venerdì 31 agosto 2018

Ritual LAB: Too Nerdy & Double Super Lemon Ale


2018 ricco di eventi importanti per Ritual LAB, birrificio operativo dal 2015 e guidato dal birraio Giovanni Faenza. Lo scorso febbraio c’è stata a Firenze l’incoronazione come Birraio Emergente del 2017 alla manifestazione Birraio dell’Anno organizzata da Fermento Birra e a metà giugno è stato inaugurato a Roma (zona Olgiata) il locale Punto Ritual, sei spine dedicate principalmente alle birre della casa e una selezione di bottiglie estere. Il Punto Ritual viene  parzialmente a colmare il vuoto lasciato dalla scomparsa del Ritual Pab, aperto nel settembre 2017 in Piazza Cavour, in pieno centro città, e improvvisamente chiuso alla fine dello scorso giugno. Dovrebbe comunque trattarsi di un arrivederci e non di un vero e proprio addio;  voci già parlano della riapertura del locale in una diversa zona della città. 
Per quel che riguarda la birra, il mercato impone di non fermarsi mai e di sfornare continuamente novità, che a volte coincidono con rielaborazioni di ricette già note; è il caso delle birre di oggi, due versioni “on steorids” di due classici Ritual: la session IPA Nerd Choice e la APA Super Lemon Ale.

Le birre.
Non è esattamente una novità visto che se non erro ha debuttato nel luglio del 2017 la Double IPA Too Nerdy (8%), versione potenziata della Nerd Choice della quale riprende anche la splendida etichetta metafisica  realizzata dall'artista e tatuatore romano Robert Figlia. I luppoli utilizzati per la Session IPA sono se non erro Simcoe, Citra, Amarillo ed Equinox, qui ovviamente aggiunti in maggiori quantità. 
Dorata e leggermente velata, forma nel bicchiere una bella schiuma cremosa e compatta.  Al naso un sottofondo dank accompagna i profumi di cedro, limone candito, pompelmo e bergamotto: intensità e pulizia non mancano. L’assenza di frutta tropicale, ormai caratteristica imprescindibile di ogni IPA moderna, è solo momentanea: al palato c’è un lieve sottofondo che, assieme a pane e miele, bilancia un amaro resinoso di buon livello ma di durata abbastanza limitata. Abbastanza secca e molto bilanciata, questa Too Nerdy è una Double IPA che procede seguendo con buona precisione la scuola della SoCal, la California del Sud.  Pochi fronzoli, alcool ben gestito, pulizia ed equilibrio: i bevitori “vittime delle mode” forse le contesteranno la mancanza di esplosività o spavalderia, per quel che mi riguarda questo non è assolutamente un problema ma un pregio.

E’ arrivata lo scorso marzo 2018 la Double Super Lemon Ale, versione amplificata di una della birre che ha contribuito al successo di Ritual Lab: l’American Pale Ale Super Lemon Ale che vi ricordo, a dispetto del nome, non utilizza nessun frutto. Il merito è tutto del luppolo Citra.  
Nel bicchiere è più scura della propria sorella, l’aroma è una gradevole macedonia composta da frutta tropicale (mango, papaia, ananas) e agrumi.  Fresco e pulito, possiede quel carattere un po’ ruffiano assente nella Too Nerdy; anche lei non si fa però mancare qualche nota dank.  Al palato i malti affiancano qualche lieve nota biscottata al binomio pane-miele, mentre a dispetto del nome (Lemon Ale) è soprattutto il dolce della frutta tropicale a dominare la bevuta prima di una chiusura amara, resinosa, dank e pungente, potenziata da un leggero tepore etilico (8%), piccolo avvertimento al bevitore incauto. Anche qui non mancano pulizia, intensità ed equilibrio. 
Due birre di ottimo livello che in un’ideale classifica di un campionato di Double IPA italiane entrambe occuperebbero posizioni di rilievo.
Nel dettaglio:
Too Nerdy, 33 cl., alc. 8%, lotto 22, scad. 01/12/2018, prezzo indicativo 5.00-6.00 euro (beershop)
Double Super Lemon Ale, 33 cl., alc. 8%, lotto 20, scad 01/12/2018,  prezzo indicativo 5.00-6.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

