lunedì 31 agosto 2020

Liquida: Loki IPA & Don Quisciotte West Coast IPA


Il Birrificio Liquida è uno degli ultimi arrivati nel panorama italiano ma dietro alle quinte vi sono delle vecchie conoscenze: Luca Tassinati, Christian Bertoni e Luca Drudi. Partiamo da Tassinati, homebrewer che esordì tra i professionisti nel 2013 con la beerfirm ferrarese Monkey Beer  e diventò poi alla fine del 2016 birraio del birrificio umbro Altotevere, col quale due anni dopo riuscì a conquistare il titolo di birraio emergente dell’anno 2018. Christian Bertoni e Luca Drudi sono invece due appassionati birrofili ed homebrewers che nell’autunno del 2016 inaugurarono a Forlì, assieme al socio  Lorenzo Gramellini, il locale BiFor, nel quale è ovviamente protagonista la birra artigianale: al locale è collegata l’omonima beerfirm che nel 2019 ottenne alla manifestazione Birra dell’Anno la medaglia d’argento nella propria categoria di riferimento con la Black IPA Icaro. 
Il birrificio Altotevere è stato uno dei protagonisti alle spine del BiFor e sugli impianti in Umbria venne prodotta anche qualche etichetta BiFor. Tra Tassinati, Bertoni e Drudi si creò un bel rapporto professionale e personale: il birraio ferrarese cullava da tempo il sogno di possedere un proprio birrificio e i due amici romagnoli decisero di aiutarlo a realizzarlo.  I tre soci fondano il Birrificio Liquida e Tassinati lascia Altotevere per dedicarsi al nuovo impianto che trova casa ad Ostellato, nella “bassa” ferrarese, posizionato a metà strada tra il capoluogo emiliano e la costa adriatica. Le vicissitudini legate al Covid-19 hanno fatto posticipare il debutto di Liquida, molto atteso dagli addetti ai lavori, allo scorso 17 Giugno 2020 ovviamente alle spine del BiFor.
Liquida, bel nome e belle grafiche realizzate a Forlì,  fa riferimento allo “stato della birra come corpo fluido, in evoluzione, in crescita, che conserva il proprio volume ma che tende a prendere la forma del recipiente in cui è posto”.    Si parte “a tutto luppolo” con le IPA Don Quisciotte, Loki e la sorella maggiore Sierra Tonante; in luglio sono poi arrivate la Ploner Pils, la Session IPA Chopper a la Tripel Caronte, in agosto la witbier In Bloom.

La birra.

Loki è una delle prima birre realizzare da Liquida ma non affezionatevi troppo: si tratta in realtà di una IPA (5.5%) la cui ricetta varia ad ogni lotto (“mutevole come la forma e il carattere dell’omonima divinità norrena) e si differenzia per un diverso mix di luppoli.  Nello specifico ci occupiamo della primissima cotta dello scorso giugno realizzata con Sabro, Amarillo e Mosaic. In commercio troverete già la Loki DDH IPA Citra/Simcoe /Sultana e la Loki Sabro/Amarillo/Mosaic. 
Si tratta di un’interpretazione West Coast ma a voler essere pignoli il suo colore dorato è un po’ troppo pallido: la schiuma è candida, compatta ed ha ottima ritenzione. Pane e crackers, profumi floreali, pompelmo, mandarino, arancia, cedro, qualche accenno alla frutta tropicale: l’aroma è pulito ed elegante, abbastanza intenso. La bevuta è secca, moderna e non modaiola, molto ben bilanciata tra malti (pane, crackers), frutta tropicale e quegli agrumi che diventano rapidamente protagonisti per essere poi affiancati da note resinose in un finale amaro di buona intensità e persistenza. Ottimo anche il mouthfeel, che avvolge il palato senza pregiudicare la scorrevolezza di una birra che nasconde benissimo l’alcool ed evapora dal bicchiere molto velocemente. IPA semplice ma efficace, pulita, elegante: ottima esecuzione.

Restiamo al sole della California perché anche l’IPA Don Quisciotte (6.6%) è d’ispirazione West Coast:  i protagonisti sono Mosaic, Columbus e Citra. In questo caso il suo colore è perfettamente centrato: tra il dorato e l’arancio con una testa di schiuma cremosa e compatta, dalla lunga persistenza. Pompelmo, accenni di frutta tropicale, note dank (per i meno esperti: pensate alla marijuana): l’aroma non è esplosivo ma quello che conta, ovvero pulizia ed eleganza, c’è. Anche la Don Quisciotte risulta molto gradevole al palato: corpo medio, giusta carbonazione, morbida e leggermente cremosa al “tatto”: pane, miele, qualche accenno di frutta tropicale e di pompelmo tracciano un percorso lineare che culmina in un bel finale amaro, dank e resinoso, lungo e intenso. Gran bella interpretazione di West Coast IPA: pulita, con gli attributi al punto giusto e dalla grande bevibilità. 
In un periodo in cui molti birrifici cercano di produrre dei torbidi succhi di frutta con risultati spesso discutibili è davvero un piacere trovare due IPA di ottimo livello ispirate alla cara vecchia West Coast e rinvigorite da un tocco moderno: un debutto assolutamente positivo quello di Liquida. Ma da vecchio brontolone voglio trovare lo stesso un difetto: perché non indicare in etichetta la data di confezionamento? 
Nel dettaglio:
Loki, 33 cl., alc. 5.5%. scadenza 14/06/2021, prezzo indicativo 4,50- 5,00 € (beershop)
Don Quisciotte, 33 cl., alc. 6.6%, scadenza 15/06/2021,  prezzo indicativo 4,50- 5,00 € (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

