lunedì 9 giugno 2014

Carlow O'Hara's Irish Pale Ale

In Irlanda, all’inizio del diciannovesimo secolo, erano operativi più di duecento birrifici, una cinquantina dei quali solo a Dublino ed 8 nella piccola città di Carlow, un’ottantina di chilometri a sud della capitale; la storia del declino brassicolo irlandese, è la stessa che ha caratterizzato anche la vicina Inghilterra. Chiusura di un numero sempre più alto di birrifici e di pubs, acquisizioni fatte da grandi gruppi, mercato in mano alle multinazionali, gusti standardizzati. Solo negli ultimi anni la tendenza si è lentamente invertita, con alcuni microbirrifici che hanno aperto i battenti, ispirati dalla Craft Beer Revolution nata negli Stati Uniti; al momento in Irlanda ci sono circa una ventina di microbirrifici, più della metà dei quali sono stati aperti negli ultimi cinque anni. Mi è toccato citare ancora una volta la Craft Beer Revolution Americana, perché è stata l’ispirazione che ha fatto nascere la  O’Hara’s /Carlow Brewing Company, fondata nel  1996 da Seamus ed Eamonn O'Hara a Carlow. Seamus era rimasto favorevolmente colpito, agli inizi degli anni novanta, dalle birre di Samuel Adams, Sierra Nevada, Anchor ed Harpoon incontrate durante un viaggio negli Stati Uniti.  Il birrificio che nasce è completamente a gestione familiare: mentre il fratello Eamonn abbandona quasi subito, per trasferirsi a Bruxelles, Seamus manda avanti le operazioni con l’aiuto dell'altro fratello Michael (head brewer), della moglie Kay (commerciale) e di sua sorella Siobban (amministrazione), mentre lo zio Michael segue la logistica e un altro zio, Terrance, si era occupato della ristrutturazione degli spazi che ospitano il birrificio, in origine un magazzino delle ferrovie. Le prime birre debuttano nel 1998 e, con grossa sorpresa per un birrificio irlandese, non c’è nessuna stout!  Si parte con una classica Red Ale (Moling's Traditional Celtic Beer) ed una birra al frumento (Curim Celtic Gold); fin da subito la maggior parte delle birre (70% della produzione) sono destinate all’estero, anche perché gli irlandesi non sembrano gradirle molto. La prima stout arriva solamente nel 2002: “in quanto irlandesi, sapevamo di dover produrre una stout.  Ma ci è voluto un po’ più di tempo per fare una stout come piaceva a noi”, dice Seamus. La O'Hara's Celtic Stout viene subito nominata, nello stesso anno del debutto, come “la migliore stout al mondo“ tra altre 74 stout che vengono valutate mel corso del Millennium Brewing Industry International Awards. Carlow/O’Hara è dunque uno dei precurosi della (piccola) rivoluzione brassicola che sta pian piano prendendo piede anche in Irlanda; nel 2006 si è reso necessario uno spostamento in locali più ampi a Bagenalstown, la città nativa degli O’Hara, per nuovi impianti che consentono di produrre circa 15.000 Ettolitri l’anno, la maggior parte dei quali (60%) continua ad essere esportata. 
E torniamo a parlare di Stati Uniti, perché in verità non c'è molta Irlanda in questa birra che pur sbandiera in etichetta Irish Pale Ale; nonostante la luppolatura sia infatti un mix di luppoli europei ed americani, sono soprattutto questi ultimi a prevalere, grazie anche ad un generoso dry shopping di Cascade. All'aspetto è dorata, quasi limpida, con una bella testa di schiuma croccante, bianca e cremosa, dalla lunga persistenza. L'aroma non è particolarmente intenso, apre con qualche lieve off-flavor che poi fortunatamente tende a scomparire per lasciare posto a lievi sentori floreali, di cereali e, finalmente di agrumi (pompelmo).  Meglio in bocca: morbida, con corpo tra il medio ed il leggero, carbonazione abbastanza moderata, scorrevole e watery. La base di malto offre pane e cereali, lievi note di miele, prima che il gusto viri verso gli agrumi, passando in rassegna prima la polpa dell'arancio e poi la scorza del limone e del pompelmo. La bevuta risulta ben bilanciata, con l'intensificarsi dell'amaro nel finale, decisamente zesty, ma che si porta in dota anche una piccola nota metallica un po' sgradevole. Una bottiglia che non è un elogio della fragranza, la mancanza della data d'imbottigliamento rende impossibile sapere quanti mesi di vita ha questa birra, ed il trattamento privo di guanti che la ha forse riservato la grande distribuzione ha probabilmente dato il colpo di grazia ai profumi del dry-hopping. Risultato: birra poco profumata, discretamente intensa e gradevole in bocca, qualche difettuccio, buona secchezza e buon potere dissetante, facile da bere. Ci si può accontentare.
Formato: 50 cl., alc. 5.2%, IBU 50, lotto 3297 23:18, scad. 28/04/2015, pagata 3,99 Euro (supermercato, Italia).