mercoledì 29 agosto 2018

Crooked Stave: St. Bretta (Gold Nugget Mandarin) 2015 & Vieille Artisanal 2015


Ritorna sul blog Crooked Stave, il birrificio della "doga piegata": il perché del nome è presto detto, mettere la birra dentro le botti è quello che al fondatore Chad Yakobson piace fare. La sua seconda passione sono i brettanomiceti, al punto d'aver dedicato a questi lieviti selvaggi la sua tesi di laurea all'International Centre for Brewing and Distilling dell'Università di Edimburgo, in Scozia. Ritornato a Fort Collins, Colorado,  Yakobson ha fondato Crooked Stave che ha debuttato come beerfirm a cavallo tra il 2010 ed il 2011, in attesa di riuscire a reperire i fondi necessari per installare i propri impianti.  Chad fa maturare la birra in botti e foeders situati in un magazzino nel quartiere industriale di Sunnyside, inaugurato a settembre 2012. L’anno successivo viene aperto la tap room chiamata The Source all’interno di una ex fabbrica di mattoni del 1880:  l’idea di era di riuscire a installare il proprio impianto all’interno di questo complesso già entro la fine del 2013 ma qualcosa è andato storto e i suoi piani per passare da beerfirm a produttore hanno subito un forte rallentamento. 
E’ solo a gennaio 2016 che Crooked Stave  ha potuto tagliare il nastro del proprio impianto da 25 ettolitri spostandosi a Denver; ad aiutare Chad ci sono il birraio Danny Oberle, suo compagno d’infanzia, il grafico Travis Olsen e il birraio Brian Grace, proveniente da un’interessante esperienza presso Jolly Pumpkin. Sono circa 3500 gli ettolitri prodotti ogni anno da Crooked Stave, la metà dei quali destinati al mercato del Colorado; in parallelo opera anche la Crooked Stave Artisans Beer Distributing, un’attività che si occupa di distribuire birra, sidri, vini ed alcolici in diversi stati americani. 
A giugno 2017 anche  Crooked Stave ha introdotto le lattine, formato ormai indispensabile se si vuole essere al passo coi tempi e non perdere quote di mercato: St. Bretta, Hop Savant e Colorado Wild Sage le tre birre brettate scelte per il debutto con una grafica rinnovata – ahimè – non per il meglio. Qualche settimana fa i Chad Yakobson ha annunciato l’apertura di una taproom a Fort Collins, dove Crooked Stave era nata e dove aveva sempre desiderato ritornare. I trecento metri quadrati all’interno dell’Exchange, nuovo polo commerciale al 612 della North College Avenue, ospiteranno una ventina di spine equamente divise tra acide e non. L’inaugurazione è prevista per la fine del 2018 e nei mesi successivi sarà anche messo in funzione un piccolo impianto produttivo.

Le birre.
Saint Bretta è una witbier fermentata al  100% con brettanomiceti; si tratta dell’evoluzione di una delle prime ricette di Crooked Stave, la witbier chiamata Wild Wild Brett Orange alla quale venivano aggiunte arancia rosse.  La St. Bretta diventa una birra stagionale, prodotta quattro volte all’anno e che in ogni stagione utilizza un agrume diverso.  In questa bottiglia di maggio 2015 è stato utilizzato il Gold Nugget, una recente varietà di mandarino sviluppata dalla University of California Riverside. 
Nel bicchiere è dorata e inquietantemente limpida, la schiuma è pannosa, compatta ed ha un’ottima persistenza. Nonostante i tre anni passati dalla messa in bottiglia l’aroma è ancora fresco e caratterizzato da profumi floreali, di mandarino e limone, ananas, cedro; in secondo piano c’è la componente “funky” che richiama soprattutto cuoio, legno e sudore. La bevuta è vivacemente carbonata e molto secca, dominata dall’asprezza di mandarino e lemongrass, ribes e uvaspina, mentre in sottofondo c’è un velo dolce a suggerire ananas e  cedro candito. E’ una birra piuttosto fruttata, pulitissima ed elegante che tuttavia non rinnega il suo carattere rustico; l’alcool (5.5%)  non è pervenuto, l’acidità è abbastanza contenuta e il finale amaro è, ovviamente, ricco di scorza d’agrume.  Una bella complessità che non preclude una grande facilità di bevuta: intensità, una sorprendente freschezza a tre anni di vita, difficile chiedere di più. Ottima, davvero.  

Proseguiamo con la Vieille Artisanal, sorella minore (4.2% ABV) della Surette Provision Saison; anch’essa fermentata con brettanomiceti e maturata in botti di legno, dove riceve un leggero dry-hopping. 
La sua limpidezza nel bicchiere è in antitesi al concetto di “Vieille Saison”, ma l’aroma fa già ritornare il sorriso con il suo mix di funk (cuoio/pelle, legno, paglia, sudore) e frutta: ananas, limone e pompelmo i primi a colpire i sensi. Al palato le manca un po’ di vitalità (bollicine) e la bevuta è meno rustica rispetto al naso; pane e cereali, l’asprezza di limone, lime ed uva acerba viene bilanciata dal dolce di ananas e frutta a pasta gialla. E’ una saison aspra, moderatamente acida, forse un po’ troppo patinata ma non priva di quel carattere ruspante che non dovrebbe mai mancarle: il percorso si chiude con il legno e con un amaro terroso che lascia il palato pulito e secco, subito avido di un nuovo sorso. Mi sembra meno compiuta/riuscita della St. Bretta ma anche la Vieille Artisanal di è una bevuta soddisfacente che rinfresca e disseta svolgendo il suo compito con grande efficacia Anche questa bottiglia ha tre anni di vita: non abbiate quindi timore di dimenticare in cantina qualche Crooked Stave.
Nel dettaglio:
St. Bretta (Gold Nugget Mandarin), 37.5 cl., alc. 5.5%, lotto 05/2015, prezzo indicativo 10,00 Euro (beershop)
Vieille Artisanal Saison, 37.5 cl., alc. 4.2%, lotto 04/2015, prezzo indicativo 8,00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

