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giovedì 17 dicembre 2020

DALLA CANTINA: O'Hanlons Thomas Hardy's Ale 2008

Per oltre un secolo l’imponente birrificio Eldridge Pope è stato l’edificio più importante di Dorchester e la ruota motrice dell’economia della città inglese. Nel 1837 Charles Eldridge, già proprietario dell’hotel Antelope aveva acquistato anche il piccolo birrificio Green Dragon, espandendone la produzione; la moglie Sarah guidò l’azienda alla morte del marito (1846) assieme al partner commerciale Samuel Mason, un altro produttore di birra.  Sarah Eldridge morì nel 1856 cedendo le sue quote al figliastro John Tizard e Mason si ritirò nel 1870 (si dice a seguito della morte del figlio in un incidente di lavoro nel birrificio) vendendo a Edwin Pope e al cugino Alfred. L’anno successivo, alla morte di Tizard,  la figliastra ed ereditiera Sarah Eldridge decise di vendere la sua quota alla famiglia Pope. Edwin Pope mise subito in atto un grande piano di espansione acquistando terreni adiacenti alla linea ferroviaria e commissionando all’architetto W.R. Crickmay un nuovo edificio, in stile vittoriano, che fu inaugurato nel 1881. La Eldridge Pope & Co. Limited divenne il più grande birrificio nonché datore di lavoro di tutta Dorchester;  lo stabile fu poi seriamente danneggiato da un incendio nel 1922 e la produzione interrotta sino al 1925.  
Le due guerre mondiali fecero scomparire dal mercato le birre dall’alta gradazione alcolica e anche quando il governo tolse le restrizioni, agli inizi degli anni ’50, furono davvero pochi i birrifici che ricominciarono a produrle. Tra questi vi fu proprio Eldridge Pope.   Michael Jackson riporta nella sua World Guide to Beer che nel 1967 alla Eldridge  trovarono per caso duemila bottiglie vuote di epoca vittoriana e si chiesero con che cosa avrebbe potuto riempirle. Proprio in quel periodo a Dorchester si stava organizzando un festival letterario che celebrava il quarantesimo anniversario della morte di Thomas Hardy, poeta e scrittore nato e vissuto a poche miglia di distanza il quale, nel suo racconto The Trumpet Major, aveva dedicato qualche riga alla birra locale: “era del colore più bello che l’occhio di un artista potesse desiderare per una birra: robusta e forte come un vulcano; piccante, senza essere pungente; luminosa come un tramonto d’autunno; dal sapore uniforme, ma, alla fine, piuttosto inebriante. Il popolo l’adorava, la gente per bene l’amava più del vino”. Cecil Pope, nipote di Alfred, chiese al birraio Denis Edwin Holliday di produrre una birra speciale per l’evento e Holliday rielaborò la ricetta del barley wine della casa chiamato Goldie  e lo mise ad invecchiare per sei mesi in botti ex-sherry che venivano ruotate quotidianamente. Il risultato finì poi in bottiglie chiuse da sughero, ceralacca  e chiamato Hardy Ale, birra celebrativa che venduta ad un prezzo che equivaleva a quello di dieci pinte di bitter. Nonostante il costo elevatissimo, quella che doveva essere una birra occasionale ottenne riscontri favorevolissimi convincendo il birrificio a replicarla nel 1974 e da allora una volta all’anno, diventando oggetto di culto degli appassionati che attendevano con ansia l’uscita del nuovo millesimo.
Gli anni ’90 furono caratterizzati da una serie di errate decisioni da parte del management di Eldridge Pope nel tentativo di risollevarsi da una difficile situazione finanziaria: la peggiore  fu probabilmente quella di separare gli assetti produttivi da quelli di vendita, ovvero la catena dei pub di proprietà, le cui spine finirono rapidamente in mano ad altri distributori. Alcune fonti riportano che nel 1996 il birrificio smise di produrre le proprie birre lavorando solamente per conto terzi. Nel 1997 il management del birrificio acquistò dai Pope il marchio, mentre impianti e sito produttivo rimasero in mano alla famiglia che lo aveva fondato: la nuova società fu rinominata Thomas Hardy Brewery & Packaging e l’anno successivo rilevò un altro birrificio a Burtonwood formando la Thomas Hardy Burtonwood. La produzione riprese ma, nonostante il nome scelto, tra le prime decisioni del management ci fu quella (1999)  di sospendere la Thomas Hardy’s Ale, ritenuta una birra troppo costosa da produrre. 
Nel 2003 la Thomas Hardy Brewery fece un offerta ai Pope di 8 milioni di sterline per acquistare il birrificio di Dorchester: la famiglia la rifiutò e preferì invece cedere il complesso alla Landworth Properties che aumentò immediatamente il contratto d’affitto costringendo di fatto la Thomas Hardy Brewery alla chiusura definitiva ed al licenziamento di 57 dipendenti, nel luglio dello stesso anno. L’anno successivo la famiglia Pope cedette per 40 milioni di sterline e 42 milioni di debiti tutti i pub ancora di proprietà all’imprenditore Michael Cannon, abilissimo a trasformarli nella catena Que Pasa Bar, poi rivenduta nel 2007 al gruppo Marston’s per 155 milioni di sterline.  Il vecchio birrificio Eldridge Pope rimase abbandonato sino alla trasformazione, completata nel 2013,  nel complesso chiamato Brewery Square che oggi accoglie negozi, ristoranti, cinema, appartamenti e un hotel. 
La scomparsa della Thomas Hardy’s Ale gettò subito nello sconforto gli appassionati, molti dei quali si trovavano negli Stati Uniti. E fu proprio grazie ad uno di loro che la birra riuscì a rinascere: una storia l’avete già sentita? E’ più o meno quello che accadde con la Extra Double Stout.  Questa volta il merito va attribuito a George Saxon, proprietario della la Phoenix Imports, Maryland, che dal 1986 importava in esclusiva sul suolo americano la preziosa birra, solitamente in bottiglie da 33 centilitri (in Inghilterra era più frequente il formato 18 o 25). Saxon rilevò la proprietà  del marchio e si mise a cercare un birrificio in Inghilterra che potesse ricominciare a produrla: la scelta cadde su O’Hanlon, un piccolo produttore nel Devon. Il 2003 fu la prima annata della nuova Thomas Hardy’s, ricreata in ogni dettaglio: etichetta, numero lotto e prefisso lettera identificativo, tappo e collo della bottiglia ricoperti da un lamina  dorata, piccolo medaglione ornamentale. La maggior parte degli appassionati fu soddisfatta ma non mancarono i sostenitori del “non è più la birra di una volta”: affermazione perlomeno prematura, visto che si tratta di una birra da bere dopo almeno tre anni di cantina, come suggerivano sin dall’inizio alla Eldridge Pope. 
La nuova avventura O’Hanlon non durò però molto, giusto il tempo di raccogliere qualche medaglia nei concorsi e di rimpolpare le cantine degli appassionati. Nel 2009 Liz O'Hanlon, direttore commerciale del birrificio, annunciava di aver gettato la spugna: “non è una decisione facile, ma non ne vale più la pena. Le vendite sono buone ma non giustificano gli sforzi che ci vogliono per produrla. A fare le nostre birre ci mettiamo due settimane; iniziamo invece a produrre la Thomas Hardy a gennaio e possiamo imbottigliarla solo in settembre. Dobbiamo poi incartare le bottiglie, numerarle ed appendere a mano i medaglioni al collo. Auguro ogni fortuna a Saxon, ma non credo sarà facile”. 
La stampa inglese di settore provò a sondare il terreno con due birrifici che già producevano riedizioni di birre storiche. Alla Marston’s dissero di poter prendere in considerazione l’ipotesi solo in caso di volumi superiori a 10.000 ettolitri all’anno. John Keeling di Fuller’s, che si era già preso a cuore le sorti della Gaze Pride Old Ale,  disse di sì, ma solo se gli fosse stato venduto anche il marchio: “non possiamo fare tutti quegli sforzi produttivi per una birra che non è neppure nostra”.
Per qualche anno non si venne a sapere nulla sul futuro della mitica Thomas Hardy’s Ale: fu necessario attendere l’agosto del 2012 quando a sorpresa,  i fratelli Vecchiato del colosso distributivo nazionale Interbrau, annunciavano di aver acquistato il marchio da Saxon. La notizia riempì d’orgoglio tutti gli appassionati italiani, ma per i Vecchiato la parte più difficile doveva ancora venire: trovare qualcuno affidabile in grado di produrla rispettando minuziosamente la ricetta originale. Riesumare un marchio dal pegidree così importante senza rispettarne la tradizione sarebbe stato un imperdonabile errore.  I Vecchiato si recarono  subito alla O'Hanlon alla ricerca di preziose informazioni ma i proprietari, che stavano vendendo il birrificio, non furono molto amichevoli e i birrai che avevano lavorato alla ricetta se n’erano già andati. Neppure le chiacchierate con alcuni vecchi dipendenti di Elrdige Pope furono molto utili. Decisero allora di sondare il terreno con uno dei loro partner commerciali, il birrificio Meantime, del quale Interbrau è importatore per l’Italia. Il birrario Alastair Hook era una garanzia ed era grande amico di Micheal Jackson: a lui il beerhunter lasciò in eredità la sua collezione personale di bottiglie, con ovviamente numerose annate di Thomas Hardy.
La nuova Thomas Hardy debuttò nel 2014 con una “Preview Edition” non destinata al commercio: verrà recapitata solo ad alcuni addetti ai lavori, giornalisti del settore e fatta assaggiare nelle fiere.  L’anno ufficiale del ritorno fu il 2015, proprio l’anno in cui Meantime veniva venduto all’industria (prima SAB Miller, poi Asahi). Alastair Hook fa ancora parte di Meantime e la Thomas Hardy, per quanto ne so, continua ad essere prodotta su quegli impianti.