domenica 8 giugno 2014

Lambrate Gaina

Gaina del Birrificio Lambrate, probabilmente la birra più chiacchierata del 2014, sino ad oggi. Presentata per la prima volta il 28 Aprile 2011, è la prima India Pale Ale prodotta dal birrificio milanese. Lo scorso marzo, la Gaina guadagna il primo posto al concorso di Birra dell'Anno 2014, nella categoria 8, "Chiare e ambrate, alta fermentazione, basso/medio grado alcolico, luppolate, d’ispirazione americana". Tutto bene, anzi benissimo, non fosse che il "gossip birraio" (l'imprescindibile forum de Il Barbiere della Birra)  lancia il sassolino nello stagno, che tanto sassolino non sarebbe, se verità: si tratterebbe di una bassa fermentazione, non di una alta. Il birrificio chiaramente smentisce, ed Unionbirrai che organizza il concorso riceve le necessarie rassicurazioni da chi la birra l'ha prodotta. Sembra tutto finito, ma qualche mese dopo, a palla ferma e quando si sono ormai calmate le acque, è il birrificio stesso a lanciare un altro sassolino, per bocca del "monarca" Giampaolo Sangiorgi, nel corso della serata “Metti un martedì in salotto con il birraio” all'Open Baladin di Milano: “Bassa o alta? Non ce ne frega nulla..  ci piace essere così, facciamo semplicemente il prodotto che piace a noi. E chi non è d'accordo... ce lo venga a dire!". Rincara la dose il birraio Mattia Bonardi: “Usiamo tendenzialmente la bassa perché semplicemente garantisce una maggior pulizia del prodotto e una maggior digeribilità per gli enzimi del fegato”.  
La querelle (da concorso) al momento si ferma qui; Unionbirrai non replica, la medaglia rimane alla Gaina e, in attesa di ulteriori sviluppi (se mai ci saranno), non resta che assaggiarla.
Di color ambrato scarico, o ramato, velato; forma un discreto cappello di schiuma biancastra, fine e cremosa, che ha una buona persistenza. L'aroma di questa bottiglia non è particolarmente intenso e neppure un elogio della freschezza, ma c'è comunque pulizia ed eleganza: pompelmo, soprattutto, e frutti tropicali come mango ed ananas, con qualche lieve sentore di frutti di bosco (fragoline?).  L'intensità (e la fragranza) non mancano invece in bocca: ingresso ricco di frutta (pompelmo e tropicale) che richiama quasi in toto l'aroma, lieve base maltata (caramello, biscotto), il tutto seguito da una bella progressione amara, che s'intensifica sempre più partendo dal pompelmo per arrivare a più intense note resinose, lievemente pepate. Pulita e facile da bere, scorre con buona velocità, con un corpo medio ed il corretto ammontare di bollicine. Finisce secca e pulita, con retrogusto amaro resinoso, intenso ma non raschiante. Bottiglia penalizzata da un'aroma un po' sottotono, ma in bocca questa Gaina si riscatta con gli interessi risultando un gran bel bere. 
Formato: 33  cl., alc. 6%, lotto LIP001914, scad. 31/01/2015, pagata 4,90 Euro (foodstore, Italia).

