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lunedì 12 ottobre 2020

Against the Grain 35K Stout

Ritorna sul blog dopo un paio d’anni d’assenza il birrificio  Against the Grain di Louisville, Kentucky, fondato nel 2011 da Sam Cruz, Jerry Gnagy, Adam Watson e Andrew Ott; la loro storia la trovate qui.  Against the Grain ha poicompletato un piano di espansione da 1,7 milioni di dollari che ha portato all’apertura a febbraio 2015 del nuovo birrificio nel sobborgo di Portland, Louisville: 7000 ettolitri prodotti ogni anno nei 2000 metri quadrati di spazio. Con l’occasione sono anche arrivate (maggio 2015) le prime lattine.  Rimane ancora operativa la location originale Against The Grain Brewery and Smokehouse che si trova nel complesso commerciale adiacente allo stadio di baseball Slugger Field: 2100 ettolitri la capacità produttiva.  Nel luglio del 2017 il birrificio aveva annunciato la nascita di Against The Grain Europe per far crescere ulteriormente un mercato che aveva raggiunto il 20% del fatturato: il progetto era orientato a distribuire ai clienti birra fresca e ad un buon prezzo, due elementi difficilmente attuabili con l’importazione dagli Stati Uniti. Per l’occasione fu scelto il birrificio tedesco Vormann (Düsseldorf) dove sono state prodotte la Plus One APA e la Neoanderthal IPA, due etichette esclusive per il mercato europeo. Per evitare confronti qualitativi tra la produzione americana e quella europea Against The Grain ha volutamente scelto di non replicare nel nostro continente le birre del Kentucky.  La lezione di Stone Brewing Europe è stata appresa.  Non so se il progetto AtG Europe abbia avuto successo: dopo quelle due birre non mi risulta ne siano state realizzate altre. 
Nel frattempo negli Stati Uniti sono iniziate a circolare voci sulla vendita di AtG a qualche pesce grossoi rumors sono stati dissipati a luglio del 2019 quando è stato reso noto che il birrificio di Louisville aveva soltanto raggiunto un accordo con la Pabst Brewing per la distribuzione e la vendita delle proprie birre nello stato del Kentucky. Questo il comunicato ufficiale: “nel 2011, quando il birrificio fu fondato, concentrammo i nostri sforzi al di fuori del Kentucky perché la richiesta per la birra artigianale nel nostro stato era scarsa. Ora vogliamo tornare a casa ed espanderci in Kentucky è la nostra priorità. La partnership con la Pabst è valida solamente qui. Siamo nella fase 1 dell’accordo e stiamo usando la loro rete distributiva; vediamo come vanno le cose”.

La birra.

Qualche anno fa vi avevo parlato della 70K, imperial stout invecchiata in botti di bourbon che, assieme alla sorella “affumicata” Bo & Luke, è una delle produzioni più apprezzate del birrificio di Louisville. La 70K è stata sviluppata partendo da una robusta milk stout chiamata 35K, prodotta con lattosio, luppoli East Kent Goldings ed un ricco parterre di malti non rivelato: assaggiamola.  
Il suo vestito è prossimo al nero e  la schiuma, cremosa ma non molto compatta, ha una buona persistenza. Tostature, caffelatte, cioccolato al latte, accenni di panna/vaniglia, frutti di bosco: l’aroma è pulito, l’intensità è modesta. Non ci si può lamentare ma si può fare di meglio. Il lattosio dona al corpo oleosità e la bevuta risulta morbida pur non essendo particolarmente cremosa o setosa: si parte dal dolce del caramello e del caffelatte per poi iniziare una bella progressione amara ricca di torrefatto, caffè, cioccolato e una percepibile chiusura luppolata finale. E’ una milk stout pulita e bilanciata, nella quale dolce e amaro sono protagonisti dei due tempi di una partita abbastanza intensa e soddisfacente. Il lattosio stempera bene l’acidità  dei malti scuri, l’alcool la irrobustisce senza comprometterne la bevibilità. La 35K di Against the Grain è una buona milk stout che tuttavia non lascia un segno indelebile nei miei ricordi.
Formato 47,3 cl., alc.7%, scad. 04/03/2021, prezzo indicativo 7,00-8,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

lunedì 4 dicembre 2017

Against the Grain 70K

Ritorna sul blog dopo un paio d’anni d’assenza il birrificio  Against the Grain di Louisville, Kentucky, fondato nel 2011 da Sam Cruz, Jerry Gnagy, Adam Watson e Andrew Ott; la loro storia la trovate qui.  In questi due anni Against the Grain ha completato un piano di espansione da 1,7 milioni di dollari che ha portato all’apertura a febbraio 2015 del nuovo birrificio nel sobborgo di Portland, Louisville: 7000 ettolitri prodotti ogni anno nei 2000 metri quadrati di spazio. Con l’occasione sono anche arrivate (maggio 2015) le prime lattine. 
Rimane ancora operativa la  Against The Grain Brewery and Smokehouse che si trova nella suggestiva location dello stadio di baseball Slugger Field: 2100 ettolitri la capacità produttiva. Qualche settimana fa il birrificio ha annunciato l’acquisto di un edificio nella zona sud di Louisville con l’intenzione di ristrutturarlo e aprire un pub con beer-garden. Ma la novità più interessante per quel che riguarda l’Europa, dove Against The Grain esporta 1000 ettolitri ogni anno, è quella annunciata lo scorso luglio: è stato raggiunto un accordo con il birrificio tedesco Vormann (Düsseldorf) per produrre sui suoi impianti le birre luppolate. Il nuovo marchio è stato chiamato Against the Grain Europe, come racconta il birraio americano Jerry Gnagy: “ho provato in Europa alcune delle nostre IPA e, nonostante ci impegniamo a spedirle e  distribuirle fresche, non sono fresche come noi vorremmo che fossero. AtG Europe è quindi nata per concentrarsi sulla produzione di birre luppolate e far sì che arrivino ai consumatori più fresche e più economiche. Due buone cose. C’era perplessità da parte dei nostri importatori Europei, paura che i clienti confrontino le birre prodotte in Germania con quelle negli Stati Uniti: per questo abbiamo creato un brand separato che non vuole clonare le nostre birre americane ma solamente ispirarsi a loro”.

La birra
A novembre 2013 Against The Grain rilascia una versione potenziata della propria Milk Stout chiamata 35K. Il numero viene raddoppiato a 70, e questa nuova Imperial Milk Stout viene invecchiata in botti di bourbon. Angel’s Envy, prodotto dalla Louisville Distilling Company (dal 2015 di proprietà della Bacardi Limited) è una creazione del mastro distillatore Lincoln Henderson, artefice di altri nomi famosi come Woodford Reserve Bourbon, Gentleman Jack e Single Barrel Whiskey di Jack Daniel’s. Il bourbon Angel’s Envy (72% mais, 18% segale e 10% malto d’orzo) invecchia da sei a quattro anni in botti di rovere americano e successivamente per sei mesi in una dozzina di cask (227 litri ciascuno) che hanno ospitato Porto, importati dal Portogallo. Alla fine di questo secondo passaggio in botte avviene il blend finale che viene poi imbottigliato. 
La 70K di Against The Grain è uno splendore nel bicchiere: vestita di nero, mostra un generoso e compatto cappello di schiuma, cremoso e molto persistente. L'aroma è un elegante bouquet dolce nel quale le note di bourbon accompagnano orzo tostato e caramello, fruit cake, vaniglia, qualche accenno di caffè. Eleganza e delicatezza rimpiazzano cafoneria ed esuberanza. Un ottimo biglietto da visita che trova riscontro al palato: la bevuta è dolce e ricca di caramello e vaniglia/panna, cioccolato al latte, fruit cake, liquirizia, uvetta e prugna. Il bourbon fa una breve comparsa a centro bevuta per poi lasciare posto al moderato amaro del caffè e delle tostature: il suo ritorno, in grande stile, è nel finale: caldo ma morbidissimo, un dolce abbraccio che riscalda ogni sorso facendosi ascoltare senza mai dover alzare la voce.
E' una Imperal (Milk) Stout ed è quindi parecchio dolce: personalmente trovo che una maggior presenza di caffè o tostature innalzerebbero ulteriormente il livello già piuttosto elevato di questa birra. Impressionante il contributo del bourbon passato in botti di porto, che in alcuni passaggi regala delle fugaci sensazioni fruttate (agrumi?) inaspettate. L'alcool (13%) è gestito in maniera perfetta, la sensazione tattile è morbida ma non particolarmente viscosa: in una birra così importante un pelo di corpo in più non avrebbe affatto stonato, anzi. Non è una birra economica (negli Stati Uniti siamo tra i 25-30$ + tasse) ma sono quei sacrifici che si fanno ogni tanto e che - in questo caso -  non lasciano con l'amaro in bocca, in tutti sensi.
Formato: 75 cl., alc. 13%, IBU 48, anno di produzione 2016. 

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 30 luglio 2015

Against the Grain Fruitis The Farmer Beescake

Ritorna Against the Grain, il birrificio del Kentucky incontrato qualche mese fa e fondato a Louisville nell’ottobre 2011 da quattro soci: Sam Cruz, Jerry Gnagy, Adam Watson e Andrew Ott. Il birrificio con annesso ristorante viene inaugurato nella suggestiva location all’interno del Slugger Field, uno stadio di Baseball (Minor League). I piani di espansione sono già in corso, con la costruzione di un nuovo birrificio in uno spazio di 2300 metri quadrati, con annesso magazzino e tasting room a Lousville, per aumentare del 400% la capacità produttiva. 
Ad ottobre 2013 il birrificio annuncia la nascita della “Funked Up Series”, ovvero una linea dedicata alle fermentazioni con lieviti selvaggi. La inaugurano una Saison brettata chiamata “We brett it wrong”, una Saison brettata ai lamponi  (Chris Framboise) e Scorched Monk, una sour ale affumicata ed invecchiata in botti di rovere francesi realizzata assieme a De Struise.  
La serie viene poi allargata con molte altre produzioni, spesso one-shot o collaborazioni che non fanno altro che espandere ulteriormente il già vasto portfolio di Against the Grain. Alla lista aggiungiamo la birra di oggi: Fruitis The Farmer Beescake
Si tratta di una saison prodotta con malti Pilsner, Vienna e Monaco, farro e miele; la fermentazione avviene con un lievito tipo saison  e poi la birra viene messa a maturare per sei mesi in tini d’acciaio, dove vengono aggiunti succo di meloni cantalupo e verdi (poponi) ed inoculati i Brettanomyces Bruxenellenis. Al momento dell'imbottigliamento viene poi aggiunto nuovo lievito, altro miele e succo di melone.
Leggero gushing all'apertura, ma nulla di incontrollabile, e birra che nel bicchiere si presenta di color arancio velato, con qualche venatura dorata; la pannosa schiuma biancastra si forma con generosità ed ha un'ottima persistenza. L'aroma non è particolarmente complesso ma offre una ancora una buona freschezza ed una bella intensità; accanto ai sentori floreali e fruttati (melone, arancio e pesca) c'è la discreta componente zuccherina e, last but not least, quella brettata di acido lattico. La sensazione in bocca è pressoché perfetta: corpo medio, carbonazione elevata per una bevuta vivace e scorrevole, che solletica costantemente il palato. La bevuta parte piuttosto dolce, con note di miele e fette biscottate, pesca, melone e polpa d'arancio, qualche accenno di canditi; a riportare l'asticella in equilibrio ci sono l'acidità lattica dei brettanomiceti (ma avverto anche una lievissima punta di aceto di mela) e una chiusura amara rusticamente terrosa e lievemente pepata. L'alcool (8%) è davvero molto ben celato con il risultato di una birra che inizia (forse un po' troppo) dolce e zuccherina per poi diventare - sorprendentemente - quasi rinfrescante: le manca solamente un po' più di secchezza per chiudere il cerchio in maniera perfetta, ma è un vizio perdonabile. Saison molto gustosa e pulita, intensa, che si fa ricordare.
Formato: 75 cl., alc. 8%, IBU 25.3, lotto e scadenza non riportati, pagata 15.47 Euro (beershop, Belgio).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 17 marzo 2015

