domenica 9 marzo 2014

Samuel Smiths Taddy Porter

Mentre Londra e tutta l'Inghilterra sono in pieno fermento ed attraversate da una "new wave" brassicola che spesso coincide con l'abbondante uso di luppoli americani, senza volgere lo sguardo alla grande tradizione nazionale, ci sono birrifici che invece continuano da secoli per la strada tracciata dai "padri"; lontana dalle luci della moda e delle ribalta, la Samuel Smith (1847) rimane uno dei punti fermi a cui rivolgersi se volete bere una birra  tipicamente inglese, e non un'interpretazione inglese di una birra americana.
Si trova a Tadcaster, una città dello Yorkshire dove, grazie all'eccellente qualità dell'acqua, avevano un tempo trovato casa molti birrifici;  e questa porter, chiamata appunto Taddy (Tadcaster) vuole essere un omaggio alla propria città. Venne prodotta per la prima volta nel 1979,  una novità  che andava in controtendenza con la popolarità dello stile, in quel periodo; la sua bella etichetta sembra invece provenire da molti, molti decenni prima.
Nel bicchiere è di color marrone scurissimo, con riflessi color castagno; si forma una discreta testa di schiuma beige, fine e cremosa, dalla buona persistenza. L'aroma è di orzo tostato, cioccolato al latte, mirtilli, con una lieve presenza di tabacco e di cenere; pulito ed elegante, riporta idealmente in quell'Inghilterra del diciannovesimo secolo, quando le porter erano le birre più popolari. 
Al palato si presenta leggera e poco carbonata, in quel punto d'incontro ideale tra la necessità di essere scorrevole e quella di risultare morbida e presente in bocca, senza essere sfuggente. Ci sono soprattutto orzo tostato e caffè, con sfumature più leggere di cioccolato, liquirizia, fruit cake; anche qui c'è pulizia e finezza, con un finale leggermente acidulo e secco, che lava bene il palato e lascia una scia abbastanza lunga ed amara ricca di caffè e liquirizia. Una birra di ottimo livello che fa della semplicità e della facilità di bevuta il suo punto di forza; vi ritroverete quasi senza accorgervene con la pinta quasi vuota e con il bisogno di ordinarne un'altra. In Italia l'ho quasi sempre vista nell'insoddisfacente formato da 35,5 centilitri, mentre è disponibile anche nel più generoso ed auspicabile formato da 55,5. Il birrificio la consiglia in abbinamento con cozze, ostriche, vongole, cocktail di gamberi o di granchio, aragosta (lobster bisque), scaloppina di manzo, mousse e/o tortino di cioccolato; nel caso foste indecisi, bevetela da sola.
Formato: 35.5 cl., alc. 5%, lotto 13134, scad. 08/2014, pagata 4.00 Euro (beershop, Italia).

sabato 8 marzo 2014

Pleine Lune Il Était Lune Fois Bitter

Appuntamento numero tre con la Brasserie Artisanale de la Pleine Lune di Chabeuil, Francia; pochissime informazioni sulla birra di oggi, se non che con "Il Était Lune Fois..."  il birrificio dovrebbe aver realizzato una serie di single-hop. Ratebeer elenca una Il Était Lune Fois... Cascade ed una Il Était Lune Fois... Nelson. Se per queste due riesce facile inquadrare la birra, la stessa cosa non si può dire di Il Était Lune Fois... Bitter. Che si tratti di una birra d'ispirazione americana lo suggerisce l'etichetta, con cowboys e Monument Valley sullo sfondo.
E' dorata e velata, con una bella testa di schiuma abbastanza persistente, bianca e cremosa. L'aroma non è particolarmente entusiasmante; offre sentori floreali (soprattutto camomilla), miele, crosta di pane. Uno scenario abbastanza simile si presenta anche al palato: miele, pane e qualche nota di agrumi, per una birra che inizia dolce ma diventa quasi subito abbastanza astringente con un amaro abbastanza marcato di scorza d'agrumi e vegetale. Se il livello di pulizia è accettabile, l'intensità è invece scarsa; il risultato è una birra incompiuta, con qualche passaggio a vuoto ed una fastidiosa astringenza. Non so quale sia il luppolo utilizzato in questa (probabile) single-hop, ma le sue caratteristiche non sono valorizzate né nell'aroma che nel gusto; è bevibile, con qualche sforzo, ma è una birra che non lascia certamente soddisfatti.
Formato: 33 cl., alc. 5.7%, lotto L1F3, scad15/08/2014, pagata 3.00 Euro (beershop, Francia)