sabato 7 giugno 2014

Fantôme Printemps


La primavera è ormai agli sgoccioli, l'estate è alle porte e prima di entrare nel periodo più caldo dell'anno è bene dare fondo alle ultime birre dedicate alla primavera. La Brasserie Fantôme dell'eclettico ed imprevedibile Dany Prignon dedica una birra ad ogni stagione dell'anno: Fantôme Hiver, Fantôme Printemps, Fantôme d'Eté e Fantôme Automne, più ovviamente l'immancabile Noel.  La serie di queste saison dedicate alle stagione venne chiamata inizialmente Saison d'Erezée (Erezée è un piccolo paese nei pressi del birrificio) più il nome della stagione; ogni anno, e ad ogni stagione, Prignon crea una Saison diversa secondo il suo "estro", o semplicemente con quello che trova nei campi vicino a casa, dicono i "maligni". Birre quindi diverse di anno in anno e di stagione in stagione; chi beve con regolarità Fantôme sa benissimo che questa è una caratteristica tipica non solo di queste birre  "stagionali" ma quasi di ogni altro prodotto Fantôme: quasi impossibile trovarne due perfettamente uguali.
Eccomi di fronte ad una Fantôme Printemps del 2013, che si presenta di un vivace color arancio, velato, con una bella schiuma compatta e croccante, cremosa ed abbastanza fine, dalla buona persistenza. 
La primavera è la stagione in cui si risveglia la natura, è la stagione dei profumi, dei fiori e delle erbe fresche, e questa Printemps ne è il giusto tributo. Non tanto per i fiori, ma per i netti sentori erbacei di origano e rosmarino, circondati da una delicata speziatura (pepe e coriandolo) e da agrumi come arancio e mandarino; a completare un bouquet intenso ed interessante, pulito e discretamente complesso, cìè una lieve nota rustica (paglia) e qualche nota di acido lattico. L'etichetta dice che il contenuto alcolico è 8%, ma in bocca non si avverte praticamente nessuna traccia di alcool: birra scorrevole, piacevolmente carbonata ma morbida, dal corpo medio. Il gusto è altrettanto piacevole come l'aroma, ma procede in senso inverso: il benvenuto non è dato dalle erbe, ma piuttosto da una nota di biscotto e una bella macedonia di frutti gialli (pesca ed albicocca) ed arancio. L'inizio è dolce, ma viene subito equilibrato da una lieve acidità e, soprattutto, da un finale secco ed amaro dove ritornano l'origano ed il rosmarino, oltre ad un generale amaro "erbaceo". E' intensa e pulita, rinfrescante e dissetante, facilissima da bere, profumata e "verde" come la primavera. Le manca solo il colore, ma il verde Dany Prignon la ha riservato per un'altra sua birra, che ovviamente non c'entra nulla con la primavera.
Formato: 75 cl., alc. 8%, lotto AJ 13, scad. 12/2018, pagata 7.60 Euro (beershop, Belgio).

venerdì 6 giugno 2014

Fucking Rock & Roll Pale Ale

Augusta, ovvero Augsburg in tedesco o AuXburg in campo brassicolo. La città della baviera ha da gennaio 2013 un nuovo micro birrificio, con sede in Ulmer Strasse 43, nel seminterrato di un brewpub chiamato Charly Bräu, nei pressi della stazione di Oberhausen. Il brewpub, aperto nel 1992 da Dieter Held, era passato nelle mani della Hofbräuhaus Traunstein e poi venne ceduto nel 2010 alla Brauerei Thorbräu, il secondo maggior birrificio (dopo Riegele) di Augusta. A fine 2012, Maximilian Kuhnle, patron della Thorbräu, decide di darlo in gestione all'amico Stefan Meitinger, che lo trasforma in una sorta di ristorante informale americano chiamato Bob´s Fast & Slowfood. Gli impianti per produrre la birra, ormai fermi da diverso tempo, vengono rimessi in funzione grazie a Felix Magdziarz, un birraio nato a Brema che viene chiamato da Stefan. Diplomato mastro birraio a Monaco, Felix ha alcune esperienze lavorative in Scozia ed in Sud Africa;  in poche parole, al rispetto per il Reinheitsgebot affianca la voglia d’innovare, ovvero produrre stili anglosassoni in un contesto dove imperano Helles ed Hefeweizen. Il nuovo microbirrificio viene rinominato AuXburg City Brewery, anche se in sostanza si tratta di un marchio di proprietà della Thorbräu; il debutto arriva nel Gennaio 2013 con una Pale Ale chiamata “Fucking Rock & Roll”, nome che non credo le consentirà mai di essere esportata negli Stati Uniti e, probabilmente, neppure in Inghilterra. Ad ottobre dello scorso anno arriva in suo aiuto anche il birraio Douglas Williams, che Felix ha conosciuto in Scozia.   
Ecco dunque la birra del debutto, dall’etichetta semplicissima ma di sicuro impatto visivo: colore arancio/ramato, con riflessi ambrati, opaco; la schiuma è bianca, cremosa, abbastanza fine ed è molto persistente. L'aroma è abbastanza pulito ma l'intensità è piuttosto scarsa, complice anche una freschezza che ipotizzo essere tutt'altro che ottimale, considerato che alla scadenza manca poco più di un mese: lieve presenza di agrumi (mandarino e arancio), qualche nota di biscotto. Un pochino meglio in bocca, dove per lo meno si raggiunge la soglia della (quasi) sufficienza: pane e biscotto, arancio e pompelmo, con un finale amaro di discreta intensità ricco di scorza d'agrumi (lime e pompelmo). C'è una bella secchezza, ma la pulizia è tutt'altro che esemplare e la bevuta risulta pesante, un po' "lievitosa" e meno scorrevole di quello che dovrebbe essere. L'intensità sarebbe buona, ma è una birra da sgrezzare e da ripulire prima di potersi definire gustosa o per lo meno discreta. Allo stato attuale rimane qualcosa di bevibile, ma non molto di più: fucking rock & roll o fucking beer?
Formato: 33 cl., alc. 5.2%, scad. 21/07/2014, pagata 1,68 Euro (beershop, Germania).