martedì 28 agosto 2018

Zago IPA

Anche se le birre marchio Zago sono arrivate soltanto di recente, è dal 1978 che l’azienda pordenonese fondata da Mario Chiaradia opera nel settore. In quegli anni, in collaborazione con i frati dell’omonima abbazia, nacque la Belgian Strong Ale Abbaye de Bonne Esperance prodotta presso la Brasserie Lefebvre ed esportata poi nel nostro paese. A metà degli anni ’90 debuttò la gamma HΨ (HΨ  Super Beer e HΨ Cuvée), sempre prodotta in Belgio (Brouwerij Van Steenberge ma anche Het Anker, se non erro) e destinata soprattutto alla ristorazione: il suo elegante packaging ammicca al mondo delle bollicine, la rifermentazione in bottiglia viene elevata a “metodo simile allo Champagne, secondo un’antica ricetta a rifermentazione naturale in bottiglia o in fusto”. E c’è Zago anche dietro al marchio Saint Hubert (Artisanale De Luxe, Blonde d'Abbaye e Premier Grand Cru); anch’esse prodotte in Belgio e commercializzate sul nostro territorio, soprattutto attraverso la grande distribuzione.  In Germania vengono invece prodotte le tre birre (Pils, Keller non filtrata e Weiss) della gamma Edikt 1516 che richiama direttamente l’anno in cui fu redatto il famoso Reinheistgebot. 
Nel 2017  Zago è divenuto finalmente anche un birrificio (ovviamente agricolo per i motivi che potete immaginare): impianti a Villotta di Chions, orzo e anche luppolo coltivati neri campi di proprietà a Taiedo; l’azienda agricola è inoltre produttrice di prosecco.  A nome Zago vengono oggi realizzate le birre della gamma “Le Naturali”, con bottiglie che richiamano di nuovo il mondo enologico: La Luppolata (un’IPA ambrata), L’Integrale (descritta come una bassa fermentazione non filtrata) e La Leggera (anche questa a bassa fermentazione, senza glutine). Le birre “agricole”, e quindi credo le uniche prodotte sugli impianti di proprietà, sono invece sei:  un’IPA, una Golden Ale, la Bianca (blanche/witbier), la Scotch Ale, la (Belgian) Strong Ale e l’Italiana, una generica alta fermentazione dorata. Non è difficile incontrarle anche sugli scaffali della grande distribuzione.

La birra.
Si inizia (purtroppo) reiterando il falso mito sull’origine delle India Pale Ale: “il paesaggio raffigura le case dei sudditi inglesi in India, dove originariamente giungeva questa birra dall’Inghilterra, ricca di luppolo per conservare il prodotto durante il lungo viaggio”. 
Poco male: anche se la foto inganna, la IPA di Zago è di colore dorato piuttosto carico e velato; la schiuma è cremosa e compatta ed ha un’ottima persistenza.  Al naso profumi floreali, di arancia e pompelmo: intensità modesta, finezza migliorabile ma c’è comunque un buon livello di pulizia. In bocca scorre senza intoppi, anche se per il mio gusto ci trovo qualche bollicina in eccesso. E’ una IPA che parte abbastanza bene e procede in equilibrio tra malti (pane, qualche tocco caramellato) e agrumi; la bevuta si perde però un po’ per strada e cala d’intensità in un finale timido e corto con un amaro debole caratterizzato da note terrose, erbacee e zesty. Una maggior secchezza la renderebbe sicuramente più dissetante ma nel complesso è una birra che si difende con dignità sugli scaffali della grande distribuzione; non è certamente la birra che andrete a cercare se volete bere “alla moda” e, per ovvi motivi, se desiderate qualcosa di esplosivo, fragrante/fresco. Dalla sua parte un rapporto qualità prezzo (8 euro al litro) tutto sommato accettabile, se volete bere qualcosa senza fronzoli e senza incidere troppo sul budget.
Formato 50 cl., alc. 5.5%, lotto LIPA04, scad. 31/03/2020, prezzo indicativo 3,99 euro (supermercato)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 27 luglio 2018

Founders Frootwood

Dicembre 2016: il birrificio del Michigan Founders annuncia la nascita della Barrel Aged Series  dedicata agli invecchiamenti in botte. Sei birre che saranno rilasciate nel corso dell’anno con cadenza bimestrale; oltre alle classiche nonché immancabili KBS e Backwood Bastard dalla vastissima cantina di Founders arrivano interessanti inediti i cui prototipi erano occasionalmente stati presentati in anteprima solamente presso la taproom. 
La partnership (30%) con il birrificio industriale spagnolo Mahou San Miguel ha tolto nel 2014 a Founders lo status di “birrificio artigianale” secondo le linee guida dell’American Brewers Association, ma ha portato i fondi necessari per un ambizioso piano di espansione (700.000 ettolitri l’obiettivo fissato per il 2018) che ha coinvolto anche gli invecchiamenti in botte. Oggi sono oltre 7000 i barili che riposano nel sottosuolo di Grand Rapids, a 25 metri di profondità e ad una temperatura costante di 3-4 gradi centigradi: gli ambienti sono quelli di una vecchia cava di gesso, ora in disuso, che si trova a 5 chilometri di distanza dal birrificio.  Inaugurata nel 1890 dalla  Alabastine Mining Company, la miniera è stata utilizzata sino al 1943 quando la società fallì; nel 1957 il dedalo di corridoi e passaggi che si snodano per una decina di chilometri fu acquistato dalla Michigan Natural Storage Company ed è stato riconvertito in un magazzino di stoccaggio “naturalmente refrigerato” che viene utilizzato da numerose aziende, oltre che da Founders.  
La “cantina” di Founders non è visitabile, se non in rare occasioni speciali:  nonostante la temperatura delle cave sia bassa, le botti sono state collocate in una zona nella quale operano condizionatori d’aria che permettono di regolare anche l’umidità. I barili vengono riportati in superficie con un montacarichi, caricati su di un camion e consegnati al birrificio; dalle botti la birra viene trasferita in serbatoi d’acciaio e centrifugata per rimuovere i sedimenti.   
 