La birra.

Nel 2008 ero già appassionato di birra, ma in modo diverso: ero solo curioso di bere qualsiasi cosa non avessi ancora provato, non sapevo esistesse la birra artigianale. Mi trovavo a Londra, ricordo ancora gli scaffali del supermercato Waitrose al piano interrato del centro commerciale Westfield: cercavo qualcuna di quelle bottiglie che avevo visto sulle guide e sugli atlanti generali della birra che si trovavano in libreria. La Bombardier di Wells, la Pedigree di Marstons, la Bass Pale Ale: non sapevo cosa fosse la Thomas Hardy’s Ale ma evidentemente quella curiosa bottiglia con il medaglione appeso al collo attirò la mia attenzione e la misi in valigia. Fu solo per caso che non la stappai appena tornato a casa: forse cercai qualche informazione e venni a sapere che era una birra mitologica, da mettere in cantina e da bere dopo molti anni. Meglio così. Noto ora che l’etichetta ha anche una piccola cornice in lingua italiana con ingredienti e data di scadenza.
In questi dodici anni ho resistito più volte alla tentazione di aprirla; avevo sempre la paura che fosse presto e che la birra potesse ulteriormente migliorare. Sono in parte stato facilitato dal peso della storia; raccontarla sul blog in modo appropriato significava sobbarcarsi un lavoro di ricerca lungo, impegnativo e quindi ho sempre rimandato. Non potevo tuttavia concludere la più che decennale avventura di Unabirralgiorno (iniziata proprio in quegli anni!) senza  la Thomas Hardy’s Ale.  
Il suo colore non è esattamente quel “tramonto d’autunno”  delle Strong Ales del Wessex decantate da Thomas Hardy: è ambrato molto carico e piuttosto torbido, la schiuma è comprensibilmente evanescente. L’aroma regala subito spiccate sensazioni di Porto e di Sherry: annoto anche mela al forno, ciliegia, frutti di bosco, uvetta, prugna, datteri e fichi disidratati. L’intensità è piuttosto buona, l’ossidazione è del tutto positiva: non si dovrebbe mai usare l’aggettivo “dolce” nel caso dell’aroma ma la sensazione che avverto è zuccherina, sciropposa, quasi una marmellata. Il corpo è ancora degno di nota, non ci sono grossi cedimenti dovuti all’età e le bollicine sono ancora ben percepibili.  La bevuta ripropone in maniera molto più educata e armonica l’aroma, senza quegli sbuffi sciropposi che vanno un po’ oltre le righe: s’avverte ancora una flebile componente maltata che richiama il caramello, la frutta sotto spirito è molto meno in evidenza e la sensazione è davvero di avere nel bicchiere un vino fortificato. E’ dolce ma ben attenuata, il tanto temuto cartone bagnato si avverte a fatica solo andandolo a cercare. L’alcool  (11.7%) dà il suo contributo senza mai andare oltre le righe: scalda il palato e scalda il cuore. Una birra invecchiata benissimo la cui bevuta è accompagnata da inevitabili emozioni derivanti da un viaggio indietro nel tempo, poco importa se questa non è una delle bottiglie di Eldridge Pope. 
Il bicchiere ormai vuoto è inevitabile sorgente di malinconia. Barley Wine? Old Ale? Semplicemente Thomas Hardy’s Ale.  Devo però essere sincero: nei miei ricordi e nel mio cuore non riesce però a scalfire la Harvest Ale di J.W. Leesvetta per me irraggiungibile. La producono ancora ogni anno e per comprarla non bisogna svenarsi su Ebay: in pochi la cercano… meglio così. Ne rimane di più per me.

Formato 27,5 cl., alc. 11.7%, , lotto 2008, scad. (italiana) 31/12/2016

mercoledì 25 novembre 2020

DALLA CANTINA: Gales Prize Old Ale 2000

I Gale erano una rinomata famiglia di Horndean vicino a Portsmouth, Hampshire: fornai, droghieri, mercanti di mais e di carbone. Nel 1847 la famiglia acquistò il pub Ship and Bell: a quel tempo era abbastanza comune che i pub producessero anche la birra che vendevano e George Gale, che lo gestiva, iniziò a farlo nel 1853. Nel 1896 un incendio distrusse completamente il pub  ma l’edificio fu prontamente ricostruito: la sua torre ancora oggi svetta sui tetti di Horndean. La ditta Gale and Co. nacque nel 1888, iniziò a  distribuire birra anche ad altri pub nei dintorni  e riuscì a superare le difficoltà derivanti dalle due guerre mondiali: negli anni 60 la produzione iniziò a crescere grazie al successo della HSB – Horndean Special Bitter –  che raggiunse il picco di vendite nel 1984. Da quel periodo i marchi del portafoglio Gale’s iniziarono un lento ma inesorabile declino e il birrificio aumentò anno dopo anno la produzione per conto terzi, iniziata nel 1997.  Ma dopo una decina d’anni di sforzi, alcuni soci chiesero di rientrare in possesso del proprio capitale e l’unica soluzione per i Gales fu vendere: si fece avanti Fuller’s, che nel 2005 rilevò il birrificio di Horndean per 92 milioni di sterline. Preoccupato, il CAMRA lanciò subito una campagna di sensibilizzazione nei confronti di Fuller’s: gli 80.000 ettolitri annuali prodotti a Horndean potevano facilmente essere trasferiti a Londra o, nella peggiore delle ipotesi, le birre sostituite dalle concorrenti prodotte da Fullers. Ed infatti alla fine di marzo 2006 gli impianti di Gale’s, la maggior parte dei quali risaliva agli anni ’80, furono definitivamente spenti. Pochi anni dopo tutto il birrificio ad eccezione della torre venne demolito e i terreni furono riconvertiti in zona residenziale.  Ma per gli appassionati c’era ancora qualche speranza: poco prima di chiudere i cancelli alla Gales fu prodotto un ultimo lotto di una birra iconica, la Prize Old Ale,  e venne poi portato a Londra con delle autocisterne.
La Prize Old Ale di Gale’s è un pezzo di storia che vale la pena raccontare, è un viaggio a ritroso al tempo di quelle Stock Ales maturate in tini di legno per mesi, a volte anche per anni, dove sviluppavano acidità lattica, inevitabile conseguenza della contaminazione batterica: era il gusto tipico delle birre del diciottesimo e del diciannovesimo secolo, che i bevitori apprezzavano.  Queste Old/Stock Ales (non è mia intenzione entrare nel dettaglio di eventuali differenze) potevano essere bevute anche da sole ma erano solitamente utilizzare per creare un blend con birre piè giovani: erano la base delle birre più popolari di quel periodo, le Porter e le Stout. 
Ci sono notizie contrastanti sulla storia della Prize Old Ale ma tutti gli storici sembrano concordare sul fatto che sia nata intorno al 1920 quando alla Gale’s arrivò un birraio dallo Yorkshire che intendeva replicare i fasti di quelle Strong Ales, in gergo “Stingo”,  che venivano prodotte da quelle parti, come per esempio alla Hammond Brewery.  La Prize Old Ale maturava in vasche di legno per un periodo variabile tra i sei ed i dodici mesi; John Keeling, lo storico birraio di Fuller’s, ricorda“non è lambic, ma ci assomiglia. Alla Gales fermentava in legno, era impossibile pulire perfettamente quelle vasche; si venne a creare un ambiente selvaggio e quei microrganismi diedero alla birra il suo carattere unico. Anche se veniva poi trasferita e messa ad invecchiare in tini di acciaio non perdeva quella flora batterica”. La ricetta originale pare indicasse malto Maris Otter, un tocco di Black, luppoli Fuggles e East Kent Goldings. Al momento della messa in bottiglia veniva aggiunto poi il lievito per la rifermentazione.  Nel 1971 quando fu fondato il CAMRA, la Gale Prize Old Ale era una delle ultime cinque birre rifermentate in bottiglie che ancora venivano prodotte nel Regno Unito. 

Negli anni che precedettero la vendita a Fullers la Prize Old Ale non fu certo un esempio di costanza produttiva. Scrive lo storico Martyn Connell: “a partire dall’inizio del ventunesimo secolo le cose iniziarono a peggiorare. Le bottiglie erano completamente piatte, la rifermentazione non era mai partita ed erano stucchevolmente dolci. Sembra che alla Gale’s imbottigliassero senza aggiungere zucchero o lievito, facendo affidamento solo sulle cellule di lievito che erano presenti della birra e sugli zuccheri rimasti dopo la fermentazione primaria. Evidentemente non funzionava, ma per anni nessuno alla Gales sembrò interessarsi al problema e continuarono in quel modo”. Come detto, nel 2006 la produzione passò alla Fuller’s che però esitò prima di mettere in circolazione il primo lotto, pronto nel 2007. Ancora Keeling: “amavo quella birra, ma replicarla sui nostri impianti fu una bella sfida. Non avevamo abbastanza posto per trasferire i fermentatori di legno della Gale’s, così facemmo un ultimo lotto a Horndean e lo portammo a Londra nei nostri fermentatori d’acciaio. Realizzammo poi due cotte sul nostro impianto nel 2007 e nel 2008, blendandole con quella di Gale’s e utilizzando il loro lievito che avevamo propagato alla Fuller’s. Il problema era che il nostro ufficio vendita la odiava, dicevano che era impossibile da vendere. Un prodotto in via d’estinzione, troppo acido per la maggior parte dei bevitori”.   I buoni intenti di Fuller’s non trovarono tuttavia quel riscontro commerciale necessario per continuarne la produzione e la Prize Old Ale uscì definitivamente di scena.
Facciamo un altro salto in avanti nel tempo al 2016, a Manchester: il girovago birraio James Kemp (oggi da BrewDog) del birrificio Marble aveva lavorato per un anno alla Fuller’s facendo amicizia con e con John Keeling. James amava le Flanders Red e le Oud Bruin belghe e sognava di poter un giorno replicare il loro “equivalente” anglosassone. Alla Fuller’s Keeling aveva ancora da smaltire parecchie bottiglie di Old Ale invendute e ne mandò un po’ a Kemp: i due si scambiarono idee sulla ricette e poi si diedero appuntamento a Manchester, adattando una ricetta originale del 1926. Malti Pale, Crystal e Chocolate, sciroppo di glucosio, luppoli Challenger e Goldings per amaro, Fuggles e Goldings per aroma. La Marble non disponeva di tini in legno e quindi la prima fermentazione “pulita” avvenne in acciaio, con inoculazione del lievito della Gale’s al momento del trasferimento in botti di legno. Per rendere forse più interessante la birra sul mercato attuale non furono usate botti neutre ma che avevano contenuti in precedenza Bourbon, Madeira, Barbera e Pinot Nero: l’idea originale era di creare un unico blend finale, ma il risultato ottenuto dalle singole botti fu ritenuto soddisfacente e ne furono quindi commercializzate quattro diverse edizioni.  

La birra.
Il destino non è mai stato gentile con le grandi birre storiche inglesi: dimenticate in patria, hanno spesso trovato una seconda vita negli Stati Uniti grazie (anche) all’opera divulgativa del defunto beer-hunter Michael Jackson e dell’importatore B-United. E’ il caso della meravigliosa Harvest Ale di JW Lees,  oggi ancora prodotta ma più facile da reperire in un Whole Foods americano che in un beershop inglese; o degli ultimi lotti di Thomas Hardy's Ale e Prize Old Ale prodotti prima delle rispettive chiusure, la maggior parte dei quali è finita dall’altra parte dell’oceano prima che esplodesse davvero la Craft Beer Revolution.  Sulle etichette trovate infatti il contenuto espresso in once fluide, anziché millilitri.  Ed è quello che è capitato a me: nel 2014 in un beershop di San Francisco mi sono imbattuto in una cesta piena di Prize Old Ale anno 2000 a prezzi di saldo: 3 dollari l’una. Non ho potuto resistere, consapevole  del rischio che poteva trattarsi di un imbevibile fondo di magazzino: ma del resto è lo stesso rischio che corre l’appassionato che tenta la fortuna acquistando qualche vintage su Ebay a prezzi moltiplicati almeno per dieci. E per stapparla ho voluto attendere altri sei anni per rispettare le opinabili indicazioni fornite dall’importatore B-United: “si dice che la Prize Old Ale dia il meglio di sé dopo 20 anni”.  Non ho ovviamente la certezza assoluta sul millesimo: l’anno 2000 è scritto con il pennarello sulla capsula di plastica che protegge il tappo di sughero. L'apertura è abbastanza difficoltosa e nonostante la cautela il sughero si rompe a metà nel collo; con molta pazienza riesco ad estrarre quel che rimane ma non ad evitare che qualche frammento finisca dentro la bottiglia. Devo versarla nel bicchiere aiutandomi con un infusore da te per filtrarla ed evitare di bere le "briciole" di sughero. La schiuma è assente, il colore è ambrato, piuttosto spento e torbido: nessuna sorpresa. Al naso l'ossidazione è evidente, nel bene e nel male: fortunatamente predominano i richiami al passito, ai vini marsalati e fortificati. Uvetta, datteri, caramello, mela al forno, albicocca disidratata: l'intensità è davvero degna di nota. In secondo piano avverto odori ematici, ferruginosi, un po' di cartone bagnato: mi sorprende la completa assenza della componente wild/selvaggia, fatta eccezione per qualche richiamo di plastica bruciata che potrei associare ai brettanomiceti. Al palato è ovviamente piatta e slegata ma c'è ancora un discreto corpo a regalare un mouthfeel ancora accettabile. 
La bevuta segue l'aroma ma con meno intensità: colpisce sopratutto il modo in cui l'alcool (9% al momento della messa in bottiglia, ora sicuramente maggiore) è inavvertibile. E' una birra che assume le sembianze di un vino passito un po' annacquato nel finale, se mi passate il paragone: datteri, uvetta, caramello, marsala e sherry, potrei spingermi oltre e chiamare in causa lo sciroppo d'acero. Anche in bocca spunta ogni tanto qualche lieve accenno di plastica e gomma bruciata: non è però questo a lasciarmi sorpreso, perplesso (eviterei l'aggettivo "deluso", visto l'anzianità della bottiglia). Piuttosto è la completa mancanza di acidità lattica che avrebbe dovuto rendere questa Old Ale unica nella sua continuità storica (confrontate ad esempio le impressioni di Angelo Ruggiero e Stefano Ricci, versione Fuller's). Chiude comunque piuttosto secca, ammiccando al legno e forse all'amaro dei tannini.  
Stappare una bottiglia che ha vent'anni sulle spalle significa privilegiare la curiosità e l'emozione, la parte conoscitiva e didattica alla piacevolezza della bevuta, benché questa bottiglia di Prize Old Ale sia ancora perfettamente bevibile. Posso comunque confermare che la Prize Old Ale è (era) un'ottima birra da invecchiamento, quasi indistruttibile, per come era prodotta alla Gale's. Ritornerà? I tentativi di riesumarla fatti negli ultimi anni non hanno avuto un grande successo al di fuori di una piccola nicchia fatta di appassionati, di vecchi nostalgici e forse di qualche occasionale curioso. Se anche voi siete tra questi e volete aggiungerla al vostro curriculum di bevute, qualche bottiglia è ancora reperibile su Ebay o nelle cantine di qualche locale: mettetevi alla ricerca, anche gli sforzi per trovarla fanno parte dell'esperienza  Gale's Prize Old Ale

Formato 27,5 cl., alc. 9%, IBU 53, anno 2000 (?), pagato 2,99 dollari (beershop) 

martedì 10 marzo 2020

American Solera Old Dishoom 2016

Il nome Chase Healey non dovrebbe suonare nuovo a qualsiasi appassionato: fu lui a fondare nel 2012 a Tulsa, Oklahoma, la beerfirm Prairie Artisan Ales per poi cederla nel 2016 allo stesso birrificio (Krebs) sui cui impianti produceva le birre. Il successo del marchio Prairie richiedeva investimenti e un impegno che Healey sentiva di non poter più sopportare: “volevo continuare a far birra, non gestire un numero sempre più grande di persone; volevo produrre birre acide e fermentazioni miste, birre invecchiate in legno ed era impossible farlo quando hai vincoli contrattuali e scadenze da rispettare, come Prairie. Inoltre nessuno voleva mettere in pericolo (contaminazione, ndr.) tutte quelle botti usate di bourbon che avevamo”.  Qualcuno forse ricorderà che Healey aveva già provato a lanciare uno spin-off di Prairie nel 2014, quel progetto chiamato Brouwerij Okie che non riuscì però a decollare dopo aver prodotto un paio di lotti imbottigliando ed etichettando a mano. 
Nell’estate del 2016 si aprono così le porte di American Solera in un piccolo fabbricato nella periferia ad ovest (1803 S. 49th West Avenue) di Tulsa nel quale sono stati stipati sedici fouders di legno: “non c’è quasi spazio per muoversi.  Con questo nome volevo creare un marchio che celebrasse quello che cerco di ottenere. L’aggettivo American è forse un po’ forte, ma se penso ai birrai che ho incontrato in Scandinavia, Belgio e Germania…  sono tutti fieri del loro paese. Volevo quindi dire a tutti che noi siamo orgogliosi di essere in un paese dove si producono attualmente alcune delle migliori birre al mondo”. Solera fa ovviamente riferimento al metodo usato per produrre vini fortificati e distillati: “utilizzo un blend di birra fresca e birra invecchiata per le mie birre. Riempio di continuo le botti più vecchie. Il punto era di fare qualcosa di diverso da quello che facevo con Prairie, altrimenti non avrebbe alcun senso. Sostituite le parole ‘sherry’ e ‘vino’ con ‘birra’ ed otterrete American Solera". 
La nuova avventura di Healey inizia in un vecchio stabile che inizialmente non ha neppure l’autorizzazione per aprire la taproom: i beergeeks apprezzano e nel 2017 Ratebeer elegge American Solera come il nuovo miglior birrificio americano del 2016 e come secondo nuovo miglior birrificio al mondo. Per aumentare la produzione Healey prende in affitto uno dopo l’altro altri tre edifici adiacenti e se ne fa costruire un quarto:  “devo solo capire come gestire la produzione. Con foeders e botti le possibilità di blend sono infinite: nei prossimi quattro mesi potrei far uscire una ventina di birre diverse, ma sarebbe troppo”. Arrivano le prime birre acide, le fermentazioni spontanee, le wild ales invecchiate in botti di vino con aggiunta di frutta. 
Nell’estate del 2017 cambiano le leggi dell’Oklahoma e ai birrifici viene concesso di somministrare direttamente al pubblico, nei propri locali, anche birre con gradazione alcolica superiore al 4%: per l’occasione Healey inaugura un secondo piccolo locale a Tulsa chiamato SOBO (abbreviazione del quartiere South Boston).  Dopo 12 mesi arriva l’annuncio dell’acquisto un vecchio edificio costruito un secolo fa nel quartiere di Kendall Whittier, 1300 metri quadri da ristrutturare e trasformare nella nuova casa di American Solera: i lavori sono andati un po’ oltre le previsioni e l’inaugurazione è avvenuta a settembre 2019.  A pochi passi di distanza ci sono i birrifici Marshall's, Cabin Boys e OK Distilling: appena un po’ più in là gli edifici di Nothing's Left e Heirloom Rustic Ales vanno a completare quello che è già stato rinominato il nuovo Tulsa Brewing District.

La birra.
Non ho trovato praticamente nessuna informazione su questa Old Dishoom (8.5%), una delle prime birre (2016) uscite dagli impianti di American Solera: sappiamo solo che si tratta di una Old Ale invecchiata in botti di Sherry con aggiunta di un mix di diverse colture di brettanomiceti. 
Il suo vestito  è di color ambrato piuttosto carico, simile alla tonaca di frate: la schiuma è abbastanza compatta ed ha una discreta persistenza.  I profumi di sherry sono in bella evidenza la naso, accompagnati da note legnose e di vaniglia, ribes, marasca e lampone, qualche accenno acetico. La bevuta risulta altrettanto variegata ma è forse meno compiuta: un’altalena che oscilla continuamente tra il dolce del caramello, dello sherry, dell’uvetta e della prugna disidratata e l’asprezza dei frutti rossi. Le due componenti non sono però del tutto integrate tra loro e l’impressione è di spostarsi continuamente da un estremo all’altro. Qualche accenno acetico di troppo mette ulteriormente in discussione la rotondità di una birra aspra e quasi rinfrescante che chiude poi il suo percorso con un finale caldo ed etilico, caratterizzato da una bella nota di tannini. 
Dishoom pare essere una parola di origine indiana che risale agli anni ’70: la Bollywood cinematografica utilizzava questo termine per il rumore di una pallottola sparata in aria o di un colpo ben assestato (l’equivalente di “POW!”, “BAM!”). Non ci sono clamori in questa bottiglia ma il risultato è comunque godibile anche se non facilissimo da inquadrare. 
Formato 37,5 cl., alc. 8.5%, lotto 2016, 12,00 Euro

NOTA: Prezzi indicativi (beershop). La descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 3 febbraio 2020

DALLA CANTINA: AleSmith Old Ale 2015

Nel 2005 il birrificio californiano AleSmith celebrava il suo decimo compleanno con la Decadence Anniversary Ale, una potente Old Ale (11%) molto cara al suo creatore Peter Zien, l’ex homebrewer che nel 2002 aveva rilevato il birrificio dai fondatori Skip Virgilio e Ted Newcomb: con una versione casalinga di questa birra Zien aveva infatti ottenuto la sua prima medaglia in un concorso per homebrewers. Da quell’anno in poi la serie Decadence ha festeggiato ogni compleanno di AleSmith in forma leggermente diversa: nel 2006 con un’American Strong Ale, nel 2007 con una Imperial Porter, nel 2008 con un Wheat Wine e nel 2009 con una Weizenbock. La Decadence Old Ale ritornò nel 2010 e, con cadenza quinquennale, nel 2015 con il nome di AleSmith Olde Ale: dal 2016 in poi entrò invece tra le birre stagionali (primavera) e fu prodotta una volta all’anno con il nuovo nome di Private Stock Ale. Per gli aficionados, visto che siamo a San Diego, era una ghiotta occasione per mettere in cantina qualche bottiglia e magari organizzare qualche verticale.
I gusti degli appassionati sono però molto volubili e oggi la Olde/Stock Ale non è più in produzione: la stessa AleSmith IPA, che aveva dominato per anni le classifiche del beer-rating, è oggi scomparsa dai radar sostituita dalle lattine delle più moderne Juice Stand e Luped In IPA, più fruttate e meno amare: spero sia ancora prodotta almeno in fusto. Nell’attesa che la moda del New England tramonti anche in California  si sono dovuti adeguare al mercato. Eppure la Olde Ale aveva portato a San Diego un numero notevole di riconoscimenti: oro alla World Beer Cup del 2008 (versione Decadence 2005), argento a quella del 2012 (Decadence 2010) e ancora oro a quella del 2014 (AleSmith Old Ale 2013). Oro al Great American Beer Festival del 2008 (Decadence 2005), argento a quello del 2011 (Decadence 2010) e bronzo a quello del 2012 (ancora Decadence 2010).

La birra.
AleSmith la considera una perfetta birra da invecchiamento e allora andiamo a scoprire se ciò corrisponde a verità stappando una bottiglia di Olde Ale 2015. La sua livrea richiama la tonaca di frate (cappuccino), nel bicchiere è piuttosto torbida e la schiuma è cremosa e compatta. L’aroma rivela un’intensità davvero notevole: uvetta, prugna disidratata, mela al forno. In secondo piano emergono accenni di vino fortificato, pane tostato, suggestioni di creme brulè. Ottime premesse che vengono assolutamente confermate, a partire da un mouthfeel che non mostra nessun cedimento dovuto al passaggio del tempo: la sua consistenza è ancora quasi piena ed il palato è coccolato da morbide carezze. La bevuta ripropone l’aroma con perfetta corrispondenza: a sei anni dalla messa in bottiglia la Olde Ale di AleSmith è ancora vigorosa e potente, ricca di frutta sotto spirito e richiami ai vini fortificati. L’alcool e una timida nota amaricante finale di frutta secca a guscio bilanciano la sua dolcezza: una birra perfetta ed emozionante, nella sua semplicità, da godersi in tutta tranquillità, come fosse un liquore, alla fine di una serata. Per quel che mi riguarda è una delle migliori AleSmith mai bevute. Se anche voi ne avete ancora una in cantina è il momento di aprirla.
Formato 75 cl., alc. 11%, IBU 25, prezzo indicativo 16.00-18.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa lattina e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 7 novembre 2019

Theakston Old Peculier

Nel 1827 Robert Theakston, un agricoltore proveniente dal villaggio di Warthermarske (North Yorkshire), inizia assieme al socio John Wood a produrre birra all’interno del Black Bull Inn di Masham. Il birrificio vero e proprio viene costruito nel 1875 dai figli Thomas e Robert che acquistano un terreno nella periferia ad ovest. Nel 1968 il comando passa nelle mani di Michael Theakston, nipote di Robert,  e del cugino Paul: per i produttori di Ales tradizionali in cask è un periodo molto difficile, i grandi gruppi nazionali che si sono formati a seguito di acquisizioni e fusioni stanno cambiando il mercato: i fusti (keg) stanno guadagnando quote a scapito dei casks e le lager stanno conquistando sempre più bevitori che iniziano ad abbandonare le Ales tradizionali. Essere troppo piccoli è un problema e Theakston cerca di espandersi acquistando nel 1974 l’abbandonato sito produttivo del birrificio Carlisle che era stato nazionalizzato dopo la prima guerra mondiale: in questo modo sarà finalmente in grado di soddisfare tutte le richieste dei propri clienti per la propria Best Bitter e per le altre birre in cask che il CAMRA, fondato nel 1971, cerca di preservare. 
L’operazione non ha però successo: l’enorme sito produttivo di Carlisle si rivela essere un pozzo senza fondo che inizia a prosciugare le finanze di Theakston e nel 1984 la famiglia decide di accorparsi con il birrificio Matthew Brown di Blackburn: quest’ultimo viene rilevato nel 1987 dal grande gruppo Scottish & Newcastle, desideroso di avere nel suo portfolio dei prodotti per entrare nel segmento delle Real Ales, nuovamente in crescita. Come spesso avviene in questi casi al grande gruppo interessa solo il marchio: nel 1988 il sito produttivo di Carlisle viene chiuso e la produzione della maggior parte delle birre Theakston trasferita alla Tyne Brewery di Scottish & Newcastle. Michael Theakston rimane a gestire il sito di Masham ma nello stesso anno Paul Theakston, direttore generale dal 1968, decide di abbandonare la società: fonderà nel 1992 la Black Sheep Brewery.  I volumi riprendono quota ma la scelta di produrre la maggior parte delle birre altrove provoca severe critiche da parte di quel CAMRA che aveva più volte premiato la Old Peculier  (oro nel 1986 e 1989, argento nel 1979, 1985 e 1987, bronzo nel 1981-1982).  Nel 2004 la famiglia Theakston riesce a riacquistare la proprietà da Scottish & Newcastle, ormai poco interessata al mercato delle Ales: al comando ci sono attualmente Simon, Nick, Tim e Edward, pronipoti del fondatore Robert. Oggi Theakston è il sedicesimo produttore del Regno Unito ed è il secondo tra quelli indipendenti a conduzione familiare, dopo Shepherd Neame: sembra però che Heineken possieda il 28% delle quote societarie.


La birra.
Il suo originale nome deriva dalla corte ecclesiastica di Peculier istituita dall’Arcivescovo di York nel dodicesimo secolo a Masham, dove il birrificio ha la propria sede. Il recente restyling dell’etichetta mette in evidenza un sigillo che raffigura la figura inginocchiata di Roger de Mowbray, un cavaliere rimasto imprigionato per sette anni in Terra Santa nel corso delle crociate. Alla sua liberazione il cavaliere espresse la sua gratitudine donando una chiesa a Masham, paese in cui viveva la propria famiglia. Il vescovo di York non aveva tuttavia molta voglia di sobbarcarsi i lunghi e pericolosi viaggi verso Masham per amministrare e riscuotere le tasse: decise allora di istituire la Corte di Peculier, un tribunale formato da una ventina di uomini che avevano il potere di gestire le questioni locali. 
Theakston produce la Old Peculier dal 1890 ma ha sicuramente prodotto una Old Ale (versione “invecchiata” e più alcolica di una Mild) sin dalla sua nascita. Oggi la Old Peculier non è pastorizzata ma è filtrata a freddo e non viene rifermentata in bottiglia; quest’ultima caratteristica di fatto non le consente di sfoggiare il logo “This Is Real Ale” del CAMRA. Nel 2010 il suo contenuto alcolico è stato leggermente ridotto dal 5.7 al 5.6%. La sua ricetta, secondo quanto riportato da Roger Protz,  include malti Pale Ale e Crystal, frumento, zucchero di canna, mais e caramello, luppoli Challenger, Fuggles e Target. 
Si presenta di color castagno con profonde venature rosso rubino; la schiuma beige è cremosa, compatta ed ha un’ottima ritenzione. Il naso, intenso e pulito, regala profumi di caramello, uvetta, ciliegia e prugna, mela, frutta secca a guscio.  Al palato biscotto, caramello e frutta sciroppata danno inizio ad una bevuta dolce che viene poi bilanciata da un finale amaro nel quale s’incontrano note terrose, pepate e di frutta secca a guscio. Peccato per una presenza metallica abbastanza fastidiosa che fa capolino in più di un’occasione e che disturba quello che sarebbe un ricordo positivo, delicatamente etilico, accomodante.
Formato 50 cl., alc. 5.6%, IBU 29, lotto 9142 25 07, scad. 31/05/2020, prezzo indicativo 3,50 euro (supermercato)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 26 settembre 2019

DALLA CANTINA: Hair of the Dog Adam #85 (2012)

Riparatore di bicilette, agente immobiliare alle Hawaii, soffiatore di vetro e importatore di bevande: questi i mestieri svolti dal californiano Alan Sprints, classe 1959, prima di arrivare a Portland (Oregon) per frequentare il Western Culinary Institute per poi entrare nel ramo della ristorazione. Era il 1988, anno in cui si tenne il primo Oregon Brewers Festival, quasi un primordiale esempio di festival di birrifici artigianali: a quel tempo a Portland ce n’erano una manciata, oggi l’area metropolitana ne ospita 84. E’ un evento che ad Alan cambia la vita e lo spinge ad interessarsi all’homebrewing, iscrivendosi all’Oregon Brew Crew, la più vecchia associazione di homebrewers di tutti gli Stati Uniti: ne ricoprirà la carica di presidente per tre anni. 
Sprints inizia a lavorare come cuoco, un lavoro che lo appassiona ma non lo soddisfa: “era difficile per me avere una famiglia e dover lavorare di notte, nei weekend e nei festivi”. Nel frattempo l’homebrewing è divenuto una faccenda sempre più seria ed i suoi amici sembrano gradire molto le sue produzioni: Sprints riesce a trovare un impiego come apprendista presso il birrificio Widmer ma anche lì ci sono dei turni notturni da rispettare. Con una buona dose d’incoscienza (“se a quel tempo avessi sottoposto il mio business plant a qualche analista non avrei probabilmente mai aperto”)  decide allora di mettersi in proprio e di aprire alla fine del 1993 la Hair of the Dog Brewing Company. “Non sono mai stato un bevitore di grosse quantità di birra. Mi sono subito orientato su quelle dall’elevato contenuto alcolico: con un paio ottenevo lo stesso effetto di sei birre leggere. Quando inaugurai il birrificio fu normale per me fare quel tipo di birre. La mia influenza principale è il Belgio, il mio primo viaggio nel 1991 cambiò completamente le mie concezioni sulla birra. Siccome volevo fare birre forti, che avrebbero creato hangover, quale nome migliore di Hair of the Dog  (espressione inglese che si riferisce ad una bevanda alcoolica che si consuma con lo scopo di ridurre gli effetti di una sbornia)?"
Adamo fu il primo uomo sulla terra e la Adambier (10%) fu la prima birra prodotta da Hair of the Dog: riesumazione di uno stile tedesco (quasi) estinto, una sorta di Doppelbock ad alta fermentazione, per semplificare al massimo. Nel 1992 Springs portò una prima versione di questa birra ad una conferenza di homebrewers: l’assaggiarono Fred Eckhardt e Michael Jackson: entrambi diedero giudizi molto positivi incoraggiandolo ad andare avanti.  Ma “la maggior parte delle prime persone che poi la ordinarono al brewpub non sapevano che cosa farci… fu molto frustrante. Ora per fortuna le cose sono cambiate”.  Fred Eckhardt (1926-2015)  homebrewer, birraio e scrittore fu il vero mentore di Springs: lo spronò e lo consigliò nell’elaborazione delle prime birre (poco) commerciali di Hair of The Dog: a lui fu dedicato il barley wine chiamato Fred. 

La birra.
Cercate una birra da mettere in cantina? Adam è un’ottima candidata, almeno così dicono gli esperti. Trovarla non è facile, soprattutto alle nostre latitudini, ma ogni tanto qualche bottiglia è stata avvistata. Il birrificio la produce alcune volte l’anno: sino al 2012 sul sito di Hair of The Dog era possibile risalire al giorno di nascita di ogni lotto. Oggi purtroppo la lista non è più aggiornata. 
Vediamo se Adam è davvero un birra da invecchiamento: per l’occasione stappiamo il lotto numero 85, anno 2012. Il suo colore un po’ torbido ricorda la tonaca dei frati (cappuccini, per i più pignoli): la schiuma è modesta ma cremosa, poco persistente. Prugna, uvetta, frutti di bosco, melassa, rabarbaro: le note ossidative sono sia positive (sherry, vino fortificato) che negative (cartone). Va meglio il mouthfeel: è impressionante trovare una birra di sette anni così morbida e dal corpo quasi pieno, che quasi non mostra segni di cedimento. La bevuta ripropone l’aroma fedelmente: dolci note vinose, di melassa e di frutta sotto spirito vengono bilanciate da un amaro finale d’intensità ancora sorprendente. China, radice e rabarbaro, su tutto. Più che ad un vino fortificato il risultato finale è quasi reminiscente di un liquore alle erbe: scalda senza bruciare, si sorseggia con buona soddisfazione, curiosità e qualche emozione: bevuta interessante ma non molto complessa, sicuramente inusuale. Vale i sette anni d’attesa? Questa bottiglia no. 
Formato 35.5 cl., alc. 10%, IBU 50, imbott. 29/03/2012, pagata 4,95 dollari (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 19 settembre 2019

North Coast Old Stock Ale 2013 vs 2018


Il birrificio North Coast è uno dei pionieri del movimento craft Americano: nasce nel 1988 come brewpub a Fort Bragg, Mendocino, a nord di San Francisco.  A fondarlo assieme ai soci Tom Allen e Joe Rosenthal fu Mark Ruedrich, ovviamente ex-homebrewer;  in 25 anni di vita il birrificio (con ristorante/grill annesso) ha preferito concentrarsi sul perfezionamento di un nucleo stabile di birre, piuttosto che sfornare continuamente di novità, collaborazioni e stravaganti esperimenti. Questo non gli ha impedito di crescere lentamente sino a diventare il 45esimo maggior produttore di birra negli Stati Uniti con circa 80.000 ettolitri all’anno; per fare ciò si è ovviamente resa necessaria la costruzione di un secondo sito produttivo, sempre a Fort Bragg, inaugurato nel 1994. Gran parte del merito va alla Red Seal, un’amber ale che per molti anni ha occupato il 40% della capacità produttiva di North Coast: ma al successo ha anche contribuito l’imperial stout Old Rasputin, una delle American Imperial Stout più classiche, una birra che qualsiasi appassionato dovrebbe aver bevuto almeno una volta nella vita. 
Lo scorso maggio il sessantaseienne Mark Ruedrich ha annunciato la propria decisione di andare in pensione promuovendo al Sam Kraynek (già direttore operativo dal 2013) e Sheila Martins, vice-presidente, in azienda dal 1995; Ruedrich resterà comunque nel consiglio d’amministrazione e continuerà a collaborare come consulente esterno.

La birra.
Chi è interessato alle birre da invecchiamento non dovrebbe farsi sfuggire la Old Stock Ale di North Coast; gli appassionati (io) e gli esperti la riconoscono quasi all’unanimità come una delle poche birra che valga davvero la pena di mettere in cantina e dimenticare per qualche anno. E’ una birra che ogni anno arriva anche in Europa ad un prezzo abbastanza buono: non dovete svenarvi per acquistarne qualche esemplare. North Coast la produce dall’anno 2000: la sua ispirazione è dichiaratamente inglese, a partire dalle materie prime: malto Maris Otter, luppoli Fuggles ed East Kent Golding. Il birrificio la descrive perfetta in abbinamento a formaggi: per le bottiglie più giovani utilizzate Parmigiano-Reggiano, Lincolnshire Poacher, Montgomery Cheddar o Keen’s Cheddar. Esemplari che hanno già anni di cantina alle spalle vanno a nozze con lo Stilton. La temperatura consigliata di conservazione in cantina è 10 gradi, ma è un dettaglio al quale personalmente non darei troppo peso: per la mia esperienza sono birre che tollerano senza problemi anche picchi estivi che raggiungono i venti. 
Mettiamo a confronto una bottiglia giovane (2018) con una che ha già passato sei anni in cantina. Il millesimo 2018 si presenta di color ambrato accesso da riflessi rossastri e ramati, anche se la foto non rende giustizia: la schiuma è compatta e piuttosto generosa, considerata la gradazione alcolica (12%) ma non molto persistente. Il naso è pulito, ricco, intenso e avvolgente: caramello, uvetta, prugna, datteri, frutti di bosco, ciliegia, miele. Il tutto avvolto da una calda nota etilica. Caratteristiche che ritroviamo anche al palato, dove la birra ha un corpo quasi pieno ma non è assolutamente ingombrante dal punto di vista tattile. La bevuta è dolce e ricca di frutta sotto spirito ma viene molto ben attenuata ed asciugata dall’alcool: i gradi dichiarati si sentono quasi tutti ma sorseggiare questa birra non crea nessuna difficoltà.  Un accenno terroso luppolato finale la bilancia alla perfezione: il risultato è di livello davvero notevole, intenso, pulito e preciso, emozionante. S’intravedono in lei quegli accenni liquorosi che m’aspetterei di trovare poi negli esemplari più maturi. Sarà così? Andiamo a vedere. 

La livrea della Old Stock Ale 2013 è ovviamente meno brillante ma il suo color ambrato è ugualmente infuocato di rosso rubino; la schiuma è di dimensioni più modeste. Al naso affiorano splendidi richiami di porto e di vini fortificati: ci sono anche uvetta, datteri, frutti di bosco, ciliegia, mela al forno, melassa, zucchero caramellato. Basta avvicinare le narici al bordo del bicchiere per sentire il conforto di un abbraccio. Il corpo è leggermente più esile rispetto alla 2018, e questo non è una sorpresa: non ci sono tuttavia cedimenti e la birra rimane morbida e avvolgente. Il gusto è tuttavia un po’ avaro di quelle belle sensazioni liquorose cerco in una Old Ale / Barley Wine invecchiata: soprattutto nel finale la frutta sotto spirito “s’asciuga” un po’ bruscamente lasciando l’alcool unico protagonista. C’è di nuovo un caldo abbraccio ma è un po’ meno emozionante di quello aromatico. 
Bottiglia 2018 vigorosa e potente, scalda senza bruciare:  2013 più morbida ma ancora in forma e senza grossi segni di cedimento. Anzi, mostra di poter reggere ancora diversi anni di cantina. Tra le due è la più giovane a sorprendermi maggiormente. Mi sembra invece d’aver colto la 2013 in mezzo ad un bivio: non ha più l’esuberanza della gioventù ma non ha ancora del tutto sviluppato quelle caratteristiche tipiche dell’invecchiamento. 
Stiamo parlando di dettagli: entrambe sono comunque bevute che emozionano: suadenti, calde, ammalianti. Passare con loro un’intera serata è davvero un piacere. Volete provare ad invecchiare delle birre? Questa è una candidata ideale.

Nel dettaglio:
North Coast Old Stock Ale 2018, 35.5 cl., alc. 12%, IBU 34,  pagata 5,00 Euro (beershop)
North Coast Old Stock Ale 2013, 35.5 cl., alc. 11.9%, IBU 34, pagata 3.99 dollari (beershop USA)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 5 marzo 2019

Founders Curmudgeon Old Ale 2014 vs Curmudgeon's Better Half 2018

Aggiungiamo un altro tassello mancante per completare la Barrel Aged Series 2018 del birrificio Founders di Grand Rapids, Michigan. Sei birre barricate provenienti da un’enorme “cantina” (virgolette d’obbligo), ovvero una vecchia cava di gesso ora in disuso che si trova a 5 chilometri di distanza dal birrificio. E’ qui dove oggi riposano circa 20.000  barili a 25 metri di profondità e ad una temperatura costante di 3-4 gradi centigradi. Al termine dell’invecchiamento i barili vengono riportati in superficie con un montacarichi, caricati su di un camion e consegnati al birrificio; dalle botti la birra viene trasferita in serbatoi d’acciaio e centrifugata per rimuovere i sedimenti prima del confezionamento. 
La Barrel Aged Series 2018 è stata inaugurata come al solito dalla imperial stout KBS (marzo) seguita da Backwoods Bastard (aprile),  Dankwood (maggio), Barrel Runner (giugno), Curmudgeon’s Better Half (agosto) e CBS (novembre).  Oggi tocca alla Curmudgeon’s Better Half, ovvero la versione barricata della Old Ale Curmudgeon: visto che in cantina avevo qualche bottiglia di Curmudgeon ho colto l’occasione fare un confronto, in verità non del tutto equo. Quest’ultima ha già cinque anni sulle spalle mentre la Better Half ha “solo” sette mesi di vita.  
Partiamo innanzitutto dal nome: Curmudgeon è una sorta di “vecchio musone”, un anziano che ha un brutto carattere ed è spesso di pessimo umore. Lo sguardo dell’uomo (un pescatore in un vecchio pub di un porto di mare, a quanto dicono) ritratto in etichetta è abbastanza significativo:  la stessa riporta anche la scritta “Old Ale brewed with molasses and Oak Aged”.  Oak Aged non significa Barrel Aged e come Founders stesso conferma in questo caso vengono usati chips di rovere. 
Nel bicchiere si presenta di color ambrato carico, piuttosto velato e con intense sfumature rossastre: si forma una discreta testa di schiuma ocra, cremosa e compatta. Al naso non ci sono grosse profondità ma l’intensità è ancora notevole:  melassa e caramello, prugna, ciliegia, uvetta, qualche nota di legno e vino fortificato.  Non ci sono drammatici cedimenti dovuti all’età e anche al palato la Curmudgeon – fedele al proprio nome - non sembra essersi ammorbidita più di tanto. Corpo tra medio e pieno, carbonazione ancora presente: tra melassa, biscotto, uvetta e prugna si scorge qualche traccia di porto, l’alcool  (9.8%) non intende nascondersi e caratterizza la bevuta dall’inizio alla fine, contribuendo in maniera decisiva a contrastare il dolce. Nel finale, abbastanza ben attenuato, si fa ancora sentire l’amaro resinoso/terroso dei luppoli. Il suo congedo è lungo e lento, caldo, ricco di alcool e frutta sotto spirito.  Ha quasi cinque anni d’età ma questa bottiglia di Curmudgeon, vigorosa e vivace, sembra poter resistere in cantina ancora a lungo: anche se arrivava sugli scaffali in primavera, per me rappresenta un antidoto perfetto ai freddi inverni del Michigan. Da sorseggiare con calma nel corso di una serata.

