venerdì 6 dicembre 2013

Rogue Double Chocolate Stout

Dopo un periodo di assenza, ormai le birre di Rogue Ales hanno una diffusione abbastanza regolare in Italia; l'eclettico birrificio di Newport (Oregon) fu fondato nel 1988 e ve ne abbiamo parlato più dettagliatamente quasi due anni fa. Un po' meno difficile da reperire (ma non troppo) è invece la loro Double Chocolate Stout, che arriva nel nostro paese un po' a singhiozzo. Versione "potenziata" (o "evoluzione", per usare le parole del birrificio) della standard Chocolate Stout, viene prodotta con dieci ingredienti (malti C120, Chocolate e Great Western 2-Row, luppoli Cascade e Perle, miele, avena, cioccolato olandese e, ovviamente lievito ed acqua). Numerosi riconoscimenti ottenuti a diversi concorsi, tra i quali spiccano le tre medaglie al World Beer Championship (oro nel 2009 e 2010, argento nel 2012). Viene presentata in una generosa e bella bottiglia da 75 centilitri completamente "dipinta" e - purtroppo - in una fascia di prezzo medio alta; negli Stati Uniti si trova attorno ai tredici dollari.
Vediamola nel bicchiere: splendido aspetto, ebano scurissimo molto prossimo al nero; la schiuma, nocciola, è fine e cremosa anche se non troppo persistente. L'aroma regala sentori di chocolate fruit cake (un equivalente nostrano potrebbe essere il panone al cioccolato), vaniglia, cioccolato al latte, quasi di gianduia; più in sottofondo c'è qualche sottile nota di caffè e di alcool. 
Inizio quindi perfettamente in linea con una birra che si chiama Double Chocolate Stout; gradevolissima in bocca, con un corpo pieno ed una carbonazione molto contenuta. Morbida, vellutata e molto rotonda, mantiene fede al suo nome anche in bocca: il cioccolato vira dal latte ad un territorio un po' più amaro, di nuovo ritorna l'impressione di un tortino anche se qui manca la presenza della frutta; ci sono le tostature e c'è il caffè, ogni cosa è al suo posto. E' una birra molto solida, da bere con calma, con l'alcool che si fa sentire al primissimo sorso ma poi viene molto mitigato dall'intensità dei sapori, ritornando a comparire con una certa rilevanza solamente nel finale. Il retrogusto è caldo e molto morbido, lunghissimo, e ripassa tutto in rassegna: cioccolato, caffè, tostature ed alcool. Non particolarmente dolce, ma nemmeno pesantemente amara come alcune Imperial Stout, questa Rogue trova un gran bel punto di equilibrio che mi sembra in grado di soddisfare sia chi ama le Chocolate (Sweet) Stout che chi invece preferisce "l'olio di motore". Molto ben fatta, non entusiasma al naso con un aroma abbastanza nella norma ma si rifà alla grande - eccome ! - in bocca; come già detto, la presenza alcolica è abbastanza discreta e se il generoso formato della bottiglia vi spaventa, non preoccupatevi: non è troppo faticoso berla anche in solitudine.
Formato: 75 cl., alc. 9%, IBU 50, lotto e scadenza non riportati, pagata 13.90 Euro (beershop, Italia).