 
La birra.
Frootwood è la birra che inaugura a gennaio 2017  la nuova Barrel Aged Series di Founders; una “cherry ale”  dal contenuto alcolico piuttosto modesto (8%) se confrontato con le altre birre barricate del birrificio del Michigan ma,  ammette il birraio  Jeremy Kosmicki, “vogliamo provare a fare qualcosa di diverso..  non possiamo limitarci alle solite imperial stout.  Basta mettere la birra giusta nella botte giusta e si ottengono sapori davvero interessanti. Una birra “leggera” alla ciliegia sicuramente non è la prima cosa che viene in mente quando si pensa ad una birra passata in botte, ma a noi piace sorprendere la gente”.
Per l’occasione ritornano anche le bottiglie da 75: tutte le birre della Barrel Aged Series saranno infatti disponibili nel formato da 35.5 e da 75 centilitri. Le botti utilizzate sono le stesse della più famosa CBS,  ovvero ex-bourbon che avevano ospitato più di recente sciroppo d’acero.
Il suo colore è un bell’ambrato, luminoso e movimentato da intense venature ramate e rossastre; la schiuma biancastra è cremosa, compatta ed ha una buona persistenza. A quasi diciotto mesi dall’imbottigliamento la Frootwood ha un aroma ancora ricco e potente, ovviamente dolce: ciliegia sciroppata, vaniglia, bourbon, caramello e biscotto. In sottofondo accenni di sciroppo d’acero e di legno. La bevuta non è particolarmente impegnativa grazie ad un corpo medio ed una consistenza tattile poco ingombrante, ma indulge un po’ troppo sul dolce, seguendo con perfetta precisione l’aroma. L’alcool è ben dosato, parte in sordina  e aumenta progressivamente d’intensità asciugando un po’ il dolce per cercare di portare equilibrio, con il bourbon a regalare un retrogusto morbido e accomodante.  C’è un bel carattere “barricato” in questa  Frootwood, molto più definito rispetto ad altre Founders che mi è capitato d’incrociare di recente: pregevoli dettagli di vaniglia, legno e sciroppo d’acero. Quello che non mi convince troppo è la birra base, quella ciliegia sciroppata molto zuccherina, poco elegante e un po’ dozzinale che va “oltre” il mio gusto personale.  Chissà che un altro po’ di cantina non possa ammorbidirla ulteriormente.
Formato 35.5 cl., alc. 8%, imbott. 22/12/2016, prezzo indicativo 5.00 euro (beershop)
NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 19 luglio 2018

Il Conte Gelo Lavalanga

Terzo incontro sul blog con il Birrificio Conte Gelo, operativo dal 2014 a Vigevano in Lomellina,  zona ad elevata concentrazione birraria: il nome che può sembrare alquanto particolare in realtà è  l’unione dei cognomi dei due proprietari, Paola e Andrea (Conte-Gelo). Entrambi appassionati birrofili e beer-hunter, hanno abbozzato a metà 2013 il progetto per aprire un proprio birrificio, idea che si è poi concretizzata ad ottobre 2014.  In sala cottura c’è Davide Marinoni, homebrewer (con alle spalle corsi di degustazione Unionbirrai  I° e II° livello) che è poi passato nel mondo dei professionisti con un periodo di apprendistato da Bad Attitude ed un’esperienza al BQ di Milano.  Dopo l’imperial stout Kamchatka e la Golden Ale Gragnola è il momento di stappare una bottiglia di  Lavalanga, la tripel della casa, prodotta dal 2014. 
L’ispirazione anche in questo caso non poteva essere che lei, la “madre di tutte le tripel”, ovvero sua maestà Westmalle:  zucchero candito, malti chiari e lievito trappist, 9.5% ABV.  Il rigore della tradizione è spezzato dall’aggiunta di un po’ di scorza d’arancia in bollitura, licenza “poetica” che il  Conte Gelo ha voluto prendersi.  In etichetta una caricatura di uno del proprietari del birrificio, Andrea Gelo, inseguito dalla massa nevosa della valanga. Una tripel può senz’altro riscaldarvi dal freddo, ma può anche essere una pericolosa slavina che si abbatte su di voi se esagerate nella quantità.

