venerdì 7 febbraio 2014

Partizan Porter 7 Grain Farmhouse

Dopo tre "chiare", è il momento di stappare una "scura" del birrificio londinese Partizan, localizzato in zona Bermonsdey, ad un chilometro dai colleghi The Kernel (Partizan utilizza il primo vecchio impianto da loro dismesso) e da un'altro birrificio che vi ho presentato giusto un paio di giorni da, Brew By Numbers.  Dal debutto di Novembre 2012 ad oggi, quindi in poco più di un anno, Partizan ha già rilasciato un numero impressionante di birre, anche se si tratta per lo più di leggere varianti (per mix di luppoli o malti o spezie) della stessa ricetta. Prendiamo il caso delle Porter; ne sono state prodotte almeno cinque, che si differenziano per il numero di malti utilizzati: cinque, sei, sette, nove. C'è poi una ulteriore variante, ossia questa Porter 7 Grain Farmhouse; nessuna informazione reperibile sulla ricetta, ma sembra facile indovinare che si tratti di una Porter prodotta con un ceppo di lievito di tipo Farmhouse, che solitamente viene utilizzato per le Saison e le (American) Farmhouse Ales. Molto bella l'etichetta, come tutte le altre di Partizan, con le lettere della parola "Porter" molto ben stilizzate da Alec Doherty.
Nel bicchiere arriva di color marrone scuro, con riflessi rossastri; la schiuma è insolitamente (per una porter) molto generosa e persistente, di color beige chiara, compatta e molto cremosa. Naso molto pronunciato e pulito, con orzo tostato, caffè in grani, biscotto, qualche sentori di mirtillo; non sono molti gli elementi in gioco, ma l'aroma è molto raffinato. Le premesse non vengono purtroppo mantenute in bocca; quello che disturba sin da subito è l'elevata carbonazione, che inibisce quasi la percezione del sapore; il corpo è leggero, forse troppo, con una marcata acquosità che la rende molto scorrevole ma anche, in questo caso, un po' sfuggente. Si riescono ad avvertire solo un po' di orzo tostato, qualche nota di caffè ed un lieve - ma poco gradevole - nota metallica. Leggermente astringente ed acidula, scivola via in fretta senza lasciare un buon ricordo di sé. Condivide qualche difetto con la Saison Traditionally Spiced assaggiata qualche mese fa: eccesso di bollicine, eccessiva acquosità. La quarta Partizan bevuta riporta il bilancio in parità: due molto convincenti, due un po' deludenti; ancora troppo presto per il confronto con i vicini di casa (e mentori) di The Kernel.
Formato: 33 cl., alc. 5.7%, lotto 13/08/2013, scad. 13/08/2014.

giovedì 6 febbraio 2014

Fleurac L'Amerindienne

Non possiamo dire che la Brasserie Fleurac sia uno dei nuovi protagonisti della “Craft Beer Revolution” francese.  E’ infatti attivo dal 2008, fondato da Virginie De Bodt e Grégory Murer, due belgi appassionati di birra che nel 2005 si sono trasferiti in Francia; nel 2007 aprono La Fleuracoise, un’azienda che si occupa di creazione e manutenzione di siti internet e, l’anno successivo utilizzano gli spazi di un vecchio granaio adiacente alla loro casa per inaugurare la Brasserie Fleurac. Della produzione si occupa Gregory Murer, homebrewer di lunga data e di ritorno da un periodo di formazione in Belgio presso La Binchoise. 
Ad una prima gamma di birre classiche (bionda/bianca/ambrata/scura),  dal 2010 se ne sono progressivamente aggiunte altre più luppolate che guardano in direzione Stati Uniti: la prima è una Brune Triple IPA  (ovvero una Brown IPA), poi rinominata Buffalo Riding, alla quale si aggiungono una IPA chiamata Cowboy & Indien, una Quadruple Black IPA  (11% ABV !) chiamata Black Bear Beer e un’altra IPA  chiamata L’Amerindienne, descritta in etichetta come una “Simple Blonde IPA”, che andiamo a stappare. 120 IBU sbandierati in etichetta, un valore teorico – difficilmente contestabile da chi beve – che, dopo aver bevuto la birra sembra abbastanza improbabile; ma il problema principale di questa L’Amerindienne non è certamente solo l’amaro.  Chi segue questo blog da tempo avrà avuto occasione di leggere impressioni non molto positive sulle oltre settanta bottiglie proveniente dai birrifici francesi; birre con molti difetti, alcune volte imbevibili, ma soprattutto molto anonime. 
Il vento di novità che la “Craft Beer Revolution” sta soffiando anche in Francia ha portato, oltre a nuovi produttori, anche un rinnovamento nella gamma di quelli attivi già da diverso tempo; il "nuovo" spesso coincide con l’utilizzo di luppoli americani, seguendo lo stesso percorso intrapreso da analoghe “rivoluzioni” avvenute in Inghilterra, nei paesi Scandinavi ed anche in Italia; si corre veloce, si snocciolano etichette con IBU centenari ma purtroppo permangono quei problemi qualitativi che ho spesso riscontrato in diversi microbirrifici francesi incontrati in questi anni. L’Amerindienne  ti dà il benvenuto con un aroma di formaggio ammuffito, fenoli, pipì di gatto e ci vuole forza di volontà per mantenere il naso vicino al bicchiere sino ad avvertire qualche remoto sentore di agrumi. Pochissimo corpo e tanta acqua in bocca, con una  discreta quantità di bollicine; la bevuta passa dall’acqua dell’imbocco ad un amaro vegetale, molto sgradevole, che ripropone in parte le nefandezze dell’aroma. Se è un’impresa annusarla, è praticamente impossibile berla. Finisce nel lavandino, rimane un bel color ambrato (ma allora perché chiamarla Simple Blonde IPA ?) ed una corretta “testa” di schiuma biancastra, cremosa e dalla discreta persistenza. Più che una American IPA, un incubo. Questa volta sembrerebbe non reggere neppure la storia della “bottiglia sfortunata”; per quel che conta, su Ratebeer ottiene un 30/100. 
Formato: 33 cl.,  alc. 5%, IBU 120, lotto S4, scad. 05/2014

mercoledì 5 febbraio 2014

Brew By Numbers 08/01

Continuano i debutti, e questa volta ritorniamo a  Londra nella zona orientale di Bermondsey, già nota ai birrofili per la presenza di Partizan e soprattutto The Kernel, che si trova a soli 400 metri di distanza dal birrificio di cui andiamo a parlare, ovvero Brew By Numbers. Tutti e tre i produttori sono aperti al pubblico di sabato, quindi potete assolutamente valutare la possibilità di fare un bel brewery-crawling di circa un chilometro. Il birrificio viene fondato da Tom Hutchings e David Seymour che, secondo quanto loro stessi raccontano, si incontrarono durante una vacanza organizzata in Cina nel 2009. Ma è solo nel 2011 che abbozzano l’idea di aprire un microbirrificio; Tom è amico di Toby Munn, birraio da The Kernel, e Dave è reduce da due anni trascorsi tra Australia e Nuova Zelanda, facendo la conoscenza con la birra “artigianale” ed iniziando con l’homebrewing. In pochi mesi (Agosto) hanno già trovato dove posizionare il loro kit da homebrewing, nel seminterrato di un edificio di un amico, a Southwark Bridge Road. Grazie all’aiuto di alcuni amici esperti birrai, passano dalle prime cotte realizzate con estratti alle produzioni “all grain”; le prime birre fatte con pentole ed attrezzature rudimentali sono apprezzate da chi ha l’occasione di assaggiarle. A Luglio del 2012 una generosa donazione di un filantropo (così viene riportato sul sito del birrificio), dà loro la possibilità di passare dalle pentole ad un nuovo piccolo impianto in acciaio inox; a Novembre dello stesso anno ottengono finalmente tutti i permessi necessari per iniziare la loro attività professionale di produttori di birra; il debutto in società avviene il primo dicembre 2012, al Craft Beer Co. di Clerkenwell. A giugno 2013 si rende già necessario un primo trasloco o, per meglio dire, avviene l’inaugurazione dei locali che ospitano i nuovi impianti del birrificio, visto che sino ad allora le birre erano state prodotte nel seminterrato di un amico. I locali sono – come Partizan e The Kernel -  sotto le arcate della linea ferroviaria, al 79 di Enid Street. A fianco del vecchio impianto da homebrewing, che viene mantenuto per testare nuove ricette, i due birrai progettano in proprio un impianto da 12 barili  riciclando ed adattando tini ed altri macchinari usati  provenienti da caseifici o produttori di soft drinks.  La scelta  - ispirata da quanto Dave aveva visto fare da numerosi microbirrifici visitati in Australia dove dicono che ci siano pochi produttori di impianti specifici per birrifici  - consente un notevole risparmio rispetto all’acquisto di un impianto di seconda mano già pronto.
Prima di bere, rimangono da spendere due parole sul nome scelto dal birrificio, Brew By Numbers, ovvero “brassare per numeri”:  tutte le loro birre sono infatti denominate con due serie di numeri. Il primo indica lo stile della birra (ad es. 01 =  Saison, 02 = Golden Ale, etc.); il secondo indica invece la ricetta utilizzata. Nel caso di questa bottiglia, 08 sta per “Stout” e 01 sta per la ricetta, ovvero “Export”. Abbastanza minimalista ma molto pulita ed ordinata la grafica delle etichette, sebbene ancora piuttosto amatoriale per quel che riguarda sia la carta utilizzata che la qualità della stampa.
Di colore marrone scurissimo, impenetrabile, con una testa di schiuma compatta e molto fine, cremosissima, color beige, molto persistente. Aroma ancora molto forte di caffè macinato, orzo tostato e qualche nota di brownie; semplice, pochi elementi, grande pulizia. Al palato risulta gradevole e morbida, oleosa, con carbonazione molto contenuta e corpo medio. C'è un netto dominio di caffè nel gusto, con un contorno di tostature ed un percepibile calore etilico caratteristico di una "export" stout; lievi le note di quelli che gli inglesi chiamano "dark fruits" (frutti "scuri", penso a mirtilli, more, prugne) e gradevole l'acidità finale che aiuta un po' a stemperare l'intensità di questa stout. E' una birra dal torrefatto molto marcato, a tratti un po' sgraziato e lievemente bruciato che pecca un po' di eleganza, rallentando un po' la bevuta. Chiude amara, quasi sfacciata nel suo carico di caffè e con un morbido warming etilico; molto solida, da bere in tutta calma, è una birra già di buon livello alla quale manca secondo me ancora un po' di eleganza e di equilibrio. Considerata l'età anagrafica del birrificio, che ha inaugurato il suo primo impianto professionale solamente a Giugno 2013 (proprio quando è stata imbottigliata questa stout), ci sono tutte le premesse per un futuro molto interessante; teniamoli d'occhio.
Formato: 33 cl., alc. 6.6%, lotto 13/06/2013, scad. 13/06/2014.

martedì 4 febbraio 2014

Brasseria Alpina Gran Truc

Debutta sul blog anche la Brasseria Alpina, un microbirrificio artigianale di  San Germano Chisone (Torino); fondato nel 2010 da Max Mallardi e Roberto Di Paola, che hanno trasformato la loro passione per la birra e per l’homebrewing in un’attività. Per il logo del birrificio è stato scelto un rospo (“babi”, nel dialetto della zona) che è anche parte dello stemma del paese di San Germano. La produzione si compone di una gamma di birre più “classiche” (il trittico chiara-rossa-bianca), chiamate Boheme:  sebbene il nome sia un chiaro indizio per gli appassionati, si tratta di birre ad alta fermentazione. Accanto a queste vi sono anche birre che utilizzano materie prime reperite in loco, come genepi, timo Serpillo e mele piemontesi, argalissia (di Pramollo), lampone (della Val Chisone)  ed alcune affinate in botti di vino.  La gamma delle birre prodotte mi sembra comunque essere in costante evoluzione, visto che sul sito del birrificio non compare la Gran Truc che andiamo a stappare; il nome credo sia ovviamente ispirato all’omonima montagna (2366 m.) che si trova tra tra la Val Pellice e la Val Chisone.  Con pochissime informazioni a disposizione, mi devo basare sulla poco affascinante ma corretta (ai termini di legge) definizione in etichetta: Birra Doppio Malto Rossa, “extra luppolatura”; qualcuno su Ratebeer l’ha inopportunamente incasellata come “barley wine”, ma si tratta piuttosto di una Amber Ale dalla discreta gradazione alcolica (7%).  
Molto bella alla vista, di color ambrato carico con intense sfumature rossastre; la schiuma è beige chiaro, molto fine e compatta, ed ha una buona persistenza. Il naso non è particolarmente intenso, ma c’è comunque un discreto bouquet olfattivo composto da sentori di agrumi, caramello e, più lievi, di frutti rossi; la pulizia non è impeccabile, e l’aroma risulta un po’ troppo “lievitoso”. Il percorso prosegue senza deviazioni anche in bocca: l’ingresso è dolce di caramello, toffe, biscotto al burro, c’è qualche nota di polpa d’agrumi ed un finale amaro, abbastanza intenso, tra l’erbaceo e la mandorla amara.  Sebbene  la pulizia (anche in bocca) non sia esemplare, c’è comunque una buona intensità che ben si abbina ad una consistenza “watery” quanto basta per renderla scorrevole; il risultato è che la Gran Truc si lascia bere con buona facilità nonostante l’ABV non sia proprio da session beer.  Non credo sia rifermentata in bottiglia (non ci sono tracce di lievito sul fondo),  corpo e carbonazione sono medi. Ha un buon equilibrio complessivo, ma mi sembra ancora un po’ timida di carattere: se per il neofita della “birra artigianale” può risultare un’ottima birra d’accesso a prodotti di gran lunga superiori alle classiche birre industriali,  rischia di non restare invece particolarmente impressa nel palato del “birrofilo” che ha ormai un ampio ventaglio di opportunità al quale attingere. 
Formato: 75 cl., alc. 7%, lotto GT 1A, scad. 31/12/2014 

lunedì 3 febbraio 2014

Sierra Nevada Torpedo Extra IPA

Sierra Nevada (Chico, California) è uno dei pionieri del movimento “Craft”, essendo attivo dal 1980; eppure è uno di quei birrifici che, almeno nel corso delle prime tue trasferte in territorio americano, tendi un po’ a snobbare. Le sue birre le trovi quasi ovunque, persino nelle stazioni di servizio più sperdute o in quei regni delle multinazionali che sono gli scaffali dei supermercati Walmart;  inevitabile che finisci col ricercare altro, con il tuo taccuino di beer-hunter pieno di nomi di birre che in Italia non arriveranno (probabilmente) mai e che, nella maggior parte dei casi, non riesci poi a trovare neppure nei beershop Americani, se non dopo un po' di chiacchiere con il proprietario che decide - se gli risulti simpatico - di estrarre dal suo retrobottega qualche bottiglia che non era stata messa sugli scaffali. Dal 1980 al 2008 Sierra Nevada ha avuto un nucleo stabile di birre prodotte durante tutto l’anno; si sono aggiunte molte produzioni stagionali, molte “one-shot” e molti altri esperimenti, spesso disponibili solo in fusto. Ma, per ventotto anni, le birre disponibili tutto l’anno sono state sempre le solite: Pale Ale, Porter, Stout, Old Chico e Kellerweis. Per questo ha fatto abbastanza clamore l’annuncio, a Novembre 2008,  di una nuova birra disponibile tutto l’anno: la Torpedo Extra IPA. Il nome fa riferimento ad una modalità di effettuare il dry-hopping inventata e brevettata, credo, dal birraio Ken Grossman.
L'Hop Torpedo è un grande contenitore cilindrico d’acciaio che è stato progettato per “estrarre” gli oli essenziali del luppolo, ma non l’amaro; funziona in pratica come una macchina per il caffè espresso. Un filtro d’acciaio (a forma di cestino) viene riempito di coni di luppolo, ed immesso dentro al contenitore d'acciaio e poi sigillato; il contenitore viene poi a sua volta sospeso all'interno dei tank di fermentazione. La birra viene fatta passare attraverso questa "colonna" di coni di luppoli (all'interno del Torpedo) e poi ritorna all'interno del fermentatore; attraverso questo "circuito" è possibile controllare la velocità, la temperatura e la durata della fase di dry-hopping. Ma la Torpedo vede anche un'altra novità, ossia l'utilizzo (era l'inizio del 2009) di una nuova varietà di luppolo, il Citra; la ricetta prevede infatti malti Two-Row Pale e Caramel, luppolo Magnum per l'amaro, Magnum, Crystal e Citra per l'aroma. 
Il birrificio la definisce Extra IPA in quanto sarebbe a metà strada tra una IPA ed una Imperial IPA; all'aspetto è di colore dorato, molto carico, con riflessi ramati, e la schiuma è biancastra, fine e cremosa, dalla persistenza media. L'aroma è spento, privo di freschezza e vitalità, lontano ricordo di un abbondante dry-hopping; marmellata (dolce) di agrumi, soprattutto pompelmo, caramello, qualche lieve sentori di aghi di pino. Lo scenario si ripete anche in bocca, con mancanza di equilibrio e di freschezza: si passa dal dolce del caramello e della marmellata di agrumi (con qualche lieve nota di frutta tropicale) all'amaro resinoso e vegetale che "picchia" duro e rallenta inevitabilmente la bevuta. La birra ha perso la sua armonia ed il suo bilanciamento, risultando stanca, pesante, molto sbilanciata sulla parte amara/vegetale che non trova più il suo contraltare dato da quelle note di "frutta fresca" tipiche dei luppoli ancora freschi. In bocca è comunque gradevole, con un corpo medio ed una carbonazione ben dosata, risultando morbida e ben scorrevole. Il finale ha un bel taglio secco, ma subito dopo è di nuovo un ritorno di note amare, vegetali e resinose, che tendono a saturare abbastanza in fretta il palato di chi beve. Spenta e poco fresca, arrivata in condizioni simili a quelle di  tante altre sue sorelle a stelle e strisce (ma non solo).
E qui devo aprire una breve postilla.
Ci sono delle occasioni in cui il bevitore può ritenersi co-responsabile di una bevuta non particolarmente soddisfacente; sovente questo avviene quando ci si orienta all’acquisto di birre molto luppolate che provengono da altri continenti, Stati Uniti in primis. I quattro (a volte sei) mesi di tempo che molti produttori considerano il limite entro il quale bere una IPA “fresca”, in ottime condizioni, sarebbero già un buon deterrente all’acquisto per i prodotti che vengono dall’altra parte del mondo; ci sono tuttavia ancora (ridotte) opportunità di bere un’ottima India Pale Ale o un American Pale Ale americana importata in Italia, ma dovete essere molto accorti (o fortunati) ad avere tra le mani quella che è stata importata e poi stoccata nel modo appropriato, possibilmente riducendo il numero dei passaggi di mano dall'importatore a voi. In Italia non sono molti quelli che importano direttamente dagli Stati Uniti e poi rivendono direttamente al pubblico; tolti questi casi, sarà molto elevata la probabilità che andiate a stappare una birra che ha perso la maggior parte della propria freschezza ed anche del proprio equilibrio, che ha attraversato l’oceano su una nave in container (probabilmente) non refrigerati e che è stata poi stoccata in magazzini da qualche parte in Europa (o Italia), prima di arrivare, con uno o più passaggi di mano (ed altrettante soste in magazzini) sugli scaffali di un beershop. Ipotizzate anche che l'importatore abbia trasportato le birre con tutta la necessaria attenzione: è sufficiente che il furgone dell'ultimo anello della catena, il corriere che le porta a casa vostra o sugli scaffali del beershop, sia stato parcheggiato per un paio di ore a 35 gradi sotto il sole di Luglio ed ecco che le vostre birre avranno subito un bel colpo di caldo che le rovinerà per sempre.  Dovete quindi almeno sperare che tutti i passaggi di mano siano avvenuti in inverno o in autunno, quando le temperature sono ancora accettabili; il freddo non preserverà la vostra IPA americana per sempre, ma ne allungherà un po' la vita o, meglio, ne rallenterà l'inevitabile deperimento.
Considerati tutti questi elementi, quante possibilità avete di stappare una birra americana luppolata ancora fresca, fragrante e dall'aroma pungente? Poche. Ciò non toglie che la birra possa ugualmente piacervi, ma se siete andati negli Stati Uniti e vi è capitato di bere delle IPA/APA  a poche settimane dal loro imbottigliamento, difficilmente riuscirete poi a berle con soddisfazione in Italia, perchè la differenza sarà abissale. Se proprio volete bere americano, spesso conviene orientarsi su stili meno “delicati”, che non abbiano il luppolo come protagonista e che meglio sopportino il viaggio oceanico: stout, porter, dubbel, quadrupel, barley wine, o acide, c’è davvero ormai l’imbarazzo della scelta.
Nel caso di questa birra, la colpa dell'insoddisfazione è solamente mia; era da lasciare sullo scaffale, ma l'averla trovata ad un prezzo tutto sommato basso (2.58 Euro) mi ha spinto ad un'acquisto con poche aspettative che sono poi state prontamente deluse.
Formato: 35.5 cl., alc. 7.2%, IBU 70, scad. 28/05/2014.