giovedì 5 dicembre 2013

Five Points Pale

Ancora Londra, ed ancora il quartiere di Hackney, ormai vera e propria mecca birraria della capitale inglese; siamo nella zona Nord-Est, a circa 9 chilometri da Piccadilly Circus, giusto per darvi una vaga idea. Solamente 800 metri più a nord della Cock Tavern nel cui seminterrato trova sede la Howling Hops che vi abbiamo presentato la settimana scorsa. E nei dintorni vi sono almeno altri 4-5 microbirrifici! Eppure, dice il proprietario Edward Mason, hanno scelto quella zona solo perché è quella in cui loro abitano. Mason è proprietario del pub Duke of Wellington di Dalston, della Whitelock's ALe House di Leeds e del Deramore Arms di York; qualche tempo fa ha venduto un altro pub, il Mason & Taylor nel quartiere di Shoreditch che è diventato oggi il Brewdog Shoreditch. Quattro persone lavorano alla Five Points, con Greg Hobbs come birraio, un passato da apprendista alla East London Brewing Co. Al momento sono tre le birre in produzione regolare, la prima delle quali è stata ufficialmente commercializzata a Marzo di quest'anno; birrificio nuovissimo quindi, con neppure un anno di vita alle spalle ma con ideali opportunità di vendere la propria produzione con buoni margini attraverso i tre pub di proprietà.
Come molti dei birrifici nati a Londra in questi ultimi anni, anche Five Points sembra guardare soprattutto agli Stati Uniti piuttosto che alla secolare tradizione della madre patria. Ecco che la loro birra "quotidiana", quella da bere una volta usciti dall'ufficio, non è una classica Bitter o Golden Ale ma una American Pale Ale infarcita di Amarillo, Centennial e Citra. Evidentemente è questo che la clientela cerca in questo momento, e sicuramente oggi giorno a Londra è molto più facile bere una APA o una American IPA (o una English-American IPA, come correttamente alcuni fanno osservare: le IPA Americane sono un'altra cosa) piuttosto che una "vera" birra inglese. Forse solo tra qualche anno, quando sarà passata la febbre dei luppoli esotici ed americani, vedremo l'abilità di questi nuovi microbirrifici londinesi ed inglesi nel confrontarsi anche con la tradizione della loro madrepatria, magari cercando di rinnovarla senza necessariamente ricorrere a vagonate di luppoli extraeuropei. 
E ve la potrei forse descrivere senza averla neppure assaggiata questa Pale: il colore è tra l'arancio e il dorato, velato, e la schiuma biancastra, fine e cremosa, dalla buona persistenza. Il naso è piacione, pulito ed elegante, con un bell'assortimento di agrumi (arancia e mandarino) e frutti tropicali dolci (mango, passion fruit, ananas). Più corpo del previsto (quasi medio, per 4.4% ABV) e poche bollicine per una bevuta ineccepibile: scorrevole, acquosa quanto basta per mantenere una discreta morbidezza e rotondità. Molto bene in bocca, è una birra che inizialmente scongiura il rischio "succo di frutta" mostrando invece un grande equilibrio tra malti (crosta di pane e cereali) e la stressa frutta (agrumi e tropicale) dell'aroma. E' solo nel finale che la birra scivola un po' banalmente nella spremuta di agrumi, con un amaro completamente zesty di limone e lime, secchissimo e leggermente astringente che va a caratterizzzare anche il retrogusto. Ma fino agli ultimi secondi della bevuta, avevamo tra le mani un'ottima American Pale Ale molto pulita e profumata, magistralmente bilanciata, da bere ad oltranza. Un "peccato" finale un po' veniale ma evidentemente inevitabile per stare al passo della Londra birraria del 2013; birrificio molto interessante, da provare senz'altro se capita a vista.
Formato: 33 cl., alc. 4.4%, imbott. 27/08/2013, scad. 27/12/2013, pagata 2.62 Euro (beershop, Inghilterra).

mercoledì 4 dicembre 2013

Civale Lumina

Terzo appuntamento on il birrificio piemontese Civale, dopo le precedenti Tempore ed Imperiosa. Oggi tocca alla Lùmina, una American pale Ale che, per chi può interessare, ottenne il riconoscimento “Grande Birra” nella Guida alle birre d’Italia Slowfood 2013. E’ prodotta con malti Pilsner, Maris-Otter e CaraPils, mentre i luppoli utilizzati sono Magnum, Columbus, Simcoe, Chinook e Cascade.
Colore oro velato, con ampio cappello di schiuma bianca, fine e cremosa, dall’impressionante persistenza. Il naso non è molto forte, ma ha comunque un profilo elegante e fruttato: arancia, mandarino, pesca ed un leggero tropicale (ananas). In sottofondo arriva qualche sentore che sembra ricordare il miele d’arancio.  Il corpo è medio-leggero, e la generosa schiuma è purtroppo avvisaglia di una carbonazione abbastanza elevata che disturba un po’ la percezione del gusto; meglio lasciare un attimo “stemperare” le bollicine o agitare un po’ il bicchiere per meglio apprezzare la base maltata (pane e leggero biscotto), le note mielate e fruttate che richiamano l’arancio ed il tropicale dell’aroma.  In bocca è leggermente meno pulita che al naso, ma c’è in compenso una maggiore intensità. La bevuta prosegue molto ben bilanciata, con un finale amaricante dove predominano note erbacee rispetto a quelle dell’attesa scorza di pompelmo. Facile da bere,  scende dal bicchiere senza richiedere particolare attenzione nel bevitore ed è quindi un ottimo dissetante e rinfrescante per i mesi più caldi dell’anno; non si distingue per fantasia o originalità, ma il suo dovere lo fa e fondamentalmente è questo quello che conta. Formato: 33 cl., alc. 5.6%, lotto LU00413, scad. 04/09/2014, pagata 4.50 Euro (gastronomia, Italia).

