giovedì 3 aprile 2014

Brash Texas Exile

Ancora un incontro con una beerfirm, ieri in Belgio, oggi negli Stati Uniti. Anche se nel caso di oggi sembra trattarsi di una scelta inevitabile più che di una decisione personale. Ben Fullelove, nato in Inghilterra (Bournemouth) si è trasferito in Texas con i  genitori da quando era bambino. E’ titolare dal 2007 del  The Petrol Station, un bar con ottima selezione di craft beer a Houston, così chiamato perché situato nei locali che ospitavano in precedenza un distributore di benzina. Homebrewer, ha il sogno dichiarato di aprire un birrificio “prima di aver compiuto 40 anni”. Le leggi della Texas Alcohol and Beverage Commission che regolamentano la produzione e la somministrazione di bevande alcoliche birra non sono molto permissive; ne avevo accennato in questa occasione. Nel caso specifico a Fullelove, che possiede un bar, non è permesso di aprire un birrificio se non dopo aver venduto il bar. Nel 2012 il Petrol Station viene nominato tra i migliori 100 bar americani dove bere birra dalla rivista Draft; il “buzz” mediatico che ne consegue porta Fullelove a conoscere Garrett Oliver (Brooklyn),  Greg Koch (Stone) e soprattutto Mikkeller  e Gregg Berman di Clown Shoes.  E’ proprio quest’ultimo ad assaggiare le produzioni casalinghe di Fullelove ed a convincerlo a contattare la Mercury Brewing di Ipswich (Massachusetts) dove Clown Shoes, altra beerfirm, produce. Considerata l’impossibilità di avviare la propria beefirm in Texas, Fullelove porta le proprie ricette in Massachusetts (a 3000 km di distanza!)  e crea il proprio marchio Brash Beer; curiosamente, non può tutt’ora vendere le proprie birre nello stato in cui risiede. 
Tutti questi discorsi sono tuttavia già obsoleti, perché nel giugno del 2013 la restrittiva legge Texana  sugli alcolici è stata finalmente alleggerita e Ben ha già avviato la progettazione di aprire a Houston la Brash Brewing Co., in un magazzino di 1200 metri quadri ed con un impianto da 30 barili, inclusa una linea per la messa in lattina della birra. Non sarà più necessario vendere il bar. Nel 2013 Ratebeer nomina la Brash come  “ Best new brewery” dello stato del Massachusetts. 
Di certo Brash non è specializzato in "session beers"; Fullelove dichiara di produrre le birre che a lui piacerebbe bere, ma basta dare un'occhiata a quelle in produzione stabile per rendersi conto che si tratta di birre abbastanza impegnative, che vengono oltretutto proposte nel generoso bomber (65 cl.): c'è Smoglifter, una Imperial Chocolate Milk Stout (10%), Item Nine (IPA, 9%), The Bollocks (Double IPA, 12%), Hot Fuzz, Imperial Porter barricata in botti di Bourbon (11,5%) e Texas Exile, che vado a stappare, una Imperial Brown Sugar Oatmeal Porter (10.5%). Tutte splendide  le etichette, disegnate da Ben stesso, che "rappresentano quello che facciamo: sono un po' punk, un po' anti-establishment, con una buona dose di umorismo". Evidente l'autoreferenzialità del nome scelto, "l'esilio texano", di un birraio che è costretto a produrre le proprie birre a migliaia di chilometri di distanza: un poliziotto inglese sorride su di un  triciclo mentre passa sorridente davanti ad un gruppo di poliziotti che controllano il confine del Texas. Sembra quasi voler dire: restatevene pure lì all'interno del vostro confine, con le vostre leggi antiquate; noi, qui fuori, ce la stiamo spassando.
E' una birra maestosamente nera, impenetrabile dalla luce: la schiuma beige, fine e cremosa, è di buona grandezza e molto persistente. Il naso offre un ottimo benvenuto, molto pulito ed intenso, con caffè macinato, orzo tostato, lievi sentori di frutta sotto spirito (prugna ed uvetta), fruit cake, alcool e una leggera affumicatura. Non è da meno l'approdo al palato: birra piena, poco carbonata e molto morbida e cremosa, quasi vellutata, avvolgente. Grande intensità anche nel gusto, con una notevole quantità di caffè e di tostature ed intermezzi di caramello, cioccolato amaro e frutta sotto spirito. L'alcool si sente, riscalda e potenzia la bevuta senza eccessi o poco gradevoli estremismi. Non c'è molta complessità, non ci sono molti altri elementi in gioco ma sono pulizia ed intensità a rendere questa Texas Exile un'ottima birra da sorseggiare in tutta calma. Chiude amara di tostature, con una sensazione quasi "polverosa" di caffè macinato, lunghissima, e qualche lieve nota di affumicato e di tabacco. Formato decisamente esagerato, con alcool e prezzo (italiano) che consigliano la condivisione con uno o più compagni di bevuta. L'etichetta recita "ale brewed with coffee" ed il caffè è l'assoluto protagonista di questa birra solidissima, nera come la pece all'aspetto e nel gusto. Non è senz'altro adatta per la colazione, ma decisamente appropriata per un dopocena e per andare a letto con il sorriso stampato sulla bocca.
Formato: 65 cl., alc. 10.5%, scad. 12/2016, pagata 22.20 Euro (beershop, Italia).

