giovedì 10 maggio 2018

Oskar Blues Death By Coconut

Colorado, marzo 2014:  in occasione della Colorado Craft Beer Week il birrificio Oskar Blues annuncia l’arrivo di tre novità realizzate assieme ad altrettanti birrifici. Con i vicini di casa dalla Shamrock Brewing Co. viene prodotta la  Death By Coconut, una  Irish porter che matura assieme a cocco essiccato e cioccolato prodotto dalla Robin Chocolates di Longmont. Con La Cumbre Brewing Co (New Mexico)  si realizza la  Fat Slim India Style Session Ale  e  con i californiani della St. Archer Brewing Co. la St. Oskar’s Indica Black Lager.  Le tre "one shot" vengono presentate il 22 marzo alla serata al Collaboration Festival organizzato dalla Colorado Brewers Guild al Curtis Hotel di  Denver.  
Concentriamoci sulla porter Death By Coconut, che ottiene grande successo al festival e, nell’ottobre dello stesso anno,  porta a casa la medaglia d’argento nella categoria “Chocolate Beer” al Great American Beer Festival del 2014 che si tiene a Denver; al primo posto la (a me sconosciuta) Chocolatized della Pisgah Brewing Co. 
La ricetta è frutto della collaborazione tra Jason Buehler (allora birraio alla Oskar Blues ma con un breve passato alla Shamrock) e Keith Hefley della Shamrock. Buehler ricorda: “volevo fare una birra assieme ai miei vecchi amici per il Collaboration Festival, avevo in mente di produrre sui nostri impianti una versione speciale di una loro birra “irlandese” e sui loro impianti una delle nostre luppolate. Keith suggerì di produrre da noi qualcosa con aggiunta di cocco o di cioccolato, o magari entrambi. Non avevo idea di dove poter acquistare il cocco, così ci pensò Keith; in cambio noi gli procurammo delle varietà di luppolo alle quali loro non avevano accesso. Realizzammo un primo lotto da noi, eravamo più grandi di loro e potevamo correre il rischio economico di sperimentare con degli ingredienti così costosi; il secondo lotto fu prodotto da loro”. 
La birra riscuote subito grandi consensi  e nello stesso anno Oskar Blues inizia a produrla come birra stagionale autunnale, con un successo ancora più clamoroso: nei primi anni il lancio commerciale viene accompagnato da un evento al birrificio e le lattine vanno esaurite molto rapidamente. Anche alla Shamrock producono la loro versione ma la gioia, l’amicizia e lo spirito di condivisione della collaborazione finiscono presto: quando ci sono di mezzo i soldi, le cose si complicano sempre. Racconta Buehler, che nel 2015 ha lasciato Oskar Blues per andare alla Denver Beer Company: “era una birra così costosa da produrre che pensammo inizialmente di farla solo per il festival o in altre rare occasioni, ma la gente la adorava. Quando informai la Shamrock della nostra decisione di metterla in produzione stagionale, loro chiesero di poter mantenere anche il loro logo sulle nostre lattine, ma rifiutammo. Chiesero anche di poter continuare a produrre la loro versione usando lo stesso nome ma non era possibile, non aveva senso che due birrifici diversi facessero una birra simile con lo stesso nome". 
Nel settembre 2017 la Shamrock pubblica  un comunicato ambiguo ma non troppo sulla propria  pagina Facebook,  annunciando l’arrivo di una nuova  Chocolate Coconut Porter:  “come sapete la birra collaborativa fatta assieme ad Oskar Blues fu un enorme successo. Oskar ha deciso di registrarne il nome, produrla in grandi quantità e distribuirla. Non è chiaro chi abbia diritto a reclamare quel nome, ma siccome la ricetta è abbastanza  diversa  da quella originale, non vogliamo creare nessuna confusione. Quindi l’abbiamo chiamata Cheating Death (ingannare la morte,  evitare delle spiacevolissime conseguenze, ndt.)”.

La birra.
C’è stato dunque qualche cambiamento rispetto a quella Death By Coconut che conquistò i palati della gente nel 2014: i cambiamenti, per quel che riguarda la versione Oskar Blues, credo riguardino soprattutto l’ingrediente cioccolato, oggi fornito dalla Cholaca di Denver: un liquido prodotto con fave di cacao provenienti da Ecuador e Perù, zucchero di cocco e acqua.
Il suo colore è prossimo al nero e la sua schiuma è cremosa e compatta, con un’ottima persistenza.  Questa lattina è nata nell’ottobre del 2017 e sicuramente è passato qualche mese di troppo per poter apprezzare al meglio l’ingrediente cocco, abbastanza rapido nel diminuire d’intensità. L’aroma è infatti dominato dal cioccolato, in verità non troppo raffinato e reminiscente del Nesquik: abbinateci quel che resta del cocco e l’effetto Bounty è assicurato: non molto artigianale, ma comunque gradevole. In sottofondo resta un po’ di spazio per delle tostature. Al palato è morbida e gradevole, con una leggera cremosità che non rallenta affatto la scorrevolezza: è tuttavia una birra da gustarsi con calma, ben bilanciata tra il dolce di cioccolato, liquirizia, caramello, cocco e l’amaro delle tostature e di qualche ricordo di caffè. C’è una bella intensità, l’alcool (6.5%) è praticamente inavvertibile e la bevuta è davvero facilissima. L’effetto Bounty non è spudorato ed è comunque ben integrato all’interno di quella che rimane una porter, anche se dall’indole ovviamente dolce. Nel suo genere il risultato è convincente, e anche se odiate le cosiddette “birre dessert” potreste fare un tentativo con questa Death By Coconut, capace di fermarsi qualche metro prima dal baratro delle pastry beers.
Formato 35,5 cl., alc. 6.5%, IBU 25, lotto 18/10/2017, prezzo indicativo 5.00-7.00  euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 9 maggio 2018