Passiamo alla Curmudgeon’s Better Half: per parlare della “migliore metà” del vecchio musone dobbiamo fare un salto indietro nel tempo al 2012. In quell’anno Founders annunciava il debutto in bottiglia di una birra che sino ad allora era stata occasionalmente disponibile in fusto alla taproom di Grand Rapids e in pochi fortunati locali:  la Kaiser’s Curmudgeon, ovvero la Curmudgeon invecchiata per 254 giorni in botti ex-bourbon che avevano di recente ospitato sciroppo d’acero del Michigan. La dolce consorte del “musone” è raffigurata in etichetta pronta a versare un po’ di sciroppo d’acero sui pancakes nella speranza di far spuntare un sorriso al vecchio marinaio: fece il suo debutto in bottiglia nel giorno di San Valentino 2012 modificando il proprio nome in Curmudgeon’s Better Half. Da allora Founders non l’ha più replicata, per lo meno in bottiglia. Ma negli ultimi anni la Barrel Aged Series del birrificio del Michigan ha saputo rallegrare i propri clienti riesumando alcune birre scomparse dal radar: il caso più eclatante fu il ritorno nel 2017 della mitica CBS, anch’essa invecchiata in botti di bourbon/sciroppo d’acero. E così nell’agosto del 2018 arrivò da Grand Rapids l’annuncio del ritorno della Curmudgeon’s Better Half: “era un birra che dovevano riportare in vita”  disse Jason Heystek, responsabile del programma Barrel Aged di Founders.
La fotografia al solito non le rende giustizia perché all’aspetto è davvero bellissima:  color ambrato acceso da luminose ed intense venature rossastre. Nonostante l’imponente gradazione alcolica (12.7%) la schiuma ocra è generosa, fine, compatta e ha ottima ritenzione. Sin dall’aroma è evidente come il passaggio in botte rappresenti un salto di qualità impressionante per la Curmudgeon: bourbon, melassa e sciroppo d’acero in primo piano, vaniglia, legno, biscotto, uvetta, prugna, datteri e ciliegia nelle retrovia. Pulizia e finezza rimediano ad un’intensità un po’ dimessa. La sensazione palatale è quella che vorrei sempre trovare in una birra così “importante”: il corpo è quasi pieno ma dal punto di vista tattile questa birra è una morbida carezza, cremosa e vellutata. Il palato si trova ad affrontare una specie di dessert liquido assemblato con melassa, uvetta, ciliegia, datteri e prugne, il tutto generosamente inzuppato nel bourbon: in superficie è stata versata qualche goccia di sciroppo d’acero e, prima di servire il piatto, una spolverata di vaniglia. Il dolce è miracolosamente bilanciato dalla componente etilica, da qualche nota legnosa e dal buon lavoro del lievito: il risultato non è comunque stucchevole e molto, molto soddisfacente. 
Per me il livello è piuttosto alto e il passaggio in botte rappresenta un vero valore aggiunto alla Curmudgeon “base”, birra piacevole ma un po’ avida di spunti emotivi ed espressivi: elementi che invece ritrovo nella sua “dolce metà”, in questo caso davvero la “migliore metà”.  Non gode della stessa fama delle sorella KBS e CBS ma probabilmente la meriterebbe. Volendo proprio farle un appunto le si potrebbe contestare quel carattere un po' "patinato", un po' borghese che le Founders hanno oggi: inevitabile, quando si diventa grandi, molto grandi.
Nel dettaglio: 
Curmudgeon Old Ale, 35.5 cl., alc. 9.8%, IBU 50 , imbott. 04/2014, scad. 12/05/2015, pagata 5.00 euro (beershop)
Curmudgeon's Better Half, 35.5 cl., alc. 12.7%, IBU 35, imbott. 08/2018, scad. 13/08/2019, prezzo indicativo 6.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 28 febbraio 2018

DALLA CANTINA: The Bruery Sucré (2014)

Maggio è mese di festeggiamenti a Placentia (California) dove nel 2008 ha aperto i battenti il birrificio The Bruery fondato da Patrick Rue: qui trovate le birre passate in rassegna sul blog nel corso degli anni. The Bruery ha (anche) costruito buona parte della propria fama grazie a birre dal notevole contenuto alcolico e ovviamente la birra con la quale ogni anno celebra il proprio compleanno non è qualcosa per palati delicati. 
Nell 2009 quando nasce Papier, ovvero “carta” in francese: il birrificio la definiva un’interpretazione abbastanza libera di una Old Ale inglese prodotta con il ceppo di lievito (belga) della casa e poi invecchiata in botti di bourbon. 14.5% l’ABV finale. Le cose iniziano a farsi più interessanti a partire dal secondo compleanno quando arriva Coton (“cotone”, 14.5%), riedizione della Papier che viene però blendata proprio con un’imprecisata percentuale della birra prodotta un anno prima.  Ad invecchiare nelle botti di bourbon ci finisce dunque una birra “fresca”  e una percentuale di una che ha già un anno d’età.  Nel 2011 tocca alla Cuir (“pelle”, 14.5%) celebrare il terzo compleanno di Bruery: anche questa prodotta con metodo solera, ovvero blend tra una Old Ale “fresca” e altre due già invecchiate, sottoponendo poi il blend ad un nuovo invecchiamento in botti di bourbon. Nel 2012 Fruet (15.5%) festeggia il compleanno numero cinque seguita l’anno successivo da Bois (“legno”, 15%)  e  nel 2014 dalla Sucrè (“zucchero”)  che alza pericolosamente la gradazione alcolica in percentuale al 16.9.   Cuivre (16.2%) spegne la settima candelina nel 2015 e Poterie (“ceramica”, 16.8%) la numero otto; gli ultimi festeggiamenti di maggio 2017 sono avvenuti con Saule (“il salice”, 16.1%). Vero o no, Patrick Rue afferma che nel blend c’è ancora una piccola percentuale di birra di ognuno dei compleanni precedenti.  
Mentre la birra dell’anniversario (100% bourbon) è disponibile per tutti e commercializzata attraverso la regolare rete distributiva di The Bruery, ci sono poi svariate varianti accessibili solamente ai soci dei club Preservation Society e Reserve Society. Tra le botti utilizzate per queste versioni speciali della birra dell’anniversario: whisky di segale, brandy, rum, cognac, porto, tequilia, madeira.

La birra.
Facciamo un passo indietro al 2014 quando Bruery festeggia il suo stesso compleanno con Sucré, “old ale prodotta con lievito belga”  invecchiata in botti di bourbon assieme a piccole quantità di altre birre-anniversario realizzate dal birrificio negli anni precedenti. Le candeline vengono spente il 10 maggio in un’appropriata festa che si svolge presso la taproom a Placentia. Senza farlo apposta l’ho stappata esattamente quattro anni dopo la data dell’imbottigliamento stampata al laser sulla bottiglia, ovvero il 25 febbraio 2014.  
Nel bicchiere è di uno splendido color ambrato illuminato da intensi riflessi rosso rubino; considerata la gradazione alcolica (16.9%) la schiuma è di dimensioni dignitose e mostra una discreta compattezza e persistenza. L’aroma è potente e caldo, ricco di frutta sotto spirito: immaginate un bicchiere di bourbon nel quale si tuffano uvetta, prugna, fichi, ciliegia e frutti di bosco, solo per citare i più evidenti. In secondo piano c’è una maggior complessità che non è tuttavia difficile da cogliere: dettagli che parlano di vini fortificati, legno e radici, vaniglia, forse cocco tostato. Il mouthfeel non è particolarmente ingombrante ed è un requisito quasi fondamentale per una birra così alcolica: poche bollicine, corpo tra il medio e il pieno. Sorseggiarla, come fareste con un Porto, non è troppo difficile ma richiede tempo e impegno, perché questa Sucré riscalda, e molto: inevitabile pensare a vini fortificati e a tanta frutta sotto spirito, mentre a ricordarci che nel bicchiere c’è comunque una birra ci pensa giusto qualche ricordo caramellato. A quattro anni dalla messa in bottiglia la bevuta è ancora potentissima: una lieve ossidazione è tuttavia percepibile con qualche leggerissima nota di cartone bagnato che si mescola a quelle legnose. Nessun fastidio. Il viaggio termina con un finale infuocato nel quale il bourbon riesce ad asciugare quasi tutta la componente dolce: a seguire c’è una scia praticamente interminabile, un’intensa ondata calda che vi tiene compagnia per diversi minuti, coccolandovi, riscaldandovi e, se non fate attenzione, mandandovi al tappeto. 
Prezzo in fascia elevata ma esperienza che secondo me vale la pena fare almeno una volta nella vita, anche perché non è certo questa una birra che vorreste bere tutti i giorni: pur non essendo un mostro di complessità Sucré regala grandi soddisfazioni e più di un’emozione. Obbligatorio condividere l’esagerata bottiglia da 75 centilitri almeno con altre due persone: per chi non ha questa opportunità, è fondamentale dotarsi di un buon tappo per champagne in modo da potervela gustare con calma nel giro di qualche serata.
Formato 75 cl., alc. 16.9%, IBU 25, imbott. 25/02/2014, pagata 31.99 dollari (beershop, USA)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 20 dicembre 2016

