mercoledì 31 ottobre 2018

B94 Santoronzo

B94: il numero non è ovviamente casuale, ma indicativo dell’anno in cui Raffaele Longo ha iniziato a produrre birra tra le mura domestiche e ad ottenere poi diversi riconoscimenti nei concorsi nazionali. Una passione che lo ha portato nel 2006 a lasciare un comodo posto in banca a Bologna per rientrare nella nativa Lecce ad inseguire il proprio sogno: il tempo di svolgere qualche corso di formazione e due anni dopo nasceva ufficialmente Birrificio B94, operativo in un primo periodo come beerfirm sugli impianti di Birranova. All’inizio del 2011 entrava finalmente in funzione l’impianto proprio, proveniente dal birrificio Almond e posizionato sulla Provinciale Lecce-Cavallino. 
Per l’occasione è stato anche effettuato un completo restyling dell’offerta con l’arrivo di quattro nuove birre: la weizen White Night, l’APA Warming Hop, la tripel  Santirene che utilizza di miele di timo locale e la stout al caffè Santoronzo. La gamma si completa con la blanche Bellacava, la bitter Terrarossa, la porter Porteresa,  la IGA Cassarmonica e la Malagrika, prodotta con confettura di mela cotogna. Capitolo a parte merita l’APA November Ray, protagonista di un contenzioso con la danese Royal Unibrew ed il proprio marchio Ceres: la grande N colorata di azzurro su sfondo nero della  Norden Gylden IPA era praticamente identica a quella della November Ray. Non è facile per un microbirrificio  far valere le proprie ragioni nei confronti di una multinazionale ma in questo caso Raffaele Longo ha avuto ragione dal Tribunale di Bari

La birra.
Lecce festeggia il proprio patrono Oronzo nei giorni del 24, 25 e 26 agosto in onore del suo martirio avvenuto durante le persecuzioni dei cristiani ordinate dall’imperatore romano Nerone; Sant'Oronzo, primo vescovo della città barocca,  divenne patrono di Lecce alla metà del diciassettesimo secolo quando, secondo la leggenda, liberò la propria città da una terribile pestilenza.  Al santo B94 dedica la propria stout al caffè prodotta con varietà arabica “Selezione Barocco” proveniente della torrefazione leccese Quarta Caffè; all’ultima edizione di Birra dell’Anno la Santoronzo ha ottenuto una medaglia d’argento nella categoria 30 - birre chiare, ambrate e scure, alta o bassa fermentazione, da basso ad alto grado alcolico con uso di caffè e/o cacao.
Si presenta vestita di color ebano scuro con una testa di schiuma cremosa e compatta dall’ottima persistenza. Di caffè al naso ce n’è veramente poco ed emergono soprattutto le tostature dell’orzo e qualche estero fruttato. L’intensità è modesta, pulizia e finezza dei profumi mostrano ampi margini di miglioramento. Al palato c’è una buona scorrevolezza ma anche qualche debolezza di troppo per una stout dalla gradazione alcolica robusta (7.2%): nonostante l’utilizzo d’avena non avverto particolare morbidezza. Caramello, liquirizia, uvetta, orzo tostato e qualche timida nota di caffè formano una bevuta molto bilanciata nella quale l’alcool è ben nascosto ma l’intensità dei sapori non è particolarmente elevata: si chiude con una lieve astringenza e un retrogusto corto di caffè zuccherato. Devo ammettere che mi delude un po’ questa Santoronzo di B94: intensità, pulizia e definizione lasciano a desiderare e l’elemento che dovrebbe caratterizzarla, ovvero il caffè, non spicca.  Una bottiglia che manca di personalità e che purtroppo scivola nell’anonimato.
Formato 33 cl., alc. 7.2%, IBU 18, lotto 0218, scad. 01/09/2019, prezzo indicativo 4.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 30 ottobre 2018

Mikkeller Årh Hvad?! & To Øl Fuck Art - This is Architecture


Potrei iniziare chiamando in causa “La guerra dei Cloni”, noto concorso per homebrewers che si tiene nel luglio di ogni anno al birrificio Baladin di Piozzo: i concorrenti devono presentare una birra ispirata ad una precisa produzione commerciale e replicarla il più fedelmente possibile.  Clonazioni, tributi, emulazioni: c’è una birra belga che in questo campo forse non ha eguali. Parliamo di quella, l’unica, prodotta dietro le mura dell’Abbazia di Notre-Dame d’Orval: non si contano gli homebrewers ed i birrai che hanno cercato di replicare il “goût d'Orval”. AI brettanomiceti, inoculati al momento dell’imbottigliamento, il compito di modificarlo nel corso degli anni: alla vostra preferenza la scelta di berla giovane o dopo qualche anno di cantina.
Mikkeller, birraio zingaro e con qualche dimora fissa tra Stati Uniti ed Europa, non ha mai nascosto il suo amore per l’Orval  (6.2%) e a lei si è ispirato in più di un’occasione, a partire da un clone del 2007  per arrivare alle più famose It’s Alive (8%) e soprattutto Årh Hvad?! (6.8%). Ed è stata proprio quest’ultima, distribuita per un periodo del 2015 anche nei supermercati belgi Delhaize, ad avergli creato qualche grattacapo non tanto per la birra ma per aver replicato in etichetta il logo esagonale dell’International Trappist Association sostituendo la scritta “authentic trappist product” con  “authentic mikkeller product”. Le minacce dei frati convinsero Mikkeller a cambiare il nome della birra da Årh Hvad?!  (“che cosa?” in danese) a Hva Såå?! (“e allora”?) rimuovendo il clone del logo trappista; da quanto capisco la birra è poi tornata a chiamarsi Årh Hvad?!, parole che pronunciate in danese suonano come “Or-val”. Le due birre sono poi state commercializzate anche in diverse edizioni barricate: Chardonnay, Grand Marnier, Sauternes a Saint-Emilio.

