martedì 5 giugno 2018

US Wee Heavy: Great Divide Claymore, Oskar Blues Old Chub & Dark Horse Scotty Karate


Oggi cambiamo un po’ la solita routine di Unabirralgiorno e vediamo tre differenti interpretazioni dello stesso stile: Wee Heavy o Strong Scotch Ales che dir si voglia. A questa “orizzontale” tutta americana partecipano due birrifici del Colorado (Great Divide e Oskar Blues) e uno del Michigan (Dark Horse). 

Procediamo in ordine crescente di gradazione alcolica partendo dalla Claymore (7.7%) Scotch Ale di Great Divide, birra che prende il nome dalla omonima spada a due mani usata dai guerrieri scozzesi tra Medioevo ed Età Moderna: ma al contrario della pesante arma, dicono, per berla avrete bisogno di solamente una mano. 
Nel bicchiere è di un bel color ebano scuro con accese venature rossastre, la schiuma è compatta e cremosa ed ha una discreta persistenza. Il suo percorso mostra perfetta corrispondenza tra aroma e gusto: biscotto, pane nero e caramello sono affiancati da esteri fruttati che richiamano prugna e uvetta. L’amaro è praticamente assente se si eccettua la quantità strettamene necessaria a bilanciare il dolce. Il percorso si conclude con una buona attenuazione e un leggero tepore etilico che riscalda il retrogusto di frutta sotto spirito. Poche bollicine rendono la bevuta scorrevole e morbida al palato: non c’è molta profondità, personalità o “cuore” in questa Claymore ma è comunque una birra che si beve con buona soddisfazione. Precisa, dolce ma ben bilanciata, pulita, facile da bere: la bottiglia in questione è “nata” ad ottobre 2016. 

Restiamo in Colorado e spostiamoci al birrificio Oskar Blues dove ci aspetta una lattina  (ovviamente) di Old Chub (8%): questo il nome per la Scottish Strong Ale della casa la cui ricetta prevede anche una piccolissima percentuale di malto affumicato. 
Il suo vestito è leggermente più scuro rispetto a quello della Claymore, così come le splendide venature color rubino. Il naso è caldo e avvolgente; toffee, biscotto, prugna e uvetta, ciliegia,  accenni di pane tostato e terrosi, tutti avvolti da una delicata presenza etilica. La bevuta procede nella stessa direzione senza divagazioni: è dolce ma ben bilanciata da un finale abbastanza secco e da un tocco amaricante che richiama il terroso e il tostato. Un morbido ma percepibile alcohol warming regala anche un lungo retrogusto che scalda cuore e anima e anche una suggestione di fumo. Un anno o poco più di vita per questa lattina di Oskar Blues che si sorseggia senza grosse difficoltà;  l’interpretazione dello stile mi sembra molto più convincente di quella di Great Divide, sia per intensità che per personalità. 

Il birrificio del Michigan Dark Horse dedica la propria Wee Heavy al musicista e concittadino Scotty Karate, un “one man band” nato a Marshall: anche la ricetta di questa birra prevede una piccola percentuale di malto affumicato su legno di ciliegio. Dark Horse non scherza e porta l’ABV all’estremità alta dei parametri dello stile: 9.75%. 
Un leggero gushing all’apertura fa temere il peggio ma si tratta solo di un eccesso di carbonazione: il suo colore è simile a quello della Old Chub ma già dall’aroma si può intuire che il livello si è innalzato. I profumi sono ricchi ed intensi, caldi e avvolgenti: volendo fare una critica gli esteri fruttati quasi annullano la percezione della componente maltata, ma il bouquet olfattivo è comunque molto gradevole. Ciliegia, fragola, fico, prugna e uvetta, mela al forno e frutti di bosco, melassa, accenni di vino marsalato che potrebbero essere dovuti all’età anagrafica della bottiglia (2015).  Ci sono ovviamente troppe bollicine al palato e bisogna avere la pazienza di lasciarle calmare per poter apprezzare la sensazione palatale morbida, quasi piena di questa birra. Al palato c’è un maggior equilibrio tra malti (biscotto e caramello) e quegli esteri protagonisti dell’aroma, l’alcool riscalda senza eccessi tutta la bevuta da capo a coda. E’ una Strong Scotch Ales molto intensa  il cui dolce viene bilanciato dall’alcool, da una buona secchezza e da una nota amaricante terrosa e leggermente tostata. Profondità e complessità non le mancano e si congeda lasciando una lunghissima scia etilica di frutta sotto spirito. 
Problema “bollicine” a parte, la Scotty Karate di Dark Horse vince a mani basse questa mini sfida; mi sembra una birra con un interessante potere d’invecchiamento: a tre anni dalla messa in bottiglia è ancora potente e mostra alcune belle note ossidative che la portano nel terreno dei vini marsalati.
Nel dettaglio:
Claymore Scotch Ale, 35.5 cl., alc. 7.7%, imbott. 18/10/2016, prezzo indicativo 4.50-5.00 euro
Old Chub, 35.5 cl., alc. 8.0%, IBU 25, imbott. 07/02/2017,  prezzo indicativo 5.00 euro
Scotty Karate Scotch Ale, 35.5 cl., alc. 9.8%, lotto KAR138, imbott. 30/10/2015 (?),prezzo indicativo 5.00 euro