giovedì 27 agosto 2020

Ottakringer BrauWerk Big Easy Session IPA

Il birrificio Ottakringer fu fondato nel 1837 nell’omonimo (Ottakring) sobborgo di Vienna, un tempo semplice agglomerato di un centinaio di case e oggi divenuto il sedicesimo distretto della capitale: nella sua storia ha cambiato innumerevoli proprietari, è sopravvissuto a due guerre, è stato più volte ricostruito ed è oggi l’unica azienda austriaca nel settore bevande ad essere quotata in borsa.  La Ottakringer Getränke AG è posseduta al 94% dalle famiglie austriache Menz, Wenckheim, Trauttenberg e Pfusterschmid che nel 2009 hanno riacquistato un considerevoli numero di azioni dalla multinazionale Heinieken, operante in territorio austriaco con i marchi Zipfer, Gösser e Puntigamer attraverso la Brau Union.  Birra propria, distribuzione di marchi altrui (Budweiser) e acqua minerale (Vöslauer) hanno consentito alla Ottakringer di fatturare nel 2018 circa  80 milioni di euro: la produzione di birra è di circa 500.000 ettolitri l’anno, con una quota di mercato domestico  del 6%. 
Per cercare di conquistare nuovi clienti anche Ottakringer, come altri grandi marchi austriaci, ha iniziato a fare l’occhiolino al craft, creando nel 2014 la propria divisione BrauWerk, uno spin-off dedicato a produrre piccoli lotti su impianto dedicato che vanno soprattutto al di fuori dalla tradizione austriaca. Al marchio BrauWerk, caratterizzato da grafiche moderne, è seguito il Beer Base Vienna, un locale che si trova in Ottakringer Plants, adiacente al birrificio. Definirlo solo un bar (aperto lo scorso aprile) sarebbe molto riduttivo: oltre alle spine e alle bottiglie da acquistare, il Beer Base Vienna promette di mostrarvi il mondo BrauWerk a 360 gradi con corsi di degustazione, visite guidate all’impianto e la possibilità utilizzarlo per produrre le proprie ricette. La gamma BrauWerk include attualmente numerose etichette stagionali ed alcune birre disponibili tutto l’anno: tra queste la Belgian Ale Sunbeam, la Big Easy Session IPA, la Porter Black & Proud, la Lager Native Tongue e  la Pils alla menta Mint the Gap. Una Belgian Dubbel è invece stata utilizzata come base per i primi  passaggi in botte denominati Barrel Born.

La birra.

Lo ammetto: il nome Ottakringer non suscita in me particolari entusiasmi, anche se si tratta di un birrificio ancora indipendente e non posseduto da una multinazionale: le Ottakringer bevute nel corso di svariati viaggi in territorio austriaco non mi hanno mai lasciato nessun ricordo. Tentiamo la sorte con lo spin-off BrauWerk e la sua Big Easy Session IPA  dallo scorso giugno disponibile anche in qualche supermercato italiano ad un prezzo piuttosto interessante se paragonato alle altre birre artigianali o presunte tali.
Di colore ambrato velato, forma una testa di schiuma ocra un po’ scomposta ma dalla buona resistenza. Biscotto, caramello, note resinose: l’aroma non è fresco né fragrante ma mostra comunque buona intensità e pulizia. E’ una birra che al palato dimostra molto più di quello che dichiara come contenuto alcolico (4.3%): non mi riferisco tanto alla percezione dell’alcool ma alla consistenza tattile, che ne penalizza un po’ la scorrevolezza in un paese dove la tradizione vuole che la birra sia leggera come l’acqua. La bevuta mostra perfetta corrispondenza con l’aroma, sviluppandosi in una struttura rigorosa e classica, lontana da qualsiasi moda e scandita dal dolce del caramello e del biscotto al quale fa seguito un  amaro resinoso nel quale trova posto anche un po’ di frutta secca a guscio. Vale lo stesso discorso fatto riguardo all’aroma: per una session beer l’intensità è degna di nota ma  fragranza e vivacità non sono le caratteristiche principali di questa lattina. Notevole anche la presenza di sedimento sul fondo, a testimoniare come alla Ottakringer abbiano davvero voluto fare un prodotto assimilabile al craft. Una IPA versione 1.0, simile a quelle che giravano  dalle nostre parti 8-10  anni fa. Il risultato è ampiamente sufficiente ed anche gradevole, se volete fare un salto indietro nel tempo e non mettete la freschezza tra le vostre priorità: da Ottakringer mi aspettavo sinceramente di peggio.
Formato 33 cl., alc. 4.3%, IBU 47, Lotto 022282, scad. 01/02/2021, Prezzo indicative 1,99 euro (supermercato)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