Against the Grain Bay and Pepper Your Bretts

Anche il  Kentucky, dove si concentra la maggior parte della produzione del bourbon, non è stato immune alla “craft beer revolution” americana. Prendiamo ad esempio il birrificio Against the Grain, fondato a Louisville nell’ottobre 2011; quattro soci, che si sono conosciuti mentre lavoravano alla  Bluegrass Brewing. 
Iniziamo dai due che sono più coinvolti nella produzione della birra:  Sam Cruz e  Jerry Gnagy, entrambi homebrewers da quando erano ancora minorenni e interessati, per loro stessa ammissione, più a produrre “qualcosa di alcolico” che di buono. Jerry Gnagy è quello che ha fatto il percorso più lineare: terminato il college in Kansas, entra dapprima come lavafusti e viene poi promosso birraio alla Bluegrass Brewing di Louisville. Un po’ diverso l’approdo in sala cottura di Sam Cruz: dopo gli studi in scienze politiche, inizia a lavorare in una sorta di servizio sociale, affrontando adolescenti con problemi di dipendenza da sostanze illegali; il lavoro non lo soddisfa molto, e nel 2005, ricalca le orme dell’amico Jerry. Assunto come lavafusti, viene promosso dopo diciotto mesi ad assistente birrario di Jerry e, dopo un corso al Siebel Institute di Chicago, a birraio.
I due iniziano però a soffrire la routine di un birrificio che produce le stesse birre 365 giorni all’anno, senza nessuna voglia di sperimentare: un giorno, mentre osservano i magazzinieri movimentare decine di sacchi di malto, maturano quell’ “odio verso i cereali” che diventerà la base di partenza del loro progetto: Against The Grain   (“contro i cereali”; curiosamente con lo stesso nome è stata anche chiamata una birra inglese gluten free).
Alla Bluegrass lavoravano anche il loro amico Adam Watson (assistente birraio e prossima alla laurea in legge) e Andrew Ott, impiegato come cameriere nel ristorante;  tra una chiacchera e l’altra, i quattro abbozzano il progetto di aprire il proprio brewpub a Louisville, una città che in quel periodo non offriva alternative alla Bluegrass. Nel 2008 si licenziano tutti per lavorare alla costruzione della Against The Grain Brewery and Smokehouse, che viene inaugurata nell’ottobre del  2011 nella suggestiva location all’interno del Slugger Field, uno stadio di Baseball (Minor League): “qui c’è un bel giro di gente e di soldi – ammettono – ma è stato difficile abituarli al gusto della birra “artigianale” e a quelle che noi produciamo”.   
In sala cottura ci va quasi esclusivamente a Jerry Gnagy, mentre Sam Cruz si occupa principalmente della gestione del ristorante annesso; Adam Watson segue soprattutto la parte amministrativa e finanziaria mentre Andrew Ott opera come general manager, coordinando le diverse funzione ed occupandosi delle risorse umane.
I quattro partono con le idee chiare, a partire dalle belle e divertenti etichette, la maggior parte delle quali realizzate da Robby Davis, autore anche della grafica dei personaggi che popolano il suggestivo sito del birrificio; anche i nomi delle birre non sono banali, e si fanno subito notare per i coloriti doppi sensi: Citra Wet Ass Down, Show Us your Tetts, An Ale Pleasure, David Lee Froth e Shit Jeans, giusto per fare qualche esempio. L’efficacia del marketing e la qualità delle birre hanno subito un buon successo, grazie anche alla distribuzione effettuata dalla 12 Percent; per soddisfare una maggior porzione della domanda le birre vengono appaltate anche alla Pub Dog Brewing nel Maryland), mentre nel luglio del 2014 vengono ufficializzati i piani di espansione: nuovo birrificio in uno spazio di 2300 metri quadrati, con annesso magazzino e tasting room a Lousville, per aumentare del 400% la capacità produttiva; proprio in questi giorni dovrebbero inoltre essere prodotte anche le prime lattine. Gli ampi spazi a disposizione consentiranno inoltre di aumentare esponenzialmente i programmi di invecchiamento e affinamento in botte  (con ovvio focus – visto che siamo nel Kentucky – sul legno ex-bourbon.) e delle birre della “Funked Up Series”, ovvero la linea “sour/acida”. 
Qualcosa di Against The Grain si trova con un po’ d’impegno anche in Italia; tra le mani mi è capitata una bottiglia di Bay and Pepper your Bretts. Si tratta di una saison realizzata in collaborazione con Josh Lehman, chef del ristorante Holy Grale di Lousiville capace di accogliervi con la bellezza di 26 spine ed una lunga carta di birre; la spiegazione della birra è nel suo stesso nome: alloro (bay), pepe nero Tellicherry in grani e rifermentazione in bottiglia con brettanomiceti. 
Nel bicchiere arriva di color oro antico leggermente velato, che si trasforma in un arancio opalescente se scegliete di versare anche i lieviti; la schiuma cremosa e bianca non è né particolarmente generosa e neppure molto persistente. Al naso è il pepe a dare il benvenuto, incalzato dalle note lattiche dei brettanomiceti e seguito dal dolce della pesca sciroppata, dell’ananas e della polpa d’arancio; completano il bouquet le erbe officinali, soprattutto alloro, e qualche lieve sentori floreale di geranio. Il gusto segue abbastanza fedelmente l’aroma: c’è una bella vivacità (carbonatazione) in bocca, con corpo medio e il giusto livello watery per garantire un’ottima scorrevolezza. Pane e biscotto, un po’ di pepe e  il dolce della frutta (pesca, arancio) ben bilanciato dall’acidità lattica, molto leggera e affrontabile in tutta tranquillità anche per chi non ha molta familiarità con i lieviti selvaggi; più fuori dagli schemi è invece l’amaro, con un netto dominio di erbe officinali, soprattutto dell’alloro. Mi è sembrata quasi un'elegante versione borghese e meno emozionante di  una qualche Fantome di Dany Prignon, ad esempio questa.  
Bay and Pepper Your Bretts è comunque una saison molto pulita, dall’alto potete dissetante e rinfrescante, molto godibile soprattutto una volta che il palato si è abituato all’abbondanza di erbe officinali.
Formato: 75 cl., alc. 6.8%, IBU 23, lotto e scadenza sconosciuti, pagata 14.57 Euro.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.