La birra.
Nel bicchiere è di un luminoso color arancio, leggermente velato; la schiuma è cremosa e compatta ed ha una buona persistenza. Al naso una delicata speziatura introduce profumi di biscotto e zucchero candito, frutta secca a guscio, frutta candita: c’è un buon livello di pulizia ma l’intensità non è particolarmente elevata.  Al palato è morbida e scorre abbastanza bene, nonostante una gradazione alcolica “pericolosa”:  qualche bollicina in più per il mio gusto personale le donerebbe maggior vitalità. Coerente con l’aroma, la bevuta ripropone biscotto, frutta sciroppata (albicocca, pesca) e candita, un tocco di miele: l’alcool non è nascosto in modo subdolo come nei migliori esemplari di scuola belga ma non alza mai la testa più del dovuto. Il finale è abbastanza secco, delicatamente speziato e con un leggerissimo tocco amaricante di scorza d’arancia. Buona interpretazione di stile per questa  Lavalanga, alla quale manca un po’ di espressività e, in alcuni passaggi, sembra procedere un po' con il freno a mano  tirato; a mio giudizio una maggiore secchezza e acidità  potrebbero donarle una quella freschezza e facilità di bevuta fondamentale per trasformare una tripel in una pericolosa arma di distruzione, come ad esempio questa.
Ringrazio il birrificio per avermi inviato una bottiglia d’assaggiare.
Formato 33 cl., alc. 9.5%, lotto 3217, scadenza 01/2019.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 26 giugno 2018

Bruery Terreux Oude Tart 2015

Bruery Terreux è la costola del birrificio californiano The Bruery che si dedica alle produzioni di birre acide con lieviti selvaggi e batteri. Uno “spin-off” necessario per eliminare qualsiasi rischio di contaminazione batterica sulle birre normali. Il mosto delle birre viene ancora prodotto sugli impianti di The Bruery ma inoculazione dei lieviti selvaggi, fermentazione e eventuale invecchiamento in botte e imbottigliamento avvengono in uno stabile che si trova a qualche chilometro di distanza, anch’esso dotato di taproom. 
Patrick Rue, fondatore di The Bruery, ha scelto di affidare l’intero progetto Terreux a Jeremy Grinkey, proveniente dal mondo del vino e  - sebbene appassionato birrofilo -  alla grossa prima esperienza in ambito brassicolo.  Sotto il marchio Terreux, operativo dal 2015,  sono migrate con nuove etichette tutte le birre acide e prodotte con lieviti selvaggi, tra le quali ad esempio le famose Saison Rue, Oude Tart,  Sour in the Rye, Reuze e Tart of Darkness. 
Ricordo che a maggio 2017 Bruery ha ceduto la propria maggioranza alla  società di private equity Castanea Partners di Boston: da loro provengono gli investimenti necessari per crescere. Attualmente The Bruery produce e vende circa 17.000 ettoltri l’anno a fronte di una capacità potenziale che supera i 40.000, e una collezione di quasi 5000 botti di legno. Una delle prime novità è stata la decisione di affiancare allo storico formato da 75 cl. anche quello  da 37.5 per andare incontro alle richieste del mercato.

La birra.
Oude Tart è il tributo di The Bruery alle Flemish Red Ales del Belgio. Prodotta per la prima volta nel 2009, viene invecchiata per diciotto mesi in botti che avevano in precedenza contenuto vino rosso.  Ne esistono anche versioni con aggiunta di ciliegie e di boysenberry, un frutto di bosco ibrido ottenuto incrociando il lampone con la mora del Pacifico. 
Nel bicchiere è splendida, d’un acceso color rubino quasi limpido sul quale si forma una testa di schiuma cremosa e compatta ma poco persistente. L’aroma è pulito, piuttosto gradevole e dominato dall’asprezza dei frutti rossi: visciole, ribes e mela. A contrastarlo una controparte dolce che chiama in causa ciliegia e frutti di bosco, mentre in sottofondo ci sono note vinose e di legno. La bevuta risulta meno complessa e molto più sbilanciata verso l’aspro: il risultato è una birra a tratti tagliente, con qualche deriva acetica di troppo che brucia un po’ in gola: un velo di ciliegia sciroppata in sottofondo non basta a lenire. Al palato la Oude Tart  di Bruery scorre senza grosse difficoltà ma dal punto di vista tattile è molto più ingombrante di una classica Flemish Red belga. Nel finale acidità lattica e asprezza di limone chiudono una bevuta molto secca, a tratti un po’ astringente,  che disseta e rinfresca ma che obbliga a qualche pausa di troppo per far riposare un po’ il palato. Legno e vino aggiungono un po’ di profondità ad una birra spigolosa che ogni tanto viene improvvisamente accesa da qualche vampata di alcool. 
Qualche imprecisione di troppo in una birra che al palato non mantiene le belle promesse dell’aroma:  The Bruery non è un birrificio economico e quindi diventa più difficile perdonarle.
Formato 75 cl., alc. 7.7%, IBU 6, imbott. 31/08/2015, prezzo indicativo 16.00-18.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 25 giugno 2018