martedì 25 agosto 2020

Rebel's Lil Tropical Session IPA & Parrot Invasion IPA


Tutti romani di nascita o d’adozione, nati all’inizio degli anni ’90 e cresciuti ai banconi del Ma che siete venuti a fa’ e della Brasserie 4:20: sono Andrea Martorano, Riccardo Di Profio, Andrea Casini e Raffaele Lucadamo, quattro ragazzi che hanno vissuto in prima persona la rivoluzione della birra artigianale arrivata nella capitale del nostro paese a colpi di IPA e Double IPA. Dal bancone alle pentole il passo è breve: la passione di bere e di scoprire nuovi birrifici si trasforma nella curiosità di provare a fare la birra ogni weekend nella casa estiva di Raffaele a Torvajanica.  L’homebrewing procede in parallelo agli studi universitari, arrivando dopo inevitabili successi ed insuccessi a toccare quota 3600 litri l’anno: ben presto i quattro amici scoprono di preferire la birra agli sbocchi professionali che si prospettano dopo aver studiato Economia, Ingegneria edile e Scienze della Formazione e decidono che è il momento di trasformare il loro hobby in una vera e propria professione, confortati dai pareri positivi sulle birre prodotte che arrivano da conoscenti e addetti ai lavori. 
La ricerca della location giusta si protrae per quasi otto mesi, quando viene individuato un casale degli anni ’70 ristrutturato nella zona di Roma Sud, in via Ardeatina, in prossimità del Grande Raccordo Anulare:  “inizialmente volevamo realizzare un brewpub che unisse la produzione alla ristorazione, quindi ci siamo focalizzati su una location piuttosto centrale. Dopo diversi mesi a vuoto per via di spazi non conformi per l’attività di birrificio o costi esorbitanti, ci siamo guardati in faccia e abbiamo deciso di fare quello che effettivamente sapevamo fare: la birra.  Già dai primi sopralluoghi avevamo capito che quello era il posto dove poter realizzare il nostro sogno: produrre e avere anche uno spazio esterno dove poter accogliere curiosi e bevitori, proprio come a Londra o in altre città europee. Inoltre, la sua posizione è esterna rispetto al centro, ma comunque dentro al raccordo, quindi tra la città e la campagna. Insomma, ci è sembrato il miglior posto dove lavorare ogni giorno!” Nel 2016 vengono così accesi i motori dell’impianto da 10 hl guidato da Riccardo Di Profio, mentre Andrea Martorano e Raffaele Lucadamo si occupano della parte commerciale e Andrea Casini di quella amministrativa.  A soli cinque mesi dal debutto Rebel’s viene chiamato a partecipare all’importante manifestazione EurHop con le prime cinque produzioni: la Cream Ale Honey, la Saison Tricky, la Double IPA Tropical Bomb, la Session IPA White Fusion e la Smoked Cream Ale  Mr. Peat.  Il birrificio non è dotato di cucina ma durante la stagione estiva vengono organizzati eventi con musica dal vivo, dj set e food truck nel Summer Beer Garden, di solito aperto dal giovedì al sabato. In loco è possibile acquistare anche le nuove lattine che da qualche mese hanno sostituito le bottiglie: per l’occasione è stato anche fatto il completo restyling delle etichette. Al di fuori della stagione estiva se non erro il birrificio è aperto solamente il sabato per acquisti in loco: in alternativa potete ricorrere al negozio on-line che effettua trasporto refrigerato in tutta Italia. In quattro anni d’attività Rebel’s ha prodotto una cinquantina di etichette diverse.

Le birre.
Partiamo da Lil Tropical (4.5%) sorella minore della Double IPA della casa Tropical Bomb, con la quale condivide la stessa ricetta: i luppoli utilizzati sono Topaz, Ekuanot e Citra. Il suo color oro è leggermente pallido e velato, la candida schiuma è cremosa ed ha buona persistenza. Pompelmo, lime e cedro caratterizzano un aroma ricco di agrumi ed arricchito da note floreali e di frutta tropicale; in sottofondo s’avverte anche una leggera presenza di cereale. E’ una Session IPA agile e scorrevole che tuttavia mantiene una buona presenza al palato: pane, cereali e il dolce dell’ananas sono le fondamenta che sorreggono e bilanciano una bevuta secca e spiccatamente zesty. L’amaro è educato e corto, il palato si trova subito pulito e desideroso di un nuovo sorso: caratteristiche perfette per una session beer facile da bere e dall’ottima intensità che disseta e non stanca mai. A dispetto del nome (tropical) sono gli agrumi a guidare le danze: birra ben fatta e perfetta per affrontare i mesi più caldi dell’anno.
Parrot Invasion è invece una West Coast IPA che promette un “amaro morbido e un naso esplosivo” grazie al dry hopping di Mosaic e Cascade. Siamo in realtà leggermente al di sotto (6%) della classica gradazione alcolica di una IPA californiana ma poco importa: il vestito oro-arancio è perfettamente adeguato mentre la schiuma potrebbe essere più generosa. L’aroma non è esattamente esplosivo ma nella sua essenzialità offre pulizia e eleganza: dank, pompelmo, frutta tropicale. Caratteristiche che si ritrovano anche al palato in una bevuta semplice ma efficace, pulita e molto bilanciata tra pane, miele, tropicale, pompelmo e un bel finale resinoso/dank di buona intensità e durata. Le manca forse un pochino di secchezza e  il suo spettro di profumi e sapori potrebbe essere un po’ più variegato ma sto andando a cercare il pelo nell’uovo: anche Parrot Invasion, come Lil Tropical, ha tutto quel che serve per far star bene chi si trova con il bicchiere in mano.
Nel dettaglio:
Lil Tropical, 40 cl., alc. 4.5%, lotto 12/20, scad. 04/02/2021, prezzo indicativo 5.00 euro (beershop)
Parrot Invasion, 40 cl., alc. 6%, lotto  14/20, scad.  03/02/2021, prezzo indicativo 6.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

venerdì 31 luglio 2020

CRAK Mundaka Sunshine

Tra i birrifici italiani Crak è probabilmente quello che ha meglio adottato un profilo internazionale e moderno, alla stregua di quanto stanno facendo i nomi più gettonati della scena craft europea ed americana. In Italia non si sono ancora raggiunti (e mai accadrà) i livelli di fanatismo degli Stati Uniti, con persone accampate al di fuori del birrificio per riuscire ad accaparrarsi una bottiglia di birra ma, a parte questo, a Crak non manca ormai nulla: lattine, grafiche moderne, sforna novità senza sosta (anche se ciò consiste in monotone variazioni del tema NEIPA), ha una bella taproom moderna e informale, organizza ogni anno il proprio festival e – novità 2020 – distribuisce in autonomia le birre, sia a privati che a locali e beershop.
Anche le poche birre che Crak produce tutto l’anno vengono periodicamente rinfrescate ed immesse sul mercato in edizione “speciale”, perché la gente vuole sempre bere qualcosa di diverso: è accaduto più volte  alla Guerrilla, la IPA della casa, e qualche settimana fa anche la session Mundaka ha partorito due gemelli chiamati Sunshine e Sunset.
Mundaka viene prodotta dal 2012, anno in cui i ragazzi di Padova avevano debuttato con la beerfirm chiamata Birra Olmo poi trasformatasi in Crak Brewery:  Mundaka nacque come Summer Ale, una birra estiva (3.5%) semplice e facile da bere, una sorta di gateway beer da proporre a chi magari ha sempre bevuto le blande birre industriali. Nel corso del tempo Mundaka si è trasformata prima in un’American Pale Ale e poi in una Session IPA, categoria che riscuote certamente più successo tra i clienti delle due precedenti, ed ha aumentato la sua gradazione alcolica 4.6%..  Anche il mix di luppoli è stato ovviamente modificato: quello attuale dovrebbe includere Simcoe e Citra. Lo scorso giugno ne sono arrivate due edizioni speciali chiamate Sunrise e Sunset, entrambe caratterizzate dal (necessario, se si vuole essere moderni) Double Dry Hopping.: per Sunrise Crak afferma di aver “esplorato nuovi confini della luppolatura. Abbiamo usato un nuovo metodo sperimentale che permette un’aggiunta esagerata di luppolo per un’ondata potente e deflagrante di profumi e aromi  senza alcuna increspatura astringente”.  La Sunset è invece “solamente” una versione DDH single-hop della Mundaka, con il luppolo Citra come protagonista.