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 4 giugno 2018

CRAK / Fyne Ales The Hunchback

Tra i birrifici italiani CRAK è probabilmente quello che sta facendo un percorso più simile, con le dovute proporzioni, a quello dei birrifici internazionali sulla cresta dell’onda: utilizzo del formato lattina anziché bottiglia, collaborazioni con birrifici europei ed americani, partecipazioni a festival internazionali (pensate al Hunahpu's Day di Cigar City in Florida) e una festa di compleanno (WoodsCRAK) tenutasi poche settimane fa alla quale hanno preso parte colleghi provenienti da tutto il mondo. Tra i più noti Jester King , Magic Rock, Other Half  e Beavertown.  Senza dimenticare il riconoscimento tutto italiano ottenuto lo scorso febbraio quando all’ultima edizione di Birra dell’Anno CR/AK è stato eletto birrificio dell’anno in virtù delle medaglie ottenute nelle rispettive categoria dalla Mundaka, dalle NEIPA DDH Amarillo e DDH Mosaic, da Cantina BV05, Dark Chili Pond e IGA Tap Crak. 
Una delle ultime nate in casa CR/AK è la Session IPA chiamata The Hunchback (il gobbo) realizzata assieme agli scozzesi di Fyne Ales e disponibile da inizio maggio. Il sodalizio tra i due birrifici si è poi ulteriormente rafforzato nel corso FyneFest che si è tenuto lo scorso weekend: una tre giorni di birra, cibo e musica organizzata sul terreno di proprietà di Fyne. Duecento le birre disponibili alla spina e una buona rappresentanza del nostro paese curata dal Ma Che Siete Venuti a Fa': Bionoc, Ca’ Del Brado, CR/AK, Extraomnes, Hammer, Hilltop, Lambrate, Rebel’s, Ritual Lab e Vento Forte.

La birra.
Ekuanot, Loral e Citra sono i protagonisti di questa Session IPA che riceve poi l’immancabile DDH – Double Dry Hopping (per stare al passo coi tempi) di Citra. 
Nel bicchiere si presenta di color arancio pallido opalescente, mentre la schiuma non è proprio il massimo alla vista: scomposta e grossolana, svanisce piuttosto velocemente. L’aroma è invece piuttosto gradevole, con intensi e freschi profumi di ananas, arancia e pompelmo, pesca, forse mango: c’è un buon livello di pulizia anche se ogni tanto nella macedonia di frutta fa capolino qualche lieve nota vegetale. Le intenzioni dei due birrifici erano di produrre una birra da bere e ribere, dal basso contenuto alcolico (3%) e con un corpo appagante: l’obiettivo è stato raggiunto è questa  Hunchback scorre a grande velocità senza derive acquose con un mouthfeel effettivamente gradevole. Anche il gusto mostra un’ottima intensità e un buon equilibrio; è una Session IPA “intelligente” nella quale i malti (pane e crackers) fanno sentire la loro presenza e la luppolatura disegna un educato fruttato tropicale seguito da un bel finale secco e un amaro (erbaceo e scorza d’agrumi) dall’intensità giusta da non stancare il palato ed invogliarlo subito a bere un altro sorso. 
Personalmente ad una session beer non chiedo altro che essere pulita e facile da bere pur mantenendo una buona intensità di profumi e sapori: missione compiuta per la Hunchback da CR/AK e Fyne Ales: una birra gradevole, dissetante e rinfrescante, ideale per i mesi che stanno arrivando.

Formato 44 cl., alc. 3.0%, imbott. 04/05/2018, scad. 04/10/2018, prezzo indicativo 5.00-6.00 euro (beershop)                 
      
NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 31 maggio 2018

Northern Monk / Other Half / Equilibrium Patrons Project 13.01 Infinity Vortex

Una parte della craft beer vive di facili entusiasmi e di mode che consumano una novità dietro l’altra a ritmo sempre più veloce. La domanda alla quale i birrifici di tendenza sono chiamati a rispondere non è “che cosa c’è di buono?” ma  “che cosa c’è di nuovo?”. Leggere varianti della stessa ricetta, limited edition e collaborazioni con altri birrifici sono lo strumento ideale per soddisfare le richieste del mercato e, contemporaneamente, guidarne le tendenze: nuove belle etichette, meglio se appiccicate su di una lattina, ed il prodotto è servito. 
Fortunatamente non tutta la birra è questo, ma è innegabile che questo muova una buona parte di business: i social network sono  lo strumento ideale per propagare rapidamente le nuove birre generando subito la corsa all’acquisto da parte di chi vuole seguire la moda. In Europa ancora non abbiamo raggiunto alcuni eccessi della scena craft statunitense, nella quale centinaia di persone si mettono in coda davanti ad un birrificio la notte prima della release di una nuova birra. O pagano persone (i “muli”) per farlo. Spesso acquistano birre che neppure berranno solamente per venderle a prezzi maggiorati sul mercato secondario. 
Non è dunque questo quello che è accaduto all’uscita di una delle ultime birre del birrificio inglese Northern Monk: l’entusiasmo dei beergeeks sui social network ha tuttavia contribuito a farne esaurire rapidamente le scorte in tutta Europa e anche l’Italia, nel suo piccolo, ha in parte contribuito. Del progetto Patrons Project di Northern Monk avevamo già parlato in questa occasione, così come del festival Hop City che il birrificio di Leeds organizza ogni anno. 
Ed è proprio all’ultima edizione di questo festival che si è materializzata questa collaborazione a sei mani chiamata  Infinity Vortex: tra gli invitati alla Hop City 2018 vi erano infatti i birrifici americani Other Half ed Equilibrium. Northern Monk ed Other Half avevano già collaborato nel 2017 realizzando con ciliegie e caffè l’imperial porter Leeds Lurking ma questa volta vogliono produrre qualcosa di luppolato. Nasce così la una DDH IPA (ovviamente New England style) nella quale sono protagonisti luppoli Citra (30 g/l), El Dorado e Cashmere. La splendida etichetta è realizzata dall’artista di strada polacco Tankpetrol che aveva già lavorato alla grafica della IPA Projects 2.03 City of Industry.

