giovedì 30 luglio 2015

Against the Grain Fruitis The Farmer Beescake

Ritorna Against the Grain, il birrificio del Kentucky incontrato qualche mese fa e fondato a Louisville nell’ottobre 2011 da quattro soci: Sam Cruz, Jerry Gnagy, Adam Watson e Andrew Ott. Il birrificio con annesso ristorante viene inaugurato nella suggestiva location all’interno del Slugger Field, uno stadio di Baseball (Minor League). I piani di espansione sono già in corso, con la costruzione di un nuovo birrificio in uno spazio di 2300 metri quadrati, con annesso magazzino e tasting room a Lousville, per aumentare del 400% la capacità produttiva. 
Ad ottobre 2013 il birrificio annuncia la nascita della “Funked Up Series”, ovvero una linea dedicata alle fermentazioni con lieviti selvaggi. La inaugurano una Saison brettata chiamata “We brett it wrong”, una Saison brettata ai lamponi  (Chris Framboise) e Scorched Monk, una sour ale affumicata ed invecchiata in botti di rovere francesi realizzata assieme a De Struise.  
La serie viene poi allargata con molte altre produzioni, spesso one-shot o collaborazioni che non fanno altro che espandere ulteriormente il già vasto portfolio di Against the Grain. Alla lista aggiungiamo la birra di oggi: Fruitis The Farmer Beescake
Si tratta di una saison prodotta con malti Pilsner, Vienna e Monaco, farro e miele; la fermentazione avviene con un lievito tipo saison  e poi la birra viene messa a maturare per sei mesi in tini d’acciaio, dove vengono aggiunti succo di meloni cantalupo e verdi (poponi) ed inoculati i Brettanomyces Bruxenellenis. Al momento dell'imbottigliamento viene poi aggiunto nuovo lievito, altro miele e succo di melone.
Leggero gushing all'apertura, ma nulla di incontrollabile, e birra che nel bicchiere si presenta di color arancio velato, con qualche venatura dorata; la pannosa schiuma biancastra si forma con generosità ed ha un'ottima persistenza. L'aroma non è particolarmente complesso ma offre una ancora una buona freschezza ed una bella intensità; accanto ai sentori floreali e fruttati (melone, arancio e pesca) c'è la discreta componente zuccherina e, last but not least, quella brettata di acido lattico. La sensazione in bocca è pressoché perfetta: corpo medio, carbonazione elevata per una bevuta vivace e scorrevole, che solletica costantemente il palato. La bevuta parte piuttosto dolce, con note di miele e fette biscottate, pesca, melone e polpa d'arancio, qualche accenno di canditi; a riportare l'asticella in equilibrio ci sono l'acidità lattica dei brettanomiceti (ma avverto anche una lievissima punta di aceto di mela) e una chiusura amara rusticamente terrosa e lievemente pepata. L'alcool (8%) è davvero molto ben celato con il risultato di una birra che inizia (forse un po' troppo) dolce e zuccherina per poi diventare - sorprendentemente - quasi rinfrescante: le manca solamente un po' più di secchezza per chiudere il cerchio in maniera perfetta, ma è un vizio perdonabile. Saison molto gustosa e pulita, intensa, che si fa ricordare.
Formato: 75 cl., alc. 8%, IBU 25.3, lotto e scadenza non riportati, pagata 15.47 Euro (beershop, Belgio).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 29 luglio 2015

Birra del Carrobiolo American Pale Ale (O.G. 1047)

Il  2014 si è chiuso con parecchie novità per il “Piccolo Opificio Brassicolo del Carrobiolo – Fermentum”, fondato da alcuni soci nel 2008 e guidato dal birraio Pietro Fontana. Lo scorso novembre, non lontano dalla propria sede nei locali all’interno del convento dei Padri Barnabiti di Monza, in Piazza Carrobiolo,  è stato inaugurato il nuovo brewpub con cucina annessa; nella bella e centrale piazza Indipendenza potrete quindi pranzare e cenare accompagnando le pietanze con la buone birre del Carrobiolo che vengono prodotte nel piano interrato e nei locali adiacenti. Gli impianti originali all’interno del Convento resteranno comunque in funzione e verranno presumibilmente utilizzati per collaborazioni, produzioni sperimentali e  one-shot. 
Per l’occasione è stato anche effettuato un completo re-styling delle etichette che, personalmente, non mi rende molto contento: le trovo piuttosto  fredde ed asettiche ed auspico un ritorno a quelle precedenti. Se qualcuno ha voglia di fare una petizione on-line, io firmo..  :)  
L’ultima novità, datata 26 novembre 2014, riguarda la  presentazione del libro “Birra Sommelier”, un racconto sulla storia e la cultura della birra narrata proprio da Pietro Fontana ed illustrato dalle foto di Fabio Petroni; la sezione relativa agli abbinamenti gastronomici e alle ricette di cucina è stata curata dallo chef Giovanni Ruggieri. 
Ancora a corto di novità è invece il sito internet del birrificio, che riporta ancora oggi le birre nelle vecchie etichette e, soprattutto, non comprende le ultime novità. Tra queste credo si trovi l'American Pale Ale  (O.G. 1047) della quale non ho praticamente trovato nessuna informazione in rete, se non che sarebbe prodotta utilizzando (anche) il classico luppolo Cascade. 
Di colore dorato carico, velato, dispensa con troppa generosità  - la foto illustra piuttosto bene - una schiuma pannosa e biancastra che riempie subito il bicchiere ed obbliga ad un lunga attesa prima di poter vuotare i trentatré centilitri nel bicchiere. L'aroma, benché pulito, è d'intensità piuttosto bassa: avverto soprattutto sentori floreali e, una volta che la schiuma si è fatta da parte, quelli della scorza d'arancio, del pompelmo e del mandarino. L'eccesso di schiuma è preludio, al palato, di una carbonazione elevatissima che inizialmente quasi inibisce la percezione dei sapori: anche qui ci vuole una buona dose di pazienza per attendere che le bollicine escano un po' di scena e scoprire una bella intensità per un'American Pale Ale dall'ottima intensità per un ABV di 4.8%. Le lievi note di polpa d'arancia e di miele danno il giusto dolce a supporto dell'amaro (pompelmo, scorza d'arancia), presente sin da subito e protagonista della chiusura, con qualche accenno resinoso. Una discreta APA, semplice, pulita e secca, lontana da pericolose derive caramellose ma purtroppo in una bottiglia penalizzata  dai pochi profumi e afflitta da una carbonazione davvero esagerata.
Formato: 33 cl., alc. 4.8%, lotto i1507, scad. 12/2015, pagata 3.90 Euro.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 28 luglio 2015

AleBrowar Smoky Joe Fan Edition

Secondo appuntamento con la beefirm polacca AleBrowar, presentatavi in questa occasione. Attiva da maggio 2012,  sede operativa a Lebork, ottanta chilometri da Danzica e  produzione a Sztum (150 chilometri  di distanza) presso  la il birrificio Gosciszewo. I titolari sono  Bartek Napieraj,  Michał Saks e Arkadiusz ‘Arek’ Wenta. 
Per quel che valgono le classifiche di Ratebeer, la beerfirm parte molto bene: nell’anno del debutto  (2012) viene eletta miglior nuovo "birrificio" polacco e in seguito miglior "birrificio" (le virgolette sono mie, visto che non ha impianti) polacco in assoluto del 2014.  L’ultima classifica dei migliori 100 birrifici al mondo secondo Ratebeer ospita anche tre "birrifici" polacchi, ed uno di questi è AleBrowar. Il loro slogan (Hop Heads) la dice lunga sulle birre che vengono prodotte, ma tra le varie declinazioni di IPA c’è spazio anche per qualcosa di diverso. 
Nel 2013 la beerfirm chiama a raccolta i propri “fan” per un sondaggio on-line: viene chiesto loro quale “variante” di una delle birre prodotte vorrebbero veder realizzata. La vincitrice è la (extra) stout della casa chiamata Smoky Joe:  i “fan” ne vorrebbero una versione “torbata” anziché affumicata. Ad inizio 2014 la precedente Smoky Joe, che nel gioco del beer-rating si beccava un 97/100 su Ratebeer, viene mandata in pensione e viene sostituita dalla AleBrowar Smoky Joe Fan Edition, attualmente posizionata a 98/100. 
La nuova ricetta contempla frumento maltato, avena, orzo tostato, malti Carapils, Chocolate e torbato (45 ppm); il lievito è Safale S-04 mentre i luppoli utilizzati sono Challenger e Fuggles; se Google ha tradotto correttamente dal polacco, in sostanza è avvenuta la sostituzione del malto affumicato (legno di faggio) con quello torbato. 
Il suo colore è un marrone molto scuro, ai confini del nero; nel bicchiere si forma una cremosa e compatta schiuma beige, dalla buona persistenza. L’aroma – di buona intensità - è dominato da profumi che ricordano la pancetta affumicata,  c’è solo una lieve componente salmastra in sottofondo. Il gusto non brilla particolarmente di pulito: s’avverte una generale sensazione di torrefatto, poco elegante, alla quale s’affiancano le note di carne affumicata. La bevuta non presenta particolari difficoltà anche perché la consistenza di questa stout è piuttosto (troppo) acquosa, risultando un po’ slegata e poco morbida. Le bollicine sono poche, la chiusura è leggermente astringente con una suggestione di caffè, tostature ed un timido warming etilico. Definitivamente più interessante in bocca che al naso, questa Smoky Joe ha una buona intensità ma, a mio vedere, pecca profondamente nell'eleganza. I sapori ci sono, ma la bottiglia da me bevuta risulta piuttosto grezza e rozza, con tanto lavoro da fare per pulire, raffinare e smussare le asperità: da sistemare anche il mouthfeel, che in questa occasione si è dimostrato un po' troppo acquoso e slegato.
In conclusione mi diverto a gettare un sassolino nella divertente mare del beer-rating: se questa birra è un 98/100, che cosa dovremmo dare (affumicato o no) a questa, questa oppure a questa
Formato: 50 cl., alc. 6.2%, IBU 45, scad. 06/07/2015, pagata 4.50 Euro (beershop, Italia).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 27 luglio 2015