Le birre.
Malto Pale, una piccola percentuale di Caramello, luppoli Hallertauer Hallerau (Germania), Strisselspalt (Alsazia) e Styrian Golding (Slovenia): questo è quello che i frati rivelano sulle ricetta della Orval originale. Della  Årh Hvad?! di Mikkeller ne sappiamo ancora meno, se non che nel corso della sua produzione viene luppolata quattro volte con luppolo Styrian Goldings. A tre anni dalla messa in bottiglia si presenta di color ambrato con riflessi ramati e dorati: la generosa schiuma pannosa è abbastanza compatta ed ha ottima ritenzione. L’aroma si apre con una poco gradevole nota di solvente e di medicinale, alla quale fanno seguito i tipici odori dei brettanomiceti: cuoio, muffa, cantina. L’inizio non è dei migliori e il gusto si risolleva solo in parte dal baratro: la partenza è dolce di caramello, biscotto e una componente fruttata non ben identificata: fin qui la luce, poi arriva il buio di un’ondata amara, medicinale e terrosa, abbastanza sgradevole alla quale s’accompagnano note di plastica bruciata e medicinale.  Birra che è invecchiata davvero male e che era meglio aver bevuto da giovane.

Discepoli del loro ex-professore al liceo Mikkel Borg Bjergsø, Tobias Emil Jensen e Tore Gynth hanno seguito su scala minore le orme di Mikkeller mettendo in piedi prima la  beerfirm To Øl e poi il brewpub BRUS a Copenhagen; Jensen ha di recente abbandonato la nave che è ora guidata dal solo Tore Gynth. To Øl ha dedicato alla tradizione belga la serie di birre chiamata “Fuck Art”, nella quale non poteva certamente mancare un tributo all’Orval, nello specifico chiamato This is Architecture (5%) . Il riferimento non è tuttavia esplicito e To Øl parla solo di una Farmhouse Pale Ale brettata e rinfrescante.  In etichetta c’è il Ryugyong Hotel, grattacielo di 105 piani ubicato a Pyongyang, Corea del Nord: niente di più lontano dalla tranquilla campagna belga e dai boschi che circondano l’abbazia d’Orval.  Il motivo della scelta è che “la birra è minimalista come il grattacielo”. La sua ricetta include malti Cara Pils, Pilsner, Melanoidin, fiocchi d’avena, luppoli Amarillo, Simcoe e Tettnanger. Siamo dunque molto lontani dalla Orval ma, come vedremo, il risultato è molto più fedele all’originale di quello ottenuto da Mikkeller; anche questa bottiglia è datata 2015 e anche lei è stata prodotta da De Proef in Belgio. 
Il suo colore è oro antico, con riflessi ramati,  l’esuberante schiuma pannosa sembra quasi indistruttibile. Al naso ci sono gradevoli profumi floreali, qualche accenno di ananas e limone, un tocco rustico di paglia e di cuoio. Al palato è vivacemente carbonata, ruspante e scorre con ottima facilità:  note biscottate e caramellate introducono un fruttato dolce che ricorda la polpa dell’arancia subito incalzato dal funky dei brettanomiceti: la chiusura è abbastanza secca e l’amaro terroso è un appena disturbato da una leggera presenza medicinale e di solvente, sebbene in quantità irrisorie rispetto alla Årh Hvad. Nel bicchiere non ci sono le emozioni delle migliori bottiglie d’Orval ma la birra è piacevole e facile da bere e s’intravede a tratti il gusto d’Orval:  in questo caso gli allievi  To Øl hanno sicuramente superato il maestro Mikkeller  ma lei, “la birra della trota con l’anello in bocca”, è ancora là, inarrivabile.
Nel dettaglio:
Mikkeller Årh Hvad?!, 33 cl., alc. 6,8%, scad. 04/03/2025, pagata 1,99 € (supermercato, Belgio)
To Øl Fuck Art - This is Architecture, 33 cl., alc. 5%, scad. 05/05/2020, pagata 4,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

sabato 27 ottobre 2018

DALLA CANTINA: Evil Twin Lil’ B 2015

Grandi novità in casa dell'Evil Twin Jarnit-Bjergso, gemello cattivo di Mikkel Borg Bjergso, Mikkeller. A quasi due anni dall’annuncio e dopo qualche ritardo di troppo, a novembre sarà finalmente inaugurato il suo birrificio a Ridgewood, New York, in quel Queens che si sta velocemente trasformando in un’area ad elevata densità brassicola. Il birrificio (16-16 George Street) si troverà a cinque chilometri di distanza dal ristorante Tørst di proprietà di Jeppe e della moglie Maria: 900 metri quadrati di una ex-sala da ballo ed altri 460 metri di giardino nel quale ci sarà sempre un food truck parcheggiato.
Ma nel Queens ha trovato casa anche il gemello Mikkeller che ha bruciato sul tempo il fratello inaugurando lo scorso marzo il suo secondo birrificio americano. E’ noto che tra i due non corre buon sangue, almeno se ci si attiene alle dichiarazioni pubbliche; la loro potrebbe essere anche una strategia concordata per far parlare continuamente di sé.  Fu proprio “un’eccessiva vicinanza” a rompere i loro rapporti nel 2010; a quel tempo Jeppe gestiva il beershop Ølbutikken dove vendeva anche la birra del fratello, il quale non si fece problemi ad aprire a pochi metri di distanza il suo primo bar che, di fatto, s’accaparrò la maggior parte della clientela. I due non si parlano più ed Evil Twin Jeppe non perde l’occasione di punzecchiare il fratello con messaggi sui social network ai quali Mikkeller non ha mai voluto rispondere: “io abito a due miglia da qui e sarò coinvolto nella realizzazione di tutte le ricette, mio fratello non vive qui e sarà venuto a New York cinque volte in tutto nella sua vita”. 
Evil Twin e Mikkeller Brewing NYC si troveranno a dieci chilometri l’uno dall’altro, una distanza abbastanza breve se si considerano gli standard americani; ma pare che questa volta si tratti davvero solo di una coincidenza.  “Si è presentata un’opportunità e l’abbiamo colta”  dice Mikkeller che ha posizionato il proprio birrificio all’interno del  Citi Field, stadio dei New York Mets: “non conosco bene il baseball ma ho visto delle partite, c’è molta birra sugli spalti e vogliamo portare da noi i bevitori di Budweiser. E’ davvero strano che in una città così grande e internazionale come New York ci siano pochi birrifici, è un’occasione per creare qualcosa di nuovo”. E Jeppe è più o meno d’accordo: “a New York tutto consiste nel trovare il luogo adatto ad un costo d’affitto sostenibile: quando ho visto quella ex-sala da ballo con giardino vicino alla fermata della metropolitana ho capito che era quello che stavamo cercando. Sono arrivato a New York sei anni fa e da allora siamo diventati un marchio newyorkese. Il birrificio era ormai necessario: riceviamo ogni giorno email da persone di tutto il mondo che passano da New York e ci chiedono se possono visitare il birrificio. Qualcuno a volte bussa alla porta del nostro ufficio perché pensa che ci sia un birrificio da vedere”.  
Pace fatta, allora? Neanche a parlarne. Ecco una delle ultime uscite a gamba tesa del Gemello Cattivo: “io sono proprietario al 100% della mia azienda, Mikkel e Mikkeller hanno lo 0% di  Mikkeller NYC; sono fatti pubblici, ho le prove. Mikkeller NYC non è un piccolo birrificio indipendente ma parte di un facoltoso gruppo che, tra le altre cose, possiede anche i New York Mets. La gente mi chiede perché io non riesco a godermi il mio successo e lasciar perdere? La risposta è semplice: sono stanco di essere paragonato da media, clienti e colleghi a qualcuno che si è venduto, che ha concesso ad altri la licenza di usare il suo marchio e che ogni giorno mente su questo. Io non ho mai preso soldi da nessuno, ho solo un grande mutuo con una banca da pagare e quindi controllo tutto quello che Evil Twin fa. Mikkeller ha venduto e tutti quelli che lo supportano (sto parlando di Mikkeller New York, non del resto della sua azienda) devono essere trattati come quelli che hanno venduto ad AB Inbev o ad altre multinazionali”.

