Crouch Vale Brewery viene fondata nel 1981 da Colin Bocking e Rob Walster a South Woodham Ferrers, Sussex, in prossimità del fiume Crouch. A tutt'oggi è il birrificio più longevo del Sussex, facendo di Mr. Bocking anche il birraio più anziano di tutto il Sussex. Rob Walster ha invece abbandonato il birrificio per gestire un pub poco lontano. La gamma si compone di cinque birre fisse e di svariate birre stagionali, spesso prodotte con luppoli americani o neo zelandesi. La produzione del birrificio è di circa 5.000 barili l'anno, il 60% assorbito dalla loro birra più famosa, la Brewers Gold che nel 2005 e nel 2006 è stata dichiarata dal Camra "Supreme Champion Beer of Britain". Il birrificio possiede anche un pub a Chelmsford, The Queen's Head, dove troverete sempre almeno quattro birre di Crouch Vale assieme a quelle di altri microbirrifici inglesi; il pub si trova a circa 20 chilometri dal birrificio. Finalmente siamo riusciti a recuperare un paio di bottiglie di questo birrificio del quale abbiamo sentito parlare molto bene, e dunque passiamo senza indugiare alla sostanza. Brewers Gold nella pinta, colore oro quasi limpido (la versione in bottiglia è micro?-filtrata), schiuma bianca, un po' grossolana, cremosa. Sembra brassata esclusivamente con l'omonimo luppolo (Brewer's Gold), generosamente infuso negli ultimi momenti della bollitura; dettaglio abbastanza sorprendente, visto che l'aroma regala una splendida varietà di profumi, dal mandarino al pompelmo, albicocca, leggero tropicale (ananas), qualche sentore di miele. Naso pulito ed elegante, anche se poco pronunciato. Le sorprese non sono però finite. L'imbocco è molto leggero, quasi timido, con pane e cereali; ma proprio quando inizi a pensare che il gusto sia una mezza delusione, dopo l'ottimo aroma, c'è un progressivo crescendo che porta prima in evidenza un bel fruttato che ripropone l'aroma e poi un finale, sempre più intenso, ricco di scorza d'agrumi e note erbacee. Leggera e moderatamente carbonata, è dotata di una invidiabile secchezza che disseta e pulisce il palato ad ogni sorso, per poi riassetarlo, mentre tu sei ancora ad assaporare il retrogusto "zesty", ricco di lime, pompelmo e un leggero "tocco" dolce di frutta tropicale. Pulitissima e pericolosa session beer: crea dipendenza. Formato: 50 cl., alc. 4%, lotto 3103 15:45, scad. 11/2013, pagata 4.19 Euro (beershop, Inghilterra).
mercoledì 29 maggio 2013
martedì 28 maggio 2013
Valcavallina Calypso
Dopo oltre tre anni (come passa il tempo!) abbiamo l'occasione di tornare ad assaggiare qualcosa del birrificio bergamasco Valcavallina, con sede ad Endine Gaiano. Il birrificio coincide con il birraio Renato Carro che, dopo circa nove anni di homebrewing, ha deciso nel 2009 di fare il grande salto e trasformare l'hobby in una professione. Ad aiutarl, sopratutto nella etichettatura, nella gestione dello spaccio del birrificio e dell'accoglienza dei visitatori c'è la moglie Pon. Un birrificio quindi attivo da quattro anni, che ha preferito lavorare su poche birre prodotte regolarmente piuttosto che ampliare a dismisura il numero delle produzioni. Oltre alla bitter Alba Rossa, che avevamo già assaggiato, c'è la blonde ale Cavallina, la golden ale Sunflower e, protagonista di questo post, un'american pale ale chiamata Calypso. Nel bicchiere è di colore ambrato chiaro, con riflessi ramati, decisamente velato/opaco. La schiuma, biancastra, ha buona persistenza ed è fine e cremosa. Il naso (se non erriamo i luppoli usati per l'aroma sono cascade ed amarillo) non è molto pronunciato ma c'è buona pulizia ed eleganza: pompelmo, pesca, arancio e, man mano che la birra si scalda, leggeri sentori di caramello. Purtroppo in bocca non è presente la stessa pulizia, e sin dal primo sorso la bevuta risulta appesantita dalla presenza di lievito. L'imbocco è caramellato, seguito da un bel fruttato abbastanza intenso che porta in dote pompelmo, arancio e quelche accenno di tropicale (mango); a bilanciare un amaro leggermente erbaceo ma soprattutto "zesty", con scorza di pompelmo, protagonista anche del retrogusto. Abbiamo trovato questa Calypso una buona american pale ale, profumata e dalla buona intensità di gusto; peccato, come detto in precedenza, per la presenza invasiva di lieviti che sporcano un po' tutto e rendono questa bottiglia un po' "pesante" e molto meno "beverina" di quanto potrebbe essere. Risolto questo problema, ci sembra una birra godibile da bere in grandi quantità. Formato: 33 cl., alc. 5%, lotto 05/13, scad. 30/09/2013, pagata 3.00 Euro (beershop, Italia).
The Kernel Export Stout London 1890
Questa stout di The Kernel si rifà ad una ricetta del 1890 della vecchia Truman Brewery, fondata nel 1666 a Londra; oggi lo stabile è stato riconvertito ed ospita bar, uffici e negozi ma, nel 1873, con l'acquisizione della Philips Brewery di Burton, era la sede del più grande birrificio al mondo del diciannovesimo secolo. Nel 1888 diviene una società per azioni, continuando il suo percorso di acquisizioni e di crescita fino agli anni sessanta (ventesimo secolo), che videro il birrificio pagare lo stesso dazio di tutta l'industria brassicola britannica, obbligandolo a chiudere lo stabilimento di Burton, razionalizzare il numero dei pub di proprietà e ristrutturare lo stabilimento di Brick Lane a Londra, per cercare efficienze sui costi. Nel 1971 la Truman passa nella mani della Grand Metropolitan, una compagnia che possedeva diversi rami di business, tra i quali catene alberghiere, tabacco, birra e distillati; i cambiamenti messi in atto dalla nuova proprietà riescono solo a posticipare di qualche anno la chiusura del birrificio, che avviene nel 1989. Otto anni dopo, la Grand Metropolitan si fonde con la Guinness Plc. per formare il colosso Diageo. Curiosamente, l'eredità di questa ottima stout è passata ora nelle mani di un microbirrificio di Londra e non di quelle di coloro che ancora producono la stout più famosa al mondo. Evin O'Riordain di The Kernel riesce a guadagnare due medaglie d'oro, al SIBA South East Brewing Awards del 2011: miglior birra in bottiglia e miglior birra nella categoria porter/old ale/mild/stout. La pinta si riempe di color ebano scuro, con una bella testa nocciola, cremosa e dalla trama fine. Naso pronunciato, molto elegante e pulito: orzo tostato, caffè in grani, cioccolato amaro, sentori di mirtillo e, più leggeri, di cenere. L'arrivo in bocca è a dir poco sontuoso: vellutata, morbida, assolutamente avvolgente, poco carbonata e dal corpo medio. Il gusto è molto ricco ed intenso, pieno di caffè ed amaro di torrefatto; c'è anche, in secondo piano, qualche nota fruttata (prugne, mirtilli) ed una leggerà acidità da caffè. Lunghissimo ed estremamente appagante il retrogusto, carico di caffè amaro, cioccolato e qualche lieve nota legnosa. Splendida stout molto facile da bere ma al tempo stesso molto intensa e soddisfacente. Netto il dominio di tostature decise ma molto eleganti e mai "bruciate", gusto molto pulito, bevitore soddisfatto e contento. E' importata in Italia, quindi andate e compratela. Formato: 33 cl., alc. 6.7%, lotto 12/07/2012, scad. 12/07/2014.
lunedì 27 maggio 2013
Amarcord AMA Bruna
A novembre 2011 il birrificio Amarcord di Apecchio (PU) annuncia la nascita di una nuova serie di birre, chiamate AMA, nate dalla collaborazione con Garrett Oliver, birraio della Brooklyn Brewery (New York) e quasi abituale vacanziero nel nostro paese. La Brooklyn ottiene anche l’importazione in esclusiva per il territorio americano di tutte e tre le nuove birra (Bionda, Bruna e Mora), che possono vantare un’etichetta realizzata da Milton Glaser; se il nome non vi dice nulla, sappiate che è l’ideatore del famosissimo logo “I♥NY”. L’ispirazione per questa AMA Bruna, brassata con zucchero candito, sono le birre d’Abbazia: nel 2012 il birrificio ha fatti grossi investimenti promozionali, con un occhio attento ai concorsi, che hanno portato una menzione d’onore al Brussels Beer Challenge di Bruxelles, argento all’International Beer Challenge, bronzo al Mondial de la Biére di Montreal e quindi argento al World Beer Challenge. Si presenta in una bottiglia con il logo del birrificio in rilievo ed un lungo collo; all'aspetto è di un bel color ambrato carico, con riflessi rubini; la schiuma, beige, è fine e cremosa ma non molto persistente. Al naso, molto poco pronunciato, ci sono sentori dolci di ciliegia, quasi sciroppata, caramello, leggera frutta secca, lievito. Si nota una discreta mancanza di pulizia, che ritroviamo parzialmente anche in bocca. Il gusto è spiccatamente dolce, con note di caramello, burro, frutta secca e zucchero candito, con quest'ultimo elemento che tende a predominare sopratutto nella parte finale della bevuta, lasciando sempre il palato abbastanza appiccicoso. Incontriamo una veloce nota amaricante, un po' astringente, che ricorda la mandorla, seguita da un retrogusto di nuovo molto dolce, leggermente caldo ed etilico, di frutta sotto spirito e zucchero candito. Birra molto zuccherina, dal corpo medio e dalla discreta carbonazione, che rischia a tratti la stucchevolezza. Anche se dichiaratamente ispirata alle "birre d'abbazia", è una bottiglia che non brilla né di pulito né per l'apporto del lievito usato, che tende a "sporcare" la bevuta piuttosto che a donarle complessità (esteri, spezie) al naso ed al palato. Il birrificio la consiglia in abbinamento a lasagne al forno, pasta al ragù, carni in salsa tipo gulasch e arrosti, carne alla griglia, pizze rustiche con salsiccia e patate, strudel di mele. Formato: 75 cl., alc. 7.5%, IBU 20, scad. 06/2014, pagata 5.90 Euro (supermercato, Italia).
domenica 26 maggio 2013
Mikkeller Beer Geek Breakfast
Beer Geek Breakfast, ovvero una delle birre "storiche" della beer firm più famosa al mondo, la danese Mikkeller; un birraio con un'innegabile ed acuta capacità di fare marketing e di vendere bene i propri prodotti che, sebbene fatti presso impianti altrui, sono sì autoindulgenti ma anche di ottima qualità. Non riusciamo a stabilire se questa sia la prima birra dedicata al "geekismo", termine mutuato dalla cultura anglosassone che, nella sua accezione contemporanea, indica una persona con un'interesse, una passione fuori dal comune per qualcosa da portarlo al di fuori della "normalità". E Mikkeller non si è certo lasciato scappare questo fenomeno, alimentando e sfruttando il beer geek di turno, deliziandolo e tentandolo con decine (o centinaia ?) di birre in edizione speciale, limitata, one shot e svariate collaborazioni in giro per il mondo. L'ideale "colazione" per il beer geek è dunque questa (oatmeal) stout brassata con il 25% di (ingredienti derivati dall') avena, una bella batteria di malti (pils, smoked, caramunich, brown, pale chocolate e chocolate), luppoli centennial e cascade, caffè; una ricetta nata nel 2005, ancora prima del debutto "ufficiale" della beer firm al Danish Beer Festival del 2006. E' stata prodotta per molti anni alla Nøgne Ø, ma dal 2013 la scarsa capacità del birrificio norvegese, incapace di soddisfare prima di tutto la domanda dei clienti per le proprie birre, ha costretto Mikkel a spostarsi un po' più ad nord-ovest, sempre in Norvegia, presso la Lervig. Pare che la scelta sia caduta lì proprio perché in sala cottura, a Stavanger, c'è adesso un certo Mike Murphy; il trasloco ha anche comportato un radicale cambio di etichetta, che ha sacrificato il sobrio design scandinavo per qualcosa di più movimentato, come potete vedere in questo "post" comparativo. L'idea iniziale di Mikkel Borg Bjergsø e del suo ex-socio Kristian Klarup Keller era di creare una birra cremosa, vellutata, utilizzando appunto una grande percentuale di avena; le prime cotte sono però poco soddisfacenti, sopratutto nell'intensità della componente "caffè". I due danesi pensano allora di utilizzare direttamente del caffè nella ricetta e chiedono aiuto (per via telematica, immaginiamo) ai colleghi californiani della Alesmith che dal 2012 producono la mostruosa (imperial) Speedway Stout. I suggerimenti sono evidentemente stati colti in pieno, visto che per il (geek) Ratebeer questa Beer Geek Breakfast è la migliore stout al mondo (100/100, media 4.11) e nella classifica delle migliori birre al mondo si posiziona al numero 34. Se vogliamo guardare altrove, in quanto Ratebeer sembra avere una strana predilezione per certi birrifici, sopratutto scandinavi, c'è allora Beer Advocate che incasella questa birra tra le "american imperial stout", attribuendole comunque un 93/100 (4.16 di media) che però non le consente di entrare neppure nella top 50 di categoria. La deriva geek arriva un po' dopo, con il rilascio di almeno una decina di diverse versioni di questa birra, tra "decaffeinata", svariati barrel-aged-amenti, utilizzi di caffè più o meno pregiati e, per chi fosse invece avvezzo a fare colazione con il tè, ecco pure una English Tea Edition. La sete incombe, e questo Maggio molto poco primaverile ci spinge a chiudere un'altra faticosa giornata di lavoro con una avvolgente stout dal bellissimo color ebano, ai confini del nero, sulla quale si forma una splendida "testa" di schiuma color nocciola, cremosissima e molto persistente. Aroma complesso, pulitissimo, molto elegante: dopo la "botta" iniziale di caffè e di torrefatto, troviamo in sequenza orzo tostato, mirtilli, cenere, pancetta affumicata, cioccolato amaro e un piacevole sentore etilico (whisky). Ottime premesse, che l'arrivo in bocca sembra mantenere: cremosissima, vellutata, con un corpo medio ed una carbonazione molto contenuta, coniuga in modo quasi impeccabile morbidezza, rotondità e scorrevolezza. Il gusto è davvero molto intenso, al pari dell'aroma: eclatante la presenza di caffè e di tostature, di orzo, con leggeri sentori di prugne secche, forse mirtilli. C'è una leggera acidità che va a stemperare quella che altrimenti potrebbe risultare un liquido scuro asfalta-palato, ripulendo la bocca, alleviando per qualche secondo la pressione prima dell'arrivo di un lunghissimo retrogusto (davvero) molto amaro, stracolmo di caffè e di cioccolato amaro, leggero ritorno d'affumicato e di alcool. Stipata di caffè, amarissima, si lascia tuttavia bere con una buona facilità senza mai, pur nella sua decisa caratterizzazione, andare oltre il limite. Forse non è il drink ideale per la colazione, ma per un brunch, magari invernale, potremmo farci un pensierino; ma anche qui Mikkel è arrivato prima di noi, ed ha già creato la Beer Geek Brunch Weasel con le sue svariate degenerazioni edizioni. Non importa che vi riteniate dei beer geek o no, questa Beer Greek Breakfast è una gran bella birra e quindi va provata. Formato: 50 cl., alc. 7.5%, lotto 766 C, imbott. 20/02/2012, scad. 20/02/2014, pagata 7.50 Euro (beershop, Italia).
venerdì 24 maggio 2013
Birrificio del Ducato Machete Double IPA
L'avevamo bevuta per la prima volta due anni fa, quando era ancora un produzione "occasionale" ed aveva un'etichetta provvisoria, quasi amatoriale. Adesso la Machete Double IPA del Birrificio del Ducato è cresciuta, ha compiuto due anni, ha trovato un'etichetta "definitiva" ed è entrata stabilmente in produzione nella linea "moderna". Nel frattempo sul sito ufficiale Giovanni Campari rivela che l'ispirazione per questa birra è il film che porta lo stesso nome, Machete, diretto da Robert Rodriguez (2010); protagonista del film è l'agente federale Machete Cortez, e vi rimandiamo all'immancabile pagina di Wikipedia visto che non riusciamo a raccontarvi un film che non abbiamo (ancora) visto. Avessimo saputo prima della musa ispiratrice di questa Double IPA, avremmo organizzato una serata con bevuta in abbinamento ad una proiezione del DVD. Il riferimento al film si ritrova anche sulle note in etichetta; dove solitamente viene riportata una breve descrizione organolettica della birra, vi sono solamente le parole "Machete don't text", ("Machete non manda SMS") esplicito riferimento ad una scena del film. Difficile dire se sia cambiata la birra o se sia "cambiato" il nostro palato, forgiato da numerose bevute; probabilmente sono vere entrambe le cose. Leggermente aumentato l'alcool (da 7.5 a 7.8%) ma rimane sempre una double IPA con un buon equilibrio e lontana dalle derive ultraluppolate o spremute di luppolo. Il colore è tipicamente West Coast (oro con riflessi arancio), velato, con una piccola testa di schiuma leggermente ocra, fine e cremosa. L'aroma non è una violenta esplosione di profumi, ma è pulito ed elegante, con quella sensazione di frutta "appena tagliata" che deve esserci in ogni (american) IPA; pompelmo, pesca bianca, mango, melone retato. In bocca i luppoli sono sostenuti da una solide base maltata, lievemente caramellata, con un discreta presenza etilica che rafforza "le basi" senza però disturbare la bevuta. L'amaro (pompelmo e resina) è intenso ma ben controllato e dosato, e lascia un bel retrogusto che accompagna il bevitore per lungo tempo. Moderatamente carbonata, dal corpo medio, è abbastanza morbida e soddisfacente in bocca con una bel finale secco. Ci è sembrata un po' più robusta ed alcolica rispetto a quella bevuta due anni fa, con una maggiore presenza dei malti. Una degnissima rappresentante dello stile alla quale (almeno in questa bottiglia) manca un po' di freschezza e di esplosività, soprattutto in bocca, dei luppoli. Come se il "coro" facesse in modo superlativo la sua parte, ma non c'è nessun "solista" ad emozionare l'esecuzione. Formato: 33 cl., alc. 7.8%, lotto 031 13, scad. 04/2014, pagata 4.50 Euro (beershop, Italia).
giovedì 23 maggio 2013
Dark Star Green Hop IPA
Dopo oltre un anno e mezzo ritorniamo a stappare una Dark Star, birrificio "nato" a Brighton nel 1994. Questa volta abbiamo una delle loro produzioni stagionali, ovvero una fresh hop IPA che viene appunto commercializzata in autunno, subito dopo la raccolta del luppolo, solitamente nei primi giorni di ottobre. La beviamo con qualche mese di ritardo e - anticipiamo subito - sarebbe forse stato meglio non berla, visto che queste birre hanno nella estrema freschezza la loro stessa essenza, che ovviamente non può durare diversi mesi. Ha forse anche poco senso, da parte di chi la produce, indicare un anno come data di scadenza; se per le birre (molto) luppolate vale generalmente la regola del "bevila più fresca che puoi", ciò è ancora più vero per queste fresh hop, dalle quali ci si aspetta un esplosione di freschi e pungenti aromi di luppolo. Ad ogni modo, ci è capitato di bere anche delle fresh hop (assurdamente) importate dall'America (qui e qui), con discreta soddisfazione. Quindi non ce la sentiamo di dare tutta la colpa a quegli otto mesi di vita che questa Dark Star Green Hop ha sulle spalle. L'aroma è sì vegetale, ma tende al "muschio", quasi al sottobosco; non è quello che ci aspetteremo da una birra brassata (esclusivamente, se abbiamo capito bene) con del Simcoe appena raccolto. Anche in bocca le cose non migliorano: leggero caramello, qualche remoto accenno di marmellata di frutta (agrumi e mango) ma soprattutto un amaro vegetale molto marcato che satura rapidamente il palato e rende la bevuta molto faticosa. Il risultato è quasi una "tisana" erbacea, poco carbonata, dal corpo medio e non esattamente gradevole, con i luppoli più morti che vivi. Qualcun altro ha bevuto sembra il nostro stesso lotto qualche mese fa e non ne è rimasto esattamente entusiasta: ecco il video, in inglese. Alla prossima raccolta di luppolo, sperando in un lotto un po' più "fortunato". Formato: 33 cl., alc. 6.5%, scad. 15/10/2013, pagata 5.13 Euro (beershop, Inghilterra).
martedì 21 maggio 2013
Buskers Guybrush FSM
Aggiungiamo un capitolo alla nostra personale "rassegna" del birrificio "itinerante" Buskers, rimandandovi a questo post se siete in cerca di maggiori informazioni sul progetto. La Guybrush F.S.M. è stata brassata presso gli impianti di Birra del Borgo. L'etichetta non è opera del solito fidato collaboratore Felideus, ma è disegnata da Mirko Caretta in persona. Ammettiamo la nostra ignoranza sull'origine del nome, una "dedica" a Guybrush Threepwood, protagonista di una serie di videogiochi (Monkey Island) degli anni 90. Confessiamo la nostra ignoranza anche sul significato delle iniziali F.S.M. (Flying Spaghetti Monster), ovvero il Pastafarianesimo: vi mandiamo alla relativa pagina di Wikipedia per saperne di più. Ma per noi Guybrush FSM è soprattutto una saison da bere, brassata con due differenti varietà di pepe rosa e luppolo cascade. Nel bicchere è di colore arancio pallido, opalescente; la schiuma, biancastra, è un po' grossolana e poco persistente. Il naso, pulito ma non molto pronunciato, apre con un bel bouquet speziato, nel quale spiccano - ovviamente - sentori di pepe. A completare ci sono eleganti note fruttate di pesca e di albicocca. Nessun stravolgimento in bocca: ingresso di crosta di pane, con la parte centrale della bevuta che è ricca di frutta gialla (pesca, albicocca) e arancio; la dolcezza è stemperata da una leggera acidità, molto rinfrescante, e da un finale amaricante erbaceo, un po' pepato, con una nota di scorza d'arancia. Mediamente carbonata e dal corpo medio-leggero, è una saison molto dissetante, ben fatta e facilissima da bere; le manca però - completamente - quel profilo rustico, contadino, che - lo avevamo già detto nel post precedente a questo - vorremmo sempre trovare in questa tipologia di birra. Formato: 75 cl., alc. 5.5%, lotto LCR 33/12, scad. 05/2014, prezzo 8.00 Euro (beershop, Italia).
domenica 19 maggio 2013
Urthel Saisonnière
Della Brouwerij De Leyerth abbiamo già parlato più dettagliatamente in questa occasione, e quindi procediamo spediti al sodo, ovvero questa Urthel Saisonnière, birra dal nome che rende pleonastica qualsiasi indicazione riguardo la categoria stilistica d'appartenenza. In produzione dal novembre 2009, ha portato al birrificio di Hildegard van Ostaden il premio al World Beer Award 2010 come Europe Best Seasonal Pale Ale. A posteriori leggiamo che il birrificio consiglia di servirla versandola per metà nel bicchiere, agitando poi abbastanza vigorosamente la bottiglia per permettere il "rilascio" del lievito depositato sul fondo e quindi terminare di versare. Noi abbiamo invece optato per un "versamento" un po' più tranquillo, il cui risultato è un color oro solo leggermente velato; la schiuma è ovviamente (viene prodotta on il 20% di frumento) generosa, bianchissima, quasi pannosa, molto persistente. Al naso la leggera speziatura donata dai lieviti, dalla quale emerge sopratutto una nota pepata; vi sono anche leggeri sentori di cereali, banana acerba ed una leggera acidità rinfrescante. Il percorso procede sostanzialmente in maniera lineare anche in bocca, dove troviamo un inizio di crosta di pane e cereali, seguito da note fruttate di arancio (dolce) e banana che sono bilanciate da una leggera acidità; ha una bella chiusura secca e ripulente, seguita da un retrogusto pulito, amaro, dove si mescolano note erbacee e di scorza di limone. Saison corretta, svolge il suo compito di dissetare e di rinfrescare senza particolari difetti ma anche senza portare grande entusiasmo. Dal corpo medio-leggero e discretamente carbonata, è ben fatta e si beve molto facilmente, ma l'abbiamo percepita come una saison "di città", priva di quella componente "rustica", di quel sudore e di quella "sporcizia/polvere" che i contadini, dopo ore di fatica in campagna, cercavano di scrollarsi di dosso proprio bevendo bicchieri su bicchiere di questo stile di birra. Una Saisonnière più "borghese" che "ruspante", più gentile che burbera. Formato: 33 cl., alc. 6%, lotto K17012, scad. 10/2014, pagata 2.15 Euro (supermercato, Italia).
sabato 18 maggio 2013
To Øl Black Maria
“To Øl” ovvero “due birre” (in danese) ma anche due ex-homebrewer ora birrai “zingari”, senza impianti propri. Sono Tobias Emil Jensen e Tore Gynth che nel 2005 al liceo si ritrovano come insegnante di matematica e fisica un tale Mikkel Borg Bjergsø, alias Mikkeller. La direzione scolastica li autorizza ad utilizzare la cucina fuori dagli orari accademici e così si ritrovano, principalmente di notte, a far parte di un piccolo gruppo di aspiranti birrai-scolari guidati da Mikkel. Mentre il loro professore nello stesso anno abbandona rapidamente la vita accademica per dedicarsi a tempo pieno alla birra e diventare Mikkeller, i due studenti partono solamente nel 2010 perché, a loro dire, quando avevano 16 anni "la birra non era esattamente la loro priorità". E partono ricalcando il modello di business del loro mentiore, ovvero quello di essere birrai vagabondi. Il battesimo d’esordio lo tiene ovviamente Mikkeller, con una birra collaborativa tra due birrai-non-birrai (!), la Overall IIPA, che porta loro un po’ di notorietà, necessaria a passare dai 5300 litri prodotti nel 2010 ai 124300 del 2012. Nel 2013 Ratebeer li mette tra i 50 migliori birrifici al mondo, a voi decidere se sia giusto includere in tale classifica gente che sì, va bene, realizza ricette sulla carta ma se le fa poi produrre da qualcun altro. Quell’altro è soprattutto De Proef, birrificio belga molto richiesto ed impegnato, che probabilmente ha trovato per loro posto "in agenda" proprio grazie all'intercessione (leggasi fatturato) del cliente "abituale" Mikkeller. Ed in società con l'ex insegnamente hanno anche aperto il secondo Mikkeller bar a Copenhagen, il Mikkeller & friends: quaranta spine (ed il privilegio, dicono, di essere l'unico luogo al di fuori degli Stati Uniti dove potete bere Three Floyds alla spina), 200 bottiglie in carta, ed un adiacente beershop nel vibrante quartiere di Nørrebro. Insomma, non vi annoierete a Copenhagen. Nel frattempo, in nemmeno tre anni di vita To Øl ha messo in circolazione una trentina di birre, incluse le immancabili versioni "barrel-aged". Evitiamo per il momento i passaggi in legno, e soffermiamoci su una più regolare Black IPA, chiamata Black Maria. La copertina un po' surreale è un collage di quattro fotografie scattate nel cortile interno della stazione di Polizia di Copenhagen; la birra stessa è dedicata (non proprio affettuosamente, crediamo) al comandante di polizia Bjarne. In copertina anche una citazione da The Guns of Brixton dei Clash, dal mitico doppio album London Calling: ”No Need For The Black Maria – Good Bye to the Brixton Sun”, dove però al posto "del sole di Brixton" troviamo "il sole dell'est". L'etichetta dell'importatore italiano sbriga la pratica ingredienti un po' troppo velocemente, ma oltre ad acqua, lieviti, malto (Carafa, caramel e chocolate) e luppolo (Columbus, Centennial, Galaxy e Cascade) ci sono anche lattosio e fiocchi d'avena. Ed è effettivamente nera, questa black IPA; la schiuma che si forma, color nocciola, finissima e cremosa, molto compatta, è praticamente indissolubile. L'apparenza in questo caso non inganna: eccezionale anche l'aroma, forte, pulitissimo, fresco e molto raffinato. Sentori quasi balsamici di aghi di pino, pompelmo appena tagliato; in secondo piano frutta tropicale e, man mano che la birra si scalda, emerge la leggera presenza di tostature. Affondiamo le labbra nella schiuma, per assaporare una birra dalla sontuosa sensazione palatale: corpo medio-pieno, morbidissima, quasi vellutata, mediamente carbonata. L'inizio è fruttato (pompelmo ed arancio, polpa) con un crescendo d'amaro intenso ma molto pulito ed armonioso, con una leggera prevalenza della componente vegetale/resinosa rispetto a quella torrefatta. Si capovolgono le percentuali nel retrogusto, con caffè e tostature più in evidenza rispetto alla parte vegetale. Alcool (8.1%) assolutamente non pervenuto, livello di amaro importante ed intenso, ma dosato con grande eleganza, senza mai strafare, "raschiare" o "asfaltare" il palato; birra solidissima, ma molto facile da bere. Che odiate o no i "birrai zingari", questa è una signora birra; i due ex-allievi ora soci in affari di Mikkeller l'hanno davvero pensata bene, o qualcuno l'ha realizzata in modo impeccabile per loro. La sostanza rimane comunque la stessa. Formato: 33 cl., alc. 8.1%, scad. 12/02/2015, pagata 4.00 Euro (beershop, Italia).
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