venerdì 7 marzo 2014

Hibu Tony Solo

Viene alla luce lo scorso dicembre 2013, la prima birra barricata del birrificio Hibu di Cornaredo; il perchè del nome, Tony Solo, è presto svelato: "ognuno prima o poi ha avuto la fortuna di incontrare il proprio Tony Solo, uno di quei favolosi personaggi urbani capaci di calamitare l’ attenzione con un niente, tener banco per ore e andarsene lasciando scie di benevolenza. Non ci sono i grandi palcoscenici per lui, vive lontano dalle luci della ribalta, ma quando la sua strada incrocia la tua ti rendi conto di aver trovato una persona di valore, l’evidenza sul grigio, la rock star tra la via emilia e il west (cit.) Tony Solo è anticonformismo, verve, profondità, anima e rock n’ roll, perché ci sono personaggi che si vivono anche solo una volta ma sanno lasciare il segno".
La birra ha riposato per nove mesi in botti che hanno contenuto Amarone dell'Azienda Agricola Guerrieri Riccardi di Bardolino (Verona); successivamente la birra è maturata per altri sei mesi in bottiglia, prima di essere messa in commercio. Non sono riuscito a capire se in botte ci sia finita una delle birre "standard" di Hibu o se si tratti di una birra realizzata apposta per l'occasione; riuscitissima nel suo essere kitsch l'etichetta, la cui idea viene però fortemente penalizzata dalla stampa su etichetta trasparente.
Birra nel bicchiere, bel color oro carico, velato; la schiuma è molto fine e compatta, bianca e cremosa, ed ha una buona persistenza. Il naso apre con sentori di legno e di cantina, seguiti da una bella coesistenza di sfumature più dolci di vaniglia e cedro, frutta dolce (albicocca e pesca) ed aspra (uva). In bocca è caratterizzata da una carbonazione molto lieve ed un corpo medio-leggero; riesce ad essere watery, scorrevole e morbida al tempo stesso, senza mai risultare annacquata o sfuggente. Molto interessante il percorso del gusto, con un bell'equilibrio (come nell'aroma) di dolce e di aspro; note di crosta di pane, uva bianca, ed una leggera acidità (lattico) che trova il suo contrappeso nel dolce della pesca e dell'albicocca. Ritorna qualche sfumatura legnosa, con un evidente carattere vinoso che dona alla Tony Solo una discreta complessità e struttura, pur restando una birra abbastanza facile da bere, fresca e dissetante. Chiude secca e lievemente acidula, con un retrogusto fruttato e vinoso ed una punta di mandorla amara.  Una bella sorpresa e, senza dubbio, è la Hibu che più mi ha convinto tra le molte assaggiate; è pulita, profumata e, a dispetto della pacchiana (ed ironica etichetta - bravo il birrificio) si rivela essere una birra non priva di una certa eleganza e raffinatezza.
Formato: 50 cl., alc. 6.5%, lotto 2013, scad. 30/12/2015, pagata 10.00 Euro (stand birrificio, fiera).

