tasting rooms avrete accesso ad eventi speciali e a birre speciali, ovviamente da pagare separatamente. La spedizione a domicilio è un extra che vi sarà addebitato: nel caso non abbiate avrete fretta e vogliate il ritiro a mano, magari perché abitate a migliaia di chilometri di distanza, The Bruery promette di tenere in magazzino a temperatura controllata tutte le vostre birre fino a febbraio 2019. Insomma, se volete birre “rare” da scambiare o rivendere a prezzi folli su mercati secondari, fate i vostri conti: i soldi che vi chiedono di pagare potrebbero non essere così tanti, alla fine. 
L’ultima frontiera è quella dell’esclusività, ovvero la “Hoarders Society”: un club al quale vengono invitati solo i clienti migliori (ovvero i più facoltosi...?). Se accettate l’invito dovrete pagare 700 dollari per ottenere, secondo l’offerta 2017: una quarantina di  bottiglie, alcune prodotte in esclusiva, merchandising (bicchieri, apribottiglie, borse, spille..), sconto del 20% su ulteriori acquisti e possibilità di prenotare il doppio del numero di bottiglie riservate ai membri della Reserve Society: accesso ad eventi speciali, accesso a birre speciali presso la  taproom del birrificio, sia che vogliate riempire un growler che fare un semplice beer-flight. Ovviamente non gratis.  Avete speso presso The Bruery qualche migliaia di euro nel corso dell’anno e non vi anno invitato al club? Rosicate come fanno questi utenti di BeerAdvocate.

La birra.
The Grade è una delle birre dell’offerta della Preservation Society 2016. Non si tratta di una birra “in esclusiva”, ma l’essere soci vi garantiva la sicurezza di riceverla e ad un prezzo scontato del 10%. Si tratta di una baltic porter prodotta con sciroppo d’acero e fieno greco, alias trigonella, pianta appartenente alla famiglia delle leguminose. 
Si veste di color ebano piuttosto scuro e mostra una generosa testa di schiuma cremosa e compatta, dall’ottima persistenza. Se (anche a voi) piace lo sciroppo d’acero ne troverete in abbondanza nell’aroma di questa birra, intenso e pulito: i suoi profumi dolci sono affiancati da quelli di biscotto, caramello, pan brioche, uvetta e prugna. La gradazione alcolica (7.6%) è tutto sommato contenuta se paragonata agli standard di un birrificio che ama spesso usare la mano pesante: ne guadagna la bevibilità ma viene a mancare un po’ di quella struttura etilica necessaria per sostenere adeguatamente tutto il dolce dello sciroppo d’acero. Anche il mouthfeel non è indenne da critiche: parte bene, morbido e avvolgente ma si assottiglia un po’ troppo man mano che la bevuta procede, sconfinando a tratti quasi nell’acquoso. Al gusto lo sciroppo d’acero è meno dominante ma complessivamente c’è corrispondenza quasi perfetta con l’aroma: caramello, biscotto, uvetta e prugna, un finale delicatamente amaro che ricorda il pane tostato. Manca un po’ l’alcool, non c’è una vera e propria fiamma a riscaldare il cuore di chi beve ma solo un debole lumicino: le cose migliorano un po’, ma non  troppo, lasciandola riscaldare sino a temperatura ambente. In assenza di quel finale “in crescendo” che avrebbe meritato, la The Grade di Bruery è una baltic porter  piuttosto dolce e non completamente bilanciata dall’amaro: dedicata a chi ama lo sciroppo d’acero, sconsigliata (visto il prezzo non esattamente economico) a chiunque altro.
Formato: 75 cl., alc. 7.6%, lotto 339, imbott. 30/08/2016, prezzo indicativo 20.00 Euro (beershop).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 5 aprile 2017