martedì 3 dicembre 2013

Durham Temptation

La Durham Brewery viene fondata nell’omonima località (30 km a sud di Newcastle) nel 1994 da Christine e Steve Gibbs; i due coniugi abbandonarono il loro lavoro da insegnanti di musica per dedicarsi completamente al birrificio; e nonostante si proclamino come "il più antico vecchio birrificio di Durham", si tratta quindi di un produttore che sta per compiere "solamente" venti anni di attività. Un'azienda ancora a gestione familiare, che attualmente impiega circa sei dipendenti; una prima espansione è avvenuta nel 1999, passando da un impianto da 5 a 10 barili installato in nuovi locali più capienti. L'anno successivo iniziò la produzione di birre "bottle conditioned", ovvero rifermentate in bottiglia che oggi rappresenta il 100% della produzione di Durham. E' di qualche anno fa (2011) una nuova espansione e l'installazione di nuovi maturatori; al tempo stesso è stato effettuato un completo restyling dell'immagine del birrificio con un nuovo logo e delle nuove etichette per tutte le birre.
Appartiene invece al pre-restyling questa bottiglia di Temptation, una Russian Imperial Stout che costituisce anche la birra più alcolica di Durham; viene prodotta con malti Crystal, Amber, Black ed orzo tostato, mentre l'unico luppolo utilizzato è l'EK Goldings.
Birra nel bicchiere, assolutamente nera, con nessun spiraglio di luce a penetrarla; un dito abbondante di schiuma, fine e cremosa, di color nocciola, che però svanisce abbastanza rapidamente. Naso abbastanza dimesso, ma si percepisce qualche sentore di cioccolato amaro e di caffè, forse liquirizia, alcool. Di male in peggio in bocca, per una birra che non è affatto invecchiata bene nei due anni trascorsi in cantina. Slegatissima in bocca, poco corpo (10% ABV!) ed acquosa, con una leggera frizzantezza che punzecchia la lingua ma appare praticamente scollegata dal liquido, per una sensazione davvero strana. Il gusto è molto peggio dell'aroma: un mare di liquirizia senza niente a contrastare, ed un bel finale salmastro (autolisi?) che la porta direttamente nel lavandino.
Risultati altalenanti tra le ultime Imperial Stout bevute nelle ultime settimane; alcune ottime, altre decisamente andate verso il salmastro e quasi imbevibili; ormai sta diventando quasi una lotteria..
Formato: 50 cl., alc. 10%, lotto GYLE 2174, scad. 02/2016, pagata 6.5 Euro (beershop, Inghilterra).