La birra.
Per allentare la tensione è meglio stappare una birra. Lil’B è una delle tante (oltre sessanta) Imperial Stout / Porter prodotte da Evil Twin dal 2010 ad oggi. Nata nel 2012 ha visto la sua popolarità declinare a causa del successo di altre due birre, ed infinite varianti, del gemello cattivo: Even More Jesus e Imperial Biscotti Break. E visto che i beergeeks sembrano ormai interessati solo ad Imperial Stout con aggiunta di ingredienti gourmet, il suo futuro potrebbe essere in pericolo. Dalla cantina riesumo una bottiglia del 2015: non ho avuto esperienze molto positive su invecchiamenti di Evil Twin, andrà meglio questa volta?  
Prodotta sugli impianti della Two Roads Brewing Co. in Connecticut questa imperial porter (dedicata all’omonimo rapper statunitense?) si presenta nera come la notte con una piccola testa di schiuma cremosa ma dalla scarsa ritenzione.  Al naso c’è qualche leggerissimo segno d’ossidazione ma l’aroma è intenso e ricco, caldo, avvolgente: prugna disidratata, uvetta, frutti di bosco, vino marsalato, fruit cake, liquirizia, accenni di cioccolato. A tre anni di vita qualche lieve cedimento a livello di corpo è inevitabile ma questa Lil’B si mantiene ancora oleosa e abbastanza morbida. Chi conosce Evil Twin sa cosa aspettarsi in una delle sue tante “scure imperiali”: un bicchiere dolce, ricco di caramello e melassa, fruit cake,  prugna, uvetta e frutti di bosco sotto spirito, liquirizia. L’amaro è quasi assente, se si eccettua una breve nota terrosa a fine corsa: la birra non è comunque mai troppo dolce e l’alcool, presente senza eccessi, contribuisce ad asciugarla un po’. L’ossidazione in questo caso porta più vantaggi che svantaggi: le note di vino marsalato prevaricano di gran lunga i frammenti di cartone bagnato che fanno timidamente capolino. Una birra che non raggiunge grandi profondità ma che si lascia comunque sorseggiare con grande piacere nel corso della serata: e se volete aumentare il conto delle calorie, perché non abbinarci una tavoletta di cioccolato fondente extra? 
Formato 35.5 cl., alc. 11.5%, lotto 142:15, prezzo indicativo 5.00 euro (beershop) 

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 25 ottobre 2018

Eastside Brewing: Sun Stroke (Vermont Edition) & Sour Side (Cherry Edition)


Ospito sempre con piacere sul blog Eastside, birrificio di Latina fondato nel 2013 da Luciano Landolfi, Alessio Maurizi, Cristiano Lucarini e Fabio Muzio: l’ultima apparizione risale allo scorso gennaio, occasione per tirare le somme di un 2017 ricco di novità. E non è che nei mesi successivi a Latina siano stati con le mani in mano, anzi: la craft beer impone oggi di non restare mai fermi e di offrire agli appassionati sempre qualcosa di nuovo da bere. Il 2018 ha quindi visto arrivare Personal Jesus (10% American Wheat Wine in collaborazione con Birrificio Italiano), Unconditional Love (6,7%  Wine Oaked & Dry Hopped American Sour Ale), Hang Loose (6,5% White IPA), Bill Kilgore (6.3% American IPA), Vato Loco (6.7% NEIPA con aggiunta di albicocca ed estratto di bacche di vaniglia), Tripla Doppia (11,5% tripel) e Mea Culpa (11% Belgian Strong Dark Ale). Ne avrò dimenticata qualcuna?

Le birre.
Sun Stroke è la Double IPA di casa East Side e la statua della libertà in etichetta omaggia la nazione che ha “inventato” questo stile: i luppoli utilizzati sono Citra, Cascade, Columbus e Galaxy. La bottiglia in mio possesso è però una “Vermont Edition”: parliamo quindi di una Double NEIPA, torbida e succosa, fermentata con il lievito che negli ultimi anni ha rivoluzionato lo stile. L’aspetto è in effetti simile ad un torbido succo di frutta, la schiuma è cremosa, abbastanza compatta e mostra un’ottima persistenza. Ananas, mango, papaia, pompelmo, mandarino e arancia danno un intenso e caloroso benvenuto; in sottofondo fa capolino anche qualche nota dank. Se consideriamo che le NEIPA non sono certo il palcoscenico ideale per esprimere pulizia e finezza, direi che il risultato è comunque piuttosto positivo.  La sensazione palatale è morbida e molto gradevole,  “chewy” quanto basta per mantenere comunque una buona scorrevolezza. Il gusto mi sembra un po’ meno definito dell’aroma ma c’è comunque tutto quel che serve per soddisfare chi ama il New England: mango e ananas, agrumi, un finale resinoso di buona intensità e durata. Il tanto temuto “grattino/effetto pellet” che spesso affligge queste birre è qui ridotto davvero ai minimi termini, c’è una buona secchezza e un’ottima intensità. Quest’ultima caratteristica riguarda anche l’alcool (8.5%) che si sente e non fa sconti, riscaldando ogni sorso: personalmente prediligo interpretazioni un po’ meno muscolari dello stile che favoriscono la facilità di bevuta, ma qui si rientra nei gusti personali.