La birra.
Protocollo New England / Juicy rispettato: nel bicchiere ricorda un torbido succo e di frutta e la schiuma, un po’ scomposta, è rapida a dissolversi. L’aroma è fresco ed esplosivo ma come spesso accade con queste birre l’eleganza lascia un po’ a desiderare: c’è comunque quanto basta per restare piacevolmente sorpresi. Tanto ananas, un po’ di mango, forse passion fruit, pompelmo zuccherato. Al palato c’è quella sensazione chewy (masticabile) tipica delle NEIPA: morbida al palato, poche bollicine, gradevole ma ovviamente un po’ penalizzata per quel che riguarda la scorrevolezza.  La bevuta è perfettamente coerente con l’aroma, un succo di frutta all’ananas nel quale fa capolino un po’ di mango e di pompelmo; nel finale c’è un amaro resinoso di breve durata, ma dall’intensità un po’ superiore a quello solitamente riscontrato nelle NEIPA. E’ qui che viene a galla qualche problemino, con qualche nota vegetale che “raschia” un pochino in gola mescolandosi al lieve tepore etilico (7.4%). Niente di drammatico, sia chiaro, ma impossibile negarne la presenza. 
Questa Infinity Vortex  anglo-americana non suscita in me grandi entusiasmi ma è indubbiamente un’ottima bevuta se siete amanti dello stile: pulizia ed eleganza non sono encomiabili ma ho sinceramente visto molto di peggio in questo tipo di birre. Facile da bere, o meglio da sorseggiare, ma non al livello di alcune NEIPA americane che mi è capitato di bere recentemente: quelle di Old Nation e proprio quelle di Equilibrium coinvolto anche in questa ricetta.
Formato 44 cl., alc. 7.4%, lotto SYD 116/117, scad. 01/08/2018, prezzo indicativo 8.00-9.00 euro (beershop).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 30 maggio 2018

Jackie O's Bourbon Barrel Champion Ground

Ritrovo sempre con piacere Jackie O’s Pub & Brewery (qui la storia), birrificio dell’Ohio che negli ultimi mesi è transitato sul blog con buona frequenza anche a causa delle ammissioni del fondatore Art Oestrike, costretto a dichiarare possibili infezioni su un certo numero di bottiglie prodotte nel 2017, alcune delle quali arrivate anche in Europa.  La birra di oggi (la imperial stout Bourbon Barrel Champion Ground) è fra queste e quindi conviene anticipare la bevuta per  cercare di limitare i possibili danni.
“In birrificio ascoltiamo molte musica reggae e l’accompagniamo con buone dosi di caffè” dicono alla  Jackie O's. “Avevamo una imperial stout che stava invecchiando in botti ex-bourbon da 11 mesi ma che aveva bisogno di qualche aggiustamento. Così la torrefazione  Stauf’s Coffee Roasters di Athens ci fornì  del caffè giamaicano varietà Blue Mountain”. 
Sull’etichetta viene raffigurato il negozio di dischi ambulante Swing a Ling di proprietà di Charlie Ace. Charlie era un Dj giamaicano attivo a partire dalla fine degli anni ’60: la figura del Dj giamaicano non è da confondere con quella del DeeJay che conosciamo noi. Era un’artista che improvvisava toasting, uno stile vocale mezzo parlato e mezzo cantato, su di una base musicale di musica reggae già esistente. Charlie Ace non raggiunse la notorietà di altri Dj giamaicani come U-Roy, Big Youth, Dennis Alcapone  e fu assassinato a Kingston all’inizio degli anni ’80. Possedeva anche una piccola etichetta discografica (Swing a Ling) e vendeva i propri dischi per le strade con un negozio ambulante ricavato da un vecchio furgone Morris.

