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martedì 16 giugno 2020

Ceres Mosaic IPA


L’industria danese ama il Mosaic?  Si potrebbe quasi dire di sì: dopo la Faxe Mosaic IPA il colosso Royal Unibrew piazza sugli scaffali dei supermercati la Ceres Mosaic IPA, sfruttando il suo marchio più popolare sul nostro territorio. Ricordo brevemente che la Unibrew nacque nel 1989 dalla fusione di Faxe, Jyske Bryggerier e marchi posseduti per cercare di contrastare il gigante Carlsberg.  Ceres è uno di questi marchi ma si trovano pochissime notizie storiche su quel birrificio fondato ad Aarhus nel 1856 da Malthe Conrad Lottrup e poi passato attraverso diverse acquisizioni: sappiamo per certo che gli impianti furono definitivamente chiusi nel 2008  in quanto non più ritenuti idonei agli standard imposti dalla casa madre. Sarebbero stati necessari troppi investimenti per riammodernarli. La produzione della gamma Ceres affidata al birrificio Albani, dal 2000 parte di Unibrew e fondato nel 1859 ad Odense dal birraio (nonché farmacista) Theodor Ludvig Schiøtz. 
Faxe e Ceres sono due marchi di Unibrew ed entrambi producono una Mosaic IPA dalla stessa gradazione alcolica (5.7%): non posso dire che sia la stessa identica bevanda ma evidentemente l’ufficio marketing ha deciso che il mercato italiano aveva bisogno di quel prodotto. Quello che sembra invece essere certo è che la Ceres Mosaic IPA è una rebranding della Albani IPA, marchio con zero appeal (e peraltro non presente) sul mercato italiano. La Albani Mosaic IPA esiste da maggio 2016 quando fu presentata sulla Odense Aafart, una crociera fluviale: evento coerente con il (falso) mito delle IPA nate in Inghilterra per essere esportate via nave alle colonie indiane. 
Alla Norden Gylden IPA saponosa e ricca di rosmarino, la Ceres affianca ora la più tradizionale Mosaic IPA: lattina blu elettrico, la scritta “cinquanta sfumature di IPA” in bella evidenza, “bitter, fresh, fruity”. In teoria c’è tutto quello che ci dovrebbe essere e il suo debutto sul mercato italiano è avvenuto nel febbraio del 2019 assieme alle sorelle Ceres Okologisk e Strong Ale “nel nuovo formato lattina cool”.

La birra.

Nel bicchiere è ramata e perfettamente limpida: schiuma compatta, cremosa, buona persistenza. L’aroma è davvero fruttato: accenni di tropicale, i frutti di bosco tipici del Mosaic, c’è anche una lieve presenza floreale. La fragranza è invece assente: marmellata piuttosto che frutta fresca e a complicare le cose c’è una poco piacevole presenza metallica. La sua scorrevolezza è tutto sommato buona, anche se da una birra industriale mi sarei aspettato una consistenza palatale un po’ più leggera. Potrei fermarmi qui perché l’aroma è l’unico aspetto quasi decente di una IPA che al palato si risolve in un profilo dolce di caramello leggermente biscottato e metallico cui fa seguito un finale amaro, vegetale, piuttosto triste e sgraziato. Bitter? Un po’. Fresh e fruity? Per niente. L’alcool (5.7%) si sente bene e contribuisce ad azzerare il suo potere rinfrescante, a meno che non vogliate berla appena tirata fuori dal frigorifero.  Birra abbastanza inutile e spenta, filtrata e pastorizzata, quindi già “morta” all’origine: anche se costa poco e la si trova ad 1 euro non fa venir voglia di ripetere l’esperienza. Nessuna sorpresa, insomma.

Formato 33 cl., alc. 5.7%, lotto H1927, scad. 09/06/2021, prezzo indicativo 0,99-1,50 euro (supermercato)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

lunedì 23 maggio 2016

Ceres Norden Gylden IPA

La “birra artigianale” continua a guadagnare fettine di mercato anche in Italia e le grandi industrie non stanno certo a guardare; lo scorso mese la multinazionale AB-InBev ha annunciato l’acquisizione di Birra del Borgo; nel 2015 Carlsberg ha lanciato con il marchio Poretti una serie di cosiddette birre “crafty": non si parla più di doppio malto, di birra bionda o rossa, ma si fa riferimento a stili (e a materie prime) ben precisi, utilizzando termini che fino a poco tempo fa non interessavano molto all’industria;  anche Birra Moretti (gruppo Heineken) ha invaso le corsie dei supermercati con le sue varie “specialità regionali”, lanciate in concomitanza con la vetrina di Expo 2015. 
Risale invece allo scorso marzo l’annuncio da parte di Ceres (un marchio del gruppo Royal Unibrew, che possiede anche Faxe, Albani e Royal) di tre nuove birre che vanno ad inserirsi in questo segmento “crafty”:  è la gamma Nørden,  presentata con un comunicato stampa che cita come al solito la “ricerca e selezione delle migliori materie prime”,  “birre dal forte carattere e dal gusto inimitabile in grado di sorprendere e deliziare anche gli intenditori più esperti”,  “ricette (ovviamente) originali”.  Fynen Pilsner, Dark Mumme e Gylden IPA sono le prescelte: le prime due (una Pilsner e  - credo – una Dark Lager) non si discostano molto dagli stili molto normalmente battuti dalle industrie, mentre la IPA rappresenta senz’altro una novità nel portfolio di Ceres/ Royal Unibrew. Tutte e tre le birre sono disponibili nei supermercati nel formato mezzo litro mentre l’HoReCa, oltre ai fusti,  avrà in bottiglia da 33 solamente Dark Mumme e Gylden IPA.  
Ma andando un po' in profondità ci si accorge che si tratta forse solo di una mezza novità; le birre debuttano sul mercato italiano, ma da un anno in Danimarca vengono già commercializzate quattro prodotti simili con il marchio Schiøtz,  prodotte dalla stessa Albani Bryggerierne di Odense. Si fa riferimento a Theodor Ludvig Schiøtz (1821-1900), farmacista, birraio e fondatore nel 1859 del birrificio Albani, del quale mantenne il controllo sino al 1889;  dopo numerosi cambi di proprietà, nel 2000 la Albani entrò sotto il controllo di Royal Unibrew. Quattro sono le Schiøtz disponibili in Danimarca: Bohemian Pils, Mørk Mumme, Gylden IPA e Vinter Bock; probabile che nel prossimo autunno/inverno quest’ultima faccia il suo debutto anche nel nostro paese. Non ho comunque a disposizione dati certi per poter affermare che Norden sia solamente un’operazione di rietichettatura di quelle birre che qui in Italia sfrutta la popolarità del marchio Ceres, e quindi mi guardo bene dall’affermarlo. Il dubbio (e non la Ceres) però c'è.

La birra.
La descrizione commerciale della Schiøtz Gylden IPA annovera tra gli ingredienti rosmarino, rosa canina e tre luppoli:  Simcoe, Citra e Pacific Gem. Quella della Ceres Norden Gylden IPA cita invece Simcoe, Cascade, Pacific Gem e Green Bullit: si tratta evidentemente di un errore ortografico del comunicato stampa italiano poi ribattuto da tutti gli operatori; il luppolo è ovviamente l’americano Green Bullet. Questi, assieme al rosmarino, “immergono sin dal primo sorso nell’universo selvaggio del Nord”: personalmente associo più il rosmarino al Mediterraneo che alla Scandinavia, ma tant’è. 
Gylden significa dorato: è un po’ anticato il colore di questa birra,  perfettamente limpido e movimentato da qualche venatura ramata; la schiuma è cremosa e fine, compatta, dall’ottima persistenza.  L’aroma mette in evidenza soprattutto gli agrumi ma l’eleganza è altrove: più che di frutta fresca i profumi mi riportano alla memoria alcuni detergenti al limone. In sottofondo c’è qualche nota floreale e di rosmarino; l’intensità è complessivamente discreta, lo stesso non posso dire della piacevolezza. Il mouthfeel non è male: carbonazione media, corpo tra il medio ed il leggero, velocità di scorrimento buona ma leggermente rallentata da una  consistenza palatale a tratti un po’ pesante. La bevuta ricalca in buona parte l’aroma: si parte con biscotto e cereali, il dolce di caramello e miele che viene incalzato dall’amaro (saponoso) agrumato ed erbaceo, soprattutto rosmarino. Il percorso non è però lineare, dolce ed amaro entrano ed escono di scena più volte nella stessa sorsata senza armonia, facendo un po’ a spallate; l’intensità e discreta, la pulizia non è eccelsa ma è soprattutto la piacevolezza a latitare e – almeno nel mio caso – a non far venirmi la voglia di ricomprarla. Mi riferisco soprattutto all’amaro, uno degli elementi fondamentali in una India Pale Ale, che qui risulta troppo saponoso e con qualche sconfinamento nella gomma/plastica: non ritengo particolarmente felice neppure la scelta dell’aromatizzazione al rosmarino, ma qui si rientra nelle preferenze personali. 
I 4,50 Euro al litro (prezzo supermercato) sono tanti rispetto ad altre birre industriali  ma sono al tempo stesso pochi se confrontati al prezzo medio delle artigianali. Al di là dell’improponibile confronto con una “birra artigianale vera”, il paragone più calzante potrebbe essere con la 9 Luppoli IPA  di Poretti/Carlsberg  (circa 5,42 Euro/litro): la Ceres mi sembra meno peggio, ma dovete avere una buona soglia di tolleranza al rosmarino nella birra. Non è una gran motivazione all'acquisto, ma per lo meno io vi ho avvisati.
Formato: 50 cl., alc. 5.9%, lotto Y4-V, scad. 25/04/2017, 2.29 Euro (supermercato, Italia)

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.