Hoppin' Frog / Dry & Bitter: Old School Baltic Porter


Eccomi ad ospitare ancora una volta il birrificio Hoppin' Frog, uno dei protagonisti di questo 2017 con le sue intense e ricche birre scure. E’ il risultato di una serie di collaborazioni che il birrificio guidato dalla “rana” Fred Karm ha realizzato nel corso del 2016, soprattutto in territorio europeo. L’Hoppin Frog 2016 European Collaboration Tour, che ha replicato quello svolto nel 2012, ha coinvolto la beerfirm To Øl (SS Stout),  gli inglesi di Siren (la piccante 5 Alarm) e i norvegesi di Lervig con la massiccia Sippin' Into Darkness Imperial Stout, bevuta qualche settimana fa. 
Nel weekend del 13-14 maggio 2016 Hoppin’ Frog è tra i birrifici presenti alla Copenhagen Beer Celebration: un appuntamento ormai fisso per il birrificio al quale l’11 maggio viene anche dedicato un Tap Takeover al locale Fermentoren della capitale scandinava. Questo brewpub, popolare meta tra i beergeeks, è di proprietà di Søren Wagner e Jay Pollard: le sue birre sono prodotte presso il birrificio Ølkollektivet che i due soci hanno rilevato nel 2015. La lunga storia ve l’avevo già raccontata presentando la beerfirm Dry & Bitter, anch’essa posseduta da questi due soci, che ha debuttato nel 2015: tra Copenhagen Beer Celebration e Fermentoren, Hoppin’ Frog trova anche il tempo per realizzare una birra assieme a Dry & Bitter, una massiccia Baltic Porter con aggiunta di pepe nero. Qui trovate il video girato da Karm assieme a Søren Wagner nel giorno della cotta. La versione prodotta sugli impianti della Ølkollektivet/Dry & Bitter ha un ABV del 10.5% e i primi fusti iniziano ad arrivare al Fermentoren alla fine dell’estate 2016. Nello stesso periodo è pronta anche la versione della stessa birra (10%) che Karm realizza sugli impianti di Hoppin’ Frog: è possibile acquistarla a partire dal 13 agosto alla taproom del birrificio al prezzo di 9,99 dollari per il bomber da 65 cl. Non ho trovato notizie precise sulla ricetta di questa Baltic Porter “di vecchia scuola”: in un’intervista ad un blog svizzero, Karm dichiara solo che sono stati utilizzati malti inglesi di Thomas Fawcett &  Sons per ottenere un profilo rustico e quelle note di liquirizia che sono particolarmente apprezzate in Danimarca.


La birra.
Assolutamente splendida nel bicchiere grazie al suo color ebano scurissimo e ad una generosa testa di schiuma cremosa e compatta, dall’ottima persistenza. L’aroma è dolce e liquoroso, sicuramente più ricco che elegante ma ugualmente di grande impatto: pane tostato, biscotto, pan di spagna bagnato, liquirizia, fruit cake, qualche accenno di caffè. Al palato la birra mostra una scorrevolezza davvero notevole per la sua gradazione alcolica: il corpo (medio) non è affatto ingombrante, la carbonazione è bassa con una consistenza solo leggermente oleosa che non cerca di enfatizzare la morbidezza. Il gusto ripropone in buona parte quanto anticipato dall’aroma: prevale il dolce (caramello, liquirizia, fruit cake) che viene in parte bilanciato dalle delicate tostature del pane; l’alcool non si nasconde e la frutta sotto spirito (uvetta, prugna) riscalda tutta la bevuta senza mai “bruciarla”. Splendido il gran finale, nel quale le tostature divengono più evidenti e sono accompagnate da accenni di cioccolato, mentre l’alcool continua ad accompagnare il lento, lascivo sorseggiare. 
Una “big beer” esuberante e potente, Hoppin’ Frog style: pensate ad una Baltic Porter realizzata con la stessa mano che ha creato B.O.R.I.S e D.O.R.I.S, il livello non è esattamente quello ma si viaggia ugualmente in prima classe. Non ho provato la versione prodotta dalla Dry & Bitter in Danimarca, ma se v’interessa  ne trovate una recensione qui.
Formato: 65 cl., alc. 10%, lotto e scadenza non riportati, prezzo indicativo 16.00-17.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 21 febbraio 2017