La birra.
Il suo vestito è di un color marrone prossimo al nero, mentre la schiuma cremosa e compatta ha un’ottima persistenza. L’aroma è pulito e abbastanza intenso, gli elementi “giusti” ci sono tutti: caffè, tostature, legno e bourbon, vaniglia, qualche suggestione di cocco, uvetta e prugna. Il mouthfeel è quello tipico delle produzioni Jackie O’s: non cercate densità  o particolari intenzioni edonistiche, è una birra dal corpo medio-pieno che risulta gradevole ma che forse necessiterebbe di un po' più di "ciccia”. Il passaggio in botte caratterizza la bevuta imprimendole bourbon e una componente etilica che potenzia e riscalda dall’inizio alla fine: frutta sotto spirito e vaniglia accompagnano ogni sorso, mentre il caffè rimane sorprendentemente in secondo piano. Nel finale emerge qualche suggestione di cioccolato e di tabacco.  Nel bicchiere c’è un liquido intenso e potente che tuttavia riesce ugualmente ad esprimere una buona eleganza:  il bourbon limita abbastanza la velocità di bevuta obbligando ad un lento sorseggiare che non va visto così negativamente. E’ una birra da bere con calma, nel corso di tutta la serata: le manca sicuramente un po’ di profondità, soprattutto al palato, il caffè sbandierato in etichetta non brilla di gloria ma alla fine riesce comunque a regalare belle soddisfazioni.
Formato 37.5 cl., alc. 12%, lotto 2017, prezzo indicativo 17.00-20.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 29 maggio 2018

Bernard Jantarový Ležák 12°

Il birrificio ceco Bernard nasce dalle ceneri dello storico birrificio Humpolec che operava sin dal 1597 e, dopo la fine della seconda guerra mondiale, era stato incorporato prima nell’azienda statale Horácké pivovary Jihlava e poi,  negli anni ’60, nella České Budějovice. Con la caduta del regime comunista il birrificio era confluito nella società statale Pivovary České Budějovice, per nulla in grado di fare gli investimenti necessari alla sua riqualificazione: nell’ambito del vasto processo di privatizzazione delle imprese statali il birrificio fu venduto all’asta il 26 ottobre del 1991 e acquistato da Stanislav Bernard, Josef Vávra e Rudolf Šmejkal, che lo rinominano Rodinný pivovar Bernard (Birrificio Famigliare Bernard). Sono loro ad avviare quell’inderogabile processo di rinnovamento che ha lentamente salvato il birrificio dalla definitiva scomparsa: nel 2000 Bernard era già riuscito a conquistare il 15% del mercato domestico. 
Nel 2001 il colosso belga Duvel Moortgat ha rilevato il 50% delle quote azionarie e apporta il capitale necessario a finanziare un ulteriore piano di crescita: attualmente il birrificio che si trova ad Humpolec, a metà strada tra Praga e Brno, produce circa 315.000 ettolitri all’anno ed esporta in 35 paesi.  Le birre della tradizione ceca sono oggi affiancate da qualche estemporanea incursione nel mondo anglosassone (la Bernard India Pale Ale)  e belga.

La birra.
La  Jantarový Ležák 12° (5%) di Bernard è una classica lager ambrata ceca ovvero una  Polotmavé Pivo, letteralmente una “mezza scura”. Il suo limpido color ambrato è agitato da intense venature rosso rubino: la schiuma è perfettamente compatta e cremosa ed ha una lunghissima persistenza.  Al naso troviamo crosta di pane bianco, accenni di pane nero e caramello, una lieve speziatura donata dal luppolo Saaz  e una poco gradevole nota metallica: l’intensità non è granché ma quello che colpisce non in positivo è la scarsa finezza e fragranza. Il gusto prosegue nella stessa  direzione apportando al bouquet qualche estero fruttato che chiama in causa prugna e frutti di bosco, ma anche qui c’è una fastidiosissima presenza metallica che disturba la bevuta; la birra termina bilanciata da un finale amaro nel quale s’incontrano note terrose, erbacee e di frutta secca a guscio. Ottima scorrevolezza e facilità di bevuta per questa Jantarový Ležák che tuttavia non brilla per l’intensità dei sapori e che, in questa bottiglia, viene fortemente penalizzata da una presenza metallica che ne annulla buona parte della capacità rinfrescante. La dignitosa sufficienza non è raggiunta, peccato.
Formato 50 cl., alc. 5%, lotto T26, scad. 20/07/2018.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 28 maggio 2018

Harviestoun Old Engine Oil Engineer's Reserve

Inizia nel 1986 l’avventura del birrificio scozzese Harviestoun fondato da Ken Brooker, un ex-homebrewer che coltivava questo sogno da almeno tre anni. Con pochissimi fondi a disposizione Brooker riesce a ristrutturare una vecchia fattoria a Dollarfield e a riciclare/riconvertire attrezzature di seconda (o terza) mano: il tino di ammostamento era stato usato in precedenza da un produttore di marmellate, il bollitore veniva invece utilizzato nella sua vita precedente per la tintura della lana. Un topo, divenuto poi il logo aziendale, sembra essere la sua unica compagnia  nelle giornate passate in sala cottura: il debutto avviene con la Harviestoun Real Ale. 
I primi investimenti per gli indispensabili ammodernamenti iniziano nel 1989, quando il birrificio si dota finalmente di un vero e proprio impianto per la produzione della birra; il successo della Schiehallion Lager, che ottiene numerosi riconoscimenti da parte del CAMRA e della Bitter & Twisted convincono Brooker a fare ulteriori investimenti e a portare in sala cottura il birraio inglese Stuart Cail che ancora oggi riveste il ruolo di Head Brewer. Nel 2000 debutta la porter Old Engine Oil, nata per partecipare al bando organizzato dalla catena di supermercati Tesco: la birra si piazza al primo posto ed inizia così ad essere distribuita in tutti i loro punti venditae.  Sarà lei la base di partenza per altre birre di successo del birrificio scozzese che vengono espressamente richieste dall’importatore americano: la serie delle Ola Dubh, invecchiate in botti di whisky e la Engineers' Reserve, versione potenziata della Old Engine Oil. Nel 2004 debutta la nuova sede operativa di Alva, a poche miglia di distanza da quella originale, dove entra in funzione il nuovo impianto da 60 barili:  dopo neppure due anni Harviestoun viene acquistato dalla Caledonian Brewing Company che a sua volta, nel 2008, viene venduta alla  Scottish & Newcastle da poco divenuta di proprietà Heineken. Nell’accordo commerciale viene tuttavia esclusa la Harviestoun che viene invece rilevata da un gruppo di azionisti che fuoriescono dalla Caledonian:  Stephen Crawley (già vecchio azionista di Harviestoun), Sandy Orr e Donald MacDonald.  Dopo solo due anni Harviestoun ritorna ad essere un birrificio indipendente e continua a crescere: nel 2009 i cask vengono affiancati anche dai fusti in acciaio e  nel 2016 arrivano anche le prime lattine.

La birra.
La Old Engine Oil Engineer's Reserve nasce su specifica richiesta dell’importatore americano  B. United International: il titolare Matthias Neidhart apprezzava molto la Old Engine Oil (6%) ma pensava che fosse un po’ troppo debole per i palati degli americani. A questo scopo fu quindi elaborata una ricetta più robusta (9.5%) che utilizza lo stesso mix di malti e di luppoli (Fuggles, East Kent Goldings  e Galena).
Il liquido non è esattamente denso come l'olio motore ma un po' lo ricorda: prossimo al nero, forma una bella testa di schiuma cremosa e compatta dall'ottima persistenza. Una discreta intensità permette d'apprezzare i profumi delle tostature e del caffè, del pane nero, della liquirizia e del tabacco. Al palato c'è una leggera viscosità ed è una coltre morbida quella che avvolge il palato ad ogni sorso: poche bollicine, sensazione tattile ottima e non particolarmente ingombrante. Nera (o quasi) alla vista, nera al naso e ancora più nera al gusto: la Old Engine Oil Engineer's Reserve è una black ale (o imperial porter) che non fa sconti e prende subito con decisione la strada dell'amaro e del torrefatto, con una generosa luppolatura a incrementare ulteriormente la dose. La componente dolce, che chiama in causa caramello ed esteri fruttati, è solamente a supporto e rimane nelle retrovie. Nel finale emergono ricami di cacao amaro, tabacco e liquirizia: l'alcool riscalda senza eccessi e il sorseggiarla non richiedere particolari sforzi. 
Una birra pensata per il mercato americano e che ricorda per alcuni aspetti proprio interpretazioni americane  "dure e pure" di imperial stout/porter, per palati forti: penso ad esempio alla Yeti di Great Divide o alla Ten Fidy di Oskar Blues. Birre che battono con vigore sul tasto del torrefatto e rincarano la dose con una generosa luppolatura: le manca profondità ma questa Old Engine Oil Engineer's Reserve è intensa e ben fatta, una bevuta di livello anche se avara nel regalare emozioni.
Formato 33 cl., alc. 9.5%, lotto 1902, scad. 01/03/2019, prezzo indicativo 5.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 27 maggio 2018

Põhjala Talveöö

Põhjala, birrificio estone attivo dal nel 2011 come beerfirm e  dal 2014 come birrificio, sta ottenendo sempre più successo e il mezzo milione di ettolitri attualmente prodotto sarà presto incrementato dalla messa in funzione del nuovo impianto di Kalamaja, quartiere periferico di Tallinn: un ambizioso piano d’espansione da quattro milioni di euro lanciato dai fondatori Enn Parel e Peter Keek, assieme ad altri soci. 
“Põhjala  no solo IPA”, potremmo dire: sono le birre “scure”, che nel nostro paese non hanno una grande diffusione, ad aver maggiormente contribuito all’affermazione del birrificio guidato in sala cottura da Chris Pilkington ed il suo team di birrai;  il mercato del nord europa, nel quale Põhjala è molto attivo, ama stout e porter, meglio se in versione “imperial” o affinate in botte e,  ça va sans dire, le baltic porter delle quali i paesi affacciati sul mar Baltico ne sono stati la culla. 
Sono quattro le (imperial) baltic porter prodotte da Põhjala e note con il nome di Öö: la versione base (10.5%) l’avevamo assaggiata in questa occasione, all’appello mancano la sua versione invecchiata in botti di Cognac (Öö XO, 13.9%), la sua variazione al ribes nero chiamata Öö Cassis (10.5%) e la
la più “leggera” Talveöö (9%, con aggiunta di cocco, vaniglia e cardamomo). Stappiamola.

La birra.
"Notte d'inverno", questo il significato di Talveöö. La sua ricetta elenca malti Pale, Monaco, Carafa 2 Special, Cara Pale, Chocolate, Cara 150, avena in fiocchi, zucchero Demerara, luppoli Magnum e Northern Brewer, cocco tostato, baccelli di vaniglia e semi di cardamomo. Il suo colore è prossimo al nero, mentre la schiuma è cremosa, compatta ed ha una buona persistenza. Al naso pane nero, vaniglia e cioccolato al latte, cocco, un po' di effetto bounty: a dominare è però inaspettatamente il cardamomo. Chi conosce le "birre scure" di Põhjala sa come a volte siano un po' troppo sbilanciate sul dolce: non è il caso di questa Talveöö. Pane nero, caramello e vaniglia, cioccolato al latte, cocco e prugna definiscono una bevuta dolce, movimentata dal cardamomo e che sfuma gradatamente nell'orzo tostato, con qualche accenno di caffè. C'è quasi equilibrio ma non c'è quella pulizia e quella definizione che vorresti trovare in una baltic porter che è invece un po' "sporcata" e confusa dagli ingredienti aggiunti. Poche bollicine attraversano una birra molto morbida al palato, quasi vellutata, dal corpo medio. C'è una leggera astringenza finale, l'alcool (9%) è ben nascosto e regala solo un delicato tepore a fine corsa.
La "notte d'inverno" di Põhjala è una buona e soddisfacente bevuta, discretamente speziata: non è esente da imprecisioni, ma il bilancio è comunque positivo.
Formato 33 cl., alc. 9%, IBU 40, lotto 499, scad. 27/08/2018, prezzo indicativo 5.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 25 maggio 2018

Nix Malle

Torniamo a parlare di Nix Beer, nuovo progetto dell’instancabile birraio Nicola Grande, in arte Nix: dopo le esperienze al birrificio al Birrificio Settimo (ex Siebter Himmel) e al Birrificio Etnia, questa volta scende in campo in prima persona con la propria beer firm utilizzando il proprio soprannome e il proprio volto stilizzato sulle etichette. Nix Beer debutta a maggio del 2017 con cinque etichette tutte ispirate alla tradizione belga, quella con cui il birraio Nix ha già dimostrato di sapersi ben destreggiare nelle esperienze precedenti. Dopo la Xelles (una “hoppy blond ale” leggere e moderna) assaggiata qualche settimana fa, è il momento di alzare l’asticella e stappare Malle, la tripel della casa. 
Se il nome scelto vi può sembrare strano ad una lettura superficiale, basta poco per collegarlo a quella che è considerata “la madre di tutte le tripel”, ovvero la Westmalle. Malle è una municipalità (15.000 abitanti) che si trova ad una quarantina di chilometri di Anversa e che comprende i villaggi di Oostmalle e Westmalle, dove si trova l'abbazia di Nostra Signora del Sacro Cuore. Della Westmalle Tripel ne avevamo già parlato in questa occasione: venne sviluppata da frate Thomas assieme al consulente birraio Hendrik Verlinden, proprietario del birrificio Drie Linden, per festeggiare nel 1934 l’inaugurazione del nuovo birrificio del monastero che allora produceva solo due birre scure, Extra Gersten e Dubbel Bruin. 
Verlinden viene considerato da Michael Jackson come l'artefice della prima tripel belga, lanciata nel 1932 con il nome di Witkap Pater: l’aver anticipato di qualche anno quella di Westmalle non le è comunque bastato per guadagnarsi l’appellativo di “madre di tutte le tripel”.

La birra.
Rientriamo in Italia e stappiamo la Malle di Nix. Ringrazio innanzitutto il beershop on-line Ubeer che mi ha inviato la bottiglia d’assaggiare. Il bicchiere si colora di arancio, velato ma luminoso, e si colma con una generosa testa di schiuma pannosa e compatta, dall'ottima persistenza. Una delicata speziatura che richiama il pepe bianco ed il coriandolo apre un naso pulito e ricco di biscotto e pasticceria, scorza d'arancia candita. E' una tripel con vivaci bollicine, come da manuale, corpo medio e una buona scorrevolezza se confrontata con l'importante gradazione alcolica (9.7%). Il gusto prosegue in linea retta il percorso aromatico riproponendo biscotto e frutta candita gialla, una delicata speziatura e un finale amaro dall'intensità abbastanza  sostenuta per lo stile, nel quale trovano posto note terrose e di scorza d'arancia. Il retrogusto è di nuovo dolce, ricco canditi e frutta sotto spirito. C'è un ottimo equilibrio, favorito da una bella secchezza e da una gradevole acidità che stempera il dolce: non fosse per la componente etilica, la si potrebbe quasi definire una birra sorprendentemente rinfrescante. Niente da eccepire per quel che riguarda pulizia e finezza, qualche appunto invece devo invece farlo proprio per quel che riguarda l'alcool che non è subdolamente nascosto come nei migliori esempi belgi. Non presenta una grossa asperità ma indubbiamente rallenta il ritmo di bevuta di quella che è comunque un'ottima interpretazione della tradizione belga. Per chi volesse provarla ma non riesce a trovarla, ecco un utile link all’acquisto diretto.
Formato 33 cl., alc. 9.7%, lotto 6417, scad. 28/09/2019.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 24 maggio 2018