Buxton / Omnipollo Original Rocky Road Ice Cream

2014: è questo l’anno in cui, a seconda dei punti di vista, inizia l’inferno o il paradiso delle cosiddette “birre dessert” di Omnipollo, beerfirm svedese della quale abbiamo già parlato più volte. E’ in quell’anno che Henok Fentie realizza assieme al birraio Colin Stronge di Buxton Brewery (UK) l’imperial stout Yellow Belly prodotta con arachidi e biscotti che, in versione barricata, diviene Yellow Belly  Sundae.  Dal sundae al gelato il passo è breve e l’idea viene inizialmente realizzata con birre “chiare”: sempre sugli impianti di Buxton nasce la Ice Cream Pale ovvero un’American Pale Ale realizzata con avena, lattosio e vaniglia, seguita ad inizio 2016 dalla Cloudberry Ice Cream IPA, nella quale il “gelato” (vaniglia e lattosio) viene arricchito con il camemoro, una sorta di lampone artico.  
A novembre 2016 Buxton e Omnipollo hanno annunciato l’arrivo di quattro nuove edizioni di quella che è stata chiamata la serie delle “Original Ice Cream”;  la Original Lemon Meringue Ice Cream Pie, versione liquida dell’omonima torta,  la Chocolate Ice Cream Brown Ale e  due imperial stout: Original Texas Pecan Ice Cream e Original Rocky Road Ice Cream. Le etichette sono realizzate da Karl randin, abituale collaboratore di Omnipollo; a voi decidere se quell’oggetto che cammina sia un gelato o un escremento.

La birra.
La Original Rocky Road Ice Cream si ispira all’omonimo gelato inventato nel 1929 da William Dreyer a Oakland, California: si dice che Dreyer usò le forbici da cucire della moglie per tagliare noci e marshmallow e aggiungerle al suo gelato al cioccolato. Lui, che era gelatiere, voleva replicare il dolce appena “inventato “ dal socio Joseph Edy: i due avevano fondato assieme la società Edy's Grand Ice Cream.  Si separarono nel 1947 e l ’azienda venne rinominata Dreyer's Grand Ice Cream: oggi è un marchio di proprietà della multinazionale Nestlé.
La ricetta elaborata da Buxton ed Omnipollo include marshmallow, lattosio, fave di cacao, baccelli di vaniglia e “aromi” (il virgolettato è mio). Nel bicchiere è quasi nera con una sottile patina di schiuma che si dissolve immediatamente. Al naso  arachidi, marshmallow alla vaniglia, cioccolato, Nesquik; c’è poca intensità e l’impressione è di avere il naso nel sacchetto di una merendina industriale. Il corpo è medio ma il mouthfeel non è particolarmente morbido o cremoso, in alcuni passaggi è un po’ slegata/sfuggente; le bollicine fini ma per il mio gusto un po’ troppo sostenute per questo tipi di birra.  Anche al palato è impossibile non pensare ad una merendina: un agglomerato dolce nel quale è inutile cercare pulizia o finezza. Arachidi, marshmallow e vaniglia, cioccolato al latte e nel finale c’è anche spazio per della frutta sotto spirito. E' una birra ovviamente (molto) dolce, ma con una chiusura abbastanza secca e un tocco amaricante luppolato che aiuta a ripulire un po’ il palato. L’alcool (10%) si sente ma non ci sono eccessi ad ostacolarne lo scorrimento che rimane abbastanza buono. 
E’ una  “porcheria” ma non pensate necessariamente in negativo: a tutti noi piace mangiare ogni tanto qualche schifezza/porcheria per poi magari avere subito sensi di colpa.  La Original Rocky Road Ice Cream di Buxton e Omnipollo  è una Pastry Stout di nome e di fatto ma in questo caso il dessert è industriale, anziché Pâtisserie Fine: ammetto di essere abbastanza prevenuto e di non amare particolarmente il genere, ma questa birra non mi pare proprio l’Omnipollo meglio riuscita.  
Formato 33 cl., scad. 25/10/2021, prezzo indicativo 9.00-10.00 Euro (beershop).

 NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 22 giugno 2018

LoverBeer For Fan 2014

Uva (BeerBera e D’uvaBeer), visciole (Saison De L'ouvrier Griotta), susine (BeerBrugna) e albicocche:  questa fruit beer di Loverbeer è un non celato tributo alla celebre Fou’ Foune di Cantillon. Un lambic alla frutta che fu chiamato con il soprannome (Foufoune) di François Daronnat, il coltivatore che aveva fornito le albicocche a  Jean Van Roy.  Il collegamento non è casuale: sin dai giorni dell’homebrewing l’interesse di Valter Loverier sono stati i lieviti selvaggi e le fermentazioni spontanee. Il suo primo esperimento fu quella  che oggi è chiamata BeerBrugna, una birra ispirata dai lambic alla frutta che impressionò al primo assaggio  Lorenzo “Kuaska” Dabove al punto che decise  di portarne una bottiglia al Brassin Public di Cantillon del 2005 per farla assaggiare proprio a Jean Van Roy che, dicono, l’apprezzò molto. 
La For Fan viene di Loverbeer fermenta per opera di  un inoculo di batteri lattici e lieviti selvaggi (tra cui brettanomyces); matura poi per dodici mesi in barriques con aggiunta di albicocche (tonda di Costigliole Saluzzo) fresche in macerazione in estate.  Il frutto viene prodotto “nella parte collinare dei comuni di Busca, Piasco, Verzuolo, Manta, Saluzzo e in tutto il territorio di Costigliole Saluzzo dove la varietà ammonta a circa 2500 tonnellate ed interessa una superficie coltivata di circa 250 ettari; si hanno cenni storici della sua coltivazione risalenti fin dagli inizi dell'800”.

