venerdì 30 agosto 2019

De Dolle Boskeun

Pasqua è già un lontano ricordo ma questo non può essere una scusa per rinunciare a stappare una bottiglia di Boskeun, Belgian Strong Ale del birrificio belga De Dolle (qui la storia) che arriva ogni anno in occasione della solennità del cristianesimo. Boskeun è il soprannome di Jo, fratello di Kris Herteleer e co-fondatore del birrificio, ma Boskeun è soprattutto quel coniglietto dei boschi (Bos-Keun) che viene raffigurato in etichetta intento a sorseggiare la birra. Una delle prime birre pasquali belghe, afferma orgogliosamente Kris, una tradizione inaugurata che sembra essere stata inaugurata dalla Paasbier di Slaghmuylder. Malti chiari, zucchero di canna e luppoli Goldings sono gli ingredienti utilizzati per una robusta Belgian Strong Ale la cui magia viene tuttavia sprigionata dal lievito di casa De Dolle. Come le sorelle “chiare” Lichtervelds e Dulle Teve anche la Boskeun non è una birra da far invecchiare: Herteleer consiglia di berla subito: lasciate posto libero in cantina per la Stille Nacht.

La birra.
La percentuale alcolica della Boskeun ha subito diverse modifiche nel corso degli anni: nata al 7% è poi salita quasi stabilmente a quota 10.  L’edizione 2019 riporta invece in etichetta 9%.  Il marchio De Dolle è evidente non appena si cerca di versare la birra nel bicchiere che viene subito riempito da un’esuberante coltra di schiuma fine e compatta, pannosa, quasi incontenibile e indissolubile. Ci vuole un po’ di pazienza per vedere splendere il suo color oro antico, leggermente velato. Fiori bianchi, pepe, marzapane, frutta sciroppata e candita (arancia, albicocca e pesca), accenni di cassata siciliana: questo il piccolo miracolo del lievito di casa De Dolle che dà origine ad un naso pulitissimo, intenso, al  tempo stesso fresco e caldo (solare). 
Le vivaci bollicine non impediscono comunque alla Boskeun di essere quasi morbida al palato, priva di spigoli: miele, pane, suggestioni di canditi, crostata alla frutta e, in generale, di pasticceria, pepe. La bevuta è dolce ma ben bilanciata da un lieve acidità quasi rinfrescante e da un finale amaro terroso che per non essendo protagonista svolge un ruolo fondamentale. L’alcool? E’ presente “alla belga”: si nasconde per rivelarsi a fine corsa con un abbraccio che riscalda corpo e spirito e invita – quasi ironicamente -  alla moderazione. Pulitissima, ricca, precisa ma non fredda: per chi ama la scuola belga la Boskeun di De Dolle è ormai un classico che emoziona ogni volta, come quei film che non vi stanchereste mai di rivedere. Verrebbe da dire Buona Pasqua, ma perché limitarsi a goderne solo in quel periodo dell’anno? Ogni giorno è adatto ad una Boskeun.
Formato 33 cl., alc. 9%, scad.03/2021, prezzo indicativo 4.50/5.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia/lattina e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 28 agosto 2019

Pelicon Coffee Stout

Ammetto la mia ignoranza sulla birra artigianale Slovena. Mi affido al beer-rating che mi propone questi nomi in cima alle classifiche locali: Reservoir Dogs, Lobik, HumanFish, Hopsbrew, Pelicon. Quest’ultimo, occasionalmente distribuito anche sul nostro territorio, viene fondato da Matthew Pelicon e Anita Lozar ad Aidussina, valle del Vipacco, a soli venti chilometri dal confine italiano. I due hanno vissuto per qualche anno a Londra dove sono venuti a contatto con la Craft Beer Revolution britannica e, tornati in Slovenia, hanno cercato di “replicare quelle birre che amavano bere”. 
Dopo aver tentato con poca fortuna la strada del crowfunding Matthew e Anita hanno comunque reperito le risorse necessarie per acquistare un impianto che inizialmente si è assestato su una produzione di circa 1200 ettolitri l’anno. Il  birrificio ha debuttato con la Pally Pale Ale alla fine del 2013 seguita dalla IPA 3rd Pill: nel 2014 il popolo di Ratebeer ha eletto Pelicon come miglior birrificio sloveno dell’anno. Piano piano sono arrivate anche la Double IPA Quantum, la Hoppy Red Ale Out of China, la Dark Ale Black Aurora e un’imperial stout al caffè. Il database di Untappd annovera al momento una ventina d’etichette.  Matthew, una decina d’anni di homebrewing alle spallle, è oggi aiutato in sala cottura dall’assistente Sebastian; Anita si occupa invece di design, marketing e degli aspetti commerciali. Di recente Pelicon ha inaugurato un punto vendita che si trova ad una cinquantina di metri dal birrificio: qui potete acquistare birre e merchandising nei pomeriggi di giovedì, venerdì e sabato.