Evil Twin / Westbrook Imperial Mexican Biscotti Cake Break

Viene annunciata a ottobre 2016 e genera subito entusiasmo tra i geeks americani: si tratta di una collaborazione tra il birrificio Westbrook e la beerfirm Evil Twin (che da Westbrook spesso produce) chiamata Imperial Mexican Biscotti Cake Break. Il nome è un chiaro riferimento a due famose imperial stout già prodotte dai suddetti birrifici a partire dal 2012: la Imperial Biscotti Break di Evil Twin, realizzata con mandorle tostate, caffè e vaniglia e la Mexican Cake di Westbrook che utilizza mandorle tostate , cacao, caffè, cannella, vaniglia e peperoncino habanero. Jeppe Jarnit-Bjergsø (Evil Twin) afferma che la birra è una ricetta “a quattro mani” che vuole combinare le altre due birre di successo: liberissimi di crederci e non pensare che si tratti invece di un semplice blend di due birre.  Il suo debutto è datato 17 novembre con vendita diretta al birrificio Westbrook: 16 dollari per 65 cl. e un limite di sei bottiglie a testa; in contemporanea è anche partita la distribuzione su scala nazionale ed internazionale. 
La birra è poi stata seguita dalle inevitabili varianti barrel aged. Nell’autunno del 2017 sono arrivate la Maple Bourbon Barrel Aged Imperial Mexican Biscotti Cake Break, invecchiata 16 mesi in botti ex-bourbon che avevano poi contenuto sciroppo d’acero, e la Double Barrel Aged Imperial Mexican Biscotti Cake Break,  che all’invecchiamento appena descritto ne fa seguire uno ulteriore in botti di vino marsala. Non vi basta? Lo scorso aprile i due birrifici hanno annunciato l’arrivo della  Maple Bourbon Barrel-Aged Imperial Mexican Biscotti Toasted Coconut Cake Break, ovvero versione della Maple Bourbon Barrel Aged Imperial Mexican Biscotti Cake Break con aggiunta di cocco tostato. E che dire della Maple Bourbon Barrel-Aged Imperial Mexican Biscotti Churros Cake Break? Sembra che l’etichetta non elenchi esplicitamente la presenza della famosa pastella fritta spolverata di zucchero, ma non ci sarebbe da stupirsi visto che ormai abbiamo visto finire del bollitore qualsiasi cosa, dagli hamburger alle patatine fritte, dai croissant agli insetti: basta la parola per farla diventare subito oggetto del desiderio di beergeeks che amano trastullarsi con queste pastry stouts.

La birra.
Se tutti qui nomi vi hanno confuso, avvenimento più che probabile, ricordo che stiamo parlando della Imperial Mexican Biscotti Cake Break. Si presenta di colore nero, mentre la piccola schiuma che si forma è cremosa ma velocissima a dissiparsi. Il naso è dolce e propone solo in parte gli ingredienti riportati in etichetta: vaniglia, cioccolato al latte, melassa, prugna e uvetta sono affiancati da lievi note di peperoncino. La sua intensità è inversamente proporzionale alla sua eleganza: il risultato è dolce, quasi stucchevole, grossolano e tuttavia gradevole.  Al palato non c’è una particolare viscosità ma il mouthfeel è comunque piacevole: poche bollicine, corpo medio-pieno, consistenza oleosa. Il gusto è fortunatamente un po’ più complesso e regala piacevoli (dolci) sfumature di biscotto e frutta secca, fruit cake, melassa e tanta frutta sotto spirito: uvetta, prugna, frutti di bosco. Su questo tappeto dolce affiorano anche note di vaniglia e cioccolato al latte, poi arriva il piccante del peperoncino a riequilibrare una situazione che stava pericolosamente andando alla deriva. L’alcool non fa sentire particolarmente la sua presenza, ma è difficile dire nel finale dove inizi il suo effetto e dove termini quello dell’habanero: è una conclusione calda e piuttosto piccante nella quale mancano però un po’ di tostature e di quel caffè dichiarato tra gli ingredienti.  E’ una bottiglia che dovrebbe avere già 18 mesi di vita alle spalle e quindi suppongo che il caffè sia svanito per effetto del tempo. 
Detto questo, se vi piace il genere delle imperial stout dolci e ricche di ingredienti gourmet, questa  Imperial Mexican Biscotti Cake Break entrerà nelle vostre corde: è intensa, potente e non scivola troppo in quell’artificioso che caratterizza molte pastry stout. Personalmente preferisco la Imperial Biscotti Break di Evil Twin, mentre non ho avuto un’esperienza molto positiva della Mexican Cake di Westbrook, forse a causa di una bottiglia “sfortunata”.
Formato 65 cl., alc. 10.5%, lotto e scadenza non riportate, prezzo indicativo 13.00-19.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 23 maggio 2018

