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martedì 10 novembre 2015

Hornbeer Viking Chili Stout

Terzo appuntamento con il birrificio danese Hornbeer, penisola dello Hornsherred, venti chilometri ad ovest di Roskilde ed a cinquanta da Copenhagen, aperto nel 2008 dal birraio Jørgen Fogh Rasmussen (homebrewer dagli anni ’70) e sua moglie Gundhild, una pittrice i cui quadri diventano poi le etichette delle birre.  
Nell'anno del debutto la, Danske Ølentusiaster (associazione di appassionati birrofili danesi) aveva proclamato la neonata Caribbean Rumstout come la migliore birra danese dell'anno. Nel 2009 Hornbeer condivise a pari merito con Mikkeller il premio di “birrificio” danese dell'anno, per poi vincerlo in solitudine nel 2010, 2011 e 2013.  Mikkeller si è preso la rivincita nel 2014 e 2015. La reputazione di Hornbeer si è costruita soprattutto grazie ad alcune Imperial Stout che hanno riscosso grosso successo; oltre alla già citata Caribbean Rumstout, la Fundamental Blackhorn ottenne la medaglia d'oro 2011 al Beer & Whisky Festival di Stoccolma, viene nominata la miglior birra "forte" danese del 2012 e vince la medaglia d'argento alla Beer Cup 2012 di San Diego nella categoria American Imperial Stout. 
Oggi andiamo invece a stappare un'altra  Imperial Stout, chiamata  Viking Chili Stout che vede l'aggiunta di cioccolato, caffè, liquirizia, vaniglia e peperoncino. Viene realizzata per la prima volta nel 2013 in occasione dell'annuale "Frederikssund Ølsmagning" che si tiene a Valhalla, dove venne proclamata la miglior birra del festival. 
Completamente nera ed impenetrabile alla luce, è sormontata da un sontuoso "cappello" di schiuma marrone cremosa e compatta, molto persistente. Splendida. 
Gli "ingredienti" dichiarati in etichetta non si nascondonp e l'aroma offre opulenza di cioccolato amaro e al latte, caramello, liquirizia dolce, vaniglia, caffellatte, anice, gianduia e torta di cioccolato, il tutto avvolto da una sensazione "piccante" portata dal chili. L'intensità è quasi sfacciata, la pulizia è buona ma l'aroma complessivamente risulta un po' artificioso, benché gradevole: più che di "alta pasticceria", l'impressione è quella di annusare uno snack al cioccolato industriale. Il gusto continua fedele sul percorso annunciato dai profumi: la partenza è piuttosto dolce, ricca di cioccolato al latte, vaniglia, caramello/mou e liquirizia, in una sort di dessert liquido che viene poi bilanciato dall'amaro del caffè e dalle note resinose del luppolo. Sono loro, assieme all'alcool e all'acidità dei malti scuri, a stemperare quasi per incanto la dolcezza in una birra che arriva poi a sorprendere con il delicato piccante del finale che molto ben integrato con l'alcool warming. La scia finale è piuttosto lunga, con un rinfrancante tepore etilico ad abbracciare il caffè, il cioccolato al latte ed il piccante, su un sottofondo dolce vanigliato. Sensazione palatale assolutamente vellutata e cremosa, con un corpo "quasi" pieno e pochissime bollicine.
Dove c'è molta carne al fuoco il rischio di pasticciare è sempre elevato: questa Viking Chili Stout assembla tuttavia in modo credibile e convincente diversi elementi risultando essere alla fine una birra-dessert (o birra-Disney se preferite) piuttosto godibile benché a piccole dosi. A metà del mezzo litro ho sinceramente sentito il bisogno di passare ad altro, ma sino a quel momento mi sono gustato con un cucchiaino virtuale un buon dessert al peperoncino.
Formato: 50 cl., alc. 10%, scad. 25/09/2023, 8.00 Euro (beershop, Italia)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 12 giugno 2015