Magic Rock / Dry & Bitter Smallvoice

Hops Not Hate (luppoli, non odio) è un’iniziativa a scopo benefico lanciata a maggio 2017 nel corso della Mikkeller Beer Celebration Copenhagen  da Søren Parker Wagner, titolare del  Fermentoren di Copenhagen, della beerfirm Dry & Bitter e relativi progetti collegati (qui la storia complicata). 
Un idea abbastanza semplice: un birrificio vende una birra ad un distributore che la vende ad un bar o a un beershop. Ciascuno di loro s’impegna a donare il 50% dei ricavi  in beneficienza:  il 25% ad un’organizzazione locale, che si trovi entro i 30 km di distanza, ed il 25% ad un’organizzazione globale. Ogni anello della catena distributiva s’impegna a farlo e il consumatore finale, quando vede il logo di “Hops not Hate” sulle etichette o sulle spine, sa che bevendo quella birra sta aiutando diverse associazioni benefiche. 
Ventiquattro i birrifici che hanno aderito subito all’iniziativa che ha debuttato con una collaborazione tra Dry & Bitter e Cloudwater, una IPA chiamata Compassion ovviamente presentata in anteprima al Fermentoren: il 50% dei profitti sono poi stati devoluti alle vittime dell'incendio alla Grenfell Tower. Sul sito di Hops Not Hate potete trovare nel dettaglio la storia del progetto e le modalità per prendervi parte. 
Alla fine del 2017, nell’ambito di questa inziativa, il birrificio inglese Magic Rock e i danesi di Dry & Bitter si sono riuniti per realizzare una Session IPA chiamata Smallvoice, ovvero la “vocina” della propria coscienza.  La birra è stata poi presentata ufficialmente il 19 gennaio 2018 presso la taproom di Magic Rock nel corso di un Tap Takeover di Dry & Bitter che ha visto come ospite anche Søren Parker Wagner.

La birra.
Malti d’orzo Golden Promise e Acidulato, malto di segale e d’avena, maltodestrine, luppoli T90 Mosaic, Citra, Simcoe, Ekuanot nel whirpool,  Cryo Hops™ Mosaic, Citra, Simcoe e Ekuanot in dry-hopping; lievito London Ale II.  
Questa la ricetta di una Session IPA (4.3%) che si presenta opalescente, di colore dorato, con schiuma bianca cremosa e un po' scomposta, dalla buona persistenza. L'aroma ha una discreta intensità, è pulito e abbastanza elegante: mango, pompelmo, arancia e mandarino si dividono il palcoscenico in parti quasi eguali. A quattro mesi dalla messa in lattina la freschezza è ancora discreta e nel complesso il naso è piuttosto gradevole. Ottima è invece la sensazione palatale: una session beer morbida e dall'ottima presenza che si mostra senz'altro più grande di quello che è. La scorrevolezza rimane elevata. Smallvoice è una Session IPA intelligente, costruita con garbo, preservando per quanto possibile l'equilibrio tra gli elementi che la compongono. Non è una inutile spremuta di luppolo senza il supporto dei malti: qui pane e crackers sono ben percepibili e subito incalzati dal dolce del mango e dell'ananas, dell'arancia e del mandarino. Il finale è delicatamente amaro, con note erbacee e zesty, la chiusura ha quella secchezza necessaria a creare dipendenza ed aumentare la frequenza dei sorsi. Ben fatta, semplice ma intensa, pulita e profumata:  questa Smallvoice di Magic Rock e Dry & Bitter cede un po' di freschezza a causa dell'età anagrafica ma è ancora una bevuta perfettamente godibile e soddisfacente.
Formato 44 cl., alc. 4.3%, lotto 1599, scad. 04/07/2018 