Jack’s Abby Framinghammer Baltic Porter

Framingham, Massachusetts: nel giugno 2011 i giovani fratelli Hendler (Jack, Eric e Sam) aprono il microbirrificio Jack’s Abby. Una necessità, dopo che i genitori hanno comunicato loro la decisione di vendere la loro impresa di produzione ghiaccio, la Saxony Ice Company di Mamaroneck, New York.  Terminato il college, Jack è in vacanza a Monaco di Baviera con la madre e s’innamora dell’atmosfera che si respira nelle Bierhalle e nei Biergarten, gli stessi che avevano frequentato i propri antenati  tedeschi: trasportare quel pezzo di Germania in Massachusetts è un sogno che inizia ad accarezzare. 
Di ritorno negli Stati Uniti, inizia un periodo di apprendistato in diversi birrifici per conoscere un mondo del quale non sa assolutamente nulla: finisce per diventare birraio alla Boston Beer Works e, una volta pronto, chiama a raccolta i suo fratelli per fondare un’impresa famigliare che idealmente continua il percorso iniziato dai propri nonni con la fabbrica di ghiaccio. Con un impianto Premier Stainless da 23 ettolitri i tre Hendler fondano la Jack’s Abby Brewing, ovvero Jack e la moglie Abby, 600 ettolitri circa prodotti nel primo anno di attività. 
La strategia produttiva vuole trovare un punto d’incontro ideale tra la tradizione tedesca e l’innovazione della craft beer revolution americana:  Jack’s Abby inaugura l’impianto con tre lager tedesche e, in breve tempo, decide che quella sarà la strada da percorrere. “In un mercato craft sempre più affollato ci rendemmo conto che non c’erano molte persone a fare basse fermentazioni, e quello che stavamo facendo era abbastanza unico. Molte delle persone che venivano per la prima volta a trovarci dicevano “non mi piacciono le lager, sono noiose”   e la nostra missione era di fargli cambiare idea. Oltre alle classiche lager tedesche volevamo produrre qualcosa di luppolato, ma agli inizi disponevamo di un solo ceppo di lievito  – racconta Jack  -   e così realizzammo una India Pale Lager che attirò l’attenzione della stampa”. 
La birra, chiamata Hoponius Union, ottiene successo e convince i fratelli Hendler a produrre – caso unico negli Stati Uniti – solamente basse fermentazioni. India Pale Lager, Double India Pale Lager e  una Cascadian Schwarbier  sostituiscono IPA, IIPA e Black IPA:  oltre alle classiche birre rispettose della tradizione tedesca arrivano in seguito i primi invecchiamenti in botte e le prime birre acide, ovviamente a bassa fermentazione. La scelta è stata evidentemente apprezzata dai consumatori e i volumi sono andati rapidamente cresciuti: lo scorso anno è stata infine inaugurata la nuova e più ampia sede produttiva di Framingham che aumenta il potenziale a circa 150.000 ettolitri l’anno e, accanto alle bottiglie, vede il debutto delle lattine.

La birra.
Framinghammer, una baltic porter  che non viola il credo produtttivo di Jack's Abby: solo basse fermentazioni . Quel suffisso "-er" fa poi molta germania, indicando la provenienza della birra: da Framingham, dove si trova il birrificio. Viene prodotta nel mese di gennaio.
Perfetta ed elegante nel bicchiere, si presenta di colore ebano scurissimo, con una cremosa e compattissima schiuma color nocciola dall'ottima persistenza. Altrettanto elegante e ricco è l'aroma: pane nero, biscotto o pan di Spagna inzuppato nell'alcool, uvetta e prugna disidratata, le delicate tostature del pane. La sensazione palatale è quella ideale per una birra scura dal notevole contenuto alcolico (10%): corpo pieno, poche bollicine, consistenza morbida ed oleosa che avvolge il palato riscaldandolo ad ogni passaggio. Il gusto si apre con il dolce di caramello e uvetta, prugna disidratata, fruit cake, pan di Spagna: lo bilanciano le delicate tostature del pane, qualche accenno di caffè, ma nel finale non c'è quasi amaro. L'alcool si sente per quanto dichiarato, potrebbe essere un po' più nascosto ma ha il merito di asciugare bene tutto il dolce dando alla birra l'equilibrio necessario. Una Baltic Porter molto pulita, ricca ed intensa, morbida, calda: si sorseggia lentamente ma regala grandi soddisfazioni. 
Formato: 35.5 cl., alc. 10%, IBU 45, lotto o scadenza non riportati.

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

sabato 21 gennaio 2017

Sori Coffee Gorilla & Vaat Jailhouse Brew

Continua a crescere la scena della craft beer dell'Estonia, nazione che si è fatta conoscere in Italia grazie alle birre del birrificio Põhjala. Il database di Ratebeer include oggi oltre 60 tra microbirrifici e beerfirm, tutti aperti negli ultimi tre anni. Vediamo di conoscerne due.
Sori Brewing si trova nella periferia di Tallinn e viene fondata dai finlandesi Pyry Hurula, Heikki Uotila e Samu Heino, quest'ultimo non più in società oggi. I tre s'incontrano ad un club di appassionati di birra ed iniziano ad abbozzare l'idea di aprire un birrificio; Hurula, un lavoro nella finanza e un'attività in proprio di marketing, si occuperà della parte commerciale. Uotila (ex-marketing on-line) e Heino (microbiologo) sono i due che hanno già esperienza con l'homebrewing dai tempi dell'università e che si prenderanno cura della produzione. Invece di aprire nella nativa Finlandia, con la sua burocrazia e il suo monopolio di stato che regola la vendita degli alcolici, i tre si spostano nella vicina e più amichevole Estonia. Il nome scelto (Sori) è quello del quartiere di Tampere dove si sono conosciuti.  Mentre Heino abbandona rapidamente il progetto, Hurula e Uotila danno il via ad un crowfunding di successo che li vede nel 2014 racimolare 450.000 Euro. Le vendite rispondono positivamente e nel 2015 una seconda campagna di crowfunding porta altri 470.000 Euro necessari per una prima espansione; ad affiancare Hurula e Uotila oggi c'è un comitato consultivo formato da cinque dei maggiori investitori che hanno esperienza nella ristorazione, nella finanza e nella distribuzione alimentare. 
Una cinquantina le birre prodotte in tre anni di attività, incluso un Sahti realizzato assieme al Birrificio del Ducato.

La birra.
Coffee Gorilla è una Baltic Porter prodotta con sei diverse tipologie di malto e caffè; praticamente nera, forma una bella testa di schiuma beige cremosa e compatta, fine, dalla lunga persistenza. Pane nero, biscotto, delicate tostature, caramello ed esteri fruttati (prugna, accenni di ciliegia sciroppata) compongono un bouquet aromatica pulito e dalla discreta intensità. Purtroppo mi è capitata una bottiglia molto vicina alla data di scadenza e quindi la presenza di caffè è davvero limitata. Al palato scorre bene con poche bollicine ed un corpo medio: il gusto mostra una buona corrispondenza con l'aroma, riproponendo gli stessi elementi. Nel finale il caffè si fa sentire maggiormente, con la bevuta che si chiude in un retrogusto amaro abbastanza intenso nel quale convivono caffè, tostature e note terrose. Una Baltic Porter (7%) abbastanza pulita che riscalda delicatamente mostrando un buon livello di pulizia; le manca un po' di fragranza, peccato non averla incontrata qualche mese prima. Il livello è comunque buono e la bevuta senz'altro soddisfacente.
Formato: 33 cl., alc. 7%, IBU 45, lotto 33, scad. 19/01/2017, prezzo indicativo 3.00/4.00 Euro (beershop).


Passiamo ora a Vaat  ("botte", in estone) beerfirm nata nel 2013 a Tallinn sulla quale sono riuscito a trovare pochissime informazioni; da quanto ho capito viene fondata da quattro amici/appassionati estoni e svizzeri (Johan, Markus, Lauri ed Oliver) ed è operativa dal 2015. Le ricette vengono elaborate su di un impianto pilota da 100 litri che si trova a Tallinn, per essere poi realizzate su grande scala altrove. Al momento il birrificio si appoggia all'immancabile De Proef in Belgio e, per un paio di birre destinate al mercato locale, al microbirrificio Must Lips di Tallinn. Tre sono le etichette in produzione regolare: una imperial stout chiamata Jailhouse Brew, una hoppy Vienna chiamata Lager Than Life e la witbier Witty Nelson.

La birra.
Jailhouse Brew, una imperial stout la cui ricetta prevede cinque diverse tipologie di malto, segale, avena e luppoli inglesi. Questa bottiglia dovrebbe far parte del primo lotto prodotto nei primi mesi del 2015, mentre da quanto leggo è già disponibile una nuova versione con una ricetta leggermente modificata.
Nel bicchiere si presenta di colore nero, impenetrabile alle luce e sormontata da una generosa testa di schiuma beige, cremosa e compatta, dall'ottima persistenza. Nonostante sia prodotta dall'infallibile (o quasi) De Proef, l'aroma non sembra promettere molto di buono: quasi assente, non ci sono assolutamente tostature o altri elementi caratteristici dello stile. Si sente invece la componente etilica, accompagnata da poco gradevoli sentori di mela verde. Al palato c'è qualcosa in più ma purtroppo la scarsa pulizia non permette d'apprezzare il caramello e le delicate tostature; ritorna la mela verde, il percorso si chiude con un lieve torrefatto immerso nell'alcooi. Imperial Stout davvero deludente e con una carbonazione elevata che non aiuta a percepire i sapori: ne risulta una sorta di "agglomerato scuro", leggermente tostato che non riesce a soddisfare chi se la trova nel bicchiere.
Formato: 33 cl., alc. 9.1%, lotto B, scad. 12/2018, prezzo indicativo 4.005/5.00 Euro (beershop).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 28 settembre 2016

Gigantic Saboteur Baltic Porter

Nel 2012 a Portland (Oregon)  Ben Love e  Van  Having inaugurano un birrificio dal nome “roboante”: Gigantic Brewing Company. In verità i due non hanno attualmente piani di espansione che vadano oltre l’attuale capacità annuale di 5500 ettolitri,  nonostante la loro dichiarazione del 01 Aprile 2015 (ma attenzione alla data!) nella quale affermavano di voler acquistare una percentuale dell’azionariato di AB-Inbev  
Sia Love che Having sono due personaggi abbastanza noti a Portland, nonché membri della Oregon Brewer’s Guild:  il primo ha iniziato la sua carriera come birraio nel 2003 all’Adler Brau Brewpub di Appleton (Winsconsin) per poi ritornare l’anno successivo in Oregon presso il birrificio Pelican; nel 2007 diventò infine headbrewer alla Hopworks Urban Brewery (HUB) di Portland. Havig, dopo aver abbandonato gli studi di economia (non prima di aver trascorso un anno a Londra presso la School of Economics ma soprattutto visitando pubs e bevendo cask ales), ha iniziato a fare il birraio nel 1995 presso la Minnesota Brewing Company per poi lavorare per sedici anni come headbrewer nei brewpub della Rock Bottom, prima a Minneapolis e poi a Portland. All’inizio del 2011 un diverbio con la proprietà lo spinse a lasciare la Rock Bottom per mettersi in proprio. Inizialmente l’idea di Having era di allontanarsi da Portland, la città al mondo con il maggior numero di birrifici pro capite, ma l’incontro con Ben Love diede una svolta improvvisa a quel progetto che si è concretizzato piuttosto rapidamente grazie ai finanziamenti di amici. Nell’attesa che gli impianti nei due modesti capannoni all’incrocio tra la Southeast 26th Avenue e la Southeast Steele Avenue del quartiere di Reed fossero operativi (maggio 2012), Gigantic iniziò col produrre soprattutto collaborazioni presso altri birrifici. 
I due birrai decidono di rendere disponibili tutto l’anno solamente un paio di etichette per concentrarsi su birre stagionali, limitate ed occasionali; la maggior parte delle loro birre viene prodotta solamente una volta per sfruttare al massimo la quasi patologica continua ricerca di novità che caratterizza molti beergeeks. Il focus è soprattutto sulle bottiglie in quanto “guadagniamo di più rispetto ai fusti: Gigantic IPA e Ginormous Imperial IPA occupano attualmente il 70% della produzione, mentre ogni tre mesi facciamo uscire due birre stagionali, una a basso ed una ad alto costo. Queste birre non vengono mai ripetute”. Per gli homebrewers interessati, sul sito del birrificio sono disponibili la maggior pare delle ricette. 
Impossibile non citare infine le splendide etichette (o forse dovremmo parlare di copertine di fumetti) realizzate da diversi illustratori e ispirate da quei Robot / Action Figures giapponesi tanto cari a Van Having: a queste etichette, in versione poster, è anche stata dedicata una mostra lo scorso gennaio a San Francisco

La birra.
Numero 26 nel portfolio Gigantic, la baltic porter Saboteur arriva a riscaldare i primi mesi del 2015: impossibile risalire al perché il nome parli di un “sabotatore”, meglio allora deliziarsi con i dettagli della sorprendente etichetta che utilizza un dipinto realizzato da  Robert Bowen. 
Molto bella nel bicchiere, nera con una cremosa e compatta testa di schiuma color nocciola dall'ottima persistenza. Al naso emergono sopratutto profumi di melassa, orzo tostato e miele, mentre più in secondo piano affiorano esteri fruttati (prugna, uvetta), note affumicate e di caffè: bene la pulizia, solo discreta l'intensità. L'ABV dichiarato è 8% e proprio per questo motivo avrei gradito una maggior presenza palatale: il corpo è medio, mentre la consistenza tende a privilegiare la scorrevolezza piuttosto che la morbidezza. C'è comunque una bella ricchezza di caffè e tostature accompagnate da liquirizia e dal dolce del caramello; più nascosto il cioccolato e nel retrogusto una nota di cenere/affumicato arricchisce un finale amaro nel quale tostature e caffè prendono definitivamente le redini della bevuta.  L'alcool è molto ben nascosto, direi persino troppo, in questa baltic porter intensa, bilanciata  e soddisfacente che tuttavia mi è parsa un po' esile in alcuni passaggi: bisogna lasciarla scaldare parecchio se si vuole che emerga un lieve tepore etilico. Pulizia, precisione ed eleganza ci sono, quel che manca per passare da una buona ad una grande bevuta sono le emozioni.
Formato: 65 cl., alc. 8%. IBU 80, lotto e scadenza non riportati, prezzo indicativo in Europa 11.00/14.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 17 aprile 2016

Ratsherrn Kaventsmann Baltic Porter

Nel 1276 ad Amburgo si contavano ben 457 birrifici, con il picco di 527 raggiunto alla fine del quattordicesimo secolo, periodo di massima splendore della Lega Anseatica della quale proprio Amburgo era divenuta la capitale "brassicola": dal suo porto più di 100.000 ettolitri di birra partivano ogni anno verso le Fiandre, l'Olanda, la Scandinavia e i paesi Baltici. La seconda guerra mondiale fece tabula rasa e anche quei pochi birrifici che si rimisero in piedi non ebbero vita lunga, finendo per l'essere assorbiti e poi chiusi dalle grandi multinazionali. Fino a poco tempo fa l'unico birrificio rimasto ad Amburgo era la Holsten-Brauerei, controllata dalla Carlsberg, produttore del marchio Astra, ereditato dall'acquisizione della storica St. Pauli Brauerei. 
Ma Amburgo non  è sempre stata solo Astra; nel 1951 ad esempio il birrificio Elbschloss mise sul mercato per la prima volta la Ratsherrn Pils, ed il marchio Ratsherrn si guadagnò una fetta di popolarità resistendo sino al 1995, anno in cui la Elbschloss fu assorbita dalla Bavaria-St. Pauli che decise di eliminare un concorrente della propria Astra. Nel 2005 il marchio fu acquistato dal Gruppo Nordmann, uno dei più grandi distributori di bevande di tutta la Germania.
Ci sono voluti però cinque anni a farne ripartire la produzione, perché la Nordmann anziché incaricare qualche terzista di realizzare le ricette decide di mettere in piedi qualcosa di più ambizioso: inaugurare un microbirrificio da 50 hl, la nuova Ratsherrn Brauerei, che trova posto in una porzione del ristrutturato vecchio macello nel quartiere Schanzenviertel. Le risorse economiche consentono di affiancare al birrificio nello  Schanzen-Höfen anche un Craft Beer Store ed il brewpub con cucina Altes Mädchen Braugasthaus.
La produzione di birra viene affidata a tre birrai: c'è Thomas Kunst, tedesco con un passato da responsabile qualità per AB-InBev, affiancato nel 2011 da Philip Bollhorn. Spetta a loro realizzare temporaneamente le ricette su impianti altrui in attesa dell'inaugurazione del microbirrificio di proprietà, che avviene a marzo 2013: nello stesso anno s'aggiunge al team di birrai l'americano Ian Pyle. E' lui a introdurre nuove ricette e ad espandere una gamma che inizialmente prevedeva solamente i classici stili tedeschi. Pyle voleva diventare un traduttore di tedesco, ma il lavorare come commesso in un beershop di Philadelphia fece nascere in lui la passione per la birra e per l'homebrewing. Terminati gli studi negli Stati Uniti, svolse un periodo di praticantato alla Gröninger Privatbrauerei di Amburgo  e alla Schneider & Sohn prima di diplomarsi mastro birraio a Monaco di Baviera nel 2010. Ritornato negli Stati Uniti, entra alla Samuel Adams ma dopo pochi anni è di nuovo ad Amburgo per avvicinarsi alla propria fidanzata Jennifer e portare un pezzo di Craft Beer Revolution americana alla Ratsherrn. 
Una APA ed una IPA affiancano le produzioni tedesche nella gamma di birre prodotte regolarmente tutto l'anno, ma è tra le stagionali e le one-shot che Pyle spazia a 360 gradi dagli stili anglosassoni a quelli belgi.

La birra.
Kaventsmann è una Baltic Porter prodotta con malti Vienna, Biscuit, Carabohemian, Coffee e frumento tostato; i luppoli sono Nugget ed Hercules.  Praticamente nera, forma un bel cappello di soffice schiuma cremosa, compatta e fine, dalla lunghissima persistenza. Il naso offre una bella pulizia e una buona intensità fatta di pane nero, frutta secca, ciliegia, caramello e in sottofondo sentori di caffè e di cioccolato al latte. Il gusto segue con buona fedeltà l'aroma, con una sensazione palatale piuttosto leggera e abbastanza morbida; la scorrevolezza è garantita, ma per una birra da 6.6% di contenuto alcolico ci si aspetterebbe un po' più di presenza e, sopratutto, d'intensità dei sapori.  Domina il pane nero, anche tostato, affiancato da sfumature che richiamano caffè e cioccolato al latte; c'è il dolce del caramello a bilanciare, un lieve fruttato (prugna? uvetta?) e in conclusione, oltre all'acidità dei malti scuri, anche un piacevole tocco di cenere.  Si congeda con un breve retrogusto dove convivono caffè, pane tostato e caramello. E' una Baltic Porter nella quale l'alcool non si fa mai sentire e che quindi non scalda; rimane comunque una discreta bevuta molto bilanciata, piuttosto pulita ma un po' carente d'intensità.
Formato: 33 cl., alc. 6.6%, IBU 32, lotto 14:20, scad. 01/06/2016, 3.00 Euro (beershop, Germania)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

sabato 27 febbraio 2016

Mashsee Brauerei: Hafensänger & Mashsee-Buddelship: Moonshine Imperial Pils

Dopo BRLO di qualche giorno fa, ecco un altro episodio di “beer-hunting” tedesco: ammetto la mia passione nell’andare a scovare birrifici ancora poco conosciuti, con tutti i rischi del caso. 
Tocca alla Mashsee Brauerei di Hannover, un progetto inaugurato nell’aprile del 2014 da Alexander Herold e Kolja Gigla: i due si sono conosciuti alla manifestazione  “Craft Beer Days” che si tiene nella suggestiva Malzfabrik di Berlino.  Alexander è un diplomato Beer Sommelier desideroso di aprire un beershop, mentre Kolja Gigla è diplomato birraio al VLB di Berlino che vorrebbe lanciare la propria beer firm dopo aver lavorato per qualche anno sull’impianto pilota della (commerciale) Hofbrauhaus Wolters di Braunschweig. 
Entrambi sono interessati alla “craft bier” che sta lentamente guadagnando consenso in Germania: dal loro business plan nasce ad Hannover il Mashsee Brauerei & Craft Beer Kontor, un beershop nel cui retro viene posizionato un piccolo impianto da 150 litri sul quale Kolja sperimenta le ricetta che vengono poi attualmente prodotte presso la  Brauhaus Felsenkeller Rupp-Bräu di Lauenau. Il nome scelto Mashsee viene dall’unione delle parole “Mash” (ammostamento, in inglese) e “See”, ovvero “lago, mare”: e Mashsee allude ovviamente allo Maschsee, il grande lago artificiale di Hannover: molto ben riuscito il logo, con le lettere “S” ed “H” combinate in modo da formare l’immagine di un bollitore.  Il debutto avviene con la Trainingslager, seguita da una Read Ale, da una IPA al cioccolato (XOCO IPA), due Baltic Porter ed un paio di collaborazioni con birrifici tedeschi. Passiamo ora alla sostanza. 
Hafensänger è  una Baltic Porter con ABV 6.1%, che si presente quasi nera con un elegante “testa” di schiuma beige cremosa e abbastanza compatta, dalla buona persistenza.  Al naso inizialmente è il caffè in chicchi a dominare, affiancato da  orzo tostato, una lieve nota affumicata e terrosa; purtroppo dopo qualche minuto arrivano anche un po’ di salamoia/salmastro e di plastica a rovinare la festa. Le stesse caratteristiche si ripresentano al gusto, dove la parte “buona” di caffè, tostature, cioccolato, mollica di pane nero e caramello è messa un po' in ombra da una leggera presenza di salamoia. La birra si riesce comunque a bere, con una buona intensità ed un finale di caffè e tostature leggermente riscaldato da una nota etilica; al palato scorre bene, con un corpo medio ed una consistenza che si colloca tra l’acquoso e l’oleoso. All’acidità “naturale” dei malti scuri s’affianca anche una leggerissima nota lattica:  i difetti sono sopportabili ma chiaramente rovinano un po’ quella che sembra sarebbe una porter di carattere, molto tostata e ricca di caffè. 
La seconda Mashsee che ho assaggiato è in realtà una collaborazione con il microbirrificio di Amburgo Buddelship del quale vi avevo parlato piuttosto positivamente in queste occasioni; i due realizzano una Imperial Pils con una luppolatura a base di Chinook (USA), Aramis (Francia) e Sylva (Australia). Il tutto è completato da una splendida etichetta della quale non sono riuscito a scoprire l'autore. 
Dorata, leggermente velata, forma un discreto cappello di schiuma biancastro compatto e cremoso, dalla buona persistenza. L'aroma non è molto intenso ma si riesce ugualmente ad avvertire una delicata speziatura, sentori floreali e di miele, un lontano ricordo di frutta tropicale, forse agrumi; pulizia ed eleganza sono tuttavia ampiamente migliorabili. Al palato risulta un po' ingombrante: va bene "l'imperializzazione", ma la birra dovrebbe comunque mantenere una leggerezza ed una scorrevolezza simile a quella di una pils. Il gusto passa in rassegna il pane e il miele, un lieve fruttato dolce tropicale ed un finale amaro erbaceo con qualche tocco resinoso/vegetale ed un lieve tepore etilico; l'intensità c'è, latitano invece pulizia e fragranza. Nonostante una buona secchezza, la birra non riesce ad essere completamente rinfrescante e soprattutto raffinata come ci si aspetterebbe da una pils; la bevuta scivola via nell'anonimato, senza difetti, forse penalizzata da una freschezza ormai perduta, con un risultato confuso e nei dintorni della sufficienza. 
Nel dettaglio:
Hafensänger Baltic Porter; formato 33 cl., alc. 6.1%, IBU 20, scad. 24/03/2016, 3.30 Euro (beershop, Germania)
Moonshine Imperial Pils; formaro 33 cl., alc. 7%, scad. 07/2016, 3.28 Euro (beershop, Germania).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 24 febbraio 2016

BRLO Porter

Berlino è stata indubbiamente una delle capitali europee più vivaci ed interessanti dell’ultimo ventennio, capace di profonde trasformazioni architettoniche che hanno seguito la caduta del muro. Dal punto di vista brassicolo non si può certo dire lo stesso: la città dell’orso non è mai stata una meta per beer-hunters e, nonostante possa vantare uno stile “autoctono” (le Berliner Weisse), a Berlino si è sempre bevuto piuttosto male. Qualcuno direbbe che è ancora così, ma negli ultimi 20 mesi il  “vento del cambiamento” della craft bier revolution tedesca ha iniziato a soffiare anche nei dintorni di Alexanderplatz, con l’apertura di nuovi brewpubs, bar e beershop. Gli americani di Stone hanno scelto di costruire nella multietnica Berlino la loro succursale europea, BrewDog inaugurerà quest’anno un bar in pieno quartiere Mitte e anche due protagonisti della scena italica (Manuele Colonna/Ma Che Siete Venuti A Fa e Birrificio Lambrate) hanno annunciato la prossima apertura  di un locale (in Prenzlauer Allee 198) completamente dedicato alla “craft bier”. 
In questo  “fermentare” non potevano certamente mancare le beerfirm ed ecco che oggi ve ne presento una; parliamo di BRLO,  fondata nel novembre 2014 da Katharina Kurz, Christian Laase e Michael Lembke. Il nome del marchio (che si pronuncerebbe “Berlo”) fa riferimento all’origine slava della parola Berlino, che significherebbe “luogo asciutto in una terra bagnata”. Da quanto ho capito, l’unica dei tre soci che lavora a tempo pieno sul progetto BRLO è Katharina Kurz, diplomata all’European Business School e passata poi a lavorare nel settore dell’E-Commerce  e del Digital  Marketing prima di venire a conoscenza della “Craft Beer”  nel corso di una vacanza in Australia nel 2013:  “c’erano così tante birre diverse che non riuscivo a decidere quale comprare; lo stesso mi accade anche nei supermercati tedeschi, ma solo perché qui le birre sono tutte uguali e noiose“. Assieme al suo compagno di studi universitari Christian Laase, appassionato birrofilo ma soprattutto fondatore di alcune start-up di successo nel settore dell’IT e della comunicazione, decide di fondare la Braukunst Berlin GmbH  alla quale fa riferimento il marchio BRLO; nel progetto manca ancora quella che dovrebbe essere  il ruolo più importante, ovvero un birraio o qualcuno in grado di elaborare le ricette: viene assoldato Michael Lembke  trentenne con alle spalle diverse esperienze in birrifici e malterie e attualmente diplomando birraio alla  Technische Universität di Berlino. 
L’avventura di BRLO parte con una Helles ed una Pale Ale prodotte presso la Brauerei Landsberg  che si trova nei dintorni di Lipsia, a 150 chilometri da Berlino; a febbraio 2015 arriva una Baltic Porter che viene poi seguita da una Berliner Weisse.  I malti provengono dalla ditta Rhön Malz, nella Bassa Franconia, mentre i luppoli sono forniti dalla Joh. Barth & Sohn di Norinberga.  Le birre non sono quindi prodotte a Berlino anche se le etichette sfoggiano l’orso, simbolo della capitale tedesca e la scritta “handcrafted with Berlin love”. 
Passiano alla BRLO Porter, che il birrificio descrive come un incrocio tra una “Porter inglese ed una Russian Imperial Stout”: la ricetta prevede malti Pilsener, Caramel e Roasted, una luppolatura di Herkules e Tettnanger. Il suo colore è un bel tonaca di frate con intense venature rossastre, sormontato da un compatto cappello di schiuma beige fine e cremosa, dalla buona persistenza. Il naso si compone di caramello, pane nero, ciliegia e prugna sciroppata, zucchero caramellato: pulizia e intensità sono apprezzabili, anche se nel complesso l’aroma risulta molto dolce, quasi stucchevole. Un’impressione che si conferma anche al palato, dove gli stessi elementi danno origine ad una bevuta molto dolce e ricca di “dark fruits” che le lievi note di pane tostato ed il finale leggermente amaro (terroso) non riescono a bilanciare completamente, con il palato che rimane sempre avvolto da una patina appiccicosa.  L’alcool (7%) è un po’ assente facilitando molto la bevuta ma portando quell’atteso tepore piuttosto in ritardo, solo nel retrogusto, dolce e fruttato: c’è invero una gradevole sensazione morbida al palato, agevolata dalla bassa carbonazione. Non è presene una grande complessità, le tostature sono praticamente assenti e il DNA tedesco dà quasi l’impressione di avere nel bicchiere una Dunkler Bock o una Doppelbock: birra intensa e pulita che però lascia leggermente insoddisfatti se si desiderava bere una Baltic Porter.
Formato: 33 cl., alc. 7%, IBU 35, scad. 02/03/2016, 3.28 Euro (beershop, Germania)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.