Con la Sour Side andiamo invece in Germania: parliamo di Berliner Weisse, birra di frumento popolarissima nella Berlino del diciannovesimo secolo e poi decaduta al punto che nella capitale era rimasta solo la Berliner Kindl Brauerei a produrla.  Le sue caratteristiche sono l’impiego di una percentuale di frumento che varia tra il 25 ed il 50%, una bassa gradazione alcolica, una vivacissima carbonazione e, soprattutto, una spiccata acidità ottenuta mediante una seconda fermentazione in bottiglia aggiungendo lactobacilli.  La Craft Beer Revolution, come avvenuto in altri casi, ha saputo riportare in vita quello che l’industria e le grandi multinazionali erano quasi riuscite a sopprimere. Le Berliner Weisse godono oggi di una nuova vita: sono leggere, rinfrescanti e dissetanti, soprattutto se la loro tagliente acidità viene ammorbidita dall’aggiunta di frutta.  Nel caso della Sour Side, oltre ad una berliner “pura” ne è stata realizzata una aggiungendo pesca e albicocca ed una con le visciole; proprio in questi giorni ne sta arrivando una al lampone.  
Il suo colore rosato è davvero splendido, mentre la vivace schiuma leggermente sporcata di rosa è generosa ma abbastanza rapida nello svanire.  Le visciole dominano l’aroma ma sono in buona compagnia: profumi di frumento e impasto di pane, limone, fragoline. Scattante e snella, al palato scorre con velocità davvero impressionante e in breve tempo ci si ritrova con il bicchiere dimezzato; personalmente ci vedrei bene qualche bollicina in più. Nel bicchiere c’è l’asprezza delle visciole e di qualche altro frutto (limone, un tocco di mela), note di pane e frumento, qualche suggestione di fragolina, un’acidità lattica molto ben controllata. Il percorso si chiude con un veloce passaggio amaricante di nocciolo di visciola ma è soprattutto la grande secchezza a ripulire il palato, obbligandolo di fatto a desiderare subito un altro sorso. Bella (in questo caso l’aspetto estetico è davvero notevole), profumata, pulita e facile da bere: un valido alleato nelle giornate più calde dell’anno o un leggero e gustoso aperitivo.  A voi la scelta.
Ringrazio il birrificio per avermi inviato le birre da assaggiare. 

Nel dettaglio:
Sun Stroke (Vermont Edition), 33 cl., alc. 8.5%, lotto 49 18, scad. 01/10/2019, prezzo indicativo 5.00 euro
Sour Side (Cherry Edition), 33 cl., alc. 4.8%, lotto 30 18, scad. 01/07/2019,  prezzo indicativo 4.50 euro

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 22 ottobre 2018

Dead Centre Seeking Sunshine & Dot Brew Fridge Art IPA

Eccoci ad un nuovo appuntamento con la Craft Beer Revolution irlandese e due dei suoi protagonisti: partiamo da Dead Centre Brewing, beerfirm fondata nel 2017 da Liam Tutty ad Athlone, 120 chilometri ad ovest di Dublino. Tutty ha incontrato per la prima volta la birra artigianale nel 2007  quando viveva in Austrialia. Rientrato in Irlanda ha iniziato con l’homebrewing, mantenendo in un certo senso viva la tradizione di famiglia: sua nonna produceva sidro casalingo. Le sue birre fatte in casa ottengono buoni riconoscimenti nei concorsi e nel 2015 viene assunto nel reparto marketing del birrificio Rye River di Kildare ma alla fine del 2016 viene improvvisamente licenziato. Anziché perdersi d’animo, Tutty sfrutta la sua esperienza per mettere in piedi la propria beerfirm Dead Centre Brewing che s’appoggia sugli impianti del birrificio St. Mel’s di Longford e debutta nell’autunno del 2017 con That Magnificent Beast, una ”juicy oatmeal pale ale” seguita a ruota dalla Marooned IPA, a tutt’oggi l’unica birra che Dead Centre produce regolarmente. 
Sono già in corso i lavori di ristrutturazione di un edificio di Athlone con vista sul fiume Shannon dove entrerà in funzione un impianto da 10 ettolitri: cinquecentro metri quadrati che ospiteranno anche un bar, un ristorante ed una caffetteria: “un birrificio ad Athlone non è economicamente sostenibile senza i proventi del ristorante e del bar“ ammette Tutty.  Grazie all’operato della Irish Craft Canning sono anche arrivate le lattine, formato ormai sempre più indispensabile se si vuole competere sull’affollato palcoscenico della birra artigianale.

La birra.
Seeking Sunshine è la IPA che Dead Centre ha dedicato alla stagione che ci siamo da poco lasciati alle spalle. Malto Pale, frumento, avena, luppoli Citra ed Amarillo: questi gli ingredienti per una birra dorata e velata,  con schiuma cremosa e compatta dall’ottima persistenza. L’aroma è pulito e ancora discretamente fresco: pompelmo, mandarino, passion fruit e papaia, pesca. Semplice ed essenziale, gradevole. Queste premesse positive non sono però completamente mantenute al palato: pane e crackers, un accenno di frutta tropicale, un po’ di pompelmo e un finale zesty  ed erbaceo dall’intensità e dalla lunghezza piuttosto limitate. Capisco le intenzioni di Dead Centre di fare una birra poco impegnativa e facile da bere per la stagione estiva, ma ciò non dovrebbe pregiudicare intensità e personalità, che in questa bevuta latitano.  L’idea mi sembra comunque ben concepita: è una IPA profumata, bilanciata e abbastanza secca: se riuscisse a scrollarsi di dosso un po’ di timidezza, replicando nel gusto quanto di buono espresso nell’aroma, il risultato sarebbe notevole.
Formato 40 cl., alc. 5%, lotto ICC18170, scad. 19/06/2019, prezzo 4.00 euro (beershop, Irlanda)


Da Dublino arriva invece DOT Brew, beerfirm fondata nel 2016  dall’ex-homebrewer Shane Kelly che dopo dieci anni ha coraggiosamente abbandonato la sua carriera in uno studio d’architettura per trasformare il proprio hobby in una professione:  la moglie e i due giovanissimi figli, autori anche di alcuni degli scarabocchi presenti in etichetta, hanno sospirato. Ad affiancarlo, anche come investitori, gli amici Mikey e Pete. Non ho trovato molte informazioni in rete ma da quanto ho capito DOT Brew produce sugli impianti del birrificio Hope di Dublino: Kelly ha preferito investire in un magazzino, in quanto il suo interesse principale sono agli invecchiamenti in legno: whiskey, bourbon, vino.  Accanto a questi prodotti dalla buona marginalità ma di nicchia ci sono inevitabilmente anche delle birre quotidiane: IPA, stout, lager. Sono una trentina le etichette prodotte in due anni d’attività; qualche mese fa sono arrivate anche le lattine.  Alla Session IPA Fridge Art l’onore del debutto.