La birra.
Color ebano scuro, scura generosa e molto persistente: la robusta (8%) Coffee Stout di Pelican. L’aspetto è bello, goloso e l’aroma mantiene le promesse di quanto scritto in etichetta: il caffè è protagonista assoluto e lascia poco spazio alle tostature e a qualche accenno di tabacco. La sensazione palatale è poco ingombrante e non regala particolari carezze: c’è qualche bollicina in eccesso. La bevuta è abbastanza facile e l’alcool ben nascosto ma, benché gradevole, questa stout risulta piuttosto monotematica. Oltre al caffè non c’è molto altro e la pulizia, solamente discreta, non favorisce il compito di scavare oltre la superficie alla ricerca di dettagli. Annoto un po’ di caramello, di orzo tostato e qualche suggestione di liquirizia prima di un finale amaro nel quale l’acidità del caffè, piuttosto pronunciata, accompagna le tostature. Il tepore etilico che permane in gola è paragonabile al ricordo di questa birra: non particolarmente lungo. Discreta (imperial) stout, un po’ noiosa e ben lontana dall’olimpo dello stile.
Formato 50 cl., alc. 8%, lotto e scadenza non riportati.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia/lattina e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 27 agosto 2019

Ca' del Brado Piè Veloce Lambicus 2016

Della “Cantina brassicola Ca’ del Brado” vi avevo parlato un paio di anni fa, a pochi mesi dall’inaugurazione avvenuta alla fine del 2016 a Pianoro (Bologna). In questi due anni i fondatori Mario Di Bacco, Luca Sartorelli, Andrea Marzocchi e Matteo d’Ulisse hanno fatto un bel percorso che ha portato visibilità e riconoscimenti da molti appassionati, non solo italiani. Le loro birre sono distribuite anche all’estero e chi segue i gruppi di scambio avrà notato qualche timido interesse da parte degli appassionati stranieri: evento più unico che raro quando si parla di birra italiana.   Dal concorso Birra dell’Anno sono arrivate le prime medaglie, ovviamente nella categoria delle Sour Ales: argento nel 2018 per Piè Veloce Brux Cascade, argento nel 2019 per Anniversario 2018 e bronzo per Nessun Dorma.
Ricordo brevemente che Ca’ del Brado non dispone d’impianto produttivo ma si occupa della trasformazione del mosto di malto a birra: il primo viene prodotto su impianti terzi e viene poi fermentato e affinato/invecchiato all’interno delle varie botti posizionate nella cantina il cui numero è andato via via aumentando: ad oggi vi sono due foeders da 1000 litri, 23 tonneaux da 500 litri e 18 barriques da circa 225 litri.  Alle birre acide prodotte con lieviti tradizionali, selvaggi e batteri si sono poi aggiunte le birre stagionali alla frutta Cuvée de Mugnega (albicocche), Cuvée de Zrisa (ciliegie), Cuvée de Pesga (pesche) e due interpretazioni di Italian Grape Ale, Û baccarossa e Û baccabianca.
Cà del Brado ha poi festeggiato il proprio primo compleanno con la Pu’er, Sour Ale prodotta con aggiunta di tè cinese Pu’er e ha spento la seconda candelina con la Anniversario 2018 Dal Bosco, birra acida con infusione di strobili di cipresso e foglie di noce. 
 
La birra.
Facciamo un passo indietro e vediamo com’è invecchiata una delle due birre con le quali Cà del Brado ha debuttato alla fine del 2016. Parliamo della Piè Veloce Lambicus lotto 16004, imbottigliata il 10 dicembre di quell’anno. Si tratta di una Sour Ale il cui mosto è “realizzato con un’importante percentuale di cereali succedanei (frumento e segale) e mediante una luppolatura oculata di stampo inglese sia in amaro che in aroma. La fermentazione (effettuata fin dalla primaria con brettanomiceti Lambicus) e la maturazione (circa due mesi) avvengono direttamente in legno: prevalentemente all’interno di grandi botti che in passato ospitavano vino”.
Dorata, leggermente velata, forma un’esuberante testa di schiuma che sembra quasi indissolubile. L’aroma è un’intrigante mix di profumi floreali e spezie, note funky e selvagge di cuoio e pellame, sudore e cantina, terrose. C’è qualche accenno fenolico e un bel carattere fruttato che richiama pompelmo, ananas, frutta a pasta gialla ma anche pesca bianca: per un attimo avverto anche qualche suggestione di fragolina. Un biglietto da visita stupefacente. Le vivaci bollicine la rendono ruspante e rustica senza tuttavia farla risultare ruvida al palato. La bevuta è però meno interessante rispetto all’aroma: per aprirsi questa Piè Veloce Lambicus ha bisogna di scaldarsi un po’ ma così facendo perde gran parte del suo potere rinfrescante. I brettanomiceti apportano un carattere terroso dominante che viene parzialmente mitigato dall’acidità lattica e dall’asprezza degli agrumi. In sottofondo resta una patina dolce che richiama la frutta a pasta gialla e il miele. Il percorso si chiude con un finale legnoso e abbastanza secco nel quale tuttavia rimane sempre presente una patina dolce ed emerge un discreto tepore etilico a mettere in guardia chi ha il bicchiere in mano: dopotutto il contenuto alcolico in percentuale tocca quota 7.4.
In tre anni ha avuto una bella evoluzione questa bottiglia di Piè Veloce Lambicus: il naso è un piccolo capolavoro che non trova purtroppo esatta corrispondenza al palato, ma il livello complessivo rimane indiscutibilmente elevato. I ragazzi di Cà del Brado dimostrano di meritare il successo che stanno riscuotendo.
Formato 37,5 cl., alc. 7.4%, lotto 16004, scad. 10/12/2021, prezzo indicativo 7,00 euro (beershop)
 
NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia/lattina e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 23 luglio 2019

Hanssens Experimental Cassis 2015

Bartholomeus Hanssens, un tempo sindaco di Dworp (diciassette chilometri a sud di Brussels), iniziò a produrre lambic nel 1871 nei locali che ospitavano il birrificio Sint Antonius. Nel 1896 la produzione si trasferì in una casa di campagna nella Vroenenbosstraat a Dworp dove tutt'ora gli Hanssens risiedono. Non troverete però nessun impianto produttivo: fu l'invasione dell'esercito tedesco nel corso della prima guerra mondiale a farli sparire definitivamente. Il rame era un metallo molto prezioso ed utile per l'industria bellica, e tutti i macchinari furono sequestrati. Da allora la produzione non è più ripartita e gli Hanssens hanno iniziato ad acquistare lambic altrove per poi assemblarlo. Secondo quanto riporta il sito lambic.info, i fornitori furono Van Haelen a Beersel (chiuso nel 1957), Van Haelen-Coche a Uccle (chiuso nel 1968), La Fleur d’Or a Brussels (chiuso nel 1969), Timmermans a Itterbeek e  Winderickx a Dworp (chiuso nel 1969); attualmente Hanssens utilizza lambic proveniente da Lindemans, Girardin e Boon. 
Nel corso degli anni il testimone è passato da Bartholomeus al figlio Theo e, nel 1974, al nipote Jean: oggi alla guida c'è Sidy, figlia di Jean, assieme al marito John, che svolgono questo lavoro part -time parallelamente ad altre attività. Pochissimi investimenti, la stessa imbottigliatrice in funzione dal 1954, nessun sito internet; non è questo il Belgio che tutti amiamo? Il venerdì e il sabato potete acquistare le bottiglie direttamente dalla casa degli Hanssens che vi aprono le porte. Secondo quanto riporta Van Den Steen nel libro “Geuze & Kriek: The Secret of Lambic Beer (2012)”  Hanssens fu il primo produttore ad apporre in etichetta le denominazioni protette “Oude Geuze” e “Oude Kriek”.

La birra.
L’aggettivo “Experimental” non tragga in inganno: non si tratta di produzione occasionale o limitata. I due lambic con ribes nero (Experimental Cassis) e lampone (Experimental Raspberry) furono prodotti per la prima volta nel 2009  (dieci casse cadauna) su specifica richiesta dell’importatore americano ed entrarono poi a far parte stabilmente della gamma Janssens. 
Experimental Cassis si presenta con un bellissimo vestito rosso porpora; in superfice si forma un piccolo pizzo di bolle biancastre. A quattro anni dalla messa in bottiglia la componente fruttata è ovviamente scivolata in secondo piano e l’aroma è caratterizzato da aceto di mela, legno e dai classici “profumi” del lambic: in questo caso formaggio, sudore, solvente, un po’ di vomito.  Purtroppo la carbonazione non è particolarmente vivace e la bevuta ne risente perdendo un po’ di vitalità. Un’acidità molto marcata, a tratti tagliente, attraversa questo Experimental Cassis da cima a fondo: limone, lime, frutta aspra, legno e qualche ricordo sbiadito di ribes, accompagnato da una suggestione (o una speranza?) dolce di frutti di bosco. Molto secca, leggermente astringente, termina il suo percorso con una rapida transizione dal lattico all’aceto di mela e un delicato tepore etilico.  Un lambic per palati forti, come molti prodotti Hanssens: ma in questo caso lo sforzo necessario per sopportarne acidità d asprezza non è ricompensato dall’accesso a particolari complessità o profondità:  lasciarla in cantina si è rivelato probabilmente un errore. In una bottiglia fresca avrei perlomeno goduto della sua componente fruttata.
Formato 37,5 cl., alc. 6%, imbott. 03/2015, prezzo indicativo 10.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia/lattina e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 18 luglio 2019

Perennial Sump 2018

Eccoci di nuovo a parlare di Perennial Artisan Ales, birrificio americano operativo a St. Louis (Missouri) dal 2011: la loro storia l’avevo raccontata qui. Prima di mettersi in proprio Phil Wymore ha lavorato come birraio al brewpub Grindstone e soprattutto alla Goose Island e alla Half Acre di Chicago. Nelle sue intenzioni Perennial Artisan Ales doveva colmare quel vuoto di birre ispirate alla tradizione belga che c’era nella sua zona: sono invece state le imperial stout a renderlo famoso, a partire da quella Abraxas che ha iniziato ad attirare a St Louis beergeeks da tutti gli Stati Uniti, e non solo. In questo senso la sua esperienza come birraio a Chicago è stata fondamentale: “alla Goose Island occupavo il ruolo di Cellar Manager e supervisionavo la produzione delle birre barricate. Ho prodotto moltissime Bourbon County, riempiendo e impilando centinaia di barli; non è una birra facile da fare. Produrla è una vera rottura di coglioni…  macinare e fare il mash con tutto quel malto per ottenere una quantità di liquido relativamente modesta”.   Wymore aveva poi realizzato da Half Acre la imperial coffe stout Big Hugs. 
Perennial inizia a produrre stout quasi per caso; nel 2012 per celebrare il giorno di San Patrizio viene prodotta la 17, imperial stout con fave di cacao e menta. Il suo successo fece nascere rapidamente  Sump, imperial stout al caffè,  Maman, imperial stout “semplice” invecchiata in botti di Rittenhouse Rye e Elijah Craig e la già citata Abraxas.   Oggi il 25% della produzione Perennial riguarda stout e imperial stout: “quando produci una birra come Abraxas che sembra piacere moltissimo alla gente, devi seguire il mercato e cercare di aumentarne la disponibilità.  Il nostro mantra è sempre stato  ‘ascolta il mercato e dai alla gente quello che vuole, finché sei orgoglioso di farlo’. Se fossimo famosi per qualcosa che non siamo orgogliosi di produrre ci porremmo senz’altro delle domande. Allo stesso modo forse non continueremmo a fare una Brown Ale prodotta con orgoglio ma che nessuno compra”.