mercoledì 2 aprile 2014

La Corne du Bois des Pendus La Triple

La Brasserie d’Ebly  è (attualmente) una beerfirm belga nata nel 2010 per volere di  Gaëtan Patin, una passata esperienza alla Brasserie de Geants (ovvero  Ellezelloise e  Brasserie de Legends);  è proprio a questo birrificio che si appoggia per la produzione delle birre, che sono due, entrambe commercializzate con il nome La Corne du Bois des Pendus: una Blonde Ale (5.9%) ed una più sostenuta Tripel (10%). Lo status di beerfirm pare essere solo temporaneo, visto che nello scorso agosto Patin annunciava di essere ormai prossimo all’inaugurazione dei propri impianti produittivi. Se ciò sia già avvenuto, non sono riuscito a capirlo. Lo strano nome delle birre (letteralmente “il corno di legno dell’impiccato”) fa riferimento alla leggenda di Cornelius.  Copio ed incollo quanto riportato sul sito multilingua del birrificio: “leggendario mastro birraio del XVII secolo, Cornélius doveva la sua grande fama e fortuna alla straordinaria birra che produceva. Cornélius era l’unico a conoscere la ricetta della sua birra e la celava gelosamente, con sommo dispiacere degli altri birrai della zona. Molti tentarono di imitare questa birra straordinaria, ma nessuno ci riuscì. Purtroppo però, il 13 febbraio 1636, un venerdì nefasto, una terribile orda di briganti sanguinari arrivò nella zona e massacrò uomini, donne e bambini. Nessuno sopravvisse alla strage. Molti furono impiccati agli alberi del bosco che si trovava ai margini della zona del massacro. Per fortuna, poco prima di essere catturato dagli spietati mercenari, Cornélius riuscì a sotterrare la sua ricetta segreta ai piedi di una grande quercia. Nessuno ancora oggi conosce il luogo in cui venne nascosta la ricetta, che non è mai stata trovata. Ma da quel giorno, lo spettro di Cornélius abita la foresta in cui furono impiccati gli sventurati. Egli appare con la corda ancora intorno al collo, sussurrando incessantemente queste parole: “A chiunque berrà la birra de La Corne du Bois des Pendus dicendo “GLORIA AL CORNO, A CORNÉLIUS E A TUTTI GLI IMPICCATI, ALLA SALUTE SENZA PIETÀ” sarà concessa la vita eterna”. E ancora:  “il luogo chiamato “La Corne du Bois des Pendus” deve il suo nome a un tragico evento accaduto nel XVII secolo, durante la terribile Guerra dei trent’anni. Nel febbraio del 1636 giunsero nel Sud del Lussemburgo delle truppe polacche, croate e ungheresi inviate dalla Germania contro la Francia. Credendo di trovarsi in Francia, le truppe iniziarono a saccheggiare tutti i villaggi della zona. Braccarono quindi la popolazione che si era rifugiata nella foresta di Anlier. Fra La Folie e la frazione di Rodenhoff, dove la foresta forma un corno, le truppe impiccarono un centinaio di persone fra uomini, donne e bambini. In loro omaggio, questo luogo si chiama adesso La Corne du Bois des Pendus.”   
Più che la leggenda, quello che fortemente caratterizza l’immagine del birrificio è tuttavia l’insolito bicchiere, sostenuto da un supporto di legno, a ricordo dei corni di animali che venivano un tempo utilizzati per bere: vi ricordate di Astérix e di Obélix ?  L’idea non piacque molto ad un altro birrificio che commercializza una birra molto legata al bicchiere che l’accompagna: si tratta di Bosteels, e la birra in questione è ovviamente la Kwak. Nell’ottobre 2010 Bosteels porta in tribunale Gaëtan Patin accusandolo di copiare ovviamente non tanto il “bicchiere della staffa” ma soprattutto la combinazione con il supporto in legno sul quale si poggia. Il caso si risolve due mesi dopo (forse in Italia ancora se ne starebbe dibattendo?) e a dicembre la Brasserie d’Ebly  viene (giustamente, secondo me) autorizzata a continuare ad usare il suo corno di vetro. E la sostanza ?  E’ questa La Corne du Bois des Pendus La Triple,  vincitirce di una medaglia d’argento alla World Beer Cup di Strasburgo del 2011;  inutile continuare a sottolineare la relativa valenza delle medaglie ai concorsi, ma devo ammettere che tra le mani mi sono capitate diverse birre medagliate a Strasburgo e la maggior parte si è poi rivelata essere abbastanza poco interessante. Purteoppo questa  « La Triple »  conferma la tradizione non proprio positiva.  
Molto gradevole alla vista, di un bel color dorato, appena velato, ed una compatta e cremosa schiuma bianca, molto persistente. L'aroma è però abbastanza sotto tono: poco intenso, offre qualche sentore di arancia "fresca", marmellata d'arancia ed una evidente presenza etilica. Piuttosto lieve invece, per non dire impercettibile l'impronta  "speziata" del lievito belga. In bocca rivela un corpo medio ed una carbonazione molto elevata, che la rende vivace e forse vorrebbe anche aiutare ridurre la percezione dell'alcool. Il risultato non è però completamente efficace, perché la bevuta procede abbastanza a rilento proprio a causa dell'evidente presenza etilica; ma neppure il sorseggiare è particolarmente piacevole: ci sono note di biscotto e di miele, zucchero a velo ed una presenza abbastanza dimessa di frutta gialla (albicocca e pesca). Benché dolce, riesce comunque a lasciare il palato secco e pulito, con un retrogusto timidamente amaro (scorza d'arancio, erbaceo) e caldo, spiccatamente etilico. Con o senza bicchiere a corno, il risultato è discreto ma noioso, poco coinvolgente; la bevibilità è abbastanza modesta, l'alcool è invece troppo in evidenza. 
Formato: 33 cl., alc. 10%, lotto L101, scad. 10/2015, pagata 1.95 Euro (beershop, Belgio).