La birra.
Nel bicchiere è di color oro carico velato: la schiuma è cremosa, abbastanza compatta ed ha una buona persistenza. Il naso non ha particolarmente intenso e non si distingue per particolare livelli di eleganza o pulizia: ci sono comunque dei gradevoli profumi di mango e ananas, pompelmo, papaia. “Session IPA” è una denominazione che aiuta a vendere e quindi non ci si deve sorprendere di vederla applicata ad una birra dall’ABV (5.2%) ben oltre la soglia della “sessionabilità”.  La facilità di bevuta è comunque garantita, la birra scorre veloce tra lievi note mielate e biscottate, frutta tropicale, pompelmo, amaro resinoso e terroso di breve durata. L’intensità dei sapori non è affatto male ma su pulizia e definizione c’è ancora parecchio lavoro da fare; il risultato è una IPA piacevole che tuttavia non lascia un gran ricordo di sé e tende a confondersi assieme a tante sorelle irlandesi che s’assomigliano.
Formato 40 cl., alc. 5,2%, scad. 09/03/2019, prezzo 4,50 euro (beershop, Irlanda)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 17 ottobre 2018

Bierschmiede Amboss Imperial Stout

Bierschmiede, il fabbro della birra: è il mestiere un tempo svolto dal padre che Mario Scheckenberger ha individuato come nome giusto per il proprio microbirrificio inaugurato a Steinbach am Attersee, Austria, nel luglio del 2015. Scheckenberger proviene da sedici anni di homebrewing nel corso dei quali ha ottenuto con una Citra Pils il primo posto al concorso nazionale Staatsmeisterschaft der Haus und Kleinbrauer del 2013, ora rinominato Austrian Beer Challenge, dedicato alle produzioni casalinghe e dei piccoli birrifici; in un capanno di legno nel giardino di casa aveva installato un impiantino da 50 litri di seconda mano proveniente dalla Argus-Bräu. 
Dopo oltre una trentina di birre realizzate tra le mura domestiche a nome ScheckiBräu, nel luglio del 2015 Scheckenberger lascia il proprio lavoro all’ufficio marketing della Brau Union per lanciare la Bierschmiede: l’impianto da 10 ettolitri trova posto in un ex circolo ricreativo di Steinbach, sulle rive dell’Attersee. Sono quasi una decina le birre prodotte, i cui nomi sono tutti in qualche modo collegati al mestiere del fabbro:  Werkstück (il pezzo grezzo sul quale si abbatte il martello) è una Märzen prodotta con luppolo Celeja,  Meisterstück (il capolavoro) è una Pils con Celeja e Citra, Rotglut (incandescenza rossa) è una Dunkel con una piccola percentuale di malto di segale, la Weißglut  (incandescenza bianca) una classica Hefeweizen, Zunder (la calamina, se non erro) una Rauchbier, Hammer (il martello) è una Baltic Porter e Amboss, l’incudine, un’Imperial Stout. 
Alla Braustub'n, taverna con vista sugl’impianti, potete bere tutte le birre di Bierschmiede affiancando loro una buona scelta di prodotti regionali; è aperta  giovedì a sabato dalle 17 alle 23; negli stessi giorni, se non riuscite ad aspettare le cinque del pomeriggio, potete acquistare bottiglie d’asporto e merchandising nel punto vendita chiamato s'Gschäft'l.

La birra.
Amboss, l’incudine, è alla pari del martello lo strumento prediletto dal fabbro: logico che il nome sia stato riservato all’ammiraglia della casa, ovvero una potente imperial stout (9.6%) prodotta con sei diversi tipi di malto e tre luppoli.  Allontaniamoci quindi dalla tradizione tedesca per stappare questa birra che credo sia disponibile solamente nel periodo invernale. 
Nel bicchiere è quasi nera e forma una bella testa di schiuma cremosa, abbastanza compatta e dall’ottima persistenza. L’aroma non è un inno alla pulizia ed alla finezza ma è comunque gradevole: tostature di orzo e di pane, un filo di fumo, esteri fruttati che richiamano uvetta, prugna e ciliegia. La scuola tedesca vuole birre sempre facili da bere ed è quindi inutile cercare particolari viscosità nelle loro interpretazioni di questo stile:  l’Amboss non fa eccezioni ma regala comunque un mouthfeel gradevole e morbido, quasi vellutato, che avvolge delicatamente il palato con poche bollicine. La bevuta inizia dal dolce di caramello e frutta sciroppata disidratata (uvetta e prugne) per poi evolvere rapidamente in un rapido crescendo amaro ricco di tostature e fondi di caffè nel quale anche il luppolo fa sentire la sua presenza con note terrose. L’alcool risponde presente senza gridare, portando quel calore necessario a riscaldare le fredde serate d’inverno:  la birra è bilanciata ma non del tutto armonica, con le componenti dolce e amaro che sembrano viaggiare su binari paralleli senza mai incontrarsi.  Eleganza e pulizia sono migliorabili ma nel complesso “l’incudine” di Bierschmiede è una Imperial Stout intensa e gradevole, se la si colloca nel contesto austriaco; per aspirare invece “all’eccellenza internazionale”, la strada da fare è ancora piuttosto lunga.
Formato 33 cl., alc. 9.6%, scadenza 03/05/2019, prezzo indicativo 5.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

giovedì 11 ottobre 2018

Filodilana Borgna & Filodilana Peura Neira


Debutta sul blog Filodilana Laboratorio Birrario, giovane beerfirm piemontese (Chieri / Carmagnola) operativa dal 2016. A fondarla Matteo Pellis, Alberto Bodritti e Diana Vergnano, i primi due alle prese con l’homebrewing dal 2011 con diverse partecipazioni ai concorsi nazionali organizzati da Hobby Birra e Mobi.  Le etichette delle bottiglie prodotte in casa raffiguravano spesso delle pecore ed ecco in parte spiegata la scelta del nome Filodilana: l’altra motivazione ha a che fare con il territorio locale di Chieri, nel quale sin dal quindicesimo secolo l'artigianato tessile risultava tra le attività economiche principali.  
Il territorio è presente non solo nelle parole ma anche nei fatti, ovvero negli ingredienti di alcune birre: una Quadrupel prodotta con pere Martin Sec (prodotto tradizionale piemontesi) due Italian Grape Ale che utilizzano uva Arneis e Nebbiolo, una Imperial Stout con al caffè Vergnano di Chieri: la gamma è poi completata dall’American Pale Ale Lupo Alberto, dalla bitter Borgna, dalla Belgian Ale Beela e dalla Tripel Dolly. La produzione avviene sugli impianti del birrificio Birrificio Castagnero di Rosta ed il Birrificio Sabaudo di Carmagnola. 
Quando si parla di beerfirm si pensa subito al passo successivo, ovvero a diventare un birrificio dotato di impianti propri. Non è questo un progetto a medio-breve termine per Filodilana: in cantiere c’è invece l’idea di aprire un locale per la somministrazione diretta delle birre, una sorta di “taproom”. 

Le birre.
Belgio ed Inghilterra sono le due tradizioni brassicole maggiormente rappresentate nell’offerta attuale di Filodilana. Partiamo dalla Borgna, una (extra special) bitter che si prende la licenza poetica di utilizzare luppolo ceco Saaz, anche in dry-hopping. La parola borgna, che in dialetto piemontese significa “cieca”,  si riferisce indirettamente proprio al paese d’origine del luppolo.  Il suo colore è un bell’ambrato carico con riflessi rosso rubino; la schiuma è fine, compatta e rivela ottima persistenza. Frutta secca a guscio, ciliegia, biscotto e caramello danno forma ad un aroma rispettoso dello stile e caratterizzato da buona pulizia ed intensità: in sottofondo qualche nota terrosa ed erbacea.  La bevuta ripropone lo stesso canovaccio passando dal dolce di biscotto e caramello, qualche estero fruttato, ad un amaro terroso di discreta intensità con qualche accenno di pane. I descrittori sono quelli giusti, ma in bocca c’è qualche problemino a rendere questa bitter meno godibile di quello che potrebbe essere:  troppe bollicine a disturbare la flemma inglese, qualche cedimento acquoso di troppo, una lieve astringenza,. C’è equilibrio ma manca armonia e i passaggi dolce-amaro risultano un po’ troppo bruschi. 

Peura neira in alcune aree del Piemonte significa pecora: per quel che riguarda la birra si tratta invece di una Imperial Stout prodotta con malti Maris Otter, Cara Vienna, Special B, Chocolate e Roasted, fiocchi di frumento, luppolo e lievito americano, una selezione di caffè Arabica e Robusta di Vergnano 1882 
Si veste di nero, la schiuma cremosa è abbastanza compatta ed ha una buona persistenza. L’aroma parla di caffè liquido, moca, orzo tostato, liquirizia, qualche accenno di pelle/cuoio: c’è pulizia e l’intensità è di livello, da migliorare è invece la finezza dell’ingrediente caffè. Anche in questa bottiglia ci sono troppe bollicine: la sua consistenza non presenta particolari densità o viscosità, caratteristica che accomuna la maggior parte delle Imperial Stout prodotte nel nostro paese. La scorrevolezza è chiaramente avvantaggiata, ma personalmente preferisco un po’ più di “ciccia” quando decido di bere una birra di questo tipo.  Caffè ed intense tostature caratterizzano il gusto di una birra dura e tosta, che procede senza esitazioni: liquirizia, caramello e qualche nota fruttata (prugna, uvetta) restano in sottofondo, l’acidità dei malti scuri anticipa un finale ricco di intense tostature e di una nota luppolata resinosa che  amplifica ulteriormente la percezione dell’amaro. L’alcool (9.5%) riscalda ogni sorso senza disturbare la bevuta;  è una imperial stout che piacerà a chi ama le interpretazioni più dure dello stile, alla Yeti di Great Divide giusto per darvi un punto di riferimento.  Anche questa birra ha qualche calo di tensione ma necessita soprattutto di maggior pulizia e precisione al palato: in questo c’è ancora parecchia strada da fare se si vuole realizzare un’imperial stout capace di “competere” con le migliori produzioni nazionali e (soprattutto) internazionali.
Nel dettaglio:
Borgna, 33 cl., alc. 5%, IBU 32, lotto 06/02/2018  (?), scad. 06/09/2019, prezzo indicativo 4.00 Euro
Peura Neira, 33 cl., alc. 9.5%, IBU 80,  06/02/2018, scad. 06/02/2028, prezzo indicativo 4.50 Euro

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

mercoledì 10 ottobre 2018

Stone Barrel C No Evil & Third Barrel Shut Up Juice

Proseguiamo il nostro viaggio in Irlanda, nello specifico nella zona industriale a sud-ovest di Dublino: è qui che ha trovato casa il birrificio Stone Barrel, aperto alla fine del  2013 da Niall Fitzgerald e Kevin McKinney. I due erano colleghi di lavoro nel settore finanziario, poi la crisi economica li ha costretti a cercare alternative:   “andai per un periodo all’esteroricorda Niall – e al mio ritorno trovai Kevin alle prese con un nuovo hobby, l’homebrewing. Mi conquistò subito e passammo ogni sabato libero a fare birra e ad assaggiare le nostre produzioni: nel 2012 ci iscrivemmo ad un concorso per homebrewers e la nostra Milk Stout vinse una medaglia. Prendemmo coraggio e dopo un anno eravamo pronti a partire. Il nostro obiettivo era semplicemente di fare quelle birre che ci piacevano bere”. 
Nell’attesa di ricevere e mettere in funzione il proprio impianto Stone Barrel opera per qualche mese come beerfirm producendo in Inghilterra: il debutto avviene con la Session IPA BOOM seguita dalla IPA C No Evil.  L’impianto di seconda mano che ha trovato casa nella periferia di Dublino ha una capacità di 11 ettolitri e proviene dalla Repubblica Ceca. Qualche mese fa è stato effettuato un pesante restyling delle etichette e sono anche arrivate le ormai irrinunciabili lattine.