Birra del Borgo: IPA - Italian Pale Ale & Dorata


Birra dal Borgo, credo quasi tutti lo sappiate, non è più birrificio artigianale da maggio del 2016, data in cui è stato ceduto alla multinazionale AB-Inbev (quella proprietaria di marchi quali Budweiser, Corona, Stella Artois, Beck's, Hoegaarden, Leffe, Diebels, Franziskaner/Spaten, Labatt e Bass.. solo per citare i più noti). All’annuncio sono seguite le rassicurazioni di rito: la qualità resterà uguale, si tratta di una partnership che ci consentirà di migliorare e di crescere, etc etc..  E come da copione sono iniziate anche le discussioni tra gli appassionati, impegnati a decidere se nel bicchiere ci fosse una birra più o meno buona di quella che era una volta. 
Che Birra del Borgo si trovi anche sugli scaffali della grande distribuzione non è una novità: anzi, il birrificio guidato da Di Vincenzo fu uno dei primi ad avventurarsi nei supermercati prima con una linea dedicata e chiamata Trentatré (Ambrata e Dorata) proposta ad un prezzo interessante. Correva l’anno 2010 e dintorni.  Le Trentatré non ebbero vita molto lunga e pian piano furono le classiche bottiglie da 75 di Del Borgo a finire sugli scaffali, a prezzi secondo me improponibili per il contesto in cui si trovavano. All’acquisizione da parte di AB-Inbev  ha fatto seguito un anno di relativa quiete nel quale si sono sicuramente gettate le basi per nuove e più ambiziose strategie commerciali; negli ultimi mesi ho avvistato molte 75 di Del Borgo a prezzi mai visti prima (parliamo di 5-7 euro) e il birrificio ha anche rilanciato una nuova linea da 33 per la vendita nei supermercati:  è tornata Lisa (questa volta in bottiglia e sotto forma di una lager) affiancata da Dorata, Ambrata e da una IPA, acronimo che sfrutta la popolarità dello stile ma che in realtà significa Italian Pale Ale. Un’operazione simile a quella fatta di recente da Birra Moretti.

Le birre.
Come si posizionano le nuove (industriali) birre del Borgo per il supermercato in uno scenario molto più affollato rispetto a quello 2010 quando forse i tempi per vendere nella GDO non erano ancora maturi? 
Partiamo dalla IPA – Italian Pale Ale, una session beer (4%) descritta come “elegante e luppolata” che nel bicchiere appare limpida e dorata, con una cremosa e compatta testa di schiuma bianca. L’aroma non è particolarmente intenso ma è pulito: profumi floreali, di arancio e mandarino, biscotto e caramello.  La bevuta prosegue nella stessa direzione ma si sente la mancanza di qualche bollicina in più: il corpo medio-leggero e la consistenza watery la rendono molto scorrevole, ma un po’ di vitalità in più le gioverebbe. C’è una delicata base maltata (pane, biscotto, caramello), un lieve passaggio fruttato nel quale gli agrumi assumono più le forme della marmellata piuttosto che della frutta fresca, un finale amaro resinoso di modesta intensità e lunghezza.  Nel bicchiere non c’è molta intensità e il risultato finale,  benché gradevole, è un po’ anonimo ad un palato che si è già allontanato da tempo dalle anonime lager industriali. Non sto chiedendo “fuochi d’artificio” ad una session beer, ma sarebbero senz'altro auspicabile maggior personalità e fragranza. Il rapporto qualità prezzo (2.59 € per 33 cl.) è tutto sommato accettabile e la IPA di Birra del Borgo può essere una discreta opportunità se avete il frigorifero vuoto e siete costretti ad andare al supermercato. Per emozioni, intensità e tutto il resto dovete invece rivolgervi altrove e aprire di più il portafoglio.

Dorata è invece un nome poco fantasioso ma efficace nel comunicare ad un bevitore poco esperto che cosa ci sarà nel bicchiere.  Si tratta di una Belgian Ale (5%) “morbida e delicata” il cui colore tiene fede al nome. Anche lei è limpida ma la sua schiuma, benchè cremosa e compatta, non ha quella lunga persistenza della migliore tradizione belga. Al naso una leggera spolverata di   coriandolo e pepe introduce profumi floreali, di frutta candita, pane e crackers: bene la pulizia, l'intensità è invece alquanto modesta. Al palato risulta effettivamente "morbida" come descritto in etichetta ma in una Belgian Ale personalmente vorrei trovare vivacità e qualche bollicina in più. Ideale continuazione dell'aroma, il gusto ripropone pane e crackers, frutta a pasta gialla come pesca e albicocca, arancia candita, coriandolo e un finale amaro piuttosto corto nel quale s'incontrano note terrose e di scorza d'agrumi: una breve parentesi che cerca di ripulire il palato e sopperire ad una scarsa secchezza. Anche per Dorata valgono le stesse considerazioni fatte per la IPA: risultato discreto, non molta intensità, buon livello di pulizia. Il DNA belga è evidente ma non c'è molta personalità in una birra che fa il suo compitino e porta ampiamente a casa la sufficienza. Sugli scaffali del supermercato e a questo prezzo mi sembra comunque una buona opzione di scelta.
Entrambe le bottiglie sono ancora abbastanza fresche e guardando la scadenza ipotizzerei un imbottigliamento avvenuto lo scorso febbraio: come saranno tra dodici mesi o più?

Nel dettaglio: 
IPA - Italian Pale Ale, 33 cl., alc. 4.0%, lotto LS 25 18A, scad. 01/02/2020, prezzo 2.59 Euro.
Dorata, 33 cl., alc. 5.0%, lotto LS 21 18A, scad. 01/02/2020, prezzo 2.59 Euro.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.