martedì 1 aprile 2014

Birrificio Settimo Prius eXXtra

Secondo incontro con il Birrificio Settimo, del quale si è parlato in modo abbastanza dettagliato solo qualche settimana fa; dopo l'ottima Prius, il secondo appuntamento non poteva che essere con la sua sorella maggiore, ovvero la  Prius eXXtra. Le due "XX" non sono ovviamente casuali e gli appassionati birrofili verranno immediatamente spinti a pensare ad altre due "X" celebri, quella della XX Bitter di De Ranke.  Ne circola qualche fusto nell'estate del 2012, quando la birra sembra essere ancora una one-shot che ben presto (febbraio 2013 ?) entra però in produzione stabilmente. 
All'aspetto è di colore arancio, abbastanza velato, con un generoso cappello di schiuma bianca, compatta, quasi pannosa, molto persistente. Il naso è fresco e pungente, con l'evidente matrice del lievito belga e della sua delicata speziatura; c'è un tocco erbaceo e soprattutto molta frutta, dagli agrumi (lime, arancio) alla frutta gialla (pesca e albicocca) con qualche accenno di marmellata d'arancia. Molto bene sia per pulizia che per intensità. 
La vivacità dell'aroma si riversa subito anche in bocca, con una birra (forse un po' troppo) carbonata, dal corpo medio, che punge subito il palato con le bollicine e con l'amaro del luppolo. 
C'è una discreta base maltata (pane), una parte centrale fruttata leggermente sciropposa (arancio, pesca ed albicocca) ma è una sorta di trampolino di lancio per un finale intenso caratterizzato da una luppolatura decisa e soprattutto erbacea, con qualche sfumatura che richiama la scorza di limone/lime. Molto secca, lievemente astringente, e molto dissetante, ha una bevibilità nettamente inferiore alla sua sorella minore Prius, anche se migliora lasciandola nel bicchiere a sfogare un po' le bollicine. Pulita, profumata e ben fatta, la eXXtra di Settimo si colloca in quella categoria (Belgian Bitter, o Belgian Ale generosamente luppolate) che vede XX Bitter e Zinnebir  come i più noti rappresentanti. Poco importa se ne sia un tributo o se a queste si sia solo ispirata, il risultato tiene sicuramente il passo delle più famose straniere e sarebbe interessante (e chissà che in futuro non accada sul blog) proporne un confronto alla cieca. Tra Prius "normale" e Prius eXXtra la mia preferenza personale va alla prima, ma se cercate una luppolatura più generosa ed una birra che evapori un po' più lentamente dal bicchiere, allora le due XX fanno per voi.
Formato: 33 cl., alc. 6.5%, IBU 70, lotto 05113, scad. 12/2014, pagata 3.90 Euro (beershop, Italia).