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 8 maggio 2018

Perennial Abraxas

Torniamo a parlare di Perennial Artisan Ales, birrificio di St. Louis (Missouri) già ospitato sul blog in un paio di occasioni:  lo ha fondato Phil Wymore assieme alla moglie Emily, che dopo aver lavorato alla Grindstone (Columbia, Missouri), alla Goose Island ed alla Half Acre (Chicago) ha deciso di ritornare in Missouri per inaugurare il proprio birrificio, con l’intento dichiarato di “puntare ai beergeeks. Vogliamo fare birre per le quali la gente si entusiasmi. Non vogliamo essere il dodicesimo birrificio di St Louis che produce una Pale Ale”.  La Belgian Ale Southside Blonde è in cima alla classifica di vendite del birrificio e fornisce la sicurezza necessaria per poter pensare ad altre birre più costose da produrre ma anche più redditizie. 
L’hype ha iniziato ad arrivare a St. Louis grazie alla imperial stout Abraxas, soprattutto nella sua versione Barrel Aged la cui messa in vendita attirava una volta all’anno centinaia di beergeeks che si accampavano davanti al birrificio molte ore prima dell’apertura. Uno spettacolo divertente ma poco pratico che è stato ora regolamentato: Wymore  ha creato la  Société du Chêne, una membership che per 300 dollari vi assicura una bottiglia delle prime dodici birre invecchiate in botte prodotte da Perennial ogni anno, un bicchiere, uno sconto del 10% sulle consumazioni alla tap room e la possibilità di prenotare per l’acquisto altre ricercate bottiglie.  Quello che resta viene venduto attraverso biglietti on-line  che evitano l’inutile affollamento di gente alla ricerca di bottiglie che non saranno disponibili. 
Solo 100 casse furono prodotte nel 2011, anno del suo debutto, ma poi  l’aumentata capacità produttiva e la volubilità della moda hanno fatto lentamente diminuire l’hype per l’Abraxas, "normale" indirizzandolo sulle sue versioni speciali con aggiunta di vari ingredienti e soprattutto sulla sua versione barricata  che sul mercato secondario raggiunge quotazioni di qualche centinaia di dollari. 
L’ Abraxas Week 2017 si è svolta  dallo scorso 31 ottobre al 4 novembre: oltre che alla spina, l’imperial stout e le sue varianti erano disponibili alla (pre)vendita (100$) in una borsa personalizzata che includeva 2 bottiglie di Abraxas “normale”, una di Coffee Abraxas e una di Vanilla Abraxas. I “cofanetti” sono andati rapidamente esauriti: a chi era rimasto a bocca asciutta non restava che sperare nell’acquisto delle bottiglie singole dell’Abraxas normale (20$) messe in vendita al birrificio da mezzogiorno del 4 novembre. La birra è stata comunque distribuita da Perennial in buona quantità e qualche bottiglia è arrivata nei mesi scorsi anche in Europa.

La birra.
Ricapitoliamo: Abraxas è una Imperial (Mexican) Stout, ovvero viene prodotta con peperoncini Ancho, fave di cacao, baccelli di vaniglia e stecche di cannella. Nonostante gli ingredienti aggiunti, che tendono a svanire rapidamente, il birrificio ne consiglia l’invecchiamento e l’assaggio di eventuali verticali.
La piccola schiuma che si forma in superficie non è particolarmente attraente e svanisce piuttosto in fretta: sotto di lei, un'impenetrabile coltre nera riempie il bicchiere. L'aroma non è molto intenso ma restituisce quanto promesso in etichetta: cioccolato, accenni di peperoncino e di cannella , note terrose e di vaniglia, orzo tostato. La pulizia è discreta e il bouquet nel complesso non è esattamente di quelli che fanno venir l'acquolina in bocca. C'è fortunatamente un netto miglioramento al palato, a partire da un mouthfeel riccomorbido e gradevole, oleoso. E' un'imperial stout che parte sul versante dolce,  piena di melassa e cioccolato al latte, liquirizia e vaniglia, bilanciate poi da tostature e soprattutto dal piccante del peperoncino che nel finale sale aiuta ad asciugare il palato. L'alcool (10%) si fa sentire senza esagerazioni, risultando tuttavia più evidente a fine corsa quando il suo calore si affianca a quello del peperoncino. Non è una birra troppo piccante e c'è buon equilibrio in ogni sorso: quello che mancano sono piuttosto pulizia ed eleganza: il risultato è godibile ma somiglia ad una sorta di un piccolo dessert, un agglomerato poco preciso e definito. Non è una delle tanto amate/odiate pastry stout o birre dessert ma non ci si allontana di molto: non so se il 2017 sia stata un'annata non eccelsa per questa birra, ma quello che c'è del bicchiere, seppur di alto livello, non mi convince del tutto. E quando il prezzo del biglietto è elevato, le aspettative devono adeguarsi.
Formato 75 cl., alc. 10%, IBU 80, imbott. 27/11/2017, prezzo indicativo 26-28 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 7 maggio 2018

Casa Bianca Birra Nona

Quando si parla di birra artigianale spesso si racconta di persone che hanno cominciato a produrre la birra in casa e sono poi riusciti a trasformare quello che era una semplice hobby, una grande passione,  in una vera e propria professione. 
La storia di oggi non è molto diversa se non fosse per il fattore “età”: Bernardino Tortone realizzava le proprie ricette in cantina “quando era giovane”  e quando la birra artigianale ancora non esisteva per come la conosciamo adesso.  La passione è stata poi fagocitata dalle incombenze della vita di tutti i giorni ed è rimasta chiusa in un cassetto per moltissimi anni, fino a poco fa. Raggiunta la pensione e superata la soglia dei 60 anni, Bernardino è riuscito a far rinascere quell’hobby nell’ambito della Azienda Agricola Casa Bianca a Fossano, in provincia di Cuneo; l’azienda produce il luppolo, l’orzo e i cereali che vengono poi fatti maltare in Germania. La birre vengono realizzate su impianti terzi, anche se l’etichetta si limita ad un  “prodotta e confezionata su ricetta dell’Azienda Agricola Casa Bianca”  da un codice alfanumerico che non aiuta il consumatore a capire da chi e dove. 
La parola birra è di genere femminile e tutte e tre le etichette prodotte sino ad ora sono ispirate alle donne: il debutto avviene a settembre 2016 con una pils chiamata Tota (in piemontese “ragazzina”), seguita dalla "rossa" (bock?) Madamin (signora) e dalla strong ale, credo d’ispirazione inglese, chiamata Nona, ovvero "la nonna". 
Ringrazio il beershop on-line Ubeer che mi ha inviato una bottiglia di Nona d’assaggiare: la birra è arrivata accompagnata da una confezione di “Cookie d’la nona”, classiche paste di meliga (in birra) prodotte per conto di Casa Bianca dal Forno Antico di Carrù (CN).

La birra.
La “Nona” si presenta nel bicchiere di un bel colore ambrato velato, acceso da intense venature rossastre: la schiuma è un po’ scomposta e non molto persistente. L’aroma, intenso e abbastanza pulito,  regala profumi di frutta secca a guscio, prugna e uvetta, ciliegia, pera e biscotto.  La sensazione palatale è piuttosto gradevole: corpo medio, bollicine contenute, consistenza morbida che tuttavia non intralcia lo scorrimento di una strong ale che al gusto mostra buona corrispondenza con l’aroma. La bevuta è dolce di ciliegia e prugna,  uvetta, biscotto e caramello, non mancano accenni di pera e mela al forno: l’amaro finale (terroso, frutta secca) è molto delicato, giusto quanto basta per portare equilibrio e lasciare il palato abbastanza pulito alla fine di ogni sorso. L’alcool (8.2%) è molto ben gestito e riscalda delicatamente senza mai eccedere: la bevuta non presenta difficoltà ma è una birra che andrebbe preferibilmente sorseggiata con tutta calma e buona soddisfazione. Dal mio punto di vista le gioverebbe tuttavia un maggior bilanciamento tra gli esteri fruttati (in alcuni passaggi molto in evidenza) e la componente maltata. 
Casa Bianca la consiglia in abbinamento a formaggi stagionati, pietanze di carne e a dolci: per chi volesse provarla ma non riesce a trovarla, ecco un utile link all’acquisto diretto.
Formato 33 cl., akc. 8.2%, lotto 17441B033, scad. 31/10/2018.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 6 maggio 2018

Schlägl Doppel Bock

La produzione di birra all'interno del monastero austriaco di Schlägl, fondato dai Premostratensi nel 1218, è documentata a partire dal 1580, ma è sicuramente iniziata molto prima. Il birrificio era inizialmente posizionato all'interno nelle cucine e nel 1865 gli impianti furono spostati in un edificio precedentemente adibito a granaio: è qui, nella Stiftskeller, dove oggi potete mangiare e assaggiare tutte le birre della Stiftsbrauerei Schlägl ("il birrificio dell'Abbazia di Schlägl"). Nel 1954 la produzione è stata trasferita in un più moderno edificio al di fuori del perimetro del monastero: un trasloco necessario per aumentare la capacità e dotarsi di una moderna linea d'imbottigliamento che confeziona anche le birre prodotte dall'unico birrificio trappista, Stift Engelszell.
Il birrificio è ancora di proprietà dell'Abbazia di Schlägl ed è oggi guidato dal birraio Reinhard Bayer; la fa ovviamente da padrone la tradizione tedesca  (con  le helles Urquell e Kristall, Zwickl e Pils) ma ci sono anche aperture al Belgio, alle cosiddette "birra d'abbazia". Su di un piccolo impianto pilota viene infatti prodotta ogni anno una Belgian Strong Ale; lo stesso impianto viene anche utilizzato per produrre "Bierspezialitäten" che guardano al mercato craft: etichette più moderne, IPA ma non solo, visto che . La gamma include anche una birra affumicata, una weizen, una dunkel, una saison e alcuni affinamenti in botte. 
Il monastero produce anche cinque varietà di limonata ed un brandy ottenuto distillando quella Doppelbock che andiamo ad assaggiare.

La birra.
La Doppelbock di Schlägl  è una produzione invernale disponibile ogni anno a partire da novembre; si presenta di color oro antico, limpido, su quale si forma un cremoso cappello di schiuma biancastra dalla buona persistenza. Al naso pane e biscotto, miele, cereali, frutta secca a guscio: in sottofondo spuntano profumi di amaretto e un leggero diacetile. Ottima la sensazione palatale: pur senza risultare ingombrante è una doppelbock che scorre bene regalando sensazioni morbide, avvolgenti. Il gusto presenta una buona corrispondenza con l'aroma, proponendo una bevuta ricca di pane, miele, biscotto e frutta secca: l'alcool (8.5%) non fa sconti e si sente anche più del dichiarato, risultando alla lunga un po' fastidioso. Il finale non è impeccabile, con un leggero amaro terra e di frutta secca un po' sgraziato e di un'intensità che non t'aspetteresti di trovare in una doppelbock. Qualche imprecisione, un po' di diacetile e qualche passaggio non troppo convincente in una birra discreta, che riscalda il corpo ma alla fine del bicchiere lascia un po' freddo lo spirito.
Formato 33 cl., alc. 8.5%, lotto 23110912, scad. 23/05/2018.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 4 maggio 2018

Dupont Hirond' Ale #1.0

Alla Brasserie Dupont non seguono certamente la moda delle “one shot”, delle “collaboration”  e non sfornano novità in continuazione. A Tourpes, dove il birrificio è attivo dal 1950, la tradizione è una cosa seria e il birraio Olivier Dedeycker, che lo guida dal 2002, fa pochissime eccezioni. 
Nel 2016 è stata aggiunta alla gamma Moinette l’anello mancante tra la Blonde e la Brune, ovvero l’ Ambrée; nello stesso anno c’è stata l’interessante collaborazione con Tomme Arthur del birrificio americano Lost Abbey, una saison nel quale il lievito Dupont s’accompagna a luppoli americani. Nel 2017 è arrivata la Oelegems Titsenbier, fino ad allora una semplice ri-etichettatura della Moinette Biologique: pare che la ricetta sia stata leggermente modificata e ora la Titsenbier è una birra a sé.  
Lo scorso febbraio è ha debuttato la Hirond' Ale #1.0, con quell’hashtag che rappresenta un’inattesa concessione alla modernità e, probabilmente, sta ad indicare che ci saranno in futuro altre Hirond’ Ale. Tecnicamente si tratta di una saison che prevede l’utilizzo di malto d’orzo e di segale e, per quel che riguarda il luppolo, solamente Savinjski Golding raccolto in Belgio: a tutto il resto ci pensa, come al solito, il magico lievito Dupont.

La birra.
Hirond, ovvero la rondine: una birra che la Brasserie dedica a quegli uccelli che da decenni occupano alcuni degli edifici dove si trova il birrificio.
Il suo colore è un dorato piuttosto carico con sfumature ambrate, leggermente velato: impeccabilmente cremosa e compatta è invece la schiuma, generosa e dall'ottima persistenza. L'aroma è molto pulito, rustico ed elegante al tempo stesso: il lievito Dupont è in primo piano, con le sue caratteristiche note speziate e ruspanti che richiamano la campagna dell'Hainaut, lievi accenni di banana. Ci sono profumi di pane e di biscotto, di croissant e frutta secca a guscio mentre è probabilmente la segale a donarle un carattere terroso. Al palato è vivace e scattante, come una saison dev'essere: copiose bollicine, grande scorrevolezza: il gusto segue con buona corrispondenza l'aroma, riproponendo note biscottate, una componente fruttata in cui convivono banana, pera e arancia, frutta secca, un ruspante e ruvido finale erbaceo e terroso, con un amaro di buona intensità e una delicata speziatura. La chiusura è lievemente astringente ma il palato si ritrova meno secco del previsto, con un retrogusto dolce di biscotto zuccherato. 
Grande pulizia e gran lavoro del lievito Dupont in una saison autentica e sincera, rustica. Se anche voi vi state chiedendo: è un'aggiunta necessaria al catalogo del birrificio di Tourpes?  Probabilmente no, ma berla soddisfa e dopo tutto questo è quello che conta.
Formato 33 cl., alc. 5.7%, lotto 17497A, scad. 01/12/2019

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 3 maggio 2018

Cloudwater DDH Pale Citra Ekuanot

Ritorna sul blog Cloudwater (qui la storia), birrificio inglese fondato da Paul Jones e James Campbell ed operativo a Manchester da marzo 2015 che continua a sfornare nuove birre a ritmo incessante, secondo modus operandi di non replicare quasi mai la stessa ricetta.  “Specializzati in birre moderne e stagionali”: così si autodefinisce Cloudwater che con cadenza settimanale annuncia le nuove etichette che possono essere anche acquistate on-line da chi vive nel Regno Unito. 
In tre anni di vita, ovvero 36 mesi ovvero 144 settimane, il database di Ratebeer elenca ben 347 birre prodotte, per una media di oltre due birre nuove a settimana: numeri eccitanti o inquietanti, a seconda dei punti di vista.  E visto che ormai siamo in ballo col beer-rating, balliamo con spensieratezza:  secondo Untappd Cloudwater è attualmente il quarto miglior birrificio inglese al mondo, preceduto da Verdant, Old Chimneys e Deya. Ratebeer lo mette invece tra i 10 migliori birrifici al mondo e, ovviamente, al primo posto nella classifica del Regno Unito. 
Tra le migliori 20 birre di Cloudwater secondo i Ratebeeriani ci sono ben 18 Imperial IPA (le eccezioni sono una IPA e una Imperial Stout); un po’ più variegata, ma non troppo, la classifica degli utenti di Untappd: spopolano sempre Triple e Double IPA, ma c’è qualche Imperial Stout e IPA in più. Non è una sorpresa che le birre “più alcoliche” ottengano un maggior successo, nel beer-rating è sempre stato così.  Che dire allora delle  più “umili”  (American) Pale Ale?  Sono da snobbare? Vediamolo.

La birra.
“Stagione inverno-autunno 2017”, quasi come si trattasse di un catalogo di moda: queste le parole sulla bella etichetta realizzata dal misterioso artista canadese Shriller,  al quale sono state affidate tutte le (spesso tempestose) grafiche di quel periodo, rimpiazzato di recente da Louise Sheeran che si occuperà di portare un po’ di primavera e di estate sulle lattine di Cloudwater. La ricetta parla di malti Golden Promise, Caramel Pils, frumento, malto d’avena decorticato Golden Naked, maltodestrine;  per l’amaro è utilizzato estratto di luppolo Pilgrim in Co2, mentre il DDH (Double Dry Hopping) è realizzato con Ekuanot, Mosaic e soprattutto Citra (16 grammi al litro). New England Lallemand il lievito. 
Nel bicchiere è dorata e piuttosto velata ma ben lontano dal sembrare un succo di frutta; la schiuma biancastra è cremosa ed ha una buona persistenza. Il naso è piuttosto pulito e rivela una bella eleganza che permette di inebriarsi con i profumi di mango e ananas, cedro, pompelmo, arancia e mandarino, qualche lieve accenno dank, quello che ricorda un po' la cannabis. Ottimo inizio che trova piene conferme al palato:  il colore non rimanda al New England e neppure il mouthfeel segue i dettami di quel (sotto)stile. Ne guadagna la scorrevolezza (ottima cosa in una Pale Ale da 5.5%) anche se c’è comunque una leggera morbidezza di fondo.  Non ci sono eccessi in questa DDH Pale Citra Ekuanot che brilla per pulizia ed equilibrio, concetti spesso alieni a molte birre hazy/juicy: c’è una delicata componente maltata (pane, crackers) a supporto di un bel profilo dolce fruttato (mango e ananas) a suo volta incalzato da arancia e pompelmo. Tutto è molto ben bilanciato, la chiusura è piuttosto secca, con un amaro delicato nel quale convivono note erbacee e resinose.  Nessuna volontà di sembrare un succo di frutta: questa è una birra in tutto e per tutto, molto rinfrescante, profumata ed elegante, da bere ad oltranza: livello davvero molto alto per una birra della quale non vorresti cambiare una virgola, una delle migliori Cloudwater che mi sia capitato d’assaggiare.
Formato 44 cl., alc. 5.5%, lotto 23/02/2018, scad. 23/05/2018

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 2 maggio 2018

Dark Horse Bourbon Barrel Plead the 5th Imperial Stout

Gli inverni nel Michigan sono lunghi e freddi, durano quasi sei mesi (dal giorno del ringraziamento a Pasqua) e le temperature non di rado raggiungono picchi inferiori a quelli registrati in Islanda e in Alaska. Ma non preoccupatevi: chi ama la birra ha a disposizione un’ampia gamma di contromisure per difendersi dal gelo. Nel raggio di 150 chilometri quattro birrifici producono  potenti imperial stout invecchiate in botti di bourbon che sono perfette per riscaldarsi nel rigidi inverni: parliamo della Dragon’s Milk di New Holland (11% ABV, prodotta dal 2001), della KBS di Founders  (ABV tra 11 e 12%, prodotta dal 2002 ma nota alle cronache solo dal 2005), della Black Note di Bell's (ABV 11% circa, dal 2010 alla spina e dal 2012 anche in bottiglia) e della Bourbon Barrel Plead the 5th del birrificio Dark Horse (2010). 
Un tempo tutte ricercate di beergeeks e circondate da un discreto hype, oggi hanno ceduto un po’ il passo alle “nuove generazioni” di imperial stout invecchiate in botte.  La Dragon’s Milk è prodotta tutto l’anno ed è reperibile (16-17 dollari per il 4 pack) senza nessuno sforzo; la KBS di Founders (24$ il 4 pack), un tempo vera e propria "balena bianca", è ancora prodotta solamente una volta l’anno ma oggi in quantità tali da essere distribuita in tutti gli stati americani e anche all’estero. Acquistarla è ormai abbastanza semplice, fattore determinante per annullare l'hype. Non sono più oggetto di culto ma rimangono ancora non facili da reperire la Black Note di Bell’s (24$ il 4 pack) e la BBA Plead the 5th (22$ il 4 pack), entrambe prodotte una volta l’anno in quantità sempre più elevate ma ancora ampiamente insufficienti a soddisfare tutta la richiesta. Bell’s non annuncia  mai l’uscita della sua Black Note: “è pronta quando è pronta”, dicono,  e le bottiglie appaiono in vendita al birrificio o presso i rivenditori. Nessun evento, nessuna coda che si forma fuori dai cancelli del birrificio. 
La pensano in maniera diversa alla Dark Horse Brewing Company di  Marshall  (qui il loro profilo): la versione Bourbon Barrel Aged della (ottima!) imperial stout Plead the 5th arriva ogni anno nel corso di una  evento chiamato 4 Elf Party che si tiene all’inizio di dicembre. 5 dollari il biglietto d’ingresso (gratis se vi presentate vestito da elfo) ad una festa due giorni con una cinquantina di spine e musica dal vivo nel corso della quale verranno anche messe in vendita una serie di birre affinate in botte. Un po’ complicato il modo in cui potete acquistarle, a casse o a 4 packs: il venerdì vengono distribuiti dei moduli con i quali ordinare le birre nelle quantità desiderata, e vi sarà consegnato un braccialetto con un numero corrispondente all’ordine. Nel corso della notte il personale del birrificio preparerà il vostro ordine che potrete ritirare ad orari prestabiliti nel corso delle giornata di sabato.

La birra.
Al solito il birrificio guidato da Aaron Morse con il birraio Brian Wiggs non è molto disponibile a rivelare informazioni sulle proprie birre: nulla si sa sulla ricetta della imperial stout Plead the 5th. La sua versione Bourbon Barrel era sulla mia wishlist da tempo: per completare "il poker del Michigan" ora mi manca solamente la Black Note di Bell's.  Qualche bottiglia del 2016 è quasi miracolosamente arrivata anche in Italia, un occasione da non farsi sfuggire.
Bourbon Barrel Plead the 5th è nera e forma una piccola testa di schiuma cremosa e compatta, dalla scarsa persistenza. L'aroma è piacevolmente complesso, anche se non di immediata lettura: prugna, uvetta e ciliegia, legno, bourbon e vaniglia, accenni di tabacco e di fumo, di vino liquoroso. Al palato è leggermente oleosa ma, come le sue altre sorelle del Michigan, non c'è d'aspettarsi un corpo importante o una consistenza particolarmente densa e/o cremosa. La bevuta ripropone la stessa dolcezza della Plead The 5th "normale" potenziandola con il calore del bourbon: melassa, liquirizia, tanta frutta sotto spirito (prugna, uvetta, ciliegia) e un bel finale nel quale si fa più evidente il cioccolato. Ci sono accenni di legno e di vino, di fumo e tabacco: l'alcool non si nasconde e delinea una birra molto potente che si sorseggia senza grosse difficoltà ma con ritmo compassato. Il bourbon dispensa un morbido e intenso calore che abbraccia il cioccolato in un finale bellissimo e molto, molto lungo. Livello piuttosto alto in un'imperial stout che assomiglia quasi ad un liquore e ne se svolge di fatto la funzione: mettetevi comodi in poltrona e con lei nel bicchiere anche l'inverno del Michigan non vi farà paura.
Formato 35.5 cl., alc. 11%, imbott. 12/07/2016, prezzo indicativo 10-12 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 1 maggio 2018

Left Handed Giant Finzels Reach IPA

Grandi cose bollono nelle pentole del birrificio di Bristol Left Handed Giant, la cui storia l'avevo riassunta qui, accennandovi anche di una campagna di crowfunding per raccogliere le 400.000 sterline necessarie per aprire un secondo brewpub nel centro di Bristol. L'obiettivo fu sorprendentemente raggiunto nel giro di 24 ore (!) e la campagna si chiuse a fine marzo con un totale di 840.000 sterline raccolte da 1200 investitori. Il grande successo convinse il birrificio ad estendere il crowfunding di altre due settimane e puntare ad 1 milione di sterline, obiettivo raggiunto grazie a1498 investitori. 
Il progetto iniziale, che prevedeva la costruzione di un "semplice" brewpub nella zona di Floating Harbour, è stato ampliato e spostato nell'area di Finzels Reach, sempre vicino al porto: un complesso industriale del diciassettesimo secolo occupato sino al 1881 dallo zuccherificio Finzel, uno dei più grandi di tutta l'Inghilterra. A partire dal 1788 vi trovò spazio anche il birrificio Georges Bristol, che arrivò ad occupare la maggior parte dei fabbricati e che, alla metà del ventesimo secolo, era uno dei più grandi birrifici del sud-ovest; nel 1961 fu acquistato dalla Courage, Barclay & Co Ltd. che lo chiuse nel 1999. 
Oltre al nuovo birrificio/brewpub (quello attuale sarà destinato alla produzione di birre acide), la nuova sede di Finzels Reach ospiterà al primo piano un ristorante gestito dallo chef stellato Pater Sanchez-Iglesias e uno spazio per eventi culturali; al brewpub sarà comunque operativa anche una cucina più informale ed economica. 

La birra.
Per pubblicizzare il crowfunding, lo scorso febbraio Left Handed Giant ha prodotto un IPA "dedicata alla nostra nuova casa nel centro di Bristol"; l'etichetta vi dà una vaga idea di come diventerà l'edificio in corso di ristrutturazione sul canale. La ricetta della Finzels Reach IPA prevede malti Extra Pale, Carapils, avena torrefatta, frumento torrefatto, luppoli Centennial, Ekuanot, Galaxy e Simcoe, lievito US-05. 
Si presenta di color dorato piuttosto carico, leggermente velato, con un cremoso e compatto cappello di schiuma bianca dalla buona persistenza. L'aroma è molto poco intenso: s'avvertono comunque profumi di arancia e pompelmo, un tocco tropicale, qualche note dank e di cereali. Un po' pochino se si vuole competere con i birrifici inglesi più alla moda. Bene invece la sensazione palatale: corpo medio, la giusta quantità di bollicine, ottima scorrevolezza. Pane, crackers, un tocco dolce di mango e pesca, pompelmo, finale amaro resinoso di discreta intensità e durata. A parole sembrerebbe esserci tutto quello che basta per fare una grande IPA ma la realtà è un po' diversa: nel bicchiere c'è una birra non molto definita che viaggia col freno a mano tirato e non brilla proprio in quei luppoli che dovrebbero  essere il suo punto di forza. Mirabile la ricerca (riuscita) di equilibrio senza cercare estremismi, bene la bevibilità ma il risultato finale è solo discreto: la poca secchezza non riesce neppure a renderla molto rinfrescante.  La bevuta è comunque piuttosto godibile, ma c'è una grossa parte inespressa che lascia rimpianti, sopratutto se questa sarà in futuro la birra della casa per la nuova sede di Left Handed Giant.
Formato 44 cl., alc. 6.9%, lotto 21/02/2018, scad. 21/05/2018.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 29 aprile 2018

Deschutes Black Butte XXVIII

Dei compleanni del birrificio dell'Oregon Deschutes vi avevo già parlato in questa occasione, celebrando il numero 26; ad un anno di distanza mi ritrovo una bottiglia di Black Butte XXVIII, ovvero quella realizzata per spegnere la candelina numero 28.
Da quasi trentanni il birrificio fondato da Gary Fish realizza una versione speciale della propria flagship beer, quella Black Butte Porter che lo ha reso famoso. Alla fine degli anni'90 sulla West Coast dominava la Sierra Nevada Pale Ale e la maggior parte dei birrifici andò in quella direzione: Deschutes decise invece di puntare su di una birra "scura", e la storia gli ha dato ragione.  Una porter dedicata all’omonimo stratovulcano che raggiunge i 1962 metri d’altezza, che fa parte della Catena Montuosa della Cascate (Cascade Range) e che si trova all’interno della Deschutes National Forest. 
La festa di compleanno si tiene come al solito il 27 giugno sia nella sede originale di Bend che nella succursale di Portland. Nella scorsa edizione (2017) la Black Butte XXIX fu prodotta con aggiunta di zucchero di canna Turbinado, cacao in polvere, cannella e pepe di cayenna: come al solito nella bottiglia ci finisce un blend di birra fresca e di birra invecchiata in botte, nel caso specifico di Bourbon e Rum.
Noi come detto facciamo un salto indietro al 2016, quando arrivò la Black Butte XXVIII.

La birra.
Malti Chocolate, Midnight Wheat, Pale, Peated e Crystal, frumento, luppoli Millennium, Cascade e Tettnang, cacao, baccelli di vaniglia, scorza di arancia candita: questi gli ingredienti utilizzati per produrre una Imperial Porter (11.6%) che è stata poi invecchiata in botti di Bourbon e di Scotch. Il risultato viene poi blendato (50%) con della birra fresca. 
Nel bicchiere è quasi nera, mentre la sua generosa schiuma è impeccabilmente cremosa e compatta, con un'ottima persistenza. L'aroma è pulito e piuttosto raffinato: ci convivono dolci note di bourbon, prugna, uvetta e vaniglia, arancia candita, cioccolato e forse cocco, sfumature torbate che richiamano anche il tabacco, legno. Un gran bell'inizio che trova conferme al palato, eccezione fatta per un mouthfeel un po' "debole" che non fa nessuna concessione morbida o cremosa. Poco male, perchè il gusto è forse un po' meno definito dell'aroma ma è di forte intensità: caramello, bourbon, frutta sotto spirito e vaniglia sono bilanciate da cioccolato fondente amaro, tostature e caffè. L'alcool parte un po' in sordina ma emerge con una bella progressione che sfocia in un finale molto caldo ma morbido, nel quale il bourbon avvolge tutti gli altri elementi. La bevuta è potente ma molto bilanciata, non è difficile sorseggiare un bicchiere di questa Black Butte XXVIII e farselo bastare per tutta la serata, senza fretta. Intensa e ben assemblata, piuttosto elegante, ben marcata dal passaggio in botte anche se solo il 50% del contenuto vi ci è stato sottoposto. Birra da scoprire sorso dopo sorso, chiude il suo percorso con accenni resinosi del luppolo che vanno a rafforzare le tostature e ripuliscono bene il palato: ci sono anche ricordi di scorza d'arancia. Gran bel compleanno, Deschutes!
Formato 65 cl., alc. 11.6%, imbott. 16/03/2016.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.