Birrificio Rurale Hop Art 2015

Più o meno un anno fa ero a parlarvi dell'edizione 2014 della Hop Art del Birrificio Rurale. Copio&incollo quanto già detto a suo tempo: si tratta di una birra pensata appositamente per la stagione estiva, “dedicata di anno in anno al miglior luppolo trovato durante le selezioni dei nuovi raccolti che fatte presso i produttori;  non è riferita ad uno stile fisso ma varia in funzione del luppolo scelto, il suo profilo rimane sempre quella di una birra rinfrescante e beverina, mai eccessiva e caratterizzata dalla parte più nobile del luppolo scelto"
La prima Hop Art prodotta nel 2011 era un Golden Ale luppolata con Ahtanum e Sorachi Ace;  nel 2013 fu la volta del Mosaic, protagonista di una single-hop, mentre lo scorso anno furono utilizzati Mosaic ed Equinox a dare forma a quello che è stato lo stile-novità del 2014 in Italia, le Session IPA: la birra risultò anche essere una delle migliori bevute italiane sul blog.
Lo scorso maggio viene annunciata la Hop Art 2015: squadra vincente non si cambia?  Quasi, visto che il risultato è ancora una Session IPA, (la moda non è ancora passata) e oltre al ritorno dell'Equinox c'è il classico Simcoe ad accompagnare un altro luppolo americano, sviluppato nel 1974 dalla Ministero dell'Agricoltura statunitense, chiamato Comet.
Leggera modifica in etichetta, che quest'anno riporta chiaramente la scritta "Session India Pale Ale" al posto della generica parola "birra". Nel bicchiere arriva dorata, leggermente velata, formando un bianco cappello di schiuma cremoso, molto compatto e molto persistente.
Il bouquet aromatico è molto ben assemblato, bilanciando i profumi dolci di frutta tropicale (ananas, mango, papaya) con quelli degli agrumi (cedro, limone, mandarino); sono le variazioni di temperatura a far sì che predomini una componente rispetto all'altra. Ottima la pulizia, e benissimo anche intensità e freschezza. Praticamente perfetta la sensazione palatale, con il giusto livello di bollicine e la necessaria leggerezza e vivacità per potersi candidare al ruolo di session beer estiva. Ed il gusto è piacione e ruffiano al punto giusto, senza mai sconfinare nella cafoneria, dispensando frutta in abbondanza coscienziosamente distribuita tra agrumi (limone, cedro, pompelmo) e tropicale (ananas, mango/pesca). La base maltata (crackers, accenno di miele) fornisce il necessario supporto alla generosa luppolatura che trova il suo punto si sfogo nell'amaro finale, spiccatamente zesty ed intenso quanto basta per proseguire ad oltranza la bevuta. Una session beer molto pulita e profumata, rinfrescante e dissetante, impeccabile nella sua semplicità, che ha l'unico difetto, se così si può dire, di durare troppo poco nel bicchiere. L'edizione 2015 mi sembra un po' più equilibrata rispetto alla 2014, che mostrava invece un profilo agrumato molto più sfacciato e predominante. L'appuntamento - direi ormai un must estivo - è già fissato per l'edizione 2016. 
Formato: 33 cl., alc. 4.4%, lotto 258, scad. 19/03/2016, pagata 3,80 Euro (foodstore, Italia)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

domenica 26 luglio 2015

Mad Hatter Nightmare On Bold Street

Da Livepool ecco il debutto sul blog della Mad Hatter Brewing Company, aperta nel febbraio 2013 da Gareth "Gaz" Matthews and Sue Starling; l'esordio avviene con un impianto da 1,5 barili nel sobborgo di Toxteh, ben presto insufficiente a soddisfare la domanda e già sostituito da uno di 2.5 barili che viene installato non molto distante nei nuovi locali all'incrocio tra Jamaica e Watkinson Street; inizialmente viene anche aperta una piccola taproom, che però è stata già chiusa.
Ma facciamo un passo indietro: per Gaz l'homebrewing è qualcosa di familiare visto che suo fratello maggiore produceva la birra in casa e riforniva feste, amici e conoscenti. Non passa molto tempo che anche Gaz inizia a birrificare in garage; i suoi primi sforzi sono orientati a replicare la Theakston's Old Peculier, quella che a quel tempo lui reputava essere la miglior birra al mondo. 
Ottiene una laurea in criminologia ma la mancanza di sbocchi professionali lo riportano alla birra, nel tentativo di ricavarci una professione. E' sua moglie Sue a fargli il regalo di compleanno perfetto: lo benda e lo porta nei locali vuoti che lei stessa ha preso in affitto per lui in Upper Parliament Street: qui poteva installarci il suo microbirrificio. 
La scena birraria di Liverpool è ancora lontana dai livelli di Londra o di Manchester, ma anche in questa città stanno aprendo diversi microbirrifici. Mad Hatter dichiara di voler mescolare la Craft Beer Revolution americana con la tradizione inglese delle Real Ales ed è forse proprio per questo che è stato scelto il nome de "Il Cappellaio Matto", oltre all'inevitabile riferimento al libro di Lewis Carroll (Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie): nelle intenzioni del birrificio c'è la volontà di usare una buona dose di pazzia nel mescolare innovazione e tradizione, coltivandosi in proprio i ceppi di lieviti, nella speranza di "tirare fuori dal cilindro" qualcosa di buono.
Di bello ci sono senz'altro le etichette, realizzate dall'illustratrice Emily Warren (The Stealthy Rabbit): prendiamo la birra di oggi, una milk stout prodotta con lattosio e chicchi di caffè della Bold Street Coffee di Liverpool. Per l'occasione il Cappellaio Matto fa il verso al film  A Nightmare on Elm Street (in italiano Nightmare - Dal profondo della notte) ma dentro la maglietta a strisce orizzontali anziché il mitico Freddy Krueger c'è un inquietante coniglio. 
Nightmare on Bold St., dunque, non si presenta proprio nel migliore dei modi con un leggero gushing all'apertura che fortuitamente non provoca disastri;  è torbida, marrone scuro, con una testa di schiuma cremosa color nocciola, dall'ottima persistenza. Al naso impazzano gli esteri, con forti sentori di frutti rossi aspri e di mela che, assieme a quelli di cioccolato al latte e di caffè, formano un mix non particolarmente invitante, almeno per me. Il peggio purtroppo deve ancora venire: al palato è evidente l'infezione in una birra che apre aspra di frutti rossi e di aceto di mela. La bevuta prosegue brevemente (prima del lavandino) con un gusto (?) confuso e molto sporco nel quale emerge una generale sensazione di caffè. Annoto anche una discreta astringenza, moltissime bollicine che non aiutano certo a decifrare i sapori, ed un finale amaro di caffè e cicoria, molto poco gradevole.
Debutto sfortunato, per un birrificio che in soli due anni di attività ha già sfornato più di cinquanta birre, tra one-shot e stagionali: piuttosto che continuare a sfornare novità, che non sia il caso di concentrarsi su poche etichette e lavorare soprattutto sulla costanza produttiva?
Formato: 33 cl., alc. 5.3%, scad. 15/12/2015, pagata 4.00 Euro.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

sabato 25 luglio 2015

The Wall Mrs. White

Secondo appuntamento con il birrificio The Wall di Vengono Inferiore (Varese), che vi ho presentato in questa occasione. Dopo Fire Witch, la IPA della casa, ecco Mrs. White:  arriva nell’estate del 2014, l’anno in cui lo stile delle White IPA (da quest'anno incluse anche tra le categorie del BJCP)  ha iniziato a diffondersi nella nostra penisola, con qualche anno di ritardo rispetto agli Stati Uniti.
Ve ne avevo già parlato qui, indicando come data del primo esempio commerciale di White IPA (la Conflux Nr.2) la fine del 2010; si trattava tuttavia di una birra collaborativa (tra Deschutes e Boulevard) dalla distribuzione piuttosto limitata. I commenti entusiasti di coloro che riuscirono a berla fecero nascere un piccolo “hype” e spinsero altri produttori a cimentarsi in questo stile ibrido; la  Samuel Adams Whitewater IPA della Boston Beer Company del 2011 è stata probabilmente la prima White IPA ad ampia diffusione. 
Tecnicamente una White IPA dovrebbe quindi utilizzare un ceppo di lievito belga ed una luppolatura americana; "concesso" anche l'utilizzo di spezie, come spesso avviene per le wit, con coriandolo e scorza d'arancia tra quelle usate più di frequente. Potreste anche chiamarle American Wit, mentre non vanno confuse con le American Wheat, anch'esse birre di "frumento" che però prevedono un lievito americano, nessuna spezia e una luppolatura chiaramente meno intensa di quella che c'è in una IPA.
La White IPA di The Wall, se non erro, è generosamente luppolata con Columbus, Cascade e Simcoe; la ricetta prevede un ceppo di lievito americano (US-05), malto d’orzo, fiocchi di frumento e fiocchi d’avena, coriandolo e buccia d'arancia amara: una scelta che la colloca quindi a metà strada tra una White IPA ed una American Wheat.
Il suo colore è giallo paglierino, velato  e sormontato da una bianchissima testa di schiuma non molto persistente, la cui trama è un po’ grossolana. L’aroma apre con le spezie (pepe bianco, coriandolo) seguite dai profumi del cedro e del limone, della scorza di mandarino; il bouquet è fresco e pulito, in un equilibrio molto ben riuscito tra la parte “white” e quella “IPA”. Spezie e generosa luppolatura convivono senza che l’una cerchi di annullare o sopraffare l’altra.
Le cose sono un pochino diverse in bocca, dove la componente IPA prende decisamente il comando delle operazioni: la bevuta si sviluppa principalmente sull’agrumato (limone, cedro, mandarino) con una leggerissima base di malto (crackers, cereali) e qualche nota dolce di agrumi canditi a bilanciare. Pulita e fragrante, la Signora Bianca scorre molto veloce dissetando e rinfrescando senza indugi: le molte bollicine le donano una bella vivacità che mantiene sempre in tensione il palato. Chiude con una bella secchezza ed un amaro elegante, di buona intensità, dove alle note “zesty” (scorza di limone, pompelmo) si affianca qualche sfumatura erbacea.  Con una gradazione alcolica  ai limiti della soglia di sessionabilità, è una birra  che trova nell’estate la sua collocazione ideale, nonostante le minacciose figure della bella etichetta realizzata da Max Gatto evochino periodi dell'anno molto meno solari e "spensierati".
Formato: 33 cl., alc. 4.5%, IBU 30, lotto 0615, scad. 30/11/2015, pagata 4.20 Euro (foodstore, Italia).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 23 luglio 2015

Corona Extra

L’appuntamento del mese di luglio con la birra industriale, del discount o del supermercato che dir si voglia è con la famosissima Corona Extra.  Che ci crediate o no, è la prima volta che la bevo  (e, giusto per darvi qualche riferimento temporale, ho già passato gli “anta”); anche nel mio lungo passato di bevitore di birre industriali ero sempre rimasto perplesso dall’inquietante trasparenza della bottiglia e non l’avevo mai acquistata.  
Mi si è appena spalancato un piccolo grande mondo: in rete è pieno di informazioni contraddittorie sul  perché “si debba bere a collo e non nel bicchiere” e sul perché vada bevuta con uno spicchio di limone, o anche con un po’ di sale. 
Ma andiamo per ordine, perché ci sono cose più interessanti di sale e limone. La Cervecería Modelo viene fondata l’8 marzo 1922 da Braulio Iriarte Goyeneche, un spagnolo in Messico dal 1877, da quando aveva diciassette anni; la produzione parte nell’ottobre del 1925, con l’appoggio di capitali forniti da una schiera di altri facoltosi imprenditori spagnoli emigrati. La fabbrica viene costruita – e l’edificio lì si trova tutt’ora – su un terreno nel quartiere di Santa Julia di quella che allora era la Municipalidad de Tacuba, oggi inglobata in quella enorme metropoli che è Città del Messico. C’è da dire che in quel periodo la birra non era una bevanda particolarmente popolare in Messico: il ghiaccio e la refrigerazione non erano sempre disponibili e la gente preferiva bere l’economico Pulque, un fermentato dell’albero di Maguey. Nonostante questo, già nel 1928 le bottiglie di birra vendute erano arrivate ad otto milioni, suddivise tra la chiara Corona e la scura Modelo Negra. 
Nel 1932 muore Braulio Iriarte e il comando viene assunto da  Pablo Díez Fernández, anche lui nato in Spagna, uno dei pochi finanziatori che non avevano ancora abbandonato il progetto: Díez rimase in carica sino al 1971, mettendo subito in atto una politica di espansione. Con la fine del proibizionismo negli Stati Uniti nel 1933 iniziarono le prime sporadiche esportazioni a nord, che non ebbero però volumi significativi sino alla fine degli anni ’70. 
A questo proposito, è interessante quello che racconta il libro “The Emerging Markets Century” (2007) dell’economista Antoine Van Agtmael. Negli anni ’70 un grosso distributore della Baja California messicana non capiva perché le casse di Corona gli venissero restituite con così tanti “vuoti a rendere” mancanti. Le vendite aumentavano ma i resi erano sempre meno: scoprì che le bottiglie di Corona erano diventate molto popolari tra i surfisti americani che frequentavano le spiagge messicane, e sempre più spesso questi si portavano a casa il souvenir.  La bottiglia trasparente di Corona, senza nessuna campagna pubblicitaria, era inconsapevolmente diventata in California il simbolo della esotica vacanza al mare in Messico, al sole, sulla spiaggia: un caso che ricorda, con le dovute proporzioni, quello della bottiglia di Coca Cola. 
Alla Modelo colgono la palla al balzo e investono sull'esportazione: in poco tempo la Corona diventa molto richiesta  dapprima nella vicina California e poi in molti altri stati americani: nel 1986 un milione di casse attraversavano ogni mese il confine con gli Stati Uniti. Gli altri “competitors” americani non rimasero con le mani in mano, e fu curioso fu quello che accadde nei primi anni ’80:  qualche concorrente (Heineken?) sparse subdolamente la voce che alcuni test di laboratorio fatti dalla Food and Drug Administration avevano riscontrato tracce di urina umana in quelle bottiglie trasparenti. Addirittura si raccontava che diversi operai della Cerveceria Modelo erano stati visti urinare sulle bottiglie poco prima che fossero imbottigliate. La voce che “la Corona sapeva di piscio” si diffuse rapidamente e si portò dietro gli inevitabili strascichi legali che si conclusero ovviamente a favore del gruppo messicano: l’esportazione di Corona subì però un clamoroso crollo ed i messicani cercarono di recuperare immagine invitando a proprie spese decine di giornalisti americani a visitare le proprie fabbriche affinché potessero testimoniarne l’efficienza e l’assoluta pulizia. L’ufficio marketing della Modelo, per recuperare terreno, ebbe poi la brillante intuizione di associare la propria birra ad una ricorrenza messicana da celebrare in territorio statunitense. Tra i vari avvenimenti storici candidati, venne scelto il Cinco de Mayo (5 di Maggio): l’evento cadeva anche all’inizio della bella stagione e invitava la comunità messicana negli Stati Uniti a celebrarlo all’aria aperta, magari davanti al BBQ, con una Corona in mano. La pubblicità ebbe un grande successo e i festeggiamenti del 5 de Mayo si legarono indissolubilmente alla bottiglia di Corona: era solo questa la birra che milioni di americani e immigrati messicani volevano bere in quel giorno. Nel 1997 Corona sorpassa Heineken in cima alla classifica statunitense delle vendite tra le birre importate. 
Il resto della Corona-story è quello già visto tante altre volte, e passa per l’acquisizione di altri birrifici messicani per eliminarli e sopprimere i marchi concorrenti; attualmente quasi sette birre su dieci bevute in Messico vengono prodotte dal Grupo Modelo. Puntualmente arrivò anche il giorno in cui il pesce grande venne mangiato da un pesce ancora più grande, nello specifico gli americani della Anheuser Busch che a partire dal 1993 acquistano una quota societaria sempre maggiore del Grupo Modelo sino ad arrivare al 50%.  Per “soli” 20 miliardi di dollari nel 2013 Anheuser Busch (divenuto AB-InBev) si porta a casa l’altra metà restante. 
I numeri attuali dicono che oggi la Corona  non è tra le dieci birre più vendute al mondo,  ma in territorio statunitense si piazza saldamente al quinto posto rimanendo la birra d’importazione più venduta e doppiando per volumi l’eterna rivale Heineken. Lei rivendica il suo orgoglio messicano e continua ad essere prodotta esclusivamente nel suo paese d’origine, venendo poi esportata in 180 paesi. In Italia il primo importatore di Corona fu nel 1989 Pietro Biscaldi siglando con il Gruppo Modelo un esclusiva che oltre alla nostra penisola comprendeva anche il Principato di Monaco e Malta; nel 2008 la distribuzione passò nelle le mani di Carlsberg e, nel 2014, ovviamente di quelle di AB-InBev.  
Resta da fare luce sul perché la Corona vada bevuta a collo con uno spicchio di lime (e non limone) conficcato nel lungo collo della bottiglia.  Tanti sono stati i giornalisti che hanno rivolto la domanda direttamente al Grupo Modelo, senza però ottenere nessuna risposta. Solitamente ci si rifà ad una non specificata “tradizione locale”: alcuni sostengono che i messicani infilavano l’agrume all’imboccatura del collo della bottiglia aperta per tenere lontano mosche ed insetti. Altri che il lime (inizialmente solo strofinato sul bordo del collo) aveva la funzione di non far avvertire il sapore della ruggine che i primi tappi metallici spesso rilasciavano; o, se preferite, l’agrume attenuava quel gusto “skunky” causato dall’utilizzo di una bottiglia trasparente che non protegge per nulla la birra dalla luce. Una spiegazione più fantasiosa cita un episodio del 1981, avvenuto in un locale della California, in cui un barista inventò questo modo di servire la Corona ai propri clienti nell’ambito di una scommessa con un proprio collega: volevano vedere se riuscivano a creare una “tendenza” e poi a diffonderla.  Il fatto venne inizialmente riportato nel libro Buy-ology (2008) di Martin Linsdrom e fu poi ripreso da numerose riviste e giornali, diventando così la versione più “accreditata”.  Ma come la moda abbia fatto a diffondersi così rapidamente da un piccolo bar della California a tutti gli Stati Uniti, è un altro enigma da svelare.  
In verità pare che quasi nessun messicano la beva in questo modo (qualcuno può confermare?), e che i bar la servano con lo spicchio lime solo ai turisti stranieri. I più maligni (e io no?) sostengono invece che la fetta di lime abbia semplicemente la funzione di dare un po’ di gusto ad una birra praticamente insapore. 
Dopo le tante, forse troppe parole, passiamo alla pratica. Questa la lista degli ingredienti riportati sull’etichetta destinata all’Italia:  acqua, malto d'orzo, riso/granturco, luppolo, antiossidante E300 e  addensante E405. Se le sigle vi spaventano, sappiate che l’E300 (acido L-ascorbico)  viene utilizzato per la sua funzione antiossidante e per evitare l’imbrunimento del bel colore dorato esaltato dal vetro trasparente;  l’E405 (alginato di glicole propilenico) viene invece utilizzato per aumentare la consistenza e la durata delle bollicine. Niente che vi possa far male, ci mancherebbe. La Corona Extra rientra in quella categoria delle "Adjunct Lager": birre leggere, poco amare, frizzanti e dal basso contenuto alcolico che utilizzano succedanei dei cereali come ad esempio granoturco e riso.
Evito il rituale della bevuta a canna e dello spicchio di lime, versando Corona Extra nel bicchiere, ovviamente appena prelevata dal frigorifero, freddissima come lei stessa richiede. E' dorata e perfettamente limpida, in modo da permettere di ammirare le vivaci colonie di bollicine che attraversano diligentemente tutto il bicchiere, dal basso verso l'alto: della schiuma posso testimoniare solamente il colore bianco, visto la velocità con la quale si dissolve senza lasciare traccia. 
L'aroma, se così si può chiamare, è di bassissima intensità: mais, riso, qualche remotissima suggestione di miele. Non serve dare la colpa alla bassa temperatura di servizio, anche a temperatura ambiente non cambia nulla. Al palato è il trionfo dell'acquosità, mediamente carbonata, condizione necessaria per una birra che deve scorrere veloce per permettere al bevitore di finirla il più rapidamente possibile per poi ordinarne un'altra. Il gusto? Ah sì, quasi non me ne ero accorto. Bevuta "ghiacciata" è praticamente acqua frizzante colorata di giallo, con una lieve presenza di mais. Lasciatela riscaldare un po' se volete un spruzzatina di miele ed un po' più di mais. La ricerca disperata di sapore mi porta ad avvertire anche una leggera parvenza di agrumi, ma forse è la mia suggestione che inconsciamente vorrebbe uno spicchio di lime all'interno del bicchiere. Il consiglio è comunque di berla molto fredda, in quanto l'alzarsi della temperatura ne aumenta un po' la dolcezza e ne riduce la discreta secchezza, facendo venire meno quelle che sono le sue uniche funzioni: dissetare e rinfrescare. Come l'acqua, appunto. Chiudo confermando che la bottiglia non ha assolutamente sofferto di "cattivi odori" dovuti al "colpo di luce": ho sentito dire che il vetro trasparente della Corona sarebbe dotato di appositi filtri protettivi, ma non ho trovato informazioni a riguardo.  Ho prelevato la bottiglia da un cartone semi-chiuso al supermercato, quindi poco esposta alla luce, ma non credo sia stato questo a preservarla: del resto il responsabile dello "skunk" da colpo di luce è il luppolo, e in questa birra credo che ne sia stato messo davvero molto, molto poco.
Formato 35.5 cl., alc. 4.5%, lotto o26 05:39, scad. 17/02/2016, pagata 1,45 Euro (supermercato, Italia).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 22 luglio 2015

Buxton SPA

L’acronimo SPA è oggi utilizzato in tutto il mondo per indicare genericamente un centro termale o uno stabilimento che offre trattamenti per la salute del corpo e della mente: in una parola, benessere. Solitamente si pensa alle iniziali della locuzione latina Salus Per Aqua (Sanitas Per Aquam/Aquas), ossia “salute per mezzo dell’acqua”, ma pare che si tratti di un retroacronimo: in realtà il termine originerebbe semplicemente dall’omonima stazione termale belga,  nella provincia di Liegi, conosciuta in tutta europa dal XIV secolo per le sue benefiche acque minerali e termali. La sua fama portò ad utilizzare il termina Spa come sinonimo del termalismo, dapprima in inglese e poi in altre lingue. 
Ma la birra che c'entra? Beh, in giornate calde come queste anche una rinfrescante bottiglia è sinonimo di benessere e quindi di SPA. Il passaggio è un po’ forzato ma un po’ di verità c’è. SPA è il nome scelto dagli inglesi di Buxton per identificare la propria Special Pale Ale; è una delle prime birre realizzate dal birrificio fondato nel 2009 da  Geoff e Debbie Quinn. 
Da quanto leggo la ricetta è stata profondamente rivisitata nel 2011 dal birraio James  Kemp, nei suoi due anni di permanenza a Buxton prima del passaggio di consegne del 2013 con Coling Stronge, attuale head brewer. La versione attuale della Buxton SPA è, utilizzando le parole del birrificio, uno “showcase” del luppolo americano Citra, anche se non credo si tratti di una single-hop: la sua gradazione alcolica (4.1%) rimane all’interno della soglia di sessionabilità: peccato solo per il formato da 33 centilitri, decisamente insufficiente in giornate come queste. E dire che qualche anno fa le Buxton erano tutte prodotte nel classico mezzo litro anglosassone. 
Dorata, leggermente velata, la Special Pale Ale di Buxton forma un bianco cappello di schiuma compatta e cremosa, dall’ottima persistenza. Mandarino, arancio, limone ed in tono minore altri rappresentanti della famiglia degli agrumi (cedro, pompelmo) vanno a comporre il fresco e pulito bouquet olfattivo con qualche sentore più dolce di pesca.  Molto bene la sensazione palatale, corpo leggero, la giusta quantità di bollicine ed una grande scorrevolezza senza nessun pericoloso scivolone nel “troppo acquoso”.  I malti regalano note di crackers e un leggerissimo mielato a supporto dell’abbondante carico di agrumi (soprattutto arancio, pompelmo e lime) che proseguono nella stesa direzione dell’aroma: molta scorza, lievissima presenza dolce di polpa, e finale spiccatamente zesty con delicate sfumatura erbacee.  Secca, pulitissima e ben profumata, ça va sans dire che questa SPA è una birra dall’elevatissimo potere rinfrescante e dissetante, perfettamente riuscita nella sua semplicità. Fa quello che deve fare andando dritto al sodo: è una di quelle birre che, quando la temperatura esterna si avvicina ai trenta gradi,  vorreste sempre avere nel bicchiere, con l’unico deplorevole inconveniente che vi toccherà andare a ripienarlo con elevata frequenza.
Formato: 33 cl., alc. 4.1%, lotto G:B14, imbott. 13/04/2015, scad. 13/01/2016.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 21 luglio 2015

La Fucina Liberitutti & Cardiopalma

Tra i (non molti) birrifici italiani che sono partiti come Beer Firm per poi mettere in funzioni i propri impianti annoveriamo anche il molisano La Fucina, attivo dal 2012. Tre soci fondatori (Angelo Scacco, Dario di Pasquale e Gianluca Scarselli) un lustro circa di homebrewing alle spalle, ed un nome che richiama “il laboratorio del fabbro in cui venivano forgiati strumenti e utensili di ogni tipo. Col passare degli anni il termine la fucina è diventata nel linguaggio comune un vero e proprio laboratorio in cui operavano artigiani o addirittura alchimisti sempre intenti a sperimentare o a creare nuove leghe ed elementi. Proprio come le figure che popolavano le fucine medievali, noi nel nostro birrificio vogliamo cercare di rendere possibile ciò che sembra impossibile”. 
Si pare con quattro birre:  Mon Amour (Blanche), La Strana (al confine tra stout/porter/brown ale con aggiunta di caffè), Pellerossa (strong ale belga), Liberitutti (APA/IPA american style), alle quali si aggiunge la collaborativa Bside (APA), realizzata assieme ad altri due birrifici molisani,  Kashmir e Sannita.   
Il passaggio da Beer Firm a birrificio vero e proprio avviene in soli due anni: nemmeno un anno fa, il 7 settembre 2014, vengono inaugurati gli impianti in quel di  Pescolanciano (Isernia). In loco rimane operativo anche il piccolo impianto pilota utilizzato per testare le ricette, che nell’idea dei soci dovrebbe diventare una sorta di “microbirrificio sociale” a disposizione di homebrewers o semplici curiosi che volessero tentare di produrre birra. Annesso al birrificio è anche stato realizzato un piccolo beershop dove poter acquistare non solo le birre de La Fucina ma anche di altri produttori, italiani ed esteri. 
Il sito internet è attualmente in manutenzione e non offre molte informazioni, mi viene in soccorso l’immancabile pagina Facebook. Altre quattro birre originali se ne sono progressivamente aggiunte altre, come ad esempio l’American Pale Ale dal singolare nome  “Bevi e Nun Rompe er Cxxxo”  la Cardiopalma e le ultime due nate Rostro IV e ComunAle, quest’ultima prodotta per i locali di Pescolanciano. Molto belle le etichette – anche se non sono riuscito a scoprire l’autore: surreali, fantasiose ed oniriche. 
Due sono le birre protagoniste del post di oggi col quale il birrificio debutta sul blog: un “doppio” appuntamento insolito ma non inusuale, dovuto alla necessità di aprire una seconda bottiglia per rimediare ad una prima piuttosto problematica. 
Iniziamo da Liberitutti (6%), che Ratebeer classifica tra le IPA: l’etichetta fornisce un breve indizio sulla presenza di Simcoe e Magnum come luppoli utilizzati. Si presenta di color ambrato con riflessi ramati, ma il bicchiere si riempie immediatamente di una schiuma biancastra e pannosa che si forma copiosa costringendo ad attendere diversi minuti prima di riuscire a vuotare completamente la bottiglia nel bicchiere. L’aroma è di scarsa intensità, ed è forse un bene perché i profumi non sono particolarmente invitanti: la pulizia latita parecchio, ed in mezzo a degli strani sentori di terriccio umido, muschio e cantina si avverte qualche nota di solvente, di caramello e forse di agrumi. L’elevatissima carbonazione non aiuta a decifrare il gusto, che risulta comunque piuttosto sporco e privo di un senso compiuto; si passa da una leggera presenza di biscotto e caramello ad un amaro vegetale e resinoso opprimente, molto poco elegante e gradevole. La bevuta risulta completamente sbilanciata in questa direzione, con astringenza finale e con un ritorno di quella sensazione di cantina umida, quasi di muffa; bottiglia con evidentissimi problemi, meglio fermarsi qui.
Fa molto caldo e, insoddisfatto, decido di tentare di dissetarmi stappando la seconda bottiglia di La Fucina in frigorifero, Cardiopalma (5%): il suo vestito si colloca tra il dorato e l’arancio, sormontato da un bel cappello compatto di schiuma biancastra, fine e cremosa, dall’ottima persistenza. Al naso sentori di pera e floreali, di amaretto, qualche accenno di miele: l’intensità è discreta mentre sull’equilibrio, sulla pulizia e sulla finezza (vedi soprattutto gli esteri da lievito) c’è parecchio da lavorare. Anche questa birra è afflitta da un’esagerata quantità di bollicine che rendono davvero difficile la percezione dei sapori: ma dopo aver fatto stemperare un po’ la frizzantezza il gusto non migliora a causa della poca pulizia. Per un ABV del 5% la sensazione tattile è piuttosto pesante, nonostante il corpo medio-leggero: indovino quasi delle note di biscotto e di miele, di arancio (forse curacao?) ed una chiusura amara erbacea, astringente. Dovrebbe trattarsi di una Belgian Ale (fonte da prendere con le pinze, Untappd), io onestamente non sono riuscito a decifrarla.  
Dispiace sempre dare impressioni negative (sopratutto per i soldi spesi) su un birrificio del quale avevo peraltro sentito anche parlare bene in giro: va bene la bottiglia sfortunata che comunque non dovrebbe esserci e che ogni tanto può capitare, ma qui sono due su due.
Costanza produttiva cercasi, disperatamente.
Nel dettaglio:
Liberitutti, formato 33 cl., alc. 6%, lotto 14-15/15, scad. 30/03/2016, pagata 3.40 Euro (foodstore, Italia)
Cardiopalma, formato 33 cl., alc. 5%, lotto 05/15, scad. 02/2016, pagata 3.40 Euro (foodstore, Italia)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 20 luglio 2015