La birra.
L’etichetta ricorda un po’ quella della BeerBrugna e Saison De L'ouvrier Griotta:  monaco e contadino sino intenti a raccogliere i frutti dall’albero. La produzione di For Fan è di circa 2000 litri all’anno. 
Il millesimo 2014 è di colore arancio piuttosto carico ma alquanto opaco: la piccola schiuma che si forma è abbastanza rapida a scomparire. Al naso convivono i tipici odori dei lieviti selvaggi (sudore, cuoio, cantina) con i profumi aspri dell’albicocca acerba, dell’uvaspina e del limone; in sottofondo qualche nota legnosa e anche una leggera presenza di solvente che tuttavia non crea particolari fastidi. Lo stesso scenario viene riproposto al palato, in una bevuta che non fa del pulito e della finezza le sue caratteristiche principali ma le rimpiazza con un carattere rustico e “sincero”.  L’asprezza di albicocca, limone, uva e frutti rossi garantiscono un elevato potere rinfrescante e dissetante, mentre un sottofondo dolce chiama in causa l’albicocca matura e la frutta a pasta gialla.  La bevuta è agile e semplice ma nel bicchiere c’è una bella complessità che include le caratteristiche tipiche del lambic (sudore, pelle di salame, cuoio), legno, acidità lattica e un accenno acetico. Si chiude in maniera molto secca con una punta amaricante terrosa e lattica.  L’alcool (7%) è praticamente inesistente e la For Fan di Loverbeer si potrebbe anche bere ad alta velocità, ma è meglio gustarsela con calma per apprezzare le sue evoluzioni nel tempo in cui rimane nel bicchiere. Non ho colpevolmente accennato alle emozioni, ma quando nel bicchiere c’è Loverbeer  io lo dò per scontato.
Formato 37.5 cl., alc. 7%, lotto PFAN02-0915, scad. 01/12/2023, prezzo indicativo  8.00 – 9.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 21 giugno 2018

Pinta / O'Hara's Lublin to Dublin 2017

Sono duemila i chilometri che separano Lublino (Polonia)  da Dublino  (Irlanda) ma basta una birra per accorciare le distanze. Lublin to Dublin è il nome scelto dal birrificio irlandese Carlow/O’Hara (qui la loro storia) e dalla beerfirm polacca Pinta (eccoli qui) per una collaborazione datata 2014 e ripetuta poi negli anni a seguire. 
Entrambi possono essere considerati come dei precursori della craft beer revolution nei loro rispettivi paesi: la famiglia O’Hara ha avuto il coraggio di fondare il microbirrificio nel 1996, in un periodo in cui il mercato era un deserto completamente dominato dalle multinazionali. Browar Pinta ha invece realizzato nel 2011 la prima IPA polacca (Atak Chmielu), birra “colpevole” di aver poi ispirato decine di altre beerfirm polacche a gettare quanto più luppolo possibile nei bicchieri.  
Non ho trovato notizie su come sia nato questo incontro ma non credo sia importante quanto il risultato: una Foreign Extra Stout (6.5%) prodotta con malti irlandesi, avena e luppoli polacchi, nello specifico  Marynka e Lubelski. Nel 2015, ovviamente sempre sugli impianti irlandesi di Carlow, viene invece realizzata una Robust Milk Stout (6%) con anice stellato e lattosio che s’aggiungono agli ingredienti già elencati.  La terza collaborazione datata 2016 vede invece un ritorno della Lublin to Dublin  Foreign Extra Stout ma con un ABV leggermente ritoccato al rialzo (7%).  Lo scorso anno è invece stata realizzata la Lublin to Dublin Rye Stout  (6.5%): malti inglesi ed irlandesi, malto di segale (20%), fiocchi di segale e i soliti luppoli polacchi Marynka and Lubelski. Proprio in queste settimane è stata infine commercializzata la nuova Lublin to Dublin 2018, una Turkish Coffee Stout che utilizza caffè appena macinato proveniente dalla Turchia.