La birra.
L’imperial coffee stout Sump (11.5%)  di Perennial prende il nome dalla torrefazione di St. Louis che rifornisce Perennial.  La versione “classica” utilizza la varietà La Virgen proveniente dalla Colombia, ma me vengono realizzate spesso varianti con altre tipologie di caffè.  Sump è arrivata anche in Europa e ciò significa inevitabilmente due cose: la produzione è aumentata  e l’hype dei beergeeks americani si è spostato altrove. Ad esempio sulla sua versione Barrel Aged. 
Il Sump Day 2018 si è tenuto al birrificio dal 19 al 23 dicembre: occasione ghiotta per bere la Sump con qualche settimana di anticipo rispetto alla normale distribuzione, avvenuta a gennaio 2019 e, soprattutto, per assaggiare alcune varianti. Erano disponibili all’acquisto due box da tre e quattro bottiglie. Per 75 dollari vi portavate a casa due bottiglie di Sump normale e  la variante prodotta con caffè etiope Roba; per 100 dollari avevate due bottiglie di ciascuna birra.  In gennaio è poi arrivata la Barrel Aged Sump (13%): 40 dollari a bottiglia al birrificio. 
Nera, impenetrabile alla luce; nel bicchiere forma una testa di schiuma di modeste dimensioni ma dalla buona persistenza. A sette mesi dalla messa in bottiglia il caffè è ancora dominante, ed è accompagnato da note terrose e di pellame;  il lattosio regala qualche suggestione di panna e vaniglia, in sottofondo emerge anche il torrefatto. L’aroma è forse un po’ monotematico ma intenso e pulito. Nulla da eccepire anche sul mouthfeel, viscoso, denso e morbido. Il corpo è pieno ma non è una birra masticabile o difficile da sorseggiare. Il gusto risulta un po’ meno definito ma è comunque di notevolissima intensità, sebbene penalizzato da un residuo zuccherino un po’ troppo invadente. Fruit cake, vaniglia, fudge, frutta sotto spirito; si parte con dolcezza prima dell’arrivo del caffè a cui spetta il compito di chiudere la bevuta. Il lattosio ben contrasta l’acidità del caffè ed il percorso termina in maniera bilanciata tra delicate tostature e un bel tepore etilico che riscalda senza bruciare. Densa e intensa, Sump di Perennial è indubbiamente una bevuta di livello ma lontana dall’olimpo delle imperial coffee stout, almeno questa sua edizione 2018. A mio parare le gioverebbe senz’altro l'essere un po’ meno dolce. Ripenso alle parole di Wymore: “devi seguire il mercato e dare alla gente quello che vuole bere”. Il successo delle Pastry Stout (e delle NEIPA) dimostra che la maggior parte della gente (beergeeks inclusi) preferisce il dolce all’amaro ed ecco forse spiegato il motivo della deriva un po’ troppo dolce di questa bottiglia.
Formato 75 cl., alc. 11.5%, imbottigliata 17/01/2019, prezzo indicativo 25.00-30.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia/lattina e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 15 luglio 2019

Anchorage Bitter Monk Belgian Style Double IPA

Ritorna sul blog il birrificio americano Anchorage fondato a  giugno 2011 nell’omonima città dell’Alaska da Gabe Fletcher. Dopo tredici anni passati a lavorare per la Midnight Sun Brewing Company, prima sulla linea d’imbottigliamento e poi come birraio, Fletcher decide di mettersi in proprio e di lavorare su quella che è la sua vera passione: le birre acide e a fermentazione spontanea, l’utilizzo di lieviti selvaggi.  In assenza d'impianto produttivo, Fletcher affitta uno spazio di circa 300 metri quadri all’interno del Snow Goose Restaurant and Sleeping Lady Brewing Co; il mosto viene prodotto al piano di sopra, dove si trova l’impianto, e poi trasferito attraverso tubazioni direttamente al piano di sotto dove Fletcher ha posizionato 250 botti, due foeders da 70 litri, due tank in acciaio, una linea d’imbottigliamento e la cella frigorifero. 
Anchorage debutta come una specie di beerfirm e nell’anno successivo (2012) il popolo di Ratebeer lo annovera già tra i cinque migliori nuovi birrifici al mondo. Senza fretta Fletcher lavora in parallelo alla costruzione del proprio birrificio, poi inaugurato nella primavera del 2014; la nuova location all’incrocio tra la 148 W e la 91st Avenue dispone di 750 metri quadri ed una suggestiva tasting room che è praticamente posizionata in mezzo ai grandi foeders. Sulle pareti, il motto scelto da Fletcher: “Where brewing is an art, and Brettanomyces is king“.  Nella piccola tasting room, dominata dal legno degli arredi e dei foeders, trovate merchandising, spine, bottiglie e anche qualche piattino di formaggi e salumi da sgranocchiare.


La birra.
Come per quasi tutte le birre di Anchorage, la Belgian Double IPA chiamata Bitter Monk svolge la sua fermentazione primaria in foeders di legno a temperatura controllata. La birra viene poi trasferita in più piccole botti di rovere francese che avevano precedentemente ospitato Chardonnay; è in questa fase che vengono aggiunti i brettanomiceti. Dopo un periodo di tempo che oscilla tra  8 e 18 mesi la birra contenuta nei barili viene riportata nei foeders di legno o in tank di acciaio per il dry-hopping. Nello specifico esistono due versioni speciali di Bitter Monk che ricevono dry-hopping rispettivamente di Citra e Mosaic.  Noi concentriamoci sulla versione base, nello specifico una bottiglia prodotta nel novembre del 2016: normalmente una Double IPA non andrebbe mai lasciata in cantina, ma in questo caso si tratta evidentemente di una Double IPA sui generis.
Nel bicchiere si presenta di un bel color “solare” a metà strada tra l’arancio ed il dorato; la schiuma cremosa e compatta ha una buona persistenza. L’aroma, piuttosto pulito ma non molto intenso, è una ben riuscita convivenza tra funky e frutta: legno, cantina, qualche accenno di cuoio e sudore, pesca, albicocca, ananas, pompelmo.   La frutta a pasta gialla e gli agrumi caratterizzano anche la bevuta, piacevole, secca e rinfrescante nonostante la gradazione alcolica (9%) non sia nascosta così bene come avviene spesso in quella tradizione belga alla quale questa birra si ispira. Il finale è caldo ed etilico con un amaro di buona intensità caratterizzato da note terrose e zesty. Legno, funky e vino sono dettagli in secondo piano che vanno cercati con un po’ di concentrazione: personalmente mi aspettavo una maggior profondità, soprattutto se penso alle altre ottime produzioni Anchorage che mi è capitato di assaggiare in passato. E’ tuttavia una bevuta di alto livello, bilanciata tra dolce e amaro, pulita, attraversata da una rinfrescante acidità e molto morbida al palato.
Formato 75 cl., alc. 9%, lotto #5, imbottigliata  11/2016, prezzo indicativo 18.00-22.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia/lattina e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 8 luglio 2019

One Mile End Juicy 4pm

One Mile End  è la strada del quartiere Whitechapel di Londra dove si trova il White Hart Pub: a giugno 2013 il pub mette in funzione nel proprio seminterrato un impiantino da 4,5 ettolitri. Di fronte al pub ancora oggi vi sono gli edifici inutilizzati della Albion Brewery, storico birrificio dell’East End che ha operato dal 1808 al 1979: sulla One Mile End si torna dunque, sebben in scala minore, a produrre birra. Questo microbirrificio destinato inizialmente a rifornire quasi esclusivamente il pub viene inizialmente chiamato Mulligans. 
Dopo pochi mesi d’attività a guidare il birrificio, e non solo per quel che riguarda la realizzazione delle ricette, viene chiamato il birraio Simon McCabe, proveniente da un’esperienza biennale al birrificio Redemption di Londra. Il nome cambia in One Mile End Brewery ed i fusti di birra iniziano ad essere distribuiti anche altrove: è McCabe l’artefice delle prime due birre di successo, la Salvation Pale Ale e la Hospital Porter: ed è sempre lui a guidare quell’espansione necessaria per poter far fronte a tutte le richieste che arrivano dal mercato. Nel 2016 One Mile End trova la sua nuova casa  nella zona di Tottenham (Compass West Estate, 32 West Rd) ereditando impianto (20 hl) e spazi lasciati liberi proprio dal birrificio Redemption che si è trasferito dietro l'angolo. Kegs e cask sono seguiti dalle lattine e da un completo restyling di grafiche ed etichette operato da Rusty O’Shacklevell; in sala cottura McCabe porta Pierre “De Garde” Warburton, ex-geologo senza nessuna esperienza ma assiduo frequentatore del  White Hart Pub: a lui il compito di eseguire le istruzioni “alla lettera”. Dopo un primo periodo di assestamento i due impiante di One Mile End hanno iniziato a sformare novità al ritmo richiesto attualmente dal mercato inglese: 20 nuove birre nel 2017, 30 nel 2018. 
Oltre che al brewpub potete assaggiare le birre anche direttamente nella piccola taproom di Tottenham, aperta ogni sabato e nei giorni in cui ci sono le partire degli Spurs.

