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domenica 14 gennaio 2018

Pipeworks Coffee Break Abduction Imperial Stout

Abduction, "rapimento": questo  il nome di una serie di imperial stout  che ha contribuito al successo del birrificio Pipework, Chicago: qui la sua storia.  Il rapimento avviene ad opera di alieni e ogni etichetta ne rappresenta diverse scene: l'imperial stout viene realizzata da Beejay Oslon e Gerrit Lewis quando ancora erano homebrewers ma le loro birre ottenevano già grossi consensi tra gli appassionati di Chicago.  
Si tratta di un'imperial stout prodotta con scorze d'arancia che è stata poi riproposta nel corso degli anni nelle solite molteplici varianti per la gioia dei beergeeks e di chi è sempre in cerca della novità. Tra fusti e bottiglie ne sono state realizzate ad oggi una dozzina di diverse versioni; all'appello mancano quelle "barrel aged", visto che Pipeworks ha iniziato ad accumulare e ad usare le botti solamente da poco tempo. Qualche fusto è già circolato nei bar di Chicago, le bottiglie non dovrebbero tardare ad arrivare.
Ecco le diverse Abduction realizzate sino ad ora in una rapida carrellata: Raspberry Truffle Abduction (con lamponi, vaniglia e cacao), Coffee Break Abduction (caffè e vaniglia), Cherry Truffle Abduction (ciliegia, vaniglia e cacao), Mocha Abduction (caffè, vaniglia e cacao), Orange Truffle Abduction (scorza d'arancia e cacao), Pistachio Abduction (pistacchi, vaniglia, cacao e sale), Vanilla Abduction (vaniglia e cacao), Mint Truffle Abduction (vaniglia, cacao e foglie di menta), Cinnamon Abduction (cannella, cacao e vaniglia), Passion Abduction (frutto della passione, cacao e vaniglia), Coconut Almond Abduction (cocco tostato, mandorle, cacao e vaniglia). A voi scegliere la combinazione d'ingredienti che più vi gusta.

La birra.
Arriva nel 2013, ad un'anno dall'apertura del birrificio, la variante Coffee Break della Abduction; alla base imperial stout vengono aggiunti vaniglia e caffè prodotto dalla Dark Matter di Chicago che si trova a qualche chilometro di distanza dal birrificio. 
Il suo colore è prossimo al nero ma nel bicchiere non si forma praticamente schiuma: questa bottiglia dovrebbe essere del 2016 e l'anno che è trascorso non è certo il massimo per apprezzare il caffè. L'aroma tuttavia mostra ancora una buona intensità, anche se eleganza e finezza non sono le sue caratteristiche principali. C'è il caffè "americano" affiancato da dolci note ci vaniglia e caramello, in secondo piano orzo tostato, cuoio, alcool. L'aroma non è esattamente quello di una birra dessert e anche il mouthfeel non indulge in eccessi particolarmente cremosi: corpo medio, bollicine contenute, una leggera oleosità a garantire una buona scorrevolezza. Il gusto segue con rigore l'aroma, mostrandone gli stessi limiti per quel che riguarda pulizia ed eleganza. Nel complesso è un'imperial stout godibile che non scivola nel baratro del pastry (birra dessert) ma che non regala particolari emozioni o spunti d'eccellenza: la bevuta è prevalentemente dolce con caramello e vaniglia guidare le danze, affiancate da qualche note di cioccolato al latte. A bilanciare arriva l'amaro del caffè e del tostato, che non reclama un ruolo da protagonista, e nel finale emerge finalmente una rinfrancante nota etilica che riscalda e si porta dietro un po' di frutta sotto spirito. 
Il bilancio è positivo ma  ci sono ampi margini di miglioramento in questa imperial stout che si lascia bere con facilità ma dimenticare quasi con altrettanta disinvoltura; una bevuta gradevole che tuttavia lascia un po' per strada pulizia ed eleganza, sopratutto per quel che riguarda l'ingrediente che dovrebbe maggiormente caratterizzarla, il caffè.
Formato: 65 cl., alc. 10.5%, lotto e scadenza non riportati, prezzo indicativo 15.00 Euro (beershop).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 28 novembre 2017

Pipeworks S’More Money, S’More Problems

La storia di Pipeworks, birrificio di Chicago, l’avevo già raccontata qualche mese fa. Beejay Oslon e Gerrit Lewis, entrambi devoti homebrewers e beergeeks, si conoscono mentre lavorano in un negozio di liquori e abbozzano l’idea di fondare un birrificio. Per raccogliere parte dei fondi necessari ad ottobre 2010 Oslon e Lewis lanciano un crowfunding su Kickstarter con l’obiettivo di racimolare i 30.000 dollari necessari per il trasferimento in locali commerciali e la messa in funzione dell’impianto che già possedevano. Pipeworks debutterà a marzo 2012 e nel 2015 si trasferirà poi in un nuovo capannone dove troverà posto il nuovo impianto da 35 ettolitri, frutto di un ambizioso piano di espansione finanziato con un mutuo ventennale da 1 milione di dollari circa. 
Ma torniamo alla campagna Kickstarter del 2010 che termina a gennaio 2011 raccogliendo  da 492 persone ben 10.000 dollari in più di quanto richiesto; a giugno Pipeworks annuncia di aver finalmente individuato la location giusti dove portare gli impianti: 1675 N Western Ave, Chicago. Tra le varie modalità di finanziamento (dai 5 ai 10.000 dollari) vi era un pacchetto  da 2.500 dollari che, tra vari benefit, includeva l’opportunità di creare la ricetta di una birra assieme ai birrai  e vedere il proprio nome pubblicato sulla etichetta. Quattro persone l’hanno sottoscritta, tra questi Keith Lonergan: a gennaio 2014 gli impegni vengono mantenuti con la messa in commercio della imperial stout chiamata S'more Money S'more Problems. Una “pastry stout” la cui ricetta prevede l’utilizzo di graham crackers, fave di cacao e vaniglia per tentare di ricreare nel bicchiere uno “s'more” (un marshmallow arrostito su di un falò e poi infilato dentro due graham crackers con un pezzetto di cioccolata). Un dolce ma – dicono i personaggi coinvolti nella realizzazione della birra – anche un ricordo delle serate passate in campeggio con gli Scouts a bere imperial stout davanti al fuoco. Da allora la imperial stout S'more Money S'more Problems è stata occasionalmente prodotta altre volte; difficile dire quando visto che Pipeworks non mette nessuna data sulle proprie bottiglie.

La birra.
Nel bicchiere è nera ma il suo aspetto  è un po’ penalizzato dalla pochezza della schiuma che si dissolve molto rapidamente. Nemmeno l’aroma è particolarmente goloso: c’è la vaniglia, ci sono i graham crackers, il “fumo del falò“ sconfina un po’ nella plastica bruciata, in sottofondo appare qualche nota di carne. Il mouthfeel è invece solidissimo: imperial stout potente e viscosa, poche bollicine, morbida anche senza dispensare particolare cremosità. Il gusto è un crescendo dolce di cioccolato e caramello, vaniglia e liquirizia, graham crackers: all’alcool (10%) il compito di riscaldare il bevitore e di attenuare un po’ la dolcezza, funzione alla quale contribuisce in chiusura l’amaro delle tostature e del cioccolato fondente. Liquirizia, frutta sotto spirito e cioccolato danno poi forma ad un lungo retrogusto delicatamente etilico che soddisfa e accompagna per molti minuti. 
La S'more Money S'more Problems è una birra-dessert (o pastry stout, se preferite usare una terminologia ora molto in voga) che pecca un po’ di pulizia e di eleganza, e che appare un po’ confusa in alcuni passaggi: nel complesso è comunque godibile, se vi piace il genere. Mettetevi comodi e sorseggiatela con calma al posto del dolce.
Formato 65 cl., alc. 10%, lotto e scadenza non riportati, prezzo indicative 12 $  (food store, USA)

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 11 ottobre 2017

Pipeworks Brewing Company: Lizard King & Sure Bet

Beejay Oslon e Gerrit Lewis, entrambi devoti homebrewers e beergeeks, si conoscono nel 2008 mentre lavorano da West Lakeview Liquors, negozio di birre, vini e liquori di Chicago. Un beergeek non dovrebbe mai mancare al Dark Loyd Day di Three Floyds, soprattutto se si trova a pochi chilometri da casa: è in quel giorno dell’aprile del 2008 che Oslon e Lewis, mentre sono in fila ad attendere di mettere le mani sulle bottiglie d’imperial stout, che decidono di voler aprire il proprio birrificio. 
Nel 2009, mentre Lewis termina il suo master in marketing alla Loyola University, Beejay Oslon manda un’email a Urban Coutteau degli Struise e si offre per andare a lavorare gratis in Belgio per qualche mese: “sino ad allora sapevamo riconoscere una buona birra racconteràma non avevamo nessuna idea su come far funzionare un birrificio”. Gli Struise realizzano anche una birra collaborativa con quei "due ragazzi americani” e con il birrificio Alvinne che viene chiamata Pipedream, nome che anticiperà il futuro. Terminata l’esperienza europea. Oslon e Lewis passano diciotto mesi ad elaborare il loro business plan, mentre le loro produzioni casalinghe riscuotono consensi ed entusiasmo ad alcuni festival nei quali vengono offerte alla spina al fianco delle produzioni professionali, come ad esempio lo Stout Fest organizzato da Goose Island; non è tuttavia facile racimolare i fondi necessari per partire. Impossibilitati nell'ottenere finanziamenti dalle banche senza una casa di proprietà da ipotecare e con il mutuo per gli studi ancora sulle spalle, i due amici decidono di ricorrere al crowdfunding con una campagna su Kickstarter nella quale alla fine del 2010 riescono a racimolare 40.000 dollari, 10.000 in più di quelli richiesti. In attesa di divenire operativi, Pipeworks (il nome sembra che derivi da un soprannome di Lewis al college, “l’idraulico”) produce occasionalmente qualche fusto appoggiandosi ad impianti altrui facendo crescere l’attesa per il proprio debutto in una metropoli che a quel tempo non aveva ancora abbracciato la “craft beer revolution” e  - brewpub esclusi - annoverava solo tre microbirrifici: Half Acre, Metropolitan e Revolution. Nel 2011 il Chicago Reader nomina Pipeworks “il miglior birrificio craft che ancora non esiste”. 
Oslon e Lewis, assieme a Scott Coffman che viene ingaggiato come head brewer, tagliano a marzo 2012 il nastro del locale di 250 metri quadri nel quartiere Bucktown: le prime bottiglie della Double IPA Ninja vs. Unicorn vanno esaurite in pochissimi giorni. Beejay Oslon, che ha frequentato una scuola d’arte e che ha tatuato la parola B-E-E-R su quattro dita della mano destra e G-E-E-K su quelle della mano sinistra, si occupa della grafica delle prime etichette e promette che “Pipeworks non farà mai la stessa birra due volte”, un credo poi smentito dal tempo: “siamo stati male interpretati – dirà poi – noi vogliamo rifare le birre che la gente vuole bere, ma siamo anche un gruppo di creativi e abbiamo moltissime idee strane che non riusciamo a controllare. E’ eccitante, uno stimolo a provare sempre qualcosa di nuovo. Quasi tutti quelli che lavorano al birrificio – diciassette persone, oggi -  danno il loro contributo alle ricette”. 
Nel 2013 Ratebeer incorona Pipeworks come “best new brewery al mondo del 2012" e in paio d’anni Pipeworks satura la propria capacità produttiva crescendo dai 500 ettolitri del 2012 ai 1800 del 2014: l’unico modo per continuare a crescere è trasferirsi in un nuovo capannone da 1500 metri quadri a quattro chilometri dal precedente e confinante con quello in cui si trova un altro microbirrificio di Chicago, Off Color. Il piano di espansione viene finanziato con un mutuo ventennale da 1 milione di dollari circa; il nuovo impianto da 35 ettolitri viene inaugurato nel 2015 assieme alle lattine che fanno il loro debutto a luglio. Nel 2016 gli ettolitri prodotti sono stati circa 7000, ma in cantiere c’è già l’acquisto di nuovi fermentatori per arrivare a 17.000 in pochi anni. Il birrificio non è attualmente visitabile e non dispone di taproom: è tuttavia possibile acquistare bottiglie e merchandising nel punto vendita chiamato The Dojo che si trova all’interno dei locali di produzione.

Le birre.
Da un birrificio che ama i beergeeks e che inizialmente dichiarava di “non voler mai fare la stessa birra due volte” è ovvio attendersi uno sterminato elenco di etichette tra le quali non è facile orientarsi. Accanto ad un nucleo di lattine prodotte tutto l’anno (Ninja vs. Unicorn Double IPA, Blood of the Unicorn Red Ale, Lizard Kind Pale Ale, War Bird Session Ale, Lil Citra Session IPA, Glaucus Belgian IPA e Close Encounter Black IPA) vi è una lunghissima serie di produzioni stagionali, occasionali e varianti della stessa ricetta, come ad esempio quindici diverse Abduction Imperial Stout. 
Partiamo dalla “Mosaic Pale Ale” chiamata Lizard King e venduta nella bella lattina la cui grafica dovrebbe essere opera dell’artista Jeff Kuhnie; disponibile inizialmente solo in fusto in alcuni locali di Chicago, questa birra è poi diventata una delle produzioni fisse di Pipeworks. Oltre al Mosaic la sua ricetta dovrebbe anche includere il luppolo Amarillo. Il suo colore è un dorato piuttosto pallido e velato, sormontato da una cremosa e compatta testa di schiuma bianca. Le poche settimane passate dalla messa in lattina permettono di godere di un aroma freschissimo e molto pulito: ci sono soprattutto agrumi, cedro e pompelmo, ma in secondo piano si scorge un ricco bouquet tropicale che rimanda a mango e papaya, maracuja, ananas e melone. Il bouquet si completa con qualche nota “dank” e di uva bianca. Al palato è molto morbida, con il giusto livello di bollicine per apprezzare un gusto che ricalca l’aroma e riesce ad essere “succoso” senza sconfinare negli eccessi del “juicy”. Un accenno biscottato rimane in sottofondo a supporto di agrumi e fragrante frutta tropicale, mentre l’epilogo è un amaro resinoso e vegetale di breve intensità e durata. Alcool molto ben dosato, chiusura abbastanza secca in una Pale Ale molto intensa e ruffiana quanto basta che si beve con impressionante facilità: fragranza e pulizia non mancano, l’eleganza è buona anche se ancora migliorabile. Nel complesso il livello è davvero molto, molto alto: occasionalmente si trova anche dalle nostre parti, inevitabilmente con qualche mese sul groppone.

Sure Bet è invece una Double IPA (9.5%) che se non erro viene prodotta una volta l'anno, solitamente nel mese di agosto. Citra e Mosaic i luppoli utilizzati, ma gli ingredienti fondamentali, in questa birra, sono altri: se la luce del sole è il cibo preferito dagli unicorni, al secondo e terzo posto ci sono rispettivamente miele e mango, secondo quanto ci racconta Pipeworks. Entrambi sono stati utilizzati nella ricetta, l'ultimo in forma di purea.
Il suo colore è un arancio opaco, mentre la schiuma biancastra è cremosa e compatta. Festa tropicale al naso, dove mango e ananas spopolano, lasciando in sottofondo profumi di biscotto zuccherato, miele, arancia. La bevuta prosegue in linea retta un percorso intensamente fruttato, molto pulito ed elegante, con l'ingrediente frutta usato molto intelligentemente e ben integrato nella birra. Il mango è ovviamente protagonista, al suo fianco ci sono altre suggestioni tropicali e agrumate a dare forma ad una Double IPA piuttosto dolce ma mai stucchevole e valorizzata dalla freschezza del recentissimo imbottigliamento. L'amaro resinoso è corto e serve solamente a bilanciare, l'alcool è nascosto benissimo ed è impressionante la facilità con la quale si beve una birra dall'ABV quasi in doppia cifra. Corpo tra il medio e il pieno, grande morbidezza al palato, bollicine quanto basta. Double IPA di ottimo livello, molto pulita e molto godibile anche per chi, come me, non sia un grande amante delle IPA alla frutta. 

Nel dettaglio:
Sure Bet, formato 65 cl., alc. 9.5%, imbott 08/2017, 10.99 $
Lizard King, formato 47.3 cl., alc. 6%, imbott. 09/08/2017, 2.75 $