La birra.
Visivamente ricorda un succo di frutta alla pera, la schiuma è modesta ed ha scarsa ritenzione: l’aroma è intenso, pulito e caratterizzato da una buona finezza per lo stile. Ananas, mango, pesca, pompelmo, profumi floreali e di altri frutti tropicali: c’è tutto quello che serve. Il “problema” (virgolette obbligatorie) di queste birre sottoposte ad un massiccio dry hopping è che sovente le aspettative create dall’aroma vengono poi un po’ deluse quando le si beve. In questo caso Mundaka Sunshine regala invece una bevuta piuttosto intensa, per essere una session beer, nella quale sono in evidenza soprattutto agrumi e carattere zesty, ma si notano anche interferenze dolci di frutta tropicale e di crackers. Ma la sorpresa più bella riguarda soprattutto il mouthfeel: morbido, assolutamente privo di asperità e spigoli. La sua natura NEIPA ne limita ovviamente un po’ la velocità di bevuta, ma è una birra che non stanca mai e che, nota di merito, non gratta in gola. L’amaro è moderato è educato, la chiusura è secca: una session di carattere nella quale la componente juicy non è estremizzata: una birra molto fruttata che sa ancora di birra, per intenderci. Un bel boost alla Mundaka, birra che non bevo da un po’ tempo ma che ricordo un po’ troppo timida: non so in  cosa consista questo nuovo metodo sperimentale di luppolare la birra che Crak dice di aver utilizzato, ma il risultato è assolutamente convincente.
Formato 40 cl., alc. 4.6%, scad. 23/11/2020, prezzo indicativo 5,00-6,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

lunedì 27 luglio 2020

MC77 / Cierzo Ala Pivot

L’anello di congiunzione tra le Marche e l’Aragona?  In questo caso Simone Flamini, cestista nato a Macerata che aveva debuttato nel 1998 con la Victoria Libertas di Pesaro diventando poi il capitano di quella Scavolini che nel 2011-2012 arrivò alla semifinale scudetto; la sua ultima apparizione sui campi di gioco con la maglia della Libertas Siena risale al 2017. Terminata l’attività sui campi di pallacanestro, Flamini si concentra sulla sua seconda passione, quella del bancone: nel 2013 assieme ad alcuni soci aveva infatti inaugurato il locale TipoPub a Pesaro con una selezione di birre artigianali ed industriali, replicando nel 2017 l’esperienza a Barcellona con la nascita del locale Pepita.   Da Barcellona Flamini si sposta poi a Saragozza, in Aragona, dove inizia a collaborare con il birrificio Cierzo , che avevamo incontrato in questa occasione, entrando a far parte dello staff.  Lo scorso febbraio 2020 Cierzo fu ospite di una serata presso il TipoPub di Pesaro e Flamini organizzò anche un incontro con il birrificio marchigiano MC-77 per una birra collaborativa.

La birra.
Ala-Pivot è il nome scelto per una IPA moderna e robusta, ai confini del  double (7.5%), caratterizzata dall’ormai immancabile DDH – Double Dry Hopping: non sono tuttavia state rivelate le varietà di luppolo utilizzate. “Erano i giorni prima del Covid-19 ricorda Flamini  -   e miei compagni d’avventura spagnoli hanno pensato che la birra dovesse avere qualcosa che mi ricordasse, ma anche un nome che si potesse capire immediatamente sia in italiano sia in castigliano. Poi gli amici di MC–77 hanno voluto che si creasse un giocatore “luppolato” che indossa la maglia della Victoria Libertas Pesaro che ha i colori biancorossi, che sono gli stessi di Macerata”. 
Il suo vestito dorato/arancio è molto velato ma non raggiunge le torbidità più estreme dello stile New England IPA. L’aroma è ricco, pulito e piuttosto elegante: mango, papaia, maracuja, pesca percoca, un po’ di agrumi in secondo piano. Al palato non è una NEIPA particolarmente cremosa o morbida: per quel che riguarda la sensazione tattile è una birra piuttosto “solida”, se mi passate l’aggettivo improprio, e la velocità di bevuta inevitabilmente ne paga le conseguenza. Il gusto si muove sullo stesso percorso dell’aroma ma lo fa con passi meno definiti e precisi, risultando un succo tropicale assolutamente gradevole che tuttavia non eclissa la componente maltata (pane e cereale). L’amaro vegetale finale, cortissimo, ha esclusivamente la funzione di portare equilibrio e lascia subito il posto ad una scia tropicale nella quale l’alcool fa finalmente sentire la sua presenza. Ala Pivot è una NEIPA piuttosto assennata e intelligente, priva di spigoli ed estremismi, coerentemente con altre produzioni Mc-7: il birrificio marchigiano si conferma – cosa abbastanza scontata, per quel che mi riguarda  - tra i birrifici italiani che meglio interpretano questo stile.
Formato 33 cl., alc. 7.5%, imbottigliata 11/05/2020, scad. 11/11/2020, prezzo indicativo 5,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