lunedì 2 dicembre 2013

Amager Hr. Papsø In Black

Ci tocca iniziare citando un vecchio ma non troppo post del blog che a mio avviso più manca agli appassionati di birra italiani: quello di In Birrerya, curato da Alberto Laschi. Dettagliata l’analisi fatta sull’evento Ratebeeriano del 2013, ovvero il traguardo delle 25.000 birre recensite dal rater danese Henrik Papsø, ovvero Papsoe su Ratebeer.  Non approfondiremo in questa sede come trovi il tempo una persona di “ratare”  degli  (voglio sperare) assaggi di circa 280 birre al mese; per questo, ed altro, potete leggere i commenti del post sopra citato o anche di questo. E’ forse più utile ricordare che il sig. Papsø è anche responsabile della comunicazione del birrificio danese Amager; nessuna meraviglia quindi se un birrificio produce per un suo collaboratore una birra per celebrare l’evento. Un po’ più singolare è che invece le birre dedicate a questo traguardo, da altri birrifici, siano state quasi una decina. Va bene dare a Ratebeer il peso relativo che merita (è un ottimo database dì informazioni) e va bene chiamare in causa la passione e l’amore per la birra che anima tutti questi Raters. Ma in fin dei conti fare birra è un business, ed in alcuni paesi scandinavi (mi dicono) Ratebeer riesce a muovere parecchi numeri ed a orientare le scelte di molti consumatori. Anche in alcuni supermercati americani mi è capitato di vedere a fianco di alcune birre un cartoncino che indicava il voto su Ratebeer (100/100) e la stessa cosa - anche se  con portata molto più limitata - la si può trovare su alcuni beershop on-line italiani. Inevitabile quindi che alcuni birrifici (soprattutto di certi paesi che operano in certi mercati) prendano sottobraccio questi raters ed abbiano un occhio di riguardo verso di loro; ciò non significa che siano direttamente pagati per fare delle recensioni favorevoli, ma magari ricevono a titolo gratuito birre da recensire e, nel corso di queste sessioni di “rating”, dove le birre vengono assaggiate da diverse persone, ecco che anche gli amici del rater saranno difficilmente portati a parlare male di una birra che è stata loro offerta, anche perché stroncarla potrebbe precludere ulteriori possibilità di assaggio.
Comunque, la Amager dedica a Papsoe una Black American Pale Ale  (scura e luppolata, come le birre che piacciono a lui) con una batteria di malti che vede Pale, Pilsner, Cara-Hell, Cara Aroma; due i luppoli utilizzati, Simcoe e Sorachi Ace.  Molto bello l'aspetto, di colore praticamente nero con una grossa testa di schiuma beige chiaro, compatta, pannosa e davvero molto persistente. Birra che dovrebbe avere sulle spalle ormai 7-8 mesi di vita e quindi l'aroma (dry-hopping) non è certo al picco della sua freschezza: aghi di pino, pompelmo e sentori di erba appena tagliata. C'è comunque buona pulizia e finezza anche se non troppa intensità. Il livello sale in bocca, con una sensazione palatale davvero ottima; birra dal contenuto alcolico contenuto (5.5%) ma corpo medio e grande morbidezza. L'imbocco è dolce e fruttato (polpa d'agrumi) ma il resto della bevuta tende progressivamente ad addentrarsi in territorio amaro, con vigore sempre più crescente; dapprima c'è una sorta di bilanciamento al dolce con note resinose, erbacee e di scorza di pompelmo, per aumentare poi il carico con delle note terrose e di liquirizia. Colore black, ma grande prevalenza di luppoli con qualche leggero accenno di tostatuture e di caffè solo a temperatura ambiente. Se la bevuta era iniziata con un aroma elegante ed un imbocco abbastanza bilanciato e godibile, il finale (ed il retrogusto) vede invece una deriva amara un po' fuori controllo e rozza, puntando sui muscoli piuttosto che sulla pulizia e sulla finezza. Se il gusto scivola progressivamente verso il nero, il "ruttino" post-bevuta è comunque al pompelmo; birra che si sbilancia un pochino per strada, o che forse con i mesi di vita ha un po' perso l'equilibrio che aveva alla nascita. Rimane comunque notevole la gradevolezza al palato, con una scorrevolezza degna di una ottima APA abbinata alla morbidezza tipica di certe Oatmeal Stout. Per ora sono in tutto circa un ventina le birre dedicate al rater Papsoe; nell'attesa della prossima celebrazione, ad oggi 02/12/2013 lui ha ratato ben 25113 birre con una preferenza (2500) per Lager e Pils: perchè allora festeggiarlo con una Black IPA ?
Formato: 50 cl., alc. 5.5%, lotto 606, scad. 05/2014, pagata 7.00 Euro (beershop, Italia).