Hornbeer Vårøl

Ritorna sul blog Hornbeer, birrificio sito a Kirke Hyllinge, nella penisola dello Hornsherred dal quale prende il nome, venti chilometri ad ovest di Roskilde ed a cinquanta da Copenhagen. Lo aprono a maggio del 2008 il birraio Jørgen Fogh Rasmussen e sua moglie Gundhild, punto d’arrivo (o di partenza) della passione per l’homebrewing iniziato negli anni ‘70. 
Pochi mesi dopo l'inaugurazione, in agosto, i locali vennero devastati da un incendio e la produzione sino all'autunno del 2009 dovette appoggiarsi ad altri birrifici.  Ma una volta ripristinato il piccolo impianto da cento litri, per Jørgen e la moglie Gundhild, illustratrice e pittrice, i cui quadri diventano poi le etichette delle bottiglie, arrivano finalmente le prime soddisfazioni.  Nell'anno del debutto, il 2008, la Danske Ølentusiaster (associazione di appassionati birrofili danesi) aveva proclamato la neonata Caribbean Rumstout come la migliore birra danese dell'anno. Si potrà obiettare che la scena brassicola danese non è particolarmente affollata e/o competitiva, con attualmente circa 150 microbirrifici molti dei quali hanno però una distribuzione molto limitata. Nel 2009 Hornbeer condivide a pari merito con Mikkeller il premio di birrificio (Mikkeller?)  danese dell'anno, per poi vincerlo in solitudine nel 2010, 2011 e 2013. 
Metti una calda serata di (quasi) estate con la temperatura oltre i 30 gradi.  Metti che trovi in frigorifero una bottiglia da mezzo litro che si definisce “nata per celebrare l’arrivo della primavera; dorata, molto carbonata, per la quale abbiamo utilizzato un sacco di luppoli, dandole il perfetto livello di amaro e un piacevole gusto fruttato”. Pregusti già mezzo litro di refrigerio e ti affretti a versare in tutta fretta l’American Pale Ale di Hornbeer  chiamata “Vårøl” (Vår indica proprio la primavera, in danese). 
Ti accorgi però subito che c’è qualcosa che non va: il colore dorato annunciato dall'etichetta nel bicchiere è in verità piuttosto ambrato, con sfumature arancio. L'aroma offre piuttosto un surrogato della frutta, nella forma della marmellata (agrumi); il vento di primavera porta poi profumi poco intensi e piuttosto dolci, con caramello e melassa. Man mano che la temperatura si alza, si avverte anche l'alcool.  Le premesse che si tratti di una birra non esattamente "solare" ci sono tutte, ed il gusto lo conferma: molta frutta matura (tropicale, frutti di bosco), marmellata, biscotto e caramello, con un accumolo di dolce poco rinfrescante ma che è il supporto necessario alla generosa luppolatura resinosa e leggermente terrosa. Al di là della sua palese incongruenza con quanto dichiarato in etichetta, in questa bottiglia c'è  un (American) Amber Ale piuttosto stanca e poco fragrante, con i luppoli che non brillano di fresco e con l'alcool fin troppo percepibile per la gradazione alcolica (6.4%). Capisco che la primavera danese non sia uguale a quella italiana e che là  in quel periodo c'è ancora bisogno di riscaldarsi piuttosto che rinfrescarsi, ma se proprio la devo collocare in una stagione io dico autunno.
Formato: 50 cl., alc. 6.4%, IBU 53,56, scad. 30/03/2017.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 23 dicembre 2014

Hornbeer The Fundamental Blackhorn

Breve pausa dalle birre natalizia ed ultimo debutto dell'anno sulle pagine del blog. Si tratta di Hornbeer, birrificio sito a Kirke Hyllinge, nella penisola dello Hornsherred dal quale prende il nome, venti chilometri ad ovest di Roskilde ed a cinquanta da Copenhagen. Lo aprono a maggio del 2008 il birraio Jørgen Fogh Rasmussen e sua moglie Gundhild. Una piccola curiosità: Jørgen è il fratello di Anders Fogh Rasmussen, il più longevo primo ministro danese, rimasto in carica dal 2001 al 2009; sino allo scorso settembre ha poi ricoperto il ruolo di segretario generale della Nato. 
L'apertura del microbirrificio è un sogno che Jørgen, homebrewer dagli anni '70, riesce a coronare dopo lunghissimo tempo: l'inizio non è però dei migliori. Pochi mesi dopo l'inaugurazione, in agosto, i locali vengono devastati da un incendio e la produzione sino all'autunno del 2009 deve appoggiarsi ad altri birrifici.
Ma una volta ripristinato il piccolo impianto da cento litri, per Jørgen e la moglie Gundhild, illustratrice e pittrice, i cui quadri diventano poi le etichette delle bottiglie, arrivano finalmente le prime soddisfazioni. 
Nell'anno del debutto, il 2008, la Danske Ølentusiaster (associazione di appassionati birrofili danesi) aveva proclamato la neonata Caribbean Rumstout come la migliore birra danese dell'anno. Si potrà obiettare che la scena brassicola danese non è particolarmente affollata e/o competitiva, con attualmente circa 150 microbirrifici molti dei quali hanno però una distribuzione molto limitata. Nel 2009 Hornbeer condivide a pari merito con Mikkeller il premio di birrificio (Mikkeller?)  danese dell'anno, per poi vincerlo in solitudine nel 2010, 2011 e 2013. 
La birra che ha maggiormente contribuito a rimpolpare la bacheca del birrificio è senza dubbio The Fundamental Blackhorn, una massiccia imperial stout (ABV variabile tra 10 ed 11%) medaglia d'oro 2011 al Beer & Whisky Festival di Stoccolma, miglior birra "forte" danese del 2012 e medaglia d'argento ottenuta alla Beer Cup 2012 di San Diego nella categoria American Imperial Stout.
E' prodotta con malti Black, Coffee e Chocolate, miele, e viene poi fatta maturare su chips di rovere e noci. 
Eccola nel bicchiere, maestosamente nera con il suo splendido "cappello" di schiuma color nocciola, compatta, cremosa e molto persistente. L'aroma non è esattamente l'immagine dell'eleganza, ma ha una buona intensità nella quale s'intrecciano soprattutto alcool, caffè, orzo tostato e liquirizia, con qualche lieve sentore di agrumi, legno umido, tabacco e frutta secca. La tradizione scandinava è perfettamente rispettata al palato: corpo pieno, birra densa, poco carbonata, catramosa, quasi masticabile. Il primo sorso,  dopo un breve ingresso fruttato di agrumi (è un American Imperial Stout, quindi generosamente luppolata), è un'ondata nera fatta di orzo tostato, liquirizia e caffè, legno, cenere e tabacco, perfettamente corrispondente all'aroma. L'alcool è molto meno evidente in bocca che al naso, con una bevibilità meno impegnativa del previsto: è comunque una birra molto intensa che si sorseggia con calma e che vi accompagna per tutta la serata. A ripulire il palato dal nero del catrame ci sono una leggera acidità del caffè e soprattutto una generosa luppolatura resinosa: il finale è (molto) amaro, tostato, resinoso, terroso, con un morbido warming etilico. 
Imperial Stout solidissima e molto ben fatta, che rincuora e riscalda per poi accompagnarti tra le braccia di Morfeo, con il suo generoso formato da mezzo litro: ideale ma banale, come ho fatto io, accompagnarla ad una tavoletta di cioccolato fondente, ma dicono sia ottima anche con formaggi erborinati o invecchiati. Se non avete fame, abbinatela invece alla poltrona, al caminetto, a un libro o ad un film.
Formato: 50 cl., alc. 11%, IBU 120, scad. 23/09/2022, pagata 11.51 Euro (Vinmonopolet, Norvegia).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.