martedì 21 luglio 2020

Muttnik Bolik

Di Muttnik vi avevo parlato a gennaio 2017 a pochi mesi dal suo debutto avvenuto nell’ottobre del 2016. Da allora la beerfirm fondata da Lorenzo Beghelli ha fatto parecchia strada trasformandosi innanzitutto in un birrificio vero e proprio, anche se con modalità insolite. Nella primavera del 2019 Muttnik ha infatti acquistato il Birrificio Opera di Pavia, presso i cui impianti aveva già realizzato alcune delle sue birre; poco tempo prima Beghelli era inoltre stato ingaggiato come birraio da Opera che, ricordo, nel 2017 fa aveva a sua volta rilevato il Birrificio Pavese.  Sugli stessi impianti di Pavia vengono quindi oggi prodotti tutti e tre i marchi: Muttnik, Opera e Pavese.
Facciamo ora un passo indietro all’estate del 2017 quando a Sesto San Giovanni (MI) Muttnik inaugurava il pub chiamato MIR, locale un po’ vintage a tema (ovviamente) sovietico con una dozzina di spine ospitanti non solo le birre della casa ma anche di altri produttori e un’offerta gastronomica basata soprattutto su panini e crostoni.
Oltre alle due saison dell’esordio Belka e Strelka, entrambe sottoposte ad un rigoroso restyling grafico delle etichette, la gamma Muttnik è oggi composta dalla Imperial IPA Zhulka, dalla Berliner Weisse Rhyzhik, dalla (tipo) Kolsch Laika, dalla White IPA Albina, dalla Vienna Lager Damka e dall’American Pale Ale Bolik. E e se ve lo state chiedendo, la risposta è sì: tutte le birre sono dedicate ai cani del programma spaziale sovietico.  

La birra.
Bolik doveva essere la prima APA di Muttnik ma qualche problema con il fornitore di luppolo ne fece slittare il “vernissage” e al suo posto fu prodotta l’APA Zib, oggi mutata in Best (bitter) Zib. Per quel che riguarda il programma spaziale sovietico Bolik fu un cane che scappò solo pochi giorni prima del suo volo, previsto per il settembre del 1951 e fu sostituito dal cane ZIB (acronimo russo di "Sostituto dello scomparso Bolik"); per quel che invece riguarda la birra, la Bolik ottenne il primo posto nella propria categoria a Birra dell’Anno 2018, edizione ricca di soddisfazioni per il birrificio di Pavia. Oltre a quell’oro arrivarono infatti i bronzi per Strelka e Laika.
Il suo vestito dorato s’accende di riflessi arancio, la candida schiuma è cremosa, compatta e mostra buona ritenzione. L’aroma è fresco, elegante, pulito e abbastanza intenso: mandarino, pompelmo, bergamotto, note floreali, qualche sbuffo dank e di frutta tropicale. Un gran bel biglietto da visita le cui aspettative vengono pienamente corrisposte al palato, a partire da un mouthfeel morbido e scorrevole. Pane, qualche accenno biscottato e di frutta tropicale (ananas) introducono una bevuta caratterizzata da un bell’amaro educato e pulito che oscilla tra note resinose e soprattutto  scorza d’agrumi. L’alcool (5.4%) è nascosto perfettamente in un’American Pale Ale che si beve con la facilità di una session beer e nella quale equilibrio, pulizia e precisione sono in grande evidenza. E’ una di quelle birre che potresti bere ad oltranza per tutta la serata:  secca, profumata, rinfrescante:  le manca praticamente solo la data di imbottigliamento in etichetta (una delizia di design grafico) per essere perfetta.
Formato 33 cl., al. 5.4%, lotto 031-20, scad. 04/2021, prezzo indicativo 4,50 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

lunedì 20 luglio 2020

Alder Beer Co.: Imbiss, Dorf & Deltacolt



Torniamo a parlare di Alder Beer Co., il birrificio inaugurato da Marco Valeriani a Seregno nell’ottobre del 2019: qualche mese fa avevamo passato in rassegna tre birre luppolate di stampo anglosassone mentre oggi assaggiamo altre tre birre nella quale sono invece i malti a guidare le danze. Le prime due si rifanno ala tradizione tedesca, coerentemente con quello che aveva annunciato Valeriani spiegando il nome Alder: “una parola inglese  che sembra un po’ tedesca e rispecchia le due filosofie produttive del birrificio: Lager e IPA, mondo tedesco e mondo anglofono”. 

La schwarzbier Imbiss (5.3%) ha debutatto lo scorso 9 aprile credo esclusivamente in lattina, visto che l’emergenza Covid-19 aveva chiuso tutti i locali ai quali sarebbero stati destinati eventuali fusti; è prodotta con malti tedeschi pils, Monaco e torrefatti, lievito lager e luppoli Mittelfruh, Tradition e Select.  Di color mogano forma una bella testa di schiuma cremosa e compatta: al naso emergono profumi di pumpernickel, pane nero, accenni di caffè e torrefatto, suggestioni di cioccolato e qualche estero fruttato. Al palato c’è grande scorrevolezza come vuole la tradizione tedesca anche se personalmente credo che un pochino di corpo in più non le farebbe male.  Accenni di caramello e cola, pane nero e cereali danno il via ad una bevuta che s’intensifica solo nel finale con l’arrivo dell’amaro del torrefatto e del cioccolato. Pulita e fragrante, Imbiss è una schwarzbier facile da bere alla quale tuttavia mi sembri manchi ancora un pochino d’intensità e carattere.