domenica 2 febbraio 2014

Maltus Faber Extra Brune

Questo post potrebbe iniziare con un copia ed incolla di quanto scritto quattro mesi fa, ad Ottobre 2013, in occasione della Maltus Faber Imperial. Evidentemente non sono fortunato con le bottiglie del birrificio genovese, o forse sono state entrambe prodotte in un anno (quale ?) non particolarmente felice per il birrificio. Copia ed incolla, dicevo, ecco qui: "la costanza produttiva dovrebbe essere una priorità per ogni birrificio, al di là delle inevitabili tolleranze dovute alle caratteristiche delle materie prime utilizzate che possono sensibilmente variare di raccolto in raccolto. Quando bevo un'ottima birra di solito ne parlo con entusiasmo, elogiandola, senza lasciarmi sfiorare dal dubbio che si tratti di una bottiglia "miracolata" (ovvero il contrario del tanto abusato concetto di "bottiglia sfortunata"). Dopotutto la bottiglia "in forma" dovrebbe essere la norma, non l'eccezione, pur non dimenticando i diversi fattori (distribuzione, stoccaggio) indipendenti dal controllo di chi la birra l'ha prodotta. Viceversa, quando ciò che verso nel bicchiere ha degli evidenti problemi o difetti, il primo pensiero che mi viene in mente è quello della "bottiglia sfortunata". Soprattutto se hai comprato quella bottiglia proprio perché altre persone ne hanno parlato bene, te l'hanno consigliata, o magari ha raccimolato qualche premio in qualche concorso (qui il discorso sarebbe da ampliare, ma non è questa la sede adatta). La scelta "editoriale" di questo blog è di scrivere comunque di quello che c'è nel bicchiere in quella specifica occasione, nel bene e nel male. Dopotutto la birra l'ho pagata (spesso anche ad un prezzo non esattamente economico) e questo blog, dal numero di lettori tutto sommato modesto, non ha lo scopo di pubblicizzare o promuovere gratuitamente o a pagamento nessun prodotto". E, aggiungo oggi, neppure di denigrarlo o di parlarne male apposta.
Fatto sta che mi tocca raccontare di un'altra bottiglia sfortunata; prima di entrare nel dettaglio, ecco il palmares della Extra Brune di Maltus Faber: seconda classificata a Birra dell'Anno 2007 (cat. Birre ad alta gradazione), Terza classificata a Birra dell'Anno 2008 (cat. Birre ad alta gradazione) e "cinque stelle con etichetta" nella Guida alle Birre d'Italia 2011 di Slow Food Editore. Al di là di questi premi, è stata soprattutto la lettura di questo post sul blog di In Birrerya a spingermi all'acquisto. Letto, fatto, e bottiglia a riposo in cantina per un paio di anni; versione "potenziata" della semplice "Brune", la ricetta della Extra Brune prevede, tra l'altro, otto diversi tipi di malto, cinque chili di zucchero candito per ogni cotta ed un ceppo di lievito trappista.
All'aspetto ricorda effettivamente una trappista, presentandosi di quel color marrone (tonaca di frate) abbastanza torbido, non particolarmente invitante ma abbastanza familiare per chi ha stappato qualche Rochefort e Westvleteren con qualche anno sulle spalle; la schiuma, grossolana e beige chiara, è di dimensioni modeste e si dissolve molto rapidamente. Al naso c'è un trionfo di smalto per unghie, solvente; l'intensità diminuisce leggermente dopo qualche minuto, ma rimangono comunque sentori di mela verde e, molto lontani, quella uvetta, quei datteri e quella prugna disidratata che immagino sarebbero invece dovuti essere la caratteristiche principale dell'aroma. L'ossidazione è netta anche in bocca, con note di cartone bagnato, una marcata astringenza e l'assenza quasi totale di bollicine. Anche qui c'è solo qualche remoto ricordo di uvetta e prugne, un finale un po' salmastro ed un retrogusto praticamente assente, se si eccettua un lieve tepore alcolico, peraltro assolutamente innavertibile (10% ABV) sino ad allora. Qualcuno potrà dire: ha senso descrivere una bottiglia con evidenti problemi e così lontanamente distante da quella che dovrebbe essere? Prendetela come una sorta di nota informativa, da consumatore a consumatore, nel caso vi capitasse tra le mani una bottiglia dello stesso lotto. La Extra Bruna rimane comunque sulla mia wishlist, e spero vivamente di trovarla, alla prossima occasione, nello splendore in cui merita di essere bevuta.
Formato: 33 cl., alc. 10%, lotto 134, scad. 12/2014.

martedì 28 gennaio 2014

Redchurch Old Ford Export Stout

Torniamo a Londra, città in pieno fermento (non solo in senso figurato) brassicolo; quarto incontro con la Redchurch Brewery, nella fertilissima zona nord-orientale di Hackney, dove in un chilometro o poco più trovate, oltre a Redchurch, anche London Fields, Pressure Drop, Howling Hops e Five Points.  Dopo la ottima Bethnal Pale Ale, e le discrete Hackney Gold e Great Eastern IPA, è il momento di passare allo "scuro" con la Old Ford Export Stout; il birrificio l'annuncia come la prima di una serie di "edizioni speciali", in vendita solamente tramite il negozio on line del birrificio ed il alcuni bar e ristoranti selezionati. Gradazione alcolica da "export" (7.7%), ed impenetrabile color marrone, scurisssimo; la schiuma è sontuosa, compatta e cremosissima, molto fine, color nocciola. Il naso sorprende con un aroma decisamente luppolato (Columbus, dichiara il birrificio) con presenza di agrumi (pompelmo e arancio) che spiazzerebbe qualsiasi persona che avesse ordinato una stout; anche a temperatura ambiente non si avverte nessun elemento “scuro”, nessuna tostatura o sentore di caffè. La sorpresa continua in bocca, in senso assolutamente positivo: la birra è morbidissima e cremosa, dal copro medio-pieno, poco carbonata, molto appagante.
L’ingresso è però ancora luppolato (agrumi) ma è solo un veloce passaggio che conduce poi, finalmente, in territori scuri, con una grande abbondanza ed intensità di orzo torrefatto, caffè e lievi note di cioccolato amaro. Il luppolo, resinoso, torna a fare capolino a fine corsa e, assieme alla lieve acidità del caffè, lasciano il palato pulito; termina lunga ed intensa, amara, ricca di tostature, caffè, cioccolato ed un morbido calore etilico. Solida ma morbida, cremosa ma abbastanza facile da bere, è una stout dalla luppolatura abbondante che tende a minare gli elementi tipici dello stile, a tratti surclassandoli. Anche se annusandola ad occhi chiusi non scommettereste mai di avere nel bicchiere una stout, è una bella bevuta, pulita, ricca, che lascia molto soddisfatti.
Formato. 33 cl., alc. 7.4%, IBU 77, lotto 94, scad. 17/04/2014.

lunedì 27 gennaio 2014

Stone Smoked Porter

Stone Brewing Co., Escondido, California: un birrificio che non ha bisogno di presentazioni, ma eventualmente i meno "esperti" possono dare una sbirciatina qui, al post dedicato alla breve ma ancora indimenticata visita allo Stone World Bistro & Gardens. Il 26 luglio del 1996 il birrificio debutta con la Stone Pale Ale, il cui primo fusto viene ritirato (franco fabbrica) da Vince Marsiglia e spinato al Pizza Port di Solana Beach (San Diego); a dicembre arriva la seconda birra Stone, ed è questa Smoked Porter. Inizialmente è una produzione stagionale (per il "tiepido" inverno della SoCal) ma, ricorda Steve Wagner con un po' di ironia, "quelle tre persone a cui piacque ci convinsero a produrla per tutto l'anno". A quel tempo le Porter non erano un stile molto popolare, ma Wagner rimase profondamente impressionato dalla Alaskan Smoked Porter: "ho ancora oggi un ricordi così vivido del primo sorso... rimasi completamente sbalordito. Amavo la sua intensa affumicatura, era qualcosa che non avevo mai provato prima. Ma sebbene l'adorassi - racconta nel libro The Craft of the Stone Brewing Co. -  non ero sicuro che fosse una birra che avrei voluto bere continuamente, per via di quel suo carattere affumicato così predominante. Nell'elaborare la ricetta per la Stone Smoked Porter, usammo un'approccio diverso: l'affumicato doveva essere uno degli elementi della birra, non la sua caratteristica principale". Una delle prime birre prodotte da Stone, quindi, che nel tempo è stata rivisitata (e barricata) uno svariato numero di volte: le versioni più note sono forse quella del 2010, con chipotle (un peperoncino affumicato, argento al Great American Beer Festival dello stessso anno) e quella con bacche di vaniglia. Per chi si vuole divertire a passarle tutte in rassegna, c’è Ratebeer.
Malti North American Two-Row Pale, Crystal, Chocolate e Peat-smoked, luppoli Magnum e Mt. Hood; questa la spina dorsale della Smoked Porter; se volete provare a replicarla a casa, provate con il lievito WLP007 English Ale o con il WLP002 di White Labs.
Nel bicchiere è quasi limpida, di colore marrone con dei riflessi rosso porpora molto belli;  schiuma da manuale, fine e compatta, molto cremosa, molto persistente, di colore beige. L’aroma è però abbastanza debole: orzo tostato, qualche lievissimo sentore di caffè e di cioccolato al latte e, ovviamente, di affumicato visto che si tratta di una Smoked Porter. Molto meglio in bocca, dove è molto morbida, leggermente cremosa ma scorrevole al tempo stesso; la carbonazione è bassa, il corpo è tra il medio ed il leggero.  Il gusto ha intensità inversamente proporzionale dell’aroma: ci sono le tostature, qualche accenno di caffè e di cioccolato al latte, con una gradevole acidità data dai malti scuri. Molto secca, con un finale luppolato (lievemente resinoso) che lava bene il palato lasciandolo assaporare il lungo retrogusto amaro (tostature, caffè), dove finalmente s’avverte una leggera affumicatura. Non mi è sembrata un mosto di pulizia, ma è una  Porter (delicatamente) affumicata che si beve con grande facilità; l’amaro e le tostature sono abbastanza intense, nessuna “bruciatura”, ma aroma quasi inesistente.  Bottiglia in scadenza, ma considerando la breve shelf-life di (soli) quattro mesi stabilita dal birrificio, si tratta comunque di un esemplare ancora giovane. Non la migliore Porter a stelle e strisce che io ricordi, tra quelle bevute: il confronto “bottiglia su bottiglia” non fa molto testo, ma la stessa Alaskan e soprattutto la Founders mi erano piaciute nettamente di più. Se la gioca sullo stesso piano di Sierra Nevada ed Odell Cuttroath.    
Dimenticavo il video ufficiale di presentazione della birra, che ovviamente Stone non ci fa mai mancare.
Formato: 65 cl., alc. 5.9%, IBU 53, lotto 24/11/2013, scad. 24/01/2014.

domenica 26 gennaio 2014

Birrificio Italiano Nigredo

Novità 2013 del Birrificio Italiano, la Nigredo viene presentata quasi in contemporanea in due continenti; negli Stati Uniti, dove Agostino Arioli è ospite del Firestone Walker Invitational Beer Festival (qui una interessante video intervista) e, ovviamente, a Lurago Marinone, casa del Birrificio Italiano. Per quel che riguarda la scelta del nome, vi rimando alle parole di Agostino stesso:  "Nigredo è l’Opera al Nero degli alchimisti, la prima fase del processo alchemico. La produzione del malto e della birra sono stati per secoli intimamente connessi all’alchimia, tanto che il simbolo dei birrai tedeschi, due triangoli l’uno nell’altro a formare una stella a sei punte, è proprio un simbolo alchemico. Il primo triangolo rappresenta le tre grandi fasi: Nigredo (germinazione e maltazione), Albedo (saccarificazione) e Rubredo (fermentazioni), le tre grandi trasformazioni. L’altro triangolo indica i tre elementi, acqua, aria (gas) e fuoco. Da Basilio Valentino, alchimista, XV sec.: "quando qualcuno vuol fare da orzo o frumento della birra egli deve osservare la Perfezione dei gradi della natura. Dapprima il cereale deve essere posto a macerazione in luogo chiuso, al buio… E' solo dopo questi preparativi che può avvenire la cottura nell'Athanòr, con la quale dal frutto viene estratto con il fuoco il nobile spirito che si combina con l'acqua di cottura alla base della Fornace, formando in tal modo la Birra". E aggiunge: "Il luppolo che viene aggiunto alla birra, è il suo "Sale Vegetabile" e serve da preservatore affinché la Birra sia protetta da altri nemici e si conservi. Infine, “avviene una nuova separazione col mettere nella Birra appena cotta un po' di lievito che procura alla Birra una infiammazione "Interiore" così che essa comincia a fermentare. La Birra ottiene così il potere di penetrare e di poter svolgere il suo compito predestinato; ciò che lo spirito agente della Birra prima di questa separazione non poteva fare a causa delle impurità che disturbavano ed impedivano il suo operato". Ma l’Alchimia non era solo la proto-chimica, ma anche e soprattutto una ricerca spirituale. Così la Nigredo è il processo in cui ci si dirige verso il ritrovamento dell’autoconoscenza. E’ un viaggio nella materia informe, volto a sciogliere il “miscuglio" e a conoscere gli elementi che lo compongono per tornare all’origine, alla Quintessenza. Ancora: “La fase di Nigredo distrugge la vecchia natura e la vecchia forma e le trasmuta in un nuovo stato dell’essere per dare loro un frutto completamente nuovo". 
La birra in questione è una sorta di Dark Lager (quindi una bassa fermentazione, scura), che rappresenta l’evoluzione di una storica produzione del Birrificio Italiano, chiamata Negra!  La caratteristica più saliente riguarda però la luppolatura, che avviene con le modalità (dry hopping) e le abbondanti quantità tipiche di una Black IPA. Per l’occasione vengono utilizzati solamente luppoli tedeschi, in particolare l’Hallertauer Mittelfrueh.  Parte del dry hopping ha però visto l’utilizzo di pellet di luppolo che sono stati tostati in forno, con la “consulenza” della Lady Cafè Torrefazione. Vi rimando al video sopra citato (in inglese), nel quale Agostino spiega ad un interessato pubblico americano che sono stati necessari numerosi tentativi con diversi tipi di luppolo, diverse temperature e tempi di tostatura prima di arrivare alla ricetta definitiva della Nigredo. La presenza del minaccioso volatile in etichetta mi ha fatto personalmente ricordare la copertina dell’omonimo cd del gruppo tedesco Diary of Dreams, una band molto “di nicchia” che suppongo non sia certamente la  fonte d’ispirazione del disegnatore.   
Marrone scurissima, nel bicchiere, con un perfetto cappello di schiuma, fine e cremosissima, compatta, di colore beige chiaro. Al naso però arriva prima di tutto un “benvenuto” fruttato (agrumi) ed erbaceo. L’aroma non è esplosivo, ma è pulitissimo e davvero molto elegante; bisogna attendere che la birra si scaldi per avvertire le prime tostature, qualche sentore di caffè ed una lievissima affumicatura. Si tratta di un leitmotiv che va a caratterizzare anche il gusto; l'inizio è dolce, fruttato (agrumi), con una bella progressione amara che va in crescendo. Accanto a delicate tostature ed a note di caffè, ci sono tracce di scorza d'agrumi. E' una birra tecnicamente molto ben eseguita, a partire dal "mouthfeel": morbida in bocca, con il giusto livello di acquosità per renderla scorrevole, dal corpo medio-leggero, poco carbonata. L'equilibrio e la pulizia ne caratterizzano ogni aspetto, dall'aroma al gusto: delicata senza per questo sacrificare l'intensità, elegante senza per questo risultare noiosa o un esercizio di stile. Diametralmente opposta a birre muscolose che raschiano il palato (il riferimento è ad alcune IPA/Black IPA, anche se questa non è una IPA), la Nigredo del Birrificio Italiano ha una gradazione alcolica discreta (6.5%) ma si beve come una session beer, ad oltranza. Non ci sono estremismi e fuochi d'artificio, se non quello - fondamentale -  della grande cura di ogni dettaglio di una birra realizzata davvero con grande maestria che risulta godibilissima.
Formato: 33 cl., alc. 6.5%, lotto 268, scad. 31/01/2014.

sabato 25 gennaio 2014

Les 3 Brasseurs - Black IPA

Continuiamo il percorso tra i birrifici francesi; questa volta non si tratta di una nuova leva, ma di una realtà attiva dal 1986. In quell'anno apre infatti a Lille il primo ristorante con produzione di birra annessa chiamato Les 3 Brasseurs. Non sono riuscito a reperire  molte altre informazioni storiche, ma nel corso degli anni i ristoranti si sono moltiplicati, fino ad arrivare ai 35 del 2010, incluse alcune filiali in Canada, Tahiti, Martinica, Isole Reunion e Nuova Caledonia. Nel 2002 entra a far parte del gruppo Agapes Restauration, controllato dalla Association familiale Mulliez; probabilmente il nome di questo gruppo (che riunisce appunto 550 membri e discendenti della familia Mulliez) non vi dirà nulla, ma basta snocciolare alcune delle società e dei marchi da loro controllati (tra parentesi la percentuale) per capire di cosa stiamo parlando: Gruppo Auchan (84%), Oxylane (Decathlon, 49%),  Adeo (Leroy Merlin, Bricocenter 85%). Non siamo quindi davanti ad un semplice catena di brewpubs, ma di una società che ha aperto filiali in tutto il mondo, ciascuna delle quali tuttavia produce birra in loco.  Le birre sono anche disponibili per l'asporto, nel formato da 33, 75 e 5 litri. Interessante è piuttosto il fatto che alla classica gamma di birre per accompagnare il pasto senza troppe pretese (bianca, bionda, ambrata e scura) se ne siano da poco aggiunte alcune meno note ai non-birrofili, come questa Black India Pale Ale.
Prodotta dal brewpub di Echirolles (periferia meridionale di Grenoble) con esclusivamente luppolo Fuggles, secondo le note di etichetta; la mia prima Black IPA francese è di colore marrone scuro, con riflessi rossastri; la schiuma è generosa, abbastanza fine, quasi pannosa, molto persistente. Un ipotetico esame dell'aroma ad occhi chiusi non fa certo pensare ad una IPA, ma senz'altro ad una birra scura: orzo tostato, qualche sentore terroso e di cenere. L'aroma è pulito ed ha una buona intensità, ma non c'è molta traccia di luppolo. Non ci sono grossi cambiamenti al palato: la bevute inizia tra tostature, caffè ed una leggera affumicatura, e bisogna arrivare proprio sino in fondo per avvertire qualche nota erbacea, e lievemente resinosa. Buon livello di pulizia anche in bocca, con un amaro intenso (torreffato ed erbaceo) che però non risulta particolarmente raffinato, ed a tratti tende a raschiare un po' la gola. Il corpo è medio-leggero, abbastanza modesta la carbonazione, la consistenza è acquosa; più che una Black IPA risulta una Porter abbastanza luppolata. Fosse soltanto questo, a far storcere un po' il naso al bevitore, non sarebbe un grosso problema visto  che non siamo ad un concorso: il punto è che si tratta d una birra un po' slegata in bocca, non molto elegante e dall'amaro abbastanza sgraziato. 
Formato: 75 cl., alc. 5.5%, scad. 23/02/2014.