giovedì 5 giugno 2014

Garrigues La Saison des Amours

Non lo ricordavo, ma mi ero già incontrato quattro anni fa con la Brasserie des Garrigues, sede a Sommières, una quarantina di chilometri a nord-est di Montpellier. Fondata da Gwenael Samotyj e Emmanuel Pierre-Auguste, dediti all'homebrewing sin dal 1997; nel 2005, complice anche un periodo di disoccupazione, decidono di  tentare la "via della birra"  utilizzando per un primo periodo gli impianti della Brasserie du Sonin; nel frattempo partono i lavori per la costruzione del birrificio di proprietà, che viene inaugurato nel 2007. Nel 2010 entra un terzo socio, Eric Varray, seguito da Claude; da quanto ho capito, nel corso degli anni il birrificio ha poi scelto di produrre solo birre biologiche, ed ha aderito al Front Hexagonal de Libièration, passando della classica gamma poker "bionda-bianca-ambrata-scura" alle Imperial Stout, Weizenbock, IPA, Double IPA.
Ammetto di aver acquistato questa La Saison des Amours convinto che fosse una Saison; niente di più sbagliato, "la stagione degli amori" è semplicemente la primavera, nome dato ad una birra che è stata creata per la prima volta in onore della primavera, ma che viene ora prodotta regolarmente tutto l'anno.
Lo stile sarebbe quello di una Amber Ale, che ha il biglietto da visita di un bellissimo color ambrato appena velato, com riflessi rubino, ed una schiuma beige chiaro, fine e cremosa ma molto poco persistente. L'aroma rivela una buona intensità, con caramello, miele ed una netta predominanza di sciroppo di ciliegia; la finezza lascia un po' a desiderare, l'impressione è davvero quello di uno sciroppo ci ciliegia (un po' artificiale) che in estate potete utilizzare per farvi una granita. Purtroppo l'impressione viene confermata anche dal gusto: dopo un imbocco di biscotto, miele e caramello, la bevuta è ricca di prugna e ciliegia; la spiccata dolcezza viene curiosamente bilanciata non dalla secchezza o da un finale amaro "ripulente", ma dallo progressivo "spegnimento" della birra, che dopo un ingresso discretamente intenso, scivola drammaticamente nell'acquosità. Corpo leggero, poche bollicine, un po' scomposta e sfuggente in bocca, lascia con un lievissimo retrogusto amaro  (nocciolo di pesca, mandorla)  che non riesce comunque a salvare una birra troppo dolce anche per essere dedicata alla "stagione dell'amore".
Formato: 33 cl., alc. 5.5%, IBU 21, lotto 04/2013, scad 10/2014, pagata 2.80 Euro (beershop, Francia).

mercoledì 4 giugno 2014

Samuel Smiths Organic Chocolate Stout

Dovrebbe essere, se non erro, l'ultima (o per lo meno una delle ultime) nate in casa Samuel Smith, il più antico birrificio dello Yorkshire inglese, fondato nel 1758. In Internet viene riportata Settembre 2012 come data del debutto, ma non sono riuscito a chiarire se si tratta della prima importazione in terra americana o  del debutto in assoluto. Ad ogni modo, il birrificio di Tadcaster aggiunge una nuova birra alla sua linea Organic (biologica) inaugurata negli anni '90 e che si compone ormai di una decina di prodotti. Nello specifico, tutti gli ingredienti utilizzati (orzo, zucchero di canna, luppoli ed estratto di cacao) sono biologici e certificati dalla UK Soil Association e dalla USDA Certified Organic.
Filtrata, è disponibile sia in formato da 355 che in quello da 550 (ovvero la pinta Vittoriana) ml.  Nel bicchiere di presenta di colore marrone scurissimo, con un generoso cappello di schiuma beige, cremosa e compatta, molto persistente. Il naso è molto pronunciato, con netti sentori di cioccolato al latte che vi può apparire in diverse varianti, a seconda della vostra memoria olfattiva: cacao in polvere, nesquik, ovetto kinder; in sottofondo sembra di scorgere qualche sfumatura di vaniglia e di caramello. 
L'intensità è ottima, l'eleganza è invece forse un po' discutibile (vedi "effetto Nesquik").  Bene in bocca, poco carbonata, morbida, facilissima da bere come da tradizione Samuel Smith e con un corpo medio-leggero. In bocca, oltre all'ovvio cioccolato al latte, ci sono note di orzo tostato, caramello e qualche sentore di frutti di bosco. Ma a dominare è, come per l'aroma, il cioccolato al latte, con lievi tostature e qualche suggestione di caffè che cercano di equilibrare una bevuta piuttosto dolce, visto che dopotutto stiamo parlando di una Sweet Stout. Bene la pulizia e benissimo l'intensità, visto che stiamo parlando di una birra dal contenuto alcolico moderato (5%); il risultato è ben riuscito ma abbastanza monocorde. Se vi piace il cioccolato al latte, direi che questa birra potrebbe rappresentare per voi un piccolo paradiso: diverso il ricorso se invece, come me, siete dei puristi del cioccolato (molto) amaro. Ma questa è solo una semplice preferenza  di gusto che non deve interferire con la descrizione di una birra molto ben fatta.
Formato: 55 cl., alc 5%, IBU 28, scad. 04/2015, pagata 5.50 Euro (beershop, Italia).

martedì 3 giugno 2014

CREW Republic 7:45 Escalation

"Handcrafted Beer from Mūnchen" è il motto che risuona sulle etichette di Crew Republic; la beerfirm ha effettivamente sede a Monaco di Baviera, ma le birre sono attualmente prodotte un centinaio di chilometri a nord-est, presso la Hohenthanner Schlossbrauerei ad Hohenthann, anche se in etichetta non è dichiarato. Il marchio, che viene inizialmente chiamato CREW AleWerkstatt, viene fondato nel 2011 da Mario Hanel e Timm Schnigula, in un appartamento in Fraunhoferstrasse. I due trentenni avevano appena lasciato i rispettivi impieghi per decidere di dedicarsi intensivamente al loro hobby (l'homebrewing); Mario, austriaco del tirolo, passione per gli sci, si era spostato a Monaco dopo aver terminato gli studi; avviene l'incontro con Timm, originario di Bonn, un nonno mastro birraio alle spalle. Una vacanza invernale negli Stati Uniti, a sciare, li rende consapevoli che ci sono altre cose da bere, oltre alle tradizionali birre bavaresi; tornati a casa, riempiono il loro appartamento con pentole e kit da homebrewing. Raccontano (verità? mito?) che il loro appartamento in affitto fosse di proprietà di un "grosso" birrificio che non vedeva di buon occhio le loro produzioni casalinghe. Le loro richieste di prestito alle banche per l'apertura di un proprio birrificio si concludono solo con sorrisi, pacche sulle spalle  e strette di mano e così, in attesa di disporre dei fondi necessari, riescono a far produrre le proprie ricette presso la Hohenthanner Schlossbrauerei. E' nell'autunno del 2012 che vede la luce la prima birra, chiamata CREW Pale Ale (e poi rinominata Foundation 11); in società entrano anche Jan Hrdlicka (marketing, comunicazione e design  -- sarà lui l'autore del geniale logo, una granata/bomba a mano a forma di luppolo?), Manuel Schulz (commerciale, e l'unico del gruppo nato a Monaco) ed il birraio statunitense Richard Hodges, che da quanto ho capito è la persona che realizza le ricette sugli impianti della Hohenthanner.  Il nome viene anche leggermente modificato da CREW AleWerkstatt a CREW Republic visto che, secondo quanto raccontano i fondatori, il termine "ale" (riferito agli stili anglosassoni) ha una connotazione piuttosto negativa in Germania. 
Sette sono al momento le birre prodotte, tutte molto "luppolo-centriche" se si eccettua una Imperial Stout ed un Barley Wine. 
Non poteva ovviamente mancare un Double IPA, ed è proprio da questa che iniziamo il percorso d'assaggio di alcune CREW Republic. Presto svelato il perché del curioso nome, "7:45 Escalation", che fa riferimento "all'orario del mattino in cui quasi tutti sono già a letto, eppure c'è ancora qualcuno, indomito, che continua a fare festa anche se il barista lo caccia fuori a calci perché vuole chiudere il locale: questa birra è dedicata a te, l'eroe della notte, colui che rimane ancora in piedi quando tutti sono già crollati a letto".
Malti Pilsner e Caramel, luppoli Columbus, Simcoe, Amarillo e Chinook: colore tra il dorato e l'arancio, opaco; schiuma biancastra, compatta e cremosa, molto persistente. L'aroma è pulito e discretamente fresco ed intenso, con pompelmo ed aghi di pino bilanciati da sentori più dolci di melone, pesca ed ananas. E' una Double IPA solida, dove i malti (biscotto) danno il necessario supporto alla generosa luppolatura, che morde da subito lingua e palato con un amaro resinoso. Si sente un po' la mancanza di quella parte dolce, qui solo appena accennata (frutta tropicale o polpa d'agrumi) che di solito dovrebbe bilanciare o contrastare alcool (8.3%) ed amaro; ed il risultato è una birra "maschia" e dura, che punge la bocca con pepate note di resina ed un bel warming etilico. Il corpo è medio, ed in bocca è morbida e molto gradevole, con il giusto livello (medio) di bollicine. Comunque pulita, finisce molto lunga ed amara, per un'esperienza intensa ma inevitabilmente dalla bevibilità un po' lenta e limitata; rispetto alla "docili" e scorrevoli helles che potete bere in ogni angolo di Monaco, questa Double IPA è indubbiamente uno shock palatale. Avrà successo?  Per il momento le CREW Republic si stanno anche lentamente guadagnando un po' di spazio tra gli scaffali dei grandi magazzini (Kaufhof, Karstadt) del capoluogo bavarese.
Formato: 33 cl., alc. 8.3%, IBU 83, lotto 16:19, scad. 31/03/2015, pagata 2.28 Euro (beershop, Germania).

lunedì 2 giugno 2014

Luppolajo Bucolica

Dell'Agribirrificio Luppolajo di Castelgoffredo (Mantova), che proprio in questo mese di giugno festeggia il suo secondo compleanno, vi avevo già parlato in questa occasione. Dopo Rosae, una India Pale Ale particolare e gradevole, ecco Bucolica, che s'ispira allo stile delle Kölsch.  Il malto, Pilsner, è prodotto con orzo raccolto nella stessa azienda agricola di famiglia (Treccani), mentre la luppolatura è affidata a Saaz ed a Saphir.
Arriva nel bicchiere a cilindro di un bel color dorato, lievemente velato; la schiuma è bianca e compatta, "croccante", cremosa, con una buona persistenza. Al naso troviamo sentori di miele, di arancio e mandarino, mela, e qualche lieve accenno floreale; i profumi sono puliti e delicati, con una buona eleganza. In bocca è leggera ma un po' troppo poco carbonata, nonostante il bel "perlage" che sale dal fondo del bicchiere. Troviamo crosta di pane, miele ed una lievissima presenza di agrumi che caratterizzano una bevuta molto veloce e poco impegnativa. Tuttavia, la bocca rimane un po' troppo "impastata" ed il palato non è mai pulito, a fine bevuta, come sarebbe auspicabile desiderare; termina con una lieve amaricatura erbacea di luppoli nobili. La pulizia e l'eleganza non sono al livello dell'aroma, e la bevuta manca di fragranza e di "freschezza"; il lotto di produzione mi fa ipotizzare si tratti di una bottiglia del 2013, con quindi almeno sei mesi di vita sulle spalle. Comprensibile quindi che questa kölsch debba un po' pagare il dazio dello scorrere del tempo: resiste bene l'aroma, pulito e delicatamente fine, un po' meno il gusto, poco attenuato, poco carbonato e non molto "fragrante". 
Formato: 33 cl., alc. 4.4%, lotto 13025, scad. 18/10/2014, pagata 3.50 Euro (gastronomia, Italia).

sabato 31 maggio 2014

Blaugies / Hill Farmstead La Vermontoise

La Vermontoise, ovvero "la ragazza del Vermont": femminile d'obbligo quando si parla di "birra" (in francese), anche se i suoi creatori sono due maschi: Pierre-Alex Carlier, del birrificio belga Brasserie de Blaugies e Shaun Hill del birrificio americano Hill Farmstead, di Greensboro, nel Vermont. Il signor Hill non è affatto nuovo alle incursioni in territorio europeo: nato in Vermont, dopo le brevi esperienze locali alla Shed Brewery e ad alla Trout River, è emigrato per qualche anno in Danimarca, prima alla Norrebrø e poi alla Fanø, dove ha anche fatto nascere la beerfirm Grassroots. Mentre la Brasserie De Blaugies, a gestione famigliare, ha mantenuto un profilo molto basso producendo un range di birre ristretto ma di ottima qualità, Shaun Hill è rientrato in Vermont ed ha messo in piedi un piccolo birrificio nella casa di campana dei genitori; il problema è stato ancora una volta Ratebeer, a nominare nel 2013 Hill Farmstead come "miglior birrificio al mondo", portando in Vermont tutti gli onori (e gli oneri) della fama. Nel 2014 Hill Farmstead è "retrocesso" al secondo posto, dietro ad Alesmith; ma mentre a San Diego sembrano non avere grossi problemi a gestire la "notorietà brassicola", Shaun Hill si mostra sempre più preoccupato  (o è più preoccupante sapere che è strato intervistato da Vanity Fair?) della lunga fila di persone che ogni giorno si forma davanti alla taproom ed al punto vendita (e di riempitura growler) davanti al birrificio, che è anche il luogo in cui abita; si dice "disgustato" dal vedere le sue birre in vendita a prezzi triplicati su Ebay, ma ammette al tempo stesso di non aver nessuna intenzione di aumentare i volumi produttivi in modo drastico e di trasformare il proprio birrificio "rurale" in un classico "industrial park" americano. 
A Dour, in Belgio, la situazione è ovviamente molto diversa, ma risuonano delle parole simili, come potete ascoltare in questa video intervista  a Pierre-Alex Carlier: vogliamo crescere, ma lentamente, senza compromettere la qualità delle nostre birre. I soldi piacciono a tutti, ma noi ne abbiamo già abbastanza e vogliamo fare le cose senza fretta. Shaun Hill non ha mai nascosto il suo amore per le Saison belghe, e vi segnalo a proposito questo bell'articolo da lui scritto:  quasi una scelta naturale per lui collaborare con un birrificio della provincia dell'Hainaut, dove le Saison sono nate. La scelta cade dunque sul birrificio De Blaugies, che Hill visita a novembre del 2012. 
L'idea è ovviamente di produrre una saison, con un tocco di luppolo americano; si parte dalla saison al farro grande (o spelta) di Blaugies (ovvero la Saison D'Epeature) la cui ricetta viene leggermente modificata per supportare la luppolatura di Amarillo. Presentata per la prima volta nel Maggio 2013, La Vermontoise è di colore arancio pallido, opaco, e forma una generosissima testa di schiuma bianca, un po' grossolana, che tende però a dissiparsi quasi con la stessa velocità con cui si è formata. L'aroma è splendido e molto pulito, dietro ad un'apparente semplicità (arancio, pepe e frutta gialla) si cela una complessità tutta da decifrare di frutta acerba (mela e banana), lime, fiori, crackers, paglia: profumato e piacevolmente rustico. Ricordo che le saison nacquero principalmente come birre che i contadini/birrai producevano per il periodo estivo, quando dovevano dissetarsi (e dissetare i numerosi lavoratori stagionali) durante le lunghe giornate di lavoro ed in un periodo dell'anno in cui la qualità dell'acqua non era certamente ottimale. Caratteristica che si ritrova in pieno in questa Vermontoise: scorrevole e facilissima da bere, con corpo medio-leggero, il giusto ammontare di bollicine ed una consistenza "watery". In bocca troviamo pane e crackers, qualche nota di frutti gialli (pesca) e di polpa d'arancio dolce, ben bilanciate da una lieve acidità; molto pulita e rinfrescante, continua il suo percorso con un finale secco e moderatamente amaro, con una terrosità quasi umida e qualche sfumatura di scorza di lime. Sparisce dal bicchiere con una facilità impressionante, e ritengo che questo sia uno dei più grossi apprezzamenti che si possano fare ad una birra: gran bell'equilibrio tra frutta dolce e aspra (agrumi); quasi una fotografia di una soleggiata giornata estiva (la frutta, dolce) scandita dal duro lavoro nei campi (il finale amaro, terroso). Ma se la ricompensa fosse una bottiglia di questa Vermontoise ad ogni momento di pausa, come non valutare l'opzione di passare un'estate come bracciante agricolo nei campi dell'Hainaut?
Formato: 75 cl., alc. 6%, scad. 12/2018, pagata 5,67 Euro (beershop, Belgio).

venerdì 30 maggio 2014

Camba Bavaria Imperial Black IPA

Il primo incontro con il birrificio bavarese Camba Bavaria risale alla  fine del 2011; sede a Truchtlaching, circa 80 chilometri a sud-est di Monaco, praticamente sulla riva del Chiemsee, e di proprietà della BrauKon, noto produttore di impianti per birrifici e brewpub. Non so se Camba Bavaria sia stato il primo produttore bavarese, nel 2008, ad andare oltre le classiche birre tedesche e ad offrire una ampia gamma di stili anglosassoni come IPA, Stout, Porter ed invecchiamenti in botte. Dall'ultimo incontro, ad inizio 2012 ad oggi, il birrificio ha un po' rifatto il look alle etichette con una veste molto più moderna e giovanile, forse anche per allinearsi al look di  Crew Republic, giovane realtà bavarese della quale vi parlerò molto presto. 
Attualmente Camba offre le birre "classiche" (ovvero stili tedeschi) sopratutto nel formato da 50 cl. mentre le anglosassoni dall'estate del 2013 vengono vendute solamente nel più piccolo formato da 33. I (molto costosi) invecchiamenti in botte sono invece offerti nel formato "gourmet" da 75 cl.
Un minaccioso squalo in etichetta annuncia questa Imperial Black IPA, prodotta secondo una ricetta del birraio danese Claus Christensen; nel bicchiere è effettivamente "black", ovvero nera, senza lasciarsi attraversare da nessun raggio di luce; molto bella la schiuma, compatta e cremosa, abbastanza fine, dalla buona persistenza e dal color beige, o cappuccino, se preferite.
L'aroma è pulito, anche se la sua intensità e tutt'altro che memorabile: ci sono evidenti sentori di caffè in grani, qualche accenno di pompelmo e, dolce, di frutta tropicale. Quasi più "black" che IPA, insomma. Molto meglio l'incontro con il palato: la birra è morbida e molto gradevole, ha un corpo medio ed una carbonazione contenuta. Anche il gusto, come l'aroma, è sbilanciato più verso il buio dei malti che verso la luce dei luppoli; tostature, caffè, liquirizia menano le danze, con qualche sfumatura di pompelmo. L'intensità e la pulizia ci sono, è  piuttosto la presenza abbastanza in secondo piano dei luppoli a rendere questa Imperial Black IPA un po' monotona ed a spostarla nel territorio delle birre scure (stout, porter) luppolate, piuttosto che ad una semplice IPA di colore scuro. Nel finale c'è comunque una notevole progressione (molto) amara, dove convivono note vegetali e di resina, terrose e di tostatura. La bevuta è tutto sommato gradevole e non troppo impegnativa, ma l'impressione che mi ha lasciato è quella di una birra un po' avara di emozioni.
Formato: 33 cl., alc. 8.5%, lotto 016 16, scad. 16/01/2015, pagata 2,38 Euro (beershop, Germania).