domenica 1 dicembre 2013

Tre Pupazzi Titty Twister

Eccoci di nuovo a confronto con una Beer Firm, ovvero un produttore senza impianti, fenomeno che in Italia è letteralmente esploso negli ultimi due anni. Nel caso specifico si tratta di tre homebrewers (Matteo, Manuel e Nicola) che presentarono la birra  Titty Twister al concorso di Malto Gradimento - Premio Franco Re di settembre 2012; la birra non finì sul podio del concorso ma venne dichiarata quella con la migliore etichetta. Dal concorso sono passati ad affrontare la burocrazia per arrivare poi a costituire, a febbraio 2013, la Tre Pupazzy Brewery con sede a Lecco. Le prime cotte sono state prodotte presso gli impianti del Birrificio Hibu di Bernareggio. Per il debutto, avvenuto a Maggio 2013, i Tre Pupazzi hanno scelto proprio di commercializzare la Titty Twister (il nome si ispira ad un locale del film "Dal tramonto all'alba"), anche se l'etichetta vincitrice del concorso è stata sostituita da una nuova.  Si tratta di una India Pale Ale, forse il genere più battuto dalle Beer Firm nate negli ultimi due anni, che guarda però all'Inghilterra e non agli Stati Uniti. Al momento è l'unica birra offerta da queste Beer Firm, mentre dovrebbe essere disponibile proprio in questi giorni una one-shot natalizia.
Nel bicchiere è di colore ambrato con riflessi ramati; la schiuma è molto persistente e compatta, biancastra, fine e cremosa. L'aroma non è esattamente entusiasmante, soprattutto per una IPA che dovrebbe avere il luppolo come protagonista: poco intenso, con presenza di agrumi (arancio e pompelmo) e sentori biscottati di malto. Decisamente meglio vanno le cose in bocca: morbida al palato, dal corpo medio, ha una solida base maltata (biscotto, leggero caramello) che ben sorregge la parte luppolata: di nuovo agrumi, con note dolci di polpa d'arancio e più amare di pompelmo. Il finale è secco, pulisce bene il palato per un bel retrogusto amaro intenso, con scorza d'agrumi, sentori erbacei/resinosi ed una piacevola nota pepata. Si autodefinisce "birra rock" in etichetta e, se tralasciamo l'inizio un po' timido dell'aroma questa Titty Twister è effettivamente sostanziosa ed abbastanza in controtendenza rispetto alle IPA con pochissimo corpo e tanto "zest" che vanno di moda adesso. Gusto pulito, con l'alcool (6.2%) che si fa sentire irrobustendo la birra e rallentando un po' la velocità di bevuta. Ai Tre Pupazzi, liberi dagli impegni quotidiani dell'avere un birrificio di proprietà, spetta ora il compito di promuoverla e distribuirla adeguatamente per farle conquistare un posto nell'affollato panorama brassicolo italiano.
Formato: 33 cl., alc. 6.2%, scad. ??/08/2014, pagata 3.50 Euro (enoteca, Italia).