La birra.
Irlanda e Polonia hanno entrambe una tradizione brassicola “scura”:  stout irlandesi e baltic porter polacche non hanno certo bisogno di presentazioni.  La Lublin to Dublin 2017 si presenta di un bel color ebano scuro sul quale si forma un’impeccabile testa di schiuma cremosa e compatta dalla buona persistenza.  L’aroma è pulito e abbastanza intenso: caffèlatte, orzo tostato e fondi di caffè sono i protagonisti su di un palcoscenico che ospita anche note terrose e di cenere. Al palato c’è un leggero eccesso di bollicine ma per il resto il mouthfeel è perfetto: è una stout morbida e quasi cremosa che tuttavia scorre senza nessun intoppo. Il gusto conferma quanto di positivo espresso al naso e disegna una bevuta intensa e ricca, molto pulita ed elegante: il caramello è l'unica controparte dolce ad una bevuta che s'incammina subito nel territorio scuro del torrefatto, del caffè e del terroso: accenni di cenere e di cioccolato amaro non modifica la palette dei colori di una stout "nera", precisa e definita. L'acidità dei malti scuri è solo accennata, i luppoli supportano le tostature ripulendo bene il palato e regalando un finale amaro abbastanza secco e delicatamente riscaldato dall'alcool.
Ogni cosa è al posto giusto in questa stout davvero ben fatta che si lascia bere con grande soddisfazione: una collaborazione ben riuscita che vale la pena d'andare a cercare.
Formato 50 cl., alc. 6.5%, lotto 7216, scad. 28/02/2019.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 20 giugno 2018

DALLA CANTINA: BFM Abbaye de Saint Bon-Chien 2011

BFM, ovvero Brasserie des Franches Montagnes, fondata nel 1997 dall'eclettico Jérôme Rebetez (classe 1974) a Saignelégier, nella Svizzera occidentale, a pochi passi dal confine francese e dal lago di Neuchatel. Jérôme, allora solamente ventitreenne e con studi di enologia alle spalle, aveva appena vinto un concorso svizzero per homebrewers; pieno di entusiasmo ma privo di soldi, si vede aiutare dalla dea bendata. Vince un premio al programma televisivo svizzero "Le rêve de vos 20 ans" e con i soldi intascati mette in piedi il birrificio; non intende però seguire la tradizione tedesca alla quale si rifanno la maggior parte delle birre bevute in Svizzera. A lui piace sperimentare con ingredienti inusuali e, soprattutto, trasferire le sue conoscenze enologhe in ambito brassicolo. Nel 2009 grazie all’arrivo di un nuovo socio investitore il birrificio è stato trasformato in una Société Anonyme e oggi impiega circa 25 dipendenti: è imminente l’inaugurazione di nuovi locali adiacenti a quelli attuali che permetteranno di aumentare la capacità produttiva, della quale una buona parte è destinata all'export verso gli Stati Uniti. 
Punta di diamante della produzione BFM è la sour ale Abbaye de Saint Bon-Chien: non deve il suo nome alla tradizione monastica ma ad un gatto, ospite fisso in birrificio sino alla sua morte nel 2002. Il suo nome era “buon cane” (Bon Chien) e alla morte è stato santificato con una birra, per l’appunto Saint Bon-Chien. 
Viene prodotta dal 2004 una volta l’anno assemblando con cura il contenuto di numerosi botti: Rebetez ne possiede oggi più di 500 che hanno ospitati diverse varietà di vini e distillati. La classica Abbaye de Saint Bon-Chien viene poi occasionalmente affiancata da edizioni speciali realizzate con il contenuto di una sola botte o dalla versione Grand Cru, un blend fatto con il contenuto di botti speciali come ad esempio rum. L'Abbaye de Saint Bon-Chien del 2005 venne ad esempio realizzata con un blend derivante da una botte ex-grappa, tre di Pinot Noir e sei di Merlot che erano state precedentemente usate per la Saint Bon-Chien del 2004.

La birra.
Grazie all’importante contenuto alcolico (11%) l’ Abbaye de Saint Bon-Chien è una birra che non teme il trascorrere del tempo e che potete tranquillamente dimenticare in cantina per qualche anno. Splendido esempio ne è questo millesimo 2011 del quale però non ho trovato informazioni sul processo produttivo.
A sette anni dalla messa in bottiglia si presenta di colore ambrato, opaco e non molto luminoso: la piccola schiuma biancastra che si forma è un po’ grossolana e piuttosto rapida a dissolversi.  L’aroma è splendido, avvolgente, ricco di amarena e marasca, ribes rosso, vino bianco, legno, mela acerba, legno; c’è una controparte dolce che richiama l’albicocca disidratata e il caramello. L’acetico (mela) è fortunatamente molto in secondo piano. Al palato è perfetta: morbida, quasi “piena”,  leggermente oleosa e ancora piuttosto carbonata. La bevuta ripropone l’aroma con identica pulizia ed eleganza: l’asprezza dei frutti rossi è meno evidente e la birra è quasi gently sour, con una componente dolce che chiama in causa vini fortificati, caramello, prugna e frutti di bosco. In sottofondo note legnose e vinose, tannini, un accenno amaricante. L’acetico fa una bellissima virata sul balsamico, la chiusura è secca e riscaldata da una morbida presenza alcolica. 
Complessa, elegante ed intrigante, intensa ma soprattutto emozionante questa Abbaye de Saint Bon-Chien 2011: il tempo sembra quasi non averla scalfita e lei si diverte a regalare diverse sfaccettature al variare della temperatura nel bicchiere. Può rinfrescare o riscaldare, a voi scegliere come berla.
Formato 75 cl., alc. 11%, lotto  2, bottiglia nr. 276, scad. 27/06/2021, pagata 17.00 Euro (foodstore, Svizzera)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.