giovedì 6 marzo 2014

Gouden Carolus Cuvee Van De Keizer Rood (Rossa) 2012

La “Rossa” non è la Cuvée Van De Keizer più famosa, ma vede la luce nel 2008 proprio per celebrare il decimo compleanno della sorella “maggiore”, la Gouden Carolus Cuvée Van De Keizer Blauw (Blu), la birra che Het Anker sforna ogni anno per ricordare la nascita del Re Carlo V (Cuvée Van De Keizer, ovvero la Cuvée dell’Imperatore). Het Anker aveva già in produzione una birra molto simile (la Gouden Carolus Easter) che veniva realizzata per celebrare la Pasqua; qualche maligno sulla BBB (Belgian Beer Board)  sostenne a suo tempo che la nuova birra era solamente una ri-etichettatura di quella pasquale. Alla Het Anket non nascondono la somiglianza, ma assicurano che la ricetta della Cuvée Rood (Rossa) prevede un diverso mix sia di malti che di spezie. Profonde invece le differenze con la sorella Blu, assimilabili solo per l’importante contenuto alcolico in percentuale (doppia cifra) e per essere prodotte con luppoli esclusivamente belgi. Mentre la Rood (che in verità è di colore biondo) non è una birra da invecchiamento, ed il consumo è consigliato entro 3 anni dall’imbottigliamento, la “Blu” è una birra che – in teoria – vi potete dimenticare in cantina per un decennio e che regala delle interessanti evoluzioni nel corso degli anni. 
Si presenta nel bicchiere di un bel color dorato, carico, appena velato; la schiuma, Bianca, ha una discreta finezza, è cremosa ma non molto persistente. Il naso apre con dolci sentori di miele d’acacia, pesca sciroppata, biscotto, polpa d’arancia e pera; evidente l’impronta del lievito belga, con una bella speziatura diffusa nella quale s’avvertono soprattutto il pepe ed il coriandolo. Il percorso della Cuvée Rood procede spedito e diretto senza nessuna deviazione: è una birra solida (corpo medio) dal  gusto dolce e zuccherino, ritroviamo la pera e la pesca sciroppata, a trattati quasi candita, le spezie, il biscotto ed un morbido calore etilico che riscalda tutta la bevuta senza mai eccedere, neppure quando la birra si scalda. Marcatamente dolce ma mai stucchevole,  ha una carbonazione ancora abbastanza alta che la rende vivace in bocca aiutando al tempo stesso a ripulire un po’ il palato ed a stemperarne la dolcezza. Chiude discretamente secca, con un finale abbastanza lungo ed abboccato, ricca di frutta sciroppata e con un gradevolissimo warming etilico. Birra molto pulita e solida,  che tuttavia si lascia bere con una facilità quasi sorprendente, presentando però il conto a fine bottiglia. Alla Het Anker la definiscono addirittura “rinfrescante”: non so voi,  ma personalmente, per quanto ben fatta sia, non credo mi verrebbe mai in mente di berla in una calda giornata di primavera o d’estate. 
Formato: 75 cl., alc. 10%, lotto 10/10/2012 12090, scad. 12/2015, pagata 5.40 Euro (beershop, Italia)

martedì 4 marzo 2014

Fullers Vintage Ale 2010

Nel 1997 alla Fuller’s decidono di realizzare una birra speciale e commemorativa, prodotta in un numero limitato di bottiglie numerate.  La base di partenza è il barley wine Golden Pride, la cui ricetta viene rivisitata dal birraio di allora,  Reg Drury (andato in pensione nel 1999): non è pastorizzata ed è rifermentata in bottiglia. Da quell’anno, la Fuller’s Vintage Ale viene replicata puntualmente, arrivando nei negozi solitamente in autunno (Settembre-ottobre), in un’elegante scatola di cartone dove all’interno sono riportate, su di un fogliettino, informazioni su tutte le edizioni precedenti. 
La ricetta della Vintage Ale subisce delle leggere variazioni ogni anno che – leggo – sono principalmente dovute alla qualità delle materie prime (malti e luppoli) disponibili, ma non solo; nel 2000, ad esempio, ne è stata realizzata una versione “biologica”. Si tratta di una Old Ale (o di una English Strong Ale, a secondo dei classificatori) che ben si presta all’invecchiamento in cantina; lo stesso birraio John Keeling ammette di preferire bottiglie di circa quattro-cinque anni. La Fuller's dichiara in etichetta di essere obbligata per legge a mettere una data di scadenza, ma in realtà questa è una di quelle birre che dovrebbero piuttosto avere una data che indica "non bere prima di".
Al negozio adiacente al birrificio, a Chiswick, potete ancora acquistare diverse bottiglie di annate del passato; a dicembre 2013 venne anche commercializzato uno speciale cofanetto “4-pack” contenente le annate 2009, 2011, 2012 e 2013. Per chi fosse interessato, segnalo un’interessante reportage di una degustazione verticale che attraversa ben quindici anni.    
Ma ora passiamo alla bottiglia in questione,  edizione 2010. Centoventicinquemila bottiglie prodotte con malto Tipple, luppoli Golding, Target, ed ovviamente il ceppo di lievito proprietario. Etichetta minimale, ma dall'inappuntabile schema grafico su bella carta satinata; bel color ambrato con intensi riflessi rossastri, lievemente velato. Nonostante i quasi quattro anni d'età, la schiuma sembra ancora giovanissima, fine e compatta, cremosa e molto persistente. Il naso è complesso, con sentori di miele, pera, mela rossa, uva passa, caramello, marmellata d'arancia; c'è una leggera ossidazione che in questo caso è però gradevole, portando alla memoria un vino liquoroso/marsalato.  In bocca è morbida, con un corpo medio ed una carbonazione bassa; c'è un bellissimo percorso maltato, che inizia da note di biscotto, toffee, uva passa per passare a delicate note di vino liquoroso, forse di sherry. Il gusto è dolce, ma ben bilanciato da una chiusura discretamente asciutta ed una timida nota amaricante; finisce morbida e liquorosa, ricca di uvetta sotto spirito, con un bellissimo warming etilico che si protrae per diversi secondi. Dimostra ancora una bella vitalità nonostante i quasi quattro anni passati in cantina, con una lieve ossidazione molto gradevole che le dona una piacevole caratteristica di vino liquoroso; potete tranquillamente comprarla e dimenticarla in cantina per diversi anni, sembra capace di regalare grosse soddisfazioni a distanza di svariati anni.
Formato: 50 cl., alc. 8.5%, lotto 2010, bottiglia nr. 077738, scad. 12/2013, pagata 6.10 Euro (beershop, Inghilterra).

lunedì 3 marzo 2014

Montegioco Garbagnina 2012

La "Bella di Garbagna" non è solo la smutandata fanciulla ritratta sull'etichetta della bottiglia del Birrificio Montegioco. E' prima di tutta una varietà autoctona di ciliegia del piccolo omonimo paese in provincia di Alessandria, noto per la produzione di ciliegia; tra la diverse varietà coltivate c'è appunto quella che viene chiamata "Bella", un durone "di colore rosso brillante, con il picciolo medio lungo, molto croccante, dolce e quindi particolarmente adatto alla conserva sotto spirito, dove mantiene consistenza e sapore senza sfaldarsi". Raccolta ancora a mano, era un tempo ricercata sopratutto come ripieno per i Boeri. Nel 2004 diviene un presidio Slow Food, come varietà locale a rischio di estinzione: la sua raccolta, che può avvenire solamente a maturazione, è infatti poco compatibile con i sistemi di refrigerazione che ne consentono lo stoccaggio e la distribuzione a lungo raggio, penalizzandone dunque la richiesta del mercato.
Non è la prima birra che il birrificio di Riccardo Franzosi "dedica" al territorio che lo circonda; abbiamo già incontrato per strada Quarta Runa (pesca di Volpedo), Tibir (mosto di Timorasso), Open Mind (mosto di Barbera) e la nuova arrivata Magiuster (fragola di Tortona). Sino al 2011, se non erro,  La Garbagnina venne prodotta aggiungendo le ciliegie (20%), in fermentazione, alla Demon Hunter, con il risultato di una Fruit Beer decisamente alcolica (10%). Per rendere maggior giustizia alla ciliegia, Riccardo Franzosi a partire dal 2012 ha deciso di utilizzare quella che ormai è diventata la birra-ossatura di molte altre creazioni: è la Runa, usata anche per realizzare La Mummia, la Quarta Runa già citata e la Mac Runa, ad esempio. La gradazione alcolica è scesa all'8% (2012) e 6.5% (2013).
Edizione 2012: sensuale nel bicchiere, di un rosso che s'avvicina al porpora, velato, ed una vivace schiuma rosa, grossolana e poco persistente. Al naso convivono sentori acidi (lattico) ed aspri di amarena, fianco a fianco con note più dolci di ciliegia e di frutti di bosco. Il suo biglietto da visita è assolutamente sincero, e conferma in bocca tutte le aspettative create: leggera e vivacemente carbonata senza mai andare oltre il limite. Scorre bene ed è facile da bere, ripropone la tensione tra aspro ed amaro dell'aroma: amarena, ribes da un lato, caramello, frutti di bosco (dolci) e ciliegia sciroppata dall'altro per una bevuta che non stanca mai e che si rinnova sorso dopo sorso e all'innalzarsi della temperatura nel bicchiere.  Da fresca è decisamente più aspra e dissetante, ma secondo me è solo riscaldandosi (arrivando intorno ai 16 gradi) che la Garbagnina dà il meglio di sé mettendo in evidenza  un maggior equilibrio agrodolce e soprattutto un bel finale tannico, leggermente amaro, che ricorda una vino rosso poco strutturato (la mia provenienza geografica mi fa pensare al Lambrusco, ma è solo un esempio). Chiude con una leggera nota lattica e legnosa, ed un lieve calore etilico nel morbido retrogusto di ciliegia sciroppata, dove finalmente si ha qualche evidenza concreta del contenuto alcolico dichiarato in etichetta. Una birra molto ben eseguita, che si beve senza nessuno sforzo ma che è capace anche di regalare grosse soddisfazioni (e complessità) a chi ha voglia e pazienza di lasciarla riscaldare per sorseggiarla lentamente. 
Formato: 33 cl., alc. 8%, lotto 26/12, scad. 31/12/2015, pagata 5.00 Euro (gastronomia, Italia).

domenica 2 marzo 2014

Pleine Lune La Luna' cious

La Brasserie Artisanale de la Pleine Lune ve l'ho già presentata un mesetto fa, qui, in occasione della IPA chiamata Aubeloun; ed è proprio questa birra il punto di partenza di oggi. Parliamo di una collaborazione tra Benoit Ritzenthaler, birraio di Pleine Lune, e Marjorie Jacobi, birraia della Brasserie Le Paradis; quasi settecento sono i chilometri di distanza, visto che la prima si trova a sud (a 90 km da Avignone) e l'altro si trova nei dintorni di Nancy. I due birrai s'incontrano (da Benoit) e progettano una India Pale Ale che nasce dalle ricette dalla Aubeloun di Pleine Lune e della Sylvie' Cious, la IPA di Le Paradis. Le due birre si "fondono" nel nome (La Luna Cious) ed anche nell'etichetta: gli anfibi rossi sono gli stessi che trovate sull'etichetta della Sylvie' Cious, mentre sullo sfondo c'è una grossa luna piena.  In termini pratici tutto ciò si traduce in: malti pils, pale, vienna e carahell, zucchero, luppoli simcoe, east kent goldings, centennial e citra.
Si presenta di colore oro carico, velato, con piccole particelle di lievito in sospensione; la schiuma è biancastra, cremosa ed ha una discreta persistenza. L'aroma si apre con una lieve nota sulfurea che fortunatamente svanisce dopo alcuni minuti; troviamo pompelmo, arancio, mango, ananas e melone retato. 
Il naso ha una discreta pulizia ed una buona intensità, che però il gusto non riesce a mantenere. L'imbocco è maltato (pane) con qualche lievissima nota dolce di frutta tropicale che richiama l'aroma; ci sono soprattutto agrumi (pompelmo e limone) con il risultato di una birra non molto intensa ma decisamente secca e dissetante. Scorre molto velocemente in bocca, grazie ad un corpo leggero e ad una carbonazione abbastanza contenuta; chiude senza nessuna sorpresa, ricca di scorza di limone e lime, leggermente astringente. Più intensa al naso che in bocca, ma per la pulizia vale il discorso inverso; il risultato è una IPA un po' timida che però muove i passi nella direzione giusta. Bisognerebbe affondare un po' di più il piede sull'acceleratore, ma considerando il livello medio delle produzioni francesi, ancora abbastanza modesto, per una volta c'è un po' di soddisfazione a fine bevuta.
Formato: 33 cl., alc. 5.7%, IBU 54, lotto LLC2, scad. 19/07/2014, pagata 4.00 Euro (beershop, Francia).

venerdì 28 febbraio 2014

AleSmith Speedway Stout

Non sono molte le occasioni di bere AleSmith in Italia; alcune birre si trovano di tanto in tanto nei negozi, a prezzi abbastanza alti e, soprattutto per quel che riguarda le loro birre luppolate, c’è sempre l’incognita sulla freschezza. Il birrificio californiano viene fondato nel 1995 dall’ex-homebrewer Skip Virgilio e Ted Newcomb, e poi acquistato nel 2002 da Peter Zien, altro ex-homebrewer ed appassionatissimo beer-hunter. Tempo fa alla Alesmith proclamavano con orgoglio che tutti i dipendenti erano homebrewers; non so se sia effettivamente ancora così, visto che lentamente il birrificio sta crescendo e si sta espandendo. Resta il fatto che si tratta di uno dei migliori (leggete la parola come sinonimo di qualità) birrifici americani ed al mondo. La Speedway Stout nasce nel 1998, quando Skip Virgilio realizza una “tranquilla” stout (8% alc.) brassata con caffè, della quale ne furono prodotti due lotti e che – pare – non suscitò un particolare successo di pubblico.  La ricetta, ma più che altro il nome della birra, viene stravolta da Peter Zien 2001 (e dal partner Tod Fitzsimmons) nel 2011,  ispirati dalla Imperial Stout della Rogue; la birra viene irrobustita (12% alc.) e commercializzata per la prima volta nel 2002. Parte di quel primo lotto finisce anche in botte, diventando la prima birra barrel-aged mai prodotta da AleSmith.  
Apriamo una piccola parentesi, avventurandoci sui siti di beer-rating. Secondo Ratebeer è la  decima miglior birra al mondo (la sua versione barricata si piazza al numero 5), e vale la pena (?) notare che tra le  prime quindici birre al mondo ci sono ben dodici Imperial Stout; nella classifica delle migliori birre americane si piazza all’ottavo posto, mentre nella classifica della migliori imperial stout al mondo è al numero nove. Passiamo al più US-oriented Beer Advocate, dove per trovare la AleSmith tra le migliori birre al mondo bisogna scendere sino alla posizione 73; nella classifica di stile (American Imperial Stout) è invece al numero 6.  Oltre a diverse versioni barricate, della Speedway Stout ne sono state realizzate svariate variazioni, spesso disponibili solo in fusto e solo nella contea di San Diego.  Tra quelle che hanno ottenuto maggior consenso ci sono le versioni al Vietnamese Coffee ed al Kopi  Luwak; le differenze riguardano principalmente il tipo di caffè utilizzato, e l’aggiunta di ingredienti abbastanza classici per lo stile (cacao, bacche di vaniglia). Ma ci sono anche delle versioni abbastanza curiose, tra le quali mi piace ricordare quella “Ciliegia ed Amaretto”, “Nutella”, “Cetriolo e Zenzero”, “menta”, “zucca”. Restiamo fedeli alla versione base, che per chi vive dall’altra parte del mondo è già una gioia avere a disposizione, prodotta “solo” con l’umile caffè della Ryan Bros di San Diego. 
Nel bicchiere è maestosamente nera, con una testa di schiuma compatta, fine e cremosa, di color marrone scuro, dalla buona persistenza. Ha passato un anno e mezzo in cantina (e solo da poco Alesmith ha iniziato ad imprimere sulle bottiglie la data di produzione) ma l’aroma di caffè macinato è ancora dominante: tutto intorno ruotano sentori di cioccolato amaro, fruit cake, amaretto e brownie, con buona intensità e grande pulizia. Solo a temperatura ambiente emerge una nota etilica, che ricorda il rum. Se agli occhi è una delizia, il primo impatto con il palato è semplicemente devastante: birra massiccia e piena ma incredibilmente cremosa e vellutata. Poco carbonata, avvolge il palato con una  morbidissima coltre nera e tu inizi a domandarti dove siano i  dodici gradi (alcolici) dichiarati sulla bottiglia serigrafata. C’è opulenza di tostature e di caffè, di frutta sotto spirito (soprattutto prugna), caramello, cioccolato amaro e, più in secondo piano, una lievissima presenza di affumicato/cenere. L’alcool riscalda in maniera molto discreta, alzando un po’ il capo solo man mano che la birra si avvicina alla temperatura dell’ambiente; caffè e malti scuri portano una lieve acidità che prepara il palato ad un infinito retrogusto, summa di tutto quanto passato in rassegna sino ad ora: tostature, caffè, cioccolato, cenere e morbido calore etilico. Non la migliore imperial stout “annusata”, ma senz’altro una delle migliori mai bevute: potente e sontuosa, relativamente facile da bere; impressiona soprattutto per la  sua consistenza al palato, dove riesce ad essere solida ma incredibilmente vellutata e delicata al tempo stesso. La bottiglia da 75 cl. in solitudine è una missione più facile del previsto che però fa lascia il segno; è allora meglio rallentare, e richiudendola con cura e con gli strumenti adeguati, rimane una ottima birra anche il giorno successivo. A bicchiere vuoto sei completamente soddisfatto, ma anche avvolto da un un po' di tristezza: quando mai ti capiterà  di riberla? 
Formato: 75 cl., alc. 12%, lotto e scadenza non riportati, pagata 11.00 dollari (beershop, Stati Uniti)   

giovedì 27 febbraio 2014

Alpirsbacher Klosterbräu Ambrosius

Della  Alpirsbacher Klosterbräu si era già parlato in questa occasione; un birrificio di proprietà da quattro generazioni della famiglia Glauner ed adiacente al monastro di Alpirsbach. Le birre prodotte mantengono in evidenza il legame con la tradizione monastica, sia nel nome scelto ("Kleiner Monch", "il piccolo monaco") che nel logo, anche se le due realtà sono dal 1877 indipendenti. Accanto alla classica gamma di birre tradizionali tedesche (Helles, Pils, Zwickel, Dunkel, Weizen etc…) è da qualche anno stata realizzata anche la Ambrosius, un’alta fermentazione che, per mantenere ancora più vivo il legame con il monastero adiacente, viene prodotta con un lievito di tipo (belgian) Abbey di proprietà di Alpirsbacher.  E' venduta in un’elegante confezione con molta cura per in ogni dettaglio, con inflazionamento del prezzo di vendita che, sebbene non stupisca un birrofilo abituato ai prezzi italiani, risulta abbastanza caro per un tedesco che è abituato a pagare la birra al supermercato meno di due euro al litro:  bottiglia da 75 cl., elegante scatola di cartone (con apertura/finestra ad arco gotico), tappo di sughero con bella gabbietta dorata. All’interno, note di degustazione di un sommelier (sic) che la consiglia come aperitivo (se servita a 4° gradi  - sic !) o come alternativa al vino, ovvero “birra gourmet” (sic) intorno ai 10 gradi. La ricetta prevede inoltre malto di frumento, oltre a quello d’orzo (Klostermalz) mentre l’unico luppolo utilizzato è il Tettnang Tettnanger. L’aspetto è splendido, color oro antico, leggermente velato; la schiuma è bianca e cremosa, abbastanza generosa ma non molto persistente.  
Il naso è dolce, con sentori di biscotto, miele, zucchero candito ed una leggera speziatura (un po’ pepata) che effettivamente ricorda le “birre d’Abbazia” per antonomasia, quelle belghe; c’è anche una leggera ossidazione (cartone bagnato).  Anche in bocca non brilla per vitalità e freschezza: il corpo è medio, ma le bollicine sono troppo poche.  Miele, biscotto al burro, marmellata d’arance e frutta candita avvolgono il palato con una consistenza quasi oleosa; in sottofondo note di caramello, zucchero candito.  Buone sia l’intensità che il livello di pulizia, per una birra molto dolce che riesce comunque a non risultare mai stucchevole grazie ad un finale discretamente secco, con una leggera nota luppolata amaricante (mandorla) che “lava” il palato; a temperatura ambiente si percepisce anche in bocca una lieve ossidazione. Il retrogusto è dolce, di miele e canditi, con un morbido calore etilico, unica avvisaglia del alcool (7.7%) dichiarato in etichetta. Sontuosa nel bicchiere, grande cura nei dettagli della confezione: tanta apparenza, insomma, ma la sostanza non vale assolutamente il prezzo del biglietto. 
Formato. 75 cl., alc. 7.7%, IBU 31, lotto 2011, scad. 12/2017, pagata 8,99 Euro  (Supermercato, Germania).

mercoledì 26 febbraio 2014

Rogue XS Imperial Red

Purtroppo tocca ancora una volta ripetere un discorso fatto ad esempio in questa occasione, ma ne potrei citare molte altre, su birre americane che arrivano nel bicchiere in condizioni abbastanza disastrate. Ma almeno la birra in questione mi è stata regalata e non l'ho pagata. Prodotta per la prima volta dalla Rogue Ales, Oregon, nel 2008: Great Western Harrington, Klages, Hugh Baird Crystal, Black, Munich e Chocolate i malti utilizzati, oltre all’avena ed ai luppoli Willamette, Cascade e Chinook; il ceppo di lievito è invece proprietario. Arriva nella bottiglietta di dimensioni abbastanza inutili, secondo me, di 20 cl.; dopo tutto stiamo parlando di una Strong Ale (8.32% Alc.) e non di un barley wine da 12-13 gradi. Alle spalle, un dignitoso pedigree, sebbene sappiamo quanto siano da prendere con cautela i premi ottenuti ai concorsi: nel 2011 al World Beer Championships, medaglia di platino. Bronzo agli Australian International Beer Awards del 2010 ed oro alla World Beer Championships dello stesso anno.  Oro anche al Mondial de la Biere Fest di Montreal  del 2009. 
Solita bella bottiglia serigrafata in stile Rogue, e birra che si presenta di un colore ambrato opaco, con intense sfumature rossastre; alquanto modesta la schiuma, ocra, un po' grossolana e dalla persistenza breve. Il naso è molto dolce, con caramello, melassa, marmellata di agrumi, quasi frutta candita. Uno scenario pressochè analogo mi attende in bocca: le aspettative non erano certa di un mostro ultraluppolato o di una birra amarissima (58 gli IBU dichiarati), ma in questa mini-bottiglia manca quasi completamente qualcosa che bilanci l'avanzata del dolce. Tutto quasi bene all'inizio, con caramello/toffee e marmellata dolce, ma poi non c'è più nulla; anziché accelerare, la bevuta che già non spicca per intensità e pulizia si spegne lasciando una sorta di vuoto dove appare in lontananza, sola soletta, un remoto ricordo di note vegetali amare. La bassa carbonazione le toglie ulteriore vitalità, il corpo è medio e la bevuta non è certo quella che si definisce una bella esperienza. Al prossimo incontro, e che sia più fortunato.
Formato: 20 cl., alc. 8.32%, lotto e scadenza non riportati.