La birra.
Juicy 4 PM: Citra, Mosaic, El Dorado: questi i luppoli utilizzati in Double Dry Hopping per creare una New England Pale il cui nome si riferisce “all’orario in cui in tutto il mondo è accettabile farsi la prima birra del giorno”. Le quattro del pomeriggio, alquanto opinabile. 
Il color arancio pallido è opalescente ma non eccessivamente torbido: la schiuma, cremosa e  abbastanza compatta, ha una buona persistenza. Frutta tropicale, mandarino, pompelmo e arancia danno forma ad un aroma pulito e abbastanza fresco ma non particolarmente intenso, nonostante il modaiolo DDH. C’è anche qualche lieve interferenza dank. Anche al palato la componente juicy è protagonista senza eccessi: tropicale (soprattutto ananas) e agrumi lasciano comunque intravedere una leggera base maltata (pane). Il finale è zesty, moderatamente amaro, secco e rinfrescante. Non so quanti mesi alle spalle abbia questa birra pulita, semplice, gradevole, facilissima da bere (4.9%). Non è un mostro d’intensità, soprattutto per quel che riguarda il carattere “juicy” ben evidenziato in etichetta: da questo punto di vista è senz’altro una mezza delusione per chi la confronta con i maestri del New England inglese, Cloudwater, Verdant e Deya in primis. Per chi invece ha voglia di bere una birra, e non un succo di frutta, Juicy 4pm è una piacevole quasi session beer moderna.
Formato 44 cl., alc. 4.9%, scad. 19/08/2019.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia/lattina e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 26 giugno 2019

DALLA CANTINA: HORALs Oude Geuze Mega Blend 2013

Il nome completo è Hoge Raad voor Ambachtelijke Lambikbieren, ma è più facile ricordarlo con l’acronimo H.O.R.A.L. Nel 1997  Armand Debelder di 3 Fonteinen riuscì a convincere altri produttori di lambic a formare un “Alto Consiglio del Lambic Artigianale”: Frank Boon, De Cam (a quel tempo in mano a Willem Van Herreweghen), De Troch, Lindemans e Timmermans. Lo scopo dell’associazione era quello di salvaguardare una tradizione che era  in lento e costante declino, promuovendone il consumo e proteggendone l’autenticità. 
Uno dei primi successi dell’associazione fu il conferimento del marchio TSG (Specialità Tradizionale Garantita) da parte della Comunità Europea: il riconoscimento avvenne nello stesso anno della fondazione dell’associazione anche se le pratiche erano state iniziate da Boon due anni prima. “Contrariamente ad altri riconoscimenti europei (DOP e IGP), il marchio STG garantisce solo la ricetta tipica o il metodo di produzione tradizionale (inteso nel senso che deve esistere da almeno 30 anni) di un determinato prodotto, ma senza un vincolo di appartenenza territoriale: ciò significa che il prodotto STG può essere preparato in un qualsiasi paese dell'Unione europea, a patto che la produzione rispetti il relativo disciplinare e sia certificata da un organismo di controllo accreditato”. 
Nell’ottobre dello stesso anno H.O.R.A.L. organizzò anche il primo Toer de Geuze, evento con cadenza biennale nel corso del quale i produttori e assemblatori dell’associazione aprono le porte delle loro cantine ai visitatori;  per l’occasione viene anche realizzato il Mega Blend,  Oude Geuze assemblata con il contributo di tutti i membri.  Negli anni seguenti anche Oud Beersel, Girardin, Hanssens, Mort Subite e Tilquin  si sono uniti all’associazione; dal 2015 la presidenza è passata da Armand Debelder e Frank Boon; nel 2018 3 Fonteinen e Girardin hanno abbandonato H.O.R.A.L. 
Tutto bene, quindi ? Non proprio. Sette dei nove membri dell’associazione vendono infatti regolarmente una o più birre (per cinque di loro si arriva al 50% della gamma) che non rientrano nel disciplinare STG, sia per il metodo di produzione che per gli ingredienti usati: mi riferisco a fermentazioni spontanee che non sono tali, all’utilizzo di edulcoranti o sciroppi di frutta,  pastorizzazione e filtrazione, fermentazioni in acciaio e chips di legno al posto delle botti. 
Sotto lo stesso ombrello, quello che dovrebbe preservare il metodo tradizionale, vi sono quindi anche produttori che utilizzano “scorciatoie” per ridurre i costi e massimizzare i profitti: le stesse scorciatoie che stavano portando, anni fa, alla scomparsa del vero lambic. E’ principalmente questo il motivo per il quale il produttore di lambic più famoso, Cantillon, non ha mai voluto prendere parte all’associazione: Jean Van Roy riconosce l’utilità dell’associazione H.O.R.A.L. ma non intende sedersi allo stesso tavolo con coloro che producono una percentuale a volte irrisoria (1%) di vero lambic tradizionale.

La birra.
Prodotta in occasione del nono Toer de Geuze, l’Oude Geuze Mega Blend 2013 venne assemblato con lambic giovani e vecchi di tre anni provenienti da 3 Fonteinen, Boon, De Cam, De Troch, Hanssens, Lindemans, Oud Beersel, Tilquin e Timmermans. L’imbottigliamento è avvenuto nell’ottobre del 2012 presso la Brouwerij Boon.
Dopo quasi sette anni il Mega Blend ha un ottimo aspetto: la schiuma è cremosa e compatta ed ha una buona persistenza, il colore è un luminoso oro carico, leggermente velato. Le classiche note  funky del lambic "stagionato" (cantina, legno, polvere, pelle di salame o vecchie carte da gioco, sudore) sono affiancate da una sorprendente freschezza fruttata: limone, ananas, uva, arancia candita, spunti vinosi. Un bouquet pulito, complesso, emozionante. Ancora perfettamente carbonata, la bevuta è molto morbida e non mi riferisco solamente alla sensazione tattile: c'è un bel carattere vinoso, che emerge soprattutto quando la temperatura si alza, c'è l'asprezza del pompelmo e del limone, dell'uva acerba. L'acidità lattica è piuttosto contenuta e quella butirrica (vomito, in parole povere) è fortunatamente appena percepibile. Il finale è secco con un lieve amaro caratterizzato da note legnose, zesty e terrose. Fresca, ancora giovane, dal grande potere rinfrescante e dissetante: l'alcool (7%) emerge solo se si lascia scaldare la bottiglia.
Splendido naso, complesso ed emozionante al quale fa seguito una bevuta di profondità e complessità inferiore ma ugualmente molto soddisfacente. In questo caso la scelta di tenerla qualche anno in cantina ha pagato: e l'impressione è che potesse ulteriormente migliorare.
Formato 75 cl., alc. 7%, bottiglia n. 26913, lotto 2303, scad.  29/10/2032, prezzo indicativo 13,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia/lattina e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

martedì 25 giugno 2019

Cigar City White Oak Jai Alai India Pale Ale

Edizioni limitate e speciali di Hunahpu e Marshal Zhukov, Outskirts e  Decoherence: sono queste, tutte imperial stout, le birre di Cigar City, più apprezzate e ricercate dai beer geeks. Soprattutto le prime due hanno contribuito in maniera determinante a generare quell’hype che ancora circonda, anche se in tono molto minore, il birrificio della Florida fondato nel 2009 da Joey Redner e venduto nel 2016 ad Oskar Blues, birrificio del Colorado che assieme al fondo azionario privato Fireman Capital ha fondato la società CANarchy. 
Non sono tuttavia queste le birre che fanno andare a pieni giri il motore di un’azienda che dovrebbe aver chiuso il 2018 avvicinandosi a quota 160.000 ettolitri: a portare il contante in cassa ci pensa soprattutto la “cara e vecchia” IPA Jai Alai  i cui volumi assorbono quasi il 60% dell’intera produzione Cigar City.  A seconda delle fonti, il “Six Pack” di Jai Alai è il primo o il secondo Six Pack di birra artigianale venduto in tutti gli Stati Uniti. “E ancora non riusciamo a soddisfare tutta la domanda", diceva nel 2017 il birraio Wayne Wambles. "Per questo stiamo pensando a delle sinergie con gli amici di Oskar Blues e con Brew Hub“, birrificio della Florida che opera soprattutto come conto terzista. 
Jai Alai  (“festa allegra” in lingua basca) prende il suo nome da una variante del gioco palla basca che era un tempo praticata anche a Tampa, la città di Cigar City.  Anche Jai Alai, prodotta dal 2008, ha le sue inevitabili varianti: svariati dry-hopping monoluppolo, aggiunte di caffè, frutta e legno. Ricordo a proposito una sfortunata bottiglia di Humidor Series Jai Alai Cedar Aged:  era il 2011 e trovare Cigar City in Italia era quasi un evento! Il legno di cedro, lo stesso utilizzato per costruire gli umidificatori di sigari, veniva aggiunto dopo la fermentazione. Oggi la Humidor Series Jai Alai Cedar Aged è ancora venduta in lattina nei mesi estivi.

La birra.
Chi ama l’accoppiata legno-luppolo non rimane a secco neppure nei mesi invernali: da gennaio a marzo è infatti disponibile la  White Oak Jai Alai, per la cui produzione vengono impiegati spirali di quercia bianca. 
Ambrata e velata, forma una bella testa di schiuma biancastra, cremosa, compatta e dall’ottima ritenzione. Caramello, resina e agrumi definiscono un aroma classico e tipico della old school della East Coast statunitense. La quercia porta in dota note legnose e di cocco; bisogna faticare un po’ per trovarle nelle retrovie, ma ci sono. La bevuta prosegue nella stessa direzione, puntuale e rigorosa: è una IPA tutta giocata su caramello, biscotto, resina e agrumi. Non ho mai bevuto questa birra fresca, ma i quattro mesi passati dalla messa in lattina hanno probabilmente trasformato la frutta “fresca” in marmellata: l’alcool si sente quanto basta e nel finale un po’ di legno accompagna l’amaro resinoso e terroso. 
La versione White Oak della Jai Alai è un classico impreziosito da qualche ricamo derivante dall’uso del legno: quando la East Coast americana non faceva pensare solo al New England, erano queste le birre che tutti cercavano e che facevano scuola. Poi le attenzioni si sono spostate sulla costa ad Ovest, in  California, ed ora si è ritornati ad Est, anche se molto più a nord rispetto alla Florida. Ma è una geografia che interessa soprattutto alla nicchia degli appassionati incalliti: il fatto che la Jai Alai sia ancora una della IPA più vendute in America la dice lunga su cosa beve la maggior parte della gente.
Formato 35,5 cl., alc. 7.5%, IBU 70, lotto 12/02/2019, prezzo indicativo 4.00-5.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia/lattina e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