Dorf  (7%) è invece una bock “chiara” che ha anch’essa debuttato in pieno lockdown con una ricetta che prevede malti pils e speciali tedeschi, luppoli Saphir e Select, ceppo di lievito lager. Il suo color oro antico è leggermente velato, la schiuma è impeccabilmente cremosa e compatta, anche se la foto potrebbe ingannare. Pane, miele millefiori, accenni di biscotto e frutta secca compongono un aroma semplice, pulito e della buona intensità per lo stile: prefazione ad una bevuta delicatamente carbonata che si muove sullo stesso percorso senza deviazioni.  Dolce ma ben attenuata, riscalda il palato con un delicato alcool warming che ben sposa le note conclusive di panificato/cereale e frutta secca a guscio: bock elegante e morbida ma non priva di un leggero carattere rustico e ruspante a renderla vivace ed interessante. Per me è una birra molto ben riuscita.

Deltacolt (5.9%) è invece una delle quattro birre (Lewis Keller Pils, Rockfield IPA e Gretna APA) con le quali Alder aveva debuttato: una milk stout nella quale lattosio e fiocchi d’avena hanno il compito di garantire cremosità e morbidezza. Si presenta di color ebano scuro e con profumi di caffè, orzo tostato, pane nero, accenni di cioccolato e di latte/panna:  è l’odore della colazione, non molto intenso ma piuttosto pulito. Il mouthfeel è effettivamente cremoso ma ci sono un po' troppo bollicine, anche se fini, a disturbarlo.  Caffè e torrefatto sono i protagonisti di una stout ben bilanciata nella quale è  la dolcezza della panna (effetto lattosio) a contrastare le tostature. Un delicato tepore etilico avvolge poi il cioccolato in una bel finale che lascia felici e soddisfatti: intensità e facilità di bevuta vanno in questo caso a braccetto e nonostante qualche piccola imprecisione da limare questa lattina di Deltacolt è una milk stout di livello già alto.

Nel dettaglio:
Imbiss, 40 cl., alc. 5.3%, imbott. 07/04/2020, scad.  07/10/2020, prezzo indicativo 5.00 €
Dorf, 40 cl., alc. 7.0%, imbott. 20/04/2020, scad. 20/10/2020, prezzo indicativo 6.00 €
Deltacolt, 40 cl., als. 5.9%,  imbott. 01/04/2020, scad. 01/10/2020, prezzo indicativo 6.00 €

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

martedì 14 luglio 2020

Tanker Oh My Citra!

Põhjala è il rappresentante più noto della birra artigianale estone, è stato il primo (2011) ed ha ispirato altri birrai a contrastare il dominio dei tre marchi nazionali A. Le Coq, Saku Õlletehas (Carlsberg) e e Viru Õlu (Harboe). Oggi ce ne sono quasi una cinquantina, tra microproduttori e beerfirm: fra questi Sori, Lehe e Pühaste sono regolarmente esportati in tutta Europa. Alla lista si aggiunge Tanker, birrificio operativo dalla primavera del 2015 ad una ventina di chilometri dalla capitale Tallinn. In realtà l’avventura di Tanker era iniziata un paio di anni prima come beerfirm: l’aveva fondata l’homebrewer e musicista Ants Laidam. Qualche mese dopo, ad un meeting di homebrewers estoni, Laidam incontra Jaanis Tammela e Ryan Suske, anche loro impegnati a trafficare in garage con pentole e fermentatori. I tre amici mettono assieme i propri risparmi acquistano il vecchio impiantino di Põhjala (1 HL) e chiudono il 2015 producendo 400 ettolitri di birra. Tammela abbandona così la sua decennale carriera nella telefonia (Ericsson) per dedicarsi a tempo pieno a Tanker e lo stesso fa Suske: Laidam, autore delle etichette, scompare invece dall’organigramma societario. In sala cottura arriva il giovane Martin Vahtra, aiutato nei primi passi dal birraio di Põhjala Chris Pilkington.   
Nell’estate del 2015 l’acquisto di alcuni nuovi fermentatori permette di triplcare la capacità produttiva e di toccare quota 1200 ettolitri alla fine del 2016. Sono però quasi 100.000 le bottiglie che vengono tappate manualmente: un paio di campagne di crowdfunding sulla piattaforma Funderbeam consentono l’acquisto di un’imbottigliatrice automatica ed altri fermentatori, ma ancora non basta. Nel 2017 Tanker ottiene altri finanziamenti per un totale di 700.000 euro  che permettono di acquistare un nuovo impianto aumentando la capacità produttiva annuale a 6000 ettolitri; nello stesso anno è il primo birrificio estone ad essere invitato all’importante vetrina della  Mikkeller Beer Celebration Copenhagen. A marzo 2018 viene inaugurato a Tallin il locale Uba ja Humal, una sorta di taproom o meglio un beershop con tavolini e venti spine che ospitano anche birrifici amici e nel maggio del 2019 hanno debuttato le prime lattine. Oggi Tanker esporta in quasi tutta Europa ma l’80% della produzione continua ad essere assorbita da Estonia e Finlandia, dove le loro birre sono presenti anche in un centinaio di supermercati. A guidare le danze la flagship IPA chiamata Reloaded.

La birra.
Il portfolio completo di Tanker segna ormai quota 160 etichette, delle quali soltanto una decina viene prodotta tutto l’anno. IPA e dintorni (Session, DIPA, NEIPA) la fanno ovviamente da padrone; una delle ultime nate, lo scorso aprile, è la Oh My Citra!, una single hop che promette fuochi artificiali grazie ad un triplo dry-hopping: a inizio, durante e alla fine del processo di fermentazione. L’etichetta prende ovviamente spunto dal celebre Urlo di Edvard Munch, ma qui è cono di luppolo a gridare la propria angoscia ed alienazione. 
Il suo colore dorato è velato, mentre la candida e generosa schiuma è compatta ed ha buona ritenzione. Il naso è gradevole ma del triplo dry-hopping non sono rimaste molte tracce, se parliamo d’intensità: protagonisti sono ovviamente gli agrumi nella forma di pompelmo, cedro, lime e mandarino.  Neppure al palato si verifica un’esplosione di luppolo e ci sono un po’ troppe bollicine a disturbare la festa: la bevuta è tuttavia piacevole e caratterizzata da una base di malti molto leggera (pane e miele) subito incalzata da un accenno di frutta tropicale e, ovviamente, tanti agrumi. Il finale è abbastanza secco, l’amaro zesty e vegetale è piuttosto tranquillo, alla faccia degli 85 IBU dichiarati in etichetta. A poco più di due mesi dalla messa in lattina nel bicchiere c’è una IPA un po’ timida nonostante i belligeranti propositi dichiarati in termini di dry-hopping ed IBU; nasconde tuttavia molto bene il suo contenuto alcolico (6%) risultando così quindi molto scorrevole e piuttosto rinfrescante.
Formato 44 cl., alc. 6%, IBU 85, lotto B447, scad.  13/12/2020, prezzo indicativo 7,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

lunedì 13 luglio 2020

Bonavena Brewing: Knuckle Pils, Hook Vermont IPA & Ring IPA



All’apparenza potrebbe sembrare tutto nuovo, ma alle spalle del marchio/progetto Bonavena Brewing c’è uno dei produttori storici della scena italica nonché il primo in assoluto di quella campana: parliamo del birrificio Saint John’s, fondato nel 1999 a Faicchio (BN) da Mario Di Lunardo. Dopo quasi vent’anni d’attività con la linea  “La Birra Artigianale”. Di Lunardo ha voluto creare un marchio parallelo dal carattere moderno e con una bella identità visiva che si ricollega al mondo del pugilato ed in particolare alla figura dell’argentino Oscar Bonavena, peso massimo che negli anni ’70 era arrivato a sfidare il grande Mohammed Alì resistendo sino alla quindicesima ripresa, quando fu fermato dall’arbitro dopo essere andato al tappeto per la terza volta. Nel 1976, qualche mese dopo il ritiro, fu ucciso dal buttafuori di un bordello in Nevada: al suo funerale a Buenos Aires parteciparono 150.000 persone. 
Per sviluppare il progetto Bonavena viene reclutato Vincenzo Follino, homebrewer dall’esperienza decennale, attuale presidente dell’associazione Southern Homebrewers e personaggio noto a chi frequenta forum e gruppi Facebook dedicati alla birra. Follino ammette d’aver imparato prima a conoscere la birra e poi ad amarla: s’è interessato della fase produttiva durante i suoi studi di tecnologia alimentare  ed ha poi iniziato a berla per piacere a viaggiare per conoscerla sempre meglio ed a farla in casa. Oggi, in parallelo alla sua attività di medico nutrizionista a Monza, si reca nei fine settimana a Benevento per concentrare le cotte e gli infustamenti delle birre Bonavena; il debutto è avvenuto nella primavera del 2018 con l’American Pale Ale Match e la NEIPA Hook, seguite a stretto giro dalla Smooth Jab (Grisette), dalla So Clinch (Lichtenhainer) e dalla KO (American IPA). 
Non è stata – almeno per chi segue la scena -  affatto una sorpresa vederlo eletto miglior birraio emergente 2019 alla manifestazione di Birraio dell’Anno che si è tenuta lo scorso gennaio 2020 a Firenze: titolo, ricordo, riservato ai produttori  con meno di due anni di esperienza. Lo spin-off Bonavena è cresciuto molto in fretta ed oggi occupa già circa il 70% della produzione dell’impianto da 28 ettolitri di St. John, le cui birre (fusti e bottiglie rifermentate)  rimangono destinate sopratutto alla ristorazione. Bonavena va invece alla conquista dei pub e dei beershop: l’emergenza Covid-19 ha anticipato le tempistiche d’introduzione delle lattine (isobarico) che hanno affiancato i fusti. Poche le bottiglie: questo formato è stato utilizzato solamente per l’imperial stout e sarà, in futuro, la casa delle birre acide che stanno già prendendo forma nella bottaia.

Le birre.
Partiamo dalla Knuckle (le nocche della boxe a mani nude) una pils che vede l’utilizzo di un lievito della Franconia isolato e propagato dal fondo di una bottiglia  -  dicono -   della Mönchsambacher Lager. Dorata e velata, dalla candida testa di schiuma compatta e cremosa, regala profumi di erbacei, di pane e fiori, soprattutto camomilla, qualche suggestione fruttata. Pane, cereali fragranti e un tocco di miele caratterizzano una bevuta snella e leggermente rustica, correttamente carbonata, che si conclude abbastanza secca con un bel finale amaro erbaceo e delicatamente speziato. L’alcool (5%) è impercettibile in questa  birra semplice e pulita che evapora letteralmente dal bicchiere: uno dei migliori complimenti che si possono fare ad una pils. Ottima.

Hook (“il gancio”) è invece quella New England IPA che non può mancare nella gamma di qualsiasi birrificio che vuol stare al passo coi tempi: utilizza due diversi ceppi di lievito, American Ale e Vermont. Il protocollo prevede che sia opalescente e lei lo rispetta; il suo color arancio è comunque luminoso e la schiuma è compatta e abbastanza persistente. Al naso c’è un’intrigante e fresca macedonia composta da mandarino, mango, ananas, pompelmo e arancia, pesca percoca, litchi, persino qualche suggestione di fragola. Il corpo è leggermente chewy, masticabile, ma non ci sono particolari morbidezze: una “mancanza” compensata da una bevuta priva di quegli ruvidi spigoli che spesso le NEIPA si portano appresso. Il gusto non è complesso e definito come l’aroma ma è comunque una NEIPA succosa e fruttata che oscilla tra la frutta tropicale e gli agrumi: pulita e abbastanza educata, nasconde anche lei l’alcool (6.9%) con grande maestria e chiude il suo percorso con un amaro resinoso/vegetale di buona intensità e breve durata. Una NEIPA molto ben eseguita che diventerebbe eccezionale se replicasse anche al palato le meraviglie aromatiche.

Con la Ring (6.6%) ci spostiamo invece sulla costa ad ovest degli Stati Uniti, quella che fino a qualche anno fa, prima di essere spodestata dal New England, era considerata il nirvana della birra. Dorata ma forse un po’ troppo pallida per il sole della West Coast, utilizza luppoli El Dorado, Mosaic, Columbus e Citra per dare forma ad un bouquet ricco di pompelmo, cedro e limone, ananas, resina e qualche lontana reminiscenza dank. Al palato riesce a scorre bene anche se per quel che riguarda la sensazione tattile la trovo un pelino più pesante del dovuto. La bevuta si snoda attraverso pane e crackers, suggestioni tropicali e un profilo zesty che prelude ad un finale amaro resinoso, “amaro ma non troppo”. Una West Coast IPA rivisitata in chiave moderna che punta sulla facilità di bevuta e ci riesce sacrificando un po’ quel “kick”, quella “botta” d’amaro che avevano i classici della California; i nostalgici come me ne avvertiranno un po’ la mancanza, le giovani leve probabilmente apprezzeranno.
Due anni fa il debutto, birre già ben definite e di ottimo livello: Bonavena brucia le tappe e s'appresta  già a passare da emergente a "big" della scena birraria italica. 
Nel dettaglio:
Knuckle, formato 33 cl., alc. 5.0%, lotto 20/15, scad. 11/2020, prezzo indicativo 4,00 euro (beershop)
Hook, formato 33 cl., alc. 6.9%, lotto 20/12, scad. 09/2020, prezzo indicativo 5,00 euro (beershop)
Ring, formato 33 cl., alc. 6.6%, lotto 20/11, scad. 09/2020, prezzo indicativo 4,50 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

lunedì 29 giugno 2020

Oskar Blues / Cigar City Barrel Aged Bamburana


Il 2019 si è chiuso in maniera piuttosto positiva per la CANarchy Craft Brewery Collective, una sorta di “ombrello sinergico” che dal 2015  racchiude al suo interno Oskar Blues, Perrin, Cigar City, Squatters,  Wasatch, Deep Ellum e Three Weavers. Il progetto è stato parzialmente finanziato dall’equity firm  Fireman Capital Partners  e sforma circa 480.000 barili di birra, un bel +14% rispetto al 2018. La crescita è stata spinta soprattutto dal successo dell’Hard Seltzer Wild Basin Boozy Water di Oskar Blues e dall’introduzione di alcune confezioni miste di birre di Cigar City e Oskar Blues, nonché del CANarchy IPA pack, una selezione di dodici IPA in lattina prodotte da Oskar Blues, Cigar City, Three Weavers e Deep Ellum. Nell’ambito del mercato craft, la Jai Alai IPA di Cigar City è il secondo 6 pack in lattina più venduto negli Stati Uniti con un aumento di vendite del 41%., mentre il 6 pack di Dale’s Pale Ale di Oskar Blues si trova in quarta posizione. 
Alquanto curiosamente i birrifici che fanno parte del progetto CANarchy non avevano mai collaborato tra di loro, limitandosi ad altre tipologie di sinergie commerciali. E’ soltanto nel gennaio del 2019 che Oskar Blues e Cigar City hanno potuto annunciare la prima collaborazione in lattina tra  due membri del CANarachy:   Bamburana, una massiccia imperial stout prodotta con aggiunta di fichi e datteri ed invecchiata in botti che avevano in precedenza contenuto whiskey e brandy; prima del confezionamento c’è stata una successiva maturazione in tank dove sono state aggiunte spirali di Amburana, un legno tipico del Sud America col quale vengono assemblati barili comunemente utilizzati per la produzione di cachaça, acquavite brasiliana ottenuta dalla distillazione del succo di canna da zucchero. L’idea di Tim Matthews, Head of Brewing Operations di Oskar Blues e Wayne Wambles, birraio di Cigar City, era di “imitare i sapori di un biscotto al pan di zenzero ripieno di fichi; abbiamo passato molto tempo e selezionare le giuste tipologie di fichi e datteri per dare anche alla birra quella leggera appiccicosità che potesse contrastare le note ruvide del legno Amburana”. 
Entrambi i birrifici sono noti per le loro imperial stout barricate di successo, come le varianti di Ten Fidy prodotte in Colorado e quelle di Marshal Zhukov e Hunahpu in Florida. 

La birra. 
 Molto prossima al nero, forma una testa di schiuma molto “abbronzata” e un po’ scomposta ma dalla discreta persistenza. L’aroma è in parte spiazzante: oltre alla rassicurante presenza di fichi, datteri, uvetta e distillato c’è un mix di spezie non ben identificato che richiama zenzero, cannella e cardamomo. C’è anche una netta nota affumicata e qualche richiamo al rabarbaro. Il naso è comunque avvolgente e riscalda con i suoi ricordi di whiskey e brandy.  Un eccesso di bollicine compromette quella che dovrebbe essere una birra morbida e piena, da sorseggiare con calma sul divano:  agitare il bicchiere aiuta ma non risolve del tutto il problema. La bevuta è dolce di melassa e caramello, liquirizia, cioccolato e frutta sotto spirito: alcool (12.2%), delicate tostature e note legnose riportano la livella in equilibrio prima di un finale caldo, piuttosto etilico, nel quale i distillati sposano qualche goccia di cioccolato e un filo di fumo.  E’ una birra interessante che lascia inizialmente un po’ spiazzati ma che riesce pian piano a conquistare chi ha il bicchiere in mano: un’imperial stout leggermente speziata in maniera abbastanza poco tradizionale, immagino per effetto del legno Amburana. Peccato per l’eccesso di bollicine: il risultato è positivo ma poteva essere migliore.
Formato 35,5 cl., alc. 12,2%, imbott. 10/01/2019, prezzo indicativo 7,00-8,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio