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giovedì 16 febbraio 2017

Marble Portent of Usher

“Durante un giorno triste, cupo, senza suono, verso il finire dell'anno, un giorno in cui le nubi pendevano opprimentemente basse nei cieli, io avevo attraversato solo, a cavallo, un tratto di regione singolarmente desolato, finché ero venuto a trovarmi, mentre già si addensavano le ombre della sera, in prossimità della malinconica Casa degli Usher. Non so come fu, ma al primo sguardo ch'io diedi all'edificio, un senso intollerabile di abbattimento invase il mio spirito. (…) Contemplai la scena che mi si stendeva dinanzi, la casa, l'aspetto della tenuta, i muri squallidi, le finestre simili a occhiaie vuote, i pochi giunchi maleolenti, alcuni bianchi tronchi d'albero ricoperti di muffa; contemplai ogni cosa con tale depressione d'animo ch'io non saprei paragonarla ad alcuna sensazione terrestre se non al risveglio del fumatore d'oppio, l'amaro ritorno alla vita quotidiana, il pauroso squarciarsi del velo. Sentivo attorno a me una freddezza, uno scoramento, una nausea, un'invincibile stanchezza di pensiero che nessun pungolo dell'immaginazione avrebbe saputo affinare ed esaltare in alcunché di sublime”. 
Così inizia il racconto "Il crollo della casa degli Usher” pubblicato per la prima volta nel 1839 dallo scrittore americano Edgar Allan Poe sulla rivista Burton's Gentleman's Magazine. Il protagonista e narratore della vicenda, di cui non conosceremo mai il nome, riceve una lettera dal suo amico d’infanzia Roderico Usher che lo implora di raggiungerlo nella sua casa. Roderico e sua sorella Lady Madeline sono malati e la situazione di quest’ultima degenera pochi giorno dopo l’arrivo dell’ospite: la donna muore e il narratore aiuta Roderico a seppellirla nei sotterranei della casa. La notte del settimo giorno i due uomini vengono svegliati da un forte uragano: impossibilitati a dormire, decidono di leggere assieme ad alta voce un romanzo medievale. Improvvisamente nella casa si odono dei rumori identici a quelli raccontati nel libro: la porta della stanza in cui si trovano si spalanca e appare Lady Madeline, che si getta con violenza sul fratello il quale cade a terra morto di terrore. Mentre fugge lontano dalla casa, il narratore viene quasi abbagliato dalla luce della luna calante che splende da un’enorme crepa della casa: mentre si volta per guardare, la crepa si allarga e la casa crolla improvvisamente nello stagno che si trovava lì davanti. 
Ad Edgar Allan Poe il birrificio Marble di Manchester (qui trovate lo loro storia) dedica una serie di Imperial Stout: si parte a giugno 2016 con quella chiamata Portent of Usher che verrà poi invecchiata in botte dando origine ad almeno sei diverse versioni, almeno secondo le intenzioni del birrificio. La prima di questa, chiamata The Pit & The Pendulum, dall’omonima storia di Poe (Il pozzo e il pendolo) ha riposato in botti ex-bourbon ed è stata presentata a novembre 2016.

La birra.
Portent of Usher, imperial stout  "base" dalla quale nasceranno poi le diverse versioni barricate; nessuna informazione disponibile sugli ingredienti utilizzati. Bello il colore (quasi nero) ma la schiuma risulta piccola e piuttosto grossolana, dissolvendosi rapidamente nel bicchiere. L’intensità dell’aroma è davvero molto bassa ed è un peccato, perché i profumi che ci sono meriterebbero di essere meglio valorizzati: fruit cake, liquirizia, tostature e accenni di caffè. Per fortuna le cose migliorano drasticamente al palato: la bottiglia non rispetta gli elevati standard qualitativi e di pulizia che ho spesso trovato nelle birre di Marble ma offre comunque una bevuta piuttosto soddisfacente. Caramello, uvetta, fruita cake e liquirizia iniziano un percorso dolce che viene gradualmente bilanciato dall’amaro delle tostature, del caffè e del cioccolato fondente. Il DNA è quello inglese: buona bevibilità, corpo medio, nessun accenno di catrame:  la birra è morbida ma è quasi piatta, sicuramente qualche bollicina in più non sarebbe stata male. Nel complesso è un’imperial stout dolce con l’alcool (9%) molto ben dosato; riscalda quanto basta aumentando l’intensità solamente nel finale abbracciando caffè e tostature. Intensa e ricca ma non esente da critiche: naso scarico, carbonazione quasi assente, pulizia non esemplare. Da Marble mi aspettavo di più.
Formato: 33 cl., alc. 9%, lotto 1132, scad. 03/2018, prezzo indicativo (5.00/6.00 Euro beershop, Italia)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 27 gennaio 2016

Marble Lagonda IPA

Il birrificio Marble di Manchester l'avevo incontrato per la prima volta nel 2013, con la sorprendente Manchester Bitter: venne fondato nel 1997 da Vance Debechvel e  Mark Dade per cercare di sostenere la poco solida situazione finanziaria del pub Marble Arch Inn. Da quell'anno le cose sono progressivamente migliorate, ed oggi Marble ha aperto altri due locali, la Beerhouse Chorlton e il bar 57 Thomas Street. Dopo l'abbandono di Mark Dade, vi ha lavorato come birraio James Campbell fino a settembre 2013 per poi andare ad aprire assieme al socio Paul Jones nel 2014 la molto promettente Cloudwater Brewery. In sala cottura a Manchester si sono rapidamente avvicendati Dominic Driscoll (poi passato alla  Thornbridge) e Colin Stronge (ora a Buxton) fino all'arrivo a metà 2014 di Matthew Howgate che ha però dato le dimissioni proprio qualche settimana fa, rimpiazzato da James Kemp, ex Fullers, Thornbridge (2009-2010) e Buxton (2010-2013). 
Kemp, neozelandese, ha la paternità di alcune tra le birre più rappresentative della "new wave" brassicola inglese dell'ultimo decennio: la Wild Raven Black IPA di Thornbridge e la Axe Edge di Buxton; sarà interessante vedere il suo contributo alla già consolidata ed ottima gamma che offre Marble.
La birra di oggi è tuttavia da attribuire a Matthew Howgate: una India Pale Ale dedicata a Lagonda, marchio inglese di automobili di lusso fondato nel 1906 da Wilbur Gunn e rilevato poi nel 1947 per 52.000 sterline dall'imprenditore David Brown che, appena una anno prima, aveva acquistato per 20.500 sterline l'Austin Martin. L'ultimo modello a nome Lagonda fu prodotto nel 1965: vi furono poi numerosi tentativi di riesumare il lussuoso marchio realizzando diversi prototipi che non entrarono mai in produzione di serie sino al 2015, quando venne presentata la Lagonda Taraf, duecento esemplari commercializzati per il mercato mediorientale e venduti alla modica cifra di circa 700.000 sterline.
Tornando alla birra, i luppoli utilizzati dovrebbero essere prevalentemente Centennial, Simcoe e Citra, ma non sono riuscito a reperire molte informazioni accurate sulla sua ricetta. Perfettamente dorata e quasi limpida, la Lagonda IPA forma un discreto cappello di schiuma bianca e cremosa, compatta, dalla buona persistenza. La bottiglia serigrafata (personalmente preferivo le vecchie etichette) recita "the modern classic" e mantiene le promesse. 
Quello che c'è nel bicchiere è evidentemente "moderno" per quel che riguarda la scelta dei luppoli, mentre la "classicità" inglese è nella sua struttura e nella sua concezione: niente estremismi o fuochi d'artificio, a partire della gradazione alcolica (5%) nient'affatto esasperata (la American IPA di ieri, 5%, era stata invece definita "session") così come il livello d'amaro. L'aroma non è una sfacciata esplosione di sapori ma (complice qualche mese di troppo sulle spalle della bottiglia) un delicato e raffinato bouquet nel quale s'incontrano sentori floreali e agrumati (mandarino, arancia), tropicali (ananas, mango) con un tocco di miele e di cereali. La "scaletta" viene rispettata anche al palato, dove la priorità sembra essere "garantire una grande facilità di bevuta senza sacrificare l'intensità": e l'obiettivo è pienamente raggiunto, in una IPA dal gusto elegante, intenso ma mai sopra le righe, con una pulizia maniacale ed una grande attenzione all'equilibrio: pane, crackers ed un tocco di miele danno la base di sostegno al dolce della frutta tropicale a sua volta bilanciato dall'amaro "zesty" che ospita anche tracce erbacee e di lemongrass. Poche bollicine, corpo medio-leggero, consistenza al giusto livello "watery" e una bella secchezza finale a garantire un effetto dissetante e rinfrescante. La freschezza di questa bottiglia non è al top ma la bevuta risulta ampiamente coinvolgente e soddisfacente, con l'unico difetto di durare molto poco: troppo facile berla e quasi obbligatorio, se vi trovate sullo sgabello di un pub, ordinarne subito un'altra pinta. Birra molto ben riuscita, niente fuochi artificiali ma tanta sostanza, comprare senza esitare.
Formato: 50 cl., alc. 5%, lotto 1053, scad. 04/2016.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 25 giugno 2014

Marble Chocolate Marble

Arrivo abbastanza recente in Italia di alcune produzioni Marble, l’interessante birrificio di Manchester fondato nel 1997 e presentato in questa occasione. Questa volta sono disponibili le birre che compongono la gamma “Premium” di Marble: ci sono la collaborazione con Emelisse chiamata Earl Grey IPA, la Lagonda IPA, la Dobber IPA (luppoli neozelandesi) e, per chi non è affamato di luppolo, anche una Chocolate Stout. 
Il nome scelto (Chocolate Marble) sfrutta volutamente l’ambiguità con l’analogo termine gastronomico (Chocolate Marble = Tortino Marmorizzato), ma non si tratta affatto di una birra alcolica, corposa e “masticabile” al punto da poter sostituire un dessert. E non fatevi ingannare dal nome, se non erro non dovrebbe trattarsi di una Stout prodotta con una piccola percentuale di cacao o cioccolato, ma il nome fa solamente riferimento all’abbondante uso di malto Chocolate. 
Si presenta davvero molto bene, quasi nera, con una testa di schiuma cremosa e compatta, beige chiaro, dalla buona persistenza. Il naso è elegante e pulito, con una buona intensità di caffè in grani e caffè macinato, orzo tostato, liquirizia.  Leggera e poco carbonata, scorre benissimo in bocca lasciando una presenza abbastanza gradevole, seppur “watery”.  
Per trovare qualche traccia di cioccolato bisogna berla, ma è solo una lieve sfumatura che fa da contorno a note dominanti di liquirizia, caffè ed orzo tostato; il gusto ha buona intensità e pulizia, con un finale secco ed amaro di caffè e di tostature, alleggerito dalla tipica acidità donata dai malti scuri. Non è la migliore Marble che ho bevuto, ma è una birra piacevole, semplice e facile da bere, anche se chiamandosi "chocolate" avrei personalmente preferito trovarci una maggiore presenza di cioccolato. Il birrificio è evidentemente tra i sostenitori della differenza tra Stout e Porter, visto che la definisce in etichetta "a metà strada tra una Stout ed un Porter"; che cosa voglia dire non lo so, o forse è solamente un modo per confermare che non c'è nessuna differenza tra le due?
Formato: 50 cl., alc. 5.5%, lotto 686, scad. 10/01/2015, pagata 6.00 Euro (beershop, Italia).

mercoledì 12 giugno 2013

Marble Manchester Bitter

La Marble Brewery di Manchester nasce nel 1997 sostanzialmente come un ultimo tentativo per risollevare le sorti del pub The Marble Arch Inn. Secondo le parole del proprietario Vance Debechval e del  manager Mark Dade, la scelta era tra "trasformarlo in un pub con karaoke o affiancarle un microbirrificio"; fortunatamente i due scelgono la seconda opzione. Nel 2000 Mark fuoriesce per fondare la Boggarts Brewery, sempre a Manchester, e da allora il posto da birraio viene occupato da James Campbell. Non solo il Marble Arch Inn è oggi ancora aperto, ma il birrificio ha altri due locali di proprietà: la Beerhouse, nel sobborgo di Chorlton, ed il piccolo 57 Thomas Street nella zona nord di Manchester. Fino al 2011 la Marble Brewery è stata ospitata nello stesso edificio del March Arch, mentre ora si trova in uno stabile a circa cinquecento metri di distanza; la prima domenica (alle 13.30) ed il terzo martedì (18.30) del mese è possibile effettuare un tour del birrificio della durata di circa quaranta minuti. Per una panoramica delle birre prodotte, incluse alcune collaborazioni come la Earl Grey IPA che abbiamo assaggiato in questa occasione, vi rimandiamo al sito del birrificio. Tra quelle che compongono la gamma "session", la Manchester Bitter è l'unica disponibile in bottiglia, mentre le altre tre "sorelle" sono disponibili  solamente in cask.  E è un vero peccato, perché di bitter fatte così ce ne vorrebbero, per consolare tutti quelli che non possono andarsela sempre a bere direttamente al pub. E' dorata, velata, con due-tre dita di schiuma  bianca, cremosa e "croccante", dalla buona persistenza. L'aroma è delicato, ma davvero molto raffinato, pulitissimo, e permette di cogliere moltissime sfumature, a partire da un leggero fruttato tropicale (mango), mai cafone, seguito da  evidenti sentori di mandarino, arancio, albicocca disidratata ed erbacei. In bocca è molto leggera, anche se paga un pochino il dazio del  "bottle conditioning" che la rende un po' troppo carbonata rispetto ad una bitter da pub. S'inizia con cereali e pane, il fruttato è molto meno evidente rispetto all'aroma, con poche concessioni al dolce, anche perché arriva subito un bell'amaro pulito e delicato, ricco di scorza di pompelmo, lime e lemongrass, che ci accompagna sino alla fine. Ha un bel finale asciutto, ripulente e dissetante, ma per quanto questa birra vi possa dissetare, vi ritroverete sempre vogliosi di ordinarne un'altra pinta. Bitter molto raffinata e ben fatta, pulitissima, compagna ideale della calda estate, da bere ad oltranza. L'abbiamo intravista anche in qualche beershop italiano, quindi andate a cercarla. Formato: 50 cl., alc. 4.2%, scad. 22/07/2013, pagata 3.95 Euro (beershop, Inghilterra).