lunedì 24 giugno 2019

Double-Barrelled Parka

Nel 2015 Mike e Luci Clayton-Jones, due homebrewers e beer geeks inglesi, stanno per sposarsi:  qualche mese prima dell’evento la location da loro scelta subisce un incendio e i due promessi sposi sono costretti a trovare una soluzione alternativa. Con la sfortuna arriva però anche un’opportunità: il nuovo locale permette a loro di comporre liberamente la lista delle bevande. Per scegliere le dodici birre che saranno servite alla festa vanno a visitare diversi birrifici inglesi, Kernel e Siren per primi. E, da bravi homebrewers, decidono anche di produrre la birra del proprio matrimonio, chiamandola Double Barrelled: le bottiglie etichettate sono il regalo agli invitati che apprezzano soprattutto il contenuto.  
Terminati i festeggiamenti è il momento di decidere: continuare con le rispettive occupazioni (lui consulente nel campo della logistica, lei marketing nel settore alimenti e bevande) o trasformare questa loro passione per il beer-hunting in una professione? I neosposi non ci pensano troppo: si licenziano, fanno le valigie e partono per un giro formativo intorno al mondo. Stati Uniti, Australia, Europa, Giappone e Sud America per visitare birrifici e bar dedicati al craft, prendendo nota di utili consigli.  Al ritorno è pronto il business plan di un birrificio che vogliono chiamare come la birra del matrimonio:  Double-Barrelled Brewery. 
Mike inizia a produrre in garage con il proprio kit da 100 litri e i primi fusti arrivano in qualche pub; in parallelo i coniugi Clayton-Jones prendono in affitto un magazzino a Reading (UK), cinquecento metri quadrati dove verrà installato il nuovo impianto da 24 ettolitri prodotto dagli inglesi della Malrex. I permessi e le autorizzazioni ritardano un po’ l’inaugurazione del birrificio che avviene solo nel novembre del 2018. Le prime tre birre disponibili sono Parka Pale Ale, Red Jungle Fowl  (Gose con lamponi e barbabietola), Seven Dollar Saturday Sweet Stout. Qualche settimana dopo viene anche aperta la Tap Room, dodici spine che ospitano anche birrifici “amici”, una piccola selezione di vini e cocktails: al momento è aperta solamente venerdì e sabato pomeriggio. A qualche food truck il compito di offrirvi qualcosa da mettere sotto i denti. Ad aiutare Mike in sala cottura è stato recentemente reclutato il birraio Dan Wye: nel suo curriculum un apprendistato presso Wild Beer e Prescott Ales, due anni nella distilleria Brennen & Brown e diciotto mesi come birraio alla Mad Squirrel Brewery.

La birra.
Double-Barrelled voleva inizialmente concentrarsi su birre scure, acide e (ovviamente) invecchiate in botte ma le richieste provenienti dal mercato hanno (momentaneamente?) modificato i piani: luppolo, lattine, poche etichette prodotte stabilmente e una rotazione costante di novità. Una delle poche birre che troverete quasi sempre disponibili è la Pale Ale chiamata Parka, prodotta con Cascade, Centennial e un generoso dry hopping di Citra (12 grammi al litro). Trattasi dell’evoluzione di una delle prime birre prodotte da Mike Clayton-Jones nel suo garage, la India Pale Lager chiamata  Cagoule: “era più forte (6.7%) e piaceva moltissimo ai nostri clienti, ma alcuni dei nostri amici birrai ci consigliarono di farne una versione dal contenuto alcolico più basso, quindi più facile da bere, e ad alta fermentazione, più rapida da produrre”. 
Etichetta minimalista con il logo disegnato dallo studio Kingdom & Sparrow ben evidenza:  nel bicchiere la Pale Ale Parka si presenta di color arancio pallido e velato; la schiuma è scomposta, grossolana e poco persistente.  L’aroma è pulito e ancora abbastanza fresco, solare: arancio, mandarino, lemon grass, qualche nota tropicale. Al palato una leggera base maltata (crackers) sostiene un percorso pressoché analogo che si svolge idealmente in un agrumeto, eccezion fatta per qualche intermezzo dolce di frutta a pasta gialla. Nonostante siano utilizzati luppoli statunitensi, il risultato finale è per me piacevolmente reminiscente di certe Golden Ale inglesi moderne , tra le quali cito sempre con grande piacere la Summer Lightning di Hop Back (che non riesco mai a trovare in condizioni decenti, ma questo è un altro discorso). Questa Parka sembra esserne un’ulteriore evoluzione, ovvero dal profilo più fruttato ma ben lontano da quegli estremi “juicy” contemporanei. Buona secchezza, bell’equilibrio, finale amaro “ma non troppo” nel quale dominano le note zesty e terrose. Birra profumata, sbarazzina, leggera e sessionabile, intelligente, capace di evaporare come acqua. Promossa a pieni voti. 
Formato 44 cl., alc. 4.5%, lotto G012, scad. 18/08/2019

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia/lattina e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio