sabato 13 settembre 2014

Bi-Du Confine

Nuovo appuntamento con il birrificio Bi-Du di Olgiate Comasco, guidato da Beppe Vento; dopo un salto nella tradizione tedesca con la Rodersch ed uno in quella belga con la Jugnior, è il momento di attraversare lo stretto della manica ed assaporare la tradizione anglosassone con la Porter chiamata Confine. Non spenderò più di due parole sull'etichetta, fedele alla grafica Bi-Du; simpatica, divertente finche vuoi ma, per il mio gusto personale, assolutamente improponibile. 
Per fortuna dietro alla discutibile apparenza c'è  tanta, tanta sostanza in questa Confine; il "vestito" è inappuntabile, marrone scurissimo, ai confini del nero, con "due dita" di schiuma nocciola, fine e cremosa, molto persistente. Nero l'aspetto e nero l'aroma, con tostature, liquirizia, caffè, polvere di cacao e qualche lieve sentore di frutti di bosco (mirtillo, ribes nero); il livello di pulizia è alto, un po' meno quello dell'intensità e dell'eleganza. Altro discorso al palato, dove invece questa porter "robusta" (6%) offre una grande intensità che la riscatta dal timido benvenuto olfattivo: domina il caffè, con un contorno di tostature, liquirizia e mirtilli. A completare ci sono delle leggerissime sfumature di cioccolato e di tabacco. Caratterizzata da un "mouthfeel" davvero superbo, morbida, cremosa e scorrevole al tempo stesso, con poche bollicine ed un corpo medio. I malti tostati le donano una bella acidità finale, preludio ad un retrogusto intenso di tostature e di caffè. E' una porter "sincera", più sostanziosa che elegante, con pochi fronzoli e tanto gusto; berla è un po' come ritornare all'origini del suo stesso nome. Porters, i facchini della Londra di inizio '800 che non vedevano l'ora di chiudere il proprio turno di lavoro per fondarsi in un pub a bersi una ricostituente pinta di "porter", lo stile più in voga in quel periodo.
Formato: 37.5 cl., alc. 6%, lotto 434, scad. 30/09/2015, pagata 4.80 Euro (foodstore, Italia)

venerdì 12 settembre 2014

Mission Dark Seas Imperial Stout

Il mio primo incontro con la Mission Brewery di San Diego (California) risale a due anni fa e non è certamente stato dei migliori, con una Double IPA piuttosto deludente. Il birrificio, fondato nel 2007 a La Jolla da Dan Selis, ha traslocato prima a Chula Vista e  nel 2009 a San Diego a pochi isolati da Petco Park, il campo da baseball casa dei San Diego Padres, e dallo storico Gaslamp Quartier. L'ampia tasting room può ospitare sino a 400 persone. 
Dark Seas è la Russian Imperial Stout della casa, che ha ottenuto numerosi premi in concorsi californiani: bronzo alla San Diego International Beer Competition del 2012, argento alla Los Angeles International Beer Commercial dello stesso anno, oro a quella del 2013 e bronzo a quella del 2014. Argento invece alla Central California Craft Beer Competition  di quest'anno. 
Nel 2013 è stata rilasciata anche una versione invecchiata per venti mesi in botti di bourbon Four Roses.
Minacciosa etichetta, raffigurante un vascello che cerca con difficoltà di farsi largo su di un tempestoso mare, nero come la pece; tra vento e saette, si intravede sullo sfondo un poco rassicurante teschio, presagio di quello che probabilmente sta per accadere.
Altrettanto nera e minacciosa arriva nel bicchiere questa Imperial Stout, con un "cappuccio" di schiuma color cappuccino, compatta, cremosa, molto persistente. L'aroma presenta tostature, qualche sentore di caffè e di cioccolato, ma soprattutto frutta sotto spirito, uvetta, prugna disidratata, fruitcake. La sua consistenza al palato è meno densa del previsto, più oleosa (e scorrevole) che cremosa; il corpo è medio, con una carbonazione bassa, bollicine molto sottili.  Il gusto ha una corrispondenza pressoché perfetta con l'aroma, riproponendo lo stesso scenario di caffè e cioccolato amato, fruitcake, prugna ed uvetta; prima parte della bevuta dolce, con finale amaro di caffè e tostature a bilanciare. La pulizia non è impeccabile, mentre l'intensità è notevole ed è una birra che si sorseggia - prendendosi le dovute pause - con gusto e senza grosso impegno. Chiude con un gradevole retrogusto che ricorda un tortino di frutta al cioccolato imbevuto di rum: praticamente un dessert.
Formato: 65 cl., alc. 9.8%, lotto e scadenza non riportati, pagata 5,67 Euro ($ 7.49 supermercato USA).

giovedì 11 settembre 2014

To Øl Sans Frontière

Sono già sette i componenti della famiglia "Frontier" della beerfirm danese To Øl, che vi ho presentato qui. Forse diventa anche difficile inventarsi dei nuovi nomi, continuando a sfornare nuove birre in continuazione, e così l'idea della "serie" può venire in aiuto in caso di mancanza di creatività che comunque, almeno dal punto di vista linguistico, sembra ancora non mancare ai due allievi di Mikkeller. La saga inizia con la "semplice" IPA First Frontier (idealmente la prima birra di una serata), per poi passare alla Final Frontier, una muscolosa Double IPA. Ma sono arrivate anche la Space Frontier (in collaborazione con Brewfist), la Baltic Frontier (con olivello spinoso) e la Southern Frontier (una APA con aggiunta di mais). Le ultime due della famiglia "Frontier" rappresentano invece una deviazione dagli stili anglosassoni, entrando invece in territorio belga, dove peraltro la maggior parte di queste birre viene prodotta (De Proef). 
Ecco quindi due Sans Frontière, una "normale" ed una poi invecchiata in botte. Mi limito alla prima versione, una Belgian Ale generosamente luppolata con luppoli europei e poi rifermentata in bottiglia con (i modaioli) brettanomiceti. Il dubbio che hai con queste birre è sempre lo stesso: berle giovani, per meglio gustarne il profilo luppolato, o lasciarle in cantina per permettere ai brettanomiceti di "diventare adulti" e di far meglio sentire la voce? Costasse come un Orval, sarebbe giusto comprarne almeno un paio e fare entrambe le cose: ma il prezzo non rende molto economico l'esperimento, e questa volta scelgo di lasciarla in cantina per un anno circa. In etichetta una frase (Heaven knows no frontiers, and I see heaven in your eyes)  dalla canzone No Frontiers degli irlandesi The Corrs,  gruppo che ebbe un buon successo alla fine degli anni 90 grazie (anche? soprattutto?) all'aspetto estetico delle tre sorelle Corr.
Anyway..  all'aspetto questa Sans Frontière si presenta di color ambrato con sfumature ramate, con un cappello di schiuma ocra, un po' grossolana, cremosa e dalla media persistenza. Al naso c'è una leggera nota pepata, che introduce un bouquet di frutta secca, caramello, terra umida, marmellata d'agrumi e qualche lieve sentore floreale. L'ingresso in bocca è maltato (biscotto, frutta secca, caramello) seguito da note più dolci di marmellata d'agrumi; c'è una lieve acidità prima del finale amaro, di mandorla e di terra. L'idea di To Øl era quella di creare una Belgian Ale rustica grazie all'apporto dei brettanomiceti; la birra ha una buona intensità ma alla domanda "la ricompreresti ?", risponderei senz'altro di no. Il risultato più che rustico mi sembra un po' confuso: l'abbondante luppolatura ormai divenuta marmellata non si sposa benissimo con l'amaro terroso, e l'equilibrio che (immagino) la birra avesse da giovane è andato perduto senza poi mantenersi nel tempo. Probabilmente andava bevuta da giovane; i "bretta" ci saranno anche, non lo metto in dubbio, ma la loro presenza mi sa più di marketing che di sostanza. Se il risultato era quello di replicare una Orval, credo che non sia andato a buon fine.
Formato: 75 cl., alc. 7%, scad. 23/05/2017, pagata 10.00 Euro (beershop, Italia).

mercoledì 10 settembre 2014

Stone 18th Anniversary Golden Brown IPA

Ogni anno nel mese di Agosto arriva il compleanno della Stone Brewing Company di Escondido (California); e ogni anno Stone lo festeggia con una birra celebrativa che a volte entra poi in produzione stabilmente. Il primo compleanno fu festeggiato con una IPA che è poi diventata la Stone IPA; il quinto compleanno vide la nascita della Ruination IPA, l'undicesimo della Stone Sublimely Self-Righteous Black IPA.  Il birrificio californiano è famoso per le sue numerose birre (molto) luppolate e, tranne alcuni episodi, la birra del compleanno è stata sempre una IPA. L'anno scorso fu prodotta una Double IPA esclusivamente con luppoli tedeschi (Gotterdammerung IPA), forse in previsione dell'annuncio dell'apertura della filiale europea di Stone in quel di Berlino, annunciata lo scorso Luglio.  Le uniche eccezioni sono state il sesto compleanno (Stone Porter), il settimo (Imperial Mild), l'ottavo (Imperial Wheat) ed il dodicesimo (Chocolate Oatmeal Stout).  
Per questo compleanno, il diciottesimo, l'11 Agosto viene messa in commercio la "18th Anniversary IPA - golden-brown hoppiest IPA on Earth";  l'idea del birraio Mitch Steele è di progettare una ricetta che metta particolarmente in evidenza la varietà di luppolo El Dorado, rilasciata nel 2010 dalle LLC Farms della Moxee Valley (Yakima).
Steele si è innamorato di questo luppolo nel 2013, quando Stone produsse una single-hop collaborativa con il birrificio californiano Drake's. L' El Dorado è poi finito in alcune delle più recenti produzioni Stone, come la Go To IPA  e la Stone Delicious IPA, quest'ultima avvistata però solo a San Diego. Nugget, Centennial, Belma, Sterling e Hopsteiner 06300 sono gli altri luppoli che accompagnano l'El Dorado in questa birra, mentre la lista dei malti annovera English Brown Coffee, Cara Munich e  Chocolate Wheat. "L'idea di utilizzare una piccola percentuale di malto English Brown Coffee in una Double IPA mi sembrava interessante e l'ispirazione mi è venuta dal successo della Dayman Coffee IPA (collaborazione tra Stone, Aleman e Two Brothers) e della  More Brown Than Black IPA (collaborazione tra The Alchemist, Ninkasi e Stone)", racconta Steele. Per il dry-hopping è invece stato utilizzato solo l'El Dorado.
All'aspetto si presenta di color ambrato, con qualche riflesso dorato; la schiuma, biancastra, è fine, cremosa e molto persistente. Al naso c'è una bella presenza di agrumi (forse più limone  che pompelmo) e di mango, con sentori più lievi floreali, di biscotto e fetta biscottata, caffè e toffee, Big Babol, frutta secca, mandorla, nocciola. Un bouquet interessante, la cui gradevolezza dipende forse molto dal gusto personale: è comunque pulito e, vista la giovane età della bottiglia, molto fresco. In bocca è davvero molto gradevole: corpo medio, carbonazione bassa, consistenza oleosa, grande morbidezza. Il gusto si rivela piuttosto equilibrato tra una solida presenza dei malti (biscotto, toffee, pane nero), pompelmo e frutta tropicale. Fa capolino anche qualche nota di frutti di bosco, lampone, fragola? L'alcool (8.5%) è molto ben nascosto: è una Double IPA dal contenuto etilico abbastanza modesto, se confrontata con le birre che celebrano solitamente il compleanno di Stone. Finisce secca e pulita, con un amaro terroso e resinoso, pungente, con una leggera presenza di mandorla amara.
Interessante interpretazione di una (Double) IPA, con il risultato che si spinge vicino ad un'American Brown Ale generosamente luppolata; più equilibrata che sfrontata, probabilmente non otterrà il successo di pubblico che hanno ottenuto altre birre celebrative ma è comunque una bella bevuta. 
Non so se la Stone Brewery & Bistro di Berlino sarà già pronta ad Agosto del prossimo anno per poter festeggiare anche qui in Europa il diciannovesimo compleanno del birrificio californiano, ma credo che senz'altro per il 2016 anche in Europa potremmo assaggiare la birra del ventesimo. Per la lunga lista degli abbinamenti gastronomici (e sigari) consigliati, vi rimando qui.
Formato: 65 cl., alc. 8,5%, IBU 75, imbottigliata 29/07/2014, pagata 6,43 Euro ($ 8,49 supermercato USA)

martedì 9 settembre 2014

Engel Bock Dunkel

La storia della  Crailsheimer Engelbräu inizia nel 1738 a Crailsheim (Baden-Württemberg), e se volete visitarla vi basta una breve deviazione dalla famosa Romantische Straße. Nel 1877 viene acquistata dalla famiglia Fach, e Wilhelm, quinto discendente,  ne è l'attuale proprietario assieme al figlio Alexander: trentacinque dipendenti, 65.000 ettolitri prodotti ogni anno (il 60% in fusto). Rinata dalle macerie della seconda guerra mondiale, quando tutta Crailsheim fu praticamente distrutta, il birrificio con annessa ristorante/keller e Biergarten trova oggi sede poco distante dalla stazione ferroviaria, utile informazione se avete intenzione di darci dentro e di non guidare.
La gamma offerta è quella della tradizione tedesca, nel rigoroso rispetto dell'Editto di Purezza: pils, helles, dunkel, spezial, bock hell, keller, weizen e chi più ne ha più ne metta.
Oggi ospito la Engel Bock Dunkel, raffigurante l'immancabile caprone (Bock) in etichetta e, sullo sfondo, le alpi innevate; la bottiglia ha un curioso tappo a vite anziché il classico a corona.
L'aspetto è molto invitante, ambrato carico con riflessi rosso rubino; si forma una testa di schiuma molto compatta e generosa, cremosa, molto persistente. Il naso è dolce, ricco di ciliegia sciroppata, prugna, caramello, pane nero; presente anche una leggera nota metallica e di terriccio umido. 
In bocca è morbida, con una presenza abbastanza bassa di bollicine ed un corpo medio: l'assenza di qualsiasi sensazione acquosa non mette comunque in discussione l'immancabile facilità di bevuta che prevede la tradizione tedesca. Al palato troviamo pane tostato, prugna, caramello bruciacchiato e un qualche ricordo di sciroppo di ciliegia; l'intensità è buona, è l'eleganza dei sapori a non essere eccellente. Detto questo, la bevuta procede con buona soddisfazione e senza difficoltà; l'alcool (7.2%) regala solo un lieve calore a fine corsa, in compagnia di una nota amaricante quasi terrosa. Il retrogusto è abboccato e ricco di frutta sotto spirito (uvetta e prugna). Bock tutto sommato soddisfacente, dal sapore un po' artificiale in alcuni passaggi, ma è un peccato che al prezzo (tedesco) di 2 euro al litro si perdona ben volentieri. 
Formato: 50 cl., alc. 7.2%, scadenza 01/2015, pagata 1,17 Euro (supermercato, Germania).

HOMEBREWERS, I WANT YOU !


Homebrewers italiani (e anche stranieri) ! 


E' da molto tempo che ho in mente l’idea di “aprire il blog” anche alle produzioni casalinghe, ed è arrivato il momento dell’annuncio ufficiale!
Volete che le vostre produzioni siano ospitate sulle pagine del blog, come avviene per tutte le altre birre ? Volete godere di quei 15 minuti di celebrità profetizzati da Andy Warhol ed essere esposti alle oltre 20.000 visite mensili che il blog ottiene ? 
Allora è il momento di spedire le vostre birre. 
L’idea è quella di ospitare una produzione casalinga alla settimana o al mese, dipende dal numero di homebrewers interessati. E se ci sarà un numero sufficiente di partecipanti, mi piacerebbe eleggere alla fine del 2015 (a mio insindacabile giudizio) la migliore produzione casalinga bevuta. 
Non ho la possibilità di rimborsare a tutti le spese di spedizione sostenute, ma l’intenzione è quella di ricompensare almeno “il vincitore” con qualcosa di buono da bere dalla mia personale cantina, magari un bel vintage. 
Non ci sono vincoli di stile, potete inviare qualsiasi cosa prodotta con metodo AG o E+G. Escluderei a priori solo le birre 100% da kit.

Il caldo estivo (se mai c’è stato) è già passato e si possono spedire le birre senza paura di cuocerle. Ma non c'è fretta, avete tutto il tempo che volete. 
Quando siete pronti, contattatemi con un messaggio tramite la pagina Facebook o via email ( ilsilenzio @ yahoo.com ) per ulteriori dettagli pratici e logistici.




Non siete homebrewers ma ne conoscete qualcuno? Diffondete la notizia anche a loro!

lunedì 8 settembre 2014

USA - Double IPA: Lagunitas Sucks, Dust Bowl Therapist, Ninkasi Tricerahops, Firestone Walker Double Jack, Knee Deep Hoparillo

Terzo ed ultimo mini-reportage americano; dopo le Session IPA che vi ho raccontato in questa occasione, è l’ora di passare alzare l’asticella e di passare "alle cose serie", potrebbe dire qualcuno. Per questa mia seconda trasferta americana ho volutamente deciso di tralasciare un po' la categoria delle IPA/IIPA, ma qualcuna c'è ugualmente scappata. Ecco allora una rapida carrellata di quanto bevuto; come vedrete l'esperienza - a parte un paio di episodi - è stata purtroppo tutt'altro che soddisfacente.
Da Lagunitas (Petaluma, California del Nord) ecco la Lagunitas Sucks, un nome abbastanza curioso che significa “Lagunitas fa schifo”. Il perché è presto svelato: nel 2011 Lagunitas non è in grado di  produrre la sua birra stagionale invernale, chiamata Brown Shugga. Nell’attesa dell’arrivo di un nuovo impianto, la capacità produttiva è tutta impegnata nel produrre ogni tre ore 80 barili di PILS e di IPA e il birrificio non se la sente di sacrificare una buona parte della produzione di queste birre per fare un piccolo lotto della complessa Brown Shugga.  Quindi si autodefiniscono “schifosi, incapaci” e decidono di sostituire la Brown Shugga con una birra meno impegnativa (per gli impianti) chiamata appunto Lagunitas Sucks (Brown Shugga Substitute Ale).  Malto, segale, frumento, avena ed un parterre di luppoli composto  da Chinook, Simcoe, Apollo, Summit, HBC342 e Nugget:  ecco la ricetta di questa Lagunitas Sucks, che Ratebeer classifica come American Strong Ale (voto: 100/100) e BeerAdvocate come Double/Imperial IPA (voto: 97/100).  Il successo di pubblico ha portato alla creazione di una pagina Facebook per chiedere a gran voce che fosse poi replicata e resa disponibile tutto l’anno. Il birrificio ha ascoltato le richieste degli “aficionados” e già ad Aprile del 2012, grazie all’aumentata capacità produttiva, promette di inserirla tra le birre prodotte stabilmente: le promesse vengono però mantenute con un po’ di ritardo ovvero ad Aprile di quest’anno, con l’annuncio della distribuzione in  6 pack e nel generoso formato da 32 once, praticamente un litro (qualcuno in Italia ci pensi… ci sono birre che meriterebbero questo formato). La bevibilità è senz’altro ottima, nonostante il contenuto alcolico (8%) non sia certo “sessionabile”, ma personalmente l’ho trovata abbastanza monocorde con la tendenza a saturare il palato già dopo il primo bicchiere. Limpida e dorata, naso di aghi di pino, erbe officinali, una nota di geranio; manca quasi del tutto quella componente fruttata/tropicale che ti fa pensare di essere sulla West Coast.  Pulita e ben equilibrata in bocca, regala un po’ più di frutta tropicale su una base di malto (biscotto, nutty); è pulita, ha il corpo medio ed un finale quasi balsamico di resina ed erbe officinali. E’ l’amaro a limitare un po’ la bevuta, piuttosto che l’alcool, e sono costretto a vuotare nel lavandino parte di quel litro che mi ero prefisso di prosciugare in solitudine; mi resta il dubbio di aver bevuto una birra diversa da come dovrebbe essere. Il rapporto qualità-prezzo – come quasi tutte le Lagunitas – è comunque interessantissimo: cinque euro al litro. Bisogna invece un po’ impegnarsi (e ricorrere ad internet) per decifrare che la scritta al laser sulla bottiglia “154 4” indica una birra prodotta il cento cinquantaquattresimo giorno (3 giugno) del 2014.
Restiamo in California per passare alla Dust Bowl Brewing Company; siamo a Turlock, duecento chilometri a sud-est da Lagunitas; il birrificio è stato aperto nel 2009 da Brett Tate e dai partner Brett Honore e Dianne Drive. Ha annunciato proprio in questi giorni un ambizioso piano di espansione da 10 milioni di dollari per quadruplicare la capacità produttiva. Il birrificio non lesina nel produrre “big beers”, come testimonia questa pagina “imperializzando” quasi tutto: una Blanche/wit, una Alt, una Belgian Blonde. Delle due Double IPA prodotte, eccovi la Therapist, una bestia da 100 IBU e 10.4% di alcool che promette in etichetta di “non lasciarvi nessun’amarezza. Mettevi a sedere (ne avrete bisogno) e lasciate le vostre preoccupazioni al terapetua”. Il birrificio è a me nuovo, ma la bottiglia con un mese e mezzo di vita sulle spalle, è il  motivo che mi spinge all’acquisto. La birra, di colore oro antico dalla limpidezza quasi inquietante, si rivela però molto più mansueta delle sue stesse minacce: l’aroma è quasi dimesso e poco fresco, nonostante la giovine età.  Pompelmo, aghi di pino, caramello, qualche sentore di marmellata e di frutta tropicale non rappresentano certo quall’esplosione che t’aspetteresti.  Poco carbonata e dal corpo medio, morbida, offre al palato biscotto e caramello a formare il sostegno per la generosa luppolatura che si sviluppa soprattutto in pungenti note resinose; l’alcool non disturba troppo ma i 10 gradi rendono la bevuta alquanto robusta. Non è scorrevole come le migliori IIPA West Coast, mette nel “piatto” molta poca frutta e dopo qualche sorso la noia si fa largo nel palato del bevitore, o almeno nel mio; evidenzia una discreta “muscolatura” resinosa, ma l’impressione è di una birra stanca, quasi poco fresca, ad un solo mese dall’imbottigliamento. Viene quasi da pensare che sia stata lasciata al caldo per un po' di tempo.
Ripercorriamo la West Coast in direzione nord per spostarci virtualmente in Oregon, alla Ninkasi Brewing Company di Eugene, fondata nel 2006 da Jamie Floyd e Nikos Ridge. Dal 2007 producono la loro Double IPA chiamata Tricerahops, la cui ricetta si compone di malti 2 Row, Munich e Carahell, luppoli Chinook, Cascade, Summit, Centennial  e Palisade.  100 IBU x 8% ABV, con il risultato di una birra tra il dorato ed il ramato dalla schiuma biancastra, abbastanza fine e cremosa.  L’aroma è molto poco entusiasmante, con tanta marmellata d’agrumi e qualche note tropicale di mango e papaya; completano caramello e fetta biscottata. Intensità bassa, freschezza non pervenuta. Da quanto ne so Ninkasi riporta la data d’imbottigliamento sui cartoni e consiglia di bere entro 60 giorni, peccato che chi acquista le bottiglie singole che non abbia nessun riferimento su quello che sta comprando.  Oleosa, corpo medio, poche bollicine, è morbida al palato e tiene l’alcool molto ben nascosto. Quello che manca (ed in una IIPA è tutto) è la freschezza: biscotto, miele, marmellata caratterizzano il gusto, con l’amaro (resina e pompelmo) quasi assente e che riesce appena a bilanciare il dolce.  Bottiglia molto poco godibile, che il lavandino finisce di bere al posto mio.
Dopo la breve escursione in Oregon, ritorno virtuale in California da Firestone Walker.  Ho stappato con grande curiosità ed aspettative la loro Double Jack IPA, visto che in giro se ne parla assai bene e visto che mi è capitata una bottiglia con un mese scarso di vita sulle spalle. Svariati premi nel palmares, ed una ricetta che prevede malti Two-Row (Metcalf & Kendall), Munich e Simpson's Light Crystal. I luppoli per l'amaro sono Warrior, Columbus, Cascade e Centennial con un dry-hopping di Amarillo, Cascade, Centennial e Simcoe. E, finalmente, una Double IPA in un formato regolare (35 cl.) che non impegna più di tanto chi non ha intenzione di bere solo quella nel corso di una serrata. Aspetto oro antico, con riflessi ramati, limpido e cremosa schiuma biancastra dalla buona persistenza. Naso quasi imbarazzante: un po ' di biscotto, marmellata d'agrumi ed una leggera presenza etilica. Il contrario di quello che ti aspetteresti da una bottiglia ancora molto fresca. Non è che in bocca le cose migliorino più di  tanto: luppoli quasi scomparsi, rimangono i malti (biscotto, "nutty"), un corpo medio, poche bollicine. Nessuna traccia di West Coast,  un lieve warming etilico finale ed un amaro resinoso non molto intenso; quel che resta di una Double IPA è pulito e bevibile, ma la delusione è davvero tanta e mi ritrovo ad imprecare verso la famigerata "bottiglia sfortunata".
Per trovare finalmente una buona, ottima Double IPA mi devo rispostare a Nord, nella cittadina di Auburn, sulla strada che collega Reno (Nevada) a Sacramento, la capitale della California. Knee Deep era un birrificio che avevo sulla wishlist e che avevo già incontrato un paio di anni fa: nato a Reno, si era poi spostato a Lincoln ed era in attesa di ritraslocare in Nevada dove, se non erro, c'è un regime di tassazione molto più favorevole per le imprese rispetto alla California. Ma ad Aprile 2013 il fondatore Jerry Moore ed il suo socio, il birraio Jeremy Warren, annunciano di avere ottenuto la licenza dalla cittadina ai Auburn (California), che tra l'altro fornisce l'acqua proprio al paese di Lincoln, precedente sede del birrificio. Pare che sia stato proprio questo uno dei fattori decisivi: mantenere la stessa acqua utilizzata sino ad allora senza dover investire in impianti di trattamento. Che sia vero o no, alla fine dell'estate 2013 la Knee Deep riapre nell'ampia sede (1500 metri quadri) di un capannone adiacente all'aeroporto di Lincoln; qualche mese dopo viene inaugurato la taproom, affiancata da qualche food truck che rifornisce di cibo i bevitori.
Avevo in lista la loro Double IPA più famosa, chiamata Simtra, ma avendo incontrato solo delle bottiglie non molto fresche ho preferito ripiegare sulla nuova nata in casa Knee Deep, la Triple IPA chiamata Hoparillo. Simpatica l'etichetta che raffigura e riporta il nome dei tre luppoli utilizzati: Citra, Mosaic ed Amarillo, per 122 IBU e 11,1% di alcool. Sembrerebbe un pericoloso animale ultraluppolato da sorseggiare lentamente ed invece ti ritrovi a finirla con (relativa) facilità: anche lei quasi limpida, una testa di schiuma molto persistente e compatta, bianca, su di una basa color oro antico, quasi limpido. Un mese dall'imbottigliamento e finalmente un aroma degno di essere chiamato tale: fresco e pungente, pulitissimo e piacione. Una sorta di macedonia che porta mango, papaya, maracuja, lampone e fragola, pesca, pompelmo. Il corpo è medio, con una morbidezza al palato quasi inaspettata: davvero gradevole. Dalla base di malto (biscotto e caramello) si passa ad un bel fruttato tropicale che richiama l'aroma (soprattutto mango, ananas, pesca e papaya) per poi concludere con un bel finale amaro, intenso e pungente, resinoso. Pulitissima, potente ma molto ben equilibrata, con l'alcool che si manifesta in maniera molto subdola: irrobustisce quasi delicatamente la bevuta per poi presentare il conto solo quando la bottiglia è finita ed è già troppo tardi. Se penso ad una Double IPA West Coast penso al classico "bigger is better" americano e questa birra ne è in un certo senso l'incarnazione: non è qualcosa che berresti tutti i giorni, non è replicabile in nessun'altra parte del mondo ed è sproporzionata e superflua nel suo formato da 65 cl. ad uso singolo. Un po' come noleggiare una "Limo" (limousine ) per farsi accompagnare all'aeroporto, o come un weekend a Las Vegas.

Nei dettagli:
Lagunitas Sucks,  94.6 cl., alc. 8%, IBU 63,21, lotto 154 4 1 7014 1949, pagata 4,54 Euro ($ 5,99 beershop)
Dust Bowl Therapist, 65 cl., alc. 10.4%, IBU 100, lotto 03/07/2014, pagata 5.30 Euro ($ 6,99 supermercato)
Ninkasi Tricerahops, 65 cl., alc. 8%, IBU 100,  pagata  4,54 Euro ($ 5,99 beershop)      
Firestone Walker Double Jack IPA, 35.5 cl., alc. 9.5%, lotto 09/07/2014, pagata 2.64 Euro ($ 3,49 supermercato)
Knee Deep Hoparillo 3x IPA, 65 cl., alc. 11.1%, IBU 122, lotto 16/07/2014, pagata 5.30 Euro ($ 6,99, beershop)

domenica 7 settembre 2014

Störtebeker Roggen-Weizen

Avevo incontrato il pirata Störtebeker cinque anni fa, nel 2009, quando il birrificio si chiamava ancora Stralsund Brauerei; nel 2011 è avvenuto il cambio di nome in Störtebeker BrauManufaktur. La produzione continua comunque (dal 1827) a Straslund, in Pomerania, regione all'estremo nord della Germania. Il cambio di nome ha portato anche un rinnovamento grafico delle etichette, con delle note abbastanza inusuali da parte di un birrificio commerciale, e per lo più tedesco. Sul retro vengono infatti riportati gli ingredienti, quasi un tocco "craft": segale, frumento, malto tostato e caramello, luppolature di Perle e Magnum, ed anche alcune note gustative.
Come il nome fa intuire, questa Störtebeker Roggen-Weizen è una weizen prodotta con una percentuale indefinita di segale, proveniente - come tutti anche gli altri ingredienti - da agricoltura biologica.
Nel bicchiere è di colore ambrato, con riflessi ramati; la schiuma è pannosa e compatta, biancastra, ed ha una buona persistenza. Il naso offre i classici sentori di una weizen: banana matura e chiodi di garofano, con caramello, vaniglia ed una nota abbastanza inusuale di pancetta affumicata. 
Il corpo è medio-leggero, un po' penalizzato dalla presenza di pochissime bollicine che, unite alla consistenza acquosa, la rendono un po' sfuggente. Il gusto ripropone la banana matura, il caramello e la vaniglia, per un percorso dolce che sfocia in un finale abboccato non particolarmente intenso, dove però c'è un inattesa note di cioccolato al latte. Si beve a velocità supersonica, quasi come l'acqua, e qualche bollicine in più le avrebbe senz'altro giovato. Weizen onesta, nella quale non ho sinceramente avvertito l'apporto (rustico o speziato) della segale, dalla discreta intensità; svolge il suo compito di dissetare a basso prezzo, senza particolari pregi o difetti. Ma a volte basta ed avanza.
Formato: 50 cl., alc. 5.4%, scad. 24/01/2015, pagata 1,27 Euro (supermercato, Germania).

venerdì 5 settembre 2014

USA - Saison, Farmhouse Ales: Off Color Apex Predator, Epic Sour Apple Saison-Style Ale, Crooked Stave Surette, Logsdon Seizoen, Firestone Walker Opal, Boulevard Saison-Brett

Se sei appassionato di birra, la prima volta che ti rechi negli Stati Uniti, in California, ti trovi inevitabilmente attratto dalle IPA / Double IPA della West Coast e finisci per “sfondarti” di luppolo; è comprensibile, sono birre che non trovi in Italia e che, anche se le trovi, arrivano dopo aver attraversato l’oceano e quindi non al massimo della forma.  Sebbene si sia portati a pensare diversamente, anche influenzati dal (falso) mito che le IPA furono “inventate” apposta per viaggiare e per essere esportate verso le colonie britanniche, le IPA sono infatti tra le birre più “locali” che ci siano; vanno bevute dove sono fatte, il più in fretta possibile, e meno viaggiano in giro per il mondo, meglio è. Quindi, se la mia prima visita in California di un paio di anni fa era stata segnata quasi esclusivamente dalle IPA, per questo secondo appuntamento americano ho volutamente scelto di orientarmi su altro.  
Tra gli stili più “di moda” attualmente negli Stati Uniti, oltre alle sour/birre acide (parlate ad un birrofilo americano di Cantillon e s’illuminerà) c’è anche quello delle Saison / Farmhouse Ales.  Le saison sono forse le birre che preferisco in assoluto, sempre più birrifici ne hanno almeno una in gamma, e quindi eccovi una rapida carrellata di  esempi di “saison all’americana” , rigorosamente in ordine di gradimento.   
Dall’Illinois (Chicago), ecco la Apex Predator  del birrificio Off Color Brewing, fondato nel 2013 da John Laffler (ex Goose Island) e Dave Bleitner.  Se le IPA non fanno al caso vostro, sappiate che il birrificio non ne produce nemmeno una, prediligendo piuttosto la tradizione tedesca e belga. Si tratta di una Farmhouse Ale (6.8%) prodotta con malti pils, honey e fiocchi di frumento; la luppolatura è affidata a Sterling e Crystal, quest’ultimo utilizzato anche in (generoso) dry-hopping. Di colore arancio pallido e dall’accademica, generosa “testata” di schiuma compatta e cremosa, regala un gradevole benvenuto olfattivo di mandarino ed arancio, cereali e crackers, movimentato da una lieve nota pepata ed un po’ di rustica paglia. Leggera e vivacemente carbonata, paga forse il dazio di un’eccessiva acquosità che la rende un po’ sfuggente. Il gusto è comunque intenso e rispecchia in pieno l’aroma, con una fragrante base maltata di pane e cereali, agrumi ed un finale amaricante erbaceo e “zesty”.  Niente spezie, il lavoro è tutto sulle spalle del ceppo di lievito utilizzato. Una secchezza non impeccabile la rende un po’ meno dissetante del previsto, apprezzabile la lieve pepatura che ben interagisce con le bollicine solleticando il palato.  Non conoscevo il birrificio, la loro bella etichetta mi ha spinto all’acquisto “alla cieca” ed è stata una piacevole scoperta. 
Dallo Utah (stato americano con una legislazione abbastanza rigida riguardo gli alcolici, tutto quello che eccede il 3.2% va acquistato negli appositi negozi statali)  ecco la Epic Brewing Company, che ha anche una succursale anche a Denver (Colorado).  Nel 1992 i californiani David Cole e Peter Erickson fondano a Salt Lake City una società per l’acquacultura ed è solo nel 2008, grazie ad una modifica delle leggi statali, che gli viene permesso di aprire un birrificio. Viene in loro aiuto il birrario Kevin Crompton. Fa parte della loro Exponential Series questa Sour Apple Saison-Style Ale, imbottigliata a Luglio 2013 e speziata con zenzero, cardamomo, cannella, chiodi di garofano, noce moscata, anice, coriandolo e grani di paradiso. Malto Pils (Weyermann), fiocchi d’avena (Briess), frumento maltato (Muntons); Saaz e Tettnang i luppoli utilizzati oltre a, ovviamente, un’indefinita percentuale di (credo) succo di mela.  Nel bicchiere è limpida e dorata, ma la bianca schiuma che si forma svanisce molto rapidamente. L’aroma è pulito ma onestamente non avverto nessuna delle numerose spezie utilizzate: il ce è un bene, secondo il “dogma belga”, che recita “quando una spezia si sente nella birra vuol dire che ne è stata messa troppa”. L’aroma è di mela verde e pera, fiori bianchi, pepe, addirittura sembra sbucare una nota  “legnosa”, quasi di sughero, nonostante il tappo a corona. L’alcool è importante (8.1%) ma è molto ben nascosto; al palato dopo l’ingresso di pane è un tutto un susseguirsi di asprezze, di mela verde acerba e di uva spina. La birra assume un interessante carattere vinoso, con una bella secchezza ed un lieve warming etilico finale. Non c’è amaro e, sebbene il gusto di mela sembri un po’ artificioso, è una birra  che sembra ben prestarsi ad abbinamenti gastronomici. Avevo in lista d'acquisto altre birre di Epic che non sono poi riuscito a recuperare, ma questa è stata comunque una bella scoperta.
Si sale di livello con la Surette Provision Saison di Crooked Stave, birrificio fondato da Chad Yakobson a Denver (Colorado), attivo dal 2010 e che si definisce “specializing  in 100% Brettanomyces fermentations and barrel-aged sour and wild ales”.  Si tratta della ricreazione della ricetta di una saison di inizio ‘900 che prevede malto, frumento, avena, segale e farro,  rifermentata ed invecchiata in botti di quercia con i lactobacilli naturalmente presenti e brettanomiceti. Qualcuno di voi ha forse avuto l’occasione di assaggiarla a Roma presso Eurhop 2013, dove è girato qualche fusto. Il colore è ramato ed opalescente, con una schiuma di dimensioni abbastanza modeste, ma cremosa e dalla buona persistenza. I profumi sono quelli dell’uva bianca, del cedro, di fiori bianchi, di lime, mela verde e prugna acerba, di legno bagnato, con una netta presenza di lattico. Praticamente piatta, è leggera e decisamente aspra di uva spina, limone e mela in bocca; nette le note legnose e vinose, spiccata l'acidità lattica che culmina in un finale di yogurt amaro. Molto rinfrescante, si beve con relativa facilità in quanto la marcata asprezza obbliga a qualche pausa defaticante tra un sorso e l'altro; è molto ben fatta, ma in qualche modo ci sento la mancanza di una nota rustica o di qualche "puzzetta".
Ci spostiamo virtualmente in Oregon (a Hood River) alla Logsdon Organic Farmhouse Ales, birrificio guidato da Dave Logsdon con il birraio Charles Porter; è un birrificio che avevo sulla wishlist, ed è un birrificio che mi è piaciuto sin dal primo incontro virtuale. Zero fronzoli, sito internet ed etichette delle birre quasi amatoriali che ricordano quelle di tanti produttori belgi. Il legame col Belgio non è casuale, visto che la moglie di Lodgson, Judith Barnes, è nata nelle fiandre; i due s'incontrarono nel 2007 ad un festival di birra in Belgio. Ma Lodgson è soprattutto uno dei fondatori della Wyeast Laboratories (lievito, lievito ed ancora lievito) che dopo venticinque anni ha deciso di lasciare per aprire, nel 2011, la Logsdon Organic Farmhouse Ales, accanto alla casa di campagna dove vive.
La loro Seizoen (7.5%) è prodotta con malto, frumento, avena,  coni di Fuggles e EK Golding e ben quattro diversi ceppi di lievito. Di colore arancio velato con una generosa quantità di schiuma bianca, quasi pannosa e molto persistente. L'aroma è fresco ed eleante, richiama la campagna con sentori di fiori bianchi, di erba e di rustica paglia; c'è qualche sentori di banana e di pera, di pepe, coriandolo e di agrumi. In bocca è vivacemente carbonata e scorrevole, dissetante e secca, piacevolmente rustica: cereali e pane, arancio, mandarino e pera, con un finale amaro tra l'erbaceo, il terroso e la scorza d'agrumi. Una perfetta saison belga, molto ben fatta, semplice ma intensa, semplicissima da bere, rinfrescante, gustosa, corroborante (se la bevete dopo una giornata di lavoro nei campi..).
L'unica saison californiana che vi presento è quella di Firestone Walker, chiamata Opal (7.5%). Malto Pilsner (Weyermann), frumento maltato e non, luppoli Styrian Golding ed Amarillo con dry-hopping di Hallertau Blanc: anche qui niente spezie, si fa lavorare il lievito. E il risultato è da inchino. Oro pallido quasi limpido, crema di schiuma bianca molto compatta e persistente. Imbottigliata da due mesi, con un naso fresco e pulito, acidulo e rustico (paglia) di fiori bianchi, pera ed uva, lime e limone, crackers, cereali, qualche accenno di banana, una delicatissima speziatura. Anche questa saison è vivacemente carbonata in bocca, con un corpo-medio leggero: le bollicine solleticano il palato, rinfrescano con una notevole intensità di pera, limone, mandarino, lime su una base di miele, pane e crackers, uva bianca, persino qualche suggestione di frutta tropicale. Chiude amara, erbacea, zesty e piacevolmente pepata; molto secca e molto dissetante, gradevolmente acidula, forse più elegante che rustica in bocca. Ottima. Sono consapevole che il mio giudizio è influenzato dall'averla bevuta nella Valle della Morte alle dieci di sera, quando la temperatura esterna era ancora di 44 gradi. Ma l'averla tirata fuori ancora fresca dalla borsa frigo e l'averla prosciugata nel giro di pochi minuti è stata un'esperienza  difficile da dimenticare. Dopo tutto non è solo la birra che beviamo, ma anche l'occasione in cui la beviamo.
Per chiudere questa breve rassegna ci spostiamo a Kansas City in Missouri; fondata nel 1989 da John McDonald, ecco la Boulevard Brewing Co.. Nel 2013 quello che è uno dei maggiori produttori di birra del mid-west statunitense viene acquistato dalla belga Duvel Moortgat (aggiungendosi  alla Ommegang, alla Brasserie d'Achouffe ed alla  De Koninck). La saison più popolare che produce Boulevard si chiama Tank 7 (che non ho trovato), la cui base viene usata per la produzione molto più limitata (una volta l'anno?), in quella che viene chiama Smokestack Series, di questa Saison-Brett. Malto Pale, frumento maltato, corn flakes, luppoli Magnum ed Amarillo (anche in dry-hopping) e, ovviamente, una rifermentazione in bottiglia con diversi ceppi di lievito tra i quali i tanto amati (dai birrofili americani, ma non solo) brettanomiceti. Imbottigliata il 27 febbraio 2014 e maturata per tre mesi prima della messa in vendita, si presenta di color arancio velato; la schiuma pannosa è esuberante e croccante, molto persistente. L'aroma è complesso e nonostante la bottiglia ancora giovane sono già evidenti i sentori brettati (lattico, formaggio, sudore) affiancati da quelli di fiori bianchi, pepe, lime e limone, arancio ed ananas. Presenta anche una gradevole nota legnosa: un gran bel bouquet, pulito e molto interessante. Praticamente perfetta al palato, vivacemente carbonata ma ugualmente morbida e scorrevole. S'inizia con i crackers e qualche accenno di miele. L'eleganza della frutta (arancio, pompelmo rosa, un po' di tropicale) è bilanciata da una parte più rustica e "verace", legnosa e terrosa, che richiama il granaio, la campagna arida, l'estate. Finisce secca ed amara di erba, scorza d'agrumi e terra, ruspante e profumata, molto intensa e fragrante; la gradazione alcolica è importante (8.5%) ma questa Saison-Brett si beve che è un vero piacere. Non so come possa evolvere ulteriormente con qualche altro mese di cantina, ma non mi pento assolutamente di averla bevuta anche se giovane. Chapeau, Boulevard.

In dettaglio:
Off Color Apex Predator, 35.5 cl.,   ABV 6,5%, IBU 35, lotto e scadenza non  riportati, pagata 3,02 Euro ($ 3,99  beershop)
Epic Sour Apple Saison-Style Ale,  65 cl., ABV 8.1%,  lotto #26, imbott. 12/07/2013, pagata  6,43 Euro ($ 7,99 supermercato)
Crooked Stave Surette Provision Saison,  35.5 cl., 6,2%, lotto  10 (2014), pagata 7,57 Euro ($ 9,99 beershop)
Logsdon Seizoen, 37.5 cl., ABV 7.5%, IBU 35, bottiglia nr. 4102, scad. 03/2017, pagata 6.05 Euro ($ 7,99 beershop)
Firestone Walker Opal, 65 cl., ABV 7.5%, IBU 35, imbott. 06/06/2014 19:14, pagata 5.30 Euro ($ 6,99 beershop)
Boulevard Smokestack Series - Saison-Brett 2014, 75 cl., alc. 8.5%, lotto SB14058-1, scad. 02/2016, pagata 10,60 Euro ($ 13,99 supermercato)

giovedì 4 settembre 2014

Vicaris Quinto

A Dendermonde, città nel mezzo del triangolo virtuale che collega Gent, Anversa e Bruxelles e tristemente famosa per alcuni fatti di cronaca,  ha oggi sede la Brouwerij Dilewyns. Le sue fondamenta risalgono al diciassettesimo secolo, quando un vecchio mulino a Grembergen  fu riconvertito in birrificio da Anne-Coleta Wauman; la produzione continua sino al 1943, quando i tedeschi sequestrano le caldaie in rame e pongono definitivamente fine alla vita dell’azienda. Bisogna attendere sino al 1999 quando Vincent Dilewyns, discendente di Anne, completa la sua formazione di mastro birraio e inizia con le prime produzioni casalinghe. I risultati sono – a quanto sembra – eccellenti e molto apprezzati da chi ha occasione di berle a Dendermonde; l’idea iniziale di produrre birra solo per il proprio piacere di berla si trasforma in qualcosa di più grande,  anche grazie all'incitamento della figlia Anne-Catherine.
A partire dal 2005 le ricette vengono prodotte da De Proef e commercializzate: l’anno successivo è già tempo di premi per la Vicar Tripel allo Zythos, con replica l’anno successivo (Tripel e Vicardin). I risultati ottenuti e la limitata disponibilità degli impianti di De Proef convincono Vincent a lasciare la sua occupazione di dentista per dedicarsi a tempo pieno a quella di birraio: nel 2010 partono i lavori di costruzione del birrificio a Dendermonde che viene inaugurato a Maggio del 2011. Oltre a Vincent, supervisore delle ricette, a coordinare la produzione c’è la figlia Anne-Catherine che nel frattempo è diventata anche lei birraia, tra le poche operanti in Belgio.  La parte commerciale viene invece gestita dall’altra figlia Claire.  Gli impianti del birrificio (potenziale da 15.000 Hl) sono stati realizzati dall’italiana Velo; per festeggiarne l’inaugurazione viene realizzata una birra celebrativa che "omaggia" proprio l’Italia. Viene inizialmente chiamata Openingsbier e poi rinominata Quinto, parola italiana che sta per indicare la quinta birra prodotta da Dilewyns ed al tempo stesso anche  la sua gradazione alcolica 5%. 
Sorella “minore” della Tripel, della quale condivide buona parte della ricetta, si presenta nel bicchiere con un colore dorato, pallido ed opaco; la schiuma è compatta e cremosa, "croccante" e molto persistente. Il naso non brilla né per intensità che per fragranza, ma offre ugualmente sentori floreali, di miele, crosta di pane, arancio e qualche sfumatura di albicocca. Uno scenario che viene riproposto pressoché identico anche al palato, con una buona intensità ma con la stessa mancanza di fragranza. A bilanciare il dolce c'è la scorza d'arancia, ma il finale di questa Quinto non si può esattamente definire amaro, ma piuttosto abboccato. La secchezza non è impeccabile, il palato rimane sempre un po' impastato da una sensazione di miele che non rende questa Belgian Ale molto rinfrescante. Leggera in bocca, caratterizzata da molte bollicine "sottili", che non stuzzicano adeguatamente il palato; scorre in fretta ma, almeno questa bottiglia bevuta, non lascia un gran ricordo di sé.
Formato: 33 cl., alc. 5%, scad. 10/04/2015, pagata 2,80 Euro (beershop, Italia).