martedì 9 dicembre 2014

Nursia Extra

Secondo appuntamento Birra Nursia: secondo e, per il momento, anche l’ultimo visto che sono solamente due le birre prodotte dal birrificio dei monaci benedettini di Norcia.  Dopo la Bionda, la stagione fredda ben si presta all’assaggio della più sostanziosa Extra (10% ABV):  il nome, se collegato al luogo di produzione (monastero), suonerà abbastanza famigliare agli appassionati di birra, ricordando loro le Extra del birrificio trappista Achel (la sontuosa Extra Bruin e la più recente Extra Blond) e la più leggera Extra di Westmalle. Alla lista si potrebbe aggiungere la nuova St. Bernardus Extra 4, vicina di casa del monastero di St. Sixtus dove viene prodotta la Westvleteren 8 (tappo blu) che un tempo era – e che viene ancora spesso - chiamata Extra. 
Ma torniamo in Umbria; etichetta minimale, raffigurante il rosone della basilica di San Benedetto da Norcia; sul retro, il motto “ut laetificet cor", ovvero "che il cuore ne possa essere allietato", si riferisce alla speranza dei monaci di "condividere con gli altri la gioia che nasce dal lavoro delle nostre mani, così da santificare il Signore, Creatore dell’universo in tutte le cose". I monaci omettono volutamente in etichetta qualsiasi altra informazione e descrizione della birra: “vogliamo evitare d’influenzare il giudizio e la percezione del gusto del consumatore”  puntualizzano sul sito internet. 
Belgian Strong Ale (o Quadrupel, vedete voi dove incasellarla) dall’aspetto bellissimo: tonaca di frate carico di rosso rubino, con sfumature ambrate più chiare. Non impeccabile la schiuma color beige beige chiaro; sebbene cremosa, è un po' grossolana e ha una ritenzione abbastanza scarsa, pur lasciando un lieve pizzo sul bordo del bicchiere. L'aroma dolce, offre sentori di pera, uvetta, prugna, caramello e frutta secca, zucchero candito, una lieve presenza di ciliegia sciroppata. In bocca è morbida, calda ed avvolgente, oleosa, mediamente carbonata, corpo medio-pieno; troviamo caramello e biscotto, uvetta e prugna, per una buona corrispondenza con l'aroma. La bevuta è molto dolce ma ben equilibrata dal calore etilico che "asciuga" il palato, il sorseggiare è lento ma soddisfacente, con qualche incursione nel territorio dei vini liquorosi. Finisce abboccata, con un finale dalla buona intensità e dal morbido tepore etilico della frutta sotto spirito. Difficile non paragonarla alle grandi Strong Ale belghe scure, trappiste,  "d'abbazia" e laiche: c'è ancora un ampio divario da colmare, ma la Nursia Extra esce comunque dal confronto a testa alta; un birrificio giovane ma capace di realizzare una birra "importante" e impegnativa, molto pulita e ben fatta. Diversa la questione prezzo, molto poco "belga".
Formato: 75 cl., alc. 10%, lotto 58, scad. 02/2016, pagata 10.00 Euro (spaccio birrificio).  

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 8 dicembre 2014

Tiny Rebel Dirty Stop Out

Del birrificio gallese Tiny Rebel vi avevo parlato qualche tempo fa, in occasione della Urban IPA; nel frattempo le loro birre sono arrivata in Italia con una buona importazione che permette di trovarle con discreta facilità. In poco più di due anni di vita sono ormai una trentina le diverse birre prodotte, inclusi affinamenti in legno e collaborazioni.
L'attuale stagione "fredda ma non troppo" ben si presta all'assaggio della Dirty Stop Out, una stout prodotta con avena, nove tipologie di malto tra i quali anche affumicati e luppolo proveniente dalla Slovenia. Il nome fa riferimento ad un espressione informale che indica colui o colei che ha passato la notte fuori casa divertendosi, abusando magari di alcolici o - presumibilmente - finendo a letto con qualcuno. 
Marrone scurissimo, schiuma abbastanza fine colore beige chiaro, cremosa, dalla buona persistenza. Al naso troviamo orzo tostato, pane nero, lievi sentori di frutti di bosco, carne affumicata e di cuoio. Gradazione alcolica (5%) contenta e corpo medio-leggero non sono comunque d'intralcio all'intensità di questa smoked stout, che regala un gusto carico di caffè, orzo tostato e liquirizia. 
L'affumicatura (carne) è piuttosto lieve, facendosi avvertire solamente all'inizio (aroma) e alla fine, nel retrogusto, dopo che l'acidità del caffè ha ripulito il palato. Il finale è abbastanza lungo, ricco di eleganti tostature, di cenere e di una luppolatura lievemente terrosa. Una birra che si beve con grandissima facilità senza che l'intensità sia sacrificata: poche bollicine, molto scorrevole, con l'avena che rafforza un po' la sensazione palatale senza tuttavia raggiungere quella cremosità che ne avrebbe un po' rallentato la scorrevolezza. Pulita, semplice e ben fatta, avrei gradito forse una maggior presenza dell'affumicato ma alla sua bassa presenza potrebbero anche aver influito i mesi passati dall'imbottigliamento.
Formato: 33 cl., alc. 5%, IBU 50, lotto 302.303. scad. 03/2015, pagata 4.00 Euro (beershop, Italia).

sabato 6 dicembre 2014

Birra Perugia Calibro 7

Secondo appuntamento con Birra Perugia, che vi ho presentato la  scorsa settimana in questa occasione.  Dopo la Golden Ale della "linea classica", passiamo alla rappresentante cosiddetta della "linea creativa"
Calibri 7 è un'American Pale Ale che venne ufficialmente presentata a Maggio 2014 al locale Umami di Santa Maria degli Angeli. Sette sono le "pallottole" di luppolo che caricano questa birra: Motueka, Galaxy, Citra, Mosaic, Soraci Ace, Galena e Chinook; i malti sono Pale Ale e Crystal. 
Al momento è disponibile in una doppia veste: etichetta "standard", con lo sfondo tipo "carta da pacchi" che ricorda un po' The Kernel, ed etichetta limited edition che è stata presentata durante una rassegna cinematografica 
di poliziottesco nel corso della quale venne anche presentato il libro Il commissario dagli occhi di ghiaccio, dedicato all'attore Maurizio Merli protagonista di una decina di film negli anni settanta. Il libro e la birra vengono presentati assieme al Birra a Porter di Perugia il 10 Luglio 2014.
Nel bicchiere si presenta di un bel color oro carico, velato: la schiuma bianca è compatta, fine e cremosa, molto persistente. Chi segue con regolarità il blog sa quanto insisto sul fatto che la birra vada bevuta fresca,  e questa bottiglia ne è un'ulteriore dimostrazione; un mese circa di vita, dry-hopping che emerge in tutta la sua fragranza in un naso-macedonia di frutta carico soprattutto di frutta tropicale (papaia, mango passion fruit, ananas e melone) e agrumi (pompelmo, arancio, mandarino).  
Pulito e freschissimo, pungente, l'aroma è dolce ed ha quella giusta componete ruffiana che fa venir voglia subito di portare alla bocca il bicchiere: dopo un lieve ingresso di crackers e di pane, la bevuta vira subito decisa verso l'agrume, ribaltando così le gerarchie dell'aroma: la polpa e la scorza di pompelmo ed arancio sono protagoniste, con sfumature dolci più leggere di frutta tropicale. Ottima la pulizia e l'equilibrio, finisce secca con un retrogusto amaro e zesty, con qualche nota erbacea.  Profumatissima e ruffiana quanto basta, questa bottiglia di Calibro 7 trae beneficio dalla freschezza che ne valorizza al massimo l'esecuzione e l'abbondante luppolatura. Il corpo è medio, la birra è morbida e correttamente carbonata: l'unico appunto che mi sento di fare riguarda la scorrevolezza non esemplare e che, livello di sensazione palatale, potrebbe essere ancora maggiore e più "micidiale". Evapora comunque dal bicchiere abbastanza velocemente, con un grande potete dissetante e rinfrescante, facendo subito venir voglia di replicare: per fortuna questa volta avevo a disposizione due bottiglie. 
Un doveroso ringraziamento al birrificio per avermi inviato da assaggiare due bottiglie freschissime 
Formato: 33 cl., alc. 5.5%, lotto 3714, scad. 10/2015.

venerdì 5 dicembre 2014

Crus - Sacra Birra

Avvistata sugli scaffali dei supermercati, la Crus (Sacra Birra) fa la sua bella figura e ben si distingue visualmente: etichetta studiata ed in rilievo, panciuta bottiglia da 75 centilitri.  La provenienza è il birrificio SorA’LaMA’, attivo dal 2004 a Vaie, nella val di Susa, e di proprietà di Davide Zingarelli, Gianluca Poggio e Jiménez Gonzàlez Enrique. Se non erro, l’head brewer dovrebbe essere ancora Lorenzo Turco, affiancato da alcuni collaboratori.  Nello scenario molto affollato della cosiddetta birra artigianale, il birrificio si distingue per  utilizzare onomatopee come nome per le proprie birre:  Mmm!, Splash!, Slurp!, Glu Glu!, Wow!, Hurrà!  e Oooh! 
Decisamente meno estroso invece il nome dato a questa Crus – Sacra Birra, probabilmente ispirato alla vicina Sacra di San Michele, il complesso architettonico collocato sul monte Pirchiriano, all'imbocco della val di Susa.    
L’etichetta riporta che la birra viene però prodotta presso gli impianti del birrificio Opera di Pavia per conto di  SorA’LaMA  che, ricordo a scanso di equivoci, non è una beerfirm. Si tratta di una alta fermentazione con l’aggiunta (solamente) del 2% di fichi. Parzialmente riconducibile ad una Belgian Ale, come stile di riferimento, si presenta di un bel color dorato velato con riflessi arancioni. 
La schiuma è bianca  e compatta, cremosa, ed ha una buona persistenza.  Molto dolce, accanto a sentori floreali l’aroma offre crosta di pane e miele, banana matura e (molta) mela rossa. Nessuna sorpresa in bocca, dove domina il dolce del miele, del biscotto al burro e del pane; la frutta (tanta banana, un po’ di mela) s’avvicina ai toni del candito, con il palato che si trova ben presto costretto a “lottare” con una consistenza quasi oleosa ed appiccicosa. Nonostante la descrizione del produttore (in bocca si compensano la sensazione dolce e leggermente acidula che rendono la birra non stucchevole e dissetante nonostante la complessità), le  poche bollicine non aiutano a contenere il dolce, l’acidità non è pervenuta e la bevibilità ne risulta giocoforza limitata. Finisce abboccata, con la leggera amaricatura (mandorla amara, frutta secca) che non aiuta a riequilibrare una birra che ha una buona intensità ma che risulta molto poco attenuata e, per il mio gusto, eccessivamente bananosa e stucchevole.  Peccato, perché il prezzo sullo scaffale era piuttosto interessante. 
Formato: 75 cl., alc- 7%, lotto 40/2014, scad. 16/06/2015, pagata 4.95 Euro (supermercato, Italia).

Nota: la descrizione della birra bevuta è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 4 dicembre 2014

Dieu du Ciel Aphrodisiaque

Occasione sempre lieta, quella di stappare una Dieu De Ciel!, birrificio canadese che vi ho presentato in questa occasione.  Sino ad ora, due bottiglie e due grandi birre: Peche Mortel e Moralitè.    E per confermare il detto “non c’è due senza tre”, ecco l’altrettanto splendida Aphrodisiaque, una (strong) stout che viene prodotta da maggio 2003 con l’aggiunta di cacao biologico e di baccelli di vaniglia. Uno sguardo al beer rating?  Seconda miglior stout al mondo per Ratebeer, dietro alla Beer Geek Breakfast di Mikkeller, e seconda miglior American Stout al mondo per BeerAdvocate, dietro alla (a me sconosciuta) Double Shot della Tree House Brewing Company, Massachusetts, USA. 
Prima di passare a bere, vale la pena soffemarsi qualche istante sulla splendida etichetta, disegnata dall’artista Yannick Brosseau. I suoi lavori si ispirano alla mitologia e ad alcuni pittori del surrealismo-pop americano come Mark Ryden, Audrey Kawasaki  e Nicoletta Ceccoli-Marieke. Sulle etichette vengono spesso raffigurate la divinità di un pantheon immaginario, seguendo l’ispirazione che nasce dal nome della birra. Ovvio quindi dedicare l’etichetta di questa stout ad Afrodite, dea greca dell’amore, della bellezza e dell’arte, figlia di Zeus e Dione (secondo Omero) o, secondo Esiodo, nata dal membro di Urano evirato e gettato poi nel mare dal figlio Crono. 
Una spiga di grano in bocca, “vestita” solamente da un ciondolo che ricorda una fava di cacao: la bellezza di Afrodite è spesso collegata al concetto di armonia e perfezione delle forma, e questa birra non vi si allontana di molto. 
Sensualmente nera, ricoperta da una cremosa coltre di schiuma beige, soffice ma compatta, molto persistente. Al naso il richiamo dell’orzo tostato e del caffè in grani, del cioccolato amaro e della vaniglia; più in sottofondo sentori che ricordano il tabacco ed il cuoio. L’aspetto è del tutto simile a quello di una robusta imperial stout, ma questa Aphrodisiaque di alcool ne contiene solo il 6.5%: la sensazione palatale e l’intensità del gusto sono altrettanto paragonabili a quelle di una imperial stout, fatta eccezione per la ovvia minor presenza dell’alcool. Poco carbonata, morbida e cremosa in bocca, corpo medio, stupisce per l’elevata intensità di caffè, vaniglia e cioccolato amaro: la bevuta è a tratti quasi “polverosa”, quasi a simulare la presenza del caffè macinato e del cacao in polvere. Arriva anche qualche leggerissima nota di prugna disidratata e di tabacco, ed un finale che vede la predominanza dell’acidità e dell’amaro del caffè, assieme ad una leggera luppolatura resinosa  che aiuta a ripulire il palato, lasciando una scia di cioccolato amaro, vaniglia e tabacco. 
Pulitissima, è una birra molto amara ed intensa che si lascia bere senza nessuna difficolta: ma sarebbe un peccato non sorseggiarla con calma, lasciandola scaldare per assaporare tutte le diverse sfumature di gusto ed aroma che cambiano con l’alzarsi della temperatura. Ne esistono anche delle  - buonissime, mi dicono -  versioni  affinate (Élevée En Barriques, in francese è quasi più bello)  in botti che hanno ospitato bourbon e rum,  che qui in Italia probabilmente non vedremo mai. Accontentiamoci di questa, e l’invito per voi è di uscire a comprarla finché si trova. 
Formato: 34,1 cl., alc. 6.5%, imbottigliata 06/2014, pagata 5.50 Euro (beershop, Italia).

mercoledì 3 dicembre 2014

Free Lions Big Zombie

Nuovo appuntamento con il birrificio Free Lions. Dopo la Maddeké IPA (7% ABV)  assaggiata qualche settimana fa, ecco quella che in qualche modo potrebbe considerarsi la sorella “leggermente” maggiore (7.4%) Big Zombie. L’etichetta stessa riporta la scritta “2 x IPA”. Se non erro è una novità 2014, essendo arrivata ad inizio anno ed essendo anche la prima produzione creata da Andrea Fralleoni assieme a Massimo Serra, che ha lasciato il vicino birrificio Turan per approdare, a Tuscania, alla corte di Free Lions. Si tratta di una IPA realizzata solamente con luppoli continentali: Admiral, Polaris e Mandarina.
L'aspetto non è il suo punto di forza; ambrato torbido, com riflessi ramati. Bisogna versarla in modo un po' aggressivo per generare un dito di schiuma biancastra, grossolana e poco persistente.  Il naso evidenza una buona freschezza ma poca intensità: resina, caramello, sentori di agrumi (mandarino) e di mango. La scarsa schiuma si traduce al palato in una birra (purtroppo) quasi piatta: il corpo è medio, con una consistenza quasi oleosa. Bandita al palato la parola "equilibrio"; questa Big Zombie è una IPA che oscilla tra due estremi: inizia muscolosa e molto dolce, ricca di caramello, biscotto, marmellata e frutta tropicale, per poi svoltare improvvisamente strada verso l'amaro resinoso, balsamico, enfatizzato dall'alcool che non si nasconde e richiama attenzione. 
La bevibilità è giocoforza limitata, la birra è intensa ma (forse volutamente?) rozza, priva di eleganza o grazia; discreto il livello di pulizia, penalizzata un po' dalle bollicine quasi assenti, chiude amara di resina e calda di alcool. 
Mi ha ricordato a tratti Lo Straniero, una collaborazione a sei mani tra Free Lions, Revelation Cat e Left Hand: altra birra molto muscolosa ed intensa, dove però c'era un senso compiuto, un passaggio progressivo dal dolce al molto amaro che invece non ho trovato in questa Big Zombie. Alla fondamentale domanda "la ricompreresti?", questa volta mi tocca rispondere di no. 
Formato: 33 cl., alc. 7.4%, IBU 65, scad. 29/11/2014, pagata 3.50 Euro (stand birrificio).

Nota: la descrizione della birra bevuta è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 2 dicembre 2014

Founders Breakfast Stout

L'aspettavo da quando avevo letto l'inattesa notizia del suo arrivo, e finalmente è qui: Founders Breakfast Stout. Noto con piacere che anche i grandi importatori  italiani ogni tanto scelgono di portarci anche qualche birra che riesce a viaggiare "bene" e che non deve essere necessariamente consumata fresca; il dito è puntato contro le numerosissime IPA o APA americane che in molti casi arrivano purtroppo sugli scaffali italiani con il fiato corto e che (non) andrebbero bevute previa defibrillazione. 
La storia di Founders, birrificio di Grand Rapids, Michigan, ve l'avevo riassunta giusto un anno fa, prima di bere la loro ottima Porter. Il biglietto da visita della Breakfast Stout, per chi non la conosce ed ama il beer rating, è un  doppio 100/100 su Ratebeer e BeerAdvocate; nella classifica delle migliori Imperial Stout al mondo, il primo la colloca al trentesimo posto mentre per il secondo (American Imperial Stout) si piazza al numero dodici. 
E dire che questa birra nacque quasi per caso, come racconta Dave Engbers, fondatore del birrificio assieme a Mike Stevens: impegnato dietro al bancone del bar della taproom, gli venne offerto da un cliente un chicco di caffè ricoperto di cioccolato. Lo mangiò accompagnandolo con un sorso di Founders Porter: l'abbinamento fu delizioso, e condiviso da tutti le altre persone che si trovavano in quel momento al bar. Nacque allora l'idea di realizzare una Coffee Chocolate Porter, che mutò poi in una Imperial Stout.  Venne prodotta per la prima volta nel 2001, divenendo una birra stagionale disponibile da ottobre a dicembre; fu subito un grande successo per il birrificio del Michigan, poi replicato dalla sorella maggiore KBS (Kentucky Breakfast Stout) che viene invecchiata in botti di bourbon. La ricetta, oltre a malto e luppolo, include fiocchi d'avena, cioccolato amaro, caffè Sumatra e Kona: a causa dei procedimenti necessari alla preparazione del cioccolato e del  caffè, Dave Engbers descrive la sua realizzazione come "a complete pain in the ass", che potrebbe essere tradotto più o meno come "una gran rottura di coglioni". 
Splendida l'etichetta che raffigura un bambino intento a fare colazione nella sua tazza di cereali; l'ha realizzata - al solito - Grey Christian, che racconta a proposito: volevamo mantenere un aspetto classico ma anche ironizzare un po' sull'idea di fare colazione con questa birra. Il rischio - abbinare un minorenne ad un alcolico - era quello di non passare la censura dell'American Bureau of Alcohol, Tobacco and Firearms. Sino ad ora pare che solo nel New Hampshire  le bottiglie siano state bannate: poco male, perché Founders ha optato per distribuire solamente dei fusti in quello stato.
Nel bicchiere è completamente nera, con un solido e cremoso cappello di schiuma color nocciola, molto persistente. Il naso è abbastanza semplice ma estremamente pulito ed elegante: caffè macinato, orzo tostato, cereali, qualche lieve sentore di cioccolato e di alcool. Perfetta la sensazione palatale: birra avvolgente, morbidissima e cremosa, corpo pieno, carbonazione bassa. Il caffè è  chiaramente l'indiscusso protagonista della bevuta, ma almeno all'inizio ci sono anche cioccolato amaro, liquirizia, tostature di pane e di orzo: si lascia sorseggiare  gustando il suo tepore etilico, ma volendo potreste anche aumentare la frequenza dei sorsi senza incontrare grosse difficoltà. Pochi fronzoli e tanta sostanza, birra semplice ma pulitissima e molto ben fatta, regala grande soddisfazione con i pochi elementi a disposizione. Chiude con l'acidità e l'amaro del caffè, il caldo dell'alcool, la sensualità del cioccolato amaro.
Non è chiaramente una birra con la quale far colazione: o meglio, se lo fate, porgetevi almeno qualche domanda sulla vostra salute mentale. E' piuttosto una seducente compagna di un dessert o di un dopocena in poltrona, da gustare senza fretta, sorso dopo sorso. Mettetene anche una in cantina: tra un anno la dominanza del caffè sarà senz'altro terminata e chissà che questa Breakfast Stout non ci regali qualche altra differente soddisfazione.
Formato: 35.5 cl., alc. 8.3%, IBU 60, scad. 07/08/2015, pagata 4.50 Euro (beershop, Italia).

lunedì 1 dicembre 2014

Birra Perugia Golden Ale

La birra arriva a Perugia per la prima volta nel 1875, assieme all’imprenditore milanese Ferdinando Sanvico, che in alcuni locali di Palazzo Silvestri, nella centrale via Baglioni, fonda la Fabbrica della Birra Perugia. I vicini depositi sotterranei di neve della Rocca Paolina venivano utilizzati – in assenza della refrigerazione artificiale – come locali per la maturazione e la conservazione dei fusti di rovere. La birra veniva principalmente consumata in loco, in quella che oggi verrebbe chiamata la “tap room”, ma col tempo iniziarono anche le consegne (mediante carro trainato da cavalli) nei punti di ristoro periferici e, all’inizio del novecento, in varie zone dell’Italia centrale. La produzione – per far fronte all’aumento della richiesta - fu spostata nei locali più capienti di via Oradina (oggi rinominata via Bartolo). Nel 1926 la Società Birra Peroni acquista Birra Perugia: il marchio venne soppresso, il concorrente eliminato e gli impianti continuarono per un anno circa a produrre ed imbottigliare la Birra Peroni, sino alla definitiva chiusura del 1927. 
A metà degli anni 2000, alcuni giovani imprenditori perugini hanno l’idea di far rivivere il marchio e di tornare a produrre birra a Perugia: il progetto ha una gestazione quasi decennale: business plan, ricerca del luogo dove produrre, reperimento dei finanziamenti necessari. A fine 2012 nasce la nuova società Birra Perugia, gli impianti trovano casa ovviamente in periferia (Pontenuovo di Torgiano)  in una struttura industriale risalente agli anni settanta:  ci sono due tini LaInox, della capacità produttiva di circa mille litri e due fermentatori da duemila litri. Il birrificio, guidato dai giovani Laura Titoli,  Luana Meuli, David Vescovi, Matteo Natalini, Mauro Fanari ed Antonio Boco viene presentato ufficialmente il 10 giugno 2013, presso il locale Non C'era (in Centro) di via Bartolo, dove si trovava il vecchio birrificio Perugia. In sala cottura l'head brewer è Mauro Fanari, proveniente da una breve esperienza in Inghilterra da Thornbridge ed al CERB di Perugia.      
La produzione è sostanzialmente divisa in tre: la "Linea Classica" è quella degli inizi, sono birre volutamente semplici e facili da bere, accessibili anche a chi non ha grande familiarità con la birra ed ha sempre ordinato chiedendo "una chiara, una rossa, una scura". Le tre birre prodotte (Golden Ale, American Red Ale e Chocolate Porter) sembrano soddisfare anche queste esigenze; la grafica delle etichette è volutamente retro e richiama lo storico marchio del 1875. La "Linea Creativa"  si rivolge ai cosiddetti "palati più esperti": abbondanti luppolature, malti speciali, affinamenti in botti di legno ed etichette meno convenzionali. Ne parlerò in dettaglio prossimamente. Vi è poi la "Linea Territorio", il cui nome indica chiaramente la volontà di produrre birre che abbiano un forte legame con il territorio, magari utilizzando materie prime provenienti dalla campagna circostante. 
Finora mi era capitato di bere Birra Perugia in una sola occasione, in un ristorante di Norcia a pranzo, la scorsa primavera: l'American Red Ale mi aveva fatto un'impressione molto positiva, e mi ero riproposto di assaggiare con più calma le loro birre. Purtroppo non mi è poi capitato d'incontrarle sullo scaffale di nessun negozio: ma, come da proverbio, se Maometto non va alla montagna è la montagna che va a Maometto. Ringrazio quindi Matteo di Birra Perugia per avermi inviato alcune bottiglie.
Partiamo dalle basi, dalle prime birre prodotte, ovvero dalla "linea classica": la (English) Golden Ale di Birra Perugia esordisce portandosi a casa una medaglia oro all'European Beer Star 2013 a soli pochi mesi dal debutto. La ricetta prevede malti pils e carapils, frumento ed una luppolatura che ad una lettura distratta potrebbe sembrare molto poco inglese: Motueka (Nuova Zelanda) e Citra (Stati Uniti), ma le linee guida di recente sviluppate dal BJCP ammettono anche l'utilizzo di luppoli extra britannici. Se non erro, rispetto alle prime cotte, in questa Golden Ale il Citra ha sostituito il Saaz.
All'aspetto è di un brillante color dorato, velato, con un discreto cappello di cremosa schiuma bianca, non molto persistente. In assenza di dry-hopping, l'aroma non è particolarmente pronunciato ma regala un elegante e pulito equilibrio di agrumi (soprattutto mandarino)  affiancati a fragranti sentori di crosta di pane, di crackers ed erbacei. La bottiglia è molto giovane (ottobre) e ciò si riflette positivamente non solo sul naso: al palato i descrittori sono gli stessi, con identica fragranza e freschezza. Pane e crackers, seguiti da note di mandarino che evolvono poi in un bel finale zesty di scorza d'agrumi con qualche sfumature erbacea. La bevuta è facilissima, anche se potrebbe essere forse un po' più secca: ho l'impressione (forse sbagliando) che trattandosi di una birra (gateway beer) volutamente destinata anche ai palati meno "esperti", si sia forse fatta qualche concessione in più sul dolce: in sottofondo avverto infatti una leggera presenza di miele. Il corpo è leggero, le bollicine sono poche e questa Golden Ale scorre pulita e  velocissima dal bicchiere all'insegna dell'equilibrio: non è una birra che vuole imporsi o che domanda attenzione, ma una dissetante e rinfrescante compagna che affiancherà le vostre chiacchiere di un'intera serata. La gradazione alcolica è un po' al di sopra del concetto di session beer, ma non farete fatica ad ordinarne più di un bicchiere. Ringrazio nuovamente Birra Perugia per avermi inviato la bottiglia da assaggiare. E per chi volesse approfondire di più lo stile delle (English) Golden Ale, che personalmente amo molto, segnalo il solito interessantissimo articolo di Stefano Ricci per la rivista Fermento Birra.
Formato: 75 cl., alc. 5.2%, IBU 16, lotto 3814, scad. 10/2015.

domenica 30 novembre 2014

Pleine Lune Triple

Anche in Francia - con le dovute proporzioni - è in atto una piccola craft beer revolution. Di microbirrifici la Francia ne ha sempre avuti, ma le loro produzioni non andavano oltre la classica offerta "blanche/bionda/ambrata/scura" con risultati, tranne che in pochissimi casi, ben lontani dall'eccellenza. Da qualche anno anche i microbirrifici francesi hanno scoperto (a voi decidere se sia un bene o un male…) le APA e le IPA, le Imperial Stout, i luppoli americani, soprattutto. Sembra un po' di rivedere quanto accadde in Italia quattro-cinque anni fa: spuntano nuovi produttori, con passione e voglia di fare. La costanza produttiva e la qualità invece sono ancora abbastanza altalenanti e - ripetendo quanto detto prima -ben lontane dell'eccellenza; chi segue il blog con regolarità avrà avuto occasione di leggerlo. 
Diamo tempo al movimento francese, e chissà che tra qualche anno non ci regali qualche grande soddisfazione. Per il momento, si vede già qualche effetto positivo che consiste nell'ampliamento dell'offerta: se fino a qualche anno fa Parigi era una specie di deserto birrario (vi bastavano le dita di una mano per elencare i posti meritevoli di essere segnalati), adesso la situazione è profondamente cambiata: si aprono beershops, bar con una buona selezione di birre, e, prossimamente, anche un birrificio dove potrete portare la vostra ricetta e produrre la vostra birra. Beer firm? In Italia ne sappiamo qualcosa.
Vi ho già presentato la Brasserie Artisanale de la Pleine Lune in questa occasione: taglio corto, quindi, e passo alla quarta birra di questo birrificio che si trova un centinaio di chilometri a sud di Lione. Dopo tre birre americaneggianti  (facili da fare, in teoria) e non particolarmente entusiasmanti, ecco la prova del Belgio: una triple. Prova superata? No.
Colore arancio carico opaco, con riflessi ambrati; la schiuma è biancastra, compatta e cremosa, dalla buona persistenza. Naso molto dolce, con caramello, canditi e - soprattutto - molta marmellata d'arancia; il bouquet si completa con sentori di zucchero candito, qualche sfumatura floreale ma anche di cartone bagnato. Al palato s'avverte subito la mancanza di qualche bollicina in più che avrebbe senz'altro aiutato a smussare un po' il dolce di questa Tripel/Triple. Il corpo è medio-pieno, e fortunatamente il gusto è meno dolce di quanto l'aroma facesse immaginare: su una base di biscotto e di caramello sale in cattedra l'alcool, mentre gli attesi canditi e frutti a pasta gialla vengono rilegati in secondo piano. L'alcool potrebbe avere la funzione positiva di "asciugare" il dolce della birra, ma in questo bicchiere ce n'è davvero troppo, ed il gusto ne risente in maniera negativa. Finisce con un'inattesa secchezza ed una lieve astringenza, ma sopratutto con un finale troppo acquoso per una birra dal contenuto alcolico importante. Bevuta che non raggiunge la sufficienza, birra poco gradevole e slegata e tanto lavoro ancora da fare.
Formato: 33 cl, alc. 8.3%, scad. 28/12/2018, pagata 3.90 Euro (beershop, Francia).

Nota: la descrizione della birra bevuta è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

sabato 29 novembre 2014

Brewfist / Prairie Artisan Ales Spaghetti Western

Chiudiamo il lungo elenco di collaborazioni che ha visto il birrificio Brewfist impegnato nel corso del 2014 con la imperial stout Spaghetti Western. I primi fusti iniziano in verità a girare a fine 2013, in occasione di Birre Sotto l'Albero, ma le bottiglie se non erro sono arrivate solamente quest'anno. La collaborazione è con il birrificio americano Prairie Artisan Ales
Il nome si riferisce ovviamente a quella serie di film realizzati a cavallo tra gli anni sessanta e settanta che vide come maestro indiscusso il regista Sergio Leone, autore della trilogia del dollaro (Per un pugno di dollari, 1964, Per qualche dollaro in più, 1965, ed Il buono, il brutto, il cattivo, 1966) e del capolavoro C'era una volta il West (1968).  Il termine spaghetti western nacque negli Stati Uniti per indicare inizialmente - in modo un po' dispregiativo - i film girati in Italia spesso con budget abbastanza ridotti. Guarda caso, il prono film western prodotto in Italia (1959) fu chiamato Il terrore dell'Oklahoma, lo stato americano dove ha sede il birrificio Prairie. 
E la birra? La Spaghetti Western realizzata da Brewfist e Prairie vede l'utilizzo di luppolo Magnum e malti Pale, Carafa 3, Special B, Crystal, Chocolate, orzo tostato ed avena maltata. Nel maturatore a freddo vengono poi aggiunte fave di cacao e caffè; in etichetta, tra gli ingredienti, compaiono anche gli spaghetti. Se siano davvero stati utilizzati, ed in che modo, lascio a voi scoprirlo.
Nel bicchiere è di colore ebano scurissimo, e forma una modesta testa di schiuma nocciola, fine e cremosa, dalla discreta persistenza. L'aroma è dominato dal caffè, in grani e liquido, che tende a coprire un po' tutto: in sottofondo si riescono a scorgere sentori di cioccolato, orzo tostato, liquirizia, brownie.  Non c'è molta complessità, ma un bel livello di pulizia e d'intensità. In bocca è morbida ed oleosa, con poche bollicine ed un corpo che si mantiene medio. Al gusto - un po' meno pulito rispetto all'aroma - inizialmente c'è un po' più di equilibrio tra gli elementi, con orzo tostato, caffè e liquirizia che si dividono il palcoscenico; in secondo piano frutta sotto spirito (prugna?) e l'alcool che, pur facendosi notare, non disturba assolutamente la bevuta. Ma nel finale prende invece di nuovo il largo il caffè, diventando protagonista assoluto, con la sua acidità ed il suo amaro.  E' una bottiglia molto caffè-centrica, se mi passate il neologismo; è solida e ben fatta ma si avverte, dopo qualche sorso l'assenza di uno sparring partner abile a contrastarlo. Ne consegue che la soddisfazione dei primi sorsi tende un po' a smorzarsi con il tempo; saturato di caffè il palato, difficilmente sentirete il bisogno di berne un'altra a breve distanza.  Godetene quindi in piccole dosi.
Formato: 33 cl., alc. 8.7%, IBU 60, lotto 4121, scad. 30/09/2015, pagata 4.60 Euro (beershop, Italia).