Le birre.
Nasce nel 2013 come produzione occasionale (quaranta fusti prodotti in tutto) ma è ora disponibile tutto l’anno la IPA chiamata “C No Evil”: il suo nome è l’iniziale di tre famosi luppoli americani: Centennial, Cascade e Citra, questi ultimi due usati solo in late e dry hopping. Aspetto impeccabile, schiuma cremosa e compatta, livrea che oscilla tra il dorato e l’arancio. La lattina recita “drink fresh” ma non c’è nessuna data di confezionamento a dare punti di riferimento precisi: l’aroma è tuttavia fresco e pulito, una bella intensità composta da ananas e mango, pompelmo e arancia, qualche traccia resinosa e vegetale.  Al palato scorre con buona velocità non disdegnando qualche allusione morbida e cremosa: il gusto mostra piena corrispondenza con l’aroma e ne mantiene gli stessi elevati standard qualitativi. Pane, un accenno biscottato, un fruttato tropicale dolce e delicato, un anticipo di pompelmo prima di un bel finale amaro, resinoso e pungente di buona intensità e durata. L’alcool (6%) è piuttosto ben gestito e tuttavia è una IPA che sembra essere “più grande” di quanto dichiara: merito di un’intensità piuttosto elevata. Non regala molte emozioni ma è una IPA precisa e pulita, ben definita, con ogni cosa al posto giusto: moderna ma non modaiola, bilanciata, fatta davvero  bene. Di quelle che ti trovi sempre volentieri nel bicchiere.

Sugli impianti di Stone Barrel vengono attualmente prodotte anche le birre della beerfirm Third Circle lanciata nel 2015 dall’homebrewer Jon Grennan. Non sono riuscito a capire se Grennan ha anche partecipato economicamente all’acquisto dell’impianto ma quello che è certo è che  Thrid Circle e Stone Barrel hanno poi congiuntamente creato nel 2017 la beerfirm Thrid Barrel, una ventina di birre già all’attivo. 
Shut Up Juice viene definita una New World Pale Ale prodotta con Citra, Vic Secret, El Dorado e  Simcoe. Nel bicchiere è di un bel color dorato/arancio piuttosto velato; la schiuma ha una buona persistenza ma risulta un po’ scomposta. Buona intensità ma pulizia solo discreta al naso: c’è una generale sensazione di dolce frutta tropicale, di arancia zuccherata, pompelmo. L’insieme è indubbiamente gradevole ma i singoli elementi non sono ben definiti. Un eccesso di bollicine disturba un po’ quella che è una bevuta dall’ottima intensità se si considera la gradazione alcolica (5%). Domina la frutta tropicale con qualche incursione di pompelmo e arancio, il finale è piacevolmente secco con un veloce passaggio amaro resinoso che lascia il palato ben pulito.  Nonostante le imprecisioni c’è equilibrio e carattere in questa Shut Up Juice: anche qui siamo davanti ad una IPA moderna ma non modaiola, ovvero non a una birra che “sa di birra” e non ad un succo di frutta. Si vede una mano abile (la stessa di Stone Barrel, presumo) e un bel potenziale parzialmente inespresso sul quale si può lavorare con ottimismo. 
Nel dettaglio:
Stone Barrel C No Evil, 44 cl., alc. 6%, lotto #0049, scad. 27/04/2019, prezzo indicativo 4.00 euro (beershop, Irlanda)  
Third Barrel Shut Up Juice, 44 cl., alc. 5%, lotto 0052, scad. 02/06/2019, prezzo indicativo 4,30 euro (beershop, Irlanda)  

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

martedì 9 ottobre 2018

Founders DankWood

Rieccoci a parlare – sempre con piacere – della Barrel Aged Series del birrificio Founders di Grand Rapids, Michigan. Sei birre l’anno provenienti dall’enorme “cantina” (virgolette d’obbligo), ovvero una vecchia cava di gesso ora in disuso che si trova a 5 chilometri di distanza dal birrificio. E’ qui dove oggi riposano circa 20.000  barili a 25 metri di profondità e ad una temperatura costante di 3-4 gradi centigradi: inaugurata nel 1890 dalla  Alabastine Mining Company, la cava fu utilizzata sino al 1943 quando la società fallì; nel 1957 il dedalo di corridoi e passaggi che si snoda per una decina di chilometri fu acquistato dalla Michigan Natural Storage Company e riconvertito in un magazzino di stoccaggio “naturalmente refrigerato” che viene utilizzato da numerose aziende, oltre che da Founders.    La “cantina” di Founders non è visitabile, se non in rare occasioni speciali:  nonostante la temperatura delle cave sia bassa, le botti sono state collocate in una zona nella quale operano condizionatori d’aria che permettono di regolare anche l’umidità. I barili vengono riportati in superficie con un montacarichi, caricati su di un camion e consegnati al birrificio; dalle botti la birra viene trasferita in serbatoi d’acciaio e centrifugata per rimuovere i sedimenti.  La Barrel Aged Series 2018 ci ha portato KBS (marzo), Backwoods Bastard (aprile),  Dankwood (Maggio), Barrel Runner (giugno) e Curmudgeon’s Better Half (agosto): l’ultima birra prevista per novembre sarà annunciata nelle prossime settimane. 
Ricordo che la partnership (30%) con il birrificio industriale spagnolo Mahou San Miguel ha tolto nel 2014 a Founders lo status di birrificio artigianale secondo le linee guida dell’American Brewers Association: ma è soprattutto grazie a  (o per colpa di) ciò che è oggi possibile assaggiare queste birre anche alle nostre latitudini.