Great Divide Hibernation Ale

La seconda birra del Natale 2016 ci fa attraversare l’oceano Atlantico portandoci in Colorado; Great Divide Brewing Company, birrificio che da qualche anno mancava nel nostro paese (le mie ultime bevute risalgono a fine 2010) e che proprio in queste settimane ha fatto ritorno con cinque-sei referenze imbottigliate da un paio di mesi. 
Great Divide viene fondato nel 1994 da Brian Dunn; dopo alcuni anni passati all’estero avviando aziende agricole in paesi in via di sviluppo Dunn fece ritorno negli Stati Uniti iniziando con l’homebrewing nel tentativo di replicare quelle birre piene di gusto che aveva conosciuto ed apprezzato viaggiando. Dall’hobby passò gli studi diplomandosi birraio e, con il supporto finanziario di famiglia, amici e della città di Denver fondò la Great Divide negli edifici in disuso di un vecchio caseificio. Dai primi mesi di vita, in cui Dunn era da solo e si occupava di ogni cosa (produzione, imbottigliamento e consegne ai clienti) Great Divide ha fatto un graduale percorso di crescita diventando uno dei protagonisti non solo della craft beer del Colorado ma anche di tutti gli Stati Uniti. Nel 2001 Dunn acquistò il vecchio caseificio in cui già operava riuscendo a pianificare un decennale piano di graduale espansione che lo ha portato sino al 2011, quanto è divenuto necessario spostarsi altrove se si voleva continuare ad aumentare i volumi. 
Nel 2013 vennero acquistati due ettari di terreno nel River North Art District  (RiNo) di Denver e nel 2014 furono annunciati i nuovi piani di espansione che contemplano un edificio di 6000 metri quadri nel quale trovano posto una nuova linea per le lattine, taproom, il Barrel Bar e soprattutto lo spazio ove poter collocare 1500 botti destinate agli invecchiamenti. Questa prima fase si concluse a luglio 2015 con l’inaugurazione del bar e la commercializzazione delle prime lattine;  la seconda fase d’espansione, attualmente in corso, prevede nuovi impianti produttivi e nuovi fermentatori per raggiungere un potenziale annuo di circa 94.000 ettolitri che, secondo Dunn, dovrebbe essere sufficiente per il prossimo ventennio.

La birra.
Hibernation Ale non è strettamente una birra natalizia ma allieta i mesi più freddi dell’anno a partire dal 1995. Da quanto leggo viene prodotta in estate per poi maturare fino a metà ottobre, quando viene commercializzata; l’etichetta e la lattina dichiarano che si tratta di una “English Style Old Ale”, anche se l’interpretazione di Great Divide non è certamente classica. La ricettea dovrebbe includere malti Northwest 2-Row, Brown, Dark Caramel e Chocolate, luppoli Centennial e Cascade, anche in dry-hopping. La ritrovo con piacere nel bicchiere dopo sette anni
Si presenta di color mogano con intense venature rossastre; la schiuma biege è fine, cremosa e compatta ed ha un’ottima persistenza. L’aroma si rivela piuttosto interessante, con una ricca componente maltata nella quale il fragrante profumo del biscotto "appena sfornato” quasi suggerisce la pasta frolla; c’è un indiscutibile carattere inglese, quel “nutty” che chiama in causa la frutta secca, nocciola in primis. Lasciandola scaldare si manifestano accenni di Graham crackers, orzo tostato, caffè  e c’è persino spazio per una delicata speziatura. La gradazione alcolica sfiora il 9% ma lei scorre morbida e senza grossa difficoltà grazie al corpo medio, alla carbonazione contenuta e ad una consistenza leggermente oleosa. Passano in rassegna caramello brunito, biscotto e miele, il dolce dell’uvetta e della prugna disidratata, qualche suggestione di caffè che emerge quando la birra si scalda e che anticipa di qualche attimo il finale amaro, piuttosto intenso, nel quale oltre al tostato e al terroso c’è l’inconfondibile marchio di fabbrica resinoso dei luppoli americani. Il palato è ben pulito e quasi rinfrescato, l’alcool si mantiene sotto controllo per tutta la bevuta accelerando solamente nel retrogusto con un bel calore di frutta sotto spirito che ben contrasta l’amaro: a temperatura ambiente chiudete gli occhi e forse avvertirete anche una suggestione di cioccolato e di chinotto. 
Molto pulita e “fragrante”,  la Hibernation Ale si beve davvero con grossa soddisfazione: il birrificio la dichiara anche adatta all’invecchiamento, mettetela quindi da parte se la desiderate più morbida e maltata: attualmente (a due mesi dalla messa in lattina) l’amaro è ancora molto evidente.
Formato: 35.5 cl., alc. 8.7%, imbotto 07/10/2016, prezzo indicativo 4.00/5.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 14 febbraio 2016

Thornbridge Hall Bracia

Arriva sul mercato a dicembre 2008 la nuova creazione dell'italiano Stefano Cossi, a quel tempo birraio alla Thornbridge: Bracia, una "rich dark ale" che prende il suo nome da un'antica bevanda celtica che veniva prodotta nell'età del ferro con cereali e - presumibilmente - miele. Ciò è quanto si potrebbe desumere da un'iscrizione trovata su una pietra d'altare romana ritrovata a Haddon Hall, vicino a Bakewell, che probabilmente risale al secondo o terzo secolo. L'iscrizione ("Deo Marti Braciacae") sarebbe la dedica del prefetto romano Quintus Sittius Caecilianus al dio Bracacia, l'equivalente per i Galli di quello che Bacco era per i Romani. 
L'idea di partenza è il miele: Cossi aveva portato in Inghilterra una grossa quantità di miele di castagno friulano, proveniente dall'Azienda Agricola Onelia Pin. Completano la ricetta malti Maris Otter, Brown, Munich, Dark Crystal, Black, Chocolate e Peated, luppoli Target, Pioneer, Hallertau Northern Brewer e Sorachi Ace: secondo quanto riportato dal libro "1001 Beers you should try before you die" la birra è poi rifermentata in bottiglia con lieviti da champagne.
Fatta la birra, "condiamola" con un po' di polemica: è lo storico  Martyn Cornell, dal suo blog Zythophile, ad accusare Thornbridge di pressappochismo. Bracia non sarebbe affatto il nome di un'antica birra celtica. Come riportato nel libro di Max Nelson  "The Barbarian’s Revenge, A History of Beer in Ancient Europe" (Routledge, 2005) Bracia, o meglio bracis, era il nome gaelico dato ad una varietà di grano; questo è anche quanto viene scritto da Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia. Le tavolette lignee di Vindolanda, risalenti al II secolo d.C. e ritrovate nei pressi del Vallo di Adriano, rappresentano la più antica testimonianza scritta a a mano mai ritrovata in Gran Bretagna: la loro traduzione ha permesso di svelare interessanti aspetti della vita dei soldati romani, incluso il fatto che bevevano una bevanda che era prodotta a partire dal bracis. Inoltre, il termine gallese moderno per il malto è brag, e per brassare è bracha, termini entrambi derivati da bracis. La stessa parola Braggot (un mix medievale di birra, spezie e idromele) sembra derivare dall'antico termine celtico bracata, una bevanda realizzata a partire da un mosto fermentato con il miele.
Alle accuse di Cornell risponde prontamente Cossi, dimostrando di aver svolto una lunga ricerca prima di aver scelto quel nome per la birra; come spesso accade, diversi studiosi hanno dato diversa interpretazione della radice "-brac". Nel libro "Del vino d'orzo: la storia della birra e del gusto sulla tavola a Pombia (atti dei convegni "Cervisia la birra nell'archeologia e nella storia del territorio")" si riporta ad esempio che il termine Bracia indicava una birra prodotta nell'età del ferro con - probabilmente - l'utilizzo del miele.
Dopo tutta questa teoria, passiamo alla sostanza: la Bracia di Thornbridge è praticamente nera, sormontata da una generosa e cremosa schiuma beige, abbastanza compatta, dalla buona persistenza. Il benvenuto aromatico è quello del miele di castagno, protagonista affiancato dai profumi del fruit cake, della frutta secca, dell'alcool: a dire il vero non c'è una gran intensità e, finezza del miele a parte, l'aroma non risulta molto eccitante. Fortunatamente le cose al gusto sono molto diverse, a partire dall'ottimo mouthfeel: corpo quasi pieno, poche bollicine, consistenza setosa in superficie, morbida, rotonda, davvero appagante. La bevuta parte con il dolce del miele, del fruit cake e del biscotto per poi proseguire con la liquirizia e con l'amaro delle tostature, del caffè e del cioccolato; l'alcool (10%) non si nega ma accompagna la bevuta senza mai andare sopra le righe. La bevuta è pulita e risulta alla fine non molto complessa nei passaggi che portano dall'imbocco mielato al retrogusto amaro ricco di caffè e cioccolato amaro, con un accenno di cenere. Bottiglia presumibilmente datata 2012 che mi sembra però aver già passato da un po' il suo picco: la birra è piuttosto soddisfacente - la sensazione palatale è grandiosa - ma l'impressione è che abbia perso un po' del suo splendore per strada. Ne ho un'altra bottiglia molto più giovane in cantina che mi propongo di stappare entro l'anno per confrontarla con questa.
Formato: 50 cl., alc. 10%, scad. 27/02/2017, 12.90 Euro (beershop, Italia) 

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.