sabato 30 novembre 2013

Howling Hops Export Porter

Riprendiamo l'esplorazione dei nuovi microbirrifici di Londra e dintorni con un nuovo debutto su queste pagine, quello di Howling Hops (letteralmente, "i luppoli che ululano"). Si trova in una zona abbastanza nota ai Beer Hunters, ovvero quella d Hackney, dove nel giro di tre chilometri trovate Pressure Drop, Howling Hops, London Fields e Redchurch Brewery; prendete quindi nota e, nel prossimo vostro viaggio a Londra, pensate ad un bel "Brewery crawling". Viene fondato nel 2012 nel seminterrato della Cock Tavern, praticamente la filiale di Hackney del più famoso Southampton Arms, con 16 handpumps ed 8 spine; il birraio è Ed Taylor, 24 anni, homebrewer da quando ne aveva 18. In precedenza ha fatto il birrario alla Redemption Brewing Company. L'impianto attualmente in uso, molto piccolo, è quello usato agli esordi dalla Camden Town Brewery; chi ha visto le dimensioni del seminterrato, fatica a credere come sia stato possibile trasportarlo per le ripide scale che portano dalla Cock Tavern alla Howling Hops. La maggior parte dela produzione viene consumata al pub sovrastante ed al Southampton Arms, e dunque la distribuzione delle bottiglie è molto limitata anche perché, da quanto leggiamo, Ed non si fida molto dei rivenditori e del modo in cui trattano la birra una volta che ha lasciato le porte del birrificio. La birra viene prodotta due-tre volte a settimana, 650 litri a cotta, ed il resto del tempo vede Ed dedicarsi al suo secondo business la Square Root London, produttore di bibite.  Già una cinquantina le etichette elencate su Ratebeer, anche se per lo più si tratta di leggere varanti dello stesso mosto, che consistono in un diverso mix dei luppoli usati a seconda di quanto è disponibile; una tendenza che rispecchia in pieno quella dei "modernisti" londinesi (esempio The Kernel o Partizan), prodighi nel moltiplicare rapidamente il numero delle birre prodotte. Anche le etichette ricordano vagamente le prime Kernel, quelle prodotte prima del trasloco, stampate quasi su carta da pacchi e con il nome della birra scritto mediante un timbro ad inchiostro. 
Eccoci a stappare la Export Porter, luppolata con Columbus e Willamette; strana puntualizzazione, non sono molte le Porter che sbandierano i luppoli in etichetta, ma ci vuole poco a capire il perché. Si presenta di un bellissimo color mogano scuro, la schiuma è molto cremosa, beige, fine e compatta, molto persistente. Aroma pulitissimo e molto forte: aghi di pino, pompelmo, fragoline e solo quando la birra s'avvicina alla temperatura ambiente emerge qualche remoto sentore di tostature. Grandioso l'ingresso in bocca: 5.5% ABV, birra  scorrevole ma assolutamente vellutata e morbidissima, molto gradevole al palato. Il gusto è decisamente più black dell'aroma; inizio che parte tra tostato e terroso, seguito da una parte centrale fruttata che richiama il pompelmo, ed un ritorno molto amaro finale dove convivono note terrose, resinose ed una tostatura leggermente bruciata con qualche accenno di caffè. L'intensità è davvero notevole, la deriva amara finale è fortissima e forse un po' fuori controllo; porter abbastanza atipica, dove al naso dominano i luppoli ed in bocca c'è comunque una parte agrumata a minare le certezze del bevitore. A tratti somigliante ad una Black IPA, birra interessante, ancora un po' da perfezionare ma già di ottimo livello.
Formato: 33 cl., alc. 5.5%, scad. 01/12/2013, pagata 2.62 Euro (beershop, Inghilterra).

venerdì 29 novembre 2013

Widmer Brothers Alchemy Ale

Terzo appuntamento con la Craft Brewer Alliance; dopo Kona e RedHook, è la volta della Widmer Brothers Brewing di Portland, Oregon. Viene fondata nel 1984 dai fratelli (Widmer) Kurt e Robert, cinque anni dopo l'anno in cui l'homebrewing viene dichiarato legale in Oregon. Le prime birre prodotte sono d'ispirazione tedesca, una Alt ed una Hefeweizen filtrata, alla quale se ne affianca un paio di anni dopo una versione più classica, torbida, che viene prodotta su richiesta del Dublin Pub di Portland:  la non filtrazione non fu una decisione presa a tavolino, ma piuttosto dovuta alla necessità di risparmiare tempo e spazio, visto che nei primi anni il birrificio disponeva di impianti di dimensioni molto modeste. Ad ogni modo ancora oggi i fratelli Widmer rivendicano di essere stati il primo birrificio a produrre una American-Style Hefeweizen. Nel 1988 il birrificio è tra gli organizzatori dell'Oregon Brewer Festival, una manifestazione che si tiene ancora ogni anno a fine Luglio. Le prime bottiglie ci mettono un po' ad arrivare (1996) e, come abbiamo già raccontato qualche giorno fa, nel 2008 arriva la fusione con la Redhook a formare la Craft Brewer Alliance, della quale attualmente la Anheuser-Busch InBev detiene il 32% delle azioni. Un birrificio che ha dunque iniziato nel segno dei genitori dei fratelli Widmer, tedeschi, ed ha poi ampliato la gamma che oggi abbraccia praticamente tutti gli stili, incluse alcune collaborazioni importanti (con Cigar City) ed una serie chiamate "Reserve" che include invecchiamenti in botte e birre occasionali.
Questa Alchemy Ale è invece una "tranquilla" American Pale Ale che vede l'utilizzo di malti Pale, Caramel, Monaco e Vienna Extra Special; i luppoli provengono dalla costa Nord-Occidentale Americana e variano di volta in volta a seconda della disponibilità. Di colore ambrato scarico o ramato, ha una schiuma un po' grossolana, biancastra, dalla discreta persistenza. Le altre caratteristiche sono perfettamente in linea con l'altra birra della Craft Brewer Alliance bevuta qualche giorno fa, la Redhook Long Hammer. Luppoli stanchi e poco freschi al naso, che offre marmellata d'arancio, caramello, scorza d'arancio e qualche sentore vegetale. Buona invece la morbidezza in bocca; corpo medio, poche bollicine, un mouthfeel rotondo e soddisfacente. Il gusto è intenso ma - purtroppo - poco fresco: biscotto, caramello, marmellata d'arancia anziché pompelmo fresco ed un crescendo amaro vegetale con qualche nota di resina e di pepe. C'è intensità, se ne percepisce la solidità ma la mancanza di freschezza rende la bevuta troppo pesante  con un accumulo di amaro vegetale che non è più bilanciato dalla controparte di frutta fresca. La sensazione è quasi di una birra che si dibatte tra frutta candita dolce ed amaro vegetale, con una nota nel retrogusto di mandorla amara.
Formato: 35.3 cl., alc. 5.8%, lotto 30/07/2013, scad. 30/09/2014, pagata 2.39 Euro (supermercato, Italia).

giovedì 28 novembre 2013

Toccalmatto Tabula Rasa

Tra le novità 2013 di Toccalmatto, il birrificio di Bruno Carilli, c'è anche una nuova Saison; limitiamoci alla produzioni disponibili (quasi) regolarmente in bottiglia, senza considerare le one-shot; si tratta della quarta Saison del birrificio, dopo la "storica" Sibilla, la Tainted Love assieme ad Extraomnes, e l'esotica Oceania. Il nome scelto, Tabula Rasa, non è esattamente originale, visto che esiste già un'altra Saison chiamata nello stesso modo e prodotta dagli americani di Tired Hands. Non è noto sapere cosa ci sia dietro la scelta del nome; i più giovani penseranno forse ad un videogioco mentre quelli in zona "anta e dintorni", come il sottoscritto, penseranno agli omonimi dischi di C.S.I. o Einstürzende Neubauten. Pochissime informazioni anche in etichetta e soprattutto nessun indizio sui luppoli usati (solo "il luppolo americano in dry shopping") che lascia un po' a bocca amara (!) gli amanti delle abbondanti luppolature tipiche del birrificio di Fidenza.Con le poche informazioni disponibili anche in Internet, non ci resta che bere. 
Molto chiara nel bicchiere, tra l'arancio chiaro ed il giallo paglierino, con una grossa testa di schiuma un po' grossolana, bianca, pannosa ma non molto persistente. 
Pulito ed elegante l'aroma, leggermente acidulo e con una gradevole note rustica, quasi "polverosa"; qualche sentore di banana acerba ma soprattutto tanti agrumi, lime e limone, ed un leggero floreale. Con pochissimo corpo, è una Saison agrumatissima che sprigiona subito grandi quantità di limone, mapo e lime (o agrumi gialle, per semplificare) con qualche nota di polpa d'arancia per addolcire un po' la bevuta; una lieve acidità la rende molto rinfrescante e dissetante, grazie anche ad una grande attenuazione che pulisce il palato ad ogni sorso. L'amaro è ovviamente "zesty" (limone e lime) ed è indiscusso protagonista del pulitissimo retrogusto. Vivacemente carbonata e dalla consistenza watery, si trova perfettamente a suo agio nello scorrere dal bicchiere alla gola con pericolosa velocità. Birra facile ma assolutamente non ruffiana e scontata nel suo essere ricca di agrumi come va molto di moda adesso; il tocco rustico che ogni Saison o Farmhouse Ale dovrebbe sempre avere è ben presente e molto gradevole. Novembre non è probabilmente il suo mese ideale, anche se l'ho trovata molto piacevole in abbinamento ad una pizza al prosciutto crudo di Parma. La sua stagione per eccellenza è l'estate, dove questa Tabula Rasa può sicuramente fare strage di assetati e di accaldati; mantenuti anche gli standard molto elevati di pulizia ed intensità ai quali Toccalmatto ci ha ormai abituato.
Formato: 75 cl., alc. 5.3%, lotto 13047, scad. 13/08/2014, pagara 8.00 Euro (birrificio).

martedì 26 novembre 2013

Bristol Beer Factory Mocha

E’ sempre con grande piacere che m’appresto a stappare una bottiglia della Bristol Beer Factory, uno dei miei birrifici inglesi preferiti. La Bristol Beer Factory negli ultimi mesi ha inoltre triplicato la propria capacità produttiva e quindi l'augurio è che presto le loro birre arrivino anche ufficialmente in Italia grazie a qualche importatore; per il momento, potete acquistarle solamente in Inghilterra. Da qualche anno, il birrificio è solito preparare una serie di Stout, dodici per la precisione, che vengono vendute in un unico cartone presso lo spaccio del birrificio o spedite direttamente a domicilio dei clienti del Regno Unito. L'evento si è ripetuto nel 2011 e nel 2012 mentre quest'anno, probabilmente a causa dei lavori di ampliamento, le dodici stout non sono state prodotte. Il pacco natalizio includeva birre più classiche come una Milk ed una Chocolate Stout, ed interpretazioni più fantasiose come una Chili Stout, una Orange Stout, una Cream Brulée  Stout ed un paio di Stout passate in botte.  Nell'edizione dello scorso anno sono state introdotte alcune novità come questa Mocha Stout; session beer (4.5%)  che viene prodotta in collaborazione con la torrefazione Extract Coffee Roasters di Bristol e che vede l'utilizzo  di una speciale miscela di caffè proveniente dalla Tanzania, chiamata Hope Project Peaberry Espresso.
Marrone scurissimo, molto bello, non altrettanto all'altezza è la schiuma, un po' grossolana e di dimensioni modeste, color beige e poco persistente. Il nome della birra (Mocha) è già una buona indicazioni di quello che ci si aspetta di trovare nel bicchiere, ma l'aroma va ben oltre le attese: praticamente un caffè! In un ipotetico assaggio alla cieca, verrebbe da dire di avere sotto il naso un filtro dei caffè della caffetteria di casa; a fatica si riesce a trovare qualche sentore di Brownie (quindi leggero cioccolato) e di tostature. Naso molto pronunciato, anche se assolutamente monotematico. Se amate il caffè (quello lungo, all'americana), vi troverete a meraviglia anche con il gusto; se amate la birra, forse avrete invece qualche perplessità. Anche al palato è praticamente un caffè, con qualche leggera tostatura e, proprio nel finale, una leggera nota di cioccolato. Non si può parlare di equilibrio ma di certo è una birra molto intensa, considerata la bassa gradazione alcolica. Lasciano un po' perplessi invece la leggerezza del corpo e la marcata acquosità che, unite al dominio del caffè, rischiano davvero di far somigliare la birra ad una tazza di americano. Probabilmente una maggiore cremosità l'avrebbe resa un pelino meno scorrevole in bocca ma un più morbida e consistente. A discapito del monopolio-caffè va la data di scadenza già passata, per una birra che non è certo stata ideata per l'invecchiamento; forse bevuta fresca avrebbe regalato qualche ulteriore sfumatura. Mocha che rispetta in pieno gli standard ai quali la Bristol Beer Factory ci ha abituato (pulizia, intensità) ma che risulta molto arrischiata   e poco bilanciata: probabilmente si finisce per amarla od odiarla.
Formato: 50 cl., alc. 4.5%, scad. 26/10/2013, pagata 3,81 Euro (beershop, Inghilterra).