lunedì 31 marzo 2014

Brew Wharf Reserve

Il 23 Luglio 1999  Vinopolis apre le porte a Londra, situato sotto le arcate del treno, ad un tiro di schioppo da London Bridge e dal trendy Borough Market; si tratta uno spazio espositivo-commerciale (10.000 mq) realizzato dalla Wineworld London e completamente dedicato al mondo del vino:  esperienze formative-gustative, esibizioni, degustazioni, ristoranti ed ovviamente un negozio dove fare acquisti. Col tempo – ed è questo il motivo per cui si parla di Vinopolis su un blog di birra – le degustazioni e gli eventi vanno oltre il vino, coinvolgendo anche cocktails e distillati. Nelll’ottobre del 2005 si aggiunge anche un brewpub, chiamato Brew Wharf, ideato dai ristoratori e proprietari di ristoranti stellati Claudio Pulze (Aubergine e Cantina) e  Trevor Gulliver  (St John Restaurant a Smithfield),  con l’aiuto iniziale di Alastair Hook (Meantime) che installa e mette in funzione l’impianto da 8 ettolitri. Le birre sono inizialmente rispettose della tradizione anglosassone  e si basano sulle antiche ricetta della defunta Anchor Brewery  ma – leggo in giro – non proprio memorabili; la svolta avviene nel 2010 quando le ricette vengono completamente stravolte (ovvero americanizzate) da tre homebrewers:  Phil Lowry, Angelo Scarnera e Steve Skinner (immagino solo un omonimo del titolare del birrificio in Cornovaglia).  Phil Lowry nel 2011 è tra gli organizzatori della London Brewers Alliance:  il primo meeting inaugurale, nel 2011, si tiene proprio al Brew Wharf.   Angelo Scarnera rimane poi come unico birraio permanente, anche se viene occasionalmente affiancato da Phil e Steve che si dilettano anche a produrre birre con il marchio Saints & Sinners; la produzione viene comunque assorbita quasi per intero dal brewpub e dal consociato locale Beehive, ma occasionalmente vengono anche prodotti e distribuiti qualche bottiglia e qualche fusto.  
Non mancano ovviamente le collaborazioni,  ed ai più attenti birrofili (o beer geeks) italiani il nome Brew Wharf non suonerà nuovo, visto che nel 2011 a Londra nasce la Space Invader, una IPA “chiara” brassata assieme a Bruno Carilli di Toccalmatto; la birra viene poi replicata in italia, questa volta in versione “scura”, diventando la B Space Invader
Nel 2012 viene Brew Wharf commercializza la prima birra in bottiglia, e si tratta proprio di questa “Reserve”; il brewpub non dispone di una linea d’imbottigliamento, che per l’occasione viene fatto a  The Kernel.  La birra arriva appena prima della chiusura del locale durante le Olimpiadi di Londra del 2012, quando tutta la struttura Vinopolis diviene parte della USA Team House, ospitando gli atleti americani ed i loro familiari. 
Mille bottiglie prodotte, generosa luppolatura di Columbus, Centennial, Simcoe e Citra, aggiunta di caffè Coleman (proveniente dal vicino Borough Market) e lattosio. Una imperial porter, secondo Ratebeer; una english strong dark ale secondo l'etichetta: è completamente nera, senza che nessun raggio di luce riesca a penetrarla. La schiuma è beige, molto compatta e fine, solida, cremosa e molto persistente: aspetto sontuoso ed invitante. Al naso c'è un mix di agrumi (arancio, pompelmo), cioccolato amaro e caffè, liquirizia; il risultato è una sorta di chocolate fuit cake, potenziato da una lieve presenza di alcool. L'aroma è forte e pulito, molto invitante, e le conferme arrivano sin dal primo sorso: birra vellutata, morbidissima e cremosa, dal corpo medio-pieno e molto poco carbonata, che avvolge la bocca con una calda coltre ricca di caffè e di tostature. La bevuta prosegue con un intermezzo dolce, di agrumi canditi, per poi ritornare su territori oscuri nel finale di caffè, cioccolato amaro e liquirizia. E' una birra che rischia, mettendo in gioco a forte intensità sia la generosa luppolatura americana che la solida base di malti scuri: il pericolo di collisione/repulsione è alto, ma il mix risulta alla fine convincente e coinvolgente, anche grazie alla grande pulizia ed intensità dei singoli elementi in gioco. Ci sono quei richiami al fruit cake tipici delle migliori (imperial) stout anglosassoni, ma invece dei frutti di bosco troviamo gli agrumi portati in dote dai luppoli americani. Il risultato è un vortice di sensazioni dolci (canditi) ed amare (cioccolato, caffè), di alcool stemperato dall'acidità dei malti scuri, con un'amalgama che tiene alla distanza, appaga e convince nel lento sorseggiare. Il finale è morbido e caldo, appagante ed etilico, ricco di caffè, cioccolato amaro, liquirizia ed un delicato warming etilico. La scommessa è vinta, il bevitore è soddisfatto e questa Reserve è davvero una gran bella birra.
Formato: 33 cl., alc. 9.5%, lotto 2012, scad. non riportata, prezzo 5.06 Euro (beershop, Inghilterra).

sabato 29 marzo 2014

The Bruery Saison de Lente

Seguite questo consiglio, se vi capiterà di dover accompagnare la vostra famiglia a Disneyland (California, non Parigi) e già tremate al pensiero di dover passare almeno mezz'ora in fila prima di poter salire su qualsiasi attrazione. Con la scusa che i parcheggi sono situati abbastanza lontano dall'ingresso (fate finta che le comode navette non esistano) accompagnate in macchina moglie e figli sin davanti all'entrata dei cancelli; girate la macchina, dite loro che andate a parcheggiare e che li raggiungerete al più presto all'interno del parco. Voi dirigetevi verso che gli enormi parcheggi multipiano, ma poi tirate dritto, e guidate verso nord-est, in direzione Placentia, Orange County.  In soli dieci minuti sarete davanti a The Bruery; il piano sarebbe perfetto non fosse che la tasting room del birrificio apre, nella migliore della ipotesi (nei weekend), non prima di mezzogiorno.
Viene fondato nel 2008 da Patrick Rue, un giovane studente di legge che si dilettava con l'homebrewing nel garage della casa che la Santa Clara University aveva dato a lui e a sua moglie Rachel; già da tempo appassionato di "craft beer", si faceva notare per presentarsi alle feste universitarie, dove tutti bevevano le solite lager industriali, con un paio di growler di birra da lui prodotta. Terminati gli studi, Patrick cerca un lavoro in diversi studi legali, senza successo; l'alternativa sarebbe lavorare assieme al padre (un agente immobiliare), ma il sogno che inizia ad ossessionarlo sempre di più è quello di aprire un suo birrificio. Lentamente ai colloqui di lavoro preferisce le visite agli altri birrifici della California (Russian River, Lost Abbey, Stone)  in cerca di idee e di consigli pratici che possano aiutarlo. Greg Koch, fondatore di Stone, rammenta di essere rimasto molto colpito dalla chiarezza d'intenti e dalla precisione del business plan che Patrick Rue gli stava illustrando. 
Senza nessuna esperienza come birraio professionista, Patrick e la moglie Rachel decidono di farsi aiutare dall'amico Tyler King. Tyler, che aveva anche lui appena terminato il college, lavorava da quando aveva diciotto anni la sera in un brewpub e conobbe Patrick frequentando un club di homebrewers del quale questi era il vice presidente.
Potete ancora oggi percorrere la storia del birrificio sul blog di Patrick che, a partire dal 2007, rende pubbliche tutte le fasi antecedenti all'apertura, dalla ricerca della location all'acquisto dell'impianto, dalla richiesta dei permessi necessari alla scelta del tipo di birre da produrre. Il blog è ovviamente in inglese, ma vi consiglio davvero di passarlo in rassegna per riviere, a distanza di tempo, la nascita e lo sviluppo del birrificio californiano.
Il primo fusto di birra viene venduto nel maggio del 2008; per l'occasione The Bruery (il nome è un riuscito incrocio tra il cognome Rue e la parola "brewery") decide di organizzare un concorso per homebrewer, e di produrre la birra vincitrice come prima birra ufficiale: la motivazione, secondo le parola di Patrick, era che "sicuramente avremmo commesso degli errori e la birra sarebbe venuta male; volevamo quindi debuttare con una one-shot che non fosse poi mai più ripetuta". La birra è la Levuds, una strong ale dall'ABV molto sostento (11% !) che - raccontano - aveva però una grandissima bevibilità. La quantità prodotta viene sorprendentemente venduta tutta nel giro di quattro mesi, anche grazie al seguito del blog di Partrick che era diventato molto popolare nella comunità degli homebrewers e degli appassionati di birra.  "Ma adesso - ammette Rue - probabilmente la stessa quantità di birra finirebbe in quattro giorni". 
The Bruery  è dunque un birrificio guidato da giovani ragazzi, che nel giro di dodici mesi passa da tre a dodici dipendenti; contrariamente alla maggior parte dei suoi colleghi californiani,  Rue si focalizza soprattutto su birre ispirate dalla tradizione belga, piuttosto che sulle luppolatissime IPA tipiche della West Coast. Il birrificio diviene famoso per produrre saison e soprattutto una serie di birre acide ed invecchiate in botte che diventano (quasi) oggetto di culto, come la Black Tuesday, una imperial stout invecchiata in botti di bourbon che viene prodotta una volta l'anno. Nel 2010 The Bruery apre The Provisions, un negozio nel centro di Orange che offre una selezione di specialità alimentari, formaggi e cioccolata, da consumare in loco in abbinamento alle birre; per il negozio viene creata un'apposita linea di birre, chiamata The Provisional Series, in vendita solo in loco. The Provisions viene chiusa ad inizio 2013, quando Rue dichiara di volersi meglio concentrare sul birrificio piuttosto che in progetti paralleli; nello stesso periodo viene anche inaugurata una più ampia e rinnovata tasting room all'interno di The Bruery.
Dopo tutte queste parole è venuta l'ora di bere; siamo in primavera, quale migliore occasione per stappare una bottiglia di Saison de Lente, ovvero "Saison di Primavera", una delle tante birre stagionali che The Bruery produce. Debutta nel 2009, e la ricetta prevede l'aggiunta di brettanomiceti. Questa bottiglia è stata prodotta a fine 2012, ed è di un bel colore arancio pallido, opaco: la schiuma è bianca e generosa, compatta e fine, cremosa, con una buona persistenza. La primavera è ufficialmente arrivata da pochi giorni e l'aroma è in un certo senso il benvenuto che la stagione ci porta: forte, elegante e molto pulito, con sentori floreali, una lieve nota pepata e poi tanta frutta, come albicocca ed arancia, pera e banana, con una lieve acidità a bilanciare la note più dolci. E' fresca e vivace anche in bocca, con un corpo leggero ed una carbonazione media: troviamo crosta di pane, albicocca e pesca, con di nuovo un perfetto equilibrio tra le dolci note di frutta ed una leggera acidità. Chiude secca con una nota amaricante terrosa, ed è una saison intensa ma molto facile da bere al tempo stesso; dissetante e rinfrescante, come nella tradizione vallona, ma dal carattere più borghese che popolare. E' più elegante che rustica, è più gourmet che contadina (anche nel prezzo ed anche negli USA), quasi impercettibilmente sfiorata dalle note tipiche dei brettanomiceti; leggermente "tart", quasi per niente "funky", per dirla all'americana. Rimane comunque un'ottima bevuta, e se non fosse per il prezzo e se costasse quanto una Saison Dupont,  ce ne sarebbe da fare scorta all'inizio di ogni primavera.
Formato: 75 cl., alc. 6.5%, lotto 757, imbott. 18/12/2012, scad. 12/2014, pagata 13,49 Euro (beershop, Italia;  9.99 dollari prezzo consigliato negli USA).

venerdì 28 marzo 2014

L'Agrivoise Vue sur l'Amer

Nuovo appuntamento settimanale con la Francia e la sua piccola "craft beer revolution"; questa volta ci si sposta nel dipartimento dell' Ardeche, a  Saint Agrève (120 km a sud ovest di Lione, ai confini del parco naturale dei monti dell'Ardeche) dove ha sede la Micro Brasserie L'Agrivoise. Parte la solita difficile ricerca d'informazioni sui microbirrifici francesi che spesso non hanno sito internet o sono molto restii nel presentarsi; L'Agrivoise per lo meno ha una casa virtuale (sito internet): fondato nel 2008 dai coniugi Xavier Clerget e Baptistine Fambon, ha colto a Novembre del 2013 l'occasione di acquistare un terreno adiacente agli impianti per intraprendere una profonda ristrutturazione che, proprio in questo periodo, dovrebbe offrire oltre a locali più grandi dove produrre birra, anche una sorta di bar dove poterle bere ed un piccolo punto vendita. Il birrificio è anche uno dei pilastri fondatori del FHL, Front Hexagonal de Liberation del quale vi ho parlato in questa occasione.
Vue sur L'Amer viene curiosamente definita una APCA - Pale Ale Anti-colonialista, in risposta allo stile (India Pale Ale) che si riferisce proprio al periodo storico delle colonie (inglesi) verso le quali queste birre venivano esportate. Malti Pale, Munich e Caramunich, ed un bouquet di luppoli che però ignora la madrepatria inglese: centennial, citra, cascade, summit e nelson sauvin.
Si presenta di color ambrato velato, con una schiuma biancastra, cremosa, dalla buona persistenza. L'aroma non è certo esplosivo ma d'intensità abbastanza scarsa, pur mostrandosi ancora discretamente fresco e pulito: l'armata di luppoli messa in campo regala però solo qualche sentori di agrumi (mandarino ed arancia), floreali e qualche sfumatura di miele, caramello e marmellata d'arance. Si guadagna la sufficienza. In bocca perde un po' di pulizia ma guadagna in intensità: biscotto e caramello costruiscono le fondamenta sulle quali s'innalza la parte luppolata (arancia e pompelmo), con un finale amaro dove convivono note erbacee, terrose e di pompelmo. La bevuta è però (come nel caso di altre birre francesi bevute) abbastanza pesante, con una presenza inopportuna dei lieviti; il corpo è medio, la carbonazione media, la consistenza è acquosa ma la birra non scorre agevolmente come potrebbe e vorrebbe. Non ci sono evidenti off-flavors, la birra è complessivamente discreta anche se un po' grezza, poco elegante e poco pulita in bocca; e sebbene anche la chiusura amara non brilli particolarmente per eleganza e finezza, rispetto alle ultime bevute francesi è sicuramente un passo in avanti.
Formato: 33 cl., alc. 6.4%, IBU 68, scad. 20/06/2015, pagata 4.00 Euro (beershop, Francia).

giovedì 27 marzo 2014

Manerba Hop’n’Roll


Viene “rinominata" Hop’n’roll ad aprile 2013, l’American Pale Ale del  birrificio bresciano Manerba. La ricetta prevede luppoli provenienti dalla Willamette e della Yakima Valley, in particolare Chinook, Columbus, Amarillo e Simcoe; anche il ceppo di lievito è americano (propagato poi  in Italia)  mentre i malti sono invece inglesi: Pale Ale, Cara Vienna, Melanoidin, Cara Monaco e Crystal.   Nel bicchiere arriva un po’ troppo esuberante, con la schiuma che riempie quasi completamente la pinta ed obbliga ad una discreta attesa per poter rabboccare; il colore è ambrato scarico, riflessi ramati, velato.  La testa di schiuma è bianca e pannosa, molto persistente. La bottiglia ha probabilmente già diversi mesi sulle spalle (scadenza 08/2014) ma l’aroma è ancora abbastanza fresco e  gradevole; ci sono sentori di mandarino, arancio, con qualche lieve sfumatura floreale e di pesca. In bocca è molto, troppo carbonata e le bollicine in eccesso disturbano sia la bevuta che la percezione del gusto, altrimenti pulito e dalla buona intensità:  base maltata di biscotto e lieve caramello, con un bel profilo fruttato di agrumi (arancio) e di pesca. Elegante è anche il finale, amaro, dove convivono note erbacee e di scorza di agrumi. La bottiglia in questione s’inizia a gustare però con soddisfazione solo dopo diversi minuti, quanto la carbonazione si è un po’ attenuata e la Hop’n’Roll scorre con la velocità e la leggerezza che fa parte del suo DNA. In estate, dopo una giornata di sole passata sulle rive del Lago di Garda, il birrificio Manerba offre un’ampia gamma di basse fermentazioni d’ispirazione tedesca da bere in grande quantità; questa American Pale Ale rappresenta una valida alternativa dissetante (ad alta fermentazione), agrumata e profumata,  ben fatta e bilanciata, da bere in eguali (grandi) quantità. Il birrificio la consiglia in abbinamento a secondi piatti saporiti, carne al forno e alla brace, salumi e formaggi stagionati. 
Formato: 50 cl., alc. 5%, scad. 10/08/2014.

mercoledì 26 marzo 2014

Partizan Stout FES

Eccoci al quarto appuntamento con il birrificio londinese Partizan, presentato in questa occasione e guidato da Andy Smith, che utilizza il vecchio impianto dismesso da The Kernel. Impossibile parlare di Partizan senza elogiare le sempre splendide etichette disegnate da Alec Doherty; sebbene il sito del birrificio sia abbastanza avaro d'informazioni, se si esclude un bel video narrativo, è sempre un piacere passare in rassegna tutte le creazioni di  Doherty che si diverte a combinare lettere antropomorfe per formare il nome dello stile delle birra. Per l'occasione di questa FES, ovvero Foreign Export Stout, braccia e uomini muscolosi si intrecciano per dare forma a  S T O U T.
Brassata (sembra) con una lista semplice di malti (pale, brown e roasted barley) e nessun altro ingrediente aggiuntivo, anche se dopo averla bevuta giureresti su qualche generosa manciata di caffè.
Di aspetto praticamente nera, forma una schiuma non particolarmente grande ma fine e compatta, cremosa, di colore beige chiaro. Discreta la persistenza. Al naso c'è tanto, tantissimo caffè, sia macinato che liquido; seguono sfumature più leggere di cioccolato amaro, brownie, leggero tabacco, liquirizia. 
Lo stesso scenario viene riproposto anche in bocca, con una generosissima dose di caffè liquido accanto a note di tostatura, amare, abbastanza intense; a spezzare la monotonia ci sono solo delle sfumature di prugna sotto spirito e liquirizia. Il corpo è medio, la carbonazione è bassa e la consistenza è più sul versante acquoso che sul cremoso. Come in una buona tazza di caffè, c'è una buona acidità che emerge sul finale della bevuta, appena prima del lungo retrogusto amaro, che chiude il cerchio proprio dove era iniziato, ovvero l'aroma: caffè, brownie, tostature, tabacco.
Questa FES non è esattamente il manifesto dell'eleganza, per quel che riguarda il caffè e le tostature, ma è comunque una bevuta molto, molto intensa e pulita che si consuma senza grande impegno, mascherando bene il rilevante contenuto alcolico. A rallentare un po' la bevuta sono piuttosto l'elevato amaro delle tostature e la forte presenza di caffè. Birra solida e ben fatta, anche se sino ad ora Partizan mi sembra convincere meglio sulle birre "chiare" rispetto a quelle scure, limitatamente alle poche assaggiate.
Formato: 33 cl., alc. 8.6%, lotto 12/03/2013, scad. 12/03/2016, pagata 4.41 Euro (beershop, Inghilterra).

martedì 25 marzo 2014

Struise Sint Amatus 12 2010

E' un'aggiunta abbastanza recente nel catalogo De Struise, questa Sint Amatus 12; viene infatti alla luce nel 2012, come una specie di tributo alle proprie radici, quel paese di Oostvleteren (l'unico in Belgio) che ha come patrono Sint Amatus o, in francese, Saint Aimé. Trattasi di un monaco nato a Grenoble intorno al 560- 570, che entrò da giovane nel monastero di Saint Maurice d'Agaune, in Svizzera, e divenne - pare - vescovo di Sion. Nella sua vita fondò due monasteri in Francia prima di ritirarsi a vivere gli ultimi anni della sua vita in una sorta di pozzo all'interno di una grotta, da eremita, nutrendosi solamente di quello che i suoi fratelli calavano dall'alto con l'aiuto di una corda. 
La birra nasce nel periodo (2009) in cui gli Struise, ancora senza impianto proprio, stavano programmando la costruzione del proprio birrificio; una birra benaugurante, o una sorta di "voto" per far sì che tutto andasse bene. Ma quel "12" posto proprio dopo il nome della birra fa inevitabilmente pensare alla "12" per eccellenza, a quella Westvleteren che viene prodotta a pochissimi chilometri di distanza di Oostvleteren.
L'etichetta  non passa certamente inosservata, nella sua dissacrante bruttezza; disegnata dallo Struise Carlo Grootaert, sembra sia nata come sarcastica reazione alla critica ricevuta da un giornalista canadese che aveva definito gli Struise come "un gruppo di bastardi dediti all'autopromozione". I birrai decidono allora di raffigurarsi come dei veri e propri santi, in una sorta di icona religiosa che vede Peter a sinistra, Urbain in alto nelle vesti di dio, Carlo al centro come una sorta di patriarca e Phil alla sua sinistra. Non cercherò di decifrare l'iconografia dell'etichetta ed i simboli in essa contenuti, come il ramo di ulivo (simbolo della pace), il libro delle scritture e quelle tre dita alzate dal "santo" a sinistra che alludono al dogma della Trinità.
Meglio berci sopra, con questa Quadrupel (o Belgian Strong Ale, se non si vuole considerare le "Quad" come uno stile) che viene invecchiata in botti di bourbon di Labrot & Graham provenienti dal le distillerie Woodford Reserve, Kentucky, USA. 
Vintage 2010, quindi si tratta di uno dei primi lotti prodotti dagli Struise. E' di un bellissimo color marrone scuro, con splendide ed intense sfumature rossastre; la schiuma è ancora in ottima forma, biancastra, abbastanza fine e cremosa, con una buona persistenza. Anche l'aroma è ancora forte, con una ricca presenza di frutta secca (uvetta, fichi, datteri), prugna sotto spirito, zucchero candito, marzapane, amaretto ed anche qualche lieve nota metallica. E' una birra che ti fa immediatamente domandare dove sia finito il contenuto alcolico (10.5%) dichiarato in etichetta: corpo più verso il medio che il pieno, pochissime bollicine, è morbida in bocca e si sorseggia con sorprendente facilità. Dopo quattro anni non ci sono praticamente segni di ossidazione, mentre il gusto è spiccatamente dolce e ricco di frutta che richiama l'aroma: datteri, uvetta e prugna. Ci sono anche note di biscotto speziato, fruit cake ed un finale lievemente astringente, con una punta amara di radice. Ben lontana dalla complessità delle migliori "quadrupel" (purtroppo non riesco a evitare il paragone con la Rochefort 10)  è una birra molto dolce che sembra addirittura "troppo" leggera rispetto all'alcool che dovrebbe portare in dote; manca quel calore etilico che ti aspetteresti di trovare un sottofondo, quelle fondamenta sulle quali si posano poi tutti gli altri elementi. Un po' di tepore in verità arriva, ma è solo a fine corsa, quando la birra è già passata per l'esofago; il livello qualitativo è alto, si tratta comunque di un bel bere che però tende a battere sugli stessi tasti (uvetta-prugna-dattero), senza molta fantasia o sorprese ed un po' avaro di emozioni.
Formato: 33 cl., alc. 10.5%, lotto B,  scad. 09/2015, pagata 5.50 Euro (beershop, Italia).

lunedì 24 marzo 2014

Turan Dry Hard 2

Risale ad oltre un anno fa l'ultimo incontro con Birra Turan; il birrificio della Tuscia gode di una buona distribuzione nell'alto Lazio ed a Roma, mentre al nord non ho mai avuto l'occasione d'incontrare le loro birre. Nel frattempo il birrificio guidato dal birraio Orazio Laudi ha affrontato un restyling del look, con nuove etichette più moderne (si veda ad esempio il confronto tra la vecchia e la nuova Ultrasonica) e, finalmente, l'arrivo del formato da 33 centilitri. Anche la gamma di birre disponibili tutto l'anno ha subito qualche cambiamento, con l'arrivo di una tripel (Public Enemy) e di una koelsch (Zerosei) che affiancano le storiche Sfumatura (ottima) ed Ultrasonica. 
Tra le novità c'è anche questa Dry Hard 2, una India Pale Ale dal nome molto azzeccato con citazione cinematografica; nasce come una one-shot che viene presentata durante l'Italian Beer Festival 2013 di Roma, dove viene presentata come una Belgian IPA abbondantemente luppolata di Citra. Esperimento riuscito visto che a distanza di un anno il birrificio decide d'inserirla stabilmente in produzione, con un nome leggermente diverso (Dry Hard 2) che fa pensare ad un "sequel" della prima birra e che, immagino, presuppone un cambio di ricetta che dal Belgio si rivolge verso gli Stati Uniti. 
Luppolata con Summit e Citra, si presenta di colore arancio con sfumature ramate; la schiuma non è particolarmente ampia, è bianca e compatta, cremosa, con buona persistenza. Il naso è invitante, con un bel bouquet dolce di frutti tropicali come mango, passion fruit, ananas maturo, melone retato; c'è anche una controparte più pungente di agrumi, con arancio e pompelmo, e qualche richiamo di pesca nettarina. Scorrevole senza risultare acquosa, in bocca è morbida e gradevole, con un corpo medio ed una carbonazione abbastanza contenuta. Il gusto gioca sullo stesso terreno dell'aroma, arruffianandosi il palato con un bel carico di frutti tropicali, dolci, che sono tuttavia sapientemente bilanciati da note più aspre di agrumi (almeno finché la birra è fresca e giovane). C'è anche una base di malto (biscotto, lieve caramello) ed un finale secco e discretamente amaro, di resina e pompelmo che pulisce bene il palato. Leggo che il suo nome (Dry Hard) sarebbe stato ispirato dall'abbondante (ma non eccessivo) dry-hopping che la caratterizza; più che di muscoli, di esplosioni e di follia si parla dunque di profumi e di aromi. I minacciosi elicotteri, il cielo infuocato ed i fori di pallottola dell'etichetta portano un po' fuori strada: il birra è ben fatta, pulita, piaciona ed ha una buona intensità, ma l'amaro è quasi in secondo piano rispetto alla frutta tropicale. Eleganza anziché muscoli, è comunque un bel bere, ma piacerebbe al burbero John McClane?
Formato: 33 cl., alc. 6%, IBU 70, lotto 1113, scad. 11/2014, pagata 3.70 Euro (beershop, Italia).