Doctor Brew Cascade IPA & Azacca IPA

Altro appuntamento ravvicinato con la beerfirm polacca Doctor Brew, presentatavi qualche settimana fa. Ancora due IPA, una tipologia particolarmente amata e richiesta dai nuovi beer geek polacchi e quindi prodotta nel maggior numero di varianti possibili dai protagonisti dell’avanguardia polacca: in questo senso non potevano assolutamente mancare le Single Hop IPA. 
Eccone due esempi che in un certo senso si collocano ad opposte estremità temporali:  una IPA che utilizza solo Cascade, un luppolo che si potrebbe considerare il “simbolo” della craft beer revolution americana, da quando nel lontano 1980 fu utilizzato nella Sierra Nevada Pale Ale, e un’altra che utilizza una varietà sperimentale abbastanza recente (2014) chiamata Azacca. 
La Cascade IPA di Doctor Brew, oltre all’omonimo luppolo (suppongo sia stata utilizzata la varietà americana) prevede malti Pale Ale, Monaco, Caramello,  Melanoidin e frumento maltato, per un ABV del 5.6% e 56 IBU: venne presentata ad aprile 2014 a Breslavia nel locale  Browar Mieszczański.  Il suo colore si colloca tra il dorato antico ed il ramato, velato, e forma una generosissima schiuma biancastra e compatta, cremosa, dalla lunga persistenza. Oltre al marchio di fabbrica del Cascade, il pompelmo, l’aroma regala profumi floreali, di mango e di pesca, caramello: in sottofondo ci sono le note erbacee ed alcuni ricordi di tè verde. La freschezza è discreta, di pari passo con l’intensità: bene la pulizia. Al palato c’è una corrispondenza pressoché perfetta con il naso: sulla base maltata di biscotto e caramello si sviluppa un intenso percorso gustativo che include pompelmo, mango e pesca. C’è pulizia, eleganza ed un bell’equilibrio tra dolce ed amaro, con quest’ultimo che diventa protagonista solo nel finale, in un bel mix di sentori vegetali, di terriccio umido e di tè verde. Una IPA ben riuscita, che scompare dal bicchiere molto rapidamente grazie anche ad una sensazione palatale quasi cremosa e dalle poche bollicine. 
Nella seconda Single Hop è protagonista il luppolo Azacca, rilasciato commercialmente negli ultimissimi mesi del 2013 e precedentemente comparso in alcune birre con il nome ancora sperimentale di  ADHA 483. E’ “opera” della American Dwarf Hop Association e deve il suo nome all’omonimo dio Haitiano dell’agricoltura. Da quanto leggo in giro viene descritto come un luppolo dalle grandi caratteristiche aromatiche (agrumi, tropicale) che dovrebbe quindi essere principalmente utilizzato in late e dry-hopping. Tra le birre single-hop americane di birrifici  a me noti che lo hanno  già utilizzano segnalo quelle di Alpine (California), Cigar City (Florida) e Ninkasi (Oregon).
Doctor Brew sceglie una base di malto molto semplice (100% Pale Ale) per una IPA di colore dorato con qualche riflesso arancio: bene la schiuma, bianca, fine, cremosa, dalla buona persistenza. L’aroma – ed è un vero peccato visto che è qui dove il luppolo in questione dovrebbe dare il meglio – è però poco intenso e non brilla neppure in eleganza: avverto sentori di miele e vegetali, con una leggera presenza di frutta tropicale (melone, ananas e papaya). In bocca la birra risulta un po’ troppo pesante a livello tattile, con corpo medio-leggero e poche bollicine.  La pulizia del gusto è tutt’altro che esemplare: ci sono miele ed una generica sensazione di frutta tropicale che la scarsa finezza non permette di descrivere con maggior precisione; la bevuta è tuttavia facile, complice anche il caldo di questi giorni, e chiude con un discreto amaro tra il vegetale ed il resinoso, pungente.  La sufficienza la raggiunge, peccato per la mancanza di pulizia che non permette di cogliere con maggior accuratezza le caratteristiche di un nuovo luppolo che invece mi incuriosiva.
Molto bene la prima (Cascade), solo benino la seconda (Azacca) IPA. Ringrazio di nuovo il birrificio per avermi inviato le bottiglie da assaggiare.
Nel dettaglio:
Cascade IPA, formato 50 cl., alc. 5.6%, IBU 56, scad. 30/06/2015.
Azacca Single Hop IPA, formato 50 cl., alc. 6.2%, IBU 71, scad. 13/07/2015

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.