La birra.
Facciamo un salto indietro all’agosto del 2015 quando Founders annunciava l’arrivo della reDANKulous, un’Imperial Red IPA luppolata con Chinook, Mosaic e Simcoe: faceva parte della Backstage Series, ovvero birre sperimentali/occasionali precedentemente disponibili solo alla taproom di Grand Rapids e distribuite per la prima volta in bottiglie da 75 cl.  Inevitabile anche sperimentarne il suo invecchiamento, visto che alla Founders non mancano spazio e botti: nel 2016, dopo 485 giorni passati in botti di bourbon, alla spina della taproom veniva attaccato qualche fusto di Barrel Aged reDANKulous. A luglio del 2017 chi passava da Grand Rapids poteva invece assaggiare per la prima volta un bicchiere di Brandankulous, ovvero reDANKulous invecchiata per 380 giorni in botti di brandy: è attaccata alla spina anche oggi, se siete da quelle parti. I due esperimenti hanno evidentemente convinto il birraio Jeremy Kosmicki sulla validità di una Imperial Red IPA barricata: la produzione è stata incrementata e sono state riempite molte botti di bourbon. Il risultato che possiamo assaggiare oggi in bottiglia, anche dall’altra parte dell’oceano, è stato chiamato Dankwood: “questa birra è un esempio della nostra volontà di spingerci sempre oltre: molti birrifici si limitano ad invecchiare in botte uno o due stili di birra, noi invece non mettiamo limiti alla curiosità e alla sperimentazione”. 
Nel bicchiere c’è un bel tramonto infuocato, ambrato carico con intense venature rossastre: in superficie una nuvola di schiuma cremosa e compatta, color ocra, dalla buona persistenza. La contemplazione estetica è però ben presto interrotta da un aroma potente e indicativo del contenuto alcolico di questa Imperial Red IPA: 12.2%. Il bourbon è protagonista ed è affiancato (ovviamente) da quei profumi tipici di una IPA “poco fresca”: il dank qui è diventato un misto resinoso-vegetale, marmellata d’arancia,  caramello e biscotto. In sottofondo un velo dolce di vaniglia.  La bevuta non è da meno e i primi sorsi sono piuttosto impegnativi: l’alcool si fa sentire sin dall’ingresso, affiancando il dolce di caramello, biscotto e marmellata d’arancia prima dell’arrivo di un’ondata amara resinosa e vegetale, pungente. Un attimo di tregua ed il bourbon è nuovamente protagonista di un retrogusto lunghissimo, intenso, caldo. Alla potenza si contrappone il mouthfeel, docile e a tratti quasi morbido. 
E’ indubbiamente ben fatta ma non rientra esattamente nelle mie preferenze la DankWood di Founders: il binomio amaro resinoso e bourbon è per me piuttosto pesante da smaltire e mi obbliga a centellinare il liquido molto lentamente.  Dopo un po’ il palato s’abitua e le cose migliorano leggermente, ma personalmente preferisco abbinare il bourbon al profilo dolce di una scotch ale (Backwood Bastard) o all’amaro del tostato/caffè (KBS).
Formato 35,5 cl., alc. 12.2%, IBU 65, imbott. 10/04/2018, prezzo indicativo 5.00-6.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

lunedì 8 ottobre 2018

Reel Deel Say Nowt Stout

Continuiamo il nostro viaggio all’interno della Craft Beer Revoultion irlandese recandoci a Crossmolina, contea di Mayo: è qui che nel 2014 Marcus Robinson ha fondato la Reel Deel Brewery. Inglese di nascita, Robinson si trasferisce dallo Yorkshire in Irlanda nel 2007 assieme alla moglie Catherine, nata e cresciuta invece nella contea di Mayo: l’homebrewing è un hobby che praticava sin dai tempi della scuola superiore, alla metà degli anni ’80. L’idea di aprire un birrificio è una conseguenza della crisi dell’industria edilizia, ramo in cui operava, che colpisce l’Irlanda nel 2009: ci vogliono però quasi 5 anni prima di vedere in funzione il nuovo impianto da 16 ettolitri  della Reel Deel, birrificio che prende il nome dal fiume (Deel) che scorre nei dintorni. Il debutto avviene con la Irish Blond, una piccola rivoluzione locale: “fino a sei mesi fa in questa zona non si trovava nessuna birra artigianale. Ora i bar iniziano a tenere qualche bottiglia, proveniente principalmente da birrifici di Cork e Dublino; la mia speranza è che la gente voglia anche comprare qualche birra locale”. 
A Marcus e al birraio Paul Williams non interessa però seguire le mode: a testimoniarlo le sole sette etichette realizzate in quattro anni d’attività. L’unica concessione sono le grafiche delle bottiglie che ultimamente hanno subito un restyling per renderle moderne e in grado di competere sugli scaffali sempre più affolati di beershop e supermercati. Dallo scorso maggio Reel Deel è distribuito nella capitale Dublino e ha raggiunto poche settimane fa un accordo con la catena di supermercati Lidl nell’ambito di un progetto che mira alla valorizzazione e alla crescita di medie e piccole imprese irlandesi. E se non erro sono arrivate anche le prime lattine.

La birra.
“Is binn béal ina thost”  (letteralmente “una bocca silenziosa è dolce”) è un proverbio irlandese che potremmo tradurre come “il silenzio è d’oro”: questo il motto che Reel Deel ha scelto per la propria stout chiamata Say Nowt, prodotta con malti tostati irlandesi, frumento, luppolo Bramling Cross. 
Nel bicchiere si presenta di color ebano scuro con una generosa schiuma cremosa e compatta dalla buona persistenza. L’aroma è un ottimo biglietto da visita, pulito ed elegante:  profumi di cioccolato al latte, caffè, caramello brunito, qualche accenno di frutti di bosco. Qualche bollicina in eccesso disturba un po’ quello che è comunque un mouthfeel scorrevole e leggero, senza velleità cremose o morbide. Il gusto cerca di replicare l’aroma ma purtroppo non lo fa con la stessa pulizia e precisione: una generale sensazione di torrefatto e caffè scorre al palato senza lasciare un grande ricordo, di tanto in tanto fa capolino qualche traccia di cioccolato. C’è una buona secchezza, l’intensità è discreta con un sussulto finale nel quale l’amaro terroso del luppolo affianca quello delle tostature: spunta anche qualche nota di cenere, quasi di affumicato. Say Nowt Stout, discreta interpretazione dello stile che tuttavia mi ha lasciato un po' perplesso: ero rimasto maggiormente impressionato dalla Pale Ale Jack The Lad, una session beer fresca, secca e pulita, godibilissima, con un carattere gentilmente fruttato donatele dall’utilizzo del Citra. 
Formato 50 cl., alc. 4.8%, lotto BAT10, scad. 20/10/2018, pagata 3,